Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PRETE CONDANNATO PER PEDOFILIA, LA CURIA, DIMOSTRERA’ INNOCENZA

    PRETE CONDANNATO PER PEDOFILIA, LA CURIA, DIMOSTRERA’ INNOCENZA

    PRETE CONDANNATO PER PEDOFILIA, LA CURIA, DIMOSTRERA’ INNOCENZA

    (AGI) – Brescia, 20 mag. – Dopo che i giudici di Brescia hanno condannato stamani Don Marco Baresi – vicerettore del seminario diocesano in citta’ – a sette anni e sei mesi di carcere per violenza sessuale aggravata e continuata ai danni di un suo ex allievo minorenne e per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, la Curia si e’ espressa con un comunicato: “Prendiamo atto con rispetto della decisione del Tribunale di primo grado, consapevoli che ogni cittadino ha diritto ad essere considerato innocente fino a sentenza definitiva – si legge nella nota diffusa -. Condanniamo ogni crimine che offende chi e’ debole, soprattutto quando le vittime sono minori.

    Abbiamo fiducia che don Marco Baresi sapra’ dimostrare davanti ai giudici e alla comunita’ civile ed ecclesiale la sua estraneita’ ai fatti. Cio’ che ci preme e’ che al piu’ presto si faccia chiarezza su tutta la vicenda perche’ la verita’ renda giustizia e serenita’ a quanti sono stati coinvolti. La Chiesa bresciana vive questo momento con sentimenti di preghiera e di solidarieta’ profonda”.

    http://www.agi.it/milano/notizie/200905201…trera_innocenza

  • Sette anni e mezzo a don Baresi

    Sette anni e mezzo a don Baresi

    mercoledì 20 maggio 2009
    (red.) L’accusa aveva chiesto una pena di 10 anni (leggi qui), ma la prima sezione penale del tribunale di Brescia presiedura da Enrico Fischetti ha condannato don Marco Baresi a sette anni e sei mesi di reclusione per pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico.
    Si è concluso così, questa mattina di mercoledì e con una dura sentenza, il processo di primo grado a carico del sacerdote di Chiari, ex vicerettore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano.
    Il religioso era accusato di abusi sessuali compiuti nel 2004 a carico di un giovane seminarista, all’epoca dei fatti minorenne. E per questo era stato arrestato nel settembre del 2007 (vai alla notizia).
    La difesa aveva chiesto l’assoluzione (leggi l’articolo)

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/12419/1/

    Abusi, condannato don Baresi
    LA SENTENZA. La decisione dei giudici al termine del processo iniziato lo scorso 4 novembre. Contro il sacerdote le pesanti accuse di un diciottenne
    Sette anni e mezzo all’ex vicerettore del seminario diocesano per diffusione di materiale pedopornografico e per i rapporti con un ragazzo minorenne

    21/05/2009

    Ha abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media al Seminario e ha diffuso materiale pedopornografico scaricando da eMule centinaia e centinaia di files dal contenuto inequivocabile e archiviandoli su un hard disk esterno da cui sono stati cancellati in maniera maldestra. Per i giudici del processo di primo grado don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di via Bollani, è colpevole dei reati che gli sono stati contestati. Il sacerdote, ai domiciliari dal novembre di due anni fa, è stato condannato ieri mattina a sette anni e mezzo. Per il sacerdote l’accusa aveva chiesto una condanna a 10 anni.
    LA SENTENZA è stata letta dal presidente del collegio giudicante Enrico Fischetti dopo una camera di consiglio di due ore, al termine di un lungo processo iniziato lo scorso 4 novembre, che ha richiesto pure una perizia informatica supplementare sul contenuto del computer portatile usato dal sacerdote. A «inchiodare» il prete le accuse di un ragazzino che due anni fa, poco prima dell’arresto del sacerdote effettuato il 27 novembre, aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva nemmeno quattordici anni, e frequentava la scuola media al Seminario. Dalla scuola il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi , ma non aveva raccontato nulla nè ai genitori, nè agli amici. Il ragazzino si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi, la professionista aveva avvisato i genitori e era stata formalizzata la denuncia in questura.
    GLI INVESTIGATORI si erano mossi con i piedi di piombo, l’attendibilità e la credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti. Il 27 novembre per don Baresi erano scattate le manette. Il sacerdote aveva trascorso la notte in carcere e il giorno successivo il giudice aveva concesso gli arresti domiciliari. La verifica del computer aveva riservato qualche sorpresa. Nell’hard disk del portatile in uso al prete, senza alcuna password d’ingresso, il consulente aveva trovato traccia di ben seicento file dal contenuto pedopornografico cancellati nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
    I file erano transitati dal computer, tutti scaricati da Internet su un programma di «condivisione». Sulla possibilità che il computer fosse stato usato da altre persone si è concentrata la difesa del sacerdote, ma don Baresi non ha mai precisato chi poteva avere accesso alla tastiera del suo portatile, non ha svelato chi poteva entrare nel suo ufficio e nella sua stanza.
    A sfavore del sacerdote anche il riesame chiesto a dicembre dal difensore, l’avvocato Luigi Frattini. Per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». Indizi che non hanno consentito la revoca dei domiciliari a cui il sacerdote è ancora sottoposto, benchè possa incontrare i giovani del gruppo che lo sostiene.
    PIENO SOSTEGNO al sacerdote dalla Curia. «Prendiamo atto – si legge nella nota di don Adriano Bianchi, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali – con rispetto della decisione del Tribunale di primo grado, consapevoli che ogni cittadino ha diritto a essere considerato innocente fino a sentenza definitiva. Condanniamo ogni crimine che offende chi è debole, soprattutto quando le vittime sono minori. Abbiamo fiducia che don Marco Baresi saprà dimostrare davanti ai giudici e alla comunità civile ed ecclesiale la sua estraneità ai fatti. Ciò che ci preme è che al più presto si faccia chiarezza su tutta la vicenda perchè la verità renda giustizia e serenità a quanti sono stati coinvolti».
    « La chiesa bresciana – conclude la nota – vive questo momento con sentimenti di preghiera e di solidarietà profonda».
    Wilma Petenzi

