Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

    “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

    (Marco Ansaldo) Il capo della Chiesa d’Oriente accusato di proteggere un monsignore già giudicato colpevole. Le vittime attaccano: “Ci trattano come delle prostitute”. Una di loro abita oggi a Torino. La Segreteria di Stato indaga. Il dossier nelle mani del Papa — Le ragazze abusate sessualmente lo chiamavano “l’Orco”. In Libano le aveva sottomesse per tre lunghi anni. Ma secondo il suo superiore, il Patriarca maronita Bechara Rai, la vittima è lui: monsignor Mansour Labaki, fondatore in Libano e in Francia di due centri per l’accoglienza dei bambini. Una trama che adesso tocca l’Italia: perché una delle donne coinvolte, decisa a uscire allo scoperto, abita a Torino.C’è un dossier scottante sul tavolo di Papa Francesco. E il putiferio che sta per deflagrare rischia di contrapporre i cattolici della Chiesa d’Oriente con Roma, in un nuovo, delicato caso di pedofilia. Già il 23 aprile del 2012 il Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovado di Parigi aveva condannato monsignor Labaki, riconoscendolo colpevole di abusi sessuali. E l’anno dopo, a giugno, in Vaticano la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva confermato la sentenza, rifiutando il ricorso fatto dal sacerdote. Ma adesso è il Patriarca libanese a ribellarsi, parlando di «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una critica dura, e già si parla di un’inchiesta canonica nella Segreteria di Stato vaticana nei confronti del Patriarca per le dichiarazioni pubbliche fatte lo scorso 18 marzo.

    I fatti risalgono al 1984. Le ragazze ripetutamente abusate da Labaki, già vicario apostolico della Chiesa di Beirut, furono tre. Accertate. All’epoca tutte minorenni. Le 17 testimonianze parlano però di un numero superiore di bambine e giovani donne coinvolte. Labaki fu privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresa la «facoltà di confessare », diffidato dal «celebrare i sacramenti » in pubblico, e obbligato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa ».

    Patrocinato però da uno dei più rinomati avvocati, Antoine Akl, nel maggio 2014 Labaki si è ribellato citando per diffamazione non solo le vittime, ma i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è monsignor Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime. La documentazione portata in tribunale, come riporta ripercorrendo bene il caso il sito di informazione specializzato sul mondo cattolico Adista, «era però – scrive Eletta Cucuzza – frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte». E i nomi sono usciti ora sui giornali.

    Lo scorso 29 febbraio il Patriarca libanese è andato dal Papa consegnando un fascicolo. Con la richiesta al Sant’Uffizio di revisione della sentenza. In gioco, è chiaro, c’è la reputazione della Chiesa maronita del Libano. Le ragazze abusate allora, però, non ci stanno a passare per reiette e sono furibonde. Pretendono giustizia piena dal Vaticano, affermano di avere passato una vita da vittime (ora hanno più di 40 anni), e dicono che l’Orco non mostra alcun segno di pentimento, anzi. Una delle donne abusate, residente a Torino, dice a Repubblica: «Ci trattano come fossimo delle prostitute. Rifiutiamo di essere una moneta di scambio fra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Chiediamo alla Santa Sede di riabilitarci in modo pubblico». Lunedì sera il caso è esploso alla tv libanese.

    http://ilsismografo.blogspot.it/2016/04/libano-il-patriarca-copri-gli-abusi.html

  • Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    38502 ROMA-ADISTA. Una «campagna diffamatoria» è in atto contro mons. Mansour Labaki, prete cattolico-maronita libanese di Beirut. Di tanto è convinto il patriarca maronita Béchara el Raïsecondo quanto ha detto rivolgendosi, alla vigilia della Festa di San Giuseppe (18 marzo), a sacerdoti, frati, insegnanti e alunni alla presenza del padre generale dei padri Lazaristi Ziad Haddad. Il sacerdote – fondatore in Francia del “Foyer Notre-Dame – Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani, e in Libano del “Foyer Notre-Dame du Sourire” (ma per il suodensissimo curriculum) – il 23 aprile del 2012 è stato condannato dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi in quanto riconosciuto colpevole dei reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre persone minori d’età all’epoca degli abusi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Varie le pene inflittegli: è stato privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresi la «facoltà di confessare» e «qualsiasi forma di direzione spirituale»; diffidato dal «celebrare i sacramenti» in pubblico e dal «prendere contatto con i media o con le vittime»; obbligato ad «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo». Le sanzioni sono state confermate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quando, nel giugno 2013, la CdF ha rigettato il ricorso di Labaki contro il giudizio del Tribunale ecclesiastico parigino. La non osservanza delle pene, puntualizzava inoltre la CdF, avrebbe comportato per il prete la scomunica (v. Adista Notizie n. 34/13).

