Osservatorio della Rete L'ABUSO

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    I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    Der Spiegel, Germania

    Subito dopo la sua elezione papa Francesco aveva promesso un cattolicesimo più aperto e rinnovato. Ma oggi, dopo i numerosi scandali per gli abusi sessuali, il Vaticano attraversa una delle crisi più gravi della sua storia

    Il terremoto che sta scuotendo la Città del Vaticano è quasi impossibile da avvertire al suo epicentro. Dietro le alte mura che cingono lo stato della chiesa cattolica regna il silenzio. Nella residenza del papa – la Casa santa Marta – le tendine sono tirate. Una guardia svizzera sorveglia l’ingresso, un gendarme si occupa dei controlli. Il centro nevralgico della chiesa mondiale somiglia a una fortezza. Solo a porte chiuse cardinali e arcivescovi sono disposti a parlare degli eventi che stanno scuotendo le fondamenta della chiesa. Si tratta in primo luogo delle migliaia di abusi sessuali commessi da sacerdoti in ogni parte del mondo.

    Ma si tratta anche, e sempre più, di papa Francesco. Lui, che ha esordito come brillante riformatore, minaccia di giocarsi l’autorevolezza parlando spesso nel momento sbagliato e tacendo quando sarebbe importante parlare. Un anziano cardinale della corte di Francesco denuncia menzogne e intrighi, e tuona contro “un santo padre che mette in discussione le verità della fede come nessuno dei suoi predecessori”. Sono passati meno di sei anni da quando Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, è stato eletto 266° successore di Pietro.

    Fin dall’entrata in carica è stato osannato come una figura luminosa, come un papa che avrebbe potuto imprimere a una chiesa retrograda un carattere al passo con i tempi. Oggi invece il gregge sembra sfuggire al controllo del suo capo spirituale. Forse alla fine si avvererà quello che, secondo alcuni testimoni, Francesco avrebbe detto davanti a una ristretta cerchia di persone: “Non è escluso che io passi alla storia come colui che ha creato una frattura nella chiesa cattolica”. In questi giorni si parla della crisi più grave dell’attuale pontificato e di una “guerra civile” tra i fedeli che non si limita a contrapporre i conservatori contrari a Francesco ai progressisti che lo sostengono. Oggi le critiche arrivano soprattutto da cerchie conservatrici degli Stati Uniti, dove si avanza il sospetto che il papa argentino abbia protetto una rete di prelati omosessuali, di fatto rendendosi complice di migliaia di abusi. Ma l’accusa più pesante – e finora non smentita – è che Francesco abbia, contro ogni ragionevolezza, riabilitato un molestatore seriale, il cardinale statunitense Theodore McCarrick (nel frattempo sospeso), e gli abbia affidato delicate missioni diplomatiche. L’accusa arriva dall’ex nunzio apostolico a Washington, Carlo Maria Viganò, che ha anche chiesto le dimissioni di Francesco.

    “Su questo non dirò neanche una parola”, ha dichiarato il papa. Proprio lui, che in altri casi è pronto a esprimere un’opinione, su questo punto è rimasto fedele alla sua linea: tacere sui temi spinosi. È stato così quando quattro cardinali che lo sospettano di diffondere errori dottrinali hanno espresso dubbi sul suo pontificato. È stato così anche ad agosto, quando trentamila donne cattoliche hanno scritto una lettera aperta che chiedeva di conoscere la verità sugli abusi. Ma Francesco preferisce non affrontare l’accusa secondo cui fin dal giugno 2013 era a conoscenza degli abusi di McCarrick.

    Francesco aveva una certa familiarità con questo cardinale statunitense. Quando McCarrick, orgoglioso di poter ancora andare in missione a 84 anni per conto del papa, ha detto: “A quanto pare il Signore ha ancora un po’ di lavoro da farmi fare”, sembra che Francesco abbia ribattuto beffardo: “Può anche darsi che il diavolo non avesse ancora pronta la sua camera”.

    Questo papa spesso incline alle chiacchiere e agli scherzi continua a irritare l’élite vaticana, così attenta al rigore dei contenuti e alla severità delle forme. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una parola di questo Francesco”, dice un cardinale di grande esperienza, che preferisce restare anonimo, all’interno delle mura vaticane. “Predica la misericordia, ma in realtà è freddo e scaltro, direi macchiavellico. E – cosa peggiore – bugiardo”.

    Quando mai si è sentito parlare così di un successore al soglio di Pietro? Di una personalità a capo di 1,3 miliardi di fedeli, che esercita la sua sovranità assoluta su un’istituzione sopravvissuta a tanti regni e imperi e che continua a opporsi alla globalizzazione? In Francesco riposano le speranze di chi attribuisce a questa chiesa il compito di conciliare passato e futuro. Quello che sognano un ruolo più forte per le donne, il sacerdozio per gli omosessuali, ma anche più ecumenismo, più misericordia e meno fasto. Se Francesco fallisce, non finirà male solo il pontificato di un papa venuto dall’America Latina.

    In effetti i problemi non mancano. Lo studio di 356 pagine commissionato dalla conferenza episcopale tedesca sugli abusi sessuali ai danni di minori, di cui Der Spiegel ha fornito alcune anticipazioni, è stato presentato ufficialmente dal cardinale Reinhard Marx il 25 settembre 2018. Quelle pagine documentano in modo sconvolgente gli abusi. Secondo gli autori non c’è motivo di pensare che “gli abusi sessuali commessi da esponenti del clero cattolico nei confronti di minori siano un problema limitato al passato e ormai superato”.

    Sotto la pressione delle allarmanti notizie provenienti dalla Germania, il papa ha indetto per febbraio del 2019 un incontro tra i presidenti di tutte le conferenze episcopali nazionali sul tema degli abusi. Dovranno insomma trascorrere altri due mesi prima che gli alti prelati cattolici si riuniscano a Roma. Parliamo di quelle stesse eminenze ed eccellenze che, in virtù della loro posizione di potere, spesso costituiscono il problema, non la soluzione.

    Chi ascolta con attenzione la base della chiesa cattolica sente forti borbottii nel ventre di questa potente comunità che ha radici in tutto il mondo. Un viaggio alla ricerca delle vittime di abusi ha portato i giornalisti di Der Spiegel nello stato americano della Pennsylvania, tra le vittime argentine e nell’arcidiocesi del cardinale Reinhard marx, un amico intimo di Francesco. In questi posti si parla apertamente del “problema sistemico” e della “crisi spirituale” della chiesa.

    Ma i nostri giornalisti sono andati anche nell’epicentro del terremoto, a Roma, dove vescovi e cardinali hanno detto cosa pensano del sistema di potere della curia. Secondo uno di loro, in particolare , in Vaticano regna un “clima di paura e di insicurezza”.

    Buenos Aires, Argentina

    Ultimamente il papa viaggia molto. Dal 22 al 25 settembre è stato in Lituania, Lettonia, ed Estonia. Finora, però, Francesco non è mai andato nel suo paese, l’Argentina. “Ci chiediamo perché”, si sente dire tra i suoi collaboratori. Secondo l’avvocato Juan Pablo Gallego, la risposta è semplice: “A Roma Francesco è in esilio. Ci si è quasi rifugiato, perché in Argentina dovrebbe innanzitutto allontanare il sospetto di aver coperto per anni persone che hanno abusato di minorenni”. Gallego è il più famoso difensore delle vittime argentine di abusi sessuali da parte del clero cattolico. Riceve gli assistiti nel suo studio legale, nel centro di Buenos Aires. Chi vuole conoscere i punti oscuri del passato di Bergoglio, dice Gallego, deve occuparsi anche dell’ascesa e della caduta di Julio Cesar Grassi, un sacerdote in carcere dal 2013 per aver abusato di ragazzi di età compresa tra gli undici e i 17 anni. Prima di diventare papa, Bergoglio è stato il confessore di Grassi e, secondo Gallego, ha fatto anche realizzare uno studio di 2600 pagine che doveva contribuire a scagionare Grassi e a criminalizzare le vittime.

    “Nel 2006 ebbi un colloquio con Bergoglio”, dice Gallego. “Era chiuso, severo e diffidente, e non ha detto una parola sul fatto che i difensori di Grassi erano pagati dalla chiesa. L’immagine attuale, quella di un papa aperto e simpatico, non corrisponde a quella dell’uomo che mi trovai davanti in quell’occasione”. Gallego si lamenta del fatto che nessuno dei suoi assistiti è mai stato invitato in Vaticano: “Perché Francesco, invece di ricevere quelle vittime ha preferito accogliere Lionel Messi?”.

    Julieta Añazco è una delle vittime che finora non è stata ricevuta dal papa. Questa donna minuta è originaria di La Plata, una città di circa un milione di abitanti non lontana da Buenos Aires. In questo pomeriggio di fine estate siede con noi in un caffè e si sforza di trattenere le lacrime. Aveva sette anni quando trascorse per la prima volta le vacanze estive con gli scout della sua parrocchia, nei dintorni di La Plata. Nel campo c’era una tenda dove il sacerdote Ricardo Giménez confessava i bambini. Solo in seguito Julieta seppe che quel prete era stato trasferito. Circolavano voci che nel suo precedente posto di lavoro avesse abusato di minorenni. In quella tenda Giménez, un ometto grasso con gli occhi da pesce lesso, fece sedere Julieta a gambe larghe sulle sue ginocchia. Quindi la bambina avvertì le dita del prete sulla pelle e poi sentì che la penetravano. Ricorda ancora l’odore della guancia di lui contro la sua. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza, le viene da piangere quando ne parla.

    All’epoca Añazco non disse niente ai genitori, perché si vergognava. In seguito andò da uno psicologo, ma poi abbandonò la terapia perché non riusciva ad aprirsi. Oggi però, insieme ad altre vittime della Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti, parla apertamente di quello che le successe. Ha ancora davanti agli occhi quelle immagini rimaste sepolte dentro di lei per tanto tempo: le immagini delle confessioni sotto quella tenda.

    Nel 2013, quando Bergoglio era papa da poco, Julieta Añazco e altre tredici vittime di Giménez hanno scritto in una lettera quello che gli era successo. In seguito agli abusi alcuni avevano sofferto di depressione, altre avevano tentato il suicidio o erano diventate tossicodipendenti, mentre Giménez continuava a celebrare la messa e a occuparsi di bambini. Le vittime hanno spedito la lettera all’indirizzo “Papa Francisco, Vaticano” nel dicembre 2013. Tre settimane dopo ricevettero la conferma che era arrivata a destinazione, poi più niente. Giménez è stato trasferito in una casa di riposo, dove ancora oggi si presenta ai giornalisti in abito sacerdotale. È rispettato e continua a dire messa.

    Molte delle vittime di abusi residenti a Buenos Aires avevano già chiesto aiuto a Bergoglio quando era ancora cardinale, ma nessuna era stata ricevuta. Ora Julieta Añazco e altre esigono che i loro aguzzini siano processati nei tribunali ordinari. In Argentina ci sono 62 procedimenti giudiziari in corso contro sacerdoti cattolici, e secondo alcuni le vittime sono migliaia. Ma i sacerdoti continueranno a restare in silenzio, dice Añazco: la chiesa non fa niente per denunciare lo scandalo e cerca di mettere tutto a tacere. “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vorremmo andare dal papa, ma lui ci ignora”.

    Mentre parliamo con Julieta Añazco, all’altro capo della piazza i gradini della grande cattedrale si riempiono lentamente di persone. Decine di studenti si sono riuniti qui per annunciare tutti insieme al vescovo la loro uscita dalla chiesa cattolica, anche per via dello scandalo degli abusi. Quello che, visto da lontano, sembra solo un episodio che coinvolge molte persone, ha un valore simbolico: è un’istantanea scattata nel paese del papa nel settembre 2018 e mostra giovani donne e uomini che si allontanano dalla fede cattolica.

    Roma, Italia

    I giornali italiani fanno a gara avanzando ipotesi ai limiti dell’incredibile. L’ex nunzio pontificio Viganò avrebbe in casa valigie piene di materiali compromettenti. E in Vaticano, a quanto pare, si parla dell’imminente esplosione di una “bomba atomica”.  Un influente padre gesuita, Antonio Spadaro, ribatte che le accuse contro Francesco sono una “farsa” e resteranno senza conseguenze, perché “questo papa trae energia dai conflitti”. Ma al momento sembra proprio che l’uomo di Buenos Aires difficilmente potrà portare a termine il pesante compito di smantellare il potente e a volte arrogante apparato di governo della curia, mettere ordine nelle finanze vaticane e allo stesso tempo trovare risposte inattaccabili sul piano dogmatico alle questioni morali e di fede del ventunesimo secolo. Francesco vuole democratizzare la chiesa cattolica e renderla meno centralizzata. Vuole che la chiesa pensi in modo aperto e in linea con la realtà sociale contemporanea. Ma secondo i suoi avversari, la dottrina cristiana non può lasciarsi guidare dalla realtà sociale: l’unico metro di misura sono la vita e le opere di Gesù Cristo. Un papa non deve puntare alla creatività, ma alla continuità, dicono.

