Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Madre sottoponeva il figlio a riti satanici, sospesa la responsabilità genitoriale

    Madre sottoponeva il figlio a riti satanici, sospesa la responsabilità genitoriale

    E’ stata sospesa la responsabilità genitoriale di una madre che avrebbe cercato di indottrinare il figlio con riti legati a superstizioni. La vicenda, raccontata stamattina sul quotidiano locale Alto Adige, è accaduta nelle scorse settimane nei dintorni di Bolzano.

    La donna, rimasta vedova, avrebbe smesso di mandare a scuola il figlio, minacciando di morte le insegnanti. Avrebbe costretto il piccolo a dormire in pieno giorno e niente pediatra. Da mangiare gli avrebbe dato solo dei biscotti, si legge sul quotidiano.

    La madre avrebbe convinto il bambino che i dolori fisici come il mal di pancia dovuto alla malsana alimentazione fossero in realtà dovuti a maledizioni sciamaniche che lo avevano colpito.

    Le torture psicologiche si sarebbero protratte per mesi fino a quando i carabinieri, con in mano un decreto del Tribunale dei minorenni, hanno fatto irruzione in casa della donna e portato via il bambino, poi inserito in una comunità.

    https://www.adnkronos.com/cronaca/sottoponeva-il-figlio-a-riti-satanici-sospesa-la-responsabilita-genitoriale_17MfRTMIYSyyDUPBkg98Yj

  • Visita del vescovo nelle scuole, la protesta di Antonio Messina: lettera al Provveditore e al ministro Valditara

    Visita del vescovo nelle scuole, la protesta di Antonio Messina: lettera al Provveditore e al ministro Valditara

    Enna. Una comunicazione formale indirizzata all’Ufficio scolastico territoriale di Caltanissetta ed Enna e al Ministero dell’Istruzione e del Merito apre un nuovo fronte sul caso della visita pastorale del vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, prevista in questi giorni anche in alcune scuole di Aidone.

    A scrivere è Antonio Messina, vittima di abusi da parte dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, nella diocesi di Piazza Armerina, che il 15 gennaio scorso ha trasmesso una nota ufficiale al dirigente dell’Ufficio V – Ambito territoriale di Caltanissetta ed Enna e alla dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”. Nel documento Messina manifesta la propria contrarietà alla presenza del vescovo nelle scuole dell’obbligo, definendo l’iniziativa «inopportuna sotto il profilo educativo e istituzionale».

    «La scuola è un’istituzione dello Stato e ha il dovere di tutelare i minori e trasmettere valori di legalità e responsabilità», scrive Messina, spiegando che la presenza del vescovo «rischia di veicolare un messaggio distorto agli studenti, soprattutto alla luce di quanto emerso in sede giudiziaria».

    La posizione espressa richiama quanto accertato nel procedimento penale a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo. In particolare, viene citata la sentenza del Tribunale penale di Enna del 5 marzo 2024, che individua profili di responsabilità omissiva dell’ordinario diocesano in relazione alla tutela dei minori. «Non si tratta di fede o di appartenenza religiosa – precisa Messina – ma di atti giudiziari che pongono un problema di coerenza istituzionale».

    Nella comunicazione viene inoltre ricordato che monsignor Gisana risulta imputato per il reato di falsa testimonianza, contestato in relazione alle dichiarazioni rese durante lo stesso procedimento, conclusosi con la condanna in appello di Rugolo. «Nel pieno rispetto della presunzione di innocenza – sottolinea Messina – ritengo comunque necessario interrogarsi sull’opportunità di offrire una tribuna istituzionale a chi è coinvolto in procedimenti di questo tipo».

    Il documento pone l’accento sul ruolo della scuola come presidio di legalità e tutela dei minori e segnala come, secondo quanto riferito, negli istituti coinvolti non risultino promossi momenti di informazione o prevenzione sul tema degli abusi. «Non risultano iniziative che diano spazio alle vittime o che affrontino apertamente il tema della protezione dei minori», si legge nella nota.

    Nella parte finale Messina chiede di conoscere le motivazioni che hanno portato le istituzioni scolastiche a consentire la visita pastorale e indica l’opportunità di informare il Ministero dell’Istruzione e del Merito. «Ho ritenuto doveroso rivolgermi anche al ministro Valditara – afferma – perché qui è in gioco il ruolo della scuola pubblica e la credibilità delle istituzioni».

    Il richiamo conclusivo riguarda il significato simbolico dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”, intitolato a Giovanni Falcone. «Quel nome richiama un impegno preciso per la legalità e la verità – scrive Messina – valori che dovrebbero guidare ogni scelta educativa».

    Secondo quanto riferito, alla comunicazione inviata il 15 gennaio non sarebbe pervenuta alcuna risposta da parte degli uffici competenti. La vicenda risulta ora all’attenzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

    https://quotidianodigela.it/visita-del-vescovo-nelle-scuole-la-protesta-di-antonio-messina-lettera-al-provveditore-e-al-ministro-valditara

  • Un documento eccezionale

    Un documento eccezionale

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Nel gennaio dello scorso anno la diocesi di Bolzano-Bressanone ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta condotta da una commissione indipendente sul modo in cui i vertici dell’istituzione hanno trattato, negli ultimi sessant’anni, i casi di abuso sessuale sui minori compiuti da sacerdoti incardinati nella diocesi1 . L’indagine, la prima del genere nel nostro Paese, ha ricalcato, negli scopi se non nella forma, le molte inchieste analoghe condotte di recente in altri Paesi occidentali (europei e nordamericani), perlopiù su iniziativa delle Conferenze episcopali o di singole diocesi2 . La sua straordinaria unicità non è stata sufficiente per attirare sul report l’attenzione dei media nazionali. I quotidiani vi hanno dedicato un articoletto centrato in linea di massima sull’aspetto meno significativo e più facilmente enucleabile, quello statistico, spedendolo poi precipitosamente in soffitta. Per quanto mi risulta, nessuna lettura approfondita è stata finora nemmeno tentata, né all’interno né all’esterno della Chiesa.

    Il rapporto ha un ampio respiro dal momento che consta di 619 pagine nelle quali vengono esaminati in modo scrupoloso una quantità considerevole di elementi legati al fenomeno degli abusi: la legislazione canonica e quella civile sui reati sessuali; la percezione del problema all’interno della società altoatesina; i documenti vaticani sul tema; i risultati delle inchieste più rilevanti condotte in altri Paesi.