    Fatti che non contano, secondo il patriarca libanese, tanto da dichiarare agli astanti: «Io personalmente ho avuto tra le mani il fascicolo» e «l’ho presentato a sua santità papa Francesco» (Raï era a Roma il 29 febbraio). Questa la sua versione: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio subìto a Parigi – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche». Il patriarca libanese ha anche affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui».

    Parla una vittima

    Il discorso del patriarca e la ricostruzione che egli fa della vicenda fanno infuriare le vittime. Una di esse, libanese, di cui per ora è bene tacere il nome, ad Adista racconta assai diversamente i fatti riportati da p. Labaki: «Oltre ad aver stuprato ragazze minorenni fuori dal suo foyer fondato in Francia [chiuso nel 1998], Labaki lo ha fatto anche all’interno di questo foyer [in Libano, chiuso nel 2011] che raccoglieva maschi e femmine orfani. Tra questi, c’erano anche alcune ragazze francesi di famiglie benestanti, non orfane, una delle quali è stata stuprata da lui quando aveva 12 anni. Gli animatori della casa erano soprattutto donne e ragazze francesi. Labaki ha avuto relazioni anche con loro e soprattutto con una ragazza (è stata la prima ad aver reso la sua testimonianza non solo perché all’epoca minorenne, ma in quanto abbindolata da lui e dal suo potere diabolico di sottomettere sessualmente le donne) alla quale lui era molto attaccato per le sue capacità direttive e per il sostegno economico dei suoi genitori e dei loro amici (il sacerdote è stato sempre sostenuto dalla crema della società francese). Quando ha aperto la casa a Lourdes, ha chiesto a questa ragazza la direzione; in quel momento, lei ha cominciato a capire che qualcosa non andava in tutta quella faccenda di sesso e ha deciso di denunciarlo; per punizione, Labaki ha voluto toglierle la direzione della casa di Lourdes». «Ma ecco dove sta la grande bugia: Labaki è riuscito a convincere i suoi sostenitori che tutto il processo è una campagna di diffamazione contro di lui per aver tolto ai francesi la direzione della chiesa per affidarla ai libanesi».

    Furto delle mail e conseguenze

    Labaki, dopo la conferma della condanna da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede a non celebrare né confessare in pubblico, non si è certo dato pace e, patrocinato da uno dei più grandi, rinomati e certamente costosi avvocati a livello mondiale (Antoine Akl, che tra l’altro ha ricoperto la carica presidente dell’Unione Internazionale degli Avvocati), nel maggio 2014 ha citato in giudizio (civile) in Libano per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. La documentazione portata in tribunale era però frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e ovviamente in Vaticano (v. Adista Notizie n. 19/14).

    Il processo, così viziato da un simile reato iniziale, non poteva approdare che nella irricevibilità della denuncia. Due comunque le conseguenze negative: una piccola per p. Labaki, in quanto è stato sospeso a divinis solo per sei mesi per aver accusato gli avvocati ecclesiastici (inoltre, nel novembre successivo, alla radio libanese ha paragonato i tribunali vaticani a quelli della Corea del Nord); l’altra ben più grave per le persone che hanno sporto denuncia: i loro nomi sono ora noti al sacerdote libanese («l’orco», come è stato soprannominato), e questi è persona così potente, beneficiaria di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari, da generare paura, soprattutto in una società, quella libanese, dove la Chiesa maronita ha un’immagine identitaria nazionale forte. Tanto che – la nostra interlocutrice ci fa due esempi – «la nipote di Labaki», anch’essa abusata dallo zio, per aver testimoniato «è stata rigettata e rifiutata» anche dalla famiglia; e un’altra vittima e testimone libanese «è stata dimessa dal suo lavoro di insegnante di lingua francese dalla direttrice di una scuola a Tripoli (nord del Libano), amica di Labaki. Anche il marito ha perso il lavoro». A destare paura c’è in più un motivo di carattere socio-politico: chi fa emergere negatività del Libano e della Chiesa maronita viene additato quale filo-sionista, un “venduto” al più pericoloso nemico del Paese, cioè ad Israele. Labaki, spiega la “nostra” vittima, «ha giocato su questi registri: sono i sionisti che ce l’hanno con la Chiesa del Libano e che la vogliono distruggere tramite queste accuse a un sacerdote rappresentativo della santità della Chiesa; e c’è il progetto subdolo di distruggere la Chiesa per far trionfare le altre religioni». Insomma, ce n’è di che temere per la propria vita.

