Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: livio graziano

  • Abusi su un 12enne in Irpinia, confermata condanna a 8 anni per il prete casertano Livio Graziano

    Abusi su un 12enne in Irpinia, confermata condanna a 8 anni per il prete casertano Livio Graziano

    Atti sessuali con minorenne: confermata la condanna a 8 anni di reclusione per don Livio Graziano, sacerdote della diocesi di Aversa, originario di Lusciano nel Casertano. La Corte d’appello di Napoli ha respinto il ricorso, proposto dai legali del prete, attualmente in custodia cautelare ai domiciliari. In aula l’imputato ha rilasciato dichiarazioni spontanee, respingendo ancora gli addebiti. Le motivazioni saranno depositate tra 45 giorni.

    In primo grado, il tribunale di Avellino ha riconosciuto colpevole Graziano di abusi su un 12enne della provincia di Salerno. Il ragazzino, nell’estate 2021, era ospite presso la sua comunità “Effatà, apriti” di Principato Prata Ultra, in Irpinia. Il centro era diretto da don Livio. La sentenza di primo grado ha disposto anche il riconoscimento dei danni alle parti civili, ossia il minore e i genitori, assistititi dai legali Giovanni e Benedetta Falci del foro di Salerno. “La Corte d’appello fa propria la ricostruzione del tribunale di Avellino che – dichiara l’avvocato Giovanni Falci – con una motivazione precisa, né complicata né semplificata, ha fatto piena luce su questa squallida vicenda del sacerdote”.

    https://www.anteprima24.it/caserta/abusi-irpinia-confermata-condanna-prete-casertano-livio-graziano/

  • Denuncia di un 42enne per un prete già condannato per abusi su minore: “Mi ha violentato nella ‘stanza degli orrori’ al Seminario”

    Denuncia di un 42enne per un prete già condannato per abusi su minore: “Mi ha violentato nella ‘stanza degli orrori’ al Seminario”

    A novembre scorso è stato condannato a 8 anni di reclusione per l’accusa di atti sessuali con minorenne, ma ora spunta una nuova denuncia per presunti abusi contro Livio Graziano, prete casertano di Lusciano.

    Un 42enne della provincia di Caserta ha sporto querela alla procura di Napoli Nord. I fatti riportati sono relativi a quasi 30 anni fa. Tutto sarebbe avvenuto quando frequentava le scuole medie al Seminario di Aversa. “Di quegli anni – afferma l’uomo nella denuncia – ricordo in particolar modo l’anno scolastico 1993/94, durante il quale frequentavo la seconda media, poiché quell’anno purtroppo sono stato vittima di violenze sessuali, poste in essere nei miei confronti dal sig. Padre Livio Graziano. In quel periodo il sig. Livio Graziano era un semplice diacono predisposto al controllo e alla supervisione di noi giovani ragazzi convittori e pernottava nella nostra stessa struttura”.

    Il racconto dell’uomo necessita ancora di riscontri. Sarà l’autorità giudiziaria a stabilire se procedere. “Le violenze da me subite – sostiene il denunciante – sono iniziate nel mese di marzo del 1994 per poi terminare nell’estate successiva, a seguito del suo (di Livio Graziano, ndr) trasferimento presso altra struttura. (…). Padre Livio era la persona con la quale noi convittori trascorrevamo la maggior parte del tempo, dal dopo scuola sino all’indomani; durante il pomeriggio o la sera era sua abitudine chiamarci nella sua stanza per offrirci delle bevande alcoliche, in particolare del wisky, per poi far rientrare tutti noi nelle camerate ad eccezione di un mio compagno di scuola, che era solito trattenersi presso la stanza del prete, perché cosi da lui deciso”.

