Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Locride

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 8 del 28 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 8 del 28 ottobre

    • Ludovica Eugenio – Circa 440mila persone, l’1,13% della popolazione maggiorenne spagnola, dichiara di aver subito abusi sessuali in ambito ecclesiastico

    Con circa 440mila persone che dichiara di aver subito abusi sessuali nel contesto della Chiesa, pari all’1,13% della popolazione maggiorenne spagnola, di cui circa la metà vittima di un prete o un religioso cattolico  il rapporto sugli abusi oggi pubblicato, che copre gli ultimi 50 anni, fa della Spagna il paese con la più alta proiezione ufficiale di persone colpite, con un 30% in più rispetto alla Francia, il cui Rapporto Sauvé contava 330.000 vittime nel 2021.

    La metà dei casi, circa 200 mila, riguarderebbe minori. Il rapporto si basa su un sondaggio condotto su 8.000 persone e commissionato dalla commissione d’inchiesta sul fenomeno avviata dal Parlamento e curata dall’istituzione del Difensore civico. Un’indagine durata 15 mesi, nata da una grande inchiesta giornalistica del quotidiano El Pais..

    Ángel Gabilondo, difensore civico, che ha coordinato i lavori di un anno e mezzo della commissione, ha precisato in conferenza stampa che la maggior parte degli abusi si è verificata tra il 1970 e il 1990. Inoltre, la commissione di esperti ha intervistato 487 vittime di abusi sessuali, dei quali circa un terzo ha evidenziato problemi emotivi legati allo stress post-traumatico.

    Per il difensore civico, che il 27 ottobre ha consegnato ufficialmente il rapporto di oltre 700 pagine al parlamento spagnolo, che lo aveva commissionato nel marzo 2022, il testo è una “risposta” alla “sofferenza e alla solitudine” delle persone colpite.

    Nella Chiesa cattolica spagnola “purtroppo da molti anni prevale una certa volontà di negare gli abusi o di nascondere o proteggere gli autori di abusi”, ha denunciato Gabilondo.

    Tra le raccomandazioni del rapporto spicca “la creazione di un fondo statale per risarcire” le vittime. La Chiesa cattolica, che per anni ha rifiutato categoricamente qualsiasi indagine esaustiva, ha rifiutato di partecipare alla commissione, anche se alla fine ha fornito i documenti.

    La Conferenza episcopale, che non ha commentato la notizia, ha convocato per lunedì un’assemblea straordinaria per prendere posizione.


    • Federica Tourn – Rupnik accolto nella diocesi di Capodistria

    Marko Rupnik, il celebre sacerdote e artista accusato di aver abusato di diverse donne ed espulso dalla Compagnia di Gesù lo scorso 14 luglio, è stato incardinato nella diocesi di Capodistria dal vescovo Jurij Bizjak alla fine di agosto. La voce in Slovenia girava da tempo, ma fino a ieri non si aveva alcuna conferma ufficiale. Secondo quanto ha dichiarato il vicario generale Slavko Rebec, «il vescovo di Capodistria ha accettato sulla base del decreto di dimissione di Rupnik dall’ordine dei gesuiti e sulla base della richiesta di ammissione di Rupnik alla diocesi di Capodistria». L’incardinazione del sacerdote è avvenuta «sulla base del fatto che non era stata emessa alcuna sentenza giudiziaria nei confronti di Rupnik – prosegue monsignor Rebec – chiunque risulti accusato di un reato penale ha il diritto di essere presunto innocente fino a quando

    è giudicato colpevole in base alla legge, in un procedimento pubblico in cui gli viene data la possibilità di difendersi. Fino a quando Rupnik non sarà condannato, gode di tutti i diritti e le libertà fondamentali dei sacerdoti diocesani»

    Rupnik aveva semplicemente bisogno di un vescovo che lo accogliesse formalmente per poter continuare a esercitare il ministero come sacerdote diocesano. Infatti non si trova attualmente a Capodistria e né ci lavorerà, ma è «ufficiosamente» a Roma, come ha dichiarato candidamente don Božo Rustja, portavoce della diocesi di Capodistria, ripreso da Družina. È da notare che il vescovo di Capodistria ha dato le dimissioni più di un anno fa per ragioni di età (ha compiuto 75 anni nel febbraio 2022) ed è in attesa che papa Francesco nomini un successore. Secondo quanto si dice nella chiesa slovena, la sedia da vescovo a Capodistria era già pronta per Ivan Bresciani quando è scoppiato lo scandalo Rupnik e tutto è stato congelato. Bresciani, già vicedirettore del Centro Aletti e per sei anni provinciale dei gesuiti in Slovenia, è fra i fedelissimi di Rupnik ed è uscito dalla Compagnia di Gesù poco dopo l’espulsione del confratello. Sempre secondo quanto riferisce Družina, anche altri tre ex gesuiti sloveni del Centro di via Paolina sarebbero stati accolti dal vescovo Maksimilijan Matjaž nella diocesi di Celje, a una settantina di chilometri dalla capitale, ma manca ancora la conferma ufficiale.

    Fonte: Domani


    • Francesco Zanardi – Molestie sessuali sui pazienti psichiatrici, tre anni a don Federico De Bianchi

    Il Tribunale di Treviso ha condannato un sacerdote della Diocesi di Vittorio Veneto, don Federico De Bianchi, imputato di presunte molestie sessuali nei confronti di quattro persone ricoverate, tra il 2009 e 2010, nel reparto di psichiatria dell’ospedale dove prestava servizio come cappellano. Lo riferisce una nota della stessa Diocesi. Il giudice ha assolto don De Bianchi per uno dei quattro casi, e lo ha prosciolto per altri due; per il quarto caso ha riconosciuto la parziale validità dell’accusa, con la conseguente condanna a tre anni dell’imputato.

    L’accusa aveva chiesto una pena di otto anni di reclusione. De Bianchi «continua a confidare nella giustizia – precisa la nota – ed esprime la disponibilità a proseguire l’iter giudiziario ‘con la serenità che viene dalla mia coscienzà, afferma».

    Il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, esprime «dispiacere per l’esito del primo grado di questo lungo processo, durato già quasi sette anni, che vede come imputato don De Bianchi. Fin dall’inizio del procedimento don Federico ha sostenuto la propria innocenza, rinunciando a qualsiasi forma di patteggiamento, sicuro che la sua innocenza sarebbe stata documentata dal dibattimento».

    «In base agli elementi di cui sono a conoscenza rimango convinto che don Federico sia estraneo alle azioni di cui è accusato. Proprio per questo – conclude – incoraggio il ricorso in appello, convinto che sarà dimostrata la sua estraneità a quei fatti che, ancora, gli sono imputati».


    • Alessio Di Florio – Elisa Claps, in occasione della manifestazione per l’anniversario accusato di abusi sessuali l’ex parroco

    Sono passati esattamente trent’anni dalla scomparsa di Elisa Claps. Una prima verità arrivò solo dopo diciassette anni quando il corpo della ragazza fu ritrovato all’interno della Chiesa della Santissima Trinità a Potenza. Ci sono alcuni punti fermi sulla vicenda ma trent’anni dopo tanti sono ancora gli interrogativi, i dubbi, le verità parziali o mancate.