    Il patriarca non ascolta le vittime

    Il patriarca Raï, ci dice la nostra interlocutrice, «non ha voluto accogliere e ascoltare nessuna vittima», neanche dopo che, precisa, «gli ho scritto perché ricevesse me e la nipote di Labaki». D’altronde egli ritiene le vittime colpevoli di una campagna di menzogna e ipocrisia contro la Chiesa maronita. Che perciò difende con le unghie e con i denti. Ha buon ascolto in Vaticano? Difficile dirlo. Certo è che è la seconda volta che il gerarca cattolico si reca in Vaticano con il dossier Labaki sotto il braccio, chiedendo la revisione-cancellazione della sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede sul sacerdote. Ma è impensabile che la CdF arrivi a contraddire se stessa; e anche il papa nulla potrebbe fare senza riconvocare il Tribunale.

    Dal canto loro, le vittime chiedono alla Santa Sede, dopo che ha fatto formalmente giustizia condannando «l’orco», di essere salvaguardate dallo strapotere di Labaki facendogli terra bruciata all’interno della Chiesa, restituendo loro dignità e stima sociale. E ce ne sarebbe davvero bisogno soprattutto ora per l’impatto che le affermazioni di Rai hanno avuto in Libano: il discorso del patriarca è stato accolto con grande entusiasmo tra giornalisti che sono pro Labaki e che hanno diffuso il video del suo intervento a prova del “trionfo della verità” dell’innocenza di Labaki. «Non mi sorprenderebbe – è il timore della nostra interlocutrice – se nelle omelie di questi giorni alcuni preti riprendessero il discorso del patriarca per confermare l’innocenza del pedofilo e quindi sconfessare le vittime di fronte a quasi tutti i cristiani del Libano; e dico tutti i cristiani perché la fede dei libanesi è tradizionalista e solo i malati gravi non frequentano le chiese in questi giorni». Ci lascia con quest’ultima considerazione sul sacerdote: «Quest’uomo è potente per due motivi: un sacco di soldi in tasca e un sacco di segreti in pectore».

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56145

  • I primi 18 sacerdoti colombiani accusati di pedofilia

    I primi 18 sacerdoti colombiani accusati di pedofilia

    Da Vescovi ai sacerdoti quartiere che hanno concluso con crimini coinvolti abusi sessuali sui bambini. L’ultima Japson Giraldo usato per molestare FB

    Anche se ci sono pochi sacerdoti in Colombia pubblicamente identificato un fenomeno che Papa Francesco riconosce grave non solo per le sue dimensioni, ma anche dal silenzio all’interno della Chiesa cattolica che lo ha circondato.

    Questa è una lista iniziale di sacerdoti accusati, sia disciplinari o giudiziarie, per molestare, abusare, battendo e anche violentato minori. E ‘stato costruito da denunce da parte dei genitori di famiglie colpite, intere comunità indignati e vari media nazionali al momento segnalato un abuso da parte di sacerdoti cattolici, da vescovi a cure semplici città e capoluoghi di distretto, e si è verificato tra il 2001 e il 2015. Si descrive caso per caso e la situazione giuridica è che ogni sacerdote:

    Sacerdote: Jairo Alzate Cardona
    Località: Pereira
    Vittima: Il ragazzo, 10
    Anno: 2011
    Ricorrente: Madre del bambino

    Crime: Il padre di Alzate Cardona era un professore di scuola di El Dorado ed era determinato a punire, non tralasciando pausa, i piccoli di 10 anni. Il sacerdote ha approfittato della chiusura con il ragazzo per baciarlo, toccarlo e costringerlo a fare sesso orale con lui. Il bambino è tornato a casa disgustato per lavarsi la bocca. La madre ha cominciato a notare lo strano comportamento del figlio e molestato un giorno a dirgli la verità. Il ragazzo ha confessato tutto. Era tranquillo per sei mesi perché Alzate Cardona ha minacciato di uccidere sua madre, se avesse parlato.

    Stato del caso: Jairo Alzate Cardona era colpevole hayado il Secondo Tribunale penale Circuit Pereira e condannato a sette anni di carcere.

    Sacerdote: Efraín Rozo
    Località: California, Stati Uniti
    Vittime: due bambini sotto i 14 anni
    Ricorrente: Se stesso
    Anno: 2006

    Crime: A Efraín Rozo 88 anni è diventato il primo sacerdote colombiano a confessare crimini che abusano due bambini sotto i 14 anni in California, Stati Uniti.

    Stato attuale: Il sacerdote è stato assolto.

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    Sacerdote: Adrian Wilson Fraga
    Vallejo. Vittima, ragazza di 12 anni
    Ricorrente:. Il padre di Omar Bolaños ragazza
    Città: Pasto, Nariño

    Criminalità: Sulla base del suo status di prete, Fraga Vallejo ha vinto la fiducia della famiglia e sistematicamente Bolaño ripetutamente violentata la ragazza di 12, lasciandola incinta.