    Francesco ha più di un punto debole. Da anni tuona contro il capitalismo globale ma, come del resto i suoi predecessori, ha accettato milioni dal cardinale McCarrick (ora caduto in disgrazia), raccolti con le offerte. E ancora: esalta il valore della famiglia tradizionale, ma si circonda di consiglieri e collaboratori che danno l’esempio contrario, visto che convivono, in modo più o meno palese, con persone dell’uno o dell’altro sesso.

    Il giornale Il Fatto Quotidiano afferma di essere in possesso di un elenco che a suo tempo fu consegnato da papa Benedetto XVI a Francesco nella residenza di Castel Gandolfo. L’elenco, scritto su carta intestata della Città del Vaticano, contiene i nomi di presunti esponenti di una “lobby omosessuale”, una rete che avrebbe un grande potere ricattatorio e una forte influenza in Vaticano.

    Insomma, Francesco ha ancora il controllo della situazione? Ormai a criticarlo non sono più i circoli ultraconsevatori collegati tra loro in tutto il mondo. Questi cattolici temono che Francesco ammetta alla comunione i protestanti e mal digeriscono che faccia la lavanda dei piedi a una musulmana o che accusi alcuni vecchi esponenti del Vaticano di perdere colpi. I segnali di allarme arrivano anche dalla cerchia interna: “Il papa e i suoi fedelissimi sono visibilmente nervosi”, dice l’esperto vaticanista Edward Pentin. “Sono convinti che ci sia un complotto dei conservatori per sbarazzarsi di Francesco. Da questo punto di vista il suo problema principale è che non ascolta chi non la pensa come lui. E queste persone si vendicano”.

    Hagamos lìo, “facciamo un casino”, era il motto di Bergoglio ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Ora che è papa, continua a seguire lo stesso principio, mettendo in discussione certi dogmi, ignorando procedure collaudate e disdegnando alcuni obblighi cerimoniali. “Francesco è bravissimo a mettere le cose in movimento”, sostiene un prelato tedesco. “Ma tutto questo non produce risultati se alla fine si limita a dare degli scossoni”. Qualche esempio? Per quanto riguarda l’ipotesi di ammettere alla comunione anche i coniugi protestanti di fedeli cattolici, il papa ha incoraggiato il cardinale tedesco Marx a fare un gesto di apertura pionieristico sotto il profilo ecumenico, ma poi – in seguito alle proteste dei conservatori – ha fatto marcia indietro, lasciando ogni decisione alla volontà dei vescovi tedeschi.

    Ancora più sconcertante è la condotta del papa nell’ambito in cui la credibilità della chiesa è più in gioco, cioè nel modo di affrontare gli abusi sessuali sui minori commessi da sacerdoti. Il tribunale speciale annunciato nel 2015 e destinato a giudicare i vescovi sospettati di aver coperto gli abusi fino è rimasto lettera morta. Nel 2017 l’irlandese Marie Collins (in passato vittima di abusi) si è dimessa, tra le proteste, dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, parlando di “belle dichiarazioni pubbliche contraddette dai fatti in privato”.

    Può darsi che il papa abbia drammaticamente sottovalutato la misura della decadenza morale all’interno della chiesa: la cultura generalizzata “dell’abuso e dell’omertà”, come la chiama lui. Ma può darsi anche che voglia chiudere gli occhi davanti a indizi di reati commessi dai suoi fedelissimi, perché è interessato a salvare questo cardinale o quel vescovo per motivi politici.

    Tre dei nove componenti del Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9 istituito da Francesco, sono sospettati. L’australiano George Pell, signore delle finanze vaticane e numero tre della gerarchia della Santa Sede, dal 1 maggio 2018 è sotto processo nel suo paese. Sembra che molti anni fa abbia abusato di minori, ma i suoi sostenitori dicono che è un pretesto per sbarazzarsi di un cardinale malvisto per aver lanciato l’allarme sulla giungla delle finanze vaticane. Oscar Andrés Rodrìguez Maradiaga, uno dei più stretti collaboratori del papa, è nell’occhio del ciclone da quando sono state diffuse delle notizie sugli scandali sessuali che sarebbero avvenuti nella sua diocesi in Honduras; anche un vescovo ausiliario che era un suo protetto è sotto accusa. Inoltre Maradiaga, seguace della “chiesa dei poveri” sostenuta da Francesco, è stato accusato da un giornalista italiano di aver intascato quasi 660mila dollari nel 2015, quando era gran cancelliere dell’università cattolica di Tegucigalpa. Lui sostiene che quei soldi sono andati tutti alla sua diocesi. Infine il cardinale cileno Francisco Javier Erràzuriz Ossa è accusato nel suo paese di aver coperto i crimini del sacerdote Fernando Karadima. Solo molto più tardi il capo della chiesa ha ammesso “gravi errori” e ha chiesto perdono.

    Ingenuità, faccia tosta o mancanza di alternative? Perché Francesco, salutato come riformatore anche – o forse soprattutto – in ambienti lontani dalla chiesa, si circonda di uomini che con la loro condotta incarnano molte delle cose che lui stesso condanna?

    Nasce il sospetto che la scelta di mantenere al loro posto prelati molto discussi sia dovuta a un misto di disinteresse e malinteso spirito di corpo. Francesco deve affrontare casi molto diversi tra loro. Ci sono i fedeli omosessuali le cui inclinazioni, secondo la dottrina cattolica, “non sono in sé peccaminose”, ma “rappresentano condotte malvagie se considerate sotto il profilo morale”. Poi ci sono i sacerdoti che violano il loro voto di castità e il celibato, e infine gli uomini che, come il cardinale McCarrick, abusano di minorenni.

    Corrono voci sul caso di uno dei fedelissimi di Francesco, un cardinale che fino alla primavera del 2018 lavorava nel palazzo della Congregazione per la dottrina della fede come responsabile della stesura di testi legislativi e del trattamento riservato ai colpevoli di reati sessuali. Questo cardinale non avrebbe messo fine a certe attività del suo segretario, a cui era stato concesso, secondo direttive dall’alto, un lussuoso appartamento. Nel 2017 la gendarmeria vaticana lo ha arrestato irrompendo nel bel mezzo di una “battaglia a palle di neve” (un festino a base di cocaina riservato a dipendenti del Vaticano) in compagnia di omosessuali. I gendarmi lo hanno preso di peso e trasportato in una clinica per la disintossicazione.

    Poi c’è il direttore della foresteria della Casa santa Marta, dove risiede il papa. Si è distinto come uomo del Vaticano in Uruguay, dov’era arrivato insieme a un ex ufficiale della guardia svizzera a cui era legato da una relazione. All’inizio del 2001 è stato picchiato in un locale per incontri gay ed è stato messo in salvo da alcuni sacerdoti. Ma è agli atti anche un episodio in cui, a Montevideo, il tecnico arrivato per riparare un ascensore guasto ci ha trovato dentro il diplomatico in compagnia di un ragazzo. Eppure Francesco nel 2013 l’ha nominato “prelato”, cioè supervisore dello Ior, la banca del Vaticano.

    Infine c’è don Mauro Inzoli, soprannominato “don Mercedes” a causa della sua passione per le auto di lusso. Tolto di mezzo da Benedetto XVI per abusi sui minori, nel 2014 è stato in parte riabilitato da Francesco, nonostante l’opposizione dell’allora prefetto per la dottrina della fede, il cardinale tedesco Gerhard Mueller. Poco tempo dopo Inzoli è stato condannato a quattro anni e sette mesi di carcere in seguito a decine di “episodi” con ragazzi giovanissimi. Il papa ha commentato così: “Questa vicenda mi ha insegnato a non fare più simili errori”. Quella promessa risale all’autunno del 2017. Neanche un anno dopo scoppiava il caso del cardinale McCarrick.

    Diocesi di Erie, Pennsylvania

    Lawrence Persico, 67 anni, sembra provato. Dal 2012 guida la diocesi di Erie, nello stato della Pennsylvania, sull’omonimo lago poco distante dal confine tra gli Stati Uniti e il Canada. A bassa voce, visibilmente ansioso di mostrarsi calmo, il vescovo ci dice che la crisi della chiesa cattolica non è mai stata così evidente: “Siamo nel bel mezzo di un uragano”.

    Quello che è emerso ad agosto dal rapporto di un gran giurì va al di là di ogni immaginazione. Nel documento si parla di abusi commessi per decenni in sei delle 197 diocesi cattoliche statunitensi. Almeno trecento sacerdoti avrebbero abusato di più di mille minori. Si parla di stupro, di bambini incatenati dentro i confessionali, di un ragazzo fotografato nella posa di un crocifisso. Si descrive lo stupro di cinque suore. Si dice che le vittime designate erano segnalate ai violentatori da ciondoli d’oro a forma di crocifisso.

    Com’è possibile che un sacerdote della diocesi di Erie abbia abusato di numerosi ragazzini e nonostante tutto sia stato ringraziato dal suo vescovo “per quanto ha fatto per il popolo di Dio”? Com’è possibile che un altro sacerdote, che aveva violentato almeno 15 ragazzi da quando avevano sette anni, sia stato elogiato dal suo vescovo come “uomo retto e limpido”? La diocesi di Persico è una delle sei finite sotto inchiesta. Tra i presunti violentatori – molti dei quali sono ancora in vita – 41 venivano da Erie. Cosa distingue il vescovo Persico dai suoi colleghi? Il fatto che lui fin dall’inizio ha accettato di rendere pubblica la verità. Ha aperto un’indagine interna quando gli inquirenti erano ancora occupati nell’istruttoria. Ha parlato con le vittime e altre persone coinvolte nella vicenda e ha incaricato uno studio legale di verificare le accuse. Già nell’aprile 2018 Persico ha pubblicato sul sito della diocesi i nomi dei primi sospetti: 34 parroci e 17 collaboratori “accusati in modo credibile” di aver commesso personalmente abusi sessuali o di esserne stati a conoscenza e di aver taciuto. Nell’elenco di Persico c’è anche il nome di uno dei suoi predecessori, il vescovo Alfred Watson, che ha guidato la diocesi fino al 1982. Watson avrebbe detto a un sacerdote visto in compagnia di un bambino mezzo nudo: “Va’ a casa e sii un buon parroco”.

    A quel punto Persico si è messo a disposizione degli inquirenti come testimone ed è stato l’unico vescovo a presentarsi spontaneamente davanti al gran giurì. “La trasparenza è una cosa positiva solo se la si segue”, ci dice Persico ricevendoci nella sala riunioni della diocesi. Il vescovo ha anche fatto installare una linea telefonica dedicata alle vittime di abusi, riceve tutte le persone coinvolte e cerca di riparare torti fondamentalmente irreparabili.

    Sharon Tell aveva dodici anni quando fu toccata per la prima volta da James McHale, parroco della cittadina di Bethlehem, a più di cinquecento chilometri dalla sede diocesana. McHale si era occupato della madre di Sharon quando la donna era in ospedale. In seguito andava spesso a trovare la famiglia e veniva invitato in occasione di compleanni e altri festeggiamenti. Una volta andò addirittura in vacanza insieme ai Tell e nei fine settimana dormiva a casa loro. Sharon, che oggi ha 66 anni, dice che all’epoca i suoi genitori si fidavano del prete e che continuarono a non sospettare niente neanche quando cominciò a entrare di sera nella sua cameretta.

    Gli abusi cominciarono furtivamente. La prima volta McHale l’accarezzò attraverso il pigiama, le prese la mano e se la posò sui genitali. Sharon fece finta di dormire: non immaginava neanche che quello sarebbe stato l’inizio di vent’anni di abusi. Il sacerdote la violentò per la prima volta quando compì 18 anni, ma passarono decenni prima che lei riuscisse a parlarne ai genitori.

    Le aggressioni continuarono anche dopo che Sharon si era sposata e aveva avuto dei figli. Il prete andava da lei due volte alla settimana. Lei si rese conto di cosa le stava succedendo solo quando, dopo che il sacerdote era scomparso dalla sua vita, si rivolse a un centro di assistenza per le vittime di violenza sessuale, perché soffriva di un disturbo bipolare e delle conseguenze di un grave trauma.

    Crede ancora in Dio? Sharon Tell guarda fuori dalla finestra e risponde: “Ma certo, che domanda!”. Tuttavia, quando pensa alla chiesa cattolica, quando pensa al papa, ai cardinali e ai vescovi, vede un’istituzione marcia e corrotta fino al midollo. “La chiesa”, dice Sharon, “deve ricominciare da zero”.

    Intanto sono state annunciate indagini della magistratura o della polizia in altri otto stati americani. Gli attivisti hanno inviato lettere di protesta a Roma, hanno organizzato veglie a lume di candela e hanno chiesto spiegazioni al Vaticano. Hanno perfino organizzato una manifestazione davanti all’ufficio del vescovo Persico. Lui non ha cercato neanche una volta di sottrarsi alla rabbia dei fedeli. Quando gli chiediamo cosa pensa del papa, Persico spera che Francesco capisca cos’è successo qui: “Reagire con il silenzio non aiuta”.

    Arcidiocesi di Monaco e Freising, Baviera

    Una domenica mattina davanti alla Marienkirche, la cattedrale di Monaco di Baviera, sotto il sole estivo c’è chi alza già il suo boccale di birra. Ma all’interno dell’edificio regna un silenzio opprimente. Alla messa assistono, quasi dispersi tra i banchi, circa sessanta fedeli. La crisi della chiesa non si ferma nella capitale della Baviera. Meno di un terzo degli abitanti della regione dichiara ancora di essere di fede cattolica. All’arcivescovado qualcuno commenta: “La vera misura del disastro sarà evidente tra dieci anni”. E aggiunge che il papa, che va tanto volentieri nei paesi periferici della cristianità, farebbe bene a non dimenticare la Baviera: “Chi pensa solo a ciò che sta ai margini, si ritrova presto con un buco al centro”.

    In parte il problema dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera ha origine al suo interno. Per esempio si parla di un esponente in vista del clero cittadino che non si fa scrupolo di piazzare la sua amante al primo banco della chiesa. in città si mormora di preti apertamente omosessuali. E s’inveisce contro questo papa imprevedibile. Perfino in una regione tradizionalmente cattolica come la Baviera tutto questo aggrava la crisi di credibilità della chiesa.

    A ciò si aggiunge che il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e di Freising, un uomo potente e molto vicino al papa, non rende la vita facile ai fedeli bavaresi. A volte, scherzando sul suo stesso cognome, parla di un’imminente “rinascita del marxismo”. E quando è andato alla spianata delle moschee di Gerusalemme si è tolto dal collo il crocifisso per non irritare i padroni di casa musulmani.

    A settembre il cardinale ha presentato a Fulda un rapporto sugli abusi sessuali di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca. Lo studio riguarda casi avvenuti tra il 1946 e il 2014. Sfogliando i 38mila dossier provenienti da 27 diocesi tedesche emerge un quadro che danneggi ulteriormente l’immagine della chiesa. Dagli archivi delle diocesi sono venuti alla luce procedimenti per abusi sessuali ai danni di 3.677 minori, commessi da 1670 esponenti del clero. Più della metà delle vittime aveva meno di tredici anni all’epoca dei fatti. Ma si dice che i casi non denunciati siano ancora di più.

    Solo un terzo dei colpevoli degli abusi documentati è stato sottoposto ai procedimenti previsti dalla legge canonica. Molti sacerdoti accusati sono stati semplicemente trasferiti, senza che “la comunità di destinazione” fosse informata. Insomma, ai colpevoli di abusi sui minori sono state affidate parrocchie senza che i fedeli sapessero niente dei loro precedenti. Inoltre, i loro fascicoli sono stati spesso “distrutti o manipolati”.

    Il gesuita bavarese Hans Zollner fa parte della commissione del Vaticano contro gli abusi. Si mostra scosso, ma non troppo sorpreso dall’ultimo scandalo di pedofilia. “Francamente”, dice, “ormai mi stupisco poco. Naturalmente è insensato supporre che tutti i sacerdoti siano angeli in Terra, incapaci di fare del male”. Cosa consiglia Zollner? Dove, come negli Stati Uniti, la realtà delle cose è stata denunciata e affrontata con severità e gravi conseguenze “è poi emersa una consapevolezza accresciuta di questo problema e ci sono stati progressi significativi”. Degli oltre mille casi raccolti dal gran giurì della Pennsylvania, nel recente passato ce n’erano pochi ancora aperti.

    Roma, Città del Vaticano

    L’uomo che probabilmente sa già come andrà a finire questa vicenda si trova al primo piano del palazzo Apostolico, su una poltrona rococò ricoperta di velluto rosso e sovrastata da arazzi di seta e da un ritratto a olio di Francesco. È l’arcivescovo  Georg Gӓnswein. Nella sua qualità di prefetto della Casa pontificia, questo sacerdote venuto dalla foresta Nera – e soprannominato a Roma “il bel Giorgio” – è in contatto costante con Francesco. Ogni mercoledì, durante l’udienza generale del papa in piazza san Pietro, siede alla destra del pontefice. Ma allo stesso tempo, in qualità di segretario privato e coinquilino, è la persona in assoluto più vicina al papa emerito Benedetto XVI.

    Dal 2013 Gӓnswein è servitore di due padroni e oggi si trova in mezzo a un fuoco incrociato. Nel monastero Mater Ecclesiae, su un’altura all’interno del Vaticano, celebra la messa mattutina con Benedetto, il papa che si è battuto più di ogni altro contro gli abusi e ha allontanato dal servizio pastorale circa ottocento sacerdoti, anche se tutto questo è passato inosservato in Germania a causa dell’indignazione provocata dagli scandali per gli abusi nel monastero di Ettal e nel Canisius college. Dopo la messa Gӓnswein scende nel palazzo Apostolico e incontra Francesco, che invece è accusato di aver insabbiato gli abusi sessuali.

    Chi può saperne di più di Gӓnswein? È vero – come sostiene Viganò – che Benedetto XVI, quando sedeva sul soglio di Pietro, ha imposto sanzioni contro il cardinale McCarrick che poi sono state ritirate da Francesco? “Su questo cosiddetto memorandum Viganò non dice neanche una parola”, risponde Gӓnswein. Lo sa bene: in questa situazione senza precedenti nella storia, in cui all’interno delle mura vaticane ci sono due papi, qualsiasi cosa gli sfugga di bocca potrebbe danneggiare l’uno o l’altro.

    Ma come si comporta Francesco di fronte all’accusa mostruosa di aver mentito? E alla richiesta delle sue dimissioni? “Tanto per il suo spirito quanto per il suo modo di affrontare le cose, il papa iene prima di Viganò e sarà ancora lì dopo Viganò”, dice Gӓnswein.

    Ma quello che pensa davvero, Gӓnswein lo lascia intendere quando parla fuori dalle mura vaticane. L’11 settembre a Roma, in occasione della presentazione di L’opzione Benedetto, di Rod Dreher (secondo il New York Times “il libro più importante degli ultimi dieci anni in materia di religione”), l’alto prelato tedesco ha affermato che negli Stati Uniti lo scandalo degli abusi è stato una specie di 11 settembre della chiesa cattolica. Le anime ferite a morte e inguaribili delle numerose vittime “ci consegnano un messaggio che è ancora più grave di quanto lo sarebbe il crollo improvviso di tutte le chiese della Pennsylvania”.

    Per descrivere l’attuale situazione della chiesa cattolica, Gӓnswein ricorre a immagini forti, degne dell’Antico testamento. Vede avvicinarsi “una crisi davvero escatologica”, un “grande diluvio che sommerge il vecchio occidente cristiano” e la minaccia di “un’eclissi di Dio davanti alla quale noi tutti nel mondo proviamo terrore”. Potrebbe essere fondata, quindi, l’affermazione fatta nel 2012 da Benedetto XVI, secondo il quale ci dibattiamo nella più profonda crisi spirituale “dal tramonto dell’impero romano, verso la fine del quinto secolo: la luce del cristianesimo si sta spegnendo in tutto l’occidente”. Intanto l’uomo che deve tenere alta la fiaccola del cristianesimo si considera vittima. Il 18 settembre, durante la messa del mattino alla Casa santa Marta, Francesco spiega il suo silenzio di fronte alle accuse e paragona la sua situazione a quella del figlio di Dio moribondo: “Quando la gente lo insultava, quel venerdì santo, e gridava “crucifige!”, restava zitto perché aveva compassione di loro”. Perché, aggiunge, “nei momenti difficili, nei momenti in cui il diavolo si scatena dove il pastore è accusato, il pastore soffre, offre la vita e prega”.

    (Gli autori di questo articolo sono Marian Blasberg, Walter Mayr, Valentyna Polunina e Christoph Scheuermann. – Internazionale 7/13 dicembre 2018)

  • All’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il report “Italia” del marzo 2018 di “National Secular Society” che include anche i report della Rete L’ABUSO

    All’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il report “Italia” del marzo 2018 di “National Secular Society” che include anche i report della Rete L’ABUSO

    Nella sezione del 22 e 23 gennaio 2019, salirà sul “banco degli imputati” la Repubblica Italiana, la cui posizione sarà esaminata dal Comitato Onu per la Tutela del Fanciullo.

    Anche secondo le accuse recentemente formulate dal poll legale della Rete L’ABUSO (Diffida del 19.2.18 e esposto denuncia del 18.10.18), lo Stato italiano, oltre ad essere inadempiente di fronte a trattati internazionali e convenzioni di vario genere, attuerebbe nei confronti del fenomeno, politiche omissive che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento al fenomeno stesso.

    Di seguito, uno dei report sull’Italia agli atti delle Nazioni Unite, report che sarà incluso nella consultazione del prossimo 22 e 23 gennaio 2019, un report che contiene anche la documentazione e le ricerche della Rete L’ABUSO.
    Di seguito il documento di “National Secular Society” Report in lingua originale


    CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUI DIRITTI DEL BAMBINO

    RELAZIONE ALTERNATIVA SULL’ITALIA

    (report sul caso Italia)

    PREPARATO DALLA National Secular Society (UK)

    PRE-SESSIONE ALLA 80ª SESSIONE

    MARZO 2018

    NON ESISTE L’INDICE IN QUANTO IL MATERIALE SI RIFERISCE AL CLUSTER 4.

    4 Diritti civili e libertà (articolo 19)

    Autori

    1. Questo report è stato preparato dalla UK National Secular Society (“NSS”)

    Il presidente, Keith Porteous Wood e membro del Consiglio NSS Josephine Macintosh che ha parlato per l’NSS al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (“UNHRC”). Sig Porteous Wood ha lavorato presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e presso il Comitato per il Diritti del fanciullo, per assicurare che la Santa Sede sia stata esaminata dal Comitato, come non lo era stato per molti anni, e che il Comitato avesse tutto le informazioni necessarie per aiutarlo a compilare le sue osservazioni conclusive (1)

    Metodologia e approccio generale

    1. La National Secular Society lavora per la separazione tra religione e stato, e per uguale rispetto per i diritti umani di tutti, in modo che nessuno sia avvantaggiato o svantaggiato a causa delle proprie convinzioni. Dal 2016 siamo considerate un organismo consultivo speciale presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.
    2. Il nostro lavoro menzionato sopra, relativo alla Santa Sede e altrove, per esempio con la Chiesa anglicana, ci ha portato a concludere che l’abuso del clero è molto più diffuso di quanto non ci si accorga, e spesso nascosto da decenni. Questo occultamento è spesso dovuto a voti di segretezza e azioni legali aggressive adottate dal clero. Cerchiamo quindi di sensibilizzare e suggerire i modi in cui può essere ridotto al minimo.
    3. Abbiamo cercato le informazioni più affidabili e disponibili e, pur riconoscendo che ciò potrebbe non essere completo, abbiamo incluso informazioni validate da fonti diverse. Evidentemente l’assenza di informazioni ufficiali non significa l’assenza di un problema, anzi è probabile che sia il contrario, specialmente in Italia dove la cultura del clericalismo e il potere della Chiesa cattolica filtra la società civile, rendendo insensibile la capacità di quest’ultima di ritenere la Chiesa la causa.
    4. Riconosciamo che molti abusi (violenze sessuali e di altra natura da parte di adulti) nei confronti di minori avvengono in famiglia e molti si verificano anche in ambienti istituzionali non ecclesiastici. Chiaramente, le accuse credibili dovrebbero essere perseguite con tutta la forza della legge.
    5. Riconosciamo anche che l’abuso nelle organizzazioni ecclesiastiche non è limitato al cattolicesimo o ad organizzazioni cristiane, ma si estende a tutte le confessioni e le religioni a vari livelli. L’enfasi sugli abusi nelle organizzazioni cattoliche, in questo rapport, è in funzione del gran numero di istituzioni sotto l’egida della Chiesa cattolica e da parte degli Stati sono state riscontrate prove di abusi su scala significativa.
    6. Le organizzazioni ecclesiastiche sono suscettibili di attrarre in modo sproporzionato coloro che sono dediti a tali abusi; la dinamica del potere religioso/spirituale offre maggiori opportunità per perpetratori di abusare e nasconderlo; inoltre, tali organizzazioni possono più facilmente nascondere questo abuso, ad esempio attraverso la negoziazione di concordati (cfr in basso) che consentono espressamente la non divulgazione.
    7. Lo scopo di questa presentazione è di creare, nell’interesse delle vittime di tali abusi, una maggior parità di condizioni affinché tali istituzioni non godano dei privilegi che infatti permettono che molti abusi restino impuniti.

