Una notizia immediatamente verificata dalle agenzie di stampa, data quella precedente che aveva già all’epoca convinto pochi in quanto uscita senza preavvisi solo dopo gli incontri, quindi non certificabile e certo, verissima la privacy, ma il fatto che CEI – al di là del comunicato – non fosse neppure stata in grado di citare quali le circostanze dei fatti dei “presunti ospiti” si trattasse, aveva sollevato qualche più legittimo dubbio.
Naturalmente, a questo giro le domande si sono aggiunte alle precedenti.
Restano anonime come la volta scorsa le presunte vittime e le circostanze oltre che i luoghi, ma la domanda dei media questa volta è; come è possibile che la Rete L’ABUSO, infondo unica realtà in sostegno delle vittime del clero nel paese, non sia mai stata mai coinvolta in nessuno di questi fondatamente anonimi incontri della CEI?
Come è possibile che nessuna delle vittime note ed inevitabilmente (in quanto unica in Italia) in contatto con la Rete, sia mai stata chiamata?
L’ultima inevitabile domanda è chi sono questi gruppi, queste famiglie e queste vittime dal momento che in Italia nessuna risulta essere stata chiamata o abbia mai riportato (anche anonimamente) ai media di questi incontri?
Domande non certo scontate che giriamo a Zuppi e alla sua squadra di “acchiappa pedofili” perche la risposta non solo ci riguarda, ma ci interessa moltissimo, senza il bisogno di fare nomi.
La chiamano religione, ma è bramosia di possesso. Possesso degli altri, possesso di Dio, di cui ci si appropria per soddisfare la propria ossessione di dominio. La tesi con la quale la musicista Maria Teresa Pizzulli ha conseguito la laurea in Scienze Bibliche e Teologiche alla Facoltà Valdese di Teologia, relatore il pastore Sergio Manna, correlatore lo psicoterapeuta Luigi Corvaglia, affronta un tema quanto mai scottante alla luce dei recenti casi di cronaca: l’ abuso spirituale, tanto invisibile quanto devastante e distruttivo, tanto sfuggente quanto ancora difficile da definire a livello penale, se non quanto arriva alle estreme conseguenze.
Il database del Centro Studi di Abusi Psicologici (CeSAP) di cui da cinque anni Pizzulli è segretaria, rileva «che l’abuso spirituale è vivo e vegeto in molti contesti religiosi, non solo quelli per i quali è più facile presupporre possano tendere alla deriva settaria. Piccole e grandi chiese, inorganizzate o organizzate, registrano al loro interno vari tipi di abusi (verbali, fisici, sessuali…) generati dall’ abuso spirituale».
Resta il fatto che ci sono delle tipicità, delle caratteristiche che uniscono tali devianze, a partire dai leader, fautori di sudditanza, condizionamento mentale, manipolazione. Il lavoro di Pizzulli parte dal massacro di Shakaola dell’aprile 2023, in Kenya, dove centinaia di persone furono indotte al suicidio dal loro capo Paul Mackenzie della Good News International Ministries Church, digiunando fino alla morte per incontrare Gesù. Mackenzie come Jim Jones, il padre pedofilo dei “Children of God” David Berg, il torturatore di bambini ed ex nazista delle SS Paul Schӓfer, erano tutti seguaci del predicatore americano William Branham. Misogino, omofobo, razzista, Branham obbligava gli adepti all’ osservanza rigida di regole sull’abbigliamento, sull’alimentazione, vietava lo sport e la musica, la scuola pubblica ai bambini.
«Nelle chiese a deriva settaria – rimarca Pizzulli – la fede è adesione incondizionata al messaggio del leader, unico dispensatore di salvezza». Basandosi su una fede puramente emozionale, Branham approdò in Kenya negli anni ’50 del Novecento, facendosi credere il Cristo disceso dal cielo. La mistica della leadership unita spesso a un messaggio apocalittico, millenarista, provoca nell’uditorio aspettative di miracoli, di guarigioni, di eventi straordinari.
Così «ieri come oggi – scrive Pizzulli – autoproclamati pastori e apostoli che nel sud del mondo sostituiscono la figura dello sciamano, ingannano tanti con la promessa di guarigione, benessere e salvezza. L’enfasi sulla guerra demoniaca porta coloro che sono nel bisogno e nella malattia ad affidarsi ai guru del proprio tempo, invece che a Cristo e non solo in Africa».
Al di là dei dati, recentemente diffusi su organi di stampa, che ci dicono che la pandemia da Covid ha portato a una crescita del numero di sette sataniche, è acclarato come in contesti di particolare vulnerabilità, molti vadano alla ricerca di certezze e, in particolare di qualcuno, di un “salvatore”, che dia loro tali certezze.
Manipolando la Bibbia a proprio uso e consumo, distorcendo il significato dei Vangeli, Branham e i suoi seguaci approfittavano delle fragilità e dei bisogni delle persone, per isolarle completamente dal resto del mondo, in primis dalle loro famiglie, dai loro affetti, dalla realtà esterna descritta come fonte di ogni male, abitata da forze demoniache. Jones fece breccia anche perché condiva i suoi sermoni di messaggi antirazzisti dal vago sapore socialista e induceva a credere nella possibilità di creare un paradiso in terra. Le sue tecniche di lavaggio del cervello, portarono 913 persone a togliersi la vita, in Guyana nel novembre 1978, poi si puntò la pistola alla testa.
Cosa possono fare le chiese e cosa può fare la magistratura sono le due domande a conclusione del lavoro di Pizzulli. Sul primo quesito viene messo in chiaro che libertà religiosa non significa lasciare spazio a una discrezionalità dove individui possono prendere il sopravvento sugli altri. Nessuna libertà religiosa può ammettere violenze, fisiche o psicologiche. Nelle chiese si sta diffondendo la sensibilità a contrastare condotte, non soltanto di pastori, contrarie alla dignità delle persone, quando non in aperta violazione all’integrità personale. Dall’altra parte, invece, «sul piano giuridico regna il nulla e chi si adopera a favore delle vittime di derive settarie e invoca un decreto legge viene ingiustamente accusato di essere contro i movimenti religiosi».
Mentre a Savona resta acceso il dibattito sul tema, con le schermaglie tra Amministrazione comunale e “Rete l’Abuso”, a Spotorno l’amministrazione Fiorini ha invece dato già la propria disponibilità all’installazione nella cittadina rivierasca di una panchina viola contro gli abusi.
Un’iniziativa alla quale aveva già partecipato in passato, grazie all’impegno della Croce Bianca la quale aveva donato ai giardini nei pressi di Villa Albini (l’ex municipio) un vero e proprio set di panchine per sensibilizzare su diversi argomenti.
Rispondendo all’appello lanciato dall’associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi del clero, l’Amministrazione spotornese ha infatti dato l’ok a questa nuova iniziativa di sensibilizzazione riconoscendo, come spiegato dal sindaco Fiorini nella sua lettera di risposta, il “ruolo che svolge la comunicazione nel processo di promozione dei valori e dell’attenzione alle categorie più fragili e svantaggiate“.
“Il progetto illustrato, inteso come mission rispetto alla necessità di sensibilizzazione verso i più delicati temi sociali, nonché la scelta della Regione Liguria come punto di partenza per una campagna su scala nazionale, rappresenta per noi motivo di orgoglio al punto da rafforzare la volontà, già peraltro ben radicata, di affrontare i cosiddetti ‘fattori determinanti’, siano essi ambientali o sociali, con l’obiettivo specifico di informare, influenzare e motivare la collettività rispetto ai temi dell’abuso e della violenza verso i minori e le persone vulnerabili” si legge nella risposta del Comune spotornese.
“La panchina, in particolare, in quanto luogo della pausa per eccellenza – sottolineano dall’Amministrazione – assume nelle nostre città un’importanza sempre maggiore, superando la pura valenza di arredo urbano per diventare portatrice di significati e funzioni specifiche. Inclusiva per la sua forma e struttura, solidale per la battaglia sociale che rivendica, rappresentativa per il suo colore viola, simbolo di conciliazione e di ricerca di nuovi equilibri“.
“Siamo certi che la panchina viola sarà in grado di sensibilizzare la collettività verso il delicato tema della violenza sui minori che, con coraggio, l’Associazione Rete L’Abuso promuove in tutta Italia. Pertanto, nell’ottica di favorire l’azione e mostrare praticamente i benefici derivanti dalla volontà di condividere le riflessioni attraverso iniziative simboliche, si vuole dare voce al dolore di tutti coloro che hanno subito, raccogliendone la testimonianza attraverso l’impegno civico e la presenza sul territorio” conclude il sindaco Fiorini.
Al momento una location per la sua installazione non è ancora stata definita in maniera certa, qualche novità dovrebbe giungere nei prossimi mesi. Certa è invece la finalità, per l’Amministrazione, di questa iniziativa.
di Federico Tulli – Chi subisce violenza da parte di membri del clero è nell’80 per cento dei casi di sesso maschile. Ma la storia dice che in ambito ecclesiastico è diffusa anche la violenza al ‘femminile’ e sulle donne. Risale al 2008 la più dura condanna comminata a una suora per pedofilia: 11 anni. Si tratta di Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica di Milwaukee negli Stati Uniti. Ma non si può dimenticare, in Italia, il caso di Eva Sacconago morta suicida a 26 anni, con la sua aguzzina, colpevole di abusi sin da quando lei ne aveva 15, condannata a 3 anni e sei mesi.
Abbiamo chiesto un commento a Sue Cox cofondatrice di Survivors Voice Europe, associazione internazionale che si occupa di tutela dei diritti delle vittime. «È sempre difficile, se non impossibile, per un sopravvissuto riuscire a ottenere giustizia, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna», spiega Sue Cox. «Spesso le vittime sono persone sole e con uno scarso reddito e un’istruzione appena sufficiente, per via del trauma subìto durante l’infanzia. In queste condizioni si trovano sovente sole contro la Chiesa, che invece lotta in ogni singolo caso con tutte le risorse possibili.
Spesso ci sono voluti anni prima che le vittime si siano fatte avanti, cosa su cui il Vaticano fa affidamento perché così scatta la prescrizione del reato. Bisogna capire che i sopravvissuti hanno una ferita talmente profonda da essere facilmente spaventati e manipolati anche in età adulta, e ancor meno trovano la forza per combattere. La Chiesa ha una lunga esperienza da astuta manipolatrice. Ci sono alcuni encomiabili avvocati pronti a combattere per difendere questi clienti, ma il Vaticano mette ogni possibile e immaginabile ostacolo sul loro cammino».
In che modo? «Cercando di screditare le vittime, usando ogni singolo cavillo legale, ogni piccola tattica per ritardare le procedure. In questo modo i processi si trascinano per anni e le vittime sono spesso logorate, al punto di ritrovarsi incapaci di continuare la battaglia giudiziaria. Ci sono diversi casi di suicidio di persone abusate prima di arrivare a ottenere una qualsiasi forma di giustizia. Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sottovalutato e spesso sfruttato le donne. C’è sempre stata una specie di scusante rispetto ai crimini sessuali contro le ragazze in base al concetto ridicolo secondo il quale la violenza sembra più ‘naturale’.
L’abuso dei ragazzini ha certamente creato ulteriori difficoltà alle gerarchie ecclesiastiche e ai responsabili diretti. Ma dovrebbe essere considerato per quello che è: un orrendo crimine. Tutti, e sottolineo ‘tutti’, gli abusi sui bambini vanno contro qualsiasi legge umana, mentre le ragazze spesso scoprono che la loro storia appare meno importante. Probabilmente perché è così che sono percepiti da quella cultura che si rifà al pensiero della Chiesa cattolica. L’abuso sessuale è potere, è l’umiliazione, è la sottomissione di un essere umano più debole per la
‘soddisfazione’ personale di avidi criminali che non hanno alcuno scrupolo verso le loro prede. È un crimine contro l’umanità».
La Fondazione Una Nessuna Centomila “guarda con grande preoccupazione a quello che sta avvenendo intorno alla Convenzione di Istanbul.
Ancora una volta sul corpo delle donne si sta giocando una partita che favorisce equilibri di potere a discapito di diritti faticosamente conquistati”.
“Da quando il nostro Paese nel 2013 ha ratificato la Convenzione – si legge in una nota -, molte delle misure elencate hanno costituito la base per poter legiferare contro la violenza sulle donne.
Certo siamo lontani, soprattutto nell’ambito della prevenzione, dagli standard legislativi e culturali che la Convenzione richiede ma averli come obiettivi ha prodotto strumenti di condivisione sociale e politica e pressione istituzionale nel realizzarli o nel decidere di negarli”.
“Cresce allora l’indignazione – si legge ancora – nel constatare che dopo gli sforzi di questi dieci anni per cercare e ottenere determinati risultati (dalla legge n. 119 del 2013; passando alla legge n.69 del 2019, il c.d. codice rosso; fino alla legge n.12 e n.112 del 2023) oggi ci sia il tentativo di tornare indietro nel tempo. Siamo come sempre l’oggetto sacrificale”.
“La direttiva europea, proposta a marzo 2022 quale istituto indispensabile per applicare sanzioni agli stati membri in presenza di inadempienze in via di approvazione elimina l’articolo che definisce, e quindi sanziona, il reato di stupro come rapporto sessuale in assenza del consenso esplicito della donna – sottolinea ancora la fondazione -. Non sono più incluse le molestie sessuali nel mondo del lavoro e per quanto riguarda la violenza online: la vittima dovrebbe provare il danno subito dalla circolazione di proprie immagini private”.
“Per noi questo è un clamoroso passo indietro rispetto ad una Convenzione a cui bisogna aspirare nella sua completezza e non certo ridimensionare nei suoi strumenti conclude la nota -.
E quello che più ci colpisce è la mancanza di dibattito politico. Se in Europa in questo momento si discute, in Italia invece non è dato sapere quale sarà la posizione del nostro Paese in merito. Un silenzio assordante, quel silenzio che alle donne si chiede di spezzare e di cui invece le istituzioni si nutrono”.
«Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».
A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.
Pia racconta a Domani che in quell’occasione Rupnik le impedì di ricevere cure mediche e le proibì di parlare di quello che era successo, e lo stesso fece la superiora Ivanka Hosta. «Rupnik era estremamente arrogante e narcisista. Mi diceva ripetutamente: “Sono il più grande artista e il più grande poeta di questa terra”», ricorda Pia. «Durante il noviziato, abbiamo anche trascorso alcuni mesi a Roma nel 1992 – racconta ancora Pia – Don Rupnik era stato nominato unico direttore spirituale e confessore di tutte le novizie. Io non volevo che fosse il mio confessore ma non avevamo libertà di scelta. Una volta, durante la confessione, chiuse a chiave la stanza del Centro Aletti in cui eravamo e si mise la chiave in tasca. Ero arrabbiata e spaventata e gli dissi che non avevo nulla da dirgli: rimasi in silenzio per così tanto tempo che alla fine mi fece uscire».
A causa della sua resistenza a Rupnik, suor Pia viene ripetutamente sminuita e messa sotto pressione, sia dal gesuita che dalla superiora. Nonostante tutto, prende i voti insieme ad altre sorelle il 1° gennaio 1993; poco tempo dopo, avviene la rottura fra Rupnik e Hosta, ufficialmente per un disaccordo sulla fondazione della Comunità, in realtà perché un’altra religiosa, Gloria Branciani, aveva detto di essere stata ripetutamente abusata da Rupnik (lo abbiamo raccontato qui: . Rimasta sotto la guida di Ivanka Hosta, suor Pia sperimenta ogni sorta di violenze spirituali, compresa un’istigazione al suicidio – «dovevo essere disponibile, obbediente e sottomessa: non potevo più seguire la mia coscienza perché solo lei sapeva quale era la volontà di Dio per me», ricorda Pia – finché, nel marzo 1998, l’allora arcivescovo di Lubiana Franc Rodé accoglie la sua richiesta di uscire dalla comunità.
Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.
Dove è finito nel frattempo don Marko Rupnik? In attesa del processo ecclesiastico, l’ex gesuita sembra avere per il momento rinunciato a comparire in pubblico. Non lo si vede dire messa, nè presenziare a convegni o guidare esercizi spirituali aperti a tutti, anche se continua ad accompagnare gli amici in visita ai suoi mosaici nel Pontificio Seminario Maggiore di Roma e quindi è probabile che graviti sempre intorno al Centro Aletti, nonostante la sua parrocchia sia ora in Slovenia. Il vescovo di Capodistria Jurij Bizjak, infatti l’ha accolto a fine agosto 2023, senza curarsi delle accuse a carico del sacerdote e delle conseguenti restrizioni che gli erano state imposte dalla Compagnia di Gesù. «Il vescovo Bizjak ha emanato il decreto di incardinazione senza consultare nessuno, con l’appoggio del nunzio apostolico in Slovenia Jean-Marie Speich», rivela una fonte interna al clero sloveno. Il nunzio, insiste il sacerdote (che preferisce rimanere anonimo), è un uomo difficile e poco apprezzato dai vescovi (con l’eccezione di Bizjak e di Maksimilijan Matjaž, vescovo di Celje, diocesi suffraganea dell’arcidiosi di Maribor), ed esercita una forte influenza nella chiesa slovena. Una versione dei fatti che pare confermata dall’imbarazzo del presidente della Conferenza episcopale Andrej Saje, che ha preso subito le distanze dalla decisione di monsignor Bizjak con un comunicato ufficiale in cui dichiarava che la conferenza dei vescovi era estranea al processo di incardinazione di Rupnik.
A Zadlog, paese natale di Rupnik, una manciata di case ai piedi delle montagne, nessuno parla volentieri. Don Iztok Mozetič, il parroco del centro più vicino, Črni Vrh, si sottrae imbarazzato alle domande: è preso in mezzo fra il vescovo di Capodistria e la gente del posto, che serra le fila intorno al prodigio locale, il sacerdote che è diventato un artista e un teologo di fama mondiale: «è un grande», commenta un suo ex compagno di scuola incontrato nel bar sulla piazza del paese. Nessuna solidarietà per le religiose che l’hanno denunciato, che vengono liquidate con toni sprezzanti. La sorella di Rupnik, che abita ancora nella casa di famiglia, non rilascia dichiarazioni.
Se è vero che ogni vescovo è sovrano nella propria diocesi, è anche vero che certe decisioni non condivise suonano forzate e non possono che portare scontento. Un altro sacerdote sloveno, che si firma con il nome di Karel Fulgoferski, ha diffuso una lettera aperta in cui denuncia l’ipocrisia che circonda il caso Rupnik. A dispetto della tolleranza zero promessa da papa Francesco, scrive il prete, «nei giorni scorsi i superiori religiosi hanno fatto formazione sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa all’ombra dei dipinti di Rupnik». Una gestione ambigua che continuerebbe anche con la decisione di papa Francesco di riaprire il processo al sacerdote: la notizia dell’incardinazione di Rupnik, spiega Fulgoferski, è arrivata come «un’onda d’urto nell’Ufficio Comunicazioni del Vaticano», e l’improvviso voltafaccia di Francesco su Rupnik sarebbe quindi «solo una manovra per salvare un’immagine pubblica del papa gravemente appannata». Per inciso, ricordiamo che nella Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede lavora come direttrice della Direzione Teologico-Pastorale Nataša Govekar, che fa parte dell’équipe del Centro Aletti ed è fra le fedelissime di Rupnik. Il papa stesso, durante l’udienza ai vaticanisti del 22 gennaio, ha ringraziato i giornalisti presenti per «la delicatezza» con cui trattano il tema degli abusi: «un silenzio quasi “vergognoso”», ha sottolineato Francesco. Parole che suonano come una richiesta a essere indulgenti nel trattare un problema che per la Chiesa sta diventando sempre più scottante.
Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.
In Vaticano, intanto, tutto tace. Non c’è dubbio, però, che a Roma l’ex gesuita conservi ancora potere e appoggi: il 10 gennaio è stato diffuso in rete un video della Cei in cui don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle vocazioni della diocesi di Roma, tiene la sua relazione sullo sfondo del Pontificio Seminario Maggiore, con lunghe panoramiche dei mosaici del suo maestro e mentore Marko Rupnik. È sempre Rosini che, nel pieno delle rivelazioni sugli abusi, aveva pubblicato un libro con in copertina un’opera di Rupnik, a condurre questa settimana gli esercizi ignaziani del Centro Aletti a Santa Severa.
di Federico Tullli – Chi è davvero interessato a far luce sui crimini pedofili che avvengono negli ambienti ecclesiastici si chiede spesso se Oltre Tevere sia del tutto chiaro il livello delle mostruosità che per decenni, e probabilmente fino a oggi, sono state compiute nella più totale impunità da preti pedofili. Già perché nella Chiesa, dal papa in giù, prevale ancora l’idea che la violenza su un bambino prepubere sia un delitto contro la morale, di cui peraltro non si è macchiato solo il carnefice: le Norme della Chiesa parlano di atto sessuale di un chierico ‘con’ un minore e nessuno le ha cambiate. Nemmeno papa Francesco. Una questione che spesso viene chiamata in causa si lega all’imposizione della castità e del celibato dei sacerdoti.
Il Vaticano stesso ha predisposto un maggior rigore nei controlli sulle ammissioni ai seminari, in particolare per ‘verificare la reale disponibilità dei candidati a votarsi a una vita di celibato e castità’. Celibato, castità e pedofilia. C’è davvero un nesso? Chiediamo allo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli di aiutarci a fare chiarezza.
«Il celibato e la castità», racconta lo psichiatra, «sono solo mezzi per perseguire l’annullamento del corpo e dell’identità connessa a ogni forma di desiderio sessuale. Nelle vite dei santi si legge spesso come il digiuno e la conseguente debilitazione organica fosse un espediente per impedire l’insorgere del desiderio. È chiaro che il celibato e la castità in quanto negazione della realtà corporea non possono che facilitare l’insorgere di forme di condotte sessuali perverse, che nei casi estremi si configurano come ‘parafilie’ o pedofilia. Il pedofilo reagisce con un eccitamento sessuale a stimoli che per loro natura, come quelli provenienti dai bambini, non sono sessuali. In lui è presente un delirio di significato.
Vale a dire una alterazione del pensiero e della capacità di giudizio. Si attribuisce un significato ‘sessuale’ a situazioni di rapporto che niente hanno a che vedere con la sessualità. Ciò è la conseguenza di un annullamento del nesso che intercorre fra realtà fisica e psichica. Da una parte si ha l’ideale di una spiritualità astratta completamente desessualizzata, dall’altra un corpo che ridotto a un fascio di reazioni cieche è suscettibile, quando non si può ignorare la sua esistenza, di indurre un agire autistico e criminale in totale disprezzo delle norme e dei valori alla base della convivenza sociale».
Federica Tourn – Ribaltata la sentenza sul Preseminario Pio X
La corte di appello ha ribaltato la sentenza di primo grado e ha condannato a 2 anni e 6 mesi don Gabriele Martinelli”, ex allievo del Preseminario Pio X.
Lo dichiara l’avvocato Laura Sgrò, difensore della vittima nel processo per abusi sessuali di cui oggi in Vaticano si è celebrato l’appello.