    Situazione Caso: Di fronte accuse di famiglia Bolaño, il sacerdote è stato chiamato a presentarsi spontaneamente al pubblico ministero, ma non ha mai fatto. E ‘stato inoltre invitato tre volte per un esame del sangue è fatto per controllare il suo DNA, ma anche rifiutato. Prima dello scandalo la chiesa ha deciso di trasferirlo alla parrocchia di San José Obrero di Pasto. Data la riluttanza del sacerdote a comparire davanti alle autorità, l’accusa ha inviato un ricercatore ma Fraga Vallejo sfuggito quel pomeriggio. Da allora la sua sorte sono sconosciuti.

    Priest:. Luis Enrique Duque Valencia
    Vittime: due bambini di 7 e 8 anni
    Anno: 2007
    Città: Libano, Tolima

    Crimine: I due bambini erano figli di profughi che erano venuti da Villahermosa per sfuggire alla guerra. Si stabilirono in Libano e Duque Valencia visto una consolazione spirituale per il dolore che affliggeva. Il sacerdote non è solo consigliato, ma far loro essere bambini in parrocchia poche notti. Un paio di fratelli ha lasciato a rimanere nel suo letto dove si spogliava, toccato e costretti ad avere rapporti sessuali. Uno dei bambini ha subito diverse operazioni in quanto in violazione, il sacerdote ha strappato i suoi genitali.

    Caso situazione: nonostante il dioscesis Libano, presieduta da monsignor José Miguel Gomez, cercato di proteggere il sacerdote spostandolo in una chiesa a Ibague, il sacerdote è stato giudicato colpevole da un giudice nel capitale di Tolima e condannato a 18 anni di carcere , sta ancora scontando quella frase.

    Priest:. José Mena Abbey
    Vittime: Ragazza 15 anni
    Anno: 2001

    Criminalità: Lo stupro di un minore di 15 anni nella città di Esteli, Nicaragua.

    Stato del caso: Abbazia di Mena, nato a Choco, è tornato in Colombia dopo aver violentato la ragazza nel 2001. Sei anni dopo fu catturato a Villa Luz de Bogotà. Anche se la giustizia nicaraguense così necessaria per l’estradizione, il governo non poteva fare niente perché non c’è accordo con tale paese.Mena Abbey è attualmente latitante

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    Sacerdote Jose Antonio Zapata
    Vittima: nove anni
    Anno: 2009
    Luogo: città di Juliaca, Puno, Perù

    Criminalità: Il sacerdote colombiano, residente in Perù, violentate un bambino sotto i nove anni con la sindrome di Down.

    Situazione Caso: Siete liberi e che sia scomparsa.

    Sacerdote: Luis Felipe Correa
    Vittima: 11-anno
    Anno: 2012
    Luogo: Pace Ariporo, Casanare

    Criminalità: abusi sessuali, e ripetutamente, un ragazzo di 11 anni. Il sacerdote lo ha pagato soldi per la sua vittima non dirlo a nessuno. Alla fine il ragazzo non resiste e disse a sua madre che l’abuso era oggetto. Il vescovo della diocesi di Yopal vescovo Misael Vacca Ramirez, subito ritirato il sacerdote della sua chiesa.

    Stato del caso: il sacerdote è detenuto in carcere a Yopal.

    Sacerdote: Japson Giraldo
    Vittima: bambino 15 anni
    Località: Soacha
    Anno: 2014

    Ricorrente: collaboratore della stessa chiesa

    Criminalità: Il vescovo della Chiesa Vecchia cristiano cattolico molestato sessualmente, attraverso il tuo account Facebook. Uno dei messaggi inviati al giovane ha detto: “Posso immaginare che si andare al cinema, una discoteca gay e sientiéndome orgogliosi di essere con voi.” ‘Baby’ e ‘pulcino’ sono due dei soprannomi con cui Japson Giraldo molestato il ragazzo. Uno dei suoi più stretti collaboratori resi conto del fatto e lo ha riferito alla giustizia.

    Caso Stato: Per due anni è rimasto libero Japson Giraldo, ma nel gennaio scorso 6 polizia lo ha catturato in Soacha. Sta aspettando la sua condanna.

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    Sacerdote: Pietro Abelardo Ospina
    Località: Philadelphia, Caldas
    Anno: 2008
    Vittima: sotto i 12 anni

    Ricorrente: la stessa vittima,

    Criminalità: stupro e picchiando un braccio per rompere il suo chierichetto, di 12 anni.

    Stato di caso: Quattro mesi dopo aver denunciato il caso, Ospina è stato arrestato. E ‘durato due mesi rinchiusi fino a quando non è stato assolto. La famiglia del bambino appello, e il sacerdote è stato condannato a 21 anni di carcere nel 2012.