    LE NOSTRE PREOCCUPAZIONI

     

    A – Il livello di abuso clericale dei minori

    1. Non esistono informazioni ufficiali definitive sulla portata dell’abuso clericale dei minori in Italia, tuttavia, tre fonti di informazione sono contenute nell’appendice che fornisce un tentativo di evidenziarne la portata.
    2. L’Esempio 1 (vedi Appendice) mostra un estratto da un rapporto di RMIT University (Melbourne, Australia) Abuso sessuale infantile nella Chiesa cattolica: una rassegna interpretative della letteratura e dei rapporti di inchieste pubbliche scritti da due cattolici accademici. Concludono che “c’è stata la costante sottovalutazione del flagello dell’abuso clericale infantile da parte della Chiesa cattolica in Italia”.
    3. Questo rapporto attira l’attenzione su seri problemi di comportamento del Vaticano che è ragionevole presumere debba prevalere anche in Italia. Un esempio è “se un sacerdote è accusato dovrebbe pentirsi, e se si pentisse dovrebbe essere perdonato e ricollocato nella sua posizione. […] La preoccupazione dei funzionari della Curia Romana presenti all’incontro era di proteggere l’innocente sacerdote, per la loro convinzione che molte delle accuse erano false. […] Né potevano considerare l’idea che il ritorno i preti abusatori al ministero ha comportato un “rischio inaccettabile” per i bambini. Per colpa del loro approccio totalmente legalistico, non consideravano gli obblighi della Chiesa verso le vittime. […] per la Congregazione per la Dottrina della Fede, per esempio, gli abusi sessuali su minori sono classificati sotto l’etichetta “dei reati più gravi”, che includono reati come dissacrare un ostia, celebrare la messa con solo pane o solo vino, e concelebrare la Messa con sacerdoti non cattolici [apparentemente per quanto riguarda il primo come di uguale gravità per gli ultimi due]. Il sacerdote era una persona privilegiata sotto la legge canonica; la vittima non lo era.”
    4. L’Esempio 2 (Appendice) proviene da un’organizzazione italiana che cerca di sottoporre alla giustizia i preti cattolici pedofili in Italia. Mostra 120 condanne definitive per sacerdoti che hanno abusato di bambini negli ultimi 10 anni. Sono contrassegnati su una mappa dell’Italia, indicata da spilli rossi.
    5. L’Esempio 3 (Appendice) utilizza le informazioni statistiche sull’incidenza dell’abuso del clero prodotto nel 2009 dalla Santa Sede in evidenza al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite(2). Si stima che tra l’1,5% e il 5% del clero cattolico è stato coinvolto nei casi di abuso sessuale. Se questo è estrapolato in Italia, sasrebbe pari a ben 3.400 casi, e non meno di 1.000.
    6. Permettendo all’abuso endemico negli ambienti ecclesiastici di continuare indefinitamente e su scala così ampia, è inconcepibile che ciò non sia noto nelle istituzioni. Il Comitato sui diritti dell’infanzia ha scritto, nel 2014, sugli abusi su larga scala nelle istituzioni della Chiesa cattolica, molte delle quali presenti in Belgio. Ha affermato, nelle sue osservazioni conclusive alla Santa Sede, che “è ben noto che chi ha compiuto abusi sessuali su minori è stato trasferito di parrocchia in parrocchia o in altri paesi nel tentativo di coprire tali crimini, una pratica documentata da numerosi cittadini, commissioni d’inchiesta “e che” pone ancora i bambini in molti paesi ad alto rischio di abusi sessuali” (l’intero paragrafo si trova nell’Esempio 3 nell’Appendice).
    7. Restiamo convinti che la segnalazione obbligatoria – se organizzata e fatta in modo appropriato – è uno strumento prezioso, anzi essenziale, per aiutare a ridurre questo endemico abuso. Secondo Mandate Now, un’organizzazione rispettabile con sede nel Regno Unito: (4) “Un recente sondaggio su 62 nazioni ha coinvolto 33 nazioni sviluppate e 29 Nazioni in via di sviluppo. L’indagine ha rilevato, in generale, che, secondo Daro, D, (ed), World Perspectives on Child Abuse, 7 ed, International Society for the Prevention of Child Abuse and Neglect, Chicago, 2006, p 26 .: L’81,8% delle nazioni sviluppate aveva una qualche forma di segnalazione obbligatoria; Il 78,6% delle nazioni in via di sviluppo aveva una qualche forma di segnalazione obbligatoria; mediamente, l’80,3% delle nazioni partecipanti aveva una qualche forma di obbligatorietà nella segnalazione.”
    8. Pur riconoscendo che nessuna delle informazioni di cui sopra è conclusiva, prese congiuntamente forniscono sufficienti motivi di preoccupazione affinché il Comitato cerchi di richiedere allo Stato coinvolto di raccogliere informazioni per formulare raccomandazioni sulle “migliori pratiche” citate di seguito.

    B – Non c’è alcun obbligo per la Chiesa cattolica di denunciare gli abusi

    1. L’articolo 4 del Concordato Lateranense, come modificato nel 1984, afferma che “gli ecclesiastici non sono tenuti a divulgarli informazioni con i magistrati o con altri funzionari dell’autorità su persone o cose a loro rese note attraverso l’esercizio delle loro ministero”. Maggiori dettagli sono riportati nella Sezione B dell’Appendice, tra cui un articolo di conferma da Catholic News.

    LE NOSTRE RACCOMANDAZIONI

    1. Viene richiesto allo Stato coinvolto:
    2. di fornire informazioni supplementari e attuali sul livello di abuso del clero nello Stato;
    3. di stabilire un meccanismo per monitorare il livello delle accuse degli abusi clericali in futuro, compresa la registrazione degli anni in cui il presunto abuso ha avuto luogo;
    4. di stabilire quali misure sta prendendo lo Stato per garantire che il numero di sacerdoti contro i quali erano state mosse plausibili accuse di abuso di minori, sono stati consegnati alla giustizia;
    5. di dichiarare quali misure procedurali sta prendendo lo Stato per aumentare la futura incidenza di procedimenti giudiziari vincenti per abuso del clero.
    1. Il Comitato raccomanda allo Stato coinvolto:
    2. dove un individuo ha una posizione di fiducia personale verso i bambini e mentre questi bambini sono affidati alle sue cure, l’individuo ha ragionevoli motivi per conoscere o sospettare che sia stato commesso un abuso, o abuso fisico o sessuale, per negligenza intenzionale verso tali bambini, si rende obbligatorio denunciare questo alle autorità designate per proteggere i bambini entro sette giorni. Se, tuttavia, il bambino è considerato in pericolo di danno o danno significativo, la questione dovrebbe essere immediatamente segnalata alla polizia. Il mancato rispetto di tale rapporto costituisce un reato per il quale dovrebbe essere prevista un’appropriata sanzione.
    3. agire per rendere obbligatorio, anche in ambienti clericali, per tutti gli accusati di abusi sessuali su minori, noti e sospetti, di essere rimossi dai luoghi o da contatti con i bambini, e la questione segnalata con urgenza a livello regionale o statale all’autorità come descritto in a. sopra.
    4. Adottare misure appropriate per promuovere il recupero fisico e psicologico e il reinserimento sociale di un bambino vittima di: qualsiasi forma di negligenza, sfruttamento, o abuso; tortura o qualsiasi altra forma di trattamento crudele, inumano o degradante o punizione, come previsto dall’articolo 39 della Convenzione sui diritti dell’infanzia. Noi raccomandare che ciò includa un adeguato risarcimento.

    APPENDICE

    Questa appendice contiene fonti di informazioni che suggeriscono un problema significativo di abusi sessuali del clero contro minori.

    A – Il livello di abuso clericale dei minori

     

    ESEMPIO 1

    Desmond Cahill e Peter Wilkinson, “Abuso sessuale infantile nella Chiesa cattolica: una rassegna interpretative della letteratura e dei rapporti di inchieste pubbliche”, Center for Global Scuola di Ricerca di Studi Globali, Urbani e Sociali, RMIT University, Melbourne, Agosto 2017. (5)

    Estratto da pp. 92-93

    Pagina 92

    “[…] Elemento costitutivo dei numerosi malintesi con autorità della Santa Sede è stata la costante sottovalutazione del flagello dell’abuso clericale dei bambini da parte della Chiesa cattolica in Italia anche se diversi libri hanno documentato la questione in una certa misura (Agnoli 2011; Andreoli 2010; Cucci & Zollner 2010; Introvigne 2010, Introvigne e Marchesini 2014), di cui uno di un autore anonimo nel 2010 intitolato Il Peccato Nascosto: Lo Scandalo dei Preti Pedofili e I Silenzi della Chiesa (The Hidden Sin: The Scandal of Preti pedofili e i silenzi della Chiesa) (Anonimo 2010). […] Quanto è grave il problema in Italia è impossibile da dire, perché non ci sono fonti affidabili. Gli articoli sui giornali continuano a diffondersi, come documentato sul sito web di bishops.accountability (6) ma non è ancora stato definito un insieme di eventi per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sulla questione. La popolazione cattolica italiana è sempre stata consapevole dei peccati sessuali dei suoi sacerdoti.

    [pagina 93]

    L’autore anonimo suggerisce che il problema dell’abuso sessuale da parte del clero è “tanto numeroso quanto è sconosciuto”. Dopo aver documentato cinque casi studio irlandesi di preti, l’anonimo ne documenta cinque Casi italiani: don Ruggero Conti, sacerdote di 56 anni dell’arcidiocesi di Roma; Don Giorgio Carli, un prete della diocesi di Bolzano; Don Mauro Stefanoni della Diocesi di Como; don Pierino Gelmini, noto prete per aver fondato una comunità per combattere la droga; e don Luciano Alloisio, amministratore di un istituto salesiano a Torino. Per quanto riguarda l’assistenza residenziale, non ci sono informazioni. “

    ESEMPIO 2

    The Local, “Centinaia di preti pedofili italiani emergono in una mappa scioccante”, 3 marzo 2016 (7)

    “Un’organizzazione italiana che cerca di assicurare alla giustizia i preti cattolici pedofili in Italia ha sviluppato una mappa dettagliata che mostra tutti i casi segnalati negli ultimi 10 anni. La mappa dell’Italia sottostante dipinge un’immagine molto inquietante. Solo nell’ultimo decennio, ci sono state 120 condanne definitive, segnate sulla mappa da spilli rossi, contro i pedofili tra il clero. Spille gialle indicano casi di abuso che sono stati confermati da un tribunale, ma il perpetratore non è stato condannato, più comunemente a causa di cause giudiziarie cadute in prescrizione. Spille nere segnano casi in cui sacerdoti stranieri in Italia, che sono sotto inchiesta all’estero, e sono protetti dal Vaticano. I casi possono essere trovati in tutte le aree del paese.

    Foto: L’Abuso

    L’Abuso, un’associazione italiana per le vittime della pedofilia da parte di sacerdoti, ha raccolto le cifre dai dati dai tribunali. Ma i casi mostrati sulla mappa sono solo la punta dell’iceberg, ha dichiarato a The Local il Presidente dell’Associazione, Francesco Zanardi. “L’effettiva portata del problema è sconosciuta e abbiamo solo dati per l’ultimo decennio – ma dà un’idea di quanto sia diffuso.”

    Zanardi spera che la mappa aiuti a convincere gli italiani della necessità di condurre finalmente i chierici che abusano di bambini ad essere giudicati dal sistema di giustizia civile. “Il governo italiano ha un trattato con il Vaticano, il che significa che i preti non sono obbligati a segnalare abusi sessuali su minori. In altri paesi questo è un crimine grave di per sé – ma in Italia è solo la norma.”

    La maggior parte delle indagini sull’abuso di bambini da parte della Chiesa in Italia si svolgono quindi dietro a un muro di segretezza nei tribunali ecclesiastici vaticani.

    Una volta giudicato colpevole da una corte vaticana, i preti abusatori non vengono ridotti allo stato laicale e incarcerato. Vengono invece inviati in una nuova diocesi dove l’abuso può ripetersi.

    Questo processo fu persino incoraggiato attivamente dall’istituzione stessa quando il cardinale Joseph Ratzinger inviò una lettera a tutti i vescovi, nel 2001, incoraggiandoli solo a segnalare I casi sospetti di abusi ai tribunali ecclesiastici, a pena di scomunica. Ratzinger divenne Papa Benedetto XVI quattro anni più tardi prima di dimettersi nel 2013.

    Ma gli italiani stanno diventando più critici rispetto agli sforzi della Chiesa per affrontare la pedofilia dal suo interno, grazie alla notevole copertura mediatica del problema.

    In primo luogo, le indagini in corso sul capo della finanza del Vaticano George Pell, che sta ancora lavorando per la Chiesa nonostante ci siano molte prove che suggeriscono che egli ha  coperto anni di abusi mentre operava come sacerdote nello stato australiano di Victoria.

    In secondo luogo, il successo degli Oscar di domenica del film “Spotlight”, che ha ottenuto due riconoscimenti come miglior film e miglior sceneggiatura. Il film racconta la storia di una squadra di giornalisti che lavorando per il Boston Globe ha denunciato per la prima volta l’abuso a livello endemico di bambini in America nel 2003.

    “Sono lieto che le indagini in corso sul cardinale Pell e il recente successo di Spotlight hanno fatto sì che i media italiani parlino di più del problema, ma c’è ancora molto da fare”, ha ditto Zanardi, aggiungendo che dubitava che papa Francesco avrebbe fatto qualcosa per cambiare le leggi rispetto alla segnalazione di abuso.

