Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Josef Wesolowski

  • Pedofilia. Il Finto Arresto Dell’arcivescovo Josef Wesolowski

    Pedofilia. Il Finto Arresto Dell’arcivescovo Josef Wesolowski

    Villeggiatura da una stanza all’altra del Vaticano, nascosto e protetto dalla galera, quella vera.

     E’ la prima volta che il Vaticano arresta un altissimo prelato, un ex nunzio accusato di pedofilia. E lo fa nel proprio Stato, con il suo tribunale interno, per espressa volontà di Papa Francesco, visti i gravi fatti di abuso a danni di minori, avvenuti nella Repubblica Dominicana, di cui è accusato Jozef Wesolowski, ex rappresentante diplomatico della Santa Sede in quel paese sudamericano. Una notizia, anticipata da Enrico Mentana nell’edizione serale del Tg La7, che non arriva completamente inaspettata per gli addetti ai lavori, ma che è sicuramente un fulmine a ciel sereno per tutto il mondo, che aspetta da Bergoglio segnali di “rivoluzione” rispetto al passato.

    Ma le cose stanno effetivamente così? O Papa Francesco non stà facendo altro che proteggere il nunzio?
    Era il 2013 quando il Papa destituì in fretta e furia Jozef Wesolowski: dal Vaticano non fecero sapere quale sarebbe stata la nuova destinazione dell’alto prelato, anzi, il religioso fece letteralmente perdere le proprie tracce, tant’è che il Cardinale di Santo Domingo dovette ammettere di non sapere la sua ubicazione.

    Poco dopo, “magicamente“, apparvero pesantissime accuse di pedofilia. Ma Wesolowski nel frattempo era scomparso dal pianeta terra: era “al sicuro” in Vaticano, come venne fuori in seguito.

    Solo ieri il Vaticano, solo dopo fortissime pressioni dell’ONU, ha “arrestato” l’ex nunzio accusato di pedofilia. Perchè arrestato è tra virgolette? Perchè dopo appena tredici ore dall’ “arresto”, Wesolowski è già agli arresti domiciliari, nella sua calda stanza in Vaticano.

  • ABUSI, NON SOLO WESOLOWSKI VATICANO A TOLLERANZA ZERO

    ABUSI, NON SOLO WESOLOWSKI VATICANO A TOLLERANZA ZERO

     di Valeria Pacelli

    Non c’è solo Jozef Wesolowski nel “giro di vite” voluto da Papa Francesco, che ieri ha messo uno dei primi tasselli al cosiddetto nuovo corso in Vaticano, targato “tolleranza zero”.

    Da oltretevere altri due sono i casi di vescovi finiti nel mirino di Bergoglio per abusi sessuali sui quali c’è il massimo riserbo. E non solo. Perché non ci sarà alcuna tolleranza neanche nei confronti di chi ha coperto abusi. Infatti, secondo indiscrezioni, sarebbe stato acceso un faro sulla diocesi di Varsavia, di cui è arcivescovo dal 2007 il cardinale Kazimierz Nycz, dopo esser stato ordinato diacono nel 1972 da Karol Wojtya. Ed è proprio sulla rete polacca, legata a Giovanni Paolo II, che si concentrano le indagini del tribunale vaticano. Circostanza che il portavoce Padre Federcio Lombardi né conferma né smentisce: “Non ne ho prontezza”.

    ALTRO PROBLEMA da risolvere, per contrastare il problema della pedofilia, però riguarda anche le misure da prendere nei casi di denunce contro ecclesiastici, finiti sotto inchiesta delle procure italiane. E di casi già ne esistono parecchi. Nei loro confronti, la posizione di Papa Francesco di certo non sarà particolarmente morbida. Basti ricordare il trattamento riservato a Bernard Law, arcivescovo di Boston, trasferito a Roma alla basilica di Santa Maria Maggiore da Giovanni Paolo II. L’ar – civescovo Law era stato accusato di aver coperto i preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston. Accuse che Bergoglio non ha dimenticato, tanto che quando lo ha incontrato nella Basilica di Santa Maria Maggiore, non lo avrebbe salutato. L’accusa mossa a Law in realtà per anni è un cruccio per la chiesa cattolica.

    Basti pensare all’inchiesta pubblicata dal New York Times, che sulla base di alcuni documenti accusò i vertici del Vaticano, tra cui Benedetto XVI, di aver occultato gli abusi di un prete americano, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi di una scuola del Wisconsin. Circostanza sempre smentita. Ma di scandali legati agli abusi ce ne sono stati parecchi. E significati sono i numeri delle denunce presentate: 600 nel 2013 soltanto presso la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ne sa qualcosa Re – te l’abuso, una onlus che segue le vittime di violenze. Sul sito, addirittura, c’è una mappa dei casi divisi per regioni e l’immagine che ne viene fuori è davvero imbarazzante.

    C’è ad esempio la storia di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone (Termoli), accusato da una parrocchiana (all’epoca dei fatti minore) di abusi sessuali. La giustizia canonica ha confermato nei suoi confronti la sospensione ‘a divinis’, ossia l’impossibilità di somministrare sacramenti e di incontrare persone in qualità di sacerdote. Una punizione troppo leggera, accusa Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’abuso: “gira ancora a piede libero”. Nei confronti di Don Marino però non c’è una sentenza e le indagini della magistratura sono ancora in corso. Il 10 ottobre invece ci sarà l’udienza davanti al Tribunale di Roma a don Vito Beatrice, della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, accusato di abusi sessuali da parte di un giovane che a 28 ha trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti per dieci anni. Ha fatto perdere le tracce di se, invece, Don Silverio Mura, insegnante di religione in una scuola di Ponticelli (Napoli).

    Dopo le denunce di un ragazzo che ha rivelato gli abusi solo dopo aver compiuto 38 anni e quando il reato era ormai prescritto, il parroco era stato spostato. “Lo abbiamo rintracciato a Nola – racconta Zanardi – e faceva lo stesso lavoro. Lo abbiamo segnalato e adesso nessuno sa più dove si trova”. È fuggito pure don Roberto Mastro, ex prete di Belcastro (Catanzaro). Avrebbe abusato di 17 ragazzini, quando era parroco tra il 2007 e il 2010. L’indagine nei suoi confronti è stata chiusa, dalla Procura di Catanzaro, a novembre del 2013, ma di lui non si hanno più tracce dal 2010. E sono solo alcune delle storie di chiesa e abusi. Adesso sembra che le cose, su questo tema, stiano cambiando. Lo sa bene Josef Wesolowski, ai domiciliari (ora rischia 7 anni di carcere) per aver abusato di alcuni minori mentre si trovava a Santo Domingo. C’è infatti il pericolo che potesse scappare.