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    Mons Fernando Rocha Piñeros
    Vittima: bambino di 9 anni
    Anno: 2007
    Luogo: Bogotá

    Criminalità: Il sacerdote Fernando Rocha Piñeros, a 77 anni, ha guidato la Fondazione Camera dei bambini senzatetto quando fu accusato di toccare un protetto che aveva solo 9 anni.

    Caso di stato: Il sacerdote è stato riconosciuto colpevole e ha ricevuto una condanna di quattro anni che si è riunito a La Picota prigione a Bogotà. Era la prima volta che un vescovo condannato per pedofilia in Colombia.

    Sacerdote: Juan Carlos Patino Arango
    Vittime: due figli di 11 e 9
    anno: 2007
    Località: Houston, Texas.

    Crime: A metà degli anni ’90 il sacerdote colombiano è arrivato alla chiesa di S. Francesco di Sales a Houston e la fiducia della loro comunità ha vinto. Ci ha preso per abusare di due minorenni.

    Caso Stato: Il sacerdote è in fuga dalla giustizia.

    Sacerdote: William de Jesús Mazo
    Anno: 2009
    Luogo: Cali
    Vittime: tre fratelli 10, 11 e 12
    Ricorrente: madre della vittima

    Criminalità: i tre fratelli invitati a passare la notte con lui in canonica. I bambini, deliziato su invito di un messaggero di Dio sulla terra, nessuna resistenza alle intenzioni del sacerdote che l’ha violentata ripetutamente. Per tenere i bambini tranquillo, il padre ha dato loro biciclette, skateboard, letto e mercati settimanali. La madre dei bambini non ritarderebbe a realizzare la verità

    Situazione attuale: E ‘stato giudicato colpevole di questo crimine pagando una penale di 33 anni.

    Sacerdote: Guillermo Jimenez
    Località: Bogota
    vittima 12 anni Bambino
    Ricorrente: Studenti della Scuola clarettiano di Bosa

    Criminalità: Guillermo Jimenez non era solo un sacerdote, ma è stato il rettore della scuola cattolica di Bosa a Bogotá. Uno dei suoi studenti filmato durante la riproduzione di un bambino di 12 anni in classe. Il video è stato trasmesso sul programma giorno settimo.

    Situazione attuale: Dopo lo scandalo è stato rimosso da Bogotà a Medellin dove ha lavorato fino al 2014, nella parrocchia di Gesù di Nazareth. Quando è libero.


    Casi particolari:

    Sacerdote: Joseph Isaac Ramirez
    vittima 14 anni.
    Località: Bogota
    Anno: 2012
    Whistleblower: residenti del quartiere Primavera Bogota

    Criminalità: stupro di sotto dei 14 anni.

    Situazione caso: dopo la comunità di quartiere nel sud di Bogotà ha fatto una mobilitazione intorno alla sua innocenza, il sacerdote è stato assolto, dopo tre anni di essere a La Picota, e oggi viene rilasciato.

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    Sacerdote: Julio Cesar Guarin Sosa
    Vittima: ragazza di 16 anni
    Località: Yuba, California Stati Uniti
    Anno: 2013

    Criminalità: Abuso sessuale di 16 anni

    Caso di stato: Il sacerdote è fuori su cauzione.

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    Sacerdote: Leon Dario Londoño Baena
    Vittima: 14 anni
    Luogo: Thames, Antioquia
    Anno: 2011

    Stato di caso: accuse che sindacalizzati il ​​sacerdote di aver stuprato una ragazza di età compresa tra 14 sono stati respinti. Un giudice, vedendo la forza delle evidenze, un ordine del tribunale emesso contro di lui, ma, fino ad ora, dopo essere stato detenuto per diversi giorni nel 2011, gode di assoluta libertà.

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    Priest: David Solano
    Vittime: 4 bambini dell’orfanotrofio Rocca Di Papa Italia
    Anno: 2003

    Criminalità: Il, molto vicino alle affezioni dei club Inter e Roma il Calcio italiano, nortesantandereano padre la sua permanenza in orfanotrofio Rocca Di Pappa in Italia per aver abusato sessualmente di quattro ragazzi.

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    Sacerdote: Gesù Mantilla Emiro
    Vittima :. ragazza di 11 anni
    Anno: 2010

    Criminalità: Padre Emiro Gesù Mantilla è stato accoltellato a morte da una ragazza di 11 anni che, stanco della stupri sistematici a cui è stata sottoposta, ha deciso di attaccare il prete.