    Di questi “pomeriggi ricordo che – si legge nell’atto – anche io sono stato costretto dal Graziano a dover restare con lui nella sua stanza, quella che io ad oggi definisco ‘la stanza degli orrori’”. In quella “stanza ero costretto a subire – dichiara l’uomo – una serie di violenze sessuali (…). Ricordo che questi rapporti sessuali si consumavano anche al di fuori dalla struttura. La domenica pomeriggio Livio Graziano era solito venirmi a prendere a casa, anche prima dell’orario del rientro in seminario, con la scusa di voler fare una passeggiata o, almeno, cosi dichiarava ai miei genitori. Nulla di tutto ciò era vero, poiché purtroppo la mia passeggiata prima del rientro terminava sempre in luoghi isolati, così da poter abusare della mia persona”.

    Secondo il querelante “questi abusi da me subiti sono avvenuti anche nell’abitazione dei miei genitori e dei suoi”. A tal riguardo, il 42enne dice di ricordare “dettagliatamente anche l’abitazione dei suoi genitori, luogo dove spesso mi trascinava per poter abusare di me”. Nella denuncia è fornita una presunta descrizione dell’abitazione familiare del prete. “Purtroppo solo oggi – aggiunge l’uomo – ho trovato il coraggio di ‘aprirmi’ e di ‘raccontare’ tali violenze, spinto dal forte senso di colpa che oggi avverto per non averlo fatto prima, in quanto, denunciando al tempo questi fatti, avrei potuto evitare di far subire le mie stesse violenze a quel bambino che ha di recente denunciato Padre Livio”. Proprio questa vicenda, chiusa in primo grado 7 mesi fa, ha convinto il 42enne a denunciare. Il Tribunale di Avellino ha riconosciuto il prete – oggi in custodia cautelare ai domiciliari – colpevole di abusi su un 12enne della provincia di Salerno. Il ragazzino, nell’estate 2021, era ospite presso la sua comunità di Principato Prata Ultra, in Irpinia. Il sacerdote della diocesi di Aversa attende la sentenza d’appello, prevista a Napoli il prossimo 20 giugno.

    Denuncia di un 42enne per un prete già condannato per abusi su minore: “Mi ha violentato nella ‘stanza degli orrori’ al Seminario”

  • A maggio il processo di appello per don Livio Graziano

    A maggio il processo di appello per don Livio Graziano

    È stato fissato per il 16 maggio prossimo il processo di appello per don Livio Graziano, condannato in primo grado a 8 anni lo scorso novembre.

    Le indagini erano partite dopo la denuncia del padre del ragazzino che trovò messaggi scabrosi sul cellulare. Il sacerdote gestiva una comunità per giovani depressi o con disturbi alimentari.

  • Don Livio Graziano condannato a 8 anni per abusi su un dodicenne, sentenza ad Avellino

    Don Livio Graziano condannato a 8 anni per abusi su un dodicenne, sentenza ad Avellino

    È stato condannato a otto anni di reclusione per violenza sessuale don Livio Graziano, il sacerdote accusato di avere abusato di un ragazzino di 12 anni nella comunità protetta da lui gestita ad Avellino. La pubblica accusa aveva chiesto 11 anni ma il giudice Lucio Galeota, accogliendo in parte le richieste degli avvocati della difesa, Gaetano Aufiero e Gianpiero De Cicco, ha escluso l’aggravante dell’aver convinto il ragazzino ad avere rapporti tramite la consegna di somme di denaro o piccoli regali.

    Arresti domiciliari

    Don Livio, 51 anni, originario di Aversa, aveva fondato nel Comune di Prata Principato Ultra, in Irpinia, una cooperativa sociale per l’assistenza a persone con problemi di depressione e disturbi dell’alimentazione, particolarmente fragili, ed è in questa comunità che incontra il minore. Secondo l’accusa il sacerdote, che è ancora agli arresti domiciliari in Irpinia, avrebbe avuto rapporti quotidiani con il dodicenne per circa 80 giorni. La difesa sosteneva invece che, per motivi fisici e di salute, il prete non avrebbe potuto averli. «Don Livio — spiega l’avvocato Aufiero — è stato condannato al minimo della pena. Come mai, se davvero il Tribunale lo ritiene colpevole di fatti tanto gravi? È una sentenza che rispetto ma che ritengo incomprensibile e mi preparo ad appellare dopo averne letto le motivazioni».