La Corte di appello vaticana, secondo quanto riporta il dispositivo della sentenza, ha dichiarato Martinelli “colpevole del reato di corruzione di minore”.
La sentenza di secondo grado “dichiara Gabriele Martinelli, “non punibile limitatamente ai fatti contestati fino al 2 agosto 2008, in quanto minore di anni sedici”; assolve Martinelli “dai reati a lui contestati in relazione al periodo successivo al 9 agosto 2008 per insufficienza di prove”, conferma “la riqualificazione dei fatti in contestazione quali integrativi del delitto di corruzione di minore previsto e punito dall’art. 335, c.p., limitatamente al periodo dal 9 agosto 2008 al 19 marzo 2009 e, in riforma dell’impugnata sentenza dichiara Martinelli Gabriele colpevole del reato di corruzione di minore, previsto e punito dall’art. 335, comma 1 e 2, c.p., limitatamente al periodo dal 9 agosto 2008 al 19 marzo 2009; visti gli articoli 53, comma 2, e, 47, comma 1, n. 3, c.p., condanna Martinelli Gabriele alla pena complessiva di anni due e mesi 6 di reclusione e euro mille di multa”.
Il 6 ottobre del 2021, in primo grado, il Tribunale vaticano aveva deciso di prosciogliere i due imputati don Gabriele Martinelli e don Enrico Radice. Per alcuni reati erano stati assolti, per altri non punibili, per altri ancora era intervenuta la prescrizione. Don Gabriele Martinelli era accusato di violenza carnale e l’ex rettore don Enrico Radice era accusato invece di favoreggiamento.
E’ la prima volta che in Vaticano viene pronunciata una condanna per abusi per atti commessi nello stesso territorio vaticano.
Fonte Ansa
Francesco zanardi – Più di 9.000 vittime di abusi sessuali nella Chiesa evangelica
Il primo rapporto indipendente sugli abusi sessuali avvenuti nella Chiesa evangelica in Germania, e le sue 20 chiese regionali, ha fatto emergere oggi un numero di 2.225 bambini e giovani vittime, tre volte superiore alle 858 persone colpite e rese note finora, e un totale di 1.259 autori sospetti dal 1946: le rivelazioni, presentate presso l’Università di Hannover, sono state definite “la punta dell’iceberg” dai responsabili della ricerca. Estrapolando i dati dalla totalità della documentazione raccolta, compresa quella che contiene informazioni non complete, il numero delle vittime sale a 9.355 mentre gli imputati delle violenze, prevalentemente parroci e pastori, lievitano a 3.497 di cui 1.402 parrocchiani.
La Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) ha commentato ieri così i risultati: «L’elevato numero di casi che i ricercatori hanno raccolto su base scientifica è scioccante. Dietro ogni caso c’è ingiustizia e sofferenza. Allo stesso tempo, però, sappiamo che esiste un gran numero di casi di violenza sessuale non denunciati e anche di casi che sono finiti negli schedari o nei documenti, ma non sono inclusi nel numero totale dei casi».
Alessio Di Florio – «Arriveremo alla fine ma non abbiamo limiti di tempo. Una frase del genere dopo 40 anni non puoi dirla»
Piazza colma di gente, tantissimi accorsi in risposta all’appello di Pietro Orlandi per chiedere “Verità e giustizia per Emanuela”, perché non venga silenziato nulla e non cali un velo di omertà, depistaggi, verità di comodo, a coprire un tassello di un sistema di ricatto (parole di Pietro Orlandi durante la manifestazione).
Durante il suo intervento Pietro Orlandi ha fatto ampi riferimenti all’inchiesta vaticana (non una riapertura ma una apertura perché in quarant’anni nulla si era mai mosso) e alla commissione parlamentare che non viene ancora fatta partire. Nel novembre scorso ai partiti aveva indirizzato anche un appello perché la commissione potesse avviarsi il prima possibile.
«Mi piacerebbe una parola di Papa Francesco, visto che ha chiesto l’apertura di questa inchiesta in Vaticano, che alzasse un po’ la voce. Dovrebbe dire: ‘io vi ho detto di andare avanti e ancora stiamo così? Una parola per dire stiamo facendo qualcosa, vogliamo arrivare alla verità quanto prima.
Capisco che il Papa abbia altri problemi, ma perché rimanere in silenzio?»
«Dal fronte del Vaticano l’ultima uscita del promotore di giustizia Diddi mi è dispiaciuta ma forse voleva intendere altro. Ha detto: ‘arriveremo alla fine, ma non abbiamo limiti di tempo’.
Una frase del genere dopo 40 anni non puoi dirla. Due, tre nomi che ho presentato a lui erano importanti e alcuni, a distanza di un anno, non li hanno ancora chiamati. Quello che non accetto è che si insinui sulla famiglia, come è stato accusare mio zio».
«Pietro Orlandi si è detto “contento” della Commissione e del Parlamento «perché, nonostante dal Vaticano abbiano fatto capire di non volere questa commissione, quando Diddi si è presentato al Senato e ha detto: ‘noi la vediamo come una intromissione perniciosa dell’ottimo lavoro che stiamo facendo’ è stato come a dire fatevi gli affari vostri. Ma il fatto che il Parlamento abbia agito in modo diverso significa – ha spiegato – non accettare quel tipo di imposizione.
Mi piacerebbe che la commissione mi convocasse subito, come sono stato convocato da Diddi, e presenterei lo stesso memoriale depositato in procura e allo stesso promotore”. Alla commissione “consiglierei di non partire da zero, ma di ascoltare le persone relative a fatti avvenuti di recente: la questione di Capaldo, dei due emissari vaticani che sono andati in procura”».
(Pietro Orlandi durante la manifestazione del 13 gennaio, fonte Adn Kronos)
La voce di Emanuela Orlandi che sembra essere torturata, voci maschili su un nastro del 1983 poi cancellate. Restano ancora tanti gli interrogativi e i misteri nel giallo sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Domande alle quali il fratello Pietro vorrebbe finalmente una risposta. Per questo oggi ha rivolto un appello ai partiti perché si accelerino i tempi per la costituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela e di Mirella Gregori.