  • HA ABUSATO DI UN GIOVANE SICILIANO

    HA ABUSATO DI UN GIOVANE SICILIANO

    GAMBETTOLA (FC) – L’accusa è di aver violentato un ragazzo siciliano di 22 anni: un prete boliviano, Alvaro Tejada Coca di 29 anni, è stato perciò arrestato dalla polizia di Cesena.

    La violenza, consumata nella discreta canonica della chiesa locale del paesino emiliano, sarebbe avvenuta dopo che il prete, un po’ troppo premuroso nei confronti dei propri fedeli, aveva prospettato al giovane la possibilità di un lavoro.

    Almeno questa è stata la scusa con cui l’avrebbe attirato in canonica dove, senza porre tempo in mezzo, ha tentato un primo approccio che, dopo il netto rifiuto ed il tentativo di liberarsi del siciliano, si è trasformato in un vero e proprio abuso sessuale completo.

    Ora la domanda da farsi è la seguente: questo ennesimo avvenimento, simile a molti altri del passato, verrà insabbiato finchè non se ne perda la memoria o, finalmente, la legge colpirà anche chi, nascosto dietro ad una tonaca, si macchia di azioni criminali? Non sarebbe la prima volta che i preti “biricchini”, per usare un eufemismo, vengono semplicemente trasferiti in paesini poco abitati e lontani dalle città invece che in un istituto carcerario.

    http://www.notiziarioitaliano.it/?sezione=emilia-romagna&articolo=9186

  • Il vescovo a Gambettola chiede perdono

    Il vescovo a Gambettola chiede perdono

    Il vescovo Antonio ha incontrato la comunità parrocchiale di Gambettola. E’ accaduto martedì scorso, in una sala gremita di gente, nella “Casa del ragazzo”.

    Dopo l’arresto di don Alvaro Tejada Coca avvenuto nella mattinata del 10 maggio con l’accusa di violenza sessuale su un ragazzo di 22 anni e a seguito delle notizie emerse dalla stampa locale che raccontano di diverse testimonianze sul conto del prete boliviano descritto come un tipo dal comportamento un po’ troppo disinvolto, l’incontro tra il vescovo Lanfranchi e Gambettola era molto atteso.

    Monsignor Lanfranchi non si è nascosto nulla. Ha parlato di “consolazione, ferita e vicinanza”. Ha detto che la legge civile e quella ecclesiale dovranno fare il loro corso e “nulla avremmo di guadagnato se si volessero sminuire i fatti”.

    Poi si è domandato se non si poteva evitare il fatto increscioso. “Quando l’ho ordinato sacerdote – ha aggiunto il vescovo – non avevo motivi sufficienti per non farlo. Col senno di poi dico che non andava ordinato. Ho sbagliato il discernimento su di lui e per questo chiedo umilmente perdono”.

    In seguito il vescovo ha posto la domanda che molti si attendevano: perché a Gambettola? “Quando faccio una scelta mi faccio guidare da questi criteri – ha precisato -. Prima di tutto l’affidamento a un sacerdote che possa fare da guida. Poi la possibilità di vivere un’esperienza di comunione e anche le necessità della parrocchia che lo deve accogliere”.

    Da ultimo il vescovo ha ribadito che “non devono venire meno la fiducia e la dedizione al servizio educativo in mezzo ai giovani con un supplemento di generosità”. Nel dibattito con la gente è emersa forte l’urgenza di garantire fin da subito una presenza autorevole in mezzo ai giovani per portare avanti le numerose attività estive in programma: campi scuola e centro estivo prima di tutto.

    http://www.corrierecesenate.com/2009/05/22…chiede-perdono/

  • Salerno. Don Giuseppe Salomone sentenza definitiva per molestie su alunne 12enni

    Salerno. Don Giuseppe Salomone sentenza definitiva per molestie su alunne 12enni

    Chiesa e pedofilia: un rapporto difficile
    Scritto da Aldo Bianchini – 15 Maggio 2009 – 15:47