    La Chiesa della Santissima Trinità è stata riaperta al pubblico e tornerà alla sua normale quotidianità religiosa nonostante le proteste della famiglia Claps. In occasione del trentennale della scomparsa di Elisa Claps (e del suo assassinio perché le indagini e i processi hanno accertato che fu uccisa il giorno stesso della scomparsa) si è tenuta una manifestazione di fronte la Chiesa. «Io in quella chiesa – ha dichiarato uno dei presenti, Dino Quarantino – sono stato abusato» aggiungendo, riporta il Quotidiano del Sud, dopo che alcuni presenti gli hanno urlato di fare nomi, di essere «indignato da quella targa apposta all’interno che ricorda don Mimì Sabia», il parroco della Santissima Trinità oggi deceduto.

    Fonte: Quotidiano del Sud


    • Francesco Zanardi – CIVITAVECCHIA: Don Ivan Leto salvato dalla prescrizione

    Si è svolto mercoledì a Civitavecchia il processo nei confronti di don Ivan Leto, all’epoca dei fatti parroco della parrocchia di san Giordano Martire, rinviato a giudizio per diffamazione ai danni del Presidente della Rete L’ABUSO.

    Il sacerdote aveva ospitato nel 2015 un prete, don Francesco Rutigliano, condannato dal santo uffizio per abusi sessuali a danno di minori, omettendo la cosa ai fedeli e lasciandolo a contato con minori. Fedeli che tuttavia si accorsero dei precedenti del sacerdote attraverso il sito della Rete L’ABUSO che ne documentava il caso.

    Ad aggravare il tutto il fatto che la stessa vittima di don Francesco Rutiliano fuggita dalla Locride dopo gli abusi, si fosse rifatta una vita proprio a Civitavecchia, dove il prete che l’abusò, dopo la sospensione di cinque anni fu reintegrato.

    Se pur don Leto dichiarò alla Rete L’ABUSO di non essere a conoscenza dei precedenti del collega, che fu costretto a lasciare la parrocchia, pubblicò falsità diffamanti a suo sostegno contro l’associazione e attraverso il sito della stessa diocesi dove affermava in totale malafede che Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO, per quei fatti fosse stato raggiunto da un avviso di garanzia già notificato e un procedimento da parte del Garante, oltre il fatto che a suo dire, Zanardi non fosse nuovo ad azioni diffamatorie contro il clero. Notizia totalmente falsa.

    Tuttavia i provvidenziali ritardi della giustizia italiana, se pur avesse ravvisato la diffamazione aggravata già su base documentale, hanno permesso che il reato si prescrivesse, sia per quanto riguarda il prete, sia per la Diocesi, di fatto responsabile della diffamazione a mezzo stampa.

    Questa mattina il colpo di scena in aula, dove il difensore della Rete, l’avvocato Mario Caligiuri, non ha potuto che riscontrare purtroppo l’estinzione del reato a causa dell’intervento dei termini prescrittivi.


    • Federico Tulli – Diciassette secoli di pedofilia nella Chiesa cattolica

    È l’anno 305 quando il Concilio di Elvira stabilisce come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati.

    Ecco cosa annota lo storiografo Claudio Rendina nel suo libro I peccati del Vaticano (Newton Compton, 2009):

    «Stranamente l’alto e basso Medioevo non ci rivelano casi di pedofilia nei quali siano coinvolti ecclesiastici, ma questo dipende anche dall’ignominioso concetto che i bambini di quel tempo sono ritenuti posseduti dal demonio, tanto da essere torturati e bruciati vivi affinché possano espiare le loro colpe. Questi bambini non sono altro che i capri espiatori su cui sfogare libidini, risentimenti politico-religiosi, superstizioni e paure di un’intera comunità, e quindi eventuali casi di pedofilia rientrano nell’applicazione di certe condanne».

    Tutta la storia della Chiesa è dunque attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici.

    Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette. Come Sergio III il quale, salito al trono pontificio nel 904 a quarantacinque anni, ebbe per amante la quindicenne Marozia. E come Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. E poi ancora Giulio II, nel 1511, con il piccolo Gonzaga di dieci anni. E Giulio III con Innocenzo del Monte, anche lui dodicenne, che lo stesso Papa nominerà cardinale a diciott’anni.

    Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:

    Ama Del Monte con ugual ardore

    la scimmia e il servitore.

    Egli al vago femmineo garzoncello

    ha mandato il cappello*:

    perché la scimmia, a trattamento uguale,

    non fa pur cardinale?


     

  • CIVITAVECCHIA: Don Ivan Leto salvato dalla prescrizione

    CIVITAVECCHIA: Don Ivan Leto salvato dalla prescrizione

    Si è svolto questa mattina a Civitavecchia il processo nei confronti di don Ivan Leto, all’epoca dei fatti parroco della parrocchia di san Giordano Martire, rinviato a giudizio per diffamazione ai danni del Presidente della Rete L’ABUSO.

    Il sacerdote aveva ospitato nel 2015 un prete, don Francesco Rutigliano, condannato dal santo uffizio per abusi sessuali a danno di minori, omettendo la cosa ai fedeli e lasciandolo a contato con minori. Fedeli che tuttavia si accorsero dei precedenti del sacerdote attraverso il sito della Rete L’ABUSO che ne documentava il caso.

    Ad aggravare il tutto il fatto che la stessa vittima di don Francesco Rutiliano fuggita dalla Locride dopo gli abusi, si fosse rifatta una vita proprio a Civitavecchia, dove il prete che l’abusò, dopo la sospensione di cinque anni fu reintegrato.

    Se pur don Leto dichiarò alla Rete L’ABUSO di non essere a conoscenza dei precedenti del collega, che fu costretto a lasciare la parrocchia, pubblicò falsità diffamanti a suo sostegno contro l’associazione e attraverso il sito della stessa diocesi dove affermava in totale malafede che Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO, per quei fatti fosse stato raggiunto da un avviso di garanzia già notificato e un procedimento da parte del Garante, oltre il fatto che a suo dire, Zanardi non fosse nuovo ad azioni diffamatorie contro il clero. Notizia totalmente falsa.

    Tuttavia i provvidenziali ritardi della giustizia italiana, se pur avesse ravvisato la diffamazione aggravata già su base documentale, hanno permesso che il reato si prescrivesse, sia per quanto riguarda il prete, sia per la Diocesi, di fatto responsabile della diffamazione a mezzo stampa.

    Questa mattina il colpo di scena in aula, dove il difensore della Rete, l’avvocato Mario Caligiuri, non ha potuto che riscontrare purtroppo l’estinzione del reato a causa dell’intervento dei termini prescrittivi.

  • “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    di Alessandro Milan – “Il Papa dovrebbe fare una cosa sola per risolvere il problema: inserire per i vescovi l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria”. Francesco Zanardi ha 46 anni e presiede l’onlus ‘L’Abuso’. Quello che lui chiama ‘il problema’ è la pedofilia all’interno della Chiesa. In settimana è uscito il libro “Lussuria” in cui Emiliano Fittipaldi (già autore di “Avarizia” che gli valse un processo da parte del Vaticano, finito poi con l’assoluzione) denuncia l’omertà del Vaticano nel trattare i casi di abusi sessuali compiuti da preti. Uno di questi casi riguarda Zanardi, violentato per quattro anni negli anni Ottanta da don Nello Giraudo, allora parroco di Spotorno.