    La denuncia

    Era stato il padre dell’adolescente a presentare denuncia dopo aver trovato, sul cellulare del ragazzino che oggi ha 13 anni, messaggi scabrosi che si erano scambiati il figlio e il sacerdote. La denuncia era stata presentata dopo la fine del periodo di permanenza in comunità e il rientro a casa del giovanissimo. Che mesi fa era stato sentito anche dai giudici: il 13enne aveva rivelato che dopo quegli incontri riceveva regali dal sacerdote. Don Livio, invece, si è sempre professato innocente.

    Era stato premiato

    Per gli avvocati di parte civile, Giovanni e Benedetta Falci, nei confronti di don Livio c’erano prove schiaccianti: «Centinaia di messaggi espliciti, le fotografie del ragazzino nudo che dormiva, preservativi e vaselina ovunque: accanto al letto, nel comodino, nell’armadio». I messaggi erano stati cancellati dal sacerdote ma sono stati recuperati su disposizione del giudice. Don Livio nel corso degli anni aveva ottenuto anche importanti premi per la sua attività in favore dei soggetti fragili e aveva preso parte in qualità di esperto a convegni sulla pedofilia.

    https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/22_novembre_24/don-livio-graziano-accusato-aver-abusato-un-13enne-pm-chiede-11-anni-carcere-oggi-sentenza-b08bf3e2-6bf6-11ed-817e-e97efa7f8466.shtml

  • Condannato in 1° grado don Livio Graziano

    Condannato in 1° grado don Livio Graziano

    A darne nota all’Ufficio terminata l’udienza, l’avvocato Giovanni Falci difensore della vittima, oggi 14enne, don Livio Graziano è stato condannato in primo grado a otto anni.

    Si attendo nono le motivazioni della sentenza

  • Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    PALERMO – “A te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna”. Le parole sono di Papa Francesco. E sono state dette ormai oltre un anno fa all’indomani della pubblicazione, da parte di una commissione indipendente, del report sulla pedofilia nella Chiesa francese dal dopoguerra ai giorni nostri. È il momento della vergogna per “la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime”.

    È un momento storico: la più alta carica della Chiesa ammette che la pedofilia, nel clero, è un problema strutturale e non di certo frutto di qualche mela marcia, come era stato definito in passato dai suoi predecessori. Un momento che è stato possibile solo grazie al lavoro certosino delle commissioni che hanno guidato i lavori per i dossier sugli abusi sessuali perpetrati dal clero ai danni dei minori in Germania, Francia, Portogallo, Australia.

    E l’Italia? Il luogo da cui parte la “vergogna” di Papa Francesco non ha al momento un dossier, non ha dati ufficiali che fotografino la diffusione della pedofilia nel clero. Ma si sta sbracciando, tra critiche, perplessità e zone d’ombra, per pubblicarlo. La data è già stata fissata: il 18 novembre la Cei emanerà due indagini interne effettuate dalle diocesi italiane. Uno dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni), l’altro dovrebbe contenere le segnalazioni fatte alle diocesi negli ultimi venti anni. “Raccontare la verità – dichiara al QdS Don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter – fa sempre bene. Anche se raccontarla comporta molte fatiche”. Il Quotidiano di Sicilia ha deciso di caricarsi di questa fatica e raccontare, per quanto possibile, la verità sugli abusi all’interno della Chiesa.

    I numeri nazionali

    Gli unici dati al momento disponibili e in grado di fotografare il fenomeno nelle diocesi italiane sono quelli dell’associazione “La rete l’abuso”, fondata e composta dai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. Quest’associazione ha creato un database con tutti i nomi di sacerdoti condannati in via definitiva, reo confessi o imputati dal 2000 ad oggi. Una mole di dati impressionante che mettono insieme articoli di cronaca, denunce e provvedimenti giudiziari. Secondo questo database, sarebbero 343 i sacerdoti coinvolti in indagini di pedofilia. Nello specifico: 178 quelli attualmente accusati e 165 quelli condannati in via definitiva o reo confessi. A questi numeri vanno aggiunte le nuove segnalazioni fatte in maniera anonima: 218.

