Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: londra

  • Preti pedofili fra anglicani inglesi protetti da polizia e..

    Preti pedofili fra anglicani inglesi protetti da polizia e..

    LONDRA – Approfondito lo scandalo di un Vescovo pedofilo, fuggito per accusa di abusi sui minori per due decenni. E’ stato affermato che la Chiesa d’Inghilterra era a conoscenza che l’uomo fosse un molestatore seriale di “giovani uomini”. Peter Ball – che alla fine fu imprigionato dopo aver ammesso l’abuso dello scorso anno – ha beneficiato di una ‘copertura profondamente sinistra’, non nel senso politico ma di macabro. Documenti finora segreti hanno rivelato che il fatto era stato tenuto nascosto, 23 anni fa, per “evitare uno scandalo nella stampa”, nonostante la Chiesa d’Inghilterra sapesse che era un molestatore seriale. Ball si è dimesso da vescovo di Gloucester nel 1993, ma è tornato a lavorare dopo due anni. Il rapporto è stato compilato a suo tempo da un detective privato che lavorava per il team legale di Ball. E avvertì figure di alto livello che il prete stava ‘abusando non solo del suo potere d’ufficio, ma anche di molti giovani’. I documenti indicano anche come l’investigatore privato abbia spesso scoperto le vittime prima della polizia. E mettono in chiaro la confessione che Ball aveva fatto circa l’abuso sui ragazzi. Tuttavia questi documenti dichiarano che a Ball venne solamente dato un avvertimento, dopo che il suo avvocato aveva parlato con un “simpatetico” ufficiale di polizia, Wayne Murdock. Ball tornò a lavorare dopo due anni e si trasferì nella diocesi di Bath nel 2010. E’ stato riferito che le figure di spicco della Chiesa sapessero bene le sue azioni. L’arcivescovo Welby ha affermato in seguito quanto questo caso abbia portato “profonda vergogna nell’organizzazione. Abbiamo porto tutte le nostre scuse ai sopravvissuti, ed elogiato il coraggio di coloro che hanno portato avanti le accuse. Siamo profondamenti rammaricati e ci vergognamo che un vescovo abbia commesso questi reati”. Ball, che ora ha 83 anni, venne arrestato nel ’92 dopo l’abuso su un monaco novizio. Come già detto, ricevette solo un avvertimento e tornò a lavorare dopo poco. Dettagli importanti sono emersi per la prima volta da un rapporto segreto di un detective privato, in aiuto della difesa di Ball. Secondo la BBC, i documenti mostrano che il poliziotto Wayne Murdock discusse al tempo con il team legale di Ball “per prevenire uno scandalo. Tanto più che Peter Ball è vicino anche al Principe Carlo“. Una fonte, che ha visto alcuni dei documenti segreti, ha detto al Daily Mail: ‘Dopo che Ball è stata arrestato, la Chiesa ha assunto un detective privato per facilitarne la sua difesa. Le vittime dell’ex vescovo di Lewes e Gloucester hanno detto che le nuove rivelazioni hanno mostrato che ci fosse stato un ‘insabbiamento sinistro’ del caso per due decenni, in quanto non vi erano prove sufficienti per sporgere denuncia. Ma è emerso il mese scorso che, al momento del suo arresto, principali figure istituzionali – tra cui due arcivescovi di Canterbury, parlamentari, un giudice anziano e dirigenti scolastici pubblici – cominciarono una straordinaria campagna di protezione. Nelle lettere ai capi della polizia e al direttore della pubblica accusa, descrivevano l’uomo come un ‘santo’ e sostenevano che fosse ‘letteralmente impensabile’ che potesse aver commesso i reati. Durante la condanna di Ball, il procuratore Bobbie Cheema raccontò che nel 1993 i suoi avvocati avevano sostenuto di possedere una lettera di sostegno da un membro della famiglia reale, ma il CPS disse che non aveva mai visto questa corrispondenza. Phil Johnson, aggredito da Ball quando era un chierichetto di 13 anni, ha detto che le ultime rivelazioni sono state un ‘oltraggio’. Ha affermato: “L’unica preoccupazione per la Chiesa Anglicana sembra essere proteggere la propria reputazione. È spaventoso pensare che sapessero che c’erano altre vittime là fuori, ma non fecero nulla per cercare di aiutarli. La Chiesa ha domande gravissime alle quali deve rispondere circa la vicenda”. Wayne Murdock ha detto in una dichiarazione alla BBC che la sua ‘indagine è stata condotta con i più elevati standard di integrità, trasparenza ed imparzialità’ negando qualsiasi accordo preso al tempo. Ball è stato incarcerato lo scorso anno dopo essersi dichiarato colpevole di abusi su 18 giovani uomini negli anni 1970 e 1980, durante il suo mandato come Vescovo di Lewes.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-europa/preti-pedofili-fra-anglicani-inglesi-protetti-da-polizia-e-2396319/