    Aldo Bianchini

    Ho riflettuto molto prima di pubblicare, per stralci, una sentenza di condanna passata in giudicato che ha interessato un sacerdote salernitano (docente di religione) che dopo la condanna non solo continua a fare il docente ma è anche cresciuto nella considerazione della Curia salernitana. Mi sono deciso alla pubblicazione dopo le dichiarazioni del ministro Brunetta sullo scandalo dei preti pedofili e dopo l’intervento durissimo del vescovo di Teggiano mons. Spinillo contro “una certa stampa” rea (secondo Lui) di aver massacrato un povero sacerdote di Torre Orsaia che, tanto per cambiare, si fa chiamare “don Py” ed usa il social network facebook come un modello religioso parrocchiale. Che nella Chiesa, di ogni tempo, ci siano e ci saranno casi di preti pedofili è un fatto ormai acclarato; quanti palpeggiamenti di innocenti fanciulli si sono consumati nelle sagrestie e negli oratori: infiniti!! Quanti di questi eccessi sono venuti alla luce: pochissimi!! E la cosa fin quì potrebbe anche essere considerata come un rischio generico aggravato dalla circostanza dell’ambiente promiscuo che indurrebbe ad atti di libidine i preti più deboli.

    Ma quando ci troviamo di fronte ad una sentenza conclamata di condanna per atti di libidine nei confronti delle alunne a lui (prete) affidate per motivi di istruzione, la cosa mi sembra molto più grave e riprovevole. Tanto da beccare una condanna a due anni e quattro mesi di reclusione, con tutte le attenuanti generiche riconosciute a favore dell’imputato. La scena del delitto una scuola media del nostro territorio, una classe mista (la 1^ a), un docente G.S. e due allieve dodicenni D.R.A.A. e P.A.; la sentenza n. 659 divenuta irrevocabile qualche anno fa dopo i vari gradi di giudizio. Dalla sentenza si legge: “”…durante lo svolgimento delle lezioni tenute presso il corso I-A di quell’Istituto, in più di un’occasione , approfittando della presenza ravvicinata della minore DRAA chiamata alla cattedra per la lettura di un brano, toccava con la propria mano la schiena e le natiche della giovane studentessa, ed in un’altra occasione infilò la mano all’interno del maglione indossato dalla minora PA nel mentre questa era intenta a svolgere un compito in classe, così toccandole la schiena nuda partendo dal collo. Il GS, poi, in altre occasioni utilizzò epiteti offensivi nei confronti di alcuni alunni della scuola, lesivi dell’onore dei medesimi … <ricchione, puttanelle, ma che cosa hai fatto ti sei masturbato con degli amici>… “”. Così si muoveva GS all’interno dell’istituto scolastico statale, utilizzando frasari scurrili e non consoni sopprattutto ad un sacerdote insegnante di religione. Ma sulle due minorenni si scatenava letteralmente.

    Sempre nella sentenza i giudici Verasani-Cirillo-Orio scrivono: “”…la DRAA ha precisato che durante l’ora di religione il prof. la chiamava alla cattedra e che durante la lettura doveva tenere il libro sulla cattedra ed abbassarsi; terminata la lettura l’insegnante la avvicinava a sè prendendola per la vita e la interrogava su quanto appena letto, ma nel contempo con la mano cominciava a scendere piano piano, e a tiirarla più vicino a lui … con la mano scendeva nel sedere e rimaneva con la mano lì ad accarezzare … insomma a tenerla sempre lì praticamente fino a quando veniva rimandata a posto … la PA ha invece riferito che un giorno, mentre era seduta al banco e stava scrivendo un compito in classe il prof. sopraggiunto alla sue spalle infilò la mano nella schiena superando maglione e camicia, toccando la schiena nuda fino al centro, al punto tale da osservare la presenza di brufoli sulla pelle della ragazza…. la PA, dal canto suo (continuano i giudici) ha asserito di aver visto l’episodio occorso alla compagna di classe confermando in toto la descrizione … con l’unica divergenza del sito anatomico nel quale si sarebbe soffermata la mano del docente … non già sul sedere bensì in mezzo alle gambe…””. Le notizie degli atti di libidine escono dalla scuola e i genitori insorgono; la preside prende provvedimenti disciplinari ed avverte l’Arcivescovo del grave accadimento mentre i genitori denunciano i casi alla Procura della Repubblica. Viene effettuata anche una perizia tecnica da parte di un CTU della Procura sulla disposizione dei banchi nell’aula per valutare i vari punti di visibilità e quindi l’attendibilità di molti alunni diquiella classe.

