Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il senso del dolore – La risposta della famiglia di Eva allo sciacallaggio fatto contro chi non si può più difendere

    Il senso del dolore – La risposta della famiglia di Eva allo sciacallaggio fatto contro chi non si può più difendere

    L’espressione “affamata d’affetto” contenuta nel titolo dell’articolo pubblicato il 7 ottobre scorso sul Vs. giornale e riferita ad Eva Sacconago è ambigua e volgare.

    Eva Sacconago è stata violentata da suor Farè e Farè Mariangela è in carcere!

    Eva, purtroppo per Lei, conobbe suor FARE’ quando aveva 14 anni e frequentava l’Oratorio di Sant’Edoardo, la sua seconda casa: “entra in quegli anni nella vita di Eva”; la modalità del suo approccio – si legge nella sentenza d’appello – “è dapprima discreta; poi si fa, ‘in crescendo’, invasiva per qualità e quantità delle comunicazioni. Si tratta di una modalità avvolgente, ambigua e ’perversa’ per i seguenti motivi: dichiarando ad Eva il beneficio psicologico che essa stessa trae dalla sua presenza, la fa sentire ‘importante’, in una dinamica di ‘inversione’ delle posizioni; si pone ad Eva, reiteratamente, con l’alternanza confusiva dei significanti simbolici dell’’amicizia’ e della ‘maternità’; introduce, insieme al registro della tenerezza e dell’intimità anche fisica, il registro trascendente del religioso”.

    Insomma, una suora che si fa amica e madre (che si eleva addirittura a madonna) pur di soddisfare la sua concupiscenza. La vicenda processuale non ha potuto affrontare e approfondire quegli anni di vita di Eva perché quei “fatti in danno di Eva minorenne erano prescritti”.

    Nessun Tribunale ha quindi potuto rispondere ad una semplice domanda, che noi comunque abbiamo rivolto ripetutamente: come è possibile che il rapporto tra una “madre” che fa sesso con la figlia e la violenta possa trasformarsi in amore? Provate a pensare di avere una figlia adolescente. Pensante ad un soggetto che con modalità avvolgente, ambigue e perversa induca vostra figlia adolescente al sesso. Ora, pensate che quel soggetto siete Voi, madre o padre. Le conseguenze, immaginatevele!

    Perché di questo si tratta. Dunque, la risposta alla domanda è semplice: non è possibile che esista l’amore!

    La storia di Eva ha un senso se si parte da qui. Per uscire da questo incubo, Eva ha subito atti persecutori (lo stalking, infatti, è stato riconosciuto in appello, insieme alla conferma del danno mai risarcimento dalla condannata) e si è disperatamente aggrappata ad un soggetto al quale ha rivolto il suo affetto. Affetto non sesso (perché non c’è un solo elemento nelle migliaia di carte processuali che induca a dire il contrario; guai a chi dice il contrario)!

    Purtroppo, questo soggetto per Eva non è stato né uomo né prete.

    Intanto, fuori c’era un popolo, il suo popolo, quello che cristianamente la doveva capire e sorreggere, invece, l’ha giudicata senza conoscere e, insieme ai malvagi protagonisti di questa vicenda, ha “ucciso” la sua mente.

    Questo è il senso che i genitori di Eva hanno voluto dare alla breve vita della figlia che hanno amato e continueranno ad amare ogni istante della loro esistenza.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/04/13/i-diari-di-eva-processo-fare/

  • La Chiesa cattolica giapponese citata in giudizio per danni in presunti abusi sessuali

    La Chiesa cattolica giapponese citata in giudizio per danni in presunti abusi sessuali

    TOKYO (AP) – Una donna ha intentato una causa contro la Chiesa cattolica romana in Giappone sostenendo che un prete l’ha violentata quattro decenni fa, mentre la crisi mondiale degli abusi sessuali della chiesa raggiunge gradualmente il Giappone.

    La causa civile, presentata questa settimana presso il tribunale distrettuale di Sendai, chiede 56,1 milioni di yen (534.000 dollari) di danni. Accusa un sacerdote, che non è stato accusato o penalizzato, nonché un vescovo che negli ultimi anni ha consigliato la donna in merito al presunto abuso.

    La causa, che accusa anche la diocesi di Sendai nel nord-est del Giappone, afferma che la chiesa ha rifiutato di prendere sul serio le denunce, causando dolore psicologico.

    “Ho intentato questa causa per rivendicare la dignità che ho perso e per cercare di porre fine a questo grave crimine che è una violazione dell’umanità”, ha detto Harumi Suzuki, che ha reso pubblico il suo nome.

    Ha detto di aver vissuto “più di 40 anni di inferno”, ma vuole alzare la voce per gli altri sopravvissuti agli abusi.

    “Sei innocente e non sei solo”, ha detto in una dichiarazione.

    Il Rev. Shiro Komatsu della diocesi di Sendai ha detto di non avere commenti perché non ha visto la causa.

    I documenti visti dall’Associated Press mostrano che la diocesi ha svolto un’indagine da parte di avvocati di terze parti sul suo caso nel 2016.

    L’indagine ha stabilito che l’atto sessuale era probabilmente avvenuto, ma ha deciso che non poteva essere perseguita alcuna responsabilità penale o civile, dato il passare del tempo e che il sacerdote poteva aver pensato che l’atto fosse consensuale. Suzuki nega di aver acconsentito.

    Il vescovo, Martin Testuo Hiraga, che si è incontrato spesso con Suzuki, ha detto che era difficile arrivare a una soluzione e il sacerdote ha negato le accuse. Il sacerdote non era disponibile per un commento.