    Da quando è diventato pontefice nel 2013, Jorge Mario Bergoglio ha cercato di migliorare l’immagine della Chiesa cattolica, ma i critici dicono che non ha affrontato sufficientemente il problema degli abusi sui minori e non ha fatto abbastanza per creare un dialogo con le vittime.

    “È davvero ridicolo,” aggiunse Zanardi.

    “Conosciamo gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica da 15 anni ed è ora di affrontarli. La Chiesa deve essere costretta a portare nei tribunal civili coloro che abusano dei bambini  – ma se ciò accade sarà un miracolo, nessun gioco di parole.”

    ESEMPIO 3

    Alla dodicesima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (8), l’ International Humanist and Ethical Union ha attirato l’attenzione sulla diffusione degli abusi di minori da parte di religiosi cattolici e ha accusato la Santa Sede di “diffusi tentativi di coprire casi di presunti abusi sui minori perpetrati da membri del suo clero e ordini religiosi” (9).

    L’oratore era Keith Porteous Wood, un coautore di questo rapporto.

    Il rappresentante della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra ha rilasciato una dichiarazione come un diritto di replica a quanto sopra che leggi, in parte:

    “Dalle ricerche disponibili ora sappiamo che negli ultimi cinquanta anni tra l’1,5% e il 5% del clero cattolico è stato coinvolto in casi di abuso sessuale.” (10)

    Secondo una fonte ci sono circa 68.000 sacerdoti e religiosi di sesso maschile in Italia. 5% di questo equivale a 3.400. Anche l’1,5% di esso equivale a oltre 1.000.

    B – Non c’è alcun obbligo per la Chiesa cattolica di denunciare gli abusi

    Concordat Watch (fonti note sulla pagina Web(11))

    Nel maggio 2012, la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha dichiarato nelle sue linee guida sulla protezione dei minori (12) che ai sensi degli articoli 2.1 e 4.4 di questo concordato i suoi preti non hanno alcun obbligo di riferire sospetti abusi alla polizia.

    Per il Concordato Lateranense modificato nel 1984:

    “Articolo 4.

    Gli ecclesiastici non sono tenuti a divulgare ai magistrate, o a qualsiasi altro funzionario competente, alcuna informazione su persone o fatti a loro noti attraverso l’esercizio del loro ministero”

    Quanto sopra è confermato qui sotto:

    Carol Glatz, “Nessuna segnalazione obbligatoria nelle norme italiane per la gestione delle accuse di abuso”, Catholic News Service, 4 aprile 2014 (13)

    “ROMA (CNS) – La conferenza episcopale italiana ha incoraggiato i suoi membri a collaborare con autorità civili in caso di abusi sessuali da parte del clero, ma ha affermato che i vescovi non hanno alcun obbligo legale di segnalare denunce di abusi alla polizia o ad altre autorità civili. [grassetto aggiunto]

    Inoltre, le nuove norme della chiesa italiana dicono che i vescovi “sono esonerati” dal rilasciare documenti statali in loro possesso o informazioni connesse a casi di abuso..

    Le Linee Guida prevedono che poiché un vescovo non è un pubblico ufficiale e non è incaricato di “pubblico servizio”, non ha l’obbligo giuridico – salvo per un dovere morale di contribuire al bene comune – di riferire alle autorità giudiziarie civili notizie che ha ricevuto in merito questioni illecite” di abuso sessuale.

    Le linee guida sono le prime norme nazionali pubblicate dalla conferenza episcopale italiana per trattare gli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti. Le linee guida sono state pubblicate sul sito web della conferenza il 28 marzo dopo essere state approvate dai vescovi a gennaio.

    Le direttive, di circa cinque pagine, affermano che “il triste e serio fenomeno degli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti richiede un rinnovato impegno da parte della chiesa, chiamata ad affrontare la questione con spirito di giustizia, in linea con il presente linee guida”.

    “Il vescovo che riceve una denuncia di abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari”, hanno detto le norme, assicurando loro che il caso sarà trattato in modo giusto, offrendo loro sostegno spirituale e psicologico e rispettando la libertà della vittima di intraprendere “azioni giudiziarie”.

    I vescovi hanno promesso che sarebbe stata data maggiore attenzione allo scambio di informazioni quando i candidati alla vita sacerdotale o religiosa sono trasferiti da un seminario all’altro o da una diocesi o istituto religioso a un altro. Non ha suggerito lo stesso tipo di scambio di informazioni nel caso del trasferimento di uomini già ordinati.

    “Il vescovo tratterà i suoi sacerdoti come un padre e un fratello”, hanno detto le norme, “prendendosi cura della loro formazione permanente e in modo tale che possano apprezzare e rispettare la castità e il celibato”.

    Le linee guida dicevano che durante ogni indagine canonica, il vescovo ha il diritto di fare tutto ciò che ritiene necessario per evitare il rischio di possibili ulteriori abusi. “Il semplice trasferimento del sacerdote in genere finisce per essere inadeguato” come risposta, affermano le norme, a meno cheil trasferimento non comporti “il sostanziale cambiamento delle sue funzioni”.

    “È importante che il vescovo collabori con le autorità civili” quando sono in procinto di condurre un’indagine o un processo penale, affermano le norme. Tuttavia, “i vescovi sono esonerati dall’obbligo di consegnare o mostrare documenti riguardanti ciò che sapevano o che sono in loro possesso” a causa delle disposizioni dei Patti Lateranensi, un trattato formale tra l’Italia e la Santa Sede.

    L’accordo tra i due stati, firmato nel 1929 e modificato nel 1984, afferma che l’Italia riconosce la “piena libertà della Chiesa cattolica di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritatevole” e il ministero, e rispetta la sua giurisdizione nelle questioni ecclesiastiche. Il patto stabilisce inoltre che, a causa della natura particolare del loro ministero, i ministri della chiesa non devono fornire alcuna informazione ai giudici o alle autorità statali.

    Le autorità giudiziarie possono chiedere informazioni su quali procedure canoniche sono state eseguite, ma non possono disporre che tali documenti o gli archivi completi dei vescovi siano  “mostrati o sequestrati”. Tuttavia, secondo le norme, i vescovi possono volontariamente comunicare singole parti di informazione.

    Le linee guida stabilivano anche che la Santa Sede e la conferenza episcopale italiana nel suo complesso “respingevano ogni responsabilità, diretta o indiretta, per eventuali casi di abuso”.

    Le linee guida sono state redatte dopo che la Congregazione per la Dottrina della Fede del Vaticano ha ordinato che i vescovi di ogni nazione e regione abbiano procedure chiare e coordinate per proteggere i bambini, assistere le vittime di abusi, occuparsi di preti accusati, formare il clero e cooperare con le autorità civili.

    I vescovi italiani hanno presentato brevi orientamenti alla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2012. La Congregazione ha dato una serie di suggerimenti e cambiamenti, che si riflettono nelle norme finali, hanno detto i vescovi italiani.

    Descrivendo l’abuso sessuale dei minori come “un crimine perseguito dalla legge civile”, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha detto che i vescovi dovrebbero seguire le leggi locali quando richiedono di denunciare casi di abusi sessuali alla polizia..

    Il Vaticano ha insistito sul fatto che la legge ecclesiastica impone ai vescovi e ai superiori religiosi di obbedire leggi locali sulla segnalazione di crimini sospetti; tuttavia, ha anche detto che dove la segnalazione non è obbligatorio e la vittima non vuole andare alla polizia, i desideri della vittima devono essere rispettati.

    Alcuni paesi hanno norme più severe, per esempio “nei casi in cui vi è un sospetto giustificato” di abuso, i vescovi della Svizzera hanno detto che la chiesa dovrebbe andare alla polizia, “a meno che la vittima o il suo rappresentante non si oppongano”.

    Tuttavia, hanno aggiunto, se sembra che ci sia un “pericolo immediato” di un funzionario della chiesa che abusa sessualmente di un bambino, la polizia deve essere informata.

    Il cardinale Sean P. O’Malley di Boston, membro della nuova Pontificia Commissione per La Tutela dei Minori, istituita da Papa Francesco, ha detto che uno dei compiti della commissione è formulare raccomandazioni sulla cooperazione dei funzionari della chiesa con le autorità civili “.

    FINE RAPPORTO

    https://tbinternet.ohchr.org/_layouts/treatybodyexternal/Download.aspx?symbolno=INT%2fCRC%2fNGO%2fITA%2f31110&Lang=en

  • “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

    “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

    “Der Spiegel” pubblica oggi diciannove pagine di un’inchiesta dedicata al Pontefice regnante, intitolata “Non dire falsa testimonianza. Il Papa e la Chiesa nella sua crisi più grande”. Nell’articolo, di cui traduciamo qualche paragrafo dalla versione inglese pubblicata da Maike Hickson su LifeSite News si punta l’attenzione sulle mancanze di papa Bergoglio, soprattutto in tema di abusi sessuali.

    Una larga parte dell’articolo è centrato su interviste a vittime di abusi clericali a Buenos Aires, la diocesi di cui Bergoglio era arcivescovo fino all’elezione nel marzo 2013. Scrive Maike Hickson che “Der Spiegel è sorprendentemente critico di papa Francesco per quanto riguarda il suo governo in generale, compresa la sua attitudine ambigua in molti campi – fra cui la comunione ai protestanti e la comunione per i divorziati risposati, e ricorda le parole attribuite al Pontefice, il suo timore “di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa”. “Der Spiegel” ricorda inoltre il caso di padre Inzoli, il sacerdote abusatore condannato dalla giustizia italiana, e “graziato” per un certo periodo dal papa contro il parere del card. Müller, il party omosessuale con droga del segretario del fedele card. Coccopalmerio, lo scandalo della copertura a McCarrick e la posizione anomala di uomini di fiducia del Pontefice come i cardinali Maradiaga e Errazuriz. Questa disamina così impietosa e fattuale del giornale tedesco è interessante perché rappresenta una crepa nell’omertà giornalistica che i Main Stream Media hanno riversato sul Pontefice fino ad oggi.

    I giornalisti di “Der Spiegel” hanno viaggiato in Argentina, a Monaco e altrove per raccogliere notizie. Hanno parlato con una donna di La Plata, Julieta Anazco vittima di abusi da parte di un prete, che come ha scoperto in seguito, era stato trasferito per le accuse di abuso sui minori. Julieta ha sofferto molto per questo episodio, è andata in terapia ed è membro adesso di una “Rete di sopravvissuti agli abusi ecclesiastici”.

    Scrive il giornale: “Nel 2013, poco dopo che Bergoglio è stato eletto papa, Julieta Anazco e altre tredici vittime di padre Gimenez scrissero una lettera in cui descrivevano che cosa era accaduto loro, e perché ancora vivessero sotto depressione; e ci fossero stati tentativi di suicidio; o perché alcuni di loro si fossero dati a consumare droga, mentre il prete accusato continuava a celebrare messa ed era a contato con bambini”.

     La lettera è stata inviata con raccomandata e ricevuta di ritorno nel dicembre del 2013, e tre settimane più tardi giunse la conferma della ricezione. Poi, più nulla. Non una parola. Il prete accusato però fu trasferito in una casa di riposo per persone anziane, dove “ancora si mostra ai giornalisti vestito in talare. Continua a celebrare messa ed è rispettato” scrive il giornale.

    “Der Spiegel” spiega che “durante il periodo in cui Bergoglio era cardinale, molte vittime d abusi a Buenos Aires si sono rivolte a lui per aiuto; a nessuno è stato permesso vederlo”. Attualmente sono in corso sessantadue processi contro preti argentini per abusi. “Il numero delle loro vittime potrebbe raggiungere le migliaia”. Spiega Julieta: “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vogliamo raggiungere il Papa, ma lui non è interessato a noi”.

    Interessante una riflessione, contenuta nell’articolo, di Juan Pablo Gallego, un eminente avvocato difensore delle vittime, secondo cui “Francesco è ora in esilio a Roma, avendo trovato rifugio (con immunità), per così dire laggiù. In Argentina dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e abusatori di minori”.