    Alla fine la sentenza durissima: due anni e quattro mesi di reclusione e interdizione dai pubblici uffici per lo stesso periodo. Giustizia sembrerebbe fatta. Macchè, passa il tempo e invece di scomparire il prete cresce nella stima e nella fiducia della Curia e ritorna oltretutto ad insegnare in una scuola forse anche più prestigiosa di quella in cui aveva commesso i crimini puniti. Come se un malato di pedofilia potesse all’improvviso redimersi, guarire e ritornare sulla retta via. Quante altre minorenni sono state palpate da GS dopo la severa condanna? E’ impossibile rispondere, soltanto la sua coscienza potrà dirlo ed anche la coscienza di chi lo ha riconfermato, quasi premiandolo, nei posti di assoluta responsabilità. Altro che “Uccelli di rovo” di antica memoria, almeno lì il sacerdote, facendo l’uomo e non il pedofilo, guadagnò sul campo i galloni di cardinale. Alla prossima puntata.

    http://www.dentrosalerno.it/web/2009/05/15/chiesa-e-pedofilia-un-rapporto-difficile-2/

  • Emilia R./ Cesena,sacerdote abusa 20enne in canonica: arrestato

    Emilia R./ Cesena,sacerdote abusa 20enne in canonica: arrestato

    Adescato con la scusa di trovargli un lavoro

    Un sacerdote, cappellano di una piccola chiesa nel cesenate è stato arrestato con la pesante accusa di violenza sessuale aggravata e lesioni personali: secondo gli inquirenti il sacerdote, 29enne boliviano, ha stuprato un giovane di 20 anni adescandolo durante una festa parrocchiale, con la scusa di trovargli un lavoro.

    L’ufficio anticrime e le volanti del commissariato di Cesena – si legge in una nota della questura di Forlì-Cesena – domenica mattina ha arrestato il cittadino boliviano Tejada Coca Alvaro, 29 anni, cappellano in una chiesa di Gambettola, in provincia di Forlì-Cesena, per i reati in concorso fra loro di violenza sessuale aggravata e lesioni personali dolose, reati consumati nei confronti di un ragazzo italiano poco più che ventenne.

    Il ragazzo, spiega la polizia, era da pochi giorni a Cesena, ospite di alcuni familiari, per trovare lavoro. E, sabato sera, insieme ai parenti, è andato ad una festa parrocchiale a Gambettola, quando è stato avvicinato dal sacerdote, il quale, venuto a conoscenza del fatto che era alla ricerca di un impiego, gli ha prospettato la possibilità di un lavoro stagionale nei campi scuola estivi per i ragazzi della parrocchia.

    Il sacerdote ha così invitato il 20enne nel proprio studio, dentro il plesso parrocchiale, con la scusa di mostrargli i progetti organizzativi dei campus, il giovane, allettato dalla possibilità di lavoro, lo ha seguito senza remore.

    Poi, sempre con il miraggio del lavoro, “con una scusa banale lo ha condotto fino nella propria stanza, al primo piano della canonica, dove – spiega la questura – il sacerdote ha tentato un primo approccio sessuale, che dato il diniego del giovane, si trasformava in un gesto di violenza, fino a sfociare in un abuso sessuale completo”. Quando il ragazzo è tornato dai familiari, alla festa parrocchiale, non è riuscito a mascherare il trauma e il suo stato d’animo, ma non è riuscito a parlare e i familiari hanno insistito con la richiesta di spiegazioni. A distanza di qualche ora, superata la vergogna, il ragazzo ha raccontato ai parenti la violenza subita.

    Portato al pronto soccorso dell’ospedale Bufalini di Cesena, i sanitari – sottolinea la polizia – hanno riscontrato la violenza sessuale e le lesioni subite. Gli agenti dell’ufficio anticrimine di Cesena e le volanti sono subito arrivate in ospedale, poi, sono andati nella Chiesa di Gambettola, fin nella stanza del sacerdote boliviano, che dormiva. Il cappellano è stato arrestato e “ha ammesso ogni addebito ad eccezione della violenza asserendo che il giovane era consenziente, in palese contrasto con quanto riscontrato dai sanitari”. Gli agenti hanno perquisito e sequestrato i locali e alcuni oggetti, mentre la polizia scientifica ha refertato numerose campionature di materiale biologico, indumenti e oggetti vari “attestanti la consumazione del reato, il tutto con la precisa finalità investigativa di conservare e congelare lo stato dei luoghi”. Sottoposto ai rilievi dattiloscopici e fotografici in commissariato di Cesena, il pm della procura della Repubblica di Forlì – Cesena Fabio Di Vizio ha disposto che l’arrestato fosse portato nel carcere di Forlì.

    La procura della Repubblica di Forlì e il commissariato della polizia di Stato di Cesena hanno tutta l’intenzione di appurare, in collaborazione con le autorità ecclesiastiche che hanno contribuito all’accertamento dei fatti e si sono mostrate addolorate e incredule, eventuali ulteriori sviluppi investigativi”, sottolinea la nota della questura che conclude con l’invito a “chiunque sia venuto a conoscenza, anche per interposta persona di episodi di avvicinamento o ‘approcci’ che in qualche modo coinvolgano il sacerdote boliviano arrestato, a a presentarsi al commissariato di Cesena per riferire ogni circostanza. Tali accertamenti si rendono tanto più doverosi avendo avuto il prelato un ruolo rilevante nell’organizzazione dei centri estivi parrocchiali per i ragazzi e nell’attività di catechismo”.