    Il sacerdote viene identificato nella causa, ma gli avvocati di Suzuki hanno chiesto che il suo nome non fosse riportato, per timore di una possibile causa per diffamazione ai sensi della legge giapponese.

    Suzuki, un cattolico, è stato vittima di violenza domestica nel 1977 e si è rivolto al sacerdote per consolazione, secondo la causa. È stata violentata nella camera da letto al piano superiore della chiesa durante una sessione di consulenza e ha sofferto di depressione per anni.

    “La Chiesa cattolica è una gigantesca organizzazione di potere per i credenti e ha la loro fiducia incondizionata”. “La violenza sessuale da parte del clero sui membri della congregazione è un atto estremamente spregevole che sfrutta l’assoluta disuguaglianza di potere”.

    Le pressioni sono forti nel Giappone orientato alla conformità affinché le donne non si pronunciano contro gli abusi sessuali. Ma il movimento #MeToo sta gradualmente iniziando a decollare.

    Yuma Sato, l’avvocato di Suzuki, ha affermato che il sistema giudiziario giapponese rende molto difficile chiedere il risarcimento dei danni per abusi sessuali a meno che non si agisca entro pochi anni.

    “Ma spero che questo caso invii un messaggio su uno sforzo per creare il cambiamento”, ha detto Sato.

    “Vogliamo anche che la società giapponese impari di più sui problemi della chiesa, sulla sua segretezza, sui suoi insabbiamenti e su come i colpevoli restano impuniti”.

    ___

    Yuri Kageyama è su Twitter all’indirizzo https://twitter.com/yurikageyama

    https://apnews.com/article/lawsuits-crime-sexual-abuse-by-clergy-japan-archive-7a947193a18318fa2b1e43346502ca7a?fbclid=IwAR3J5qYXxs8isb4wRECitIfOSJSQgUgVk3IPycZG6WMJcB8X4pNrWNd-p-g
  • Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

    Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

    Il parere controcorrente della commissione legislativa dell’Australia Occidentale. E le ragioni che hanno convinto i suoi membri a concludere che «è meglio non toccare il sigillo sacramentale»

    Giovedì scorso la commissione legislativa della Camera alta dello Stato dell’Australia Occidentale (Western Australia) ha concluso a maggioranza che non è una buona idea obbligare per legge i sacerdoti a denunciare i casi di pedofilia appresi durante la confessione, imponendo loro in tal modo di violare il sigillo sacramentale. Improbabile che questa presa di posizione basti a mettere fine allo scontro in atto sul tema tra la Chiesa cattolica e le autorità dello Stato in Australia, battaglia di cui Tempi si è occupato a più riprese. Tuttavia il parere della commissione resta una notizia in forte controtendenza, in un clima in cui l’approvazione di leggi di questo tipo appare ormai quasi scontata in tutti gli Stati del paese.

    Per l’esattezza, riporta un articolo della Catholic News Agency, la commissione in questione ritiene giusto che «i ministri del culto siano esentati dalla responsabilità penale [in relazione all’obbligo di denuncia] soltanto quando la loro convinzione si basi esclusivamente su informazioni rivelate loro durante la confessione religiosa». E invita il legislatore a dialogare con i rappresentanti religiosi al fine di trovare vie diverse dalle disposizioni di legge per agevolare in qualche modo l’utilizzo di tali informazioni.

    Come detto, la presa di posizione appare sorprendente, se si considera il contesto. In Australia Occidentale l’obbligo per i preti di violare il segreto del confessionale in caso di presunte “notizie” di abusi su minori è una misura contenuta in un progetto di legge (il cosiddetto Children and Community Services Amendment Bill) presentato nel novembre dell’anno scorso e giunto ormai in fase avanzata nell’iter di approvazione. Non a caso la commissione legislativa del parlamento ha approvato il parere in difesa del sigillo sacramentale a maggioranza risicata: 3 voti contro 2. Favorevoli i rappresentanti del centrodestra (Liberal Party) e l’indipendente (National Party), contrari quelli del centrosinistra (Labour Party).

    E non c’è solo l’Australia. L’offensiva contro il segreto confessionale è in corso, con risultati diversi, anche altrove nel mondo (vedi California, Cile, Costa Rica), tanto che l’estate scorsa la Penitenzieria apostolica si è convinta a pubblicare, con l’approvazione di papa Francesco, una importante “Nota sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del sigillo sacramentale”, un documento da tenere presente. Tuttavia è in Australia che la campagna contro il sigillo sacramentale si è scatenata con maggiore furia. Diversi stati e territori del paese hanno già approvato leggi che impongono ai sacerdoti di denunciare i casi di pedofilia uditi in confessionale: in particolare gli stati di Victoria, Tasmania, Australia Meridionale, Queensland e il Territorio della Capitale, mentre nel Nuovo Galles del Sud l’operazione è fallita.

    Di una legge analoga a quella attualmente in discussione presso il parlamento dell’Australia Meridionale si è parlato anche a livello federale. L’impulso iniziale è sempre lo stesso: le famose raccomandazioni della “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, la Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori che a suo tempo interrogò anche il cardinale George Pell e il cui lavoro da qualche anno detta la linea nella lotta alla pedofilia in Australia. Tra queste raccomandazioni, infatti, c’è anche quella di abolire il segreto confessionale. La scorsa settimana la Conferenza dei vescovi australiani ha fatto pervenire al governo di Canberra una lettera della Santa Sede datata 26 febbraio 2020 in cui il Vaticano, ribadendo il proprio impegno contro gli abusi del clero, risponde puntualmente a tutte le critiche mosse alla Chiesa cattolica dalla Royal Commission australiana.