    Gallego ha parlato con “Der Spiegel” del caso di padre Grassi, per cui vi rimandiamo a questo link. Secondo Gallego, Jorge Mario Bergoglio è stato per anni confessore di padre Grassi, e ha ordinato una contro-inchiesta per difendere il prete che sta scontando quindici anni per abusi, e “per criminalizzare le vittime”. Che è quanto il Pontefice ha fatto nel caso del Cile, definendo “calunniatori” quelli che chiedevano giustizia per gli abusi del vescovo Barros. En passant: questa frase dell’avvocato può contribuire a spiegare il mistero di un Pontefice che dopo cinque anni dall’elezione non sembra avere nessuna intenzione di fare un salto a casa…

    Da Rosso Porpora del collega Giuseppe Rusconi abbiamo una notizia interessante:

    “Da Accattoli è venuta un’indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata ‘risposta’ della Santa Sede al memoriale di Carlo Maria Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione”. Luigi Accattoli ex vaticanista del Corriere della Sera è uno dei colleghi più entusiasticamente filo-Bergoglio in una platea in cui questo genere di persone non fa difetto. Storicamente molto legato alla Segreteria di Stato e all’ala più progressista e sinistra della Chiesa (il suo grande amico e collega, il compianto Giancarlo Zizola, attribuiva il suo ingresso al Corriere al card. Achille Silvestrini, allora Ministro degli Esteri e in seguito king-maker per Bergoglio) un’indiscrezione del genere ha indubbiamente valore. Sarà curioso vedere se è come sarà corretto o smentito, o spiegato, il resoconto del colloquio fra Viganò e il Papa il 23 giugno 2013, quando Viganò spiegò chiaramente che genere di criminale fosse McCarrick, e come Benedetto XVI lo avesse sanzionato.  (di Marco Tosatti su www.marcotosatti.com)

    “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

  • Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    BUENOS AIRES, Argentina (AP) – Il ruolo di Papa Francesco nel caso più famoso dell’Argentina relativo agli abusi sessuali, è sottoposto a un nuovo esame mentre affronta la più grande crisi del suo papato sulla tormentata eredità  della copertura della Chiesa cattolica di accuse, e accuse a lui stesso di essersi schierato con l’imputato.

    Francesco, che all’epoca era ancora il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel 2010 commissionò uno studio forense di quattro volumi, più di 2.000 pagine, su un caso giudiziario contro un prete condannato,  lo studio concluse che il prete era innocente, che le sue vittime mentivano e che il caso mai avrebbe dovuto andare in giudizio.

    La chiesa argentina afferma che lo studio ottenuto dalla Associated Press – volumi rilegati completi di riproduzioni di dipinti di Johannes Vermeer sulle copertine – era solo per uso interno alla chiesa. Ma i volumi presumibilmente finirono sulle scrivanie di alcuni giudici di corte argentini che stavano governando sugli appelli del reverendo Julio Grassi.

    Nonostante lo studio, la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato la condanna e la condanna a 15 anni di prigione contro Grassi, un sacerdote considerato una celebrità che gestiva case per bambini di strada in tutta l’Argentina.

    Lo studio, e il ruolo di Francesco nel caso Grassi, hanno assunto una nuova rilevanza dopo le accuse di un ex nunzio apostolico vaticano per le quali Francesco, e una lunga fila di funzionari vaticani prima di lui, coprirono la cattiva condotta sessuale di un eminente cardinale statunitense.

    Né Francesco né il Vaticano hanno risposto alle accuse secondo cui Francesco avrebbe riabilitato l’ex-cardinale Theodore McCarrick dalle sanzioni nel 2013. Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento sul ruolo di Francesco nel caso Grassi.

    In un’intervista esclusiva con AP, la vittima di Grassi, Gabriel, ha detto che sta ancora aspettando che Francesco riconosca il suo dolore, dato che la Corte Suprema ha ora stabilito che è stato aggredito da Grassi quando aveva 13 anni.

    “Mi piacerebbe che la chiesa dicesse qualcosa, anche se non mi aspetto che succederà”, ha detto Gabriel a AP, seduto accanto al suo psichiatra. “Nessuno mi ha mai contattato,” disse. “Nessuno si è disturbato.”

    Francesco, l’ex arcivescovo di Buenos Aires, non era il vescovo di Grassi e non aveva alcuna responsabilità diretta per lui. Ma nel 2006, è stato citato dalla scomparsa rivista argentina Veintitres dove aveva affermato che le accuse contro Grassi erano “accanimento informativo contro di lui, una condanna da parte dei media”.

    Disse che avrebbe trattenuto il giudizio in attesa dell’esito del processo, ma lo stesso Grassi testimoniò che Bergoglio “non mi lasciò mai la mano” durante il processo legale.

    Sotto la presidenza di Bergoglio, la conferenza episcopale argentina nel 2010 ha arruolato un avvocato penalista argentino, Marcelo Sancinetti, per indagare su una contro-inchiesta nel caso dei pubblici ministeri contro Gabriel e altri due ex-residenti delle case di Happy Children di Grassi i cui casi sono stati considerati nel processo iniziale.

    Nello studio, Sancinetti ha concluso che non solo le accuse contro Grassi non erano sufficientemente provate, “la falsità di ognuna delle accuse è oggettivamente verificabile”.

    Nei quattro tomi, che sono stati prodotti in una clip annuale dal 2010 al 2013, Sancinetti ha accusato Gabriel di aver cambiato la sua storia e di tentare di estorcere Grassi. Ma una corte anni prima aveva già rigettato una causa intentata da Grassi accusando Gabriel di estorsione.

    Sancinetti ha paragonato “gli attuali processi, e le condanne con frasi severe, basate esclusivamente sulla parola di una persona che si definisce vittima di abusi sessuali, ai processi per stregoneria del Medioevo”. E nel volume finale e sul sito web del suo studio legale, Sancinetti ha detto che Francis in particolare aveva commissionato il lavoro. Non ha risposto a più richieste di commenti.

    La Corte suprema argentina non fu d’accordo con l’analisi di Sancinetti e il 21 marzo 2017 confermò la condanna di Grassi per aver abusato sessualmente e corrotto Gabriel.

    Attraverso le lacrime, Gabriel aveva testimoniato che in due diverse occasioni nel 1996 il sacerdote una volta lo aveva accarezzato, e poi aveva fatto sesso orale con lui nel suo ufficio.

    Gabriel, che per un certo periodo è stato inserito nel programma di protezione dei testimoni in Argentina dopo aver subito un attacco, attacchi fisici e minacce, ha detto di essere rimasto scioccato quando Grassi ha testimoniato che Bergoglio “non mi ha mai lasciato andare la mano”.

    “Eravamo tutti come ‘wow!’ Era Bergoglio “, ha detto.

    Gabriel ha detto che lui e il suo avvocato hanno consegnato una lettera indirizzata a Francesco due mesi dopo essere stato eletto primo papa dell’America Latina, portandolo all’ambasciata del Vaticano a Buenos Aires l’8 maggio 2013.

    Nella lettera, Gabriel si è identificato come vittima di “crimini aberranti di abusi sessuali ripetuti e corruzione” da parte di Grassi.

    Si è lamentato che i dettagli del suo abuso erano stati esposti dallo studio, che lo ha “denigrato” personalmente e ha contraddetto la politica dichiarata “tolleranza zero” sia di Papa Benedetto XVI che di Francesco.

    “Ho sofferto e continuo a soffrire”, ha scritto.

    Ha chiesto un’udienza con il papa “e ti prego sinceramente per la compassione e l’aiuto nel recuperare la mia fede”.

    Non ha mai ricevuto una risposta. In realtà, il suo avvocato ha detto che sono stati minacciati dall’ambasciata e non sanno cosa ne è stato della lettera.

    Alla domanda sul perché la conferenza episcopale argentina abbia commissionato lo studio, una portavoce della conferenza ha detto che è stato per aiutare i vescovi a capire meglio il caso.

    “La conferenza episcopale ha ritenuto che potesse fornire ulteriori informazioni in vista della procedura canonica”, ha detto la conferenza in una dichiarazione rilasciata alla AP.

    Un tale studio, tuttavia, sarebbe impensabile per l’uso in un processo canonico. Mentre i processi alle chiese utilizzano le indagini di polizia e prove dai tribunali laici, un contro-studio commissionato da un’intera conferenza episcopale potrebbe incorrere in problemi di giurisdizione a un processo canonico, hanno detto i canonisti.

    Inoltre, l’avvocato di Gabriel, Juan Pablo Gallego, ha detto che i libri sono finiti sulle scrivanie di alcuni giudici argentini che hanno deciso gli appelli di Grassi e hanno rappresentato quello che ha definito un palese, sebbene infruttuoso, tentativo di lobbying.

    La diocesi di Moron, che era responsabile di Grassi, aveva a lungo difeso la sua decisione di mantenerlo nel ministero anche dopo l’inizio del processo dicendo che non voleva pregiudicare il risultato.

    Diciotto mesi dopo che l’alta corte argentina si è pronunciata contro di lui, Grassi rimane un prete mentre serve la sua condanna a 15 anni nel carcere di Unidad 41 de Campana, nella provincia di Buenos Aires.

    La diocesi di Moron ha detto che Grassi è stato rimosso dalle funzioni pastorali quando è iniziato il processo e che ora è stato escluso dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico. La diocesi ha detto all’AP che il caso canonico è ora con la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio del Vaticano che gestisce i casi di abuso sessuale.

    Julieta Anazco, presidente della rete Argentina di sopravvissuti agli abusi del clero, ha detto che il caso Grassi è stato uno spartiacque per l’Argentina dal momento che le vittime si sono scontrate con un sacerdote considerato una celebrità, che aveva il sostegno dell’élite cattolica argentina, e ha subìto l’umiliazione pubblica di essere accusato di cercare solo denaro.

    “Hanno reso più facile la nostra lotta per noi”, ha detto. “Grazie alla loro lotta, molti di noi sono stati incoraggiati a denunciare (i nostri abusatori) pubblicamente”.

    Ha citato il recente caso di vittime sorde dell’ormai noto istituto Antonio Provolo che si è fatto avanti per denunciare abusi da parte dello stesso prete italiano, accusato da alcuni studenti del Provolo italiani, che nel 2014 hanno allertato Francesco e il Vaticano del luogo dove si trovava. La polizia argentina ha arrestato don Nicola Corradi e fatto irruzione nelle scuole di Provolo.

    “Prima che papa Francesco possa emanare la responsabilità per i vescovi e gli altri leader della chiesa, deve essere all’altezza del danno che lui stesso ha causato alle vittime in Argentina”, ha detto Anne Barrett Doyle della risorsa online Bishop Accountability, che ha raccolto la documentazione sul caso di Grassi.

    Il caso ha paralleli con quello del vicino Cile, dove Francis ha difeso ripetutamente un vescovo accusato di coprire per il più famoso predatore del paese, il Rev. Fernando Karadima. Francesco screditò le vittime di Karadima, che pose il vescovo Juan Barros sulla scena del loro abuso, dicendo che le loro accuse erano “calunnia”.

    Alla fine Francesco riconobbe di aver commesso “gravi errori di giudizio” su Barros, si scusò con le vittime e lanciò un’indagine del Vaticano che portò tutti i vescovi attivi del Cile a offrire le dimissioni.

    Non ha offerto nessun mea culpa sul caso Grassi. Gabriel, che fa lavori saltuari non in regola, e non ha carte di credito, sta aspettando.

    “Sono cattolico, ma sì, ci sono momenti in cui non so se la chiesa mi rappresenta”.

    (Traduzione con Google)

    http://www.newser.com/article/08f0f88f03b7470b8117cef48e11aa73/pope-role-in-study-of-argentine-sex-abuse-case-in-spotlight.html

  • Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    di Alessandro Rico

    L’annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.

    Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Padrick O’Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l’arcivescovo di Los Angeles Josè Horacio Gòmez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.

    Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un’operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell’ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell’organo diretto dal cardinale O’Malley a mettere in rilievo che “le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l’attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l’opportunità per porre l’attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione”. Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per “indagare i casi particolari”. Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.

    L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono “nel panico”, ribadendo la propria fiducia nell’onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito “inadeguata” l’evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel “giudicate da soli”, divenuto pochi giorni dopo “silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo”). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l’episcopato non avrebbe “assolutamente alcuna credibilità nell’affrontare questo argomento”. Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla,, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland,  oltre che da parte dell’ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all’abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell’ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l’ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l’inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.

    È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l’approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo – giustamente – più odioso per l’opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l’omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l’81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che “gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay”.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un prete pedofilo ai tempi dell’Argentina. L’ipotesi choc che emergerebbe da un documentario

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un sacerdote pedofilo.

    Un fatto che sarebbe avvenuto in Argentina, prima che l’arcivescovo di Buenos Aires venisse eletto al soglio di Pietro.

    Quanto pubblicato anche da Dapospia in queste ore pare destinato a costituire un ulteriore elemento di discussione: la televisione tedesca Zdf ha optato per mandare in onda un video che accuserebbe Bergoglio, in relazione ai suoi trascorsi argentini, di aver “ignorato le vittime degli abusi provando a coprire un prete pedofilo”.

    “Il documentario – si legge su DagoNews, che ha ripreso un pezzo del sito conservatore Lifesite news – è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia”.

    Nello specifico, è la seconda metà dell’opera di Boudot a sviscerare la questione appena accennata. L’allora arcivescovo di Buenos Aires, all’interno di un libro scritto a quattro mani, ha sostenuto la mancanza di sacerdoti abusatori all’interno della sua diocesi di competenza: “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”, avrebbe scritto l’ecclesiastico, che è poi divenuto pontefice della Chiesa cattolica.

    Virgolettati che sarebbero stati messi in discussione poco dopo: “…Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage”.

    La tesi ipotizzata, che scotterebbe non poco, è la seguente: il gesuita argentino non solo non avrebbe mai replicato alle richieste d’aiuto provenienti dalle vittime, ma avrebbe anche “provato a deviare il corso della giustizia”. “Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime – si legge sempre sul sito citato – i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde”. Una “contro – inchiesta”, in sintesi, che potrebbe essere servita per tentare di orientare il giudizio dei giudici.