«L’appello ai partiti è di accelerare i tempi il più possibile: la Commissione di inchiesta è legge e aspettare altri mesi perché i nominativi (dei componenti, ndr) non vengono presentati è pesante», afferma Pietro Orlandi alla presentazione del suo libro ‘Cercando Emanuela’, alla presenza dei senatori del Pd Simona Malpezzi e Dario Parrini.
«Il problema è che per presentare i nominativi (dei membri della Commissione, ndr) non c’è limite di tempo – ricorda Orlandi – questa è la mia preoccupazione perché se ci sta ancora qualcuno che vuole rallentare può farlo».
«L’attesa sta diventando ingombrante. L’obiettivo è quello della verità e della giustizia e non riesco a capire perché il raggiungimento debba trovare sempre ostacoli», sottolinea Pietro Orlandi.
Una verità velata per anni anche perché, secondo l’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, «sono stati coinvolti, a mio avviso e non solo a mio avviso, gli apparati dello Stato e forse non hanno avuto un comportamento sempre lineare.
Esiste un nastro, depositato nel luglio ’83 – ricorda Sgrò – da cui sono sparite delle voci, il nastro originale prevedeva delle voci maschili, andate poi ripulite nel corso degli anni. Pietro (Orlandi, ndr) ha ritrovato tutta una serie di documenti dove si faceva riferimento alla presenza di voci maschili, sarebbe interessante, e la Commissione di inchiesta lo potrebbe fare, recuperare gli originali».
Secondo il legale sarebbe interessante «vedere chi ha condotto le indagini da parte dei Servizi, sentire queste persone per ricostruire quel pezzo di storia di non poco conto». «Nel nastro – continua – c’era una voce che, in alcuni tratti, i familiari hanno riconosciuto come la voce di Emanuela che sembra essere torturata. Poi, chiamato in procura, il papà di Pietro si è sentito dire che era un film porno». «Altra cosa che lascia basiti è la sepoltura a Sant’Apollinare di Enrico de Pedis» ha sottolineato.
(Adn Kronos 29 novembre 2023)
Federico Tulli – La castità e il celibato
Chi è davvero interessato a far luce sui crimini pedofili che avvengono negli ambienti ecclesiastici si chiede spesso se Oltre Tevere sia del tutto chiaro il livello delle mostruosità che per decenni, e probabilmente fino a oggi, sono state compiute nella più totale impunità da preti pedofili. Già perché nella Chiesa, dal papa in giù, prevale ancora l’idea che la violenza su un bambino prepubere sia un delitto contro la morale, di cui peraltro non si è macchiato solo il carnefice: le Norme della Chiesa parlano di atto sessuale di un chierico ‘con’ un minore e nessuno le ha cambiate. Nemmeno papa Francesco. Una questione che spesso viene chiamata in causa si lega all’imposizione della castità e del celibato dei sacerdoti.
Il Vaticano stesso ha predisposto un maggior rigore nei controlli sulle ammissioni ai seminari, in particolare per ‘verificare la reale disponibilità dei candidati a votarsi a una vita di celibato e castità’. Celibato, castità e pedofilia. C’è davvero un nesso? Chiediamo allo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli di aiutarci a fare chiarezza.
«Il celibato e la castità», racconta lo psichiatra, «sono solo mezzi per perseguire l’annullamento del corpo e dell’identità connessa a ogni forma di desiderio sessuale. Nelle vite dei santi si legge spesso come il digiuno e la conseguente debilitazione organica fosse un espediente per impedire l’insorgere del desiderio. È chiaro che il celibato e la castità in quanto negazione della realtà corporea non possono che facilitare l’insorgere di forme di condotte sessuali perverse, che nei casi estremi si configurano come ‘parafilie’ o pedofilia. Il pedofilo reagisce con un eccitamento sessuale a stimoli che per loro natura, come quelli provenienti dai bambini, non sono sessuali. In lui è presente un delirio di significato. Vale a dire una alterazione del pensiero e della capacità di giudizio. Si attribuisce un significato ‘sessuale’ a situazioni di rapporto che niente hanno a che vedere con la sessualità. Ciò è la conseguenza di un annullamento del nesso che intercorre fra realtà fisica e psichica. Da una parte si ha l’ideale di una spiritualità astratta completamente desessualizzata, dall’altra un corpo che ridotto a un fascio di reazioni cieche è suscettibile, quando non si può ignorare la sua esistenza, di indurre un agire autistico e criminale in totale disprezzo delle norme e dei valori alla base della convivenza sociale».
La maggior parte dei giornalisti ha raccontato una storia così inquietante che non vuole pensarci mai più, eppure l’argomento malvagio rende impossibile dimenticarlo mai.
La mia croce da portare è Padre Eleuterio Ramos.
Il nativo di Montebello terrorizzò le parrocchie cattoliche nelle contee di Orange e Los Angeles negli anni ’70 e ’80 , ammettendo una volta agli investigatori di aver molestato “almeno” 25 ragazzi . I funzionari della Chiesa erano a conoscenza della depravazione di Ramos fin dall’inizio della sua carriera, ma non lo hanno mai consegnato alle forze dell’ordine e nemmeno lo hanno rimosso dal ministero. Invece, lo trasferirono di parrocchia in parrocchia finché, nel 1985, la diocesi di Orange chiese alla diocesi di Tijuana di accettarlo – dopo che aveva confessato di essere “scivolato”, secondo una nota della chiesa.
La diocesi di Orange ha risolto cinque cause legali per abusi sessuali contro Ramos negli anni ’90. Undici cause legali erano ancora pendenti quando Ramos morì 20 anni fa, questo marzo, all’età di 65 anni. All’epoca ero un giovane reporter. Lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica è stata la mia prima grande storia – e Ramos è stato il mio Moby Dick.