    Fin qui il contesto battagliero in cui si inserisce il sorprendente parere della commissione parlamentare dell’Australia Occidentale contro l’obbligo per i confessori di denunciare i presunti abusi. Più che per la notizia in sé, comunque, l’articolo della Catholic News Agency segnalato sopra è interessante per gli argomenti che raccoglie in difesa del sacro sigillo. Vi si apprende, tanto per dare un’idea, che la Commissione legislativa ha ricevuto 606 interventi in merito, di cui «oltre il 90 per cento contrari alla violazione del segreto confessionale».

    Uno di questi, informa la Cna, è firmato da Mark Baumbgarten, sacerdote dell’arcidiocesi di Perth. Facendo notare l’inapplicabilità di una legge del genere, anche per via dell’anonimato di molte confessioni, il prete australiano ha scritto:

    «Sospetto che uno dei risultati di questo tipo di leggi sarà che molte parrocchie probabilmente escluderanno le confessioni faccia a faccia per proteggere i propri preti. Per di più queste leggi sono inapplicabili. A meno di non piazzare microspie nei confessionali, l’unico modo per beccare un prete sarebbe quello di provare a incastrarlo con finti penitenti armati di registratori: un metodo che apparirebbe particolarmente disonesto».

    Così si conclude la missiva del sacerdote:

    «Noi sacerdoti ci assumiamo impegni solenni davanti a Dio, e io sono molto più preoccupato di come mi giudicherà Dio che non di come sono visto dai potentati di questo mondo. Andrei assolutamente in prigione o affronterei qualunque altra punizione civile piuttosto che rompere il sigillo sacramentale, e sospetto che tutti i preti – a prescindere dal loro orientamento ideologico – direbbero lo stesso. In effetti ci sono stati nel corso dei secoli alcuni preti santi che hanno subìto il martirio a causa del loro rifiuto di violare il segreto confessionale. Ciò detto, io non ho alcun desiderio di diventare un martire – né in senso figurato né in qualunque altro modo – e prego affinché in questa materia prevalga la ragione, permettendo ai leader civili e della Chiesa di collaborare per garantire la sicurezza dei giovani e dei più vulnerabili all’interno della nostra comunità».

    Il 6 agosto scorso, invece, davanti alla commissione si sono presentati l’arcivescovo di Perth, Timothy Costelloe, e il sacerdote ortodosso Abram Abdelmalek, entrambi decisi, secondo la sintesi della commissione stessa, a «sostenere l’introduzione dell’obbligo di denuncia per i ministri del culto, con l’eccezione della confessione».

    Questi alcuni passaggi dell’intervento di monsignor Costelloe, riportati dalla Cna:

    «La legge proposta renderebbe i preti che rimangono fedeli agli obblighi assunti al tempo della loro ordinazione… perseguibili e condannabili in quanto criminali per essere rimasti fedeli ai propri impegni. Rendere illegale il libero esercizio di una parte essenziale della fede cattolica mi sembra una cosa che le moderne società laiche hanno sempre inteso esorbitare i limiti della loro autorità».

    Qualora un sacerdote durante una confessione apprendesse di un caso di pedofilia, secondo l’arcivescovo di Perth,

    «sarebbe responsabilità del prete fare del suo meglio per convincere il colpevole che deve fermarsi e che l’unico modo possibile per fermarsi è consegnarsi alle autorità, e assicurare a questa persona che egli la aiuterà a fare tutto questo. È chiarissimo, nella maniera più assoluta, che il sacerdote ha la fondamentale responsabilità di fare tutto quel che può senza violare il sigillo della confessione per assicurarsi, nel limite del possibile, che gli abusi si interrompano».

    Domanda: i preti cattolici si sottometterebbero a una legge che imponga loro la violazione del sigillo sacramentale? Risposta di Costelloe:

    «Ogni sacerdote conosce quali sono i propri obblighi e conosce quali sono le condanne per la mancata fedeltà a tali obblighi; sa anche quali sono i fondamenti di quegli obblighi, e i fondamenti di quegli obblighi dal punto di vista della Chiesa sono la legge divina. Di certo non ho intenzione di dire ai miei sacerdoti di violare la legge divina. Non dirò loro di farlo; non posso dire loro di farlo. Ho abbastanza fiducia nei preti dell’arcidiocesi di Perth per ritenere che essi sapranno esattamente come devono rispondere in ogni situazione particolare e quali sono i loro obblighi, e che gli obblighi sono in conflitto. Sono in conflitto l’obbligo verso la legge civile e l’obbligo verso la legge di Dio. Non ho dubbio su quale decisione prenderei se mi trovassi davanti a una simile sfida e non ho dubbi so cosa deciderebbero altri preti».

    Secondo il prelato, infine, una norma del genere, oltre che fuori dalla portata del potere politico, rischierebbe di essere controproducente rispetto allo scopo che si prepone, la lotta pedofilia. Non solo perché tanti predatori di minori, sapendo di rischiare di essere automaticamente denunciati, probabilmente inizierebbero a evitare di confessare le proprie colpe. Ma c’è un altro motivo:

    «Se si tratta di qualcuno che vuole rivelare di essere stato abusato, confidando sul fatto che il confessionale è un posto sicuro dove parlarne, confidando che quanto detto resterà segreto, anche questi rinuncerà a venire, e forse non riuscirà a fare i conti con quanto è successo. Per questo io temo davvero che il risultato di tale cambiamento potrebbe ben essere per i bambini e per i giovani una sicurezza minore, non maggiore».

    Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

  • «Ai pedofili il governo toglierà casa, auto e risparmi», ecco la proposta di legge. In tilt i server del dark web

    «Ai pedofili il governo toglierà casa, auto e risparmi», ecco la proposta di legge. In tilt i server del dark web

    I pedofili perderanno la casa, la loro auto, i loro risparmi e anche il conto in banca: è la nuova proposta di legge del governo australiano che mira a confiscare i beni dei pedofili per cercare di fermare, o almeno limitare, i reati sessuali ai danni dei bambini e dei minorenni. Lo ha annunciato Peter Dutton, ministro degli Interni australiano, rivelando il tenore delle nuove leggi sulla criminalità.

    Dark web in tilt

    La polizia federale australiana ha rivelato che i server del “dark web” si sono recentemente bloccati a causa di una forte domanda da parte degli australiani che guardano i bambini subire abusi online.

    «Le persone pagano 35 dollari per vedere i genitori poveri che violentano i figli» Gli australiani stanno pagando 35 dollari ai genitori in stato di difficoltà economica per filmarsi mentre violentano e torturano i propri figli.

    https://www.ilgazzettino.it/italia/politica/pedofili_governo_toglie_casa_auto_risparmi_proposta_legge_australia_dark_web_ultima_ora_14_settembre_2020-5462047.html

  • Usa, il vescovo di Duluth si dimette un mese prima di entrare in carica: è accusato di abusi

    Usa, il vescovo di Duluth si dimette un mese prima di entrare in carica: è accusato di abusi

    Papa Francesco ha accettato oggi la rinuncia di padre Michel Mulloy. La diocesi di Rapid City ha ricevuto il 7 agosto un’accusa contro il prete di molestie su un minore negli anni ’80

    CITTÀ DEL VATICANO. Era stato eletto lo scorso 19 giugno vescovo di Duluth, diocesi statunitense nel Minnesota di circa 500mila abitanti. Ma non ha fatto in tempo neppure a ricevere l’ordinazione episcopale, in programma l’1 ottobre, che padre Michel Mulloy ha rassegnato le sue dimissioni. Papa Francesco le ha accettate oggi, come annuncia la Sala Stampa vaticana. Il motivo della rinuncia? Un’accusa di abusi su un minorenne che il mancato vescovo, 66 anni, avrebbe compiuto nei primi anni Ottanta.

    Lo rende noto la diocesi di Rapid City, che il sacerdote – orfano da bambino di madre, laureato in lettere e per anni parroco di campagna – ha servito come vicario generale e vicario del clero dal 2017. L’anno scorso, era stato nominato amministratore diocesano dopo il trasferimento del precedente vescovo nel Michigan. In un comunicato pubblicato sul sito ufficiale, accompagnato da uno statement in allegato, la chiesa di Rapid City spiega nel dettaglio come la situazione spinosa sia stata gestita e a quali risultati ha portato l’indagine indipendente avviata dalla stessa diocesi.

    Come si legge, in seguito alla nomina di Mulloy, il 7 agosto la diocesi di Rapid City ha ricevuto la notifica di un’accusa contro il sacerdote per abusi sessuali su un minore risalenti ad oltre trent’anni fa. Nessun’altra accusa oltre a questa: «La diocesi di Rapid City non ha altre accuse di abuso sessuale che coinvolgano padre Mulloy», recita il comunicato.

    Seguendo la procedura stabilita, monsignor Peter Muhich, vescovo di Rapid City, ha informato le forze dell’ordine e Mulloy ha ricevuto l’ordine di astenersi dall’esercizio del ministero. La Diocesi ha quindi commissionato un’indagine indipendente «per determinare se l’accusa giustificasse ulteriori indagini secondo il Diritto canonico».

    Ad inchiesta conclusa, i risultati sono stati condivisi con la “Commissione diocesana di revisione” di Rapid City, organismo interdisciplinare a maggioranza laica istituito in conformità con gli standard del Diritto canonico e «la politica» della diocesi di Rapid City. Ovvero l’impegno – seguito da tutte le diocesi degli Stati Uniti dopo il turbolento scandalo McCarrick – a fare in modo che «tutte le accuse di cattiva condotta sessuale che coinvolgono bambini o giovani e sacerdoti, diaconi, dipendenti laici o volontari al servizio della diocesi di Rapid City» siano «segnalate alle autorità civili e oggetto di indagine».

    Il Comitato ha stabilito – come si legge in un passaggio un po’ fumoso della nota – che «l’accusa era conforme agli standard del Diritto canonico per ulteriori indagini e conclusioni» e che «la Santa Sede è stata informata dal vescovo Muhich». A Mulloy è stata recapitata una sintesi dell’accusa contro di lui; ha quindi presentato al Papa le dimissioni da vescovo eletto di Duluth.

    Dal sacerdote non è giunta finora alcuna dichiarazione. Le uniche parole sull’accaduto sono quelle di monsignor James Bissonnette che, fa sapere la Nunziatura negli Usa, guiderà la diocesi vacante di Duluth in qualità di amministratore diocesano fino a nuova nomina di un nuovo pastore. «Siamo addolorati per tutti coloro che hanno subito abusi sessuali e per i loro cari», ha detto il prelato, come riportato da diversi siti Usa. «Vi chiedo di pregare per la persona che si è fatta avanti con questa accusa, per padre Mulloy, per i fedeli della nostra diocesi e per tutti coloro che ne sono stati colpiti. Riponiamo la nostra speranza e la nostra fiducia nella provvidenza di Dio mentre aspettiamo, ancora una volta, la nomina del nostro prossimo vescovo».