    Il “pezzo forte” del rapporto è rappresentato dall’analisi dei documenti contenuti negli archivi diocesani ai quali i ricercatori hanno avuto, per la prima volta, pieno accesso. Questa eccezionale opportunità ha permesso di ricostruire, nei limiti del materiale a disposizione, i comportamenti di tutti i vescovi e i vicari generali avvicendatisi nel corso degli anni a capo della diocesi (nel report solo i nomi dei sacerdoti convolti e dei luoghi dove sono avvenuti gli abusi sono stati anonimizzati) e soprattutto di isolare ventiquattro casi nei quali il comportamento dei capi della curia è stato totalmente inadeguato.

    Il quadro complessivo di cattive pratiche e comportamenti criminali che emerge dalla lettura del dossier è francamente impressionante. Vi si trova di tutto: dal trasferimento di parrocchia dei preti sospettati di aver compiuto abusi sui minori adoperato come strumento ordinario di gestione dei casi a un impressionante repertorio di reati sessuali (dalla pedopornografia alle violenze sulle bambine, sui bambini, sulle adolescenti e gli adolescenti), alle spaventose manipolazioni della verità, alla mancata collaborazione con le autorità civili, a sofferenze che nelle vittime riemergono anche a distanza di decenni o che portano al suicidio, al soccorso ostinato, anche economico, della diocesi a preti condannati in via definitiva, alla rete di complicità e di collusioni che ha permesso agli autori di reati così odiosi di evitare di patirne le conseguenze.

    Rinviando a un’altra sede l’analisi scientifica compiuta dei risultati del report, vorrei qui ricostruire e commentare uno dei casi più clamorosi tra quelli che ho trovano nelle pagine del rapporto. Si tratta di una vicenda esemplare e significativa, ma non certo unica, che consente di illuminare almeno tre aspetti della questione molto rilevanti e spesso non adeguatamente valorizzati.

    Il caso

    I guai di questo sacerdote iniziarono già al principio della sua carriera clericale, al tempo del suo primo incarico come cooperatore (collaboratore pastorale) presso una parrocchia della diocesi di Bolzano, negli anni Sessanta. Rispondendo alla domanda di rito inserita nella relazione annuale sul comportamento del prete con le giovani e le ragazze, il parroco riferì la presenza di “problemi con le preadolescenti”.

    Di lì a poco il prete venne dislocato in una nuova sede. Nel volgere di poco tempo il sacerdote venne ancora una volta spostato. Nella nuova parrocchia (la terza in pochi anni), il sacerdote si fece daccapo notare per aver messo in atto dei comportamenti scorretti sul piano sessuale, al punto da essere definito «spesso non saggio» nella periodica relazione del parroco al vescovo. Seguirono altri due spostamenti.

    Nella sede del quinto incarico, siamo all’inizio degli anni Settanta, appena qualche anno dopo l’ordinazione sacerdotale del prete, avvennero alcuni eventi incresciosi puntualmente annotati negli archivi della diocesi (e quindi noti a tutti i dirigenti dell’organizzazione). La vicenda ebbe origine da una lettera indirizzata al vescovo Gargitter (che governò la diocesi dal 1964 al 1986) da un gruppo cattolico attivo in quella parrocchia. Gli autori della missiva chiedevano al vescovo un immediato allontanamento del sacerdote dalla parrocchia «per prevenire mali peggiori», così scrissero. Nel seguito della lettera si spiegava quali fossero questi “mali”: il prete era accusato di aver molestato numerose bambine di età compresa tra i sette e i dodici anni. Dalla documentazione presente negli archivi diocesani apprendiamo che, in reazione alla lettera, il vescovo, per il tramite del suo Vicario, contattò il parroco chiedendogli di verificare la fondatezza delle accuse. Costui, dapprima sembrò ridimensionare l’accaduto sostenendo che il prete si era comportato in modo «poco saggio e imprudente», ma escludendo che potesse aver commesso «qualcosa di immorale»; qualche giorno dopo, tuttavia, cambiò versione e, chiedendone con determinazione l’immediato trasferimento, affermò che era da presumersi che egli avesse provocato «una reale ferita morale» e che la sua condotta aveva generato «grande tumulto». A queste parole il parroco allegò quattro dichiarazioni scritte dai genitori di bambine abusate contenenti descrizioni molto dettagliate delle azioni che il prete aveva compiuto. Il fatto aveva riguardato almeno sette bambine in età prepuberale ed era consistito di baci, carezze e palpeggiamento dei genitali.

    Il vescovo accolse il suggerimento del parroco e, dopo poche settimane, collocò il prete in un’altra parrocchia della diocesi. La notizia del trasferimento non venne tuttavia ben accolta da tutti: infatti 151 parrocchiani (molto probabilmente mobilitati dallo stesso abusatore) sottoscrissero un documento nel quale definivano il sacerdote un «valido catechista» la cui reputazione era stata macchiata «senza la minima ragione».

    Anche nella nuova parrocchia (la sesta in pochi anni) le cose non filarono lisce per il prete al punto che, a pochi mesi dal suo insediamento, il parroco ne chiese l’immediato allontanamento. Le motivazioni addotte erano ancora una volta inequivocabili: il parroco si era convinto che, si legge nella sua lettera indirizzata al vescovo, «molto presto succederebbe quanto già accaduto a [il luogo della sua quinta assegnazione come cooperatore]: un turbinio e, subito dopo, una burrasca contro di lui. Le ragioni delle accuse nei suoi confronti e dell’allontanamento si fonderebbero su verità; – egli non è in grado di fare diversamente: impeto, foga e una certa incapacità di autocontrollo! – È piuttosto immaturo per un incarico in autonomia – ha bisogno di una mano forte».