    Ma, considerando solamente i preti indagati, condannati o reo confessi, quante sarebbero le vittime? Secondo una stima effettuata da La rete l’abuso sulla base degli studi del sociologo Andrew M. Greeley e dello psicoterapeuta e psichiatra Richard Sipe sarebbero 1.002.960. Dietro a questo dato ci sono oltre un milione di storie di abuso, di “omicidio psicologico”, di sofferenza e, spesso di insabbiamento. Numeri che, purtroppo, come ci confermano Don Fortunato di Noto e padre Hans Zollner (il massimo esperto di abusi sessuali nella Chiesa Cattolica), sono da rivedere al rialzo. “Alcuni esperti – si legge sul sito di La rete l’abuso – ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti”.

    La pedofilia nella chiesa siciliana

    Più dell’8% dei casi fino ad ora visti avvengono in Sicilia. Nell’Isola i preti condannati in via definitiva, reo confessi o per il momento in attesa di giudizio sono 28. Potrebbero sembrare pochi confrontati con i casi a livello nazionale o confrontati con il totale dei sacerdoti in Sicilia (circa 3.195 sparsi nelle 18 diocesi). Ma in realtà non è così, perché dietro quei 28 sacerdoti che hanno abusato di minori (alcuni sicuramente, altri probabilmente in quanto in attesa di sentenza) ci sono diverse storie di abuso. Secondo il report redatto dalla commissione indipendente in Francia, l’unico al mondo che ha individuato una stima basta su modelli scientifici e sociologici certificati dall’Oms, ogni sacerdote pedofilo, in media, violenta 72 minori. Seguendo queste statistiche sarebbero 2.016 quelli abusati nelle diocesi siciliane.

    “La Sicilia, sulla base della popolazione, proporzionalmente è una delle Regioni con più casi – dichiara Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e fondatore dell’associazione Rete L’abuso – 28 sono tanti casi e ne mancano un sacco di altri. Il potenziale vittime è piuttosto attendibile. La Chiesa dice che la pedofilia c’è anche nella società civile, ed è verissimo. Ma tu hai mai visto un padre di famiglia che ha stuprato 72 bambini diversi non si sa quante volte? Io mai e faccio questo lavoro da una vita”.

    La punta dell’iceberg

    Analizzando il report francese si scopre che su 22mila sacerdoti d’oltralpe tremila sono pedofili: circa il 13%. Un numero enorme che non corrisponde con l’attuale numero italiano di preti indagati o condannati per aver abusato di minori. Sono le diocesi italiane a essere più virtuose rispetto a quelle francesi o la cultura dell’omertà, dell’insabbiamento e dell’intoccabilità della Chiesa in Italia predomina?

    “L’omertà è evidente – spiega al Quotidiano di Sicilia Don Fortunato di Noto -. La paura c’è sempre ed è emergente. Da questo ne deriva la fatica a denunciare. C’è un problema di fondo: l’abuso non lo si vuole raccontare, è ancora riservato nell’ambito dell’omertà, della paura e del silenzio. Da un punto di vista prettamente ecclesiale, gli abusatori vengono individuati solo se c’è qualcuno che denuncia, non si può procedere per chiacchere. Qualcuno deve venire al centro di ascolto, denunciare i fatti, si verbalizza, si avvia l’indagine previa da un punto di vista canonico e si invitano le vittime ad andare a denunciare alla procura della repubblica. Questo se parliamo dei chierici. Se qualcuno non denuncia forse dobbiamo ancora aiutare le persone a segnalare e denunciare. Alcuni dei preti siciliani che si è scoperto essere pedofili li conosco e già non sono più preti perché sono stati affrontati i problemi. C’è stata la denuncia, la vittima è stata aiutata e accompagnata, il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale”.

    Secondo il sito della Cei il totale dei sacerdoti è di 38.305 unità. La rete l’abuso ha condotto una ricerca basandosi sulle percentuali venute fuori dai vari report (in Australia si parla del 7%, il Papa del 2%, l’inchiesta Spotlight che ha ispirato l’omonimo film del 6%) e le ha rapportate alla popolazione cattolica e al numero totale di sacerdoti in Italia. L’associazione ha dunque stimato come i casi impuniti potrebbero attestarsi intorno ai 511. Ancora una volta preme sottolineare come questi non siano solo numeri, ma storie terribili che segnano in modo indelebile la vita di chi le ha subite.

    I soldi delle donazioni per comprare i silenzi?

    Francesco Zanardi ha una storia di abusi da parte di un prete alle spalle. Quella stessa storia che l’ha portato a mettersi al servizio di tutti i minori, di tutte le famiglie che in Italia vivono quest’incubo. Fornendo anche servizi legali e di assistenza psicologica alle vittime oltre che “tracciare” la pedofilia in Italia.
    “Con l’associazione seguiamo praticamente tutti i casi che si verificano in Italia. E in alcuni abbiamo anche la possibilità di costituirci anche parte civile. L’altro giorno, per esempio, – racconta Zanardi al QdS – sono andato a Salerno per occuparmi del caso di Don Livio Graziano (attualmente il processo è in corso, nda) e ho parlato con il vescovo. Quell’indagine mi ha documentato che vent’anni fa il prete era stato allontanato dalla diocesi e mandato in un convento di frati che dopo qualche settimana lo ha mandato via. Da lì non si è capito cosa è successo ed è stato permesso a questo prete di aprire un centro di recupero per adolescenti con problemi di bulimia e depressione. Lì è stata abusata anche una delle mie assistite. L’hanno messo nel recinto degli agnelli”.

    Un modus operandi già scoperchiato in America, con la già citata inchiesta Spotlight, e in Germania, con il lavoro della commissione indipendente che ha redatto il rapporto sugli abusi che all’epoca imbarazzò tanto il Papa emerito Benedetto XVI. Secondo Zanardi questa tendenza dei vescovi a coprire i preti pedofili è incentivata dall’attuale legge vaticana contro la pedofilia. “La Vos estis lux mundi (che ha cambiato solo il nome rispetto alla preesistente Crimen sollicitationis) – aggiunge – continua a dire di gestire la cosa internamente. Da qui si deduce che qualunque vescovo che ha a che fare con un caso di pedofilia ha per forza insabbiato altrimenti il Vaticano prenderebbe provvedimenti estremamente duri nei suoi confronti”.

    Se da un lato alcuni vescovi (32 secondo il database de La rete l’abuso) sono stati criticati per aver spostato i preti sospettati di aver commesso crimini da una diocesi all’altra, dall’altro lato l’accusa è quella di comprare il silenzio delle vittime attraverso i fondi delle donazioni. “A Napoli il caso Borrelli, oppure il caso Don Seppia, oppure ancora, come risulta dalle intercettazioni, quello di Don Rugolo in Sicilia. Tutti praticamente – continua Zanardi – tramite i fondi delle donazioni pagano le vittime o fanno accordi con il vincolo della riservatezza: 25mila euro in cambio del silenzio. A volte arrivano degli assistiti che li vogliono fare e noi diamo gli avvocati per farli: sono tutti casi che non usciranno mai perché neanche noi che li abbiamo trattati possiamo parlarne. Se ne parliamo decade l’accordo e la vittima può essere perseguita e noi tuteliamo le vittime. Abbiamo un bell’elenco di nomi che tuttavia non possiamo scrivere per ora. Lo trovo abbastanza barbaro ma ho le mani legate. Io sconsiglio sempre alla vittima di non fare l’accordo, ma il problema è che spesso sono tutti ragazzi di strada, di famiglie modeste, e quando gli danno 25mila euro li prendono al volo. Non posso costringerli a non prenderli. Gli spiego che se pagano è perché hanno paura che in tribunale devono pagare di più. La scelta è dei sopravvissuti, in ogni caso noi li tuteleremo sempre”.

    Le storie nella Chiesa italiana e siciliana

    Quello a cui vanno incontro le vittime è profondamente diverso dalle pene controverse e spesso contrastanti che spettano a coloro che hanno abusato. “L’abuso – precisa Don Fortunato di Noto – è un omicidio psicologico. Non c’è caso che ho ascoltato e accompagnato da cui non emerge questo elemento. L’abuso uccide. È bene precisarlo. Di storie ce ne sono tante: storie drammatiche e difficili. Io ho portato anche il primo bambino italiano abusato in una parrocchia dal Santo padre per far comprendere come l’abuso avviene sotto i nostri occhi. Anzi, a volte non lo vogliamo vedere e teniamo gli occhi chiusi”. Chiusi di fronte a storie ognuna diversa dall’altra ma con un canovaccio molto simile. “Tutte hanno in comune – continua – la fatica delle vittime a raccontare, ad elaborare, a superare il trauma. Io non ho mai visto la vittima che non è stata lacerata nella vita e nel cuore e che ancora oggi, a distanza di anni subisce le conseguenze dell’abuso. L’abuso non viene dimenticato”.

    La Chiesa indaga su sè stessa: il report della Cei

    Adesso il dado è (quasi) tratto. Tra qualche giorno, esattamente il 18 novembre, in occasione della giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, la Conferenza episcopale italiana emanerà non una ma ben due indagini interne che avranno il compito di fare luce sulla pedofilia nel clero. Un’indagine dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni fa), l’altra dovrebbe contenere i dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021 (dati che sostanzialmente rappresentano le denunce che dal 2000 ad oggi sono state presentate alle diocesi). La stesura del report che raccoglierà queste due indagini e che ha coinvolto “16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto”, come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Un’istituzione strettamente legata alla Chiesa, in quanto le Università cattoliche sono regolate dal codice di diritto canonico.

    “La stesura del report, le linee guida e la formulazione dei questionari – ci spiega Don Fortunato di Noto – è stata dettata a livello nazionale. Di fatto ci sono due questionari con diverse domande che riguardano i primi due anni di attività dei servizi nazionali, regionali e diocesani di tutela dei minori. Ogni diocesi siciliana, quindi, ha risposto in modo sicuramente dettagliato alle domande poste anche alla luce della conoscenza degli ultimi due anni di attività o dei casi o delle situazioni o anche della funzione dei centri di ascolto. Per il 18 novembre avremo una maggiore contezza a livello nazionale della situazione negli ultimi due anni. È stato questo il criterio adottato”.

    Criterio che ha suscitato alcune polemiche da parte dei sopravvissuti. “La Conferenza episcopale italiana – dichiara Francesco Zanardi – è particolare, perché è l’unica al mondo che non vuole fare una commissione d’inchiesta indipendente. Fanno un’indagine interna: gli imputati indagano sui crimini dei preti che hanno coperto. E a differenza delle altre commissioni l’indagine italiana guarderà vent’anni indietro e non 70. Discriminando ulteriormente le vittime che hanno 70 anni e che sono state tagliate fuori. Inoltre, il report riguarderà solo le denunce fatte alla Chiesa, nonostante gli sportelli per le denunce sono aperti solo da due anni. Vescovo per vescovo toglieranno tutti i casi scomodi: un vescovo non denuncia i casi che lui stesso ha coperto”.

    https://qds.it/abusi-su-minori-chiesa-papa-francesco-momento-vergogna/

  • AVERSA; si dimette il promotore di giustizia (P.M. Ecclesiastico) del procedimento canonico a don Graziano

    AVERSA; si dimette il promotore di giustizia (P.M. Ecclesiastico) del procedimento canonico a don Graziano

    Un decreto del vescovo di Aversa Angelo Spinillo che vieta a don Livio Graziano l’accesso ad internet. Nulla di strano, anzi più che ragionevole dal momento che il destinatario del provvedimento ecclesiastico è accusato di violenza sessuale ai danni di un infraquattordicenne ed è attualmente agli arresti domiciliari, anche per evitare che possa reiterare l’eventuale crimine. Data l’accusa, è puro buon senso impedire che da recluso possa reiterare attraverso internet.

    Eppure, malgrado la tesi non faccia una piega neppure per la diocesi, da settimane sembra impossibile riuscire a comunicare anche solo telefonicamente a don Graziano il decreto del vescovo Spinillo che di fatto, malgrado l’impegno preso dalla CEI in Italia sulla gestione dei casi di abuso su minori, lascia nei fatti da mesi un ragazzino (dopo i presunti abusi sessuali) ancora esposto a molestie di altro genere, dimostrando l’incapacità di gestire i casi di violenza dei propri sacerdoti.

    Situazione che venerdì ha portato il Promotore di Giustizia, incaricato del procedimento canonico a don Graziano, a rassegnare le dimissioni, come lui stesso annuncia mortificato.

    In un breve scritto, infatti, spiega al padre del giovane che don Livio Graziano avrebbe questa volta ricevuto delle lettere minatorie presso la struttura dove è detenuto ai domiciliari e per questo motivo, forse, la la diocesi non vuole turbarlo ulteriormente con la notifica; anche se in questo modo mette al secondo posto i turbamenti della presunta vittima.

    Una struttura che secondo i legali del sacerdote che aveva denunciato precedenti presunte intimidazioni, da come si legge negli atti, sarebbe inadeguata e priva di recinzioni, con i il rischio che qualcuno si possa introdurre e minacciare il sacerdote.

    Da fonti interne alla diocesi, il sacerdote avrebbe dovuto ricevere il divieto di accesso ad internet già ad agosto, dopo una denuncia da parte dei genitori del ragazzo che lo scorso giugno si era trovato violati gli account su alcuni social, oltre ad emoticon di apprezzamenti apparentemente riconducibili all’account del sacerdote.

    L’indagine dei Carabinieri aveva ricondotto la connessione internet usata alla struttura dove è ai domiciliari don Graziano, ma sfortunatamente non si sono fatte indagini per accertare chi all’interno della struttura l’avesse concretamente utilizzata, vanificando in assenza della prova certa la possibilità che l’A.G. potesse intervenire.

    Da qui la richiesta ad intervenire del padre del ragazzo, che nelle scorse settimane era stato ricevuto dal vescovo Spinillo, che in sua presenza aveva contattato la struttura e il successivo decreto di divieto, purtroppo però mai applicato.

  • 13enne violentato dal parroco oggi ai domiciliari, ma continuano le molestie via internet

    13enne violentato dal parroco oggi ai domiciliari, ma continuano le molestie via internet

    Don Livio Graziano incarcerato il 26 ottobre scorso, è agli arresti domiciliari presso una struttura del clero dallo scorso 4 dicembre, dopo essersi debilitato con uno sciopero della fame auto indotto ed aver così ottenuto i domiciliari in una delle 23 strutture sparse sul territorio dove la chiesa afferma di “curare la pedofilia”, spesso ottenendo solo che il sacerdote eviti il carcere.

    Già qualche settimana fa il padre del ragazzino aveva presentato formale denuncia  all’Arma dei Carabinieri in quanto, da diversi profili apparentemente appartenenti nel nikname a don Livio Graziano, erano apparsi cuoricini ed altre emoticon di apprezzamento su fotografie pubblicate sui profili della presunta vittima. Il 13enne si era anche visto violare l’account Facebook e Google. Le stesse indagini fatte successivamente alla denuncia avevano appurato che la connessione dalla quale erano state effettuate le violazioni, era proprio quella della struttura dove don Livio è attualmente ai domiciliari.

    Tuttavia, non si comprende perché gli investigatori, dopo aver accertato  che le violazioni provenissero dalla casa famiglia Unitalsi, non abbiano proceduto ad individuare il responsabile materiale. Anche il difensore della presunta vittima, l’avvocato Giovanni Falci ha fatto istanza al tribunale dove è in corso il processo, denunciando l’accaduto e chiedendo un intervento, ma l’istanza è stata rigettata in quanto come detto sopra, non si è proceduto all’individuazione fisica del responsabile.