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    Sacerdote: Jaime Vasquez Alonso Bustamante
    Vittima: Giovane 16
    Anno: 2013

    Ricorrente: la vittima

    Stato attuale del caso: Il rappresentante della fotocamera e parroco nega aver abusato sessualmente di una ragazzina di 16 anni e assicura che questi incontri sono stati consensuali

    FONTE http://www.las2orillas.co/primeros-18-sacerdotes-colombianos-acusados-de-pedofilia/#.VqIJfvRpg5I.facebook

  • Colombia, chiesa cattolica dovrà risarcire vittime pedofilia

    Colombia, chiesa cattolica dovrà risarcire vittime pedofilia

    Bogota, 9 ott. (askanews) – La Corte suprema della Colombia ha deciso che la Chiesa cattolica dovrà risarcire le due vittime di un prete condannato per abusi sessuali su minori. La Corte ha fissato in 22.300 dollari il risarcimento alle vittime, che oggi hanno 15 e 16 anni, in 13.200 dollari quello ai genitori delle vittime e in 5.600 dollari quello per ognuno dei loro fratelli.

    La Diocesi di Libano-Honda, nella zona settentrionale di Tolima, aveva presentato appello nel 2011 contro la sentenza che imponeva un risarcimento alle vittime di padre Luis Enrique Padua, condannato nel 2010 a 18 anni di prigione per abusi commessi sui due bambini, che all’epoca avevano 7 e 8 anni. (fonte Afp)

    http://www.askanews.it/esteri/colombia-chiesa-cattolica-dovra-risarcire-vittime-pedofilia_711625607.htm

  • Prete violentò due bambini, la Chiesa condannata a risarcire i genitori

    Prete violentò due bambini, la Chiesa condannata a risarcire i genitori

    La Chiesa colombiana dovrà pagare un indennizzo di 800 milioni di pesos (poco meno di 250mila euro) ai genitori di due bambini violentati da un prete di una parrocchia di Tolima (centro del paese). Lo ha deciso la Corte Suprema di Bogotà, in una sentenza senza precedenti. E’ la prima volta, infatti, che la giustizia colombiana riconosce con una sentenza la responsabilità civile della Chiesa in quanto istituzione per abusi sessuali commessi da un suo prete: i pochi casi finora finiti i tribunale si erano risolti con accordi extragiudiziari.

    18 anni di carcere per il prete

    Il sacerdote Luis Enrique Duque è stato condannato a 18 anni di carcere per aver violentato nel 2007 due fratelli, di 7 e 8 anni, figli di una coppia di contadini poveri che avevano cercato aiuto nella loro parrocchia di Libano, una cittadina del dipartimento di Tolima. La diocesi responsabile della parrocchia in causa si era però rifiutata di pagare un indennizzo ai genitori dei bambini, sostenendo che le azioni illegali del prete nulla avevano a che fare con il lavoro della chiesa, e dunque non era considerare responsabile. La Corte Suprema ha però stabilito che se un sacerdote «ha approfittato della fiducia che i fedeli attribuiscono alla sua riputazione spirituale e morale di pastore religioso, questo fa sì che la sua diocesi risulti direttamente responsabile per le conseguenze civili delle sue azioni».

  • Vittime minacciate di morte. Vaticano – Libano – Francia, le incredibili protezioni di p. Mansour Labaky, pedofilo maronita, Prete condannato dal Vaticano ma non spretato.

    Vittime minacciate di morte. Vaticano – Libano – Francia, le incredibili protezioni di p. Mansour Labaky, pedofilo maronita, Prete condannato dal Vaticano ma non spretato.

     COPERTO E AMMANICATO IL PRETE PEDOFILO LIBANESE.
    LE VITTIME MINACCIATE DI MORTE

    37655. PARIGI-ADISTA. Sta assumendo connotazioni paradossali la vicenda del sacerdote libanese p. Mansour Labaky, condannato il 23 aprile 2012 dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre minori (oltre ad abusi su una maggiorenne). Fra le pene inflittegli, «la privazione di tutti gli uffici ecclesiastici» e «l’interdizione di esercitare qualsiasi forma di direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche». Il sacerdote aveva poi fatto ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che lo ha rigettato il 19 giugno 2013 (v. Adista Notizie n. 34/13). Il mese scorso – ne informa il quotidiano cattolico francese La Croix il 6 maggio – l’avvocato di Labaky, Antoine Akl, ha inviato un’ingiunzione a mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana, e agli ecclesiastici responsabili del Tribunale ecclesiastico di Parigi accusandoli di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. L’accusa fa leva su circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, mail che sono state letteralmente rubate dagli indirizzi elettronici praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e addirittura in Vaticano. «Avendo scoperto la vostra connivenza nella perpetrazione del vostro crimine», si legge nel durissimo testo dell’avvocato, «mons. Labaky vi avverte e vi ingiunge di non intervenire nel suo processo, e vi informa che è libero di agire e (…) di godere dei propri diritti e prerogative in maniera assoluta e senza restrizioni». Cosa peraltro non vera: la condanna della CdF prevede la scomunica nel caso che il sacerdote violi le restrizioni cui è sottoposto.