    Anche in questo caso il vescovo assecondò la richiesta e si mise in cerca di una nuova sede nella quale collocare il sacerdote. Una sistemazione venne individuata, ma i dirigenti della diocesi furono indotti a rivedere la scelta e a indicarne una diversa per via di una lettera ricevuta da un fedele della parrocchia che avrebbe dovuto accogliere il prete. Il suo autore riferiva di aver chiesto informazioni su quel prete a persone che abitavano nel precedente luogo di residenza del sacerdote e di aver da loro appreso a) che il sacerdote avrebbe abusato di molte bambine, invitandole spesso nella sua stanza per poi spogliarle, toccarle e giocare con loro «in modo sconcio»; b) che il prete avrebbe dapprima cercato di convincere le sue vittime che non vi fosse nulla di male in quello che lui faceva per poi scrivere loro delle lunghe lettere «per mantenere i contatti». Il sacerdote sarebbe persino arrivato a parlare dei suoi atti violenti di fronte a un’intera classe di bambini, invitando le sue vittime a testimoniare e concludendo che non c’era nulla di male in ciò che era avvenuto tra lui e le piccole; c) che il parroco lo avrebbe spesso rimproverato per i suoi comportamenti, ma che costui se ne sarebbe altamente infischiato; d) che diverse madri avevano denunciato l’accaduto al parroco e che il gruppo parrocchiale femminile aveva discusso apertamente degli abusi, decidendo tuttavia alla fine di non procedere per non danneggiare il prete; d) che il prete aveva più volte rassicurato i genitori delle giovani abusate cercando di convincere anche loro che non vi fosse stato nulla di sbagliato nei suoi gesti e che in ogni caso lui ne avrebbe risposto solo davanti a Dio; e) infine che un giorno il sacerdote era stato visto da diverse persone, a un distributore di benzina, trascinare la figlia di nove anni del gestore dell’impianto dietro la casa per baciarla con violenza.

    Quel trasferimento sfumò, ma il vescovo non desistette dall’idea di impiegare il prete nel lavoro pastorale e lo mandò in un’altra parrocchia, per il suo settimo incarico in dieci anni. Dall’archivio diocesano risulta che, nello stesso periodo, il vescovo abbia invitato il prete a recarsi da uno psichiatra. Manca però qualsiasi evidenza che il consiglio sia mai stato seguito.

    In compenso, poco più tardi, giunse per il prete una clamorosa promozione a parroco. Anche dopo l’avanzamento di ruolo, il Nostro rimase affezionato alle sue vecchie abitudini di abusatore così come benevolo rimase l’atteggiamento dei fedeli nei suoi confronti. Lo si deduce da un illuminante appunto dell’allora Vicario vescovile Michaeler che recita così: «Ho ricevuto dalle responsabili del gruppo femminile [della parrocchia] la seguente comunicazione: il [nome del sacerdote] sta attraversando un momento difficile: ha molte difficoltà a controllarsi sessualmente al cospetto delle ragazze – scolare. Le donne gliene hanno parlato. […]. Dovrebbe essere mandato da un medico. Bisognerebbe aiutarlo affinché non finisca in difficoltà ancora maggiori». Le preoccupazioni del dirigente della diocesi e delle donne della parrocchia appaiono in perfetta sintonia ed erano tutte rivolte alla salute del sacerdote, al suo benessere. Dei danni conseguenti al suo comportamento per i minori oggetto delle sue attenzioni in quelle righe non si trova cenno.

    Nei decenni successivi si accumularono altre segnalazioni e nuovi trasferimenti. Di particolare interesse è una nota del Vicario Generale in merito a un colloquio avuto con il sacerdote, a proposito del quale l’alto prelato scrive: «Gli impartisco verbalmente, in modo inequivocabile e con la massima chiarezza, le seguenti istruzioni: 1) Non deve toccare nessuna bambina e alunna. Se dovesse accadere di nuovo, ci saranno conseguenze immediate. 2) Non deve portare alunne in macchina, né gli è permesso giocare con loro. Se succede ancora, i genitori toglieranno le figlie dalle lezioni di religione. 3) Non prendere solo femmine come chierichetti, ma anche maschi. 4) Non potrà più portare l’organista [di una parrocchia] a [un’altra parrocchia] […]. [Il sacerdote] mi promette tutto questo».

    Poco tempo dopo la scrittura di questa nota il prete, che evidentemente non aveva fatto tesoro dei fraterni consigli del suo vescovo, venne di nuovo trasferito. E di nuovo si sollevarono intorno a lui movimenti di segno opposto: qualche parrocchiano ne denunciò alla diocesi i comportamenti inappropriati con le bambine, molti altri lo difesero a spada tratta; i dirigenti della diocesi si schierarono sempre dalla sua parte, invitando i parrocchiani a tollerarne la presenza e insinuando che chi gli si opponeva avesse dei meschini secondi fini.

    Nel frattempo, con ritmo implacabile, iniziarono a emergere i segni delle violenze pregresse, le ferite del passato. Al vescovo vennero infatti recapitate in quel periodo (siamo alla metà degli anni Novanta) almeno due lettere riguardanti gli abusi commessi dal prete durante vari momenti della sua carriera. Nella prima si leggono queste parole: «Stimato signor Vescovo, sono a conoscenza di tali molestie da 26 anni e da allora mi trascino questo senso di colpa. Con questa mia lettera, rimetto però ora a Lei, Rev. signor Vescovo, la grande responsabilità e questione di coscienza, liberandomi da ogni senso di colpa. Non riesco a immaginarmi che la Curia non sappia nulla di questa offesa, dal momento che questo problema era stato sollevato, con grande enfasi, già 26 anni fa presso l’allora Vicario generale [N.d.A.: Johannes Untergasser]. All’epoca – per quanto ne sappia – la Curia non fece altro che rimuovere il cooperatore in questione dalle sue funzioni di catechista e cooperatore – di punto in bianco. Personalmente, non ho notizie di alcuna terapia. In autunno il cooperatore in questione veniva insediato in una nuova parrocchia».

    L’autrice della seconda lettera incontrò di persona il vescovo Egger, che alla sua denuncia replicò che non poteva farci nulla. Secondo il racconto della donna raccolto dal Centro di Ascolto della diocesi nel 2022, dinanzi alla descrizione delle malefatte del prete l’alto prelato si mise le mani tra i capelli e sbottò con una frase riferita in generale ai preti abusatori: «Cosa dovrei fare con questi uomini?».

    Nel corso delle conversazioni che ebbero con il prete dopo questi fatti, i dirigenti della diocesi (Vescovo e Vicario Generale) si premurano di avvertire amichevolmente il prete che il clima sociale stava cambiando, che certi suoi comportamenti avevano una maggiore probabilità di essere denunciati alla giustizia civile, che la gente era ormai divenuta “molto sensibile” a queste questioni. Il prete rispose a queste affettuose raccomandazioni con la generica promessa di ravvedersi e cambiare condotta.

    L’istituzione nella diocesi, nel 2010, dello Sportello di Ascolto portò in emersione molti altri abusi commessi dal sacerdote. In una email un fedele riferiva che anni prima, in un colloquio con un gruppo di genitori di bambine di età compresa tra i sei e gli otto anni abusate dal prete, il vescovo avrebbe acconsentito a spostare il sacerdote in un’altra parrocchia solo dopo che i genitori avevano minacciato di impedire che la banda del paese accompagnasse, come di consueto, l’annuale processione religiosa. In altre lettere giunte allo Sportello si trova il racconto di dolorose rimozioni, di anni di psicoterapia necessari per far emergere il ricordo delle violenze e di un «gran mal di pancia» per il fatto che a quel prete era stato concesso di abusare ancora e impunemente. Tra gli altri, al Centro di Ascolto diocesano si rivolse anche una donna afflitta da una grave disabilità fisica e impossibilitata a reagire, da bambina, alle violenze messe in atto dal prete ai suoi danni. In risposta a questa marea di accuse il vescovo si dichiarava scioccato dall’apprendere di quegli atti e pronto a indicare alle vittime il nome di una brava psicoterapeuta di sua fiducia.

    È solo quando le accuse precipitate sul capo del sacerdote assunsero la consistenza di una valanga, cioè dopo circa mezzo secolo di violenze, che il vescovo di Bolzano provvide in primo luogo a sospendere il prete dall’ufficio di parroco e da ogni attività pastorale e sacerdotale e poi a coinvolgere finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede, che aprì un fascicolo sul caso. In ragione del fatto che i reati commessi dal sacerdote erano ormai prescritti sul piano penale canonico e della sua ragguardevole età, la diocesi decise di metterlo a riposo e collocarlo in un pensionato. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede chiuse presto la pratica, dichiarandosi d’accordo con la Diocesi sull’opportunità di non procedere per via giudiziaria contro il sacerdote.

    Nel rendere pubbliche le sue decisioni sulla messa a riposo del prete, dopo aver affermato di essere solidale con le vittime, il vescovo Golser non mancò di invocare come giustificazioni per il comportamento dei suoi due predecessori, da un lato, la buona fede circa l’efficacia nel risolvere il problema dei provvedimenti di trasferimento, dall’altro, le scarse «conoscenze psicologiche» possedute un tempo circa i danni provocati dalle violenze sessuali sui minori.

    Il suo vice, il Vicario Generale, si mostrò più restio a dismettere gli abiti dell’insabbiatore. In un’intervista a un’emittente locale in riferimento alle violenze commesse dal sacerdote disse che «non erano chissà quali molestie». Quando poi l’abusatore compì il suo mezzo secolo di sacerdozio gli indirizzò questo messaggio quanto mai cordiale e affettuoso: «Caro confratello – scrisse l’alto prelato – ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della Tua ordinazione sacerdotale. In questa occasione, desidero porgerti i miei più cordiali auguri e felicitazioni, esprimendo altresì la mia gratitudine per tutto il bene che hai fatto nella cura d’anime in questi lunghi anni di sacerdozio. Hai usato i talenti, che il Signore ti ha donato, per il Regno di Dio. Che il Signore ti accompagni con la sua benedizione».

    Logica e dinamica di un sistema perverso

    Il caso che ho raccontato suggerisce, in prima battuta, tre considerazioni.

    La prima è scontata e riguarda un dato che chi ha seguito altre vicende analoghe poteva facilmente immaginare anche senza leggere il report: la diocesi era perfettamente a conoscenza dei comportamenti delittuosi del sacerdote, ma non li ha mai ritenuti sufficienti per sospenderlo dagli incarichi pastorali, né tantomeno per sanzionarlo in alcun modo. L’impressionante quantità di violenze commesse su bambine in età prepuberale non ha arrestato la carriera di quel prete, culminata con la promozione a parroco. È stato solo con il cambiamento del clima sociale, con la diminuzione della tolleranza verso questo genere di crimini, che la diocesi, dopo decenni di ostinata complicità, si è trovata costretta a rimuovere il sacerdote dal servizio attivo.

    Le motivazioni che il vescovo Golser ha presentato, a conclusione della vicenda, per giustificare il comportamento dell’istituzione nei confronti dell’abusatore non sono credibili. Non lo sono né la presunta convinzione che i trasferimenti fossero sufficienti a risolvere il problema, né l’affermazione circa le scarse conoscenze delle conseguenze psicologiche delle violenze. Sul primo versante, basti dire che il prete è stato trasferito più di dieci volte e che in ogni nuova sede ha compiuto le medesime nefandezze. Possiamo davvero pensare che chi dirigeva la diocesi fosse così stolto da non comprendere che gli spostamenti non facevano diminuire nel sacerdote la propensione a commettere crimini sessuali? Sul secondo versante, si può forse dire che la consapevolezza dei danni psicologici provocati dagli abusi fosse, alcuni anni orsono, inferiore a quella attuale, ma non si può certo sostenere che non si sapesse anche allora che si trattava, da ogni punto di vista, incluso quello canonico, di crimini gravi che lasciavano ferite profonde in coloro che li subivano e nel tessuto ecclesiale.

    La verità è che la Chiesa ha a lungo e deliberatamente ignorato il tema, badando piuttosto a tutelare la propria reputazione e quella dei propri funzionari, confidando in una vasta rete di complicità e connivenze. Come abbiamo visto, lo spettro di un mancato accompagnamento musicale a una processione religiosa è sembrato valere, agli occhi dei vescovi, di più dell’integrità fisica e psichica delle bambine che frequentano le chiese.

    E veniamo così alla seconda considerazione, meno scontata della prima. Essa concerne appunto le collusioni e le correità. A risultare evidenti nel caso che ho descritto sono senza dubbio quelle del laicato cattolico. Molti dei laici impegnati nelle varie parrocchie nelle quali il prete violento ha prestato servizio sono stati testimoni degli abusi commessi, in qualche caso a danno delle loro stesse figliuole. Quei laici e quelle laiche erano perfettamente consapevoli dei danni prodotti dalle violenze del prete e infatti hanno immancabilmente reagito facendo pressioni sui vertici diocesani perché venisse trasferito altrove. Non lo hanno tuttavia mai denunciato alle autorità civili e non paiono essersi preoccupate minimamente dei guai che costui avrebbe potuto combinare nella successiva sede di assegnazione. Al contrario, è soprattutto a lui, all’abusatore e ai suoi malesseri, che hanno rivolto la loro sollecitudine, le loro premure. Una volta venuti a conoscenza delle sue azioni sui minori, hanno cercato, in sintonia con i vertici della diocesi, di convincerlo a curarsi e a ritrovare una qualche forma di equilibrio mentale.

    In almeno un paio di casi, la solidarietà con l’abusatore è divenuta addirittura difesa esplicita ,con la richiesta perentoria di continuare ad averlo in servizio come sacerdote nella propria parrocchia; una postura che mi ha ricordato quella emersa in un piccolo Comune del bergamasco alcuni anni fa, quando il sacerdote condannato in via definitiva per abusi ai danni di una minorenne ottenne la solidarietà rabbiosa di centinaia di parrocchiani sottoscrittori di una lettera nella quale si difendeva a spada tratta la tesi della sua assoluta innocenza (e della malafede della vittima).

    A ogni modo, l’insieme di queste collusioni rendono evidente la radice della malattia che qui, come in un’infinità di altri luoghi, si è manifestata. Possiamo definirla in modo sintetico “clericalismo”3. Esso consiste nel considerare i sacerdoti, per via del sacramento che hanno ricevuto e delle funzioni che svolgono, delle persone “speciali”, delle figure sacre, mediatori esclusivi tra Dio e gli uomini, titolari legittimi di una cospicua quantità di diritti superiori rispetto a quelli posseduti dalle persone comuni e quindi meritevoli di una speciale protezione da parte dell’istituzione e del popolo. È questo elemento culturale e politico condiviso da tanti, preti e laici, a fare da perno all’intero sistema di complicità, connivenze e coperture delle quali i sacerdoti abusatori hanno potuto godere così a lungo. Se non lo si sradica del tutto non si risolverà mai il problema degli abusi nella Chiesa.

    Fare questa affermazione non significa negare le responsabilità individuali (quelle dei singoli parroci, dei vescovi, dei laici coinvolti in casi come questo), ma piuttosto intravedere al fondo delle vicende di abuso un elemento comune, una causa concomitante, un fattore scatenante che rimanda al rapporto tra l’istituzione e il suo popolo, ai rapporti di potere, ai ruoli sacri, alle fonti della legittimità pastorale a guidare il gregge.

    E veniamo alla terza e ultima considerazione.

    Come ho raccontato, l’estensore di una lettera indirizzata al vescovo ha riferito il fatto che, in almeno una circostanza, il prete abusatore avrebbe respinto sdegnato ogni rimprovero ricevuto dal suo parroco e che addirittura avrebbe cercato di convincere prima le sue piccole vittime, poi i loro compagni di classe e infine i loro genitori che non c’era nulla di male nei suoi gesti e che in ogni caso di questi avrebbe risposto solo a Dio nel giorno del giudizio.

    Non siamo a conoscenza del profilo psicologico del sacerdote, ammesso che ne sia mai stato tracciato uno, ma mi sento di dire che l’arroganza e l’impudenza di cui costui ha fatto mostra in questo episodio autorizzano a pensare che egli si fosse davvero convinto di poter scavalcare ogni limite morale, di godere di una sorta di esenzione dalle norme ordinarie di comportamento sociale. Nell’idea di un uomo adulto di istruire una sorta di processo a se stesso in un’aula di catechismo, di ascoltare ivi le piccole testimoni e poi di emettere una sentenza di piena assoluzione a proprio favore comunicata poi ai genitori delle bambine si intuisce l’eco di una patologia psichica, ma si tratta di un male che affonda le sue radici nell’immaginario clericale, nella convinzione di occupare una posizione talmente superiore nella scala sociale e morale da consentire non solo di perpetrare il male e restare impuniti, ma anche di farlo passare come bene, di abusare e poi di attribuire a quel gesto un significato innocente e positivo. In questo modo, il crimine è stato, seguendo una logica francamente aberrante, non solo commesso, ma anche derubricato come tale e quindi legittimato, nobilitato, elevato a sintomo di una condotta esemplare.

    È in definitiva questa, per la società e per la Chiesa, l’implicazione sistemica più catastrofica degli abusi che ho riportato, delle violenze commesse in Alto Adige su bambine di meno di dieci anni: il fatto che il loro autore, fattosi legislatore, divenuto autorità assoluta, li abbia trasformati in atti perfettamente morali e che nessuno, per decenni, abbia neppure tentato di impedirglielo.

    Concludendo, gli ottimisti commenteranno che si tratta di eventi del passato, che oggi una vicenda del genere non sarebbe più possibile. Io non ne sono per nulla sicuro. Molti ambienti cattolici non hanno ancora maturato la consapevolezza che ai preti non si può consentire tutto, che a loro va sbarrata la strada quando usano il loro potere per compiere azioni che la morale comune considera abbiette.

    La recente vicenda del vescovo insabbiatore (come egli stesso si è definito in una conversazione con il prete della sua diocesi condannato per abusi) Rosario Gisana ci ricorda che l’attitudine a tutelare in primo luogo l’onorabilità e il prestigio della casta clericale è ancora, malgrado le dichiarazioni di buoni propositi e le limitate riforme interne, molto diffuso nella Chiesa cattolica italiana4.

    Tra i segnali negativi giunti di recente dalla comunità ecclesiale va annoverata anche la mancata reazione alla pubblicazione del report della diocesi di Bolzano. Ci saremmo infatti aspettati che, sull’onda della diffusione dei dati e delle analisi contenute nel rapporto, come è avvenuto nella vicina Germania, decine di diocesi italiane, ansiose di recuperare la fiducia e il rispetto dei fedeli, si sarebbero precipitate a imitare l’indagine altoatesina, mettendo a diposizione di team di ricerca indipendenti i propri archivi, avviando un grande processo di cambiamento e rigenerazione istituzionale e morale. Ci saremmo anche aspettati che dall’opinione pubblica, dai giornali, dai social, dalle parrocchie si alzasse perentoria una domanda di verità, che si iniziasse a pretendere che la Chiesa ammetta i suoi errori e mostri di voler davvero voltare pagina inaugurando una nuova era.