Ho intervistato molte delle sue vittime, condiviso consigli e foto con gli avvocati che stavano cercando di scoprire dove si trovava proprio come me, e letto centinaia di pagine di fascicoli personali un tempo segreti . Hanno rivelato con dettagli atroci non solo i crimini sessuali di Ramos, ma anche il peccato del silenzio praticato dai suoi superiori. È stato oggetto della storia più lunga della mia carriera – oltre 10.000 parole – alla fine del 2005 e di dozzine di articoli negli anni successivi.
Eppure, molto tempo dopo che la mia copertura regolare si è esaurita, Ramos rimane nella mia vita.
È lì ogni volta che partecipo a un battesimo, matrimonio o funerale a St. Anthony Claret ad Anaheim, una chiesa frequentata da persone dei miei ranchos ancestrali a Zacatecas che è l’ultima parrocchia OC dove Ramos ha prestato servizio. Ogni due anni, una vittima di Ramos trova il mio lavoro sul suo molestatore e mi contatta per ringraziarmi. Ogni volta che ho sentito il bisogno di tornare alla Chiesa cattolica, ricordo innanzitutto il motivo per cui avevo smesso di partecipare alla messa: il mio disgusto per i vescovi e i monsignori locali che lasciavano che Ramos molestasse impunemente.
Ramos ha gettato su di me un tale spettro che quando ho ricevuto un messaggio dall’avvocato John Manly in cui mi informava che il suo studio aveva raggiunto un ampio accordo in un caso di abusi sessuali da parte di clericali, ho immediatamente intuito chi fosse l’autore del reato.
Il querelante ha affermato che Ramos e un altro prete, Siegfried Widera , lo avevano molestato mentre frequentava il Cuore Immacolato di Maria a Santa Ana negli anni ’70 e ’80. I leader della chiesa nelle contee di Orange e Los Angeles non hanno fatto nulla per fermare gli abusi, nonostante i ripetuti avvertimenti da parte dei parrocchiani, del personale e persino di un confratello, sostiene la causa.
L’accordo da 10 milioni di dollari, finalizzato a dicembre, richiede che l’arcidiocesi di Los Angeles, dove Ramos ha iniziato la sua carriera e che aveva giurisdizione sulle chiese cattoliche nella contea di Orange fino al 1976, paghi 500.000 dollari. La diocesi di Orange coprirà gli altri 9,5 milioni di dollari.
Attraverso Manly, il querelante ha rifiutato di parlarmi. Il Times non identifica le vittime di abusi sessuali senza il loro consenso.
In una dichiarazione, il portavoce Jarryd Gonzales ha affermato che la diocesi di Orange “si rammarica profondamente di ogni episodio passato di abusi sessuali”, aggiungendo che “le accuse in questo caso risalgono a più di 40 anni fa e non riflettono la diocesi di Orange così com’è oggi. “
La portavoce dell’arcidiocesi di Los Angeles, Yannina Diaz, ha detto di non poter commentare i termini dell’accordo, che è stato finalizzato a dicembre. L’arcidiocesi “è contraria a qualsiasi cattiva condotta sessuale ed è risoluta nel sostenere le vittime sopravvissute agli abusi, indipendentemente da quando si è verificato l’abuso”, ha affermato.
Il recente accordo è il più grande tra Manly, Stewart & Finaldi che coinvolge un singolo attore in un caso di abuso sessuale contro la chiesa cattolica e uno dei quasi 4.000 casi presentati contro le diocesi cattoliche in tutta la California ai sensi di una legge statale del 2020 che ha aperto una finestra di tre anni per gli abusi sessuali. vittime a citare in giudizio, senza termini di prescrizione. Manly, che con il suo socio legale, Morgan Stewart, ha trascorso quasi l’ultimo quarto di secolo facendo causa alla Chiesa cattolica in California e oltre, sta gestendo oltre 200 di questi casi, 25 dei quali contro la diocesi di Orange.
Migliaia di clienti. Oltre 1,5 miliardi di dollari in risarcimenti.
Manly e Stewart erano seduti alle estremità opposte di un enorme tavolo insieme a Courtney Thom, un ex procuratore per crimini sessuali di Orange County entrato a far parte della loro azienda tre anni fa. Conosco i due uomini ormai da 20 anni e davvero non sono cambiati. Manly rimane quello rumoroso con un senso dell’umorismo malvagio e la spavalderia di un allenatore della linea difensiva, mentre Stewart è ancora la voce tranquilla ma potente della ragione.
Ci scambiammo i nostri consueti convenevoli, poi ci dedicammo agli affari che sembravano riunirci ogni due anni.
“Ho fino a 62 vittime [Ramos]”, ha detto Stewart. “Ogni posto che aveva una scuola, lo hanno messo lì.”
“Ci sono tutti questi elementi di collegamento e i leader della chiesa non hanno fatto nulla”, è intervenuto Manly. Poi gettò le mani sopra la testa. “Beh, hanno fatto di peggio. Si sono nascosti attivamente”.
Manly sentì parlare per la prima volta di Ramos alla fine degli anni ’90, quando stava deponendo l’ allora vescovo di Orange Norman McFarland – che presiedeva alla mia Prima Comunione – in un altro caso di abuso sessuale. Ad un certo punto, McFarland fece il nome di una delle vittime di Ramos, un amico di Manly che si era laureato insieme a lui alla Mater Dei ma non gli aveva mai parlato degli abusi.
Manly ha chiesto una pausa. È andato in bagno e ha vomitato.
“Quell’evento è la ragione per cui ho smesso di andare a messa”, ha detto.
Alla fine del 2004, il suo studio risolse cinque casi Ramos contro la diocesi di Orange come parte di un accordo da 100 milioni di dollari che coinvolse 87 vittime – all’epoca, il più grande accordo contro una diocesi cattolica negli Stati Uniti. Passarono ad altri casi, ma Ramos la pervasività e la perversità perseguitavano i due.