    A presiedere la commissione dell’episcopato – viene specificato nel pezzo – sarebbe stato proprio Jorge Mario Bergoglio. Pare, poi, che una delle vittime abbia sostenuto che Grassi potesse contare sulla copertura dell’argentino: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Il Papa, incontrato a Piazza San Pietro da alcune persone che stavano lavorando al documentario, avrebbe smentito i suoi accusatori rispetto all’ipotesi della “contro – inchiesta”. L’articolo si conclude con questa informazione: “Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio”. Il presunto responsabile di abusi ai danni di minori dovrebbe scontare una pena carceraria equivalente a quindici anni.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/documentario-choc-su-bergoglio-ha-coperto-prete-pedofilo-1572174.html

  • Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    “L’ho letto e non dirò una parola. Leggetelo voi [giornalisti] e fate voi il vostro giudizio. Quando sarà passato un po’ di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò”.

    È così che papa Francesco – la sera del 26 agosto sull’aereo di ritorno da Dublino – ha risposto a chi l’interpellava sull’atto d’accusa che la mattina stessa gli aveva rivolto l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò.

    Una risposta molto elusiva. Al pari di altre sue precedenti reazioni, ogni volta che si è visto attaccato. Come nel caso dei “dubia” sulla sua correttezza dottrinale sollevati nel 2016 da quattro autorevoli cardinali, che egli non ha mai voluto né ricevere né degnare di un chiarimento.

    Questa volta però, oggetto dell’accusa non è una controversia dottrinale “ad intra”, di scarso impatto sull’opinione pubblica laica, ma una questione di sesso, anzi, di omosessualità praticata per decenni, con decine di partner, da un ecclesiastico americano di prima grandezza, arrivato ad essere arcivescovo di Washington e cardinale, Theodore McCarrick.

    In sostanza Viganò accusa papa Francesco di essere stato informato da lui delle malefatte di McCarrick fin dal 23 giugno del 2013, ma di non aver poi agito di conseguenza, anzi, di aver tenuto il reprobo vicino a sé come suo primo consigliere nelle nomine che stanno ridisegnando la gerarchia cattolica negli Stati Uniti, promuovendo i suoi protetti. Solo quest’anno, a seguito della denuncia di un suo abuso anche su un minorenne, il papa avrebbe deciso di sanzionare McCarrick e di spogliarlo del cardinalato.

    L’accusa è di una pesantezza inaudita ed è difficilmente contestabile nella sua sostanza, anche per i ruoli chiave ricoperti in passato da Viganò in curia e in diplomazia. Ma, appunto, papa Francesco ha scelto anche in questo caso di non reagire. Ha lasciato ai professionisti dei media il compito di giudicare. Sicuro che molti si pronuncino in sua difesa, come è già avvenuto con i “dubia”, dove in effetti la successiva battaglia si è risolta di fatto a suo favore.

    Che però la vittoria gli arrida anche questa volta, è tutto da vedere.

    Il caso McCarrick non è l’unico, nel suo genere, a mettere in difficoltà Jorge Mario Bergoglio.

    Ce n’è un altro che gli somiglia come un gemello. Riguarda monsignor Battista Ricca (nella foto), direttore della Casa di Santa Marta scelta da Francesco come sua residenza e da lui promosso il 15 giugno 2013, all’esordio del pontificato, prelato dello IOR, cioè referente del papa nella “banca” vaticana, con facoltà di presenza a tutte le riunioni del board e di accesso a tutta la documentazione.

    Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede. Ed è in quell’occasione che Viganò, all’epoca nunzio a Washington, incontrò Francesco e gli disse delle malefatte di McCarrick.

    Ma anche la nomina di Ricca a prelato dello IOR, avvenuta pochi giorni prima, aveva creato forte sconcerto in un buon numero di nunzi, che l’avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay, ovunque con una condotta tutt’altro che illibata, specie nell’ultima destinazione.

    A Montevideo, tra il 1999 e il 2001, Ricca conviveva con il proprio amante, l’ex capitano dell’esercito svizzero Patrick Haari, che l’aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d’appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un’altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana.

    Finì che Ricca fu ritirato dal servizio diplomatico sul campo e richiamato a Roma, dove, però, miracolosamente, la sua carriera ricominciò con successo, portandolo a divenire consigliere diplomatico di prima classe nell’organico della segreteria di Stato e soprattutto direttore delle tre residenze vaticane per i cardinali e i vescovi in visita a Roma, tra cui quella di Santa Marta, con l’opportunità di tessere eccellenti rapporti, anche di amicizia, con ecclesiastici di mezzo mondo tra i quali Bergoglio, che appena eletto papa lo ammise nella sua cerchia più intima, di cui continua a far parte ancor oggi.

    Ebbene, tra i nunzi convenuti a Roma in quel mese di giugno del 2013 c’erano anche quelli che sapevano degli scandalosi precedenti di Ricca e ritenevano che papa Francesco non ne fosse al corrente, vista la sua promozione del personaggio, pochi giorni prima, addirittura a prelato dello IOR.

    Ci fu quindi chi, in quei giorni, volle mettere in guardia Francesco informandolo sui trascorsi di Ricca.

    Non solo. Tra i numerosi testimoni della scandalosa condotta di Ricca a Montevideo c’erano anche dei vescovi uruguayani, uno dei quali, dopo la nomina dello stesso Ricca a prelato dello IOR, ritenne doveroso scrivergli una lettera accorata in cui lo pregava, “per amore del papa e della Chiesa”, di dimettersi.

    E in effetti Francesco volle veder chiaro nella documentazione sui trascorsi di Ricca che si trovava nella nunziatura di Montevideo. Se la fece recapitare a Roma attraverso suoi canali personali, senza passare dalla segreteria di Stato.

    Nel frattempo, sull’Espresso, era uscito un servizio molto dettagliato su Ricca. Il quale pubblicamente non reagì in alcun modo, mentre però in privato liquidava come “chiacchiere” tutti quei fatti riportati contro di lui, e teneva a far sapere che anche il papa, da lui incontrato, li riteneva “chiacchiere” prive di fondamento.

    Interpellato nel luglio del 2013 dalla stampa uruguayana e argentina sulla sorte del prelato, l’allora nunzio a Montevideo, Guido Anselmo Pecorari, si limitò a questa dichiarazione laconica: “Ritengo che la questione sia nelle mani della Santa Sede. E sicuramente il Santo Padre, nella sua saggezza, saprà come fare”.

    Sta di fatto che alla fine del mese di luglio, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro, dove si era recato per la giornata mondiale della gioventù, papa Francesco fu effettivamente interrogato da una giornalista brasiliana sul caso Ricca e sulla cosiddetta “lobby gay”. E questa fu la sua risposta testuale, trascritta così nel bollettino ufficiale della Santa Sede:

    “Quanto a mons. Ricca ho fatto quello che il diritto canonico manda a fare, che è la ‘investigatio previa’. E da questa ‘investigatio’ non c’è niente di quello di cui l’accusano, non abbiamo trovato niente di quello. Questa è la risposta. Ma io vorrei aggiungere un’altra cosa su questo: io vedo che tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso, si vanno a cercare i ‘peccati di gioventù’, per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? i delitti sono un’altra cosa: l’abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante. Quando noi andiamo a confessarci e diciamo davvero: ‘Ho peccato in questo’, il Signore dimentica e noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che il Signore non si dimentichi dei nostri [peccati].  È un pericolo quello. Questo è importante: una teologia del peccato. Tante volte penso a San Pietro: ha fatto uno dei peggiori peccati, che è rinnegare Cristo, e con questo peccato lo hanno fatto papa. Dobbiamo pensare tanto. Ma, tornando alla sua domanda più concreta: in questo caso, ho fatto l’’investigatio previa’ e non abbiamo trovato. Questa è la prima domanda. Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con ‘gay’. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice – aspetta un po’, come si dice… – e dice: ‘Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società’. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E la ringrazio tanto per aver fatto questa domanda”.

    Tre annotazioni e proposito di quanto detto qui da papa Francesco.

    1. Sostenendo di non aver “trovato niente” di riprovevole nella “investigatio previa” alla nomina di Ricca a prelato dello IOR, Francesco ha confermato che il dossier personale su di lui conservato in segreteria di Stato era stato accuratamente ripulito dai suoi trascorsi scandalosi. Francesco però aveva avuto a disposizione nelle settimane precedenti anche la documentazione accusatoria conservata nella nunziatura di Montevideo, documentazione inoppugnabile, visto che sulla base di essa la segreteria di Stato aveva ritirato Ricca dal servizio diplomatico sul campo. Eppure l’ha ignorata.

    2. Francesco ha applicato a Ricca la tipologia di chi ha commesso dei “peccati di gioventù” e poi si è pentito. Ma non è questa l’immagine che Ricca ha mai dato di sé, ma piuttosto quella di chi ha sempre respinto come “chiacchiere” senza fondamento le accuse contro la sua condotta.

    3. Ed è riferendosi proprio a Ricca che Francesco ha pronunciato la famosa frase che è diventata il marchio del suo pontificato: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. Con questa frase Bergoglio ha rovesciato a suo totale favore presso l’opinione pubblica mondiale una vicenda che altrimenti avrebbe potuto seriamente minare la sua credibilità.

    È questa l’impresa che papa Francesco sta ritentando oggi, dopo che la vicenda di McCarrick è stata messa a nudo dalla testimonianza dell’ex nunzio Viganò.

    Anche questa volta Bergoglio si è astenuto dal giudicare. Ha rilanciato il gioco nel campo dei media. Dove la pedofilia non è ammessa, ma i rapporti omosessuali sì. Non importa se commessi da uomini di Chiesa che praticandoli violano in pieno l’impegno di castità che hanno assunto pubblicamente con il sacramento dell’ordine.

  • Abusi, nuova ondata di scandali nella Chiesa degli Stati Uniti

    Abusi, nuova ondata di scandali nella Chiesa degli Stati Uniti

    Roma, 16 ago. (askanews) – Dopo il caso del cardinale Theodore Edgar McCarrick, arcivescovo emerito di Washington che a fine luglio ha dovuto rassegnare le dimissioni “da cardinale” nella mani di Papa Francesco dopo che è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali di minori e comportamenti sessuali inappropriati con giovani seminaristi, non si arresta lo scandalo degli abusi – e delle loro coperture – nella Chiesa statunitense.

    Nel 2001 fu proprio negli Stati Uniti, a Boston, che esplose, con una inchiesta del Boston Globe, il primo di una lunga serie di scandali che impose all’agenda della Chiesa cattolica statunitense e, poi, mondiale il tema della pedofilia. Il Papa di allora, Giovanni Paolo II, accolse a Roma, come arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, l’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Law. Sotto il pontificato successivo, quello di Benedetto XVI, lo scandalo pedofilia è tornato ad esplodere in diversi paesi europei (Germania, Belgio, Italia…) ed ha avuto epicentro in Irlanda, paese dove Joseph Ratzinger inviò una visitazione apostolica che sfociò nella dimissione di una serie di vescovi. Il Pontefice tedesco, in precedenza a lungo prefetto di quella congregazione per la Dottrina della fede alla quale giungono le denunce, adottò una politica severa sia dal punto di vista giuridico che politico nei confronti dei preti pedofili. Linea dura proseguita dal suo successore, Papa Francesco, che ha ulteriormente inasprito le pene giuridiche per il contrasto degli abusi ed ha creato una commissione per la prevenzione della pedofilia. Anche nel suo pontificato, però, quello degli abusi sessuali è diventato un caso che ha avuto il suo punto di caduta iniziale in Cile: Jorge Mario Bergoglio, che inizialmente aveva difeso un vescovo accusato di insabbiare le denunce del potente prete pedofilo Fernando Karadima (condannato in passato dal Vaticano), mons. Juan Barros, ha poi cambiato idea, ha inviato in Cile un suo inviato ad indagare, ha ricevuto diverse vittime di preti pedofili e, da ultimo, ha rimbrottato l’intera conferenza episcopale cilena, che nei mesi scorsi ha rassegnato in blocco le dimissioni nelle sue mani.

    Ora lo scandalo è tornato ad esplodere negli Stati Uniti, con nuove rivelazioni che riguardano sempre i decenni passati. Dopo McCarrick, nominato arcivescovo di Washington e creato cardinale da Giovanni Paolo II, in pensione dal 2006, è stata la volta della Pannsylvania, stato nel quale un gran giurì incaricato due anni fa dalla procura ha pubblicato in questi giorni un rapporto di oltre 1300 pagine che portato alla luce che negli ultimi 70 anni oltre 300 sacerdoti hanno abusato sessualmente di un migliaio di minori, con il silenzio complice delle alte gerarchie ecclesiastiche. Il rapporto riconosce che “molto è cambiato negli ultimi quindici anni”, ma sottolinea anche che “l’abuso sui minori nella Chiesa non è scomparso” e denuncia, tra l’altro, che manca tuttora nella Chiesa l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Secondo i membri del gran giurì, peraltro, è ipotizzabile che molti casi ancora non siano venuti alla luce, perché i documenti si sono persi nel frattempo o perché le vittime ancora non si sono fatte avanti, e che, alla fine, siano diverse “migliaia”. Una ipotesi che trova conferma, almeno parziale, nelal notizia data dal procuratore generale Josh Shapiro, secondo il quale da quando è stata creato un numero verde per le denunce sono arrivate 150 tra chiamate e email nel giro di 24 ore. A suscitare l’interesse della stampa statunitense, in particolare, è il cardinale Donald Wuerl, oggi arcivescovo di Washington ma per 18 anni vescovo di Pittsburgh, in Pennsylvania, dal 1988 al 2006. Nel frattempo, il cardinale Sean O’Malley, attuale arcivescovo di Boston nonché presidente della commissione pontificia per la tutela dei minori, ha annullato la sua partecipazione al congresso mondiale delle famiglie di Dublino, dove il Papa si rececherà a fine agosto, per seguire le indagini appena aperte al seminario di St John su comportamenti inappropriati di diversi seminaristi, intanto. Recosol (rete dei comuni solidali

    La nuova ondata di scandali negli Stati Uniti avviene mentre la crisi cilena è lungi da essere superata (nei giorni scorsi Francesco ha ricevuto i responsabili della commissione episcopale per il contrasto al fenomeno), e in Irlanda, in vista della visita del Papa, crescono le voci critiche e le aspettative che Francesco affronti il tema degli abusi e incontri le vittime. Tanto in Cile quanto in Irlanda, peraltro, emerge il nome del cardinale Angelo Sodano, oggi 90enne, tuttora decano del collegio cardinalizio, dal 1991 al 2005 Segretario di Stato di Giovanni Paolo II: viene considerato il punto di riferimento di numerosi vescovi cileni, che avrebbe avuto modo di conoscere e sostenere sin da quando era nunzio apostolico in Cile (1977-1988) e la ex presidente irlandese, Mary McAleese, ha recentemente rivelato che il porporato le propose, quando iniziavano le indagini statali sugli abusi sessuali del clero, nel 2003, un accordo per tenere chiusi gli archivi della Chiesa. Offerta che la presidente rifiutò.

    https://it.notizie.yahoo.com/abusi-nuova-ondata-di-scandali-nella-chiesa-degli-132423335.html?_guc_consent_skip=1534497668&guccounter=1
  • Honduras, si dimette il vescovo ausiliare del cardinal Maradiaga

    Honduras, si dimette il vescovo ausiliare del cardinal Maradiaga

    Il Papa ha accettato la rinuncia di monsignor Juan José Pineda dopo avere inviato un visitatore a Tegucigalpa per indagare sulle accuse di comportamenti inappropriati. Il presule: «Se ho sbagliato, chiedo perdono»

    Il Papa ha accettato le dimissioni del vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Tegucigalpa, in Honduras, presentata da monsignor Juan José Pineda Fasquelle, 57 anni, in passato al centro di una indagine decisa dalla Santa Sede per appurare le accuse di comportamenti inappropriati. Dal 2005 il presule è stato il numero due dell’arcidiocesi guidata dal cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del Consiglio dei nove cardinali che coadiuvano il Papa nella riforma della Curia romana (il cosiddetto C9), che per i suoi diversi impegni ha dovuto assentarsi più volte da Tegucigalpa.

    La Sala Stampa vaticana si limita a riferire oggi che il Papa ha accettato la rinuncia del vescovo ausiliare di Tegucigalpa, ma a fine dicembre del 2017 confermò che Jorge Mario Bergoglio aveva inviato il vescovo argentino in pensione Jorge Casaretto per indagare in loco su presunte irregolarità finanziarie nell’arcidiocesi hondurena. Pochi giorni prima il settimanale italiano L’Espresso aveva rilevato l’esistenza di tale indagine che si sarebbe concentrata in particolare su alcuni investimenti avventati e su un’opaca operazione di fondi stornati dall’Università dell’Honduras, riferendo che la Santa Sede aveva inviato nel 2017 un vescovo argentino in pensione, monsignor Alcides Casaretto, ad indagare nel Paese. Il National Catholic Register, da parte sua, ha riferito delle accuse di abusi sessuali indirizzate al presule da due ex seminaristi.

    In una intervista a Suyapa Medios dello stesso dicembre 2017 , il cardinale Maradiaga aveva respinto le accuse relative ai fondi dell’Università dell’Honduras.

    «Oggi, 20 luglio 2018, la Santa Sede ha accettato la mia rinuncia come vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Tegucigalpa», ha commentato Pineda in una nota firmata personalmente e inviata alla stampa hondurena. «Si tratta di una richiesta che ho consegnato in mano a Sua Santità diversi mesi fa», prosegue il religioso dei Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria. «Voglio ringraziare Dio, lo Spirito Santo, il Signore Gesù e la Santa Madre Chiesa per avermi concesso la grande grazia di servire in questa arcidiocesi per 13 anni, e la Conferenza episcopale dell’Honduras. Non posso non ringraziare la mia famiglia religiosa, alla quale sono unito dal vincolo e dalla professione religiosa come missionario clarettiano».

    «Ho voluto, con tutto il mio cuore, servire questa porzione del Popolo di Dio, il suo arcivescovo, il clero, i seminaristi e il popolo di Dio. Se sono riuscito, sia benedetto Dio. Se ho fallito, chiedo perdono. Le razioni e i motivi li conoscono Dio e i miei superiori. Ho agito in piena coscienza e libertà. Vorrei che fossimo tutti in pace. La mia rinuncia mi darà tempo per la preghiera, la meditazione, la formazione personale e continua, affinché, al momento opportuno, continui a dare alla Chiesa e a voi il meglio di me. Tutti dovremmo avere una parentesi di riposo, formazione e preghiera. Vado avanti come figlio della Chiesa, vado avanti come consacrato, vado avanti come ministro della Chiesa, vado avanti a disposizione dei miei superiori. Chiedo a tutti voi la vostra preghiera e la vostra misericordia».

    In una breve nota, da parte sua, l’arcivescovado di Tegucigalpa «ringrazia monsignor Juan José Pineda Fasquelle per tutto il lavoro apostolico durante i suoi 13 anni come vescovo ausiliare» e «offre al Signor preghiere per la sua nuova missione che gli è affidata. Che la protezione e l’ausilio di Santa Maria di Suyapa – conclude la nota dell’arcidiocesi guidata dal cardinal Maradiaga – lo assista sempre».

    http://www.lastampa.it/2018/07/20/vaticaninsider/honduras-si-dimette-il-vescovo-ausiliare-del-cardinal-maradiaga-ZBpuVQmjA9bJWeQSucBf1O/pagina.html

  • Le accuse alla Chiesa e la sfida per abbattere il muro dei sospetti

    Le accuse alla Chiesa e la sfida per abbattere il muro dei sospetti

    Il caso cileno, la cultura del segreto: le spine del Papato

    C’è qualcosa di allarmante, nel viavai febbrile e anomalo tra la Roma vaticana e il Cile per appurare la verità su abusi sessuali compiuti dai sacerdoti di quella nazione. Lascia indovinare il tormento e la determinazione di Francesco. Il Papa vuole andare fino in fondo e chiudere una vicenda che lo ha sovraesposto in modo imprevisto. Il caso ha mostrato reticenze, sottovalutazioni, bugie, cinismo di pezzi dell’episcopato latinoamericano; e una disinformazione sulla vera portata degli scandali, che non si è fermata nemmeno davanti all’esigenza di proteggere la figura di Jorge Mario Bergoglio.

    È vero che il Cile, visto dall’Europa, è quasi più remoto dell’Argentina. Eppure, questa brutta storia latinoamericana rischia di assurgere a simbolo della difficoltà perfino del Papa argentino ad affrontare con efficacia il problema della pedofilia nella Chiesa cattolica. «Questi scandali non finiranno. E quello cileno si sta rivelando la spina più dolorosa del papato…», ammettono persone vicine a Francesco, descrivendone la sofferenza e lo stupore. La «sua» America latina si è dimostrata severa quanto il Nord del mondo nei confronti di sacerdoti che si sono macchiati di crimini così odiosi.

    Ma soprattutto, forse per la prima volta Bergoglio ha dovuto fare i conti con le proprie convinzioni; e prendere atto che ecclesiastici ritenuti fidati lo avevano informato pericolosamente male. Lo scandalo ha riflessi vaticani perché ripropone il tema della selezione dei consiglieri papali; e a volte, la tendenza di Francesco a preferire le indicazioni di persone amiche, o presunte tali, rispetto a quelle degli organi istituzionali del Vaticano. Gli inquirenti papali, monsignor Charles Scicluna e don Jordi Bertomeu, in Cile per raccogliere notizie, riferire e decidere che fare, hanno un compito difficile anche per questa ragione.

    È come se il Vaticano cercasse di rimediare a un errore di valutazione che a prima vista appare inspiegabile; ma che rischia di incrinare la strategia della «tolleranza zero» contro la pedofilia iniziata da Benedetto XVI e proseguita con vigore proprio da Francesco. Le dimissioni in massa offerte un mese fa al pontefice argentino dai trentaquattro vescovi cileni, sono state un gesto inedito e traumatico: sebbene non si capisca fino in fondo se siano state date per aiutare il pontefice a agire, o quasi come un gesto di sfida di fronte alla delegittimazione dell’episcopato.

    Gli avversari di Bergoglio cercano di accreditare maliziosamente la seconda versione. L’unica certezza è che quanto è accaduto è il risultato di una catena di reticenze. Il cardinale Francisco Errázuriz, ritenuto uno dei grandi elettori di Francesco al Conclave del 2013, membro del Consiglio dei 9 chiamato a coordinare le strategie della Chiesa nel mondo, non ha voluto o saputo capire il dramma delle vittime; e quando è scoppiato lo scandalo, è arrivato a sostenere che non rientrava nei suoi compiti informare il Papa su problemi di quel tipo; e questo nonostante risulti che si fosse opposto alla nomina del vescovo di Osorno, Juan Barros, rimosso sotto la pressione dell’opinione pubblica cilena come uno dei principali indiziati di pedofilia.

    In più, alcuni siti cattolici hanno sostenuto che dal 2015 molti erano a conoscenza di quanto succedeva in Cile. La stessa Congregazione per la dottrina della fede aveva segnalato ripetutamente con rapporti scritti che qualcosa non andava e dunque erano opportune indagini più approfondite. E negli ultimi giorni è emerso il profilo controverso di un gesuita spagnolo, Germàn Arana, guida spirituale di monsignor Barros. Arana sarebbe un sacerdote ascoltato da Francesco. E ora viene insinuato il dubbio che possa avere fuorviato il Papa su monsignor Barros: almeno fino al 21 gennaio scorso, quando durante il volo di ritorno dal Cile Francesco spiegò che aveva fatto studiare il caso in modo approfondito.

    «Realmente non ci sono evidenze di colpevolezza e sembra davvero che non se ne troveranno», disse il pontefice. Aggiungendo con calore che si trattava di «calunnie». Le sue parole provocarono una reazione dura in modo irrituale dell’arcivescovo di Boston, Patrick O’Malley. E poche settimane dopo spinsero Francesco a riaprire l’intera questione. Il resto è cronaca recente. Il Papa ha ricevuto le vittime cilene in Vaticano, chiedendo loro scusa con parole forti e inequivocabili. E nel viaggio in Irlanda che farà in agosto incontrerà quelle degli abusi da parte dell’episcopato irlandese. Eppure, c’è qualcosa di circolare e ripetitivo, in queste dinamiche.

    Lo schema sembra immutabile. Accuse delle vittime. Indagini farraginose, difficili, spesso circondate da un alone di imbarazzo e reticenza. Alla fine, scuse della Chiesa. A volte cause milionarie. Il risultato è la messa in mora di fatto delle gerarchie ecclesiastiche, e la sensazione che nemmeno il Papa riesca sempre a sfondare il muro dei silenzi. Succede dal Cile all’Irlanda, all’Australia, agli Usa, dove ieri al cardinale Theodore McCarrick è stata vietata qualunque attività, per una vecchia accusa di pedofilia. Ma colpisce l’assenza di una elaborazione culturale del fenomeno: un’analisi che permetta alla Chiesa cattolica una strategia preventiva in grado di impedire che si ritrovi comunque sul banco degli imputati.

    Finora, è riuscita solo a reagire, subendo un’agenda dettata dagli altri. Non è stata in grado di confutare le tesi, in qualche caso strumentali, che proiettano sul Vaticano il sospetto di continuare a proteggere la «cultura del segreto» e i crimini perpetrati nell’ombra. Per questo si teme che quanto sta accadendo in Cile sia solo l’ultima tappa di uno «scandalo infinito». I monsignori che fanno la spola col Cile come virtuosi inquisitori, probabilmente sono i primi a esserne consapevoli.

    https://www.corriere.it/cronache/18_giugno_21/papa-accuse-pedofilia-chiesa-sfida-abbattere-muro-sospetti-cd3f9ba2-74d8-11e8-993d-4e6099a1c06b.shtml