    Non è successo nulla di tutto questo. Le masse cattoliche e laiche si sono mostrate indifferenti alla novità che è giunta da Bolzano e i giornali non hanno mutato di una virgola la loro linea editoriale sulla Chiesa, continuando a dare ampio spazio a temi quali le vacanze del papa, le iniziative caritative di Sant’Egidio o le ultime valutazioni sulla politica italiana del nonagenario cardinal Ruini. Della questione degli abusi del clero nessuna traccia se non, per un paio di giorni, in occasione dell’apertura di un’indagine su un sacerdote o per una condanna del medesimo in qualche grado di giudizio. Notizie comunque confinate alle pagine di cronaca, pura attualità.

    L’imponente dimensione sistemica, insieme culturale, spirituale e politica, legata agli abusi del clero sui minori rimane in Italia un tema tabù, un gigantesco rimosso che rende illusorio qualsiasi proposito di rinnovamento ecclesiale, condannando nei fatti la Chiesa italiana a occupare, ormai in estrema solitudine sul suolo europeo e con il solo sostegno di un’opinione pubblica nazionale accondiscendente e connivente, una posizione di retroguardia iperconservatrice e orgogliosamente patriarcale. Insidiarla sarà ancora per molto tempo praticamente impossibile.

    Note

    1. https://www.bz-bx.net/it/perizia.html

    2. Mi limito a citare qui qualcuna delle più note: quella francese della commissione Ciase, quella tedesca dello Studio MHG, quella dell’irlandese commissione Murphy, quella ad ampio spettro promossa dal governo australiano attraverso la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse.

    3. Sul clericalismo si vedano tra gli altri: Doyle, T. P. (2006), Clericalism: Enabler of Clergy Sexual Abuse. Pastoral psychology, 54(3), 189-213; Shaw, R. (2011). To Hunt, to Shoot, to Entertain: Clericalism and the Catholic Laity. Wipf and Stock Publishers; Doyle, T. P. (2016), Clericalism and catholic clergy sexual abuse. In Predatory priests, silenced victims (pp. 147-162). Routledge.

    4. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/13/prete-condannato-violenza-sessuale-enna-indagato-vescovo

    https://www.adista.it/articolo/75119

  • Caso Garlasco, legali Poggi: “Nuove analisi confermano che Chiara trovò file porno sul pc di Alberto Stasi”

    Caso Garlasco, legali Poggi: “Nuove analisi confermano che Chiara trovò file porno sul pc di Alberto Stasi”

    La difesa della famiglia Poggi ha fatto “un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del pc di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca”. Lo rendono noto in una nota i legali della famiglia, gli avvocati Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni.

    “Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato – aggiungono i legali – potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio”. Negli ultimi giorni c’è chi ha sostenuto invece che la vittima lavorò alla tesi dell’allora fidanzato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per il delitto di Garlasco.

    La parte civile non può chiedere direttamente l’incidente probatorio, in tal senso arriva dai legali della famiglia Poggi l’invito alla Procura di Pavia guidata da Fabio Napoleone che si è spesa per l’incidente probatorio sulla spazzatura della villetta di via Pascoli che ha portato a dire che l’Estathé rinvenuto sulla scena del delitto “è risultato riferibile ad Alberto Stasi”, si legge nella nota.

    “Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile a una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia”, concludono gli avvocati Tizzoni e Compagna.

    “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione”, affermano in una nota gli avvocati. “Secondo quanto evidenziato da più parti l’apertura di una nuova indagine a carico di Andrea Sempio (indagato in concorso, ndr) sarebbe da ritenere funzionale a una richiesta di revisione della condanna irrevocabile pronunciata a carico di Alberto Stasi”, concludono i legali.

    https://www.adnkronos.com/cronaca/caso-garlasco-legali-poggi-nuove-analisi-confermano-che-chiara-trovo-file-porno-sul-pc-di-alberto-stasi_n77FkISe93WNOvXy5iZqs

  • Processo don Rugolo: presentato il ricorso in Cassazione per rivedere la pena

    Processo don Rugolo: presentato il ricorso in Cassazione per rivedere la pena

    Dopo il deposito delle motivazioni di sentenza a carico dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, la procura generale nissena ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio. Rugolo, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minori, ha avuto in appello la riduzione della pena a 3 anni.

    La sentenza della corte d’appello di Caltanissetta era stata pronunciata lo scorso luglio e nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni, sulla cui base la procura generale della corte di appello di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio.

    La Procura motiva l’impugnazione chiedendo l’annullamento della “lieve entità dei fatti” riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente “la circostanza attenuante della minore gravità ” per le condotte del sacerdote e avere diminuito cosi’ la pena dai 4 anni e mezzo del primo grado ai 3 dell’appello.

    Per il Pg, nella sentenza ci sarebbe una applicazione erronea della legge penale, oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Spetterà adesso alla cassazione valutare se sussistono gli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice e, quindi, se accogliere il ricorso della procura generale nissena.

    https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2026/01/processo-don-rugolo-presentato-il-ricorso-in-cassazione-per-rivedere-la-pena–1915c1ce-dd55-4988-a657-1bc4caf4416f.html

  • Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una  conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Fanno riflettere le risposte del comitato Prolife al flash mob della “Campana”, apparse sull’articolo pubblicato su Savona News il 9 gennaio 2026.

    A ben vedere, nel dibattito pubblico sull’aborto e sulla legge 194/1978, uno degli ostacoli principali a un confronto serio e democratico non è il dissenso etico, che in una società pluralista è legittimo, ma la disinformazione sistematica che ne altera il significato, la finalità e la portata giuridica. Una disinformazione che non è neutra, perché produce effetti materiali: restringe l’accesso ai servizi, legittima disuguaglianze territoriali, normalizza la compressione dei diritti.

    La retorica antiabortista di cui sono intrise le posizioni di Prolife delinea una gerarchia discriminatoria delle vittime: alcuni bambini meritano protezione perché funzionali a una narrazione morale, altri – quelli abusati, traumatizzati, segnati a vita – diventano un tema scomodo, da enfatizzare solo quando serve a negare o attenuare le responsabilità della Chiesa istituzione che in Italia non riesce o non vuole intervenire concretamente sulla piaga innegabile della pedofilia.