    Tutti gli interessati sono stati convocati per il 29 maggio da un giudice istruttore libanese. E tuttavia la convocazione potrebbe non approdare a nulla visto che lo stesso giudice a fine aprile ha dichiarato irricevibile la denuncia in quanto istanza incompetente in questioni che riguardano la Chiesa.

    Ciò malgrado, l’avvocato non se ne dà per inteso e continua ad intorbidire le acque dichiarando sui giornali libanesi di aspettarsi che «la sentenza invii tutti in prigione per una durata di tre anni». E il 3 maggio, sul sito Tayyar.org, definendo la faccenda «uno dei più grandi scandali che ha conosciuto la Chiesa», ha accusato di complotto non solo le autorità citate sopra, ma anche il nunzio a Parigi, mons. Luigi Ventura.

    Padre Labaky è persona molto influente: «Ha avuto un ruolo significativo durante la guerra del Libano – ricorda La Croix –, beneficia di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari». Un dossier con il suo caso è stato trasmesso a papa Francesco dal patriarca maronita Beshara Raï, ma nulla potrà cambiare per p. Labaky secondo un canonista interpellato dal quotidiano francese: «La questione è chiusa», sostiene, «è impossibile giuridicamente tornare indietro sulla condanna (…). Lo stesso papa non può andare contro la legge della Chiesa» (anche se, viene da commentare, il potere decisionale del papa è assoluto).

    L’influenza del sacerdote è tale che in Libano le vittime subiscono forti pressioni, fino a minacce di morte e per due di loro la perdita dell’impiego. I ripetuti interventi mestatori dell’avvocato sui media libanesi non fanno che aggravare la loro situazione. Le vittime si sono rivolte ripetutamente ai dicasteri vaticani competenti, in passato chiedendo l’aiuto di loro avvocati (una spesa che varie delle vittime non potevano sostenere), ora – dopo le ferme decisioni di Benedetto XVI e di Francesco contro gli abusatori – chiedendo solo sostegno psicologico e solidarietà: la risposta è stata sempre, detta in soldoni, “abbiamo fatto la parte nostra, adesso arrangiatevi!”. Eppure per fermare la persecuzione che stanno subendo le vittime – se non per giustizia – basterebbe che si spendesse qualche parola e si prendesse qualche misura contro i potenti sostenitori di p. Labaky. Ma servirebbe innanzitutto un briciolo di volontà. (eletta cucuzza).

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=53925

  • La vergognosa ipocrisia ecclesiastica protegge P. Mansour Labaky

    La vergognosa ipocrisia ecclesiastica protegge P. Mansour Labaky

    da Adista Notizie n. 34 del 05/10/2013 – 37317. BEIRUT-ADISTA. P. Mansour Labaky, prete cattolico-maronita di Beirut, nel Libano, che ha svolto il suo ministero anche in Francia, nel 1990 ha fondato “Lo Tedhal – Non temere”, un «movimento spirituale» che si «propone di essere una scuola di santità», e nel 2005 l’orfanatrofio Kfar Sama Orphanage; è conferenziere di successo; è musicista e autore di vari libri – fra questi L’enfant du Liban (“Il bambino del Libano”) – accolti sempre dal favore della stampa anche laica che ne ha esaltato qualità quali la tenerezza e la liricità, Le Monde compreso.

    Il 23 aprile 2012 è stato condannato, per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre minori all’epoca degli abusi, dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Le pene inflittegli sono state: «La privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; «l’interdizione di celebrare i sacramenti coram populo», ovvero in pubblico; «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo», in «accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede»; «la perdita della facoltà di confessare»; «l’interdizione di esercitare qualsiasi forma di direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche», come «di prendere contatto con i media o con le vittime». Il sacerdote ha fatto ricorso a Roma, alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il 19 giugno 2013, la Congregazione – tanto si legge in una comunicazione dell’11 settembre scorso del Tribunale ecclesiastico parigino – «ha deciso di rigettare il ricorso», stabilendo che da quella stessa data, il 19 giugno, entravano in vigore le sanzioni inflitte a p. Labaky, la non osservanza delle quali avrebbe comportato per il prete la scomunica.