    Anche se non più violando gli account, tuttavia le molestie continuano e il padre del ragazzo che ricordiamo essere 13nne, nel tentativo di evitare i continui stress del figlio che si aggiungono al già difficile percorso giudiziario al quale il ragazzo e la famiglia sono sottoposti, data l’inconcludenza degli inquirenti, più volte sollecitati dall’uomo, decide di rivolgersi direttamente al vescovo di Aversa.

    Così lo scorso mercoledì si è recato in Diocesi, ricevuto dal vescovo Angelo Spinillo al quale ha esposto la grave situazione. È stato lo stesso vescovo Spinillo, davanti al padre del ragazzo, a contattare il dottor Paquale Zagarese, un medico diacono responsabile della struttura che ospita don Livio Graziano ed intestatario della connessione internet usata per violare gli account del ragazzino, al quale ha chiesto esplicitamente, come vescovo, di vietare l’uso di internet a don Livio.

    Purtroppo però, da come si evince dal profilo Facebook del sacerdote, questo continua ad avere regolarmente accesso ad internet, cosa che al di la dello specifico accaduto, data l’accusa di pedofilia, le restrizioni domiciliari ed un processo in corso, il semplice buonsenso fa pensare non dovrebbe avere un accesso incontrollato a internet.

  • Il 21 luglio, nuova udienza nel procedimento a carico di don Livio Graziano

    Il 21 luglio, nuova udienza nel procedimento a carico di don Livio Graziano

    Continua il procedimento a carico di don Livio Graziano, accusato di abusi sessuali ai danni di un infraquattordicenne affidato alle sue cure.

    Il sacerdote attualmente agli arresti domiciliari, è ospite di una struttura per l’assistenza ai sacerdoti in difficoltà.

    La prossima udienza è fissata per giovedì 21 luglio alle 9, presso il tribunale di Avellino. Tra i convocati, anche la madre della presunta vittima.

    Leg

  • Aversa – Emoticon sulle foto e gli account violati della presunta vittima di don Livio Graziano

    Aversa – Emoticon sulle foto e gli account violati della presunta vittima di don Livio Graziano

    Un incubo che da un giorno all’altro ha cambiato la vita di un’intera famiglia che non sa come spiegare a un ragazzino di 13 anni quello che è successo e, che senza mezzi per capire, da un giorno all’altro ha scoperto che quelle strane attenzioni del sacerdote erano stupri.

    Don Livio Graziano è agli arresti domiciliari dal 26 ottobre scorso, mentre continua in tribunale il processo che lo vede imputato di violenza sessuale ai danni di un bambino, che dopo avere capito in parte di avere subito il tradimento più brutto e violento che un adulto possa fare, vive un comprensibile stato di confusione e di ansia, nell’impotenza più totale dovuta all’età.

    A turbare ulteriormente il già fragile clima familiare è quanto accaduto agli inizi di giugno, quando improvvisamente qualcuno violerà l’account Facebook e Google della presunta vittima, che si accorgerà di una trentina di accessi anomali registrati e continuati già da diverso tempo, effettuati da dispositivi Apple che non possiede, tutti provenienti dallo stesso indirizzo IP, riconducibile alla zona dove oggi è agli arresti domiciliari il sacerdote. Ma questo non vuole dire che l’artefice sia per forza lui, se non fino a quando questo non sarà dimostrato.

    Le presunte molestie continuano pochi giorni dopo, quando la presunta vittima ed i suoi familiari notano da un profilo Google omonimo a quello del sacerdote, alcune emoticon di apprezzamento recenti, sulle foto del ragazzo.

    Nei giorni scorsi sono state formalizzate dalla famiglia due querele contro ignoti per fare luce sui responsabili, seguite da una istanza del difensore del ragazzo al Pubblico Ministero.

    Francesco Zanardi