  • I pedofili reclamano il diritto a non essere discriminati

    I pedofili reclamano il diritto a non essere discriminati

    Sesso libero tra adulti e adolescenti, purché consenzienti, libertà sessuale per gli zoofili ed i necrofili, liberalizzazione della prostituzione e della pedo-pornografia. Sono alcuni tra i punti salienti del programma politico del PNVD, il resuscitato partito dell’amore che tenterà – come ci fa sapere la stampa internazionale – di presentarsi alle prossime elezioni politiche nei Paesi Bassi.

    Si tratta del proprio secondo tentativo dopo che il precedente, nel 2006, non è andato a buon fine non essendo stati capaci, i promotori, di raccogliere le pur poche 580 firme necessarie per partecipare alla competizione.

    Sono solo tre, infatti, i dirigenti noti del partito che hanno pure il coraggio di auto-proclamarsi pedofili. E questo fa presupporre che anche questa volta il PNVD non raggiungerà alcun obiettivo elettorale.

    Oltre mezzo milione di olandesi: Mettere fuorilegge il partito dei pedofili

    Il solo annuncio del tentativo di partecipare ha, tuttavia, scatenato l’opinione pubblica olandese.

    La petizione online su Avaaz.com indirizzata alla Procura della Repubblica olandese e che sostiene come « il PNVD non dovrebbe far parte della nostra società. Non dovrebbe poter lottare per gli interessi che rappresenta » ha raggiunto e superato, in meno d’una settimana, la cifra di 536.000 firme (molte in un Paese, i Paesi Bassi, che contano solo diciassette milioni di abitanti).

    L’eventuale messa fuori legge del PNVD ridurrebbe gli spazi democratici in Olanda? I pedofili, insomma, hanno liberamente diritto a reclamare e promuovere una diversa valutazione della loro condotta ?

    Già, in passato, ci avevano provato costituendo un’associazione, la Martijn, che pubblicava un sito web [1] e pure un giornale OK Magazine. L’associazione si autoproclamava « una piattaforma di discussione sulla pedofilia […] per la ricerca di una società libera e umana quando si tratta di relazioni e sessualità […] e contro il terrore politico e la discriminazione ».

    Il n. 1 di “OK Magazine”, il periodico di discussioni sulla pedofilia uscì nel maggio 1986.

    Nel 2012, tuttavia, il Tribunale di Assen dichiarò illegale l’associazione e la sciolse poiché in contrasto coi « i valori accettati dalla società olandese ». I successivi gradi di giudizio confermarono definitivamente la decisione giudiziaria.

    La provocazione del PDNV può servire ad affrontare il tema della sessualità?

    La provocazione dei tre fondatori del PDNV (Partito per l’Amore, la Libertà e la Diversità), partito subito ribattezzato dei pedofili, tuttavia, ha raggiunto l’obiettivo di porre all’attenzione pubblica il tema della sessualità.

    • Il sesso è una cosa naturale o … “sporca” e schifosa ?
    • A quanti anni è corretto parlare di sesso e di contraccezione coi bambini?
    • A quanti anni è tollerabile vedere un film con scene di sesso esplicito ?
    • A quanti anni è da indicare la giusta età del consenso dalla quale è legittimo poter fare sesso ?
    • Chi deve introdurre il tema sesso ai bambini ?
    • I genitori ? L’insegnante di scienze della scuola media inferiore ? Gli amici più … disinvolti, più spigliati ? Qualche giornalino a fumetti con materiale pornografico ? Internet ?

    Domande attuali già 40 anni fa ma ancora oggi difficili da porre.

    I pedofili : gente squilibrata o una minoranza sessuale?

    Ma i tre fondatori del PDNV vanno oltre e reclamano il diritto a proclamare i pedofili una “minoranza sessuale” e non dei soggetti squilibrati. Un percorso già intrapreso a suo tempo dal movimento di liberazione omosessuale (LGBT+) che ottenne, solo il 17 maggio 1990, di vedere depennata l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.

    In rete esiste un documentario, “Are All Men Pedophiles?” (ING), che così domanda: « L’industria della moda, da un lato, sessualizza le ragazze sempre più giovani, mentre chi agisce in base a questi istinti è offeso. L’apparente ipocrisia nel cuore della società costringe alla domanda: Cosa intendiamo allora quando parliamo di pedofilia? ».

    Nell’aperta e liberale Olanda, Anneke, l’autrice della petizione contro il PDNV, scrive che « scegliere se [i bambini] vogliono fare sesso non è un opzione della vita fino a quando non sono abbastanza grandi e pronti per farlo e questo non è a 12, 13, 14, 15 anni », o, ancora, che « il bambino spensierato di 12 anni gioca fuori con gli amici, salta i fossati, gioca con le bambole » non certo ha pulsioni sessuali.

    « A 12, 13, 14, 15 anni, forse sapevo cosa fosse, ma pensavo che fosse sporco e spaventoso ! », precisa Anneke. Che poi nella petizione conclude : « i bambini hanno poca o nessuna conoscenza di cosa sia il sesso e non possono fare una scelta se lo vogliono o no ».

    Ecco, l’affermazione chiave : i bambini non sanno. Non sarebbe corretto invece che sapessero ?

    Oppure Sapere Aude è ancora una massima vietata nella cattolicissima Europa ?