  • Abusi sessuali su un seminarista: «Dieci anni al don»

    Abusi sessuali su un seminarista: «Dieci anni al don»

    di MARIO PARI

    BRESCIA A POCHI MESI dall’inizio del processo è arrivata la richiesta di pena. Il Pm Simone Marcon ha concluso la requisitoria contro don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario di Brescia, accusato di pedofilia. Il magistrato ieri ha chiesto una condanna di 10 anni di reclusione.

    Don Baresi è stato rinviato a giudizio non solo con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di un ex alunno del seminario, ma anche di detenzione di materiale pedopornografico. I fatti risalirebbero ad alcuni anni orsono. La vittima dei presunti abusi raccontò tutto a una psicologa prima ancora che ai genitori. Questo era potuto accadere poiché il ragazzo era già in cura dalla psicologa per un altro problema. Poi furono i genitori a essere messi a conoscenza della vicenda.

    Da lì alla denuncia, il passo è stato breve. Le indagini hanno portato all’emissione di una richiesta di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’indagato. Misura eseguita poi nel novembre 2007. Ma sin dal giorno successivo sono stati disposti dal Gip Silvia Milesi gli arresti domiciliari. In considerazione della delicatezza degli argomenti trattati e sulla base di quanto disposto dalla legge, il processo è celebrato a porte chiuse.

    Don Baresi si è sempre proclamato innocente con riferimento a entrambe le accuse. In particolare per quanto riguarda l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico nel proprio computer, agli inquirenti ha spiegato che non era l’unico a utilizzare quel pc. Durante il processo è stato chiamato a deporre anche Monsignor Francesco Beschi, che nei mesi scorsi era ancora Vescovo ausiliare di Brescia e ora è Vescovo a Bergamo. La vicenda ha scosso non solo la curia bresciana, ma l’intera città.

    Convinto dell’innocenza del religioso è un gruppo di amici di don Baresi che, più volte, si è ritrovato di fronte al palazzo di giustizia di Brescia per dare testimonianza di solidarietà nei suoi confronti e per pregare, indossando magliette con la scritta «FreeDon». IL PROCESSO riprenderà lunedì prossimo, quando prenderà la parola la difesa. La sentenza è attesa per il 20 maggio prossimo.

    “La procura: Don Baresi va condannato a 10 anni”

    Data: 05/05/2009
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    Cronaca Locale
    Martedì 05 Maggio 2009 CRONACA Pagina 9

    PRESUNTI ABUSI. È giunto alle fasi finali il processo all’ex vicerettore del Seminario diocesano di via Bollani

    La procura: «Don Baresi
    va condannato a 10 anni»

    Il sacerdote, ai domiciliari è accusato di detenzione di materiale pedopornografico e di abusi sessuali su minore

    Dieci anni di condanna per don Marco Baresi, ex vicerettore del Seminario diocesano. È questa la richiesta di pena avanzata ieri dal pm Simone Marcon al termine di una requisitoria durata quasi due ore davanti ai giudici della prima sezione chiamati a giudicare il sacerdote accusato di «detenzione di materiale pedopornografico e di abusi sessuali su minore». Le richieste del sostituto procuratore sono arrivate al termine di un dibattimento iniziato lo scorso 4 novembre con la testimonianza degli investigatori della squadra Mobile e proseguito con l’audizione di monsignor Francesco Beschi, attualmente vescovo della Diocesi di Bergamo. Alle richieste dell’accusa si è associato l’avvocato di parte civile, che difende il ragazzino che accusa il sacerdote.
    Lunedì prossimo spazio alla difesa: l’avvocato Luigi Frattini avanzerà le sue richieste al collegio giudicante, al presidente Enrico Fischetti e ai giudici Giovanni Pagliuca e Lucilla Raffaelli. La sentenza è attesa per il prossimo 20 maggio.
    Don Baresi, ancora agli arresti domiciliari nella casa dei genitori, ha seguito tutte le udienze, ma ieri mattina non era presente in aula. Era presente, invece, il ragazzino che lo accusa di abusi.
    NASCE proprio dalle accuse del giovane l’indagine che il 27 novembre di due anni fa ha portato all’arresto del vicerettore del seminario. Il ragazzino qualche mese prima dell’arresto si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi. Alla professionista il ragazzo aveva confidato che anni prima, mentre frequentava le medie al seminario di via Bollani, e non aveva ancora quattordici anni, aveva avuto rapporti con don Baresi. La psicologa aveva avvisato i familiari del ragazzino ed era scattata la denuncia in questura. Gli investigatori avevano lavorato con i piedi di piombo, avevano valutato la situazione, la posizione del sacerdote e la credibilità del ragazzo.
    Il 27 novembre don Baresi era finito in isolamento a Caton Mombello. In carcere il sacerdote è rimasto una sola notte, il giorno successivo il gip Silvia Milesi gli aveva concesso gli arresti domiciliari. A dicembre il difensore aveva chiesto al tribunale del riesame la scarcerazione, ma per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». A pesare nei confronti di don Baresi, per i giudici del Riesame, soprattutto il contenuto del computer portatile in uso al sacerdote e il tentativo di cancellare files compromettenti, cercando, secondo loro, di inquinare le prove.
    Nel portatile usato dal sacerdote – ma non solo, come sostenuto dall’imputato e dal difensore – gli investigatori avevano trovato centinaia di files pedopornografici scaricati da Internet, dal contenuto inequivocabile.
    Al sacerdote, ordinato nel giugno del ’94 e dal ’99 vicerettore del seminario, non è mancato il sostegno di un gruppo di giovani che ha lanciato la campagna «FreeDon» per la liberazione e l’assoluzione di don Baresi. I giovani alla prima udienza del processo si erano raccolti in preghiera nella piazzetta S. Alessandro, davanti al tribunale per far sentire al loro «don» che non l’avevano abbandonato.