  • IL CASO SPOTLIGHT IN VATICANO PRECEDE I LAVORI DELLA COMMISSIONE ANTI-ABUSI

    IL CASO SPOTLIGHT IN VATICANO PRECEDE I LAVORI DELLA COMMISSIONE ANTI-ABUSI

    Dopo le polemiche e la presentazione del film, una visione privata che inaugura una tre giorni molto intensa.

    Istituita da Papa Francesco nel 2014, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori è attualmente impegnata in una tre giorni di lavori sul delicato tema degli abusi sessuali compiuti da membri della chiesa. Un ‘Panel’ inaugurato giovedì 4 proprio con la visione del film che ha recentemente portato all’attenzione del grande pubblico lo scottante tema: Il caso Spotlight di Tom McCarthy.

    “Il film genera grande preoccupazione sull’insabbiamento degli abusi da parte della Chiesa cattolica – ha dichiarato Peter Saunders, attivista e membro della commissione, in passato egli stesso vittima di molestie da parte di un prete a Londra. – Penso sarebbe un buon momento perché anche il Papa lo vedesse“.

    Attualmente non sembra che questo sia accaduto, non avendo Papa Francesco partecipato alla proiezione privata, tenutasi nella stessa residenza utilizzata dal Cardinal Bergoglio prima della sua elezione a Pontefice. Né ci sono stati commenti ufficiali in merito da parte del Vaticano.

    Recentemente era stato Michael Keaton – tra i protagonisti del film insieme a Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Liev Schreiber – a catalizzare l’attenzione sul film passando da Roma per la presentazione ufficiale. Ora l’impegno a tenere alto il livello di guardia spetterà alla speciale commissione guidata dal Cardinale Sean O’ Malley, subentrato a capo dell’Arcidiocesi di Boston, dopo il clamore suscitato dall’inchiesta sui preti pedofili del Boston Globe che ha ispirato il film. Ed eventualmente al tribunale Vaticano istituito dal Papa per perseguire i vescovi accusati di coprire i preti che hanno commesso abusi.

    http://www.film.it/news/film/dettaglio/art/il-caso-spotlight-in-vaticano-precede-i-lavori-della-commissione-anti-abusi-44924/

  • Stupri e abusi, condannato a 23 anni guru di una setta maoista inglese

    Stupri e abusi, condannato a 23 anni guru di una setta maoista inglese

    La comune era composta quasi solo di donne, fra cui la stessa figlia del tiranno

    È stato condannato a 23 anni di reclusione per stupri ripetuti e sequestro di persona il «guru» di una comune maoista, fondata a Londra negli anni ‘70 e trasformatasi – secondo l’accusa – in una setta al servizio dei vizi, della brutalità, del culto della personalità e dello spirito dispotico del suo leader-padre padrone.

    L’uomo, Aravindan Balakrishnan, che ha ormai 75 anni, è stato riconosciuto colpevole – al termine di un lungo, seguitissimo e contrastato processo di fronte alla Southwark Crown Court – di violenze sessuali in serie, di sequestro e di crudeltà sui minori: in particolare su una figlia – divenuta poi sua accusatrice – segregata dall’infanzia fino ai 30 anni.