“È un caso di studio su come molestare i ragazzi”, ha detto Stewart.
“La cosa bella di Ramos è che è così implacabile in quello che ha fatto, e così sfacciato”, ha aggiunto Manly. “Non ha mai smesso di nascondere le cose.”
Affrontare più casi Ramos ha permesso a Stewart di trovare nuove prove di quanto i funzionari della chiesa si fossero spinti per nascondere il prete. I documenti del personale hanno mostrato che la diocesi di Orange ha rimosso Ramos dal Cuore Immacolato di Maria e lo ha inviato in una struttura di recupero per preti cattolici nel Massachusetts, per presunto alcolismo. La Stewart ha ottenuto una dichiarazione giurata dal consulente di Ramos presso la struttura, il quale ha affermato di avergli raccomandato di non tornare al ministero.
“Se sai qualcosa di Ramos, conosci la profondità del dolore che ha causato”, ha esclamato Manly, con la sua voce arrabbiata che risuonava nella sala conferenze. Stewart e Thom annuirono. «Allora perché lo hanno trattenuto? La gente continuava a minacciare di chiamare la polizia. Ci sono tutti questi resoconti e niente.
Anch’io ho trovato nuove connessioni esaminando i miei file Ramos. Una volta ho scoperto un promemoria dell’arcidiocesi di Los Angeles del 1975 indirizzato a un certo monsignor Hawkes, in cui si raccomandava che Ramos entrasse in terapia psicologica su suggerimento del “procuratore distrettuale a seguito di un recente incidente”.
Rileggendolo, ho capito chi era il monsignore: Benjamin Hawkes , per lungo tempo uno degli uomini più potenti dell’arcidiocesi di Los Angeles e qualcuno che secondo i funzionari della chiesa aveva molestato dei ragazzi e si era accordato con due delle sue vittime .
Ramos rimane il dono che continua a dare: doni che nessuno dovrebbe mai voler ricevere.
Dopo aver parlato con loro per circa un’ora, ho chiesto a Manly e Stewart se dare la caccia a mostri come Ramos avesse mai pesato su di loro.
“Ciò che mi accingo a fare?” Manly impassibile. “Vendi hot dog?” Poi è diventato serio.
“Per 25 anni ho stretto amicizie strette e penso che il nostro lavoro abbia cambiato il mondo.” Combattere gli abusi sessuali “era la mia vocazione”, ha detto Manly.
“Non ho intenzione di fermarmi”, ha aggiunto Stewart. “Stamattina ho parlato con 10 sopravvissuti. Ciò che mi fa andare avanti è che ognuno di loro ha espresso la propria gratitudine. Diranno: “Quando vedo il tuo nome sul giornale, dico: “Sono orgoglioso che tu sia il mio avvocato”. Vedi queste persone che hanno bisogno di una voce e tu gliela dai.”
“Distruggo ogni cocktail party quando dico loro cosa faccio”, ha detto Manly, incapace di resistere a un’altra battuta, perché è il tipo di persona che è. Poi si zittì.
“Ma come dice il proverbio, vuoi stare dalla parte degli angeli.”
Recitare preghiere e avere tra le mani un rosario non rende cattolici e tantomeno brave persone. L’esempio lampante dell’abito che non fa il monaco è la carcerazione di due suore di 79 anni, accusate di aver abusato di numerosi bambini in un orfanotrofio.
Per la legge scozzese le suore Sarah McDermott e Eileen Igoe, e l’inserviente Margaret Hughes, di 76 anni, sono colpevoli di maltrattamenti su minori. Le violenze hanno avuto luogo nell’orfanotrofio dello Smyllum Park di Lanark in cui prestavano ‘servizio’ le donne. Anziché prendersi cura dei bambini, crescerli ed educarli, le suore hanno adottato la strada della ‘punizione’: i piccoli venivano seviziati, picchiati col rosario e costretti a mangiare il loro vomito, così come comandavano le donne di chiesa.
La condanna
Secondo le indagini, gli abusi sui bambini sono avvenuti dal 1969 al 1981, anno della chiusura della struttura ospitante i piccoli orfani. Le suore sono state condannate un paio di giorni fa a scontare tre anni di reclusione ciascuna. In merito al verdetto pronunciato presso la Airdrie Sheriff Court, lo sceriffo Scott Pattison ha dichiarato: «Spero che la sentenza funga da deterrente per altri casi come questi. Tutti i crimini commessi sui bambini verranno puniti», anche se a distanza di tempo.
Sulla permanenza in carcere delle suore, lo sceriffio ha incolpato l’età avanzata delle tre imputate, di 76 e 79 anni.
In caso contrario, avrebbero scontato più anni di prigione, poiché non hanno solo commesso crimini disumani, ma sono anche «venute meno alla loro vocazione morale e all’impegno sociale promosso dall’orfanotrofio».
Gli abusi
Le testimonianze sugli abusi dei bambini sono molteplici. Durante il processo avvenuto nelle scorse settimane, molte donne e uomini hanno avuto il coraggio di farsi avanti e dire la verità su ciò che accadeva in orfanotrofio, dopo anni passati a non raccontare a nessuno delle violenze subite in quegli anni. Una donna, vittima delle vessazioni da parte delle suore, ha dichiarato che all’epoca era stata picchiata da suor McDermott per aver raccontato di aver assistito a una scena di violenza sessuale: il fratellino di 3 anni della testimone era stato portato nel bagno dell’orfanotrofio e violentato da un volontario, Brian Dailey, poi condannato a 15 anni di carcere per abusi su minori. Secondo il Daily Mail la suora, invece di indagare, schiaffeggiò la bambina per aver fatto la spia.
Altre testimonianze accusano le suore di aver usato un rasoio come oggetto contundente per punire i bambini. Gli orfani venivano quotidianamente picchiati, costretti all’alimentazione forzata e molti di loro venivano immersi nell’acqua gelida con la testa spinta verso il fondo della vasca finché resistevano.