    Il FAtto Quotidiano

  • Pedofilia. Arrestato l’ex nunzio apostolico Wesolowski

    Pedofilia. Arrestato l’ex nunzio apostolico Wesolowski

    È agli arresti domiciliari in Vaticano l’ex Nunzio apostolico in Santo Domingo Josef Wesolowski. L’accusa è pedofilia. L’inchiesta contro l’ex arcivescovo polacco sessantaseienne era partita dalla Repubblica dominicana per poi approdare in Polonia. La decisione di farlo mettere agli arresti sarebbe stata presa dallo stesso Papa Francesco, secondo la Sala stampa vaticana. Wesolowski era stato già sottoposto al giudizio canonico, con la condanna alla riduzione allo stato laicale, verdetto co… ALTRE INFORMAZIONI: http://it.euronews.com/2014/09/23/ped…

  • Comitato contro la tortura  Osservazioni conclusive 2014 sul rapporto iniziale della Santa Sede

    Comitato contro la tortura Osservazioni conclusive 2014 sul rapporto iniziale della Santa Sede

    Comitato contro la tortura Osservazioni conclusive sul rapporto iniziale della Santa Sede *

    Osservazioni conclusive sul rapporto iniziale della Santa Sede *

    Il Comitato contro la tortura ha esaminato il rapporto iniziale della Santa Sede (CAT / C / VAT / 1) alle riunioni 1220 e 1223, tenutesi il 5 e 6 maggio 2014 (CAT / C / SR.1220 e CAT / C / SR.1223 ) e ha adottato le seguenti osservazioni conclusive in occasione delle riunioni 1245, 1246 e 1247 (CAT / C / SR.1245, CAT / C / SR.1246 e CAT / C / SR.1247) tenutesi il 21 e 22 maggio 2014.

    A. Introduzione

    Il Comitato accoglie con favore il rapporto iniziale della Santa Sede (CAT / C / VAT / 1), che segue le Linee guida del Comitato sulla forma e il contenuto dei rapporti iniziali (CAT / C / 4 / Rev.3) richiesti dall’articolo 19 sul misure adottate per dare attuazione alle loro iniziative ai sensi della Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti, ma deplora che il rapporto sia stato presentato con nove anni di ritardo.

    Il Comitato apprezza inoltre il dialogo aperto e costruttivo con la delegazione di alto livello dello Stato parte e le informazioni supplementari fornite durante l’esame del rapporto.

    B. Aspetti positivi

    Il Comitato accoglie con favore il fatto che, a seguito della ratifica della Convenzione, lo Stato parte abbia aderito alla Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale, il 25 gennaio 2012.

    Il Comitato accoglie inoltre con favore gli sforzi dello Stato parte per rivedere la propria legislazione in aree di rilevanza per la Convenzione, tra cui:

    (a) L’emissione motu p ropriodi Papa Francesco di una Lettera Apostolica “Sulla Giurisdizione dell’Autorità Giudiziaria dello Stato della Città del Vaticano in materia penale”, in data 11 luglio 2013. La lettera è stata promulgata ed entrata in vigore il 1 ° settembre 2013, stabilendo l’esercizio della giurisdizione penale da parte della Autorità dello Stato della Città del Vaticano per reati la cui persecuzione è richiesta da accordi internazionali ratificati dalla Santa Sede. Questa legislazione modificata della Santa Sede, in particolare la legge n. VIII sulle norme supplementari in materia di diritto penale, entrata in vigore il 1 settembre 2013, e che incorpora nel sistema legale il crimine di tortura, i crimini contro l’umanità e una definizione di crimini contro i minori; e Legge N.

    (b) L’emissione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede di una Lettera Circolare per assistere le Conferenze Episcopali nello sviluppo di linee guida per trattare i casi di abusi sessuali su minori perpetrati da chierici, il 3 maggio 2011, che conferma, come stabilito nel 2001 Motu P ro prio Sacramentorum Sanctit atis T utela , secondo cui i Vescovi e i Superiori Maggiori devono deferire alla Congregazione per la Dottrina della Fede tutte le accuse credibili di abusi sessuali su minori da parte di chierici. La Circolare stabilisce inoltre, con parole proprie, che “si debbano sempre seguire le prescrizioni di diritto civile in merito alla denuncia di tali reati all’autorità preposta”.

    Il Comitato accoglie inoltre con favore gli sforzi dello Stato parte per modificare le sue politiche, programmi e misure amministrative per dare effetto alla Convenzione, tra cui:

    (a) La chiara condanna, nel rapporto della Santa Sede, dell’uso della tortura e di altri atti di trattamento o punizione crudeli, inumani o degradanti in quanto contrari alla dignità, integrità e identità della persona umana e ai suoi riferimenti alle dichiarazioni di diversi Papi contro la tortura e contro la pena di morte, compreso il promemoria di Papa Benedetto XVI, nel 2007, ai membri della Commissione internazionale per la pastorale carceraria cattolica, che rappresenta i cappellani delle carceri di 62 paesi, affermando: “Ribadisco che il divieto contro la tortura contravvenuta in qualsiasi circostanza ”;

    (b) l’istituzione di un Ufficio speciale all’interno del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano per sovrintendere all’attuazione degli accordi internazionali di cui la Santa Sede è parte, il 10 agosto 2013;

    (c) La creazione della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, il 5 dicembre 2013, per fungere da comitato consultivo del Papa, e la dichiarazione dei suoi membri il 3 maggio 2014 che considerano particolarmente importante garantire la responsabilità;

    (d) La dichiarazione di Papa Francesco, durante un incontro con l’International Catholic Child Bureau l’11 aprile 2014, riconoscendo i danni causati dagli abusi sessuali sui bambini da parte di alcuni sacerdoti, in cui il Pontefice ha affermato che “non faremo un passo a ritroso per quanto riguarda il modo in cui affronteremo questo problema e le sanzioni che devono essere imposte. Al contrario, dobbiamo essere ancora più forti “.

    L’affermazione del capo della delegazione che i trattati internazionali, inclusa la Convenzione, ratificata dalla Santa Sede, e gli accordi presi dalla Santa Sede con altri soggetti internazionali o altri Statuti hanno la precedenza sul diritto interno della Santa Sede.

    C. Principali argomenti di preoccupazione e raccomandazioni

    Campo di applicazione della Convenzione

    Il Comitato prende atto della Dichiarazione interpretativa resa dalla Santa Sede in occasione dell’adesione alla Convenzione e delle dichiarazioni nel rapporto dello Stato parte rafforzate dalla delegazione durante il dialogo, esprimendo l’opinione che la Convenzione si applichi esclusivamente alla Santa Sede. gli emendamenti del 2013 alle leggi della Santa Sede, di cui sopra, stabiliscono che i funzionari pubblici della Santa Sede comprendono, tra le altre persone, (a) membri, funzionari e personale dei vari organi della Curia romana e delle Istituzioni collegate a esso; e (b) i legati papali e il personale diplomatico della Santa Sede. Il Commento generale n. 2 del Comitato ricorda che gli Stati hanno la responsabilità internazionale per gli atti e le omissioni dei loro funzionari e di altri che agiscono in veste ufficiale o che agiscono per conto dello Stato, in collaborazione con lo Stato, sotto la sua direzione o controllo, o comunque in base alla legge. Questa responsabilità si estende alle azioni e alle omissioni dei dipendenti pubblici di uno Stato parte schierati in operazioni all’estero.Il Comitato ricorda agli Stati parti della Convenzione che sono obbligati ad adottare misure efficaci per impedire che i loro funzionari e altri che agiscono in veste ufficiale perpetrino o istigare la commissione di torture o maltrattamenti e di acconsentire o acconsentire alla commissione di tali violazioni da parte di altri, compresi attori non statali, in qualsiasi situazione in cui esercitano giurisdizione o controllo effettivo.