  • Don Carli . Certe segnalazioni non sono state raccolte

    Don Carli . Certe segnalazioni non sono state raccolte

    Quanta tristezza e sdegno nel leggere la presa di posizione della Curia, a totale favore di don Giorgio Carli, che dichiara di non avere alcun dubbio riguardo la sua innocenza.

    Come fa la Curia a fare tali affermazioni quando so per certo di aver informato io stessa alcuni sacerdoti e loro superiori di un fatto accaduto nella mia famiglia, una cosa non grave come quella della ragazza protagonista della vicenda giudiziaria, ma che ha turbato molto la persona a me cara che l’ha subita in età adolescenziale.
    Posso capire gran parte della gente che apprezza don Giorgio Carli, che ha indubbiamente dei grandi carismi, ma vicino a questi non potrebbero esserci, purtroppo, dei problemi? Molti lo sanno, ma preferiscono tacere, io non ce la faccio più!

    Troppa omertà e menzogna, la Chiesa nella figura dei suoi sacerdoti e superiori deve essere coerente con la parola di Dio; se vuole che il suo gregge creda e li segua, deve avere il coraggio della verità, soprattutto nei confronti dei giovani, i quali sono molto sensibili e attenti alla coerenza tra ciò che viene detto di fare e ciò che viene fatto.

    (Ricordiamo le parole dei Santo padre Giovanni Paolo II, il quale chiedeva verità a qualsiasi costo; perché, come dice il Vangelo: “la verità vi farà liberi!!!”)

    Nella mia famiglia il fatto accaduto, ma soprattutto constatare poi di non essere presi in seria considerazione, ha portato molto dolore, anche perché tutto ciò ha allontanato dalla Chiesa i miei figli, e ogni volta che si legge della totale fiducia di cui gode don Giorgio Carli, è una pugnalata dentro ad una ferita sempre aperta! Lui viene creduto e noi no, e tutto ciò fa molto male.

    Cerchiamo di farci venire un ragionevole dubbio, e nel dubbio evitiamo affermazioni categoriche ed evitiamo di dare incarichi di cui un giorno ci si potrebbe pentire!
    Grazia T. BOLZANO

    Don Carli 2/ Come nonna
    sono seriamente preoccupata

    Come fa la Curia a proclamare innocente don Carli? La sentenza non dice così e il fatto che deve pagare la dice lunga. Come nonna terrei ben lontana la mia nipotina da lui, non mi è mai sembrato innocente, neanche nel modo di porsi, direi “subdolo”, occhi bassi…

    Io avrei gridato al mondo la mia innocenza, sono fermamente convinta della sua colpevolezza, voi siete convinti sia innocente, lascereste le vostre nipoti o figlie tranquillamente con lui?
    Solo la sua coscienza sa la verità, spero tanto in una giustizia divina, ma chissà… se è come in Italia dove non c’è più giustizia!
    Liliana Vedovelli BOLZANO

  • Bolzano Condannato a risarcire la vittima che ricordò con la psicanalisi

    Bolzano Condannato a risarcire la vittima che ricordò con la psicanalisi

    Bolzano Condannato a risarcire la vittima che ricordò con la psicanalisi
    I pm contro il ritorno del prete accusato sotto ipnosi di pedofilia
    Dirà messa dopo la prescrizione. Tarfusser: vergognoso

    BOLZANO — Tutto è rimasto come prima, compreso il ritratto nella navata laterale, Ponzio Pilato che si lava le mani con espressione meditabonda. Le voci che arrivano dall’oratorio, i rumeni in fila per il pasto serale. Viola e Roberta che finiscono di recitare la preghiera quotidiana per lui, «per il nostro don» e si buttano nel vento gelido che taglia Bolzano. Lo aspettano, certo che lo aspettano. Ancora qualche giorno e poi don Giorgio tornerà a dir messa ai suoi fedeli. La fede non permette incertezze, e quindi, davvero, nulla cambia. Nella chiesa del Corpus domini di via Gutenberg, zona Don Bosco, la seconda circoscrizione più popolata e popolare della città, non è mai aleggiato il dubbio. Innocente, sempre e comunque.