    I pedofili reclamano il diritto a non essere discriminati

  • Abusi in sagrestia, il caso Giada Vitale finisce in Parlamento

    Abusi in sagrestia, il caso Giada Vitale finisce in Parlamento

    “Lui non è uno che va facendo sta roba con tutti quanti. Ha fatto un’esperienza del genere, ha vissuto questa storia impropria con te. Non è un criminale”. Così il vescovo di Larino, Gianfranco De Luca a Giada Vitale, nel 2014, giustificava la condotta del sacerdote don Marino Genova, in seguito condannato per violenza sessuale a danno della ragazza, proprio in relazione a quei fatti. Le parole del vescovo sono state riportate nella memoria allegata all’atto di interrogazione e depositata ieri, in parlamento, dall’onorevole Stefania Ascari, (altro…)

  • Cristina Balestrini – Francesco Zanardi (Biografia “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano”)

    Cristina Balestrini – Francesco Zanardi (Biografia “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano”)

    Testo biografico scritto da una componente dello staff  di Rete L’ABUSO di cui è presidente Francesco Zanardi al fine di far conoscere la drammatica vicenda personale di questa ennesima vittima della pedofilia clericale.

    Il testo denuncia i gravi limiti della legislazione italiana in tale materia poiché alcuni articoli del concordato craxiano del 1984 “hanno contribuito e contribuiscono a mantenere in piedi il muro di segretezza, omertà e complicità” a favore del religioso pedofilo.

    Anche in altre sfortunate nazioni succube del clericalismo si sono verificate “tragiche vicende di pedofilia clericale”, ad esempio l’Irlanda: i preti degenerati in preda a tale malefico vizio sarebbero fra il 4 e il 6% del totale dei sacerdoti.

    Si racconta la perversione patologica di uno squallido prete savonese che abusò di decine di ragazzini dal 1980  con la complicità diocesana. Gli consentirono perfino di aprire una comunità alloggio per minori!

    Francesco, dopo anni di abusi clericali e altre vicissitudini personali, diventa un riferimento nazionale e internazionale per tutti gli abusati dai preti pedofili. Il suo pensiero in tale scottante materia è il seguente: “alla chiesa, malgrado la falsa indignazione, non importa nulla delle sue vittime” men che mai risarcirle. A tal fine, tramite i soliti politici complici, si è fatta fare su misura delle norme del codice civile che impedirebbero ogni suo obbligo risarcitorio. Comunque Francesco Zanardi è stato ricevuto dalla Camera dei deputati nel 2019, forse qualcosa si muove sul modello USA, dove alcune diocesi sono finite in bancarotta per colpa dei preti pedofili!

    Il testo è corredato da foto e documenti relativi alla pedofilia ecclesiastica che talora sfocia nel suicidio, sia delle vittime che del prete maniaco sotto processo.

    Concludendo, la testimonianza dell’avvocato Mario Caligiuri di Roma, inserita nel testo, comprova l’evidente disparità di trattamento fra le vittime e i preti pedofili durante i procedimenti diocesani.

    Ciò prova ulteriormente che la pedofilia ecclesiastica è favorita indirettamente dal diritto canonico e quindi dai papi stessi, firmatari di ogni legge in materia giuridica cattolica.

    Pierino Marazzani, agosto 2020

  • Accordi con il vincolo della riservatezza; un modo per imbavagliare le vittime ?

    Accordi con il vincolo della riservatezza; un modo per imbavagliare le vittime ?

    Un ragionevole dubbio che nasce dietro a più di un caso conclamato ovvero, il tentativo apparente di voler imbavagliare le vittime con pochi spiccioli, evitando lo scandalo e salvando il prete, che continuerà a rimanere nell’anonimato, libero anche di reiterare.

    In questi anni la Rete L’ABUSO si è occupata di centinaia di casi di violenze sessuali da parte di sacerdoti a danno di minorenni, accorgendosi che in alcuni di questi, si cerchi di “blindare” il più possibile la situazione evitando che fatti e soprattutto nomi, vengano portati a conoscenza dell’opinione pubblica.

    Spesso pervengono all’associazione richieste di assistenza legale da parte di vittime che hanno ricevuto missive dagli avvocati dei sacerdoti, nelle quali si chiede il nominativo di un legale di fiducia, col quale avviare una transazione. Notiamo che la caratteristica fondamentale richiesta che permette la possibilità di un accordo, è che il nome del sacerdote non sia mai uscito pubblicamente, in caso contrario è rarissimo che venga proposto un qualsivoglia accordo. Quello che ha attirato particolarmente la nostra attenzione al punto di definire questi casi “anomali”, che spesso le vittime siano avanti negli anni, e non vi sia più possibilità per loro, di avviare un procedimento penale o civile.

    La domanda viene da se; perché mai la chiesa che non ha mai indennizzato spontaneamente una sola vittima – tranne quando costretta dai tribunali civili – darebbe dei soldi a qualcuno se quel qualcuno non può fare più nulla sotto il profilo legale?

    Abbiamo visto anche in Spotlight che esistono gli accordi tra le parti e che la chiesa li faceva già all’epoca, non c’è nulla di strano, se non fosse che dietro a quell’accordo c’è almeno un essere umano stuprato da bambino e che quell’accordo con il “vincolo della riservatezza”, imbavaglia la vittima per quattro soldi.

    Tutto legale, come dicevo si faceva già negli Stati Uniti ai tempi di Spotlight, solo che a quei tempi, il vincolo del bavaglio era lo stesso, le cifre con le quali indennizzavano invece no, andavano ben al di sopra dei 15 – 25 mila euro. Cifre che tuttavia attirano la vittima, che prescritta per la legge civile, ha ben poche alternative e che spesso, come accade a chi soffre di disturbo post traumatico da stress, non vive in condizioni sociali ottimali. Altro problema non trascurabile è lo stupratore, che non solo resta impunito, ma può reiterare il reato, magari in un’altra parrocchia.

    Da sempre ma oggi, avvantaggiati anche dal “Servizio diocesano per la tutela dei minori” presente oramai in tutte le diocesi (che da oggi raccoglie anche le denunce anonime) , è verosimile pensare che di questi accordi ci sarà un aumento, anche se se ne parla molto poco, ma c’è un motivo biologico, il vincolo della riservatezza stipulato dalla vittima, che indirettamente imbavaglia anche noi della Rete L’ABUSO o chi professionalmente ne viene a fare parte.

    Di qualcuno possiamo tuttavia parlare, in quanto malgrado il vincolo della riservatezza, alcuni dei dati sono emersi in cause penali. Per esempio il caso di don Mauro Galli, che stipulò un accordo con la vittima, due giorni prima dell’inizio del processo e in quel raro caso, malgrado il suo nome fosse già noto alle cronache. In quel caso però,  il timore era che fosse tirata in ballo la diocesi, il vescovo oltre al sacerdote. Anche l’indennizzo “riservato”, ma che emerse alla domanda del Giudice durante il processo, era decisamente oltre i 25.000€, in questo caso 100.000 più le spese legali, purché la vittima e i familiari, non si costituissero parte civile nel procedimento. Malgrado la cifra apparentemente importante, il pubblico ministero Lucia Minutella la ritenne insufficiente in quanto sulla base delle tabelle, il danno si aggirava intorno ai 500.000€.

    Un altro caso di cui la Rete L’ABUSO si è occupata più nella norma del precedente ma decisamente maldestro, è quello di Vladimir Reséndiz Gutiérrez Oggi condannato in via definitiva a 6 anni e 6 mesi, dove il contratto era un tantino eccessivo e oggi vede rinviati a giudizio a Milano, i responsabili della Congregazione dei Legionari di Cristo e persino l’avvocato. La cifra che come di routine veniva data a titolo di “aiuto” alla vittima, in questo caso per continuare gli studi, era 15.000€ e l’accordo doveva essere segreto come i fatti per i quali era stato stipulato. E fino a qui, tolte le perplessità già esposte in precedenza, è tutto nella norma tranne due clausole di quell’accordo.

    La prima che non si parlasse della vicenda nemmeno se a chiedere fosse un magistrato.

    La seconda che qual’ora, per qualunque motivo fosse venuto meno l’accordo, la penale diverrebbe il doppio della cifra elargita, in questo caso 30.000€.

    Una realtà che abbiamo voluto documentare nell’ambito della contro informazione che la Rete L’ABUSO fa da sempre. Una realtà unica in Italia e favorita dall’inerzia delle istituzioni, che non rende giustizia a nessuno, anzi favorisce il diffondersi del problema.

    Francesco Zanardi

  • IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    DI JENNIFER GUERRA

    Quando si parla di pedofilia all’interno della Chiesa solitamente ci si indigna per i grandi scandali di copertura da parte della Santa Sede, ma raramente si pone l’attenzione su quello che fa – o meglio, non fa – lo Stato italiano nei confronti di chi perpetra tali crimini. Secondo i dati raccolti da Rete L’Abuso, l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e osservatorio permanente, dagli anni Novanta a oggi sono 150 i preti processati per reati sessuali a danno di minori, con una durata media della condanna di circa 4 anni. Le stime dalla Chiesa sulla percentuale di pedofili vanno invece dal 2% del totale del clero, dichiarato da Bergoglio a Repubblica – in un’intervista ora cancellata dal sito – al 4-6% secondo il membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, Hans Zollner.

    Contando che i sacerdoti nel nostro Paese sono 32.036, si tratterebbe di almeno 640 persone. Anche rifacendosi alla stima “ottimistica” del papa, come fanno notare gli autori del libro Giustizia divina Emanuela Provera e Federico Tulli, si tratta di una percentuale altissima rispetto al tasso di condannati per abusi sessuali nei confronti di minori tra i laici, 0,0025%. I due giornalisti hanno anche provato a verificare quanti dei preti condannati siano effettivamente in carcere: su 125 penitenziari che hanno risposto (sui 191 presenti sul territorio italiano nel 2017) sono solo 5 i sacerdoti detenuti per reati connessi alla pedofilia.

    C’è quindi una situazione di grave omertà nella Chiesa, che preferisce gestire internamente i casi anziché consegnare anche coloro che ritiene colpevoli all’autorità giudiziaria. Non è raro infatti che gli abusi, che si consumano quasi sempre ai danni di famiglie molto legate alla realtà parrocchiale, non vengano denunciati alla polizia, ma soltanto al vescovo o ad altre autorità ecclesiastiche. Nella maggior parte dei casi infatti un genitore che sospetta delle violenze sui propri figli preferisce confidarsi con altri fedeli o altri sacerdoti prima di sporgere denuncia. Questo fa sì che molto spesso l’unico processo che si svolge sia quello canonico.

    Per il diritto canonico, un sacerdote che commette violenza contro un minore viola il canone 277 sul celibato ecclesiastico e perciò, secondo il canone 1395, viene “punito con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l’ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale” e se il delitto avviene con un minore di 16 anni viene “punito con giuste pene”. La violenza sessuale è considerata un peccato e non un reato: ciò significa che il sacerdote deve rispondere a Dio e non alla giustizia terrena. Il procedimento canonico viene avviato dalla Curia qualora vi siano “seri indizi” di “colpe gravi” e, se queste vengono accertate, la Congregazione per la dottrina della fede dà decreto di rimozione della persona accusata, oppure la invita a rinunciare all’incarico entro 15 giorni. Come spiegano Provera e Tulli, il procedimento canonico ha una serie di problemi che lo rendono un sistema vòlto a tutelare più la Chiesa che le vittime. Ad esempio, al procedimento non sono ammessi avvocati o testimoni ed è la vittima a dover dimostrare il delitto subìto. In più gli atti sono coperti da segreto pontificio, per cui è raro che le autorità ecclesiastiche collaborino con la giustizia italiana, anche dopo un’eventuale condanna.

    Il problema è proprio la natura della condanna inflitta dalla Congregazione per la dottrina della fede, che spesso fa sì che il prete condannato riesca a sfuggire alla magistratura anche dopo una denuncia all’autorità giudiziaria italiana. Il sacerdote viene infatti rimosso dal suo incarico e, in base alla gravità dei fatti commessi o ad altri precedenti, viene semplicemente riassegnato a un’altra diocesi oppure informalmente indirizzato verso una comunità di “assistenza per ecclesiastici in difficoltà”, come l’Oasi di Elim a Roma o il progetto dei “Ministri della misericordia”, centri che danno sostegno per diversi problemi, dalle dipendenze alle crisi vocazionali. Sono moltissimi i casi di sacerdoti – ma anche di suore – di cui si sono perse le tracce dopo sentenze di condanna da parte del tribunale ecclesiastico. Non è nemmeno raro che dopo tutti i vari trasferimenti, spesso fatti nel modo più discreto possibile, i reati contestati cadano in prescrizione per l’ordinamento italiano. Come racconta Giustizia divina, succede spesso che le vittime decidano di denunciare gli abusi anche alle autorità italiane a distanza di anni proprio nel momento in cui si accorgono che i propri abusatori continuano a fare i preti altrove, ma i termini per la denuncia sono ormai trascorsi. Senza contare poi che i trasferimenti continui non risolvono il problema, ma anzi possono favorire la reiterazione del reato, mettendo il sacerdote a contatto con altri minori.

    Ma perché la Chiesa non collabora con la giustizia? La Cei ha disposto che i vescovi, poiché non sono pubblici ufficiali, non abbiano il dovere di denunciare i casi di cui vengono a conoscenza. Questa idea era stata ribadita nel 2014 dall’allora presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, che aveva giustificato l’idea che non vi fosse obbligo di denuncia per non “mancare gravemente di rispetto alla privacy, alla discrezione alla riservatezza e anche ai drammi di vittime che non vogliano essere messe in piazza”. Nel 2019 sono state approvate le nuove “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, che comportano l’obbligo di segnalazione alle autorità ecclesiastiche, ma non a quelle civili, verso le quali le segnalazioni sono soltanto “incoraggiate”.

    Nonostante la buona volontà e la politica di “tolleranza zero” invocata da Bergoglio, tra la Chiesa – attenta a difendere la propria immagine e i propri interessi – e la magistratura italiana non può e non potrà mai esserci una vera collaborazione. La causa risiede nei Patti Lateranensi del 1929, ratificati nel Concordato del 1984: secondo l’articolo 4, “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. In pratica, non sono tenuti a collaborare con la giustizia. Nella circolare alle Conferenze episcopali per la preparazione delle linee guida da adottare nei casi di abuso su minore, il Vaticano ha ribadito che “va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale”. Il riferimento al “foro interno sacramentale”, cioè alla confessione, riguarda il divieto di un sacerdote di divulgare un peccato o l’identità del peccatore che si è confessato. Ciò significa che se un prete viene a conoscenza di un abuso durante una confessione è invitato a tenere per sé questa notizia, pena la scomunica. Anche il motu proprio di papa Bergoglio del marzo 2019 che istituisce l’obbligo per i membri della Curia di informare il tribunale vaticano di eventuali abusi prevede la clausola del sigillo sacramentale. Il concordato stabilisce inoltre che un prete che abbia commesso un delitto perseguibile sia per la legge italiana che per il diritto canonico possa rifugiarsi negli immobili della Chiesa protetti dall’extraterritorialità, dove le forze dell’ordine non possono entrare. Bernard Francis Law, l’arcivescovo di Boston noto per aver coperto decine di abusi scoperti dalla famosa inchiesta del Boston Globe vincitrice del Premio Pulitzer e raccontata nel film Il caso Spotlight, nel 2002 fu trasferito per volere di Wojtyla nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che gode dell’extraterritorialità. Law è morto a Roma nel 2017, all’età di 86 anni, senza subire alcun processo per il suo coinvolgimento nella copertura degli abusi su almeno 552 minori.

    Negli ultimi anni, sembra che la Chiesa si stia sforzando più che in passato per contenere il fenomeno della pedofilia, soprattutto a partire dall’elezione di Bergoglio. Nel 2014 è stata istituita la Pontificia commissione per la tutela dei minori, mentre nel 2016 il papa ha firmato il provvedimento “Come una madre amorevole” per la “protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, ribadita anche con il motu proprio del 2019. Ma tutto questo non è abbastanza se lo scopo di queste iniziative è risolvere dall’interno il problema sottraendo alla giustizia italiana chi compie violenze su minori. La responsabilità di questa situazione è anche dello Stato, e a riconoscerlo è l’Onu che, nell’ultima relazione del Comitato per i diritti dell’infanzia, ha espresso preoccupazione “per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”. Tra le raccomandazioni delle Nazioni Unite c’è proprio il superamento dei Patti Lateranensi e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul tema.

    Uno Stato che tollera questo tipo di interferenze nell’amministrazione della giustizia, specialmente riguardo a fatti così gravi che coinvolgono minori, non può certo definirsi laico.

    https://thevision.com/attualita/preti-pedofilia/