    Il Comitato rileva che la Dichiarazione interpretativa resa dallo Stato parte non è coerente con le norme summenzionate ai sensi della propria legge e della Convenzione. Il Comitato invita lo Stato parte a prendere visione della Dichiarazione interpretativa alla luce delle considerazioni sopra esposte, non escludendo la possibilità di reinterpretazione o ritiro. Il Comitato ricorda che gli obblighi dello Stato parte ai sensi della Convenzione riguardano tutti i funzionari pubblici dello Stato parte e altre persone che agiscono in modo ufficiale o ai sensi della legge. Tali obblighi riguardano le azioni e le omissioni di tali persone ovunque esercitino un effettivo controllo sulle persone o sul territorio.

    Definizione torture

    Il Comitato accoglie con favore l’adozione della Legge n. VIII dell’11 luglio 2013 che contiene una definizione di tortura e altri elementi stabiliti nella Convenzione. Il Comitato rileva che questa legge si riferisce a “il pubblico ufficiale con funzioni giudiziarie, di polizia giudiziaria o delle forze dell’ordine, nonché chiunque svolga a titolo ufficiale un ruolo simile o analogo, e chiunque, sotto la loro istigazione o con il loro consenso e acquiescenza … “La Lettera Apostolica afferma al paragrafo 3 che le seguenti persone sono considerate funzionari pubblici:” (a) membri, funzionari e personale dei vari organi della Curia romana e delle istituzioni ad essa collegate. (B) Legati pontifici e personale diplomatico della Santa Sede. (c) Quelle persone che servono come rappresentanti, dirigenti o direttori, nonché le persone che, anche di fatto, gestiscono o esercitano il controllo sugli enti direttamente dipendenti dalla Santa Sede e iscritti nel registro delle persone giuridiche canoniche tenuto dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. (d) Qualsiasi altro soggetto che eserciti una funzione amministrativa o giudiziaria mandato presso la Santa Sede, permanente o temporaneo, retribuito o non retribuito, indipendentemente dall’anzianità di quella persona “. Il Comitato ricorda inoltre che l’articolo 4 della Convenzione richiede agli Stati parti di garantire che” un tentativo di commettere tortura e … un atto di qualsiasi persona che costituisce complicità o partecipazione alla tortura ”è un reato ai sensi del suo diritto penale. Il Comitato ha espresso nel suo Commento Generale n. 3 che i termini di prescrizione non dovrebbero essere applicabili al crimine di tortura (artt. 1 e 4).

    Il Comitato chiede conferma che lo Stato parte rispetti pienamente i requisiti della Convenzione secondo cui “tutti i funzionari pubblici o le persone che agiscono in veste ufficiale” sono coperti in linea con l’articolo 1 della Convenzione. Invita lo Stato parte ad adottare misure efficaci per garantire che la sua definizione di tortura si applichi a tutti i funzionari pubblici, come stabilito nella Convenzione, e che lo Stato parte adempia a tutti i suoi obblighi ai sensi della Convenzione. Il Comitato cerca inoltre di chiarire che “un tentativo di commettere tortura e … un atto da parte di qualsiasi persona che costituisce complicità o partecipazione alla tortura” è proibito dal suo diritto penale. Il Comitato ricorda allo Stato parte che il Commento generale n.

    Prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti

    Il Comitato rileva che dal 2001 i funzionari della Santa Sede hanno richiesto la denuncia obbligatoria di tutte le accuse credibili di abusi sessuali su minori da parte del clero alla Congregazione per la dottrina della fede nello Stato della Città del Vaticano. Il Comitato apprezza i dati forniti dalla delegazione che indicano che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha confermato 3.420 accuse credibili di abusi sessuali da parte di sacerdoti tra il 2004-2013, con conseguente attuazione di numerose pene canoniche inflitte attraverso un processo penale ecclesiastico, tra cui l’abbandono di 848 sacerdoti e la disciplina di altri 2.572, come l’imposizione di una vita di preghiera o di penitenza. Nel suo Commento Generale n. 2,

    A questo proposito, il Comitato deplora che lo Stato parte non abbia fornito i dati richiesti sul numero di casi in cui lo Stato parte ha fornito informazioni alle autorità civili nei luoghi in cui si sono verificati i casi e nei luoghi in cui si trovano attualmente i sacerdoti interessati. Il Comitato accoglie con favore l’assicurazione fatta dalla delegazione che il clero cattolico è incaricato di denunciare le accuse di abusi sessuali su minori perpetrati da membri del clero alle autorità civili e alla Congregazione per la dottrina della fede. Tuttavia, il Comitato è preoccupato per i rapporti secondo cui i funzionari dello Stato parte resistono al principio della segnalazione obbligatoria di tali accuse alle autorità civili.

    Il Comitato è inoltre preoccupato per le numerose segnalazioni di casi in cui il clero accusato o condannato dalle autorità civili di tali reati è stato trasferito ad altre diocesi e istituzioni dove sono rimasti in contatto con minori e altri che sono vulnerabili, e in alcuni casi hanno commesso abusi nei loro posizionamenti successivi. Tali accuse compaiono nei rapporti di commissioni e indagini intraprese in diversi paesi. Durante il dialogo con lo Stato parte, il Comitato ha sollevato il caso di padre Joseph Jeyapaul, il caso di padre Peter Kramer e le conclusioni raggiunte da un gran giurì a Philadelphia, Stati Uniti, nel 2005, come esemplificativi di queste preoccupazioni (art. 2).

    Lo Stato parte dovrebbe garantire che i funzionari della Santa Sede e altri funzionari pubblici della Santa Sede adottino misure efficaci per monitorare la condotta delle persone sotto il loro effettivo controllo, per fermare e sanzionare tale condotta in ogni caso in cui vengano a conoscenza di accuse credibili di violazioni di la Convenzione, e ad adottare altre misure sotto il loro controllo per prevenire la commissione di successive violazioni da parte delle persone interessate, tra cui:

    (a) Continuare a sviluppare e attuare programmi e politiche per prevenire violazioni della Convenzione;

    (b) Garantire che le persone che sono soggette a un’accusa di abuso portato all’attenzione della Congregazione per la Dottrina della Fede o altri funzionari dello Stato parte siano immediatamente sospese dalle loro funzioni in attesa delle indagini sulla denuncia, per proteggersi la possibilità di successivi abusi o intimidazioni delle vittime;

    (c) Garantire un monitoraggio efficace dei collocamenti di tutto il clero che sono oggetto di indagine da parte della Congregazione per la dottrina della fede e impedire il trasferimento del clero che è stato credibilmente accusato di abuso allo scopo di evitare un’adeguata indagine e punizione della ir crimini. Per i responsabili, applicare le sanzioni, compresa la dimissione dal servizio d’ufficio;

    (d) Garantire che tutti i funzionari dello Stato parte esercitino la dovuta diligenza e reagiscano adeguatamente alle accuse credibili di abuso, sottoponendo qualsiasi funzionario che non lo faccia a sanzioni significative;

    (e) Adottare misure efficaci per garantire che le accuse ricevute dai suoi funzionari in merito a violazioni della Convenzione siano comunicate alle autorità civili competenti per facilitare le loro indagini e il perseguimento dei presunti autori. Lo Stato parte dovrebbe fornire dati al Comitato nel suo prossimo rapporto periodico sul numero di casi in cui ha fornito informazioni alle autorità civili sia nei luoghi in cui si sono verificati i casi che nei luoghi in cui si trovano attualmente le persone interessate.

    Impunità

    Il Comitato apprezza la conferma fornita in merito alle indagini in corso ai sensi del Codice penale dello Stato della Città del Vaticano sulle accuse di abusi sessuali su minori da parte dell’arcivescovo Josef Wesolowski, ex nunzio papale nella Repubblica Dominicana. Il Comitato rileva che la Repubblica di Polonia avrebbe richiesto l’estradizione dell’arcivescovo Wesolowski. Il Comitato è inoltre preoccupato per il fatto che lo Stato parte non abbia individuato fino ad oggi alcun caso in cui abbia perseguito un individuo responsabile della commissione o complicità o partecipazione a una violazione della Convenzione (artt.4, 5, 6, 7 e 8). ).

    Lo Stato parte dovrebbe garantire che le sue autorità competenti procedano a un’indagine tempestiva e imparziale sull’Arcivescovo Wesolowski e qualsiasi altra persona accusata di aver perpetrato o complice di violazioni della Convenzione che abbia la nazionalità dello Stato parte o sia presente sul territorio dello Stato parte. Stato parte. Se giustificato, lo Stato parte dovrebbe garantire che tali persone siano perseguite penalmente o estradate per essere perseguite dalle autorità civili di un altro Stato parte. Il Comitato chiede allo Stato parte di fornirgli informazioni sull’esito delle indagini riguardanti l’arcivescovo Wesolowski.

    Cooperazione con procedimenti civili e penali

    Il Comitato è preoccupato per le segnalazioni ricevute di casi in cui lo Stato parte ha rifiutato di fornire informazioni alle autorità civili in relazione a procedimenti relativi ad accuse secondo cui membri del clero hanno commesso violazioni della Convenzione, nonostante il fatto che dal 2001 la Congregazione per la Dottrina della Fede nello Stato della Città del Vaticano ha avuto la responsabilità di ricevere e indagare su tutte le accuse di abusi sessuali su minori da parte del clero cattolico. Il Comitato esprime preoccupazione per le accuse secondo cui nel 2013 il nunzio papale in Australia avrebbe invocato l’immunità diplomatica rifiutandosi di fornire la documentazione d’archivio per assistere la Commissione speciale d’inchiesta del New South Wales sugli abusi sessuali.

    Lo Stato parte dovrebbe adottare misure efficaci per garantire la fornitura di informazioni alle autorità civili nei casi in cui stanno svolgendo indagini penali su accuse di violazioni della Convenzione perpetrate dal clero cattolico o da loro acconsentite. Lo Stato parte dovrebbe garantire che le procedure per richiedere tale cooperazione siano chiare e ben note alle autorità civili e che le richieste di cooperazione ricevano una risposta tempestiva.

    Garanzie legali di base

    Il Comitato apprezza le informazioni fornite dallo Stato parte nel suo rapporto e al dialogo sulle protezioni legali per le persone private della libertà nello Stato parte previste dal Codice penale, dal Codice di procedura penale e dai progetti di regolamento del 2012 del Dipartimento della sicurezza. Servizi e Protezione Civile. Il Comitato si rammarica che non siano state fornite informazioni sul fatto che questi documenti incorporino le particolari garanzie legali contro la tortura che il Comitato ha invitato tutti gli Stati parti a garantire a tutte le persone private della libertà (artt. 2, 13, 15 e 16).

    Lo Stato parte dovrebbe garantire che le sue leggi e regolamenti prevedano il diritto di tutte le persone private della libertà di godere delle garanzie legali contro la tortura enumerate nel Commento generale n. 2 del Comitato, compreso il diritto di tutti i detenuti a ricevere assistenza legale, assistenza medica indipendente e per contattare i parenti della madre di privazione della libertà. Lo Stato parte dovrebbe monitorare la fornitura di tali salvaguardie da parte dei suoi funzionari pubblici e garantire che qualsiasi inadempienza nel fornire tali garanzie come richiesto si traduca in sanzioni disciplinari o di altro tipo.

    Reclami e indagini tempestive, approfondite e imparziali

    Il Comitato accoglie con favore gli emendamenti al Codice penale e al Codice di procedura penale dello Stato della Città del Vaticano che chiariscono che le autorità dovrebbero perseguire le accuse di violazioni della Convenzione da parte di cittadini e funzionari. Il Comitato accoglie inoltre con favore le informazioni a condizione che la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, istituita da Papa Francesco, cercherà di garantire la responsabilità ei suoi membri hanno annunciato che intendono fare proposte specifiche sulla sensibilizzazione “riguardo alle tragiche conseguenze degli abusi sessuali e delle conseguenze devastanti del mancato ascolto, della mancata segnalazione di sospetti di abuso e del mancato sostegno alle vittime / sopravvissute e alle loro famiglie ”. Ad oggi non sono state fornite informazioni al Comitato in merito al mandato della Pontificia Commissione, poteri investigativi,

    Lo Stato parte dovrebbe:

    (a) Stabilire un meccanismo di reclamo indipendente a cui le vittime di presunte violazioni della Convenzione possano riferire in modo confidenziale le accuse di abuso e che abbia il potere di cooperare con le autorità dello Stato parte e con le autorità civili del luogo in cui si è verificato il presunto abuso;

    (b) Garantire che gli organi incaricati di svolgere indagini su accuse di violazioni della Convenzione da parte di pubblici ufficiali della Santa Sede, compreso l’Ufficio del Promotore di Giustizia, siano indipendenti senza alcun collegamento gerarchico tra gli investigatori ei presunti autori. Garantire che tali organismi svolgano le indagini in modo rapido, completo e imparziale;

    (c) Chiarire se la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori istituita nel dicembre 2013 debba avere pieni poteri per indagare sui casi di presunte violazioni della Convenzione, assicurare che i risultati di ogni sua indagine siano resi pubblici e che siano prontamente agito da funzionari con funzione di procura, entro un determinato termine.

    Concordati e altri accordi

    Il Comitato è preoccupato per le accuse secondo cui concordati e altri accordi negoziati dalla Santa Sede con altri Stati potrebbero impedire efficacemente il perseguimento di presunti autori limitando la capacità delle autorità civili di mettere in dubbio, costringere la produzione di documentazione o perseguire persone associate al cattolico. Chiesa (artt. 2, 12, 13 e 16).

    Lo Stato parte dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di rivedere i suoi accordi bilaterali conclusi con altri Stati, come i concordati, al fine di adempiere ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione e impedire che gli accordi servano a fornire individui che si presume abbiano violato la Convenzione o che si ritiene siano in possesso di informazioni relative a violazioni. della Convenzione con la protezione da indagini o azioni penali da parte delle autorità civili a causa del loro status o affiliazione con la Chiesa cattolica.

    Riparazione

    Pur rilevando che molte diocesi e ordini religiosi hanno fornito risarcimenti finanziari alle vittime di abusi, il Comitato rimane profondamente preoccupato per l’impossibilità di ottenere un risarcimento sperimentato da molte presunte vittime di violazioni della Convenzione perpetrate da o con l’acquiescenza di persone che agiscono in veste ufficiale per lo Stato parte. Il Comitato è particolarmente preoccupato per le accuse di casi passati in cui lo Stato parte ha acconsentito o ha autorizzato azioni intraprese da alcuni funzionari della chiesa per proteggere i beni dal sequestro da parte delle autorità civili allo scopo di fornire risarcimento alle vittime. Il Comitato è anche preoccupato per la risposta dello Stato parte al continuo rifiuto da parte dei quattro ordini religiosi che gestivano le lavanderie Magdalene in Irlanda di contribuire a un fondo di risarcimento per le persone vittime di abusi in quelle strutture. Il Comitato ricorda che, in conformità con il Commento generale n. 3, il concetto di riparazione include la restituzione, il risarcimento, la riabilitazione, la soddisfazione e il diritto alla verità e le garanzie di non ripetizione (artt. 12, 13, 14 e 16).

    Lo Stato parte dovrebbe:

    (a) In conformità con l’articolo 14 della Convenzione e il Commento generale n. 3, adottare misure per garantire che le vittime di abusi sessuali commessi da o con l’acquiescenza dei funzionari dello Stato parte ricevano un risarcimento, compreso un diritto al risarcimento equo, adeguato ed applicabile. e la più completa riabilitazione possibile, indipendentemente dal fatto che gli autori di tali atti siano stati assicurati alla giustizia. Dovrebbero essere adottate misure adeguate per garantire il recupero fisico e psicologico e il reinserimento sociale delle vittime di abusi;

    (b) Incoraggiare la fornitura di risarcimento da parte di singoli ordini religiosi alle vittime di violazioni della Convenzione da loro effettuate e adottare ulteriori misure per garantire che le vittime ottengano il risarcimento secondo necessità, anche nel caso delle Lavanderie Magdalene.

    Vendita e sottrazione di bambini

    Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di sottrazione di bambini appena nati alle loro madri biologiche da parte di membri di congregazioni cattoliche in diversi paesi, che sono stati successivamente collocati in orfanotrofi o dati a genitori adottivi all’estero. Come nel caso delle lavanderie Magdalene, il Comitato è preoccupato per la mancanza di informazioni su eventuali misure prese per trovare tali bambini e restituirli alle loro madri biologiche.

    Lo Stato parte dovrebbe:

    (a) Richiedere alle congregazioni interessate di fornire le informazioni pertinenti in loro possesso sul destino dei bambini in questione al fine di restituirli alle loro madri biologiche;

    b) Adottare tutte le misure necessarie per combattere e prevenire il ripetersi di tali pratiche in futuro.

    Non respingimento e asilo

    Il Comitato prende atto con apprezzamento della conferma dello Stato parte che la Santa Sede non avrebbe espulso, restituito o estradato una persona in uno Stato in cui la persona potrebbe essere torturata e che gli emendamenti al codice penale e al codice di procedura penale allegati al 13 luglio 2013 La Lettera Apostolica di Papa Francesco approfondisce questo argomento. Il Comitato si rammarica, tuttavia, che non siano stati forniti dati in risposta alle indagini sul numero di richieste di asilo ricevute e accolte, in particolare in considerazione della dichiarazione che le domande di asilo sono trattate e giudicate dalle autorità del governo italiano (art. 3) .

    Il Comitato raccomanda che lo Stato parte fornisca nel suo prossimo rapporto i dati sul numero di richieste di asilo ricevute dalle autorità dello Stato parte situate nel suo territorio o all’estero dal 2002, così come il numero concesso, e se un richiedente asilo è stato rimpatriato o ha rifiutato l’asilo e in quali paesi. Lo Stato parte dovrebbe garantire che le sue autorità controllino il trattamento di qualsiasi persona richiedente asilo che viene inviata in Italia per accertarsi che non venga successivamente espulsa in un luogo in cui potrebbe essere in pericolo di essere sottoposta a tortura o maltrattamenti.

    Addestramento del Corpo di Gendarmeria

    Pur rilevando che il Corpo della Gendarmeria riceve una formazione in materia di diritti umani, il Comitato è preoccupato che non sia fornito loro una formazione specifica sulle disposizioni della Convenzione, incluso il divieto assoluto di tortura, e che i professionisti medici che si occupano di persone private di libertà e asilo -I richiedenti non ricevono una formazione sul Manuale per un’efficace indagine e documentazione sulla tortura e altri trattamenti di punizione crudeli, inumani o degradanti (protocollo di Istanbul) (art. 10).

    Lo Stato parte dovrebbe garantire che l’addestramento del Corpo di Gendarmeria includa il divieto assoluto di tortura, altre disposizioni della Convenzione e le conclusioni, decisioni e Commenti generali del Comitato. Dovrebbe anche garantire che il Corpo della Gendarmeria, i professionisti medici e gli ufficiali di polizia competenti nello Stato parte ricevano una formazione nel Manuale sull’efficace indagine e documentazione della tortura e di altri trattamenti di punizione crudeli, inumani o degradanti (il Protocollo di Istanbul).

    Dati statistici

    Il Comitato deplora l’assenza di dati esaurienti e disaggregati su denunce e indagini su casi che costituiscono violazioni della Convenzione.

    Lo Stato parte dovrebbe compilare dati statistici rilevanti per il monitoraggio dell’attuazione della Convenzione, compresi i dati sui reclami e le indagini sui casi che costituiscono violazioni della Convenzione, nonché sui mezzi di ricorso, inclusi il risarcimento e la riabilitazione, forniti alle vittime.

    Il Comitato invita lo Stato parte a considerare la ratifica dei principali strumenti internazionali sui diritti umani di cui non è ancora parte, vale a dire il Patto sui diritti economici, sociali e culturali e il Patto sui diritti civili e politici e i loro protocolli opzionali, nonché la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e il suo protocollo opzionale, la Convenzione sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e il suo protocollo opzionale, e la Convenzione per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate.

    Lo Stato parte è invitato a diffondere ampiamente il rapporto presentato al Comitato e le osservazioni conclusive del Comitato, nelle lingue appropriate, attraverso i siti web ufficiali, i media e le organizzazioni non governative.

    Lo Stato parte è invitato a presentare il suo documento di base comune, in conformità con i requisiti contenuti nelle linee guida armonizzate sulla rendicontazione ai sensi dei trattati internazionali sui diritti umani (HRI / GEN.2 / Rev.6).

    Il Comitato chiede allo Stato parte di fornire, entro il 23 maggio 2015, informazioni di follow-up in risposta alle raccomandazioni del Comitato relative alla prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, e sull’impunità, come contenuto nei paragrafi 10 e 11 del presente documento. Inoltre, il Comitato richiede informazioni di follow-up su reclami e indagini e mezzi di ricorso, come contenuto nei paragrafi 14 e 16 del presente documento.

    Lo Stato parte è invitato a presentare il suo prossimo rapporto, che sarà il secondo rapporto periodico, entro il 23 maggio 2018. A tal fine, il Comitato invita lo Stato parte ad accettare, entro il 23 maggio 2015, di riferire secondo la sua procedura di segnalazione facoltativa, consistente nella trasmissione, da parte del Comitato allo Stato parte, di un elenco di questioni prima della presentazione del rapporto. La risposta dello Stato parte a questo elenco di questioni costituirà, ai sensi dell’articolo 19 della Convenzione, il suo prossimo rapporto periodico.

    Comitato contro la tortura Osservazioni conclusive sul rapporto iniziale della Santa Sede *

  • Francesco Zanardi: «Bergoglio ignavo coi preti pedofili»

    Francesco Zanardi: «Bergoglio ignavo coi preti pedofili»

    Cosa fa il papa contro gli abusi dei prelati ? «Nulla». La denuncia di Francesco Zanardi, molestato da un parroco quando aveva 11 anni. «La Chiesa non denuncia i carnefici, ma li ricolloca».

    di Giovanna Faggionato

    Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni».
    E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
    LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato con Lettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
    La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
    «Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
    MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
    Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
    Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
    Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.
    LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
    Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

    DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
    RISPOSTA.
     La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
    D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
    R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
    D. Come fa a dirlo?
    R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
    D. Insomma nessun passo avanti?
    R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
    D. Ci può spiegare la sua storia?
    R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese,ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
    D. Poi cosa è successo?
    R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
    D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
    R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
    D. Di cosa si occupava?
    R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
    D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
    R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
    D. Capì subito il perché di quella reazione?
    R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
    D. E cosa scoprì?
    R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
    D. Incredibile.
    R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
    D. E furono presi provvedimenti?
    R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
    D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
    R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
    D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
    R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
    D. Un modo per dirle di tacere.
    R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
    D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
    R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
    D. Tutto cosa?
    R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
    D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
    R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
    D. E cosa successe allora?
    R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
    D. Ma come è stato possibile?
    R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
    D. E quanto è rimasto in quella comunità?
    R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
    D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
    R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
    D. Per dirgli cosa?
    R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
    D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
    R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
    D. Ma non cambiò nulla.
    R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
    D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
    R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
    D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
    R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
    D. Addirittura?
    R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
    D. E come è finita?
    R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
    D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
    R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
    D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
    R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
    D. Quale?
    R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
    D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
    R.
     Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
    D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
    R.
     A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
    D. Addirittura.
    R.
     Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
    R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
    D.
     Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
    D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
    R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
    D. Cosa?
    R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

    Sabato, 08 Febbraio 2014

    http://www.lettera43.it/cronaca/francesco-zanardi-bergoglio-ignavo-coi-preti-pedofili_43675121646.htm

  • Abusi, l’Onu interroga il Vaticano: “Più impegno con i preti pedofili”

    Abusi, l’Onu interroga il Vaticano: “Più impegno con i preti pedofili”

    Sarà processato un prelato polacco. Il Papa: “Vergogna per la Chiesa”. I rappresentanti della Santa Sede a Ginevra per fornire spiegazioni sul caso esploso nel 2011

    di MARCO ANSALDO

    CITTÀ DEL VATICANO – Impegno a eliminare lo scandalo della pedofilia nella Chiesa. E annuncio di un processo in Vaticano per un diplomatico polacco accusato di abusi sessuali sui minori. Con questa doppia promessa formale la Santa Sede ieri ha risposto comparendo per la prima volta davanti a un organismo internazionale, l’Onu a Ginevra, per fornire spiegazioni sull’imbarazzante caso internazionale scoppiato nel 2011.

    Accusato per anni di aver coperto lo scandalo per difendere la propria reputazione, e scosso dall’entità del fenomeno, il Vaticano ha poi ordinato a tutti i vescovi di denunciare alla giustizia ordinaria del proprio Paese i membri del clero accusati di pedofilia. E Papa Benedetto XVI prima, e Papa Francesco dopo, hanno promesso una nuova linea. A comparire per rispondere alle domande di un comitato delle Nazioni Unite sull’applicazione della Convenzione per i diritti del fanciullo era una delegazione di 6 persone guidata dall’osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, di cui faceva parte anche l’ex procuratore per i reati sessuali, monsignor Charles Scicluna, autore fino a pochi anni fa di denunce non sempre gradite in ambito ecclesiale, oggi vescovo a Malta.

    Nell’interrogatorio Scicluna ha riconosciuto che la Santa Sede è stata lenta ad affrontare la crisi, ma ha aggiunto che è adesso impegnata a farlo e incoraggiato i procuratori a intraprendere azioni contro chiunque ostacoli la giustizia. Duro l’intervento dell’investigatrice del comitato per i diritti umani, Sara Oviedo, la quale ha incalzato la delegazione vaticana chiedendo le ragioni per cui spesso i sacerdoti accusati di abusi siano stati trasferiti invece che consegnati alle forze dell’ordine. Un membro del comitato è anche la psicologa e psicoterapeuta italiana Maria Rita Parsi.

    Monsignor Tomasi ha quindi parlato del caso riguardante l’ex nunzio apostolico nella Repubblica domenicana, il polacco Josef Wesolowski, accusato di abusi sessuali su minori. Verrà giudicato – ha detto – con “la severità che merita”. Tomasi si è poi diffuso sull’impegno della Chiesa per affrontare questo “crimine orrendo e abnorme” degli abusi, tanto a livello centrale quanto a livello di base. “Il risultato dell’azione combinata adottata – ha detto l’osservatore permanente vaticano – dalle Chiese locali e dalla Santa Sede presenta una cornice che, se correttamente applicata, contribuirà a eliminare gli abusi da parte del clero”.
    In un intervento alla Radio Vaticana, il portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha detto che sul caso la Santa Sede ha dato risposte “ampie e efficaci”. E lo stesso Papa, nella sua omelia mattutina a Santa Marta, ha parlato di “corruzione dei sacerdoti” che invece di dare “da mangiare il pane della vita” danno un “pasto avvelenato”. “Tanti scandali – ha detto – che io non voglio menzionare singolarmente, ma tutti ne sappiamo… Sappiamo dove sono! La vergogna della Chiesa!”.

    Sono state alcune organizzazioni e vittime statunitensi, europee e messicane, a far arrivare il dossier degli abusi sul tavolo del comitato Onu. L’organismo non ha poteri giuridici per punire i colpevoli. Ma un’eventuale sanzione sarebbe un brutto colpo per la Chiesa che sta cercando di darsi una nuova immagine.

  • Papa Francesco e le commissioni farsa sugli abusi sessuali dei preti

    Papa Francesco e le commissioni farsa sugli abusi sessuali dei preti

    Di poche ore fa la notizia battuta dalla Sala Stampa Vaticana nella quale si dice che papa Francesco vorrebbe istituire una commissione per la protezione dei bambini dagli abusi sessuali del clero.

    Questa decisione è la palese dimostrazione del fallimento di tutte le mirabolanti direttive per reprimere il fenomeno degli abusi sessuali nel clero. Abbiamo assistito a vergognose campagne di stampa sul preteso impegno dei vari pontefici e dei vescovi nel combattere il fenomeno. Ricordiamo tutti le direttive di Benedetto XVI del luglio 2010 che si sono rivelate un completo fallimento.  Campagne a cui corrispondono comportamenti omissivi e conniventi coi preti pedofili e criminali.

    Anzitutto ridurre il problema degli abusi sessuali ai bambini è una assurdità, dato che gli abusi sessuali di cui parla la cronaca riguardano spesso anche adolescenti e adulti. Non si capisce quindi se il problema sono i bambini o i preti criminali.

    In secondo luogo vorremmo capire chi farà parte della Commissione, ossia se sarà lo stesso clero che in questi decenni ha sistematicamente ingannato l’opinione pubblica e insabbiato i crimini dei propri membri. In poche parole vorremmo sapere se avranno un ruolo le vittime, non quelle addomesticate e scelte con cura per le passerelle mediatiche che siamo usi vedere in TV. Che credibilità hanno oggi questi monsignori?

    In terzo luogo vorremmo sapere se, in attesa dei tempi biblici delle commissioni, che stileranno dei comunicati da sottoporre al pontefice che, forse, emanerà delle direttive, cambierà la prassi applicativa che registriamo da decenni. Per esempio, nel frattempo le Conferenze Episcopali stileranno un elenco pubblico dei sacerdoti condannati con processo civile e canonico per abusi sessuali? I vescovi nel frattempo denunceranno alla magistratura i preti criminali? Sarà interdetto il reclutamento dei minori a fini del sacerdozio, ossia elimineranno la figura dei seminaristi minori? Saranno aperti gli archivi diocesani e pontifici e rese pubbliche le accuse mosse contro i sacerdoti? Saranno dimessi automaticamente dallo stato clericale i preti responsabili di abusi? Sapremo dove sono nascosti i preti accusati di abusi sessuali? Saranno risarcite dalle diocesi e del Vaticano le vittime, visto che i preti sono quasi sempre nullatenenti? Le vittime saranno aiutate nel recupero psicologico e nell’inserimento lavorativo, visto che hanno visto danneggiata per sempre la loro vita?

    Mentre la stampa si sofferma su questo comunicato stampa del Vaticano, piuttosto contraddittorio perchè arriva all’indomani del rifiuto, di consegare all’ONU proprio la documentazione riguardante gli abusi sui minori, nessuno si interessa della stretta attualità. Per esempio nessuno ci spiega come mai il Nunzio apostolico a Santo Domingo arcivescovo Josef Wesolowski, fatto fuggire precipitosamente dai Caraibi e nascosto a Roma, perché sorpreso in luoghi di prostituzione minorile, non è stato fatto rientrare d’autorità nell’isola per sottoporsi alla giustizia civile. Nessuno si preoccupa di informarci sui fatti di Belcastro (CZ –  diocesi di Crotone), su come mai una inchiesta durata 3 anni, che ha visto la richiesta di rinvio a giudizio per don Roberto Mastro per abusi su 17 minori di 14 anni sia passata sotto silenzio della diocesi e della stampa. Nessuno ci spiega cosa c’è che non va nella formazione di un sacerdote come don Giuseppe Canavese (diocesi di Mondovì), sorpreso a denudarsi davanti a delle ragazzine a Savona.

    Che fine hanno fatto le richieste di giustizia di Erik Zattoni, figlio dl prete pedofilo don Pietro Tosi, che ha violentato la madre 14enne, e la cui famiglia sfrattata dalla diocesi di Ferrara per aver denunciato il caso?

    Siamo onesti, che credibilità hanno questi signori che dovrebbero proteggere i bambini se nel frattempo assistiamo a queste terribili vicende? Noi ci aspettiamo interventi concreti, efficaci e rapidi. Di commissioni dai tempi biblici, ad uso di propaganda mediatica, non abbiamo nessun bisogno.

    Rete l’Abuso 05 dicembre 2013

    Francesco Zanardi

    Sergio Cavaliere

  • RETE L’ABUSO LANCIA L’ALLARME. LA “FREGATURA” DEI TRIBUNALI ECCLESIASTICI REGIONALI.

    RETE L’ABUSO LANCIA L’ALLARME. LA “FREGATURA” DEI TRIBUNALI ECCLESIASTICI REGIONALI.

    Di pochi giorni fa l’articolo di Andrea Tornielli dove si cerca di far credere in una velocizzazione dei processi Canonici nei confronti di preti pedofili. Tornielli loda in positivo anche la disastrosa ed omissiva linea di Benedetto XVI, svelata dalla stampa e dalle denunce in tutto il mondo che nel 2010 hanno portato la chiesa all’apice dello scandalo, nonché della trasparenza forzata, poco gradita al Vaticano.

    Oggi la situazione è molto più grave di quello che si vuol far credere e che si sta omettendo di dire. Sembra nessuno si accorga che la chiesa non solo continua non concretizzare come promette a mezzo stampa, risarcimenti alle vittime, prevenzione, denuncia alle autorità civili, l’apertura alla magistratura degli archivi che il Cardinale Ratzinger fece recapitare da tutto il mondo in Vaticano nel 2002, oggi sottoposti al Segreto Pontificio. Le misure di Bergoglio pare ostacolano pesantemente il lavoro della Magistratura italiana, già sufficientemente handicappata a causa del vuoto legislativo in materia, unico in Europa, di cui l’Italia è vittima.