    L’ultimo verdetto, quello che dovrebbe sigillare questa storia, è invece uno specchio nel quale ognuno può vedere l’immagine che più gli piace. La sentenza della Corte di Cassazione su don Giorgio Carli non chiude, ma piuttosto riapre. Il prete accusato di pedofilia per aver abusato di una adolescente dal 1989 al 1994 — assolto in primo grado «perché il fatto non sussiste», sette anni e mezzo di carcere in appello — è stato prosciolto per la sopraggiunta prescrizione del reato, ma al tempo stesso condannato al risarcimento delle parti lese, ovvero la sua presunta vittima, per 760mila euro. Tecnicamente innocente, ma anche colpevole, o viceversa.
    La voce della Diocesi è risuonata forte. «A carico di don Giorgio non esiste più alcuna sentenza di condanna. Per parte nostra abbiamo sempre creduto nella sua innocenza. Per questo egli è sempre rimasto confermato nel suo incarico di parroco ed ora riprenderà in pieno il suo ministero sacerdotale». L’opinione della Procura e degli avvocati delle parti lese è decisamente diversa. L’esistenza del reato è stata riconosciuta, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di dichiararlo prescritto, e inoltre non si è mai visto un imputato innocente costretto a pagare un risarcimento alla sua presunta vittima.

    Lo scontro raggiunge punte di acredine raramente viste nei rapporti tra chiesa e magistratura. «L’atteggiamento della curia bolzanina è semplicemente vergognoso ». Questo è solo l’esordio. Da un paio di settimane Cuno Tarfusser è diventato un giudice della Corte penale internazionale dell’Aja. Fino all’11 marzo era il capo della Procura di Bolzano. «La curia continua pervicacemente a propugnare la tesi dell’innocenza riconosciuta. Falso. Don Carli tornerà a dir messa? Una indecenza sotto il profilo etico».
    La storia sembra fatta apposta per dividere. La mattina del 14 luglio 2003, Giorgio Carli è un giovane prete conosciuto e stimato a Bolzano. Cura una rubrica quotidiana sull’emittente
    Radio Sacra Famiglia, è un formidabile organizzatore di spettacoli e attività giovanili. Al pomeriggio, i carabinieri lo vengono a prendere in sacrestia. Da poco era stato destinato ad una nuova parrocchia, dove avrebbe dovuto occuparsi e convivere con bambini tra i 9 e 12 anni. Ad accusarlo è una sua giovane parrocchiana, ma le modalità sono particolari, uniche nella giurisprudenza italiana.
    I fatti denunciati dalla ragazza risalgono a 14 anni prima. Sono riemersi dalla sua memoria dopo un lungo trattamento di psicanalisi, 350 sedute di un metodo chiamato «distensione meditativa » e che ha molti punti in comune con l’ipnosi. Dapprima è l’interpretazione di un sogno, nel quale la ragazza viene violentata da un gruppo di marocchini in un bar che si chiama San Giorgio, nome che simboleggia una crasi della realtà presunta, che indirizza le indagini. Le violenze reali e denunciate sarebbero infatti avvenute in un oratorio chiamato San Pio X, e perpetrate da don Giorgio. In seguito emergono anche dettagli, circostanze, testimoni, reali e non onirici.

    La sentenza di primo grado si concentra sulla validità della testimonianza della vittima, e la giudica «inattendibile». Nell’aprile del 2008 l’appello ribalta tutto, considerando la teste «lucida, lineare, coerente», stronca la teoria dei «falsi ricordi» contenuta nelle motivazioni dell’assoluzione, pone l’accento sulle altre «prove certe risultanti dagli atti». Don Carli non viene sospeso, come accaduto in altre diocesi. È lui a scegliere il ritiro spirituale in una valle del Trentino. La Curia gli aveva chiesto di rimanere al suo posto, tra i fedeli. Il vescovo di Bolzano Wilhelm Egger, scomparso lo scorso agosto, lo ha sempre difeso affermando di aver svolto una «accurata indagine interna».
    Tarfusser ci dà dentro, la vicenda ha lasciato strascichi evidenti. «Mai vista, mai prodotta al processo, l’indagine interna. La Curia deve rispettare la legge dello Stato, invece gioca a confondere le idee dei cittadini». La posta in gioco non è solo di carattere morale. I legali di parte civile hanno presentato la richiesta di risarcimento alla curia. «La sentenza di condanna è definitiva — spiega l’avvocato Arnaldo Loner – . Ma don Carli non è in grado di pagare. Essendo legato alla curia in maniera organica, sarà questo ente a versare la cifra stabilita dalla Cassazione ». Non ci sarà alcun risarcimento, ribattono i legali della curia e del religioso, perché la prescrizione del reato è subentrata prima della sentenza d’appello.

    «Diciamoci la verità. La sentenza della Cassazione è stata davvero pilatesca». Flavio Moccia è uno dei difensori del religioso. «Su una vicenda che necessitava più di ogni altra di una parola chiara, è stato operato un compromesso. A mio giudizio, è stato fatto per salvare la procura». Don Carli, vestito in abiti civili, è appena uscito dallo studio affacciato su piazza della Vittoria. Ai suoi avvocati, in questi giorni, ha detto che non tutte le vie della nostra vita sanno di incenso.