    In questo quadro, la legge 194/78 viene descritta come una legge “ingiusta” o “contro il diritto naturale”. È una rappresentazione falsa. Essa è all’opposto una delle più importanti conquiste del movimento femminista italiano perché ha inciso nel cuore dello Stato, trasformando una pratica clandestina in una responsabilità pubblica. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’erosione silenziosa dell’inattuazione.

    La legge 194/1978 è una legge femminista, costituzionale, di sanità pubblica e di tutela dei diritti umani. Non promuove l’aborto, non lo banalizza, non lo esalta come valore in sé.

    Nasce da una constatazione storica: l’aborto esisteva anche quando era illegale, ma era clandestino, pericoloso e profondamente diseguale. Le donne con risorse abortivano in sicurezza, le altre rischiavano la vita. La criminalizzazione non proteggeva la vita: proteggeva l’ipocrisia.

    Il movimento femminista italiano, giunto a un alto grado di maturità politica e culturale, ha avuto il merito storico di porre al centro la salute fisica e psicologica delle donne, la loro dignità e la loro libertà, in piena armonia con la Costituzione italiana e con i trattati internazionali sui diritti umani.

    La maternità trattata non come destino biologico imposto, ma tutelata come scelta libera; il corpo non come territorio di controllo, ma come spazio di autodeterminazione; la salute non come concessione morale, ma come diritto fondamentale.

    La legge 194/78 traduce questi principi in diritto positivo. Colloca l’interruzione volontaria di gravidanza dentro un percorso sanitario regolato, fondato sul consenso informato, sulla tutela della salute fisica e psichica, sulla prevenzione e sull’accompagnamento.

    Separare l’aborto dalla salute significa finanche negare gli insegnamenti della medicina moderna: la gravidanza è un evento biologico complesso, con rischi, implicazioni psicologiche, conseguenze sociali ed economiche. Forzarne la prosecuzione contro la volontà della donna è una forma di coercizione incompatibile con lo Stato di diritto.

    Un elemento centrale – troppo spesso ignorato o svuotato – è la qualità della rete territoriale dei consultori familiari. La legge 194/78 all’art. 2 affida a questi presidi già istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, un ruolo cruciale: informare correttamente, prevenire le gravidanze indesiderate, garantire l’accesso alla contraccezione, sostenere la maternità quando è liberamente scelta, accompagnare senza giudicare.

    Oggi, però, la maggior parte dei consultori sono sottofinanziati, carenti di personale qualificato, disomogenei sul territorio. Questa inefficienza non è neutra: trasforma un diritto universale in un diritto selettivo, legato al luogo di residenza, al contesto culturale, alla disponibilità dei servizi.

    Migliorare la legge 194/78 significa dunque potenziare i consultori, investirvi risorse pubbliche, garantire équipe multidisciplinari competenti e laiche, rafforzarne la funzione preventiva e di sostegno. Significa rendere la legge coerente con le sue finalità originarie, non snaturarla.

    Chi invoca l’abolizione o lo svuotamento della L.194/78, spesso attraverso l’abuso dell’obiezione di coscienza o la pressione morale nei servizi, non difende la vita: produce disuguaglianze, sofferenza evitabile e per l’effetto violazione del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto alla salute sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione.

    Ed è qui il punto politico decisivo: il miglioramento della legge 194 non riguarda solo le donne. Riguarda anche gli uomini, i bambini e le bambine, la qualità delle relazioni, la responsabilità genitoriale, la credibilità delle istituzioni pubbliche, la democrazia.

    La democrazia e la libertà non sono diritti parziali: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Uno Stato che accetta che l’accesso alla salute e all’autodeterminazione dipenda dal territorio, dallo stigma o dalla pressione ideologica rinuncia alla propria funzione costituzionale.

    Difendere e migliorare la legge 194/78 significa affermare che i diritti umani non sono negoziabili, che la salute fisica e psicologica è un bene pubblico, che l’uguaglianza non è uno slogan ma una responsabilità concreta.

    Significa scegliere uno Stato che tutela, informa, previene e si assume il peso e la responsabilità delle decisioni difficili, invece di scaricarle sulla colpa individuale o silenziandole.

    La legge 194/78 in realtà non è il problema. Il problema è la disinformazione che la circonda e l’inattuazione che la indebolisce. Restituirle piena efficacia è oggi una misura della maturità democratica del Paese.

        Roma, 11/01/2026
    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • La campana contro gli aborti? A Savona i rintocchi per le vittime dei sacerdoti pedofili

    La campana contro gli aborti? A Savona i rintocchi per le vittime dei sacerdoti pedofili

    La campana ha suonato e ha ricordato più di mille nomi: quelli delle vittime di pedofilia nel clero, registrati in Italia dal 2000 a oggi. È accaduto a Savona, in piazza Sisto IV, dove giovedì 8 gennaio la Rete L’Abuso insieme all’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha dato vita al flashmob “Per chi suona la campana” per ricordare le vittime di abusi della chiesa.

    I rintocchi sono arrivati in risposta all’iniziativa della diocesi di Sanremo della Campana dei bambini non nati, che dal 28 dicembre scorso suona ogni giorno alle 20 contro l’aborto. Una scelta che ha sollevato un acceso dibattito politico, riaprendo questioni legate all’autodeterminazione delle donne, alla colpevolizzazione di queste ultime, alla laicità dello spazio pubblico e al ruolo della chiesa nel discorso politico e morale. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è garantita dalla legge 194 da quasi 48 anni.

    Ma non basta a rendere l’aborto accessibile alle donne che, nel nostro paese, sono costrette a un vero e proprio calvario prima di poter decidere in autonomia. Lo hanno ribadito le quaranta firmatarie di Sanremo che hanno presentato un manifesto contro il vescovo della città ligure, Antonio Suetta, promotore dell’iniziativa.

    L’iniziativa

    «Attaccare l’aborto è una scelta che ha un chiaro significato politico», dichiara Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e organizzatore del flashmob a Savona. «Chi sostiene di farlo in nome della tutela della vita dovrebbe essere coerente fino in fondo. La vita andrebbe difesa sempre, non solo quando è funzionale a una battaglia ideologica. Il contrasto che vogliamo evidenziare è proprio questo: si invoca la sacralità della vita, ma poi, quando i bambini vengono stuprati da esponenti religiosi, quelle stesse istituzioni non vogliono più ascoltarli».