    La comune, dominata da un unico uomo, era per il resto composta quasi solo di donne. Balakrishnan si faceva chiamare «Compagno Bala» e secondo la figlia esercitava la sua tirannide con la coercizione, la violenza, ma anche il lavaggio del cervello. La donna, Katy Morgan-Davies, che oggi ha 33 anni, ha descritto la sua vita fino alla fuga dalla comune-prigione come «orribile, disumana e degradante».

  • Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, 2015), ci porta dentro un labirinto oscuro che ha come filo conduttore la ricerca ininterrotta della verità e la speranza di giustizia per le vittime delle dittature latinoamericane. Dal Cono Sur alla Penisola.

    di Gabriela Pereyra

    «Caro Eduardo, ti manifesto la mia sincera allegria per come tutto si è sviluppato secondo i piani prestabiliti. La precedente amministrazione aveva dimostrato eccessiva fragilità e aveva condotto il Paese a un limite estremo. Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi può dare alla nazione ciò che necessità per tornare rapidamente al livello dei Paesi più prestigiosi. Un governo che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista». Il 28 marzo 1976, quattro giorni dopo il golpe argentino, Licio Gelli espresse con queste parole le congratulazioni all’ammiraglio Massera, insediatosi al vertice della Giunta civico-militare insieme ai generali Videla e Agosti. L’“uomo dei misteri e delle trame”, così definito dalla stampa italiana in occasione della sua morte avvenuta pochi giorni fa da uomo libero nella sua villa di Arezzo, quasi fosse un personaggio immaginario protagonista di un romanzucolo o di qualche spy-story di serie B, in realtà all’epoca del golpe faceva poco mistero del suo interesse riguardo la presa del potere da parte di un manipolo di nazifascisti sudamericani con il pieno appoggio dei poteri forti economici ed ecclesiastici.

    Gelli, pochi ricordano, assisterà al genocidio argentino che si consumò in particolare nei primi due dei sette anni di dittatura (1976-1983) comodamente seduto davanti alla sua grande scrivania in una stanza dell’ambasciata argentina a Roma dove svolgeva la mansione di consulente economico. Tanto è stato scritto in questi giorni sul “Venerabile”, deus ex machina della associazione segreta P2, ma nessuno si è soffermato sulla sua vicinanza alle vicende argentine.

    Basti ricordare che Massera, quasi prendendo alla lettera l’incoraggiamento di Gelli, fu il responsabile dell’Esma, uno dei famigerati lager di Buenos Aires da cui sono scomparse almeno 5mila persone. L’amico di Gelli è stato dunque uno dei principali responsabili di una storia di crimini contro l’umanità e violenze di ogni genere perpetrati nei confronti di chiunque avesse osato contrapporsi o non aderire a Piano di riorganizzazione nazionale ordito dalla Giunta che prevedeva la realizzazione di un modello socio economico neoliberista fondato su «valori occidentali e cultura cristiana». Una storia che per tanti motivi riguarda direttamente anche l’Italia. Solo per fare qualche esempio, sono almeno mille i desaparecidos di origine italiana, compresi i neonati che furono rubati alle loro mamme “sovversive” sequestrate, tenute in vita fino al parto e fatte scomparire nell’Atlantico con i cosiddetti voli della morte. E sono di origine italiana migliaia di aguzzini, presenti in tutti i livelli dell’organigramma dittatoriale dal vertice della Giunta in giù.
    Uno dei grandi meriti di “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”, il nuovo libro-inchiesta del giornalista Federico Tulli, è quello di riportare in luce questi aspetti. Chiarendo subito, in maniera netta, che la vicenda dei desaparecidos e dei loro criminali giustizieri non appartiene a un passato relativamente lontano. È anzi di stretta, strettissima attualità.

    L’agile volumetto (150 pagine, 12 euro) si divide in tre parti. La prima è dedicata alla ricerca in Italia dei “figli rubati” ai desaparecidos. Il legame tra la tragedia del furto di neonati e il nostro Paese è molto più diretