Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    A tre anni dalla sua promulgazione ad experimentum, è ormai chiaro che il motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi sulla gestione degli abusi nella Chiesa, in paricolare da parte dei vescovi, è inefficace ed è stata ampiamente disattesa. Ma potrebbe funzionare, se si apportassero delle correzioni di rotta. Le propone Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org – archivio online dei casi di abusi nmegli Stati Uniti, fondato nel 2003 –  in un articolo pubblicato sul settimanale cattolico statunitense National Catholic Reporter (25/5) col titolo “Francis’ clergy abuse law, ‘Vos Estis,’ isn’t working. Here’s how to fix it”. Lo proponiamo in traduzione italiana.

    Tre anni fa, mentre la Chiesa cattolica affrontava una resa dei conti senza precedenti nel campo degli abusi sessuali da parte del clero, papa Francesco ha introdotto una legge ecclesiastica che prometteva di ritenere i vescovi e i superiori religiosi responsabili degli abusi che commettono o insabbiano.

    Intitolata Vos Estis Lux Mundi, la normativa è stata propagandata dai portavoce papali come un punto di svolta nella lotta agli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. È “rivoluzionario”, ha affermato il cardinale Blase Cupich di Chicago. “Il silenzio, l’omertà e gli insabbiamenti possono ora diventare un ricordo del passato”, ha dichiarato l’arcivescovo maltese Charles Scicluna, fidato investigatore degli abusi del papa.

    Vos Estis, motu proprio firmato il 9 maggio 2019, è stato originariamente promulgato per un periodo di prova di tre anni che termina questo 1 giugno. Nell’attesa di vedere se Francesco ora renderà la legge permanente, è un buon momento per valutare quale sarà probabilmente la risposta più significativa di questo papa alla crisi degli abusi cattolici.

    Finora, il Vaticano non ha rilasciato informazioni sul numero o sui nomi dei vescovi indagati in base a Vos Estis. BishopAccountability.org è stato in grado di identificare 28 casi in cui è stato utilizzato per procedere con accuse di insabbiamento o abuso da parte dei vescovi. Ci auguriamo che venga utilizzato più ampiamente di così: i vescovi cattolici sono 5.600! Ma non possiamo esserne sicuri.

    Almeno 11 dei casi ricaduti sotto Vos Estis o simili a questi si sono verificati negli Stati Uniti. Due di questi vescovi sono stati sanzionati, tre sono stati “tolti di mezzo” e sei devono affrontare indagini in corso.

    Ma la più grande concentrazione di casi, curiosamente, è stata in Polonia, dove le procedure di Vos Estis sono state applicate contro 16 dei 209 vescovi attivi o in pensione del Paese. Undici sembrano essere stati giudicati colpevoli dal Vaticano di negligenza, con sanzioni annunciate in otto di questi casi; un arcivescovo si è “autopunito”; altri due sono stati allontanati; e altri due casi sono in corso.

    Perché concentrarsi sulla Polonia? È probabile che i funzionari vaticani abbiano visto un’opportunità per limitare i danni in questo Paese cattolicissimo, che è diventato un punto critico nella crisi globale della chiesa. Dal 2019, in conseguenza di inchieste mediatiche e di due roventi documentari, la Polonia è scossa da rivelazioni di diffusa complicità da parte dei suoi vescovi. La metà di tutti i polacchi intervistati lo scorso autunno ha affermato che l’intero episcopato dovrebbe dimettersi.

    E nonostante l’ondata di sanzioni, un gruppo di presunti favoreggiatori rimane al potere nella Chiesa polacca.

    Il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, è accusato di aver concesso di esercitare il ministero a due diversi sacerdoti dopo che erano stati condannati per reati sessuali su minori. Il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, è stato recentemente assolto dall’accusa di negligenza in un caso di abuso clericale, nonostante un sacerdote che aveva denunciato insistesse di aver informato Dziwisz di persona dell’abuso. Il verdetto del Vaticano riguardava solo un caso polacco; non ha preso in considerazione le accuse secondo cui Dziwisz, in qualità di segretario di Papa Giovanni Paolo II, avrebbe respinto le segnalazioni di abusi sia contro p. Marcial Maciel Degollado, il fondatore disonorato dei Legionari di Cristo, sia contro l’ex cardinale Theodore McCarrick.

    La nostra valutazione, fino a questo momento, di Vos Estis, basata sui casi che abbiamo monitorato in Polonia, negli Stati Uniti e altrove è che troppo pochi vescovi sono stati giudicati colpevoli, sono stati puniti con troppa leggerezza e quasi nessuna informazione sui loro misfatti è stata divulgata.

    Certo, con Vos Estis una dozzina o più di vescovi complici o abusivi sono stati rimossi dall’incarico, ed è già qualcosa.

    Ma è una goccia nel mare.

    La complicità collettiva della gerarchia cattolica, che va dalla negligenza all’ignoranza volontaria fino all’inganno scaltro, ha facilitato gli stupri e le aggressioni sessuali di centinaia di migliaia, se non milioni, di bambini. Una Chiesa pentita, impegnata a porre fine alla sua cultura e al suo sistema di insabbiamento, avrebbe allontanato e dimesso dallo stato clericale centinaia di vescovi complici, non una o due dozzine.

    Inoltre, la maggior parte dei casi sanzionati da Vos Estis era un atto dovuto per motivi di pubbliche relazioni. In tutti i casi statunitensi tranne due, ad esempio, la capacità del vescovo di guidare era già compromessa da accuse pubbliche. Allo stesso modo, quasi tutti i vescovi polacchi penalizzati da Vos Estis erano già stati colpiti da uno scandalo pubblico.

    La debolezza di Vos Estis risiede principalmente nella sua concezione: è una autoregolamentazione travestita da trasparenza.

    In Vos Estis, il papa ha dato priorità all’isolamento e al contenimento, mantenendo la gerarchia nel controllo totale del processo di segnalazione e investigazione. Ha scelto di non richiedere la denuncia alle autorità civili. Ha scelto di omettere qualsiasi obbligo di informare il pubblico. Ha limitato il coinvolgimento dei laici a ruoli frammentati, senza alcun potere e (quasi certamente) vincolati alla riservatezza.

    Per essere lo strumento di trasformazione necessario, Vos Estis deve essere rinnovato. Ecco cinque (importanti) modifiche che potrebbero renderlo efficace.

    Obbligo alla denuncia alle autorità civili

    Con Vos Estis, la maggior parte dei vescovi del mondo è autorizzata a non dire alle autorità civili che un prete sta violentando un bambino. Questo perché nella maggior parte delle giurisdizioni civili, il clero non sono obbligati a denunciare e Vos Estis al massimo richiede la segnalazione solo quando lo richiede il diritto civile.

    Bisogna cancellare l’ articolo 19, cenno minimo di Vos Estis alla cooperazione con il diritto civile, e sostituirlo con una segnalazione obbligatoria alle autorità civili indipendentemente dal fatto che la legge locale lo richieda o meno. Cioè, istruire ogni sacerdote e religioso a notificare alle autorità civili reati sessuali sospetti o noti, così come sospetti insabbiamenti da parte di funzionari della Chiesa.

    Bisogna esentare il clero da questo requisito in quelle poche giurisdizioni del mondo in cui vi sono buone ragioni per temere che tale segnalazione possa mettere in pericolo la sicurezza degli accusatori e/o sospetti delinquenti. Rinomate organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International potrebbero essere chiamate a redigere l’elenco dei Paesi esentati.

    Allentare la presa del Vaticano

    Vos Estis ha comportato un raddoppio del controllo del papa e del Vaticano su questioni di disciplina episcopale: una mossa ironica, da parte di un papa che denuncia il clericalismo.

    Con Vos Estis, il Vaticano controlla ogni decisione chiave. Solo il Vaticano ha il potere di autorizzare un’indagine, di emettere un verdetto e di determinare sanzioni.

    Il problema? Quasi invariabilmente, il papa e i funzionari vaticani sono indulgenti nei confronti dei vescovi accusati.

    Si consideri la decisione di Francesco del 2020 di reintegrare il vescovo argentino Gustavo Zanchetta in un incarico vaticano, anche se il vescovo era ancora sotto inchiesta nel suo Paese natale per presunti abusi sessuali (Zanchetta alla fine ha dovuto tornare in Argentina per il processo ed è stato recentemente condannato a quattro anni di carcere.)

    Oppure si consideri lo scioccante verdetto del Vaticano, lo scorso anno, nel caso canonico del vescovo Joseph Hart, che ha guidato la diocesi di Cheyenne, nel Wyoming, dal 1978 al 2001. Nonostante le accuse secondo cui Hart avrebbe aggredito sessualmente più di 15 bambini e nonostante l’incrollabile insistenza dell’attuale vescovo di Cheyenne nel ribadire che le vittime sono credibili, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha scagionato Hart su ogni punto. (Nota: il caso di Hart non era un caso ricadente sotto Vos Estis, presumibilmente perché il Vaticano iniziò la sua indagine prima della sua emanazione, ma il processo canonico era simile.)

    Rottamare il “modello metropolitano”. Gli arcivescovi non possono indagare obiettivamente sui loro vicini.

    Vos Estis incarica i metropoliti – arcivescovi ordinari che governano simbolicamente le loro province ecclesiastiche nel mondo – di valutare e supervisionare inizialmente le indagini sulle accuse contro i vescovi nelle loro province.

    Non sorprende che il risultato sia stato un conflitto di interessi, reale e percepito. Gli arcivescovi stanno indagando sui vescovi vicini che sono loro colleghi, loro collaboratori e, a volte, loro amici.

    Consideriamo il caso Vos Estis del vescovo in pensione di Brooklyn Nicholas DiMarzio. Dopo essere stato accusato di abusi sessuali su minori alla fine del 2019, il Vaticano ha incaricato il suo metropolita, il cardinale Timothy Dolan dell’arcidiocesi di New York, a supervisionare le indagini.

    Nel suo podcast poche settimane dopo, Dolan non ha fatto alcuno sforzo per apparire imparziale. «Adoro quest’uomo, è un buon amico», ha detto del suo collega. (Nel settembre 2021, Dolan ha annunciato che il Vaticano aveva ritenuto DiMarzio innocente.)

    In un altro caso ricadente sotto Vos Estis, il metropolita è implicato in un presunto atto di insabbiamento insieme al vescovo su cui sta indagando. Il vescovo Richard Stika di Knoxville, Tennessee, è indagato per insabbiamento dall’arcivescovo in pensione di Louisville Joseph Kurtz, che ha preceduto Stika come vescovo di Knoxville.

    Stika sta affrontando una serie di accuse, inclusa una emersa in una causa che ha risolto lo scorso luglio. Una donna ha accusato la diocesi di negligenza nella risposta al presunto abuso e sfruttamento sessuale che aveva subito da parte di un sacerdote diocesano di lunga data, p. Michael Sweeney. Nel 2005, Sweeney aveva ammesso al suo allora vescovo – nientemeno che Kurtz – di aver iniziato a fare sesso con la donna dopo averla convertita al cattolicesimo e aver servito come suo direttore spirituale.

    Kurtz mantenne il sacerdote nel ministero nonostante la sua cattiva condotta conclamata, e quando Stika successe a Kurtz, mantenne anche lui il sacerdote nel ministero.

    Autorizzare i laici a giudicare i casi di Vos Estis.

    Se il controllo del Vaticano viene allentato e il modello metropolitano demolito, chi giudicherà le accuse contro i vescovi?

    Che ne dite dei laici? Molti hanno osservato che Vos Estis non prescrive il coinvolgimento dei laici. In pochi hanno sottolineato che esso, in realtà di fatto vieta la possibilità che i laici in qualsiasi ruolo possano esaminare le accuse contro i prelati. Consente solo l’arruolamento di singoli esperti laici in casi ad hoc (articolo 13). Queste persone devono essere giudicate “idonee” e sono tenute a prestare giuramento.

    Anche questo deve cambiare: il controllo esterno è fondamentale. In ogni Conferenza episcopale dovrebbe esserci una commissione permanente di laici dedicata alla valutazione dei vescovi. Sarebbe simile al modello promosso nell’autunno del 2018 dall’arcivescovo Allen Vigneron e dal cardinale Daniel DiNardo, ma più indipendente e potente di quanto proposto da quei vescovi. Non dovrebbe includere alcun membro del clero, ma comprendere persone che criticano esplicitamente la gestione degli abusi da parte della Chiesa, e deve avere il potere di denuncia alle autorità civili.

    Richiedere la divulgazione al pubblico.

    Vos Estis consente la segretezza. Secondo Vos Estis, è lecito tenere il pubblico all’oscuro dall’inizio alla fine. Non prevede alcun obbligo di informare i fedeli.

    Questo va cambiato. Obbligo della divulgazione. Per citare Scicluna, «l’informazione è essenziale se vogliamo davvero lavorare per la giustizia». È anche fondamentale al fine di scoraggiare crimini e insabbiamenti.

    Si cominci a pretendere che il pubblico sia informato di tutte le accuse plausibili contro il clero e i vescovi. Si chieda anche la notifica pubblica degli esiti. Si adotti la ragionevole raccomandazione della Royal Commission australiana sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali su minori di «rendere pubbliche le decisioni in materia disciplinare relativa agli abusi sessuali su minori e fornire motivazioni scritte per le decisioni [della Chiesa]».

    Soprattutto, si rispetti il diritto all’informazione di un denunciante. Si richieda alle autorità ecclesiastiche di tenere regolarmente aggiornate le vittime e gli altri denuncianti sullo stato delle indagini. Su richiesta, si rilascino alla vittima i fascicoli relativi al suo caso, oscurando i nomi delle altre vittime.

    In gioco c’è la fiducia

    Ad aprile, Francesco ha chiesto alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori di produrre relazioni scritte che tracciassero le iniziative anti-abuso della Chiesa. Spera che queste relazioni mostrino passi avanti.

    «Senza questo progresso», ha avvertito, «i fedeli continueranno a perdere la fiducia nei loro pastori».

    È sconcertante che questo papa non abbia ancora attuato le riforme coraggiose che renderebbero la gerarchia più corretta, responsabile e onesta nel prevenire abusi e insabbiamenti.

    Il problema è che il papa vuole ristabilire la fiducia alle sue condizioni impossibili. Vos Estis riflette il suo rifiuto di accettare la lezione inconfutabile di questa crisi catastrofica: la gerarchia cattolica non può autodisciplinarsi.

    È possibile che Vos Estis, insieme alla rimozione del segreto pontificio nei casi di abuso, sia l’ultima grande legislazione sugli abusi del papato di Francesco. Speriamo possa essere rivisto. Nella sua forma attuale, non otterrà la trasformazione di cui i bambini e i cattolici hanno così disperatamente bisogno e che meritano.

    https://www.adista.it/articolo/68143

  • Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Tensioni dopo il documentario “Non dirlo a nessuno” sui casi di pedofilia del clero (21 milioni di visualizzazioni su YouTube). I vescovi: vergogna, chiediamo perdono alle vittime. Ma c’è chi parla di operazioni strumentali. Il 13 giugno l’ex pm vaticano presiederà una giornata sulla protezione dei minori durante la plenaria della Conferenza episcopale

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Non ci sono parole». È un profondo e doloroso mea culpa quello dei vescovi polacchi per non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi di sacerdoti e religiosi su minori. Riunita a Varsavia ieri per il Consiglio permanente, la Conferenza episcopale ha ribadito tutta la «vergogna» per gli abusi e le violenze di cui sono stati protagonisti ecclesiastici. Parole certamente non di circostanza in un momento in cui la Chiesa in Polonia, seguendo una sorte simile a quella di Cile, Australia e Stati Uniti, viene travolta dagli scandali di pedofilia nel clero.

    “Non dirlo a nessuno”, il docufilm da 21 milioni di visualizzazioni

    A riaccendere la miccia, o meglio, a far scoppiare la bomba – considerando l’enorme copertura mediatica di questi giorni nel Paese -, è stato un documentario presentato sabato 12 maggio. “Tylko nie mów nikomu” (in italiano,“Non dirlo a nessuno”) è il titolo del film ribattezzato da alcuni come lo “Spotlight” polacco, in riferimento alla pellicola premio Oscar del 2016 che racconta delle inchieste del Boston Globe sui preti pedofili. In questo caso non si tratta di un lavoro giornalistico, ma di un’opera di indagine e ricerca svolta da due fratelli, Tomasz e Marek Siekielscy, nei ruoli di regista e di produttore, che attraverso testimonianze dirette o riprese con telecamere nascoste hanno voluto accendere i riflettori su vecchi e nuovi casi di abusi.

    La produzione è nata “dal basso” visto che il documentario – disponibile dal pomeriggio di sabato su YouTube con sottotitoli inglesi – è stato finanziato con la raccolta di fondi pubblici attraverso il portale Patronite.pl: circa 2500 persone avrebbero pagato un totale di 100mila euro per finanziare il film che dal suo lancio ad oggi ha registrato oltre 21 milioni di visualizzazioni.

    La Chiesa polacca divisa in due

    Dalla sua uscita l’atmosfera nel Paese è elettrica, per quanto a Roma ne sia giunta solo una flebile eco. La vicenda ha scosso il PiS, il partito nazionalista conservatore che governa da quattro anni la Polonia e che si è sempre presentato come strenuo difensore dei valori cristiani, ma soprattutto ha spaccato in due la Chiesa polacca.

    Tra i vescovi e non solo c’è chi attacca il documentario come iniziativa «violenta» e «anticlericale». Almeno in questi termini l’ha bollato Tadeusz Rydzyk, influente sacerdote redentorista, conduttore e direttore di Radio Maryja (in passato al centro di polemiche per dichiarazioni antisemite e per il sostegno al  “Rosario alle frontiere”). L’arcivescovo di Danzica, Sławoj Leszek Głódź, ha invece spiegato alla stampa di non aver visto il documentario «perché non guardo qualsiasi cosa», mentre l’arcivescovo di Cracovia, Marek Jedraszewski, ha affermato che tutto il film è un modo per «fare politica miserabile, basandosi sulle menzogne».

    Mea culpa della Conferenza episcopale: «Chiediamo perdono alle vittime»

    Di contro, il film ha ricevuto buona accoglienza da parte dei vertici della Conferenza episcopale, che hanno ringraziato il regista per il suo lavoro di ricerca della verità. Il primate della Polonia, Wojciech Polak, delegato episcopale per la protezione dei minori, si è detto «profondamente commosso da ciò che ho visto»: «L’enorme sofferenza delle persone ferite causa dolore e vergogna», ha affermato, «ringrazio tutti coloro che hanno il coraggio di raccontare il loro dolore. Chiedo perdono per ogni ferita causata dalla gente della Chiesa». «Tutte le questioni devono essere chiarite – ha assicurato Polak -. Nessuno nella Chiesa può sottrarsi alla responsabilità. Dobbiamo proteggere i bambini e i giovani. Non c’è altra via per la Chiesa».

    Parole ribadite dal presidente dei vescovi, Stanisław Gądecki, il quale dopo la sessione di ieri ha assicurato che l’episcopato farà di tutto per «evitare qualsiasi negligenza» con «una sensibilità ancora maggiore per aiutare le vittime». Già all’uscita della pellicola il prelato affermava: «A nome dell’intera Conferenza episcopale polacca, vorrei chiedere perdono a tutte le vittime. Mi rendo conto che nulla può compensare loro le ferite subite. Certamente questo film contribuirà anche a una condanna ancora più severa della pedofilia, per la quale non ci può essere posto nella Chiesa».

    Il 13 giugno la visita di monsignor Scicluna, ex pm vaticano per i casi di abusi

    In un clima così fortemente diviso si inserisce la visita del 13 giugno prossimo in Polonia dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna, l’ex pm vaticano per i casi di abusi, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviato dal Pontefice per due volte nel 2018 in Cile per indagare sui casi di abusi. Qualcuno, tra i media, ha lasciato intendere che Scicluna sia stato inviato dal Papa in Polonia a compiere una simile missione e “commissariare” la Chiesa del Paese est-europeo. Tesi avvalorata dalle recenti dichiarazioni della vicepresidente Joanna Scheurnig-Wielgus che affermava che Scicluna «non verrà qui a trascorrere il fine settimana, ma a sistemare tutti questi vescovi».

    La Conferenza episcopale polacca racconta, invece, un’altra storia, e cioè che Scicluna era stato invitato già nel 2018 per presiedere una giornata di studio sul tema della protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili durante la Plenaria che si terrà a metà giugno a Swidnica. «I vescovi sono grati che l’arcivescovo Scicluna abbia accettato l’invito inviatogli un anno fa», affermano in una nota. «Che la visita avvenga dopo la diffusione del documentario è pura coincidenza», spiegano fonti dell’episcopato a Vatican Insider.

    La Santa Sede, pur non emanato alcun comunicato ufficiale a riguardo ma ha confermato la stessa versione della Conferenza episcopale – come pure lo stesso Scicluna sul suo account Twitter – sull’edizione inglese del portale ufficiale Vatican News, in cui si sottolinea un collegamento tra la visita dell’arcivescovo e l’atmosfera di indignazione e commozione suscitata dal documentario.

    I casi del cappellano di Wałęsa e del suo confessore Cybula

    Due i casi riportati nelle due ore e mezzo di filmato che hanno sconvolto in particolare l’opinione pubblica. In primis la confessione del cappellano dell’ex presidente Lech Wałęsa, padre Henryk Jankowski (la cui statua a Danzica è stata abbattuta in senso di protesta) e il suo confessore di lunga data, Franciszek Cybula, morto il 21 febbraio 2019, per anni tra i sacerdoti più importanti e conosciuti della Polonia. Lo stesso Wałęsa, sconcertato dalle rivelazioni, ha dichiarato: «Non ho mai avuto alcun sospetto nei confronti di Cybula, per le persone della mia generazione era quasi un santo, oltre ogni sospetto».

    Gli abusi del marianista, costruttore del Santuario di Licheń

    Il secondo caso è quello di padre Eugeniusz Makulski, marianista, storico costruttore del Santuario di Nostra Signora a Licheń. La sua vicenda viene ripercorsa attraverso la voce di un ragazzo divenuto poi sacerdote che, restando anonimo, racconta le violenze subite. I Marianisti della basilica di Licheń hanno subito preso le distanze dopo la pubblicazione del documentario, ribadendo il dolore per tutte le vittime – «Niente è in grado di risarcire loro per questo danno» – e spiegando che «i casi segnalati sono stati inoltrati alla Santa Sede, secondo le norme vigenti della legge della Chiesa». Intanto, «don Makulski si sottomette alle decisioni della Santa Sede, e per decisione dei superiori religiosi viene escluso da ogni attività pastorale».

    Il sacerdote arrestato per pedofilia che partecipa a ritiri con i bambini

    Più intricata la storia, riportata nel docufilm, di don Dariusz Olejniczak, sacerdote di Varsavia: condannato a due anni mezzo di carcere per pedofilia, aveva ricevuto un’ordinanza del tribunale che gli vietava qualsiasi contatto con minorenni. Nonostante ciò ha continuato a partecipare ad attività con bambini e adolescenti, tra cui ritiri spirituali. I due registi – si vede nel docufilm – con una telecamera nascosta hanno preso parte ad una messa celebrata da Olejniczak in una parrocchia Malbork nel dicembre 2018. Durante la funzione il prete invita i bambini all’altare e distribuisce loro la comunione. Dopo la pubblicazione del film padre Dariusz, consultatosi con il cardinale arcivescovo Kazimierz Nycz, ha presentato al Papa le sue dimissioni per essere ridotto allo stato laicale. Lo rende noto l’Arcidiocesi di Varsavia in un comunicato: «Padre Olejniczak ha motivato la richiesta con la violazione di un’ordinanza del tribunale», l’aver cioè «intrapreso attività legate al lavoro con i bambini e i giovani, nascondendo questo fatto al curatore nominato dalle autorità ecclesiastiche». Il sacerdote ha «espresso il suo pentimento» e ha assicurato «piena collaborazione con le autorità statali». In accordo con il cardinale «ha lasciato il suo precedente luogo di soggiorno», il seminario Redemptoris Mater di Varsavia.

    A febbraio l’incontro di una vittima polacca con il Papa, quel report definito una «operazione strumentale»

    In Vaticano, intanto, la situazione in Polonia viene monitorata costantemente. Tuttavia, spiegano fonti curiali, si fa attenzione a distinguere quelle che sono «operazioni strumentali» miranti ad «un ritorno d’immagine politico». Secondo alcuni osservatori e giornalisti, un gesto del genere è stato quello del 20 febbraio scorso di Marek Lisiński, vittima di un prete a 13 anni, che al termine di un’udienza generale consegnava al Papa il rapporto sulle violazioni della legge da parte dei vescovi nei casi di abusi. Il report era stato stilato dai rappresentanti della Fondazione polacca “Non abbiate paura” che fornisce aiuto legale e psicologico alle vittime, aiutandole anche ad ottenere risarcimenti da parte della Chiesa cattolica.

    Ad accompagnare Lisiński c’erano l’onorevole Joanna Scheuring-Wielgus, membro del partito liberale “Adesso!”, in lizza per il Parlamento europeo e per il Parlamento polacco in autunno, e Agata Diduszko-Zyglewska, femminista, legata all’estrema sinistra radicale. In tanti hanno letto in questo gesto una operazione costruita ad hoc per ottenere consenso politico in piena campagna elettorale, mentre i membri della Fondazione affermano che la presenza dell’onorevole era utile solo a far ottenere un posto a Lisiński all’udienza per riuscire in un intento in cui finora era sempre stato «ostacolato». Quello di parlare con il Papa che, al termine dell’incontro, gli aveva anche baciato le mani.

  • Vaticano pedofilia, vittima di abusi denuncia: “Io violentato per 6 mesi e pagato per tacere”

    Vaticano pedofilia, vittima di abusi denuncia: “Io violentato per 6 mesi e pagato per tacere”

    Ecco la testimonianza di Marcin Kubicki, lo studente 26enne vittima di abusi sessuali che ha scritto una lettera a Papa Francesco per denunciare l’omertà del cardinale Kazimierz Nycz, quando era a capo della diocesi di Stettino (Polonia).

    Lo scandalo pedofilia che ha travolto il Vaticano non finisce. Nuove tristi realtà emergono dall’inchiesta voluta fortemente da Papa Francesco. L’accusa di abusi sessuali su minori non riguarda infatti solo il cardinale Joseph Wesolowksi, arrestato in Vaticano il 23 settembre. Retroscena meschini ed omertosi si celano dietro l’apparenza, e si ha come l’impressione che le notizie diffuse dai media non illustrino che una minima parte della verità.

    Oltre ai due cardinali Marco Antonio Ordenes e Gabino Miranda Melgarejo, sospettati di pedofilia ed indagati in seno all’inchiesta in atto, adesso salta fuori un altro nome sospetto: è quello dell’arcivescovo di Varsavia, Kazimierz Nycz. Il cardinale è chiamato a testimoniare per abusi sessuali commessi da presbiteri, alcuni dei quali processati e condannati. Pare che Nycz sia reo di aver ‘coperto’ ripetuti abusi su minori nella sua diocesi, in provincia di Stettino (Polonia). Ad affermarlo è Marcin Kubicki, uno studente 26enne che in una lettera a Papa Francesco fa nome e cognome del suo aguzzino, il sacerdote Zbigniew Ryckiewicz, condannato a 2 anni nel 2012 dalla giustizia polacca, ed ora rinchiuso nel carcere di Szczecinek.

    Il giovane Kubicki fu una vittima delle sue violenze quando aveva solo 13 anni. Oggi quell’orrore è ancora vivido nella sua memoria, e lo racconta così: “Ricordarlo ogni volta mi addolora. Comunque, ho conosciuto padre Zbigniew Ryckiewicz alle medie, dopo essere stato da lui agganciato nel cimitero di Kolobrzeg, provincia di Stettino, dove aveva officiato un rito funebre. Da lui sono stato abusato più volte. Cominciai ad avere paura. Mi disse di non riferire a nessuno quello che faceva. Gli abusi continuarono per 6 mesi. Mi pagò 500 zloty (125 euro) per il mio silenzio”. Kubicki si è rivolto al Santo Padre nella speranza che sia resa giustizia a tante altre vittime della pedofilia, che purtroppo si consuma – quasi indisturbata – dentro le ‘sacre’ stanze della Chiesa.

    http://urbanpost.it/vaticano-pedofilia-vittima-di-abusi-denuncia-io-violentato-per-6-mesi-e-pagato-per-tacere

  • Kubicki: “Io, vittima di abusi, ora chiedo giustizia. Il cardinale Nycz sapeva e ha taciuto”

    Kubicki: “Io, vittima di abusi, ora chiedo giustizia. Il cardinale Nycz sapeva e ha taciuto”

    Parla una vittima della pedofilia: 26 anni, studente, abusato appena 13enne nel 2001 da parte del sacerdote Zbigniew Ryckiewicz.

     di MARCO ANSALDO e AGNIESZKA ZAKRZEWICZ

    CITTÀ DEL VATICANO. “Il cardinale Nycz sapeva degli abusi sessuali compiuti da alcuni sacerdoti della sua diocesi, nella provincia di Stettino. Ma ha anche altri casi sulla coscienza, ad esempio ha trasferito di parrocchia un prete già condannato. I suoi nuovi fedeli però hanno capito, si sono ribellati e lo hanno fatto rimuovere”.

    Non c’è solo il caso del vescovo Wesolowksi, arrestato in Vaticano per pedofilia. C’è pure un cardinale, ora chiamato a testimoniare per abusi commessi da presbiteri, oggi processati, condannati e in un caso già in prigione. È il cardinale Kazimierz Nycz, attuale arcivescovo di Varsavia. A puntare il dito contro di lui con una lettera al Pontefice, è una vittima della pedofilia. Marcin Kubicki, 26 anni, studente, abusato appena 13enne nel 2001 da parte del sacerdote Zbigniew Ryckiewicz. Ecco che cosa ha detto Kubicki ieri al telefono con Repubblica.

    Signor Kubicki, quando ha deciso di parlare della sua vicenda e perché?
    “L’ho fatto dopo essermi sottoposto a una terapia per curarmi. Solo allora ho capito di non essere il colpevole di questi abusi, ma la vittima. Così l’ho fatto anche pubblicamente, andando in televisione”.

    Che cosa le è accaduto concretamente?
    “Ricordarlo ogni volta mi addolora. Comunque, ho conosciuto padre Zbigniew Ryckiewicz alle medie, dopo essere stato da lui agganciato nel cimitero di Kolobrzeg, provincia di Stettino, dove aveva officiato un rito funebre. Da lui sono stato abusato più volte. Cominciai ad avere paura. Mi disse di non riferire a nessuno quello che faceva. Gli abusi continuarono per 6 mesi. Mi pagò 500 zloty (125 euro) per il mio silenzio”.

    Questo tipo di abusi avvenne solo su di lei oppure anche su altri minori?
    “Dopo la mia denuncia al processo si presentarono altri 5 uomini, ormai adulti. Ma solo uno di loro presentò denuncia formale”.

    E quale fu il verdetto del processo?
    “Il 4 settembre 2012 il prete è stato condannato dalla Corte penale a 2 anni di carcere. Ora sta scontando la sua pena nel carcere di Szczecinek. È stata una decisione coraggiosa della giustizia polacca”.

    E il processo civile?
    “È in corso ora. Ho chiesto un risarcimento per i danni subiti di 200.000 zloty (50mila euro) e scuse formali a mezzo stampa”.

    Lei ha scritto una lettera privata al Papa su questo caso: ha avuto risposta?
    “Sì, ho scritto una lettera al Santo Padre ma finora nessuna risposta. Non mi aspetto che mi dica qualcosa, ma sarò davvero grato a Papa Francesco per una breve lettera o una telefonata a monsignor Edmund Cisak, un tempo cappellano delle vittime delle deportazioni in Siberia, oggi sacerdote nella diocesi di Opole. Quest’uomo anziano, ultraottantenne e malato, deportato da bambino in Siberia, è la persona che mi paga la terapia e gli studi con la sua pensione di veterano, mentre vive in povertà”.

    Nella sua lettera si parla anche del cardinale Nycz. Perché?
    “Nel 2006 un giornalista polacco informò la diocesi, quando Nycz ne era a capo (fu nominato da Papa Wojtyla), sui casi plurimi di abuso dei minori compiuti da questo sacerdote. Ora difatti il cardinale è stato chiamato a testimoniare al processo in Polonia lo scorso 12 settembre. Certo non mi aspettavo che in questa occasione dicesse di sapere che Ryckiewicz abusava dei bambini”.

    Secondo lei ci sono altri casi di cui Nycz sapeva?
    “Il cardinale ha altro sulla coscienza. Ad esempio trasferì un sacerdote, il reverendo Jerzy Uberman, già condannato a 2 anni di prigione, a Barcin vicino a Slupsk. E solo quando i fedeli di quella piccola parrocchia appresero dai giornali del suo passato, venne rimosso”.

    http://www.repubblica.it/esteri/2014/09/27/news/kubicki_io_vittima_di_abusi_ora_chiedo_giustizia_il_cardinale_nycz_sapeva_e_ha_taciuto-96781229/

  • ABUSI, NON SOLO WESOLOWSKI VATICANO A TOLLERANZA ZERO

    ABUSI, NON SOLO WESOLOWSKI VATICANO A TOLLERANZA ZERO

     di Valeria Pacelli

    Non c’è solo Jozef Wesolowski nel “giro di vite” voluto da Papa Francesco, che ieri ha messo uno dei primi tasselli al cosiddetto nuovo corso in Vaticano, targato “tolleranza zero”.

    Da oltretevere altri due sono i casi di vescovi finiti nel mirino di Bergoglio per abusi sessuali sui quali c’è il massimo riserbo. E non solo. Perché non ci sarà alcuna tolleranza neanche nei confronti di chi ha coperto abusi. Infatti, secondo indiscrezioni, sarebbe stato acceso un faro sulla diocesi di Varsavia, di cui è arcivescovo dal 2007 il cardinale Kazimierz Nycz, dopo esser stato ordinato diacono nel 1972 da Karol Wojtya. Ed è proprio sulla rete polacca, legata a Giovanni Paolo II, che si concentrano le indagini del tribunale vaticano. Circostanza che il portavoce Padre Federcio Lombardi né conferma né smentisce: “Non ne ho prontezza”.

    ALTRO PROBLEMA da risolvere, per contrastare il problema della pedofilia, però riguarda anche le misure da prendere nei casi di denunce contro ecclesiastici, finiti sotto inchiesta delle procure italiane. E di casi già ne esistono parecchi. Nei loro confronti, la posizione di Papa Francesco di certo non sarà particolarmente morbida. Basti ricordare il trattamento riservato a Bernard Law, arcivescovo di Boston, trasferito a Roma alla basilica di Santa Maria Maggiore da Giovanni Paolo II. L’ar – civescovo Law era stato accusato di aver coperto i preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston. Accuse che Bergoglio non ha dimenticato, tanto che quando lo ha incontrato nella Basilica di Santa Maria Maggiore, non lo avrebbe salutato. L’accusa mossa a Law in realtà per anni è un cruccio per la chiesa cattolica.

    Basti pensare all’inchiesta pubblicata dal New York Times, che sulla base di alcuni documenti accusò i vertici del Vaticano, tra cui Benedetto XVI, di aver occultato gli abusi di un prete americano, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi di una scuola del Wisconsin. Circostanza sempre smentita. Ma di scandali legati agli abusi ce ne sono stati parecchi. E significati sono i numeri delle denunce presentate: 600 nel 2013 soltanto presso la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ne sa qualcosa Re – te l’abuso, una onlus che segue le vittime di violenze. Sul sito, addirittura, c’è una mappa dei casi divisi per regioni e l’immagine che ne viene fuori è davvero imbarazzante.

    C’è ad esempio la storia di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone (Termoli), accusato da una parrocchiana (all’epoca dei fatti minore) di abusi sessuali. La giustizia canonica ha confermato nei suoi confronti la sospensione ‘a divinis’, ossia l’impossibilità di somministrare sacramenti e di incontrare persone in qualità di sacerdote. Una punizione troppo leggera, accusa Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’abuso: “gira ancora a piede libero”. Nei confronti di Don Marino però non c’è una sentenza e le indagini della magistratura sono ancora in corso. Il 10 ottobre invece ci sarà l’udienza davanti al Tribunale di Roma a don Vito Beatrice, della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, accusato di abusi sessuali da parte di un giovane che a 28 ha trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti per dieci anni. Ha fatto perdere le tracce di se, invece, Don Silverio Mura, insegnante di religione in una scuola di Ponticelli (Napoli).

    Dopo le denunce di un ragazzo che ha rivelato gli abusi solo dopo aver compiuto 38 anni e quando il reato era ormai prescritto, il parroco era stato spostato. “Lo abbiamo rintracciato a Nola – racconta Zanardi – e faceva lo stesso lavoro. Lo abbiamo segnalato e adesso nessuno sa più dove si trova”. È fuggito pure don Roberto Mastro, ex prete di Belcastro (Catanzaro). Avrebbe abusato di 17 ragazzini, quando era parroco tra il 2007 e il 2010. L’indagine nei suoi confronti è stata chiusa, dalla Procura di Catanzaro, a novembre del 2013, ma di lui non si hanno più tracce dal 2010. E sono solo alcune delle storie di chiesa e abusi. Adesso sembra che le cose, su questo tema, stiano cambiando. Lo sa bene Josef Wesolowski, ai domiciliari (ora rischia 7 anni di carcere) per aver abusato di alcuni minori mentre si trovava a Santo Domingo. C’è infatti il pericolo che potesse scappare.

    Il FAtto Quotidiano