    “Spero che questo libro porti consapevolezza – aggiunge Zanardi – dato che l’Italia è molto connivente con il potere della Chiesa. Basti pensare che non è mai stata fatta una commissione d’inchiesta parlamentare sul tema”.

    Don Giraudo, oggi ridotto allo stato laicale, è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere con la condizionale, anche se non per gli abusi subiti da Zanardi e da altri ragazzini. Per quelli è intervenuta la prescrizione.

    Quando nasce la rete ‘L’abuso’?

    “Nel 2010, quando noi vittime italiane di molestie da parte dei sacerdoti manifestammo vicino al Vaticano con le vittime mondiali. Ci guardammo in faccia”.

    E?

    “Fu, per me come per gli altri, una sorta di terapia collettiva straordinaria. Eravamo una mezza dozzina di abusati italiani. Andammo a mangiare una pizza, ci confrontammo, ci capimmo al volo. <Cosa possiamo fare?> ci dicemmo”.

    La risposta?

    “Il pedofilo ha il profilo simile a quello di un serial killer, non si ferma finché non viene arrestato. Dovevamo pensarci noi, e per farlo dovevamo trovare vittime recenti e denunciare. Iniziai proprio io a Savona con don Nello e trovai un ragazzino che fu abusato da lui nel 2005”.

    Ci arriviamo. Prima partiamo da lei. Quando scatta la prescrizione per questi reati?

    “All’epoca dopo dieci anni, dall’ottobre del 2013 con il trattato di Lanzarote è stata raddoppiata a vent’anni. Ma i miei fatti sono successi 35 anni fa”.

    I fatti.

    “Avevo 11 anni. C’era questo prete, don Nello Giraudo, la cui carriera era partito malissimo. Nel 1980 prende i voti ed è subito denunciato da una mamma che nota le sue morbose attenzione nei confronti del figlio”.

    Che ne è stato di questa denuncia?

    “Venne alla luce vent’anni dopo perché purtroppo i genitori la presentarono al vescovo, non in procura. Monsignor Giulio Sanguinetti non fece altro che spostare don Nello di sette chilometri, a Spotorno, nella mia parrocchia. Qui il prete ha fatto una strage, si contano almeno una trentina di sue vittime”.

    Che fa don Nello?

    “Quando lo denunciai lo feci inizialmente per gli abusi subiti al campeggio vicino a Garessio. Ma tante violenze le avevo rimosse. Parlando con un’altra vittima mi venne in mente un particolare: i pantaloni di velluto”.

    Cioè?

    “Quel ragazzo li citò, per me fu come un risveglio. Ricordai il primo abuso, nel seminterrato della parrocchia. Don Nello che mi fece sedere sulle sue gambe, su quei pantaloni. E mi masturbò”.

    Come reagì lei?

    “Rimasi di ghiaccio. Lo so che è assurdo ma mi sembrava una cosa normale. Lui era un prete. Don Nello con i ragazzini parlava di sesso in modo aperto, esplicito. A 11 anni non hai la coscienza di un ventenne. Pensi: <Il prete è un uomo di Dio, è una persona buona, non fa nulla che non vada fatto>. Sei perplesso, ma non hai gli strumenti per elaborare la cosa”.

    Ci sono state altre molestie?

    “Tantissime. Questo prete organizzava dei campeggi. Si partiva in cinque, lui e quattro ragazzini, con due tende, una da tre posti e una da due. Uno dei ragazzi a turno dormiva con lui”.

    E lì altre molestie?

    “Sapevamo tutti cosa succedeva a chi dormiva con lui, ma non ne parlavamo tra di noi. Provavamo vergogna”.

    Cosa succedeva?

    “Anche rapporti completi, di cui parlava con noi singolarmente, in modi piuttosto spudorati”.

    Lei cosa raccontava a casa, in famiglia?

    “Nulla. Assolutamente bocca cucita, per carità. Il profilo tipico della vittima non è quello di un ragazzo con una famiglia presente. A casa mia avevo poche attenzioni da parte di mio padre, mia madre invece era maniaca della scuola e della Chiesa”.

    In che senso maniaca?

    “La domenica dovevo fare il chierichetto alle tre funzioni del mattino perché mia madre a sorpresa veniva a vedere se stavo servendo Messa. Don Nello frequentava casa mia, usciva a cena con mio padre. E’ un classico del rapporto prete-vittima, ma l’ho scoperto solo dopo”.

    Quanto continuarono gli abusi?

    “Circa quattro anni. Non riuscendo a reagire, verso i 15 anni iniziò il mio tracollo. Abbandonai la parrocchia, persi tutti gli amici, caddi nell’eroina. Mi sono fatto fino ai 26 anni”.

    E’ incredibile pensare che per anni lei sia stato in silenzio.

    “Le dirò di più per capire come funziona questo blocco psicologico. Quando nel 2000 emerse lo scandalo negli Usa io leggevo le notizie e pensavo: <Mamma mia cosa fanno questi preti in America>. Invece un sacerdote lo aveva fatto anche a me”.

    Non ricordava?

    “Non volevo ricordare. L’avevo rimosso. Non riuscivo ad accettare di essere stato abusato. Ero come in uno stato di incoscienza”.

    Invece era successo.

    “Ma ho denunciato solamente nel 2008. La molla mi scattò quando scoprii che il vescovo di Savona aveva fatto aprire a don Nello una comunità per adolescenti in difficoltà”.

    Addirittura?

    “Ho attraversato una crisi tremenda, non riuscivo a parlarne. C’è voluta un’amica che mi ha letteralmente trascinato dai Carabinieri. Lo ricordo come il giorno più brutto della mia vita. Provai una vergogna tremenda”.

    Però denunciò.

    “Ma il giorno dopo incassai la delusione più cocente mai provata. Il maresciallo mi disse che il reato era comunque prescritto. La svolta ci fu nel 2010. Mi chiamò Giovanni Battista Ferro, pm a Savona. Mi disse: <Zanardi, lei conosce qualche vittima più recente>?

    Lei la trovò?

    “Trovammo una vittima fresca, scusi l’espressione. Un ragazzo abusato nel 2005 in un campo scout. Don Nello è stato condannato a un anno e sei mesi con la condizionale. Non ha fatto un solo giorno di carcere”.

    Dov’è?

    “A Savona, lo vedo spesso. Ma non provo nulla, lui cammina a testa bassa. All’inizio gli urlavo <pedofilo!> quando lo incontravo in mezzo alla gente. Ma ho lasciato da parte la rabbia”.

    E’ ancora prete?

    “No, ma solo perché lui ha chiesto la riduzione allo stato laicale. Lavora come cuoco in una rosticceria. Ma fosse stato per la Chiesa, lo avrebbero spostato da un’altra parte e stop”.

    Succede?

    “Eccome. Fittipaldi nel libro racconta di don Francesco Rutigliano, caso scoperto da me. Lui è un prete della Locride condannato dal tribunale canonico a quattro anni per abuso di minore. Risultato: l’hanno trasferito a Civitavecchia”.

    Perché, secondo lei?

    “In Italia esiste poca cultura sul tema. Se si scopre un vicino di casa pedofilo i condomini gli fanno la pelle, se il denunciato è un prete istintivamente viene massacrata la vittima. Nel caso di don Nello alcuni parrocchiani dicevano: <Forse toccava alcuni ragazzini ma serviva bene Messa>”.

    Mi può dare qualche numero sul fenomeno?

    “Attualmente ci sono 112 preti indagati e 133 condannati in via definitiva. Ma sono dati parziali e relativi solo agli ultimi 15 anni”.

    Non crede all’apertura del Papa?

    “La Chiesa è omertosa. Anche questo Papa fa solo annunci, basti vedere il caso dell’Istituto ‘Provolo’ di Verona. Le vittime hanno scritto le prime lettere alla Santa Sede nel 2009 e hanno consegnato formalmente a Papa Francesco le denunce nel 2014. Sono passati due anni e i tempi lunghi  rendono le vittime sacrificabili. Tenga conto che al ‘Provolo’ gli abusati che hanno denunciato sono 63. I preti coinvolti sono 26”.

    Numeri impressionanti.

    “La Chiesa non vuole perdere preti. Quando ci sono casi chiacchierati, fa di tutto per coprire e mettere a tacere lo scandalo”.

    Zanardi, com’è oggi la sua vita?

    “Vado avanti con la forza d’animo. Ma ho diversi problemi”.

    Me ne dica uno.

    “Il trauma resta. Quando denunciai nel 2010 non riuscii più a fare sesso, per esempio. Ho assistiti che non riescono a cambiare il pannolino ai figli”.

    Si dice: spesso il pedofilo è una persona a sua volta abusata da piccolo.

    “Qualche caso c’è, purtroppo. L’abbiamo avuto anche in associazione”.

    Lei può ottenere risarcimenti?

    “Certo. La prescrizione per la causa civile è di cinque anni, ma scattano da quando ti rendi conto di avere subito il trauma. Io e altri quattro abusati stiamo per chiedere un milione e 200mila euro a testa”.

    Puntate ai soldi.

    “Le nostre vite sono state distrutte. Tra i nostri associati abbiamo persone con malattie psicosomatiche assurde. Un abusato di certo non diventa un direttore di banca, non è una persona con una stabilità psichica. I soldi non ci servono per fare la bella vita”.

     

     

  • Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    di Alessandro Principe

    Il vescovo della diocesi di Imperia e Albenga Mario Oliveri è stato rimosso dal suo incarico dal papa. Formalmente, Bergoglio ha accettato oggi, con una bolla papale, le dimissioni presentate dallo stesso Oliveri. Ma si tratta di una procedura che, nella sostanza, prende atto e ratifica le accuse rivolte al monsignore. In particolare, quella di aver coperto, accogliendoli nella propria diocesi, preti accusati e, in alcuni casi, condannati, per pedofilia. La scelta di papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una visita alla diocesi di Imperia e Albenga, guidata da Oliveri dal 1990.

    “Una buona notizia, ma la Chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili. E Bergoglio non sta davvero cambiando le cose”: questa l’accusa lanciata da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’Abuso, che denuncia casi di pedofilia nella Chiesa e assiste le vittime. Lo stesso Zanardi, da bambino, venne abusato da un sacerdote, proprio in quella diocesi.

    “La diocesi di Albenga – racconta Zanardi – in questi anni è diventata un rifugio pecatorum di diversi preti già condannati per pedofilia in altri paesi e poi trasferiti e lì accolti. Ma non solo casi di pedofilia. Addirittura con il caso di don Paolo Piccoli, qualche giorno fa rinviato a giudizio per omicidio. E’ stata la diocesi degli scandali per tanti anni”.

    Il vescovo Oliveri che ruolo ha avuto in tutto questo?

    “Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. L’ultimo caso di pedofilia che abbiamo denunciato è quello di don Francesco Zappella, condannato nel 1992 a Pinerolo per abuso di minori e poi accolto nella diocesi di Albenga. C’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi”.

    Ma il ricollocamento di preti accusati o condannati per pedofilia in diocesi diverse da quelle di provenienza è una pratica diffusa?

    “Purtroppo sì, i casi sono molti, e per questo noi diciamo di non denunciare all’autorità ecclesiastica ma alla magistratura. C’è un caso, quello di don Francesco Rutigliano, condannato dall’autorità ecclesiastica per abuso di minori nella Locride, mai denunciato all’autorità giudiziaria e trasferito a Civitavecchia. Lo abbiamo scoperto l’anno scorso”.

    Perché succede questo?

    “Innanzitutto perché se le condanne restano solo a livello canonico – e non giudiziario – vengono spesso taciute. C’è anche una grossa lacuna che non riguarda solo la Chiesa ma la pedofilia in generale: in Italia non abbiamo un database nazionale dei condannati per pedofilia, come avviene in molti Paesi. Noi come Rete l’Abuso abbiamo fatto una mappa che trovate sul nostro sito intitolata ‘Diocesi non sicure’: abbiamo raccolto i casi che conosciamo riferiti agli ultimi 15 anni in Italia. E siamo arrivati a 230 casi di sarcerdoti tra i condannati e gli indagati per pedofilia: molti di questi li ritroviamo in altre parrocchie”.

    Anche a contatto con i bambini?

    “Assolutamente sì. Nel caso che citavo prima, quello di don Renato Giacardi, condannato a Cuneo e spostato a Loano, sono insorti anche i parrocchiani. Ma questo non è bastato a rimuoverlo dalla parrocchia, dove si presume, ci siano anche attività con minori”.

    Questo suo impegno nasce da un’esperienza personale: lei da bambino è stato vittima di un prete pedofilo.

    “Sì, io sono stato abusato da un sacerdote a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Che poi siamo riusciti a far condannare nel 2012. Abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione. E siamo partiti da fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, a innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”.

    Il prete che abusò di lei aveva dei precedenti?

    “Certo. Nel 1980, lo stesso anno in cui prese i voti, abusò di un ragazzino. Venne spostato a Spotorno, dove vivevo anch’io, è lì continuò ad abusare di ragazzi, tanti miei coetanei, me compreso. Malgrado nel paese si chiacchierasse molto di quello che faceva il sacerdote, il vescovo ebbe la brillante idea di fargli aprire una comunità per minori in difficoltà. Una pratica che abbiamo riscontrato in altri casi: i preti pedofili spesso vengono messi a contatto con minori che si presume siano più deboli, più in difficoltà, e quindi molto meno propensi a denunciare”.

    Quando ha denunciato per la prima volta pubblicamente quello che le era successo?

    “Molto tardi, nel 2009. E’ una questione di consapevolezza. Perché si denuncia dopo tanti anni? A un certo punto della tua vita ti rendi conto che le problematiche che hai da adulto sono causate da quello che ti è successo da piccolo”.

    La Chiesa di papa Bergoglio sta facendo di più per combattere la pedofilia?

    “Purtroppo sono costretto a dire di no. Nonostante tutti gli appelli, i provvedimenti presi sono sempre a tutela della Chiesa stessa. Noi abbiamo più di 500 vittime in associazione: non vediamo nessun aiuto alle vittime, nessun risarcimento, nessun atto concreto. Ci sono solo delle promesse: ‘Non succederà più’. Ma queste promesse le sentiamo dai tempi di papa Wojtyla. Gli spostamenti dei preti pedofili da una parrocchia all’altra continuano ad esserci. Restando sempre ad Albenga, c’è un altro caso clamoroso, quello di don Luciano Massaferro. Anche lui ha scontato il carcere, condannato a 7 anni e 8 mesi per molestie sessuali su una bambina, è tornato a casa, fa ancora il sacerdote. Insomma, i buoni propositi andrebbero applicati, ma ancora non è così”.

    http://www.radiopopolare.it/2016/09/preti-pedofili-rimosso-vescovo-di-albenga-ma-gli-abusi-ci-sono-ancora/

  • Civitavecchia; bufera nella parrocchia di S. Gordiano Martire dopo la denuncia della Rete L’ABUSO e l’arrivo di don Francesco, trasferito dalla Locride dopo una condanna per abuso di minore.

    Civitavecchia; bufera nella parrocchia di S. Gordiano Martire dopo la denuncia della Rete L’ABUSO e l’arrivo di don Francesco, trasferito dalla Locride dopo una condanna per abuso di minore.

    Da più di una settimana c’è subbuglio a Civitavecchia dopo l’arrivo di don Francesco Rutigliano, dichiarato come emerge nel provvedimento del Santo Ufizio “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante di abuso di dignità e ufficio”.

    In questi giorni molti residenti hanno contattato la Rete L’ABUSO che nelle scorse settimane ha fatto emergere il caso. Chi ci ha scritto denuncia oltre alla gravità della situazione, anche il fatto che la parrocchia di S. Giordano Martire, dove il sacerdote sarebbe stato reintegrato con la funzione di vice parroco, è frequentata da molti minori.

    Una mamma allarmata ci scrive informandoci che “La parrocchia dove è stato inviato è circondata da tre scuole che distano pochi passi dalla chiesa, alle spalle della parrocchia poi (praticamente attaccato) c’è un campo di calcio ove girano tantissimi ragazzini. Siamo preoccupati. Questo vescovo sta distruggendo la diocesi di Civitavecchia e Tarquinia”.

    Ma a rendere ancora più inquietante la situazione è la leggerezza con la quale il parroco, don Ivan Leto cerca di tranquillizzare i fedeli ai quali scrive una lettera aperta nella quale in sostanza nega l’esistenza di una condanna nei confronti di don Francesco.

    “LETTERA APERTA ALLA MIA GENTE!
    Carissimi, questa mattina, durante la Santa Messa delle ore 11, sono rimasto ORGOGLIOSO di voi, della mia gente!  La vostra capacità di ascolto e di discernimento, vi ha portati a identificare la verità che ha come basamento l’amore per una giustizia giusta e non per una ricerca estrema del marcio ad ogni costo. Oggi e’ difficile fuggire alla giustizia civile ed ecclesiastica quando si sbaglia! E grazie alla stessa giustizia ecclesiastica e civile e’ praticamente impossibile continuare ad esercitare il proprio ufficio, quando si è accertata la colpa. Al termine della Messa dei ragazzi, Don Francesco, mi ha espresso il desiderio di potervi parlare apertamente e noi la prossima domenica lo ascolteremo comunitariamente.
    Buon cammino d’avvento! Don Ivan.”

    Pare che i buoni propositi di Papa Francesco al momento restino inattuabili, purtroppo, non solo in questo caso emerge una grave mancanza di senso civico e di onestà che parte proprio dalle gerarchie della chiesa. Nel caso di don Rutigliano infatti, la chiesa avrebbe anche omesso di denunciare i fatti all’Autorità Giudiziaria con il risultato che tutti quanti vediamo.

  • Diritto di replica II° (tratto da NININ Liguria)

    Diritto di replica II° (tratto da NININ Liguria)

    Spettabile Redazione Ninin Nuova Informazione Indipendente e Suo Diretto Responsabile Email: HYPERLINK “mailto:ninin.liguria@gmail.com” ninin.liguria@gmail.com

    Dando seguito  a denuncia  on- line alla Polizia Postale e mi riservo un esposto alla  Procura della Repubblica,  ai sensi dell’art. 8 della legge sulla stampa  faccio presente gravi violazioni rispetto ai contenuti riprodotti  nell’articolo criminis che mi riguarda.   I cui racconti più che rispecchiare i canoni di una cronaca corretta evidenziano, purtroppo,  l’esigenza narrativa da  horror – tragicus,  in  propagazione di False notizie ai fini del dolo –  art. 495 c.p.   Un sano e serio giornalismo presuppone per deontologia ed etica professionale il dovere di raccontare,  scrupolosamente,  i fatti della cronaca nel rispetto della legge che la regolamenta.   A discapito  dell’uso spietato e barbaro del mezzo di comunicazione che si  presta alla gentile  cortesia del richiedente, sino alla violazione penale dell’ art.594  cp  per la diffamazione e  dell’art. 661  – abuso della credulità popolare.

    Premesso che da mesi  ZANARDI  ( soggetto a me sconosciuto  e quindi  per me “Signor nessuno”) esercita a mio carico –  nella modalità del  “fumus – persecutionis”  –  in modo ossessivo la diffusione presso varie  redazioni  di notizie lesive in  sciacallaggio mediatico.  Inventandosi anche minacce ed  intimidazioni, a suo dire  da me perpetrate nei sui confronti ( e come tali mai dimostrate con prove concrete )  nel vano tentativo – si presume –  di speculare le prime pagine dei giornali,  guadagnandosi la gloria della  notorietà. Una  trovata deprecabile e  di geniale   “comicità deprimente”  ….   Prova evidente di come si riesca con estremo dilettantismo  a confezionare  in  produzione mal riuscita,   patetici e finti  eroi  che si rivelano, di fatto,   buffi da trattenimento!   Fermo restando che il diritto di contestazione o di replica, esercitato della parte lesa,  rispetto a questioni che lo interpellino direttamente,  più che una violenza privata o  minaccia, va palesato al Signor nessuno –  costituisce un sacrosanto diritto. E’  tutela di un cittadino anche l’intervento delle autorità di competenza  come verificatosi nel suo caso.  Inoltre,  il diritto di replica a contenuti volgari e infamanti…, va spiegato al Signor nessuno, più che violenza privata  risulta  nel nostro Paese che è civile e democratico un diritto sancito dall’art.8 della legge sulla stampa.  E  chi propaga  insulti, infamie e diffamazioni, oltre  che ad essere perseguito per i medesimi reati,   è anche soggetto all’oscuramento del sito  va  sempre  spiegato al Signor nessuno. Perché vige non la formula liberticida, come lamenta il Signor nessuno,  piuttosto vige il diritto di civiltà,  del rispetto sociale verso  le persone  e nei confronti di ogni cittadino,  garantito dalla stessa costituzione.   Nulla a che vedere con la giungla  primitiva e selvaggia o status mafioso,  in cui la prepotenza e l’arroganza di uccidere liberamente,  senza risponderne a nessuno,  resta una pretesa impunita e di regime malato e di grave pericolo e minaccia sociale!

    a)  A proposito dell’indicata   “condanna”…  inflitta a mio carico dal Vaticano  da  Congregazione Dottrina della Fede  e riportato in articolo,  per scarsa conoscenza del diritto canonico emersa dal predetto contenuto  indicato in articolo,  si precisa che la   Congregazione  non infligge condanne,  perché  non ne ha competenza canonica per farlo – non è più l’inquisizione – emette solo sanzioni!  E’ competenza di emendare condanne solo al Tribunale Apostolico quale  massimo organo giuridico del Vaticano che tratta la materia di grave rilevanza penale. Per mia grazia non conosco,  in termini di procedimento giudiziario penale,  predetto Tribunale Apostolico.  Ulteriore conferma che   a mio carico non sussiste alcuna  condanne  di specie. L’unica  condanne  che si  riscontra,  in questa trattazione,  è la povertà umana della divulgazione di  simili idiozie!  Una elementare lettura,  da profani del diritto,  permetterebbe di cogliere a riscontro che   nel citato DECRETO   non  viene indicata “la vittima”…  ( cosa che  presuppone  la condanna definitiva )  bensì   “presunta- vittima” …   La vittima non è tale  nell’ordinamento del diritto UNIVERSALE sino al terzo grado di giudizio e prima del quale  è riconosciuta la presunzione di innocenza a qualsiasi accusato!  Tutti siamo potenzialmente accusabili ma non tutti  gli accusati sono condannati in maniera definitiva!  Sino a quanto si parla nel merito  di  “presunta vittima”- e non di “vittima” … e acclarato che  non esistono condanne che indicano la certezza di colpevolezza emersa da procedimento giudiziario ….!

    b)  Il succitato DECRETO  non stabilisce  una sentenza definitiva ma indica  la natura  delle accuse poste e come tali acquisite  che presuppongono le medesime  sanzioni,  qualora non vengono confutati con prove certe i singoli capi d’accusa!   Come si coglie a lettura del predetto DECRETO nell’ultima pag. n. 4 –  è presente la possibilità giuridica della  contestabilità  per ricorso e si cita:  ” Ai sensi dell’art. 27  del m.p. Sacramentorum sancitatis tutela, potrà interporre ricorso avverso a  questa decisione alla sessione ordinaria”… ecc.    Perché viene omesso in pieno banditismo mediatico, volutamente censura,  nell’articolo criminis  questo aspetto che racconta la verità di svolta dell’intera vicenda?  Ci si limita  allo  sbandieramento,  in pieno reato diffamatorio e  della violazione posta nella diffusione di una  “simulazione di reato” – art. 367 cp    per  condanne  definitive!  Cosa accade di seguito a quel ricorso presentato dall’Ordinario/ o Vescovo  di Locri?

    Non vi è traccia nell’articolo ma volutamente tutto è fermo nei contenuti,  tragicamente  al  giugno  2011!  Questa è informazione?  A mio  modesto avviso  e presumo è piuttosto un  “metodo tipicamente mafioso” con cui  si intende uccidere la dignità,  la reputazione di persone incensurate  e fatte passare all’opinione pubblica  per volontà di una mente criminale,  come condannato di reati disdicevoli!    Piaccia o non al  Signor nessuno  …,    agli atti c’è un ricorso  che scioglie quel decreto il cui esito è sancito rif. di Prot. N. 234 / lì, 09/07/2013  – licenziato dalla stessa Congregazione della Dottrina della Fede! Spiacente  per il “Signor Nessuno”  ma  questa volta gli è andata male e per il suo copione ossessivo  si cerchi un altro  polletto da spellare!   Oltretutto non si è mai capito perché il 29 luglio 2015 Rete l’Abuso del Signor Nessuno,   ritira sul conto di Don Francesco la spazzatura mediatica, inviando una e-mail personale di contristata disponibilità di aiuto nella rimozione di ogni cosa.  Nel settembre 2015  riposta il tutto…  Così come non si comprende il motivo di aver diffuso per due mesi e poi ritirato, sempre da Rete l’Absuo e si cita: “ Don Francesco RUTIGLIANO denunciato da Bivongi” – a consolidare lo scoop e l’avvallo infamante del prete denunciato anche dal Comune per i gravi reati di abuso perpetrati sul territorio!  Smentita posta dallo stesso Ente citando volgarmente in pieno reato di diffamazione con una nota – COMUNE DI BIVONGI   Prot. N.  3946 / lì 05-10-2015.   Cosa nasconde questa metodica  criminis!  Si presume  – racket  o  fumus  persecutionis?  Diffamazione di chi pubblica contenuti che non conosce per poi ricredersi e poi ancora ripostarli? Isterismo mediatico che al momento  assume i risvolti di violento banditismo mediatico …!    Il sottoscritto non è stato mai sottoposto a sanzioni di durata di 4 anni ma non per aver omesso la restrizione in modo illecito  bensì,  quel DECRETO, piaccia o no al Sig. Nessuno, di fatto non esiste! E’  sciolto perché  le  accuse vengono dimostrate mere calunnie!

    c)  In Congregazione fu una donna di 45 anni  e  non un  minore a formulare le accuse.  La stessa donna che indirizza allo stesso sacerdote in questione  una ignobile raccomandazione di assunzione nelle scuole,  avente un misero diploma da magistrale con  37 di voto. Richiesta mai accolta e prontamente ricusata e, in tal senso,  ci sono prove che ne attestano il tentativo dell’illecito indicato.  La storiellina dell’abuso viene confermata da un ragazzo  di Riace e di anni 25,  di un paese che non  corrisponde  alla Comunità di Bivongi.   Al quale  è dato l’onere di sostiene  la stessa tesi accusatoria da confermare in Congregazione  e posta dalla succitata Sig.ra.   La quale  di questo ragazzo non risulta ne suo genitore e nemmeno sua parente. Misteriosamente è la stessa donna che falsifica un avvallo bancario al giovane,  la cui operazione risulta illegale,  il cui conto indicato nel documento falsificato presupponeva  che il sacerdote in questione  dovesse,  nel piano  estorsivo,   ottemperare il pagamento economico…!   E’ la stessa donna che ospita nella propria casa il  giovane. E’ una pura casualità… ovviamente!  Documento dell’avvallo bancario è  presente agli atti a deposizione processuale.  E’ un  caso  che a Bivongi si è tentati,  disperatamente e senza riuscita,  di manipolare ragazzi della mia comunità parrocchiale  come si riscontra in atti da fonti testimoniale e depositati agli atti,  a  porre illazioni calunniose  a carico del sottoscritto e giovane parroco della locride?  Operazione non riuscita,  allo stato  non esiste  un bambino o giovane che abbia e possa lamentare a Bivongi  di abusi  perpetrati  del proprio parroco!   Questa è storia e,  come tale è dimostrabile in atti processuali,  il resto è solo volgare spazzatura diffamatoria che  costituisce  grave reato penale.  Il cui intendo divulgativo GRAVEMENTE lesivo  è da chiare in Tribunale!   Visto che a mio carico non  vi è traccia di denunce o condanne penali, risulto incensurato, non sussiste  nemmeno una  condanne canonica… non capisco come possa “un incensurato” costituire  notizia di interesse mediatico di un sito della Liguria rispetto a persone fisiche,   fatti e accadimenti riconducibili nella Locride …  Non capisco, inoltre, come un episodio risalente  a molti anni fa e chiarito anche dalla stampa locale come possa costituire nel 2015  un elemento di diritto di cronaca  per la stessa notizia,  già sciolinata e consumata in tempi antecedenti alla riproposizione in post.  Mi consta ai sensi di  legge che una operazione di questo genere dovrebbe risultare priva d’interesse pubblico – come recita la normativa che regolamenta la stampa e il diritto di cronaca.  Notizia manipolata  è già un reato in violazione all’art. 2 n. 69 oltretutto se la stessa notizia viene  riproposta a distanza di anni,    in assenza di sussistenza di  nuovi elementi  non costituisce  una fonte di notizia d’interesse pubblico e non  risponde più al diritto di cronaca o d’informazione pubblica,  nel vero,  costituisce una piena violazione di reato in termini di violazione e nel dolo,  in atti persecutori art. 612 cp.,   lesive alla reputazione personale e pubblica nel ruolo esercitato di ministro del culto!  Aspetto di ulteriore materia penale che verrà chiarito in Tribunale,  qualora si dovesse ancora riscontrare  l’oggetto criminis  propagato in web:   HYPERLINK “http://www.ninin.liguria.it/…/don-francesco-rutigliano-colpevole-di-abusi-sess” www.ninin.liguria.it/…/don-francesco-rutigliano-colpevole-di-abusi-sess…

    Vi prego a non scherzare con la vita e la dignità delle persone,  lo imploro come atto di coscienza individuale!  Auspico che la dignità  e il rispetto civile  non ceda il passo alla carneficina ma trionfi la professionalità deontologica di un  sano giornalismo,  armonizzato dal  rispetto,  delle leggi che regolamentano la disciplina della stampa e del buon senso dalla ragionevolezza umana. Un grande giornalista sa cosa e come scrivere…,  a differenza di chi scrive  nel vano tentativo di giocare  a scimmiottare ciò che non è…!

    Distinti saluti                                                                            Don Francesco RUTIGLIANO

  • LOCRIDE. DON FABIO, 32ENNE ADESCA RAGAZZI IN CHAT GAY, “HAI MAI FATTO SESSO CON PRETE, SONO GIÀ IN CHIESA, INCONTRIAMOCI LÌ”

    LOCRIDE. DON FABIO, 32ENNE ADESCA RAGAZZI IN CHAT GAY, “HAI MAI FATTO SESSO CON PRETE, SONO GIÀ IN CHIESA, INCONTRIAMOCI LÌ”

    Il dialogo tra un sacerdote della Locride e un giovane su un sito di incontri gay
    Don Fabio: «Passa che ci conosciamo di persona, dalle 16.30 in poi sono in chiesa»

    Su quel sito di incontri gay ci sta con nome e cognome, quasi come se fosse una comunissima persona. Invece Fabio – il nome è di fantasia – è un prete, che vive e confessa i fedeli della Locride. Nelle chat dove i giovani omosessuali si scambiano opinioni e organizzano incontri a sfondo sessuale dal vivo, don Fabio, 32 anni e un viso giovane, non nasconde la sua identità di prete. E anche lui, che da tempo celebra la messa in una frazione dell’entroterra locrideo, è lì per questo, contravvenendo a tutte le regole della Chiesa di cui si fa portavoce e spazzando via l’ipocrisia che rifiuta i legami sentimentali e, peggio ancora, ripudia l’omosessualità quasi come se fosse una malattia.

    «Cerco amicizia», esordisce il prete in chat parlando con Marco, un 25enne della zona, che lui considera «piccolo ancora» e che trova strana la richiesta d’amicizia proprio da parte di un sacerdote. «Non mi faccio pregiudizi sulle persone e sul loro stile di vita», spiega lui, cominciando a fare domande personali a Marco. «Vivi solo? Che fai nella vita?», per poi andare giù un po’ più pesante: «Hai mai fatto sesso con un prete? Semplice curiosità», chiede. Ma a Marco non è mai capitato e imbarazzato da una conversazione sempre meno logica tenta di abbandonare il campo. A contattare l’altro è sempre lui, don Fabio, che sembra quasi studiare il giovane. «Spero di conoscerti dal vivo», gli annuncia all’improvviso, invitandolo in canonica e chiedendogli informazioni sulla sua vita. Tipo quando ha scoperto di essere gay, domanda alla quale Marco risponde nel modo più semplice: «Da ragazzino». «E sei fidanzato?», tenta di approfondire don Fabio, «e i tuoi lo sanno? E i tuoi amici?», aggiunge, in un continuo di domande che mirano a conoscere la “pubblicità” del suo status di omosessuale.

    Marco vuole vederci chiaro: «Volevo capire solo come mai vuoi conoscermi dal vivo», chiede innocentemente, ma don Fabio minimizza: «Così, sempre se vuoi». Marco si dimostra disponibile e don Fabio, felice per il successo appena ottenuto, lo saluta con affetto. «Ciao cucciolo», dice, salutandolo con un bacio. Le escursioni sul web continuano, ma don Fabio non è soddisfatto dell’andazzo, dal momento che sui siti gay, così come su Facebook, si vedono sempre le stesse cose. «Che palle», si lascia sfuggire, augurando «buona caccia» a Marco, al quale chiede, ancora una volta, se vive da solo. La risposta è nuovamente affermativa e don Fabio si lascia scappare un «bene», chiedendo nuovamente un incontro dal vivo, nel paese in cui esercita le sue funzioni di parroco. «Passa che ci conosciamo di persona», insiste, «io dalle 16,30 in poi sono in chiesa». I giorni passano, don Fabio e Marco chattano da due mesi. Si discute un po’ di tutto, anche dell’allerta meteo che si è creata nella Locride a inizio dicembre. Ma i due non hanno paura e vogliono pensare a ben altro. «Ora mi metto a letto, comodo comodo», sottolinea don Fabio, con un fare didascalico che però non smuove più di tanto Marco.

    «Non sei salito poi», dice facendo il nome del paese in cui vive e di cui guida la comunità spirituale, completamente ignara dell’altra faccia di don Fabio. «Quando sali se ti va passa se ti fa piacere… e giochiamo», stuzzica, tentando poi di adulare Marco per convincerlo. «Alcuni tuoi post sono carini… bella anche la foto». E poi passa all’attacco, inviando a Marco link a siti che fanno circolare video e immagini relativi a incontri gay. L’ambiente, per quanto virtuale, si scalda, Marco sembra quasi disposto a cedere. È un invito, nemmeno troppo tra le righe. Don Fabio lancia la sfida e poi manda Marco a dormire, con un semplicissimo «buona notte». Il giovane è un po’ deluso: «Pensavo avessi voglia anche tu», replica un po’ seccato e il prete fa il prezioso. «Qualche volta», ammette candidamente. «E che fai in quei casi?», chiede Marco. «Cerco di trattenermi… ma non sempre ci riesco», confida il parroco, che poi chiede i particolari della vita sessuale del giovane. «Sei attivo o passivo?», tenta di informarsi, definendo sé stesso «attivo». Ma in un attimo di lucidità chiude la conversazione: «Non posso», afferma, salvo poi tornare dopo qualche giorno per dire ciò che pensa di Marco: «Sei carino». Ma la magia è sfumata, la sacralità della tonaca imbarazza Marco. E don Fabio, le cui foto invadono siti su siti confezionati per incontri a sfondo sessuale, si ritira senza batter ciglio. Nascondendosi, così come la chiesa impone, trascinando i suoi desideri e la sua sessualità sotto l’altare.

    Simona Musco

    http://portale.loradellacalabria.it/dettaglioarticolo.asp?id=14522

  • Don Rutigliano, l’emittente Telemia prende le distanze

    Don Rutigliano, l’emittente Telemia prende le distanze

    Intervento specifico dell’editore della tv locale, Giuseppe Mazzaferro, che dice “Chissà quanti altri don Rutigliano ci saranno in giro…”

    SIDERNO (RC) – La prima, vera, autentica reazione ufficiale rispetto allo stato di colpevolezza del reverendo Francesco Rutigliano, riconosciuto “reo del delitto di abuso di un minore”, la si è registrata nella Locride e per la precisione in quel di Roccella Jonica, dove è ubicata la sede centrale dell’emittente interprovinciale “Telemia – la tv dei due mari”, in considerazione di un vero e proprio intervento dell’editore, Giuseppe Mazzaferro.

    Che, nel presentare la notizia lanciata sin dalla prima pagina da questa testata giornalistica, ha inteso letteralmente “Prendere le distanze dall’ex parroco di Bivongi e Pazzano, dopo averne ospitato per tante volte le sue dichiarazioni, ed interventi, all’interno delle nostre trasmissioni, noi non siamo per questo genere di cose, che anzi condanniamo totalmente” – questo, in buona sostanza, il messaggio rivolto ai telespettatori da Mazzaferro.

    Che ha poi sibillinamente concluso esprimendo il dubbio “Chissà quanti altri don Rutigliano ci saranno in questo momento in giro…”. Un’ipotesi che, per il momento, è destinata a rimanere insoluta, anche perché la Chiesa locale della diocesi di Locri-Gerace, intervenuta abbondantemente in ritardo sulla vicenda di dieci giorni, con una lettera inviata dal vescovo Fiorini Morosini alla comunità dei fedeli di Bivongi, nel tardo pomeriggio di sabato scorso 15 ottobre, invita a non alimentare le tensioni abbassando i toni. Che in buona sostanza equivarrebbe ad un “non-intervento” per dire o commentare, anche perché si è preso atto di ciò che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha decretato. E tanto basta.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 19 ottobre 2011     

  • Don Rutigliano, è la fine di un incubo

    Don Rutigliano, è la fine di un incubo

    Reazioni di grande soddisfazione nella cittadina apprendendo la notizia della condanna dell’ex sacerdote per il reato di abuso di minore. No comment da parte delle istituzioni

    BIVONGI (RC) – Giornata uggiosa di battistiana memoria per il decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede, licenziato dal Palazzo del Sant’Uffizio in data 20 giugno 2011, con cui don Francesco Rutigliano è stato dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio”; su Bivongi e Pazzano, cittadine della vallata dello Stilaro dove il giovane sacerdote di Altamura, in provincia di Bari, ha esercitato il ministero sacerdotale per circa tre anni e mezzo, le nuvole sgomitano a più non posso sin dalle prime ore del mattino, con il sole a far capolino di qua e di là, salvo poi cedere il passo ad una discreta pioggerellina che cade giù quasi in punta di piedi.

    Una lotta atmosferica, insomma, che costituisce il più naturale preludio a ciò che di lì a poco si andrà a vivere, con la gente che puntualmente si rimette in moto non prima di un’abbondante colazione ed una rapida occhiata alle notizie più importanti dei quotidiani regionali: ed a quel punto non può sfuggire quel “Il prete molestatore sparito era a processo in Vaticano”, con cui Calabria Ora ha inteso aprire l’edizione di sabato. Ed il cornetto che quasi va di traverso, andando poi ad approfondire l’impatto forte con il titolo e rendendosi conto che si parlava proprio di lui. Dell’ex parroco. Molto ex, per la verità, essendo circa due anni che non si fa più vedere da queste parti ma anche e soprattutto per delle precise disposizioni della diocesi di Locri-Gerace.

    Pian pianino, come in una sorta di “effetto domino”, a cascata, il tam tam dello “scoop” del giorno contagia i due paesi e, per esteso, l’intero comprensorio della Locride. Sgomento. Sbigottito. Quasi tramortito per questo scandalo, altrimenti appellato “pedofilia”, che si è originato anche a queste latitudini, dove magari mai e poi mai si pensava si potesse arrivare a tanto. Cosa che invece è venuto per quel “delitto”, come è stato definito nel documento ufficiale all’uopo formato dal Tribunale apostolico, commesso ai danni di C. A., da don Francesco Rutigliano, nel periodo fra il 2006 e il 2008, con le accuse portate in luce il 12 giugno del 2009 ed avendo riguardo “a ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni” – si legge senza fraintendimento alcuno.

    Nel breve volgere di poche ore la notizia viene assimilata “Ed è la fine di un incubo – si lascia scappare un giovane all’uscita dall’edicola bivongese, alle prese con la rapida lettura dei pezzi in questione – anche se negli ultimi tempi tutto questo lo si diceva con molta convinzione…”; già, lo si diceva in modo ripetuto. E quasi del tutto convinti che tutto ciò fosse vero. Ma senza averne le carte a disposizione. Che ora, invece, ci sono. Eccome se ci sono! E dicono molto di più di cui si è messo per iscritto per tramite di questa testata giornalistica.

    Ad ogni modo si prova a sentire qualcuno fra le istituzioni civiche. Ma nessuno sembra essere disponibile. Tantomeno i rappresentanti della Chiesa locale, che si lecca le ferite di questa brutta botta. Su cui ci sarà molto da lavorare per recuperare quella credibilità che inevitabilmente viene a diminuire. “No comment”. È questo la laconica frase di chiunque abbia appreso la notizia. Perché non ci si vuole esporre. Per niente. Del resto, proprio a Bivongi sono ancora vivi i contrasti intestini, talvolta molto accesi quasi arrivando alle mani, di svariati momenti “Che ora si chiudono per sempre, con questa sentenza ci mettiamo una volta per tutte una pietra sopra, ora basta, guardiamo avanti” – ci sorprende una signora lungo il viale nel mentre si reca ad andare a fare la spesa.

    E ne ha ben donde nel guardare avanti, così come chiunque sia stato coinvolto in questa, tristissima, vicenda che, per i prossimi quattro anni, vedrà don Francesco pregare per la vittima delle sue morbose attenzioni e per la di lui famiglia: in tal senso ha sentenziato la Congregazione vaticana e così sarà come per altre, precise, indicazioni che, se non fossero osservate, potrebbero addirittura costargli “la dimissione dallo stato clericale”.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 10 ottobre 2011