    Mai pena fu forse più platealmente disattesa. La Alliance Saint Antoine, associazione costituita il 17 gennaio del 2012 in rappresentanza delle vittime di p. Labaky, ha manifestato tutta la sua indignazione nel vedere che il sacerdote condannato ha assistito, il 27 giugno 2013, in forma assolutamente palese, alla presentazione di un libro del fratello Joseph nell’aula magna dell’Università Notre-Dame di Louaizé, in Libano. Occasione in cui inoltre Joseph Labaky ha tessuto pubblico elogio del fratello di cui non poteva ignorare la condanna definitiva appena inflittagli. Ma tanto più l’Alliance prova indignazione in quanto il prete, già condannato per un reato così grave, aveva preso posto in prima fila a poca distanza (precisamente sei poltrone) dal cardinale e patriarca della Chiesa maronita, Bechara Raï; ad un evento pubblico, dunque, al quale il prete pedofilo, impedito dalle sanzioni imposte otto giorni prima, non avrebbe dovuto partecipare. Le foto di tanta contiguità sono visibili non solo sul sito dell’Università (http://ndu.edu.lb/newsandevents/current/labaki/index.htm), ma anche su quello della diocesi di Beirut. L’associazione denuncia perciò «la complicità di Joseph Labaky» e la «compiacenza del presidente dell’Università Notre-Dame», ma esprime soprattutto «profonda incomprensione riguardo al card. Bechara Raï, che accetta di fare da garante con la sua presenza a questa mascherata, rendendo più manifesto il sostegno della Chiesa maronita a un prete pedofilo».

    Eppure dovevano sapere le autorità ecclesiastiche presenti, perché una simile sentenza non poteva che essere stata tempestivamente trasmessa al patriarcato e all’ordinario del luogo, l’arcivescovo di Beirut dei maroniti, mons. Paul Youssef Matar.

    L’Alliance però non vuole ascrivere «la responsabilità di questa gaffe» al patriarca, chiamando invece in causa «gli organizzatori di questa conferenza, perché – motivano – non possiamo immaginare che il card. Raï, così vicino a papa Francesco, ignori che il primo atto di governo di quest’ultimo, è stato di convocare mons. Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, chiedendogli di inasprire e accelerare le procedure contro i preti colpevoli di abusi sessuali», esigendo al contempo che si facesse di «tutto per essere a fianco delle vittime, consigliarle, ascoltarle, rispettarle».

    Malgrado l’interdizione del 23 aprile, p. Labaky aveva presentato un suo intervento al ritiro annuale dei giovani sacerdoti del Libano (18-23 giugno 2012), sotto la guida di mons. Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme. Ed un’altra apparizione pubblica risulta il mese prima, il 2 maggio, quando l’allora assistente segretario di Stato Usa per il Medio Oriente e l’ambasciatrice americana in Libano andarono a visitare il Kfar Sama. (eletta cucuzza)

  • Al sacerdote, ex vicerettore del seminario, era affidata la parrocchia di un paese

    Al sacerdote, ex vicerettore del seminario, era affidata la parrocchia di un paese

    BRESCIA – Per 5 anni era stato il vicerettore del seminario di Brescia poi, settembre ’99, la curia di Brescia gli ha affidato la parrocchia di Ome. Giovedì mattina, molto presto, i carabinieri hanno suonato in canonica. Da allora don Luigi Facchi, 42 anni, in paese non s’è più visto. Indagato per pedofilia, dopo un primo interrogatorio gli è stato notificato l’obbligo di dimora in un altro comune. Una misura cautelativa disposta dal pm in attesa di completare gli accertamenti.

    Con il sacerdote sono stati sentiti, come testi, il gestore del cinema dell’oratorio e una donna, anche lei vicina alla vita parrocchiale.
    Ome, 2.500 abitanti sui colli della Franciacorta, la chiesa con l’imponente campanile, l’oratorio con i campi di calcio e di basket affollati anche ieri: il paese non riesce a credere che le tentazioni che hanno travolto
    tanti preti americani possano gettare ombre anche sulle tonache di qui.

    Qualcuno però ricorda un caso analogo, anni Sessanta.
    In quasi tre anni di attività pastorale don Luigi ha portato una ventata di simpatia, di calda umanità. E la denuncia che ha fatto scattare le indagini – a promuoverla sono stati i genitori di un ragazzino – pur recente, si riferirebbe a un episodio «vecchio», lontano da Ome, quando l’ attuale parroco era curato in un altro centro del Bresciano. All’«obbligo di dimora» si è comunque giunti dopo meticolose indagini, comprese le intercettazioni telefoniche. E sarebbe stato proprio l’ascolto di alcuni colloqui di don Luigi a convincere gli inquirenti a intervenire.

    Finora nessuna presa di posizione delle autorità ecclesiastiche. Il vescovo di Brescia, Giulio Sanguineti, tornerà solo domani da una missione in Libano e in curia don Luigi è ritenuto un sacerdote irreprensibile. «Nel clima di sospetto che c’è oggi – dice un prete che lo ha conosciuto – basta il gesto più innocente per scatenare le accuse più infamanti. Non vorrei che don Luigi sia vittima di una storia come questa».

    http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=INTERNI&doc=BO