    A ogni rintocco di campana, a Savona sono stati i letti alcuni dei nomi e delle storie delle 1.162 vittime di abusi e molestie da parte della Chiesa. In Liguria, i casi censiti sono 70: 15 a Genova, 24 a Imperia, 10 a La Spezia e 21 a Savona. In 51 situazioni non si è mai arrivati a un procedimento nella giustizia ordinaria. «C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici», legge Zanardi.

    «C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi. C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce. C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto. Poi Sara, Paolo, Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla chiesa anche dopo la denuncia». Racconti diversi, vicini nella dinamica: il silenzio, la protezione dei responsabili, l’isolamento delle vittime.

    I numeri in Italia 

    A livello nazionale, su circa 31mila sacerdoti attualmente in attività, in base ai dati forniti dalla Rete, 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025. Le condanne definitive sono 157, ottenute esclusivamente attraverso i tribunali civili. «Sull’aborto solo la donna può decidere», continua Zanardi. «È una decisione che dev’essere libera anche da violenze psicologiche come quella esercitata da iniziative come la campana di Sanremo. Immaginate come possa sentirsi una donna, magari credente, che vorrebbe abortire. Su questi temi la chiesa la troviamo puntualmente contro la legge.

    Perché si definisce omicidio una scelta riconosciuta dal diritto, mentre si tace sull’“omicidio psichico” subito da chi ha vissuto la violenza. Dove sarebbe necessaria la denuncia, come nei casi di abuso, la chiesa invece scompare. È in questo scarto che viene meno il valore che l’istituzione religiosa dice di attribuire alla vita umana. I bambini e le bambine vittime di abusi all’interno della chiesa hanno meno diritto di essere tutelati?».

    Una domanda che appare scontata nella risposta ma che nei procedimenti, soprattutto canonici, lascia ancora spazio a molti interrogativi.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/savona-presidio-vittime-preti-pedofili-campana-aborti-sanremo-o0jem6zs

  • Ddl stupri, Bongiorno proporrà un testo con il consenso riconoscibile

    Ddl stupri, Bongiorno proporrà un testo con il consenso riconoscibile

    Modifiche al Senato al disegno di legge sulla violenza sessuale, che ha introdotto il principio del consenso delle donne senza il quale si configura il reato.

    La relatrice del ddl, la leghista Giulia Bongiorno, proporrà un testo che preveda il consenso riconoscibile, cioè che venga esplicitata la disponibilità ad avere un rapporto e che sia riconoscibile in qualche modo e in base al contesto. In mancanza scatta il reato.

    A dirlo all’ANSA è la Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato che sta esaminando il ddl. “Il testo andrà in aula il 10 febbraio e spero di trovare la condivisione degli altri gruppi”, ha aggiunto.

    Il ddl, già approvato all’unanimità alla Camera e frutto di un accordo bipartisan su input della premier Giorgia Meloni e della leader dem Elly Schlein, è stato stoppato a novembre a Palazzo Madama, su pressioni del centrodestra, dopo una accesa polemica politica.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/01/07/ddl-stupri-bongiorno-proporra-testo-con-consenso-riconoscibile_a35a1c79-d4ca-4957-982c-a2191dabfdba.html

  • San Marino – Progetto di legge per la commissione di inchiesta sul “caso pedofilo” continua a slittare

    San Marino – Progetto di legge per la commissione di inchiesta sul “caso pedofilo” continua a slittare

    Da L’Informazione di San Marino del 5 gennaio 2026 (di Antonio Fabbri) – Viene ripreso l’intervento del consigliere Enrico Carattoni che, dai banchi di Repubblica futura, ha rilevato come diverse questioni continuino ad essere fissate agli ultimi punti all’ordine del giorno e, sistematicamente, slittino: “Carattoni ha citato in particolare il progetto di legge sull’incompatibilità dei doppi cittadini con incarichi elettivi, fermo in Commissione da quasi un anno, e il progetto sulla Commissione di inchiesta sul pedofilo: “Ho l’impressione che ci sia una strategia per tenerlo sempre alla fine dell’ordine del giorno per non discuterlo, perché la questione è ancora molto calda sotto la cenere” (…).

    https://www.libertas.sm/san-marino-progetto-di-legge-per-la-commissione-di-inchiesta-sul-caso-pedofilo-continua-a-slittare/

  • Savona, presidio per una campana per le vittime dei preti pedofili

    Savona, presidio per una campana per le vittime dei preti pedofili

    Savona – Un presidio con flash-mob, in piazza Sisto IV per chiedere una campana che suoni ogni giorno per ricordare le vittime dei preti pedofili. Lo ha organizzato per giovedì 8 gennaio la Rete l’Abuso e l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UARR) in risposta alla decisione del vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta di far suonare ogni giorno, alle 20 in punto, una campana che ricordi i “bambini mai nati”.

    La manifestazione chiederà l’installazione di una campana che suoni ogni giorno, ad un’ora precisa, per ricordare le vittime di pedofilia di appartenenti alla Chiesa cattolica e che non hanno ancora ottenuto giustizia.

    Una risposta alla contestata scelta del vescovo Suetta che intende in questo modo ribadire il no della Chiesa all’aborto e alla legge 194 che consente alle donne di interrompere legalmente una gravidanza non desiderata.
    La campana è stata contestata con diverse iniziative di associazioni femministe e di partiti politici che hanno chiesto al vescovo di considerare il dolore delle donne che potrebbero essere state costrette a quella decisione difficile e comunque la scelta di persone all’interno dei confini di una legge voluta dallo Stato italiano e votata da milioni di cittadini.

    Considerando l’intento moralizzatore della campana voluta dal vescono, UARR e Rete l’Abuso, che difende e supporta le vittime degli abusi di preti pedofili rispondono chiedendo che la Chiesa ricordi anche chi è caduto vittima dei comportamenti inaccettabili e puniti per legge e che ancora oggi fatica ad avere Giustizia anche per l’atteggiamento poco trasparente di parte della chiesa.

    Solo pochi giorni fa – ricordano gli organizzatori – un prete condannato per pedofilia è stato autorizzato dal suo vescovo a sfilare in processione accanto a bambini.

    Savona, presidio per una campana per le vittime dei preti pedofili