    Marco Imarisio
    26 marzo 2009

    http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_26/imarisio_prete_pedofilo_d1cfef20-19dc-11de-a7d3-00144f486ba6.shtml

  • “Don Carli torna in parrocchia” Ma è scontro tra curia e procura

    “Don Carli torna in parrocchia” Ma è scontro tra curia e procura

    Il giorno dopo la sentenza che ha risolto il caso don Carli con la prescrizione del reato ecco il duello sul senso

    da dare al provvedimento. Dalla Curia esce un comunicato ufficiale che reintegra il sacerdote. E poi: «Don Giorgio riprenderà in pieno il suo ministero sacerdotale». Lettura opposta da parte della procura: «La corte ha ritenuto don Carli responsabile fissando in 760 mila euro il risarcimento».

    «La Corte di Cassazione ha annullato, senza rinvio ad altro organo giudicante, la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello, per intervenuta prescrizione del reato. Di conseguenza resta viva ed efficace solo la sentenza assolutoria di primo grado». Dalla prescrizione del reato (con conferma della condanna al risarcimento delle parti civili per 760 mila euro) gli avvocati difensori ritengono ora che don Giorgio non possa in alcun modo essere considerato colpevole dei reati a lui contestati.

    Sofismi giuridici che dovrebbero restituire don Giorgio Carli, da sempre uno dei sacerdoti più stimati ed apprezzati dalla comunità cristiana, alla sua gente e alla sua parrocchia. E’ proprio quanto ha comunicato ieri sera la Curia vescovile con un comunicato congiunto della Diocesi e degli avvocati difensori Alberto Valenti e Franco Coppi.

    «A carico di don Giorgio – scrivono i due legali – non esiste più alcuna sentenza di condanna». Di conseguenza il sacerdote non può essere considerato in nessun caso «colpevole». «Per parte nostra – si legge nel successivo comunicato ufficiale della Diocesi – abbiamo sempre creduto nell’innocenza di don Giorgio. Per questo egli è sempre rimasto confermato nel suo incarico di parroco ed ora riprenderà in pieno il suo ministero sacerdotale».

    Don Giorgio Carli, dunque, torna al suo posto tra i fedeli della comunità cristiana. E la Diocesi lo fa tornare da innocente tralasciando ogni considerazione (a questo punto scomoda) sulla conferma da parte della Suprema Corte dell’esistenza del reato (che senso avrebbe avuto dichiarare prescritto un reato inesistente?) e sulla conferma al risarcimento delle parti civili per ben 760 mila euro.

    E’ vero che le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione non sono state ancora depositate (e dunque non si conosce ancora nel dettaglio il filo logico seguito dai giudici di legittimità) ma è anche vero che è ben difficile ipotizzare che la Corte abbia potuto avvallare l’ipotesi di un risarcimento di quella entità a carico di un imputato da considerarsi innocente. E’ quanto sottolinea anche l’avvocato di parte civile Arnaldo Loner secondo il quale «la conferma del risarcimento alla parte lesa ha un solo significato e cioè che i giudici si sono detti convinti che i fatti contestati sono realmente avvenuti e che il racconto fatto dalla ragazza corrisponde alla verità».

    Sulla stessa linea c’è anche la Procura della Repubblica di Bolzano. «Don Giorgio Carli non è stato condannato penalmente perchè è trascorso troppo tempo dai fatti – spiega l’ex procuratore Cuno Tarfusser che curò l’inchiesta assieme alla collega Donatella Marchesini – ma la Cassazione ha accertato la sussistenza del reato. Questo significa che la Procura aveva visto giusto. Sono estremamente soddisfatto sotto il profilo professionale e faccio i miei complimenti alla collega Marchesini per il lavoro svolto».

    Posizioni diamentralmente opposte, dunque. La Diocesi ritiene che don Carli debba essere considerato innocente a tutti gli effetti, la Procura risponde sostenendo che certe posizioni mirano semplicemente a diffondere disinformazione per deformare il reale risultato processuale. «Del resto – puntualizza ancora l’ex procuratore Tarfusser – va anche detto fuori dai denti che la Curia ha sempre cercato in tutte le maniere di ostacolare le indagini e non ha mai collaborato».

    Parole pesanti che il magistrato ritiene più che legittime sulla base del verbale di interrogatorio dell’allora vescovo Wilhelm Egger. Sentito in qualità di teste, decise di non rispondere a quasi tutte le domande degli inquirenti richiamandosi al segreto professionale. «Una posizione di totale chiusura nei confronti di chi cercava la verità» spiega ancora l’ex procuratore il quale sottolinea anche un altro concetto: «Alla prescrizione si può rinunciare – dice – non mi risulta che don Giorgio l’abbia fatto. Anzi gli avvocati difensori nelle memorie hanno fatto esplicito riferimento anche alla possibile prescrizione del reato».

    Secondo l’ex procuratore, però, dev’essere chiaro anche un altro concetto giuridico: «Il giudice nell’applicare la prescrizione deve preliminarmente valutare il fatto. Se all’esito

    della valutazione si fosse arrivati a ritenere che l’imputato era da considerarsi innocente il giudice non avrebbe potuto dichiarare la prescrizione del reato ma avrebbe dovuto pronunciare una sentenza di assoluzione, perchè più favorevole all’imputato. Ma per don Giorgio Carli così non è stato».