    Dal 2010 a oggi ricordiamo le linee guida anti pedofilia della CEI divulgate nel maggio 2012, modificate in tutto il resto di Europa, rimaste sostanzialmente invariate a quelle del 1962, solo in Italia, nei fatti nessun obbligo di denuncia per i vescovi alle autorità civili, nessun aiuto alle vittime, nessuna prevenzione. Criticò pesantemente quelle linee guida anche la stessa Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Dall’arrivo di Papa Francesco i provvedimenti ci sono stati, purtroppo tanti, tutti omissivi e a salvaguardia della chiesa.  Francesco ha reso illegale la denuncia, criminalizzando la fuga di notizie, un deterrente per i membri del clero e non,  ora di fatto, definitivamente scoraggiati e intimiditi a collaborare con le autorità civili. Si aggiunge anche l’idea di istituire tribunali ecclesiastici Regionali/nazionali (gestiti da uno stato estero sul territorio italiano) che si può rivelare devastante oltre che di intralcio per la giustizia civile.

    Leggendo l’articolo di Andrea Tornielli ci si riempie la bocca di parole, ma non vi è nulla di concreto tranne il rischio che questi tribunali, imitazione dei famosi sportelli che la CEI nel 2011 voleva istituire nelle diocesi italiane, fortunatamente fallita, diventi un’ulteriore strumento di insabbiamento.

    Va tenuto conto che generalmente le vittime sono per la maggior parte cattolici o persone che frequentano la chiesa. Persone che in questi casi si rivolgono al clero, non alla magistratura, perché subiscono una certa influenza legata alla religione o per semplice cultura. Forse ci sarà un risarcimento alla vittima, come previsto dal Codice Canonico, un risarcimento insignificante (come lo stesso codice prevede) rispetto ai traumi che una persona subisce, oltre che rispetto al costo di un dignitoso percorso di analisi che la vittima dovrà affrontare.

    Questo crea una nuova situazione di omertà, che permette di poter continuare a gestire questi casi a livello interno, un’altra occasione per la chiesa di poter nascondere, spostare far sparire il pedofilo al fine di salvaguardare come ha fatto fino a oggi la propria immagine,  non la salute psicofisica dei minori affidati alle cure dei suoi sacerdoti. La vittima anche se potrà avviare una procedura in sede civile (a patto che non si impegni a non farlo in sede canonica) comunicherà di fatto, prima il caso alla curia e non alle autorità civili, senza avere quindi alcuna garanzia su che fine farà il pedofilo, sottraendolo di fatto alla giustizia e senza avere la minima garanzia che costui non continui ad abusare.

    La chiesa cattolica, anche dopo Ratzinger, quella di Francesco al momento è fatta di dichiarazioni mediatiche gonfiate dalla stampa, ma di nessun intervento concreto ma solo omissioni, come ha fatto nei confronti dell’arcivescovo polacco Josef Wesolowski, sottraendolo di fatto alla giustizia del paese che lo accusava e dandole asilo in Italia.  O come nel caso di padre Reverberi, ricercato dall’INTERPOL  e nascosto a Parma, o don Siro Invernizzi il prete pedofilo che ha patteggiato due a anni perché sorpreso con un minore mentre faceva sesso dietro un cimitero a Cugliate Fabiasco, Varese, trasferito da poco in un’altra parrocchia. Oppure il caso dell’insegnante di religione della Diocesi di Nola Napoli, caso seguito dalla nostra rete e uscito anche su Le INCHIESTE di Repubblica, dopo l’articolo si sono perse le tracce.

    Questi solo alcuni dei casi più recenti e gravi, ma basta cercate negli archivi del nostro portale, selezionando solo l’anno 2013 scoprirete mese per mese, che i casi sono decine.

    Difficile credere alle promesse di Bergoglio e alla falsa linea di positività che la stampa gli attribuisce a tutti i costi. Basta un briciolo di buonsenso, già leggendo quanto sopra che al momento non esiste un solo gesto concreto, ne a tutela delle vittime e neppure a sostegno. Esistono una marea di dichiarazioni in questi sette mesi di pontificato, un autentico pugno di mosche, unico riscontro, le mosche.

    Decine di vittime hanno scritto al Papa, lo abbiamo fatto anche noi come associazione, mesi fa, migliaia di italiani hanno firmato anche una petizioneindirizzata a lui. Non ha risposto a nessuno.

    Veramente troppo poco per non dire nulla.

    Per il momento l’invito che facciamo alle vittime resta quello di continuare a rivolgersi alla magistratura, non al clero. Con i sistemi attualmente in uso il rischio è di diventare ignari complici di ciò che voi stessi avete subito.

    Il Portavoce

    Francesco Zanardi

  • Cambia il papa la prassi non cambia: sottrarre alla giustizia e proteggere gli ecclesiastici incriminati di abusi sessuali.

    Cambia il papa la prassi non cambia: sottrarre alla giustizia e proteggere gli ecclesiastici incriminati di abusi sessuali.

    Dalla stampa caraibica apprendiamo che l’arcivescovo Josef Wesolowski, ambasciatore del Vaticano in Repubblica Dominicana, Haiti e Porto Rico, e incriminato per pedofilia dopo essere stato sorpreso da una emittente tv dominicana aggirarsi in zona dedita alla prostituzione maschile.

    Dopo la messa in onda del servizio sono emerse le accuse di abusi sessuali su una decina di minori.

    Le abitudini sessuali e l’alcolismo del nunzio vaticano erano in realtà note da tempo, ma le gerarchie vaticane nulla hanno fatto fino a che il monsignore non e stato colto in flagranza.

    Finche hanno potuto hanno lasciato che il monsignore continuasse la sua condotta.

  • La pedofilia impregna insospettabili

    La pedofilia impregna insospettabili

    Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» (Lettera 43)

    E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
    LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato conLettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
    La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
    «Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
    MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
    Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
    Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
    Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.

    LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
    Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

    DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
    RISPOSTA.
    La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
    D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
    R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
    D. Come fa a dirlo?
    R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
    D. Insomma nessun passo avanti?
    R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
    D. Ci può spiegare la sua storia?
    R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese, ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
    D. Poi cosa è successo?
    R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
    D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
    R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
    D. Di cosa si occupava?
    R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
    D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
    R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
    D. Capì subito il perché di quella reazione?
    R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
    D. E cosa scoprì?
    R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
    D. Incredibile.
    R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
    D. E furono presi provvedimenti?
    R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
    D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
    R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
    D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
    R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
    D. Un modo per dirle di tacere.
    R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
    D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
    R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
    D. Tutto cosa?
    R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
    D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
    R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
    D. E cosa successe allora?
    R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
    D. Ma come è stato possibile?
    R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
    D. E quanto è rimasto in quella comunità?
    R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
    D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
    R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
    D. Per dirgli cosa?
    R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
    D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
    R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
    D. Ma non cambiò nulla.
    R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
    D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
    R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
    D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
    R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
    D. Addirittura?
    R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
    D. E come è finita?
    R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
    D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
    R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
    D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
    R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
    D. Quale?
    R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
    D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
    R.
    Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
    D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
    R.
    A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
    D. Addirittura.
    R.
    Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
    R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
    D.
    Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
    D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
    R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
    D. Cosa?
    R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

    Sabato, 08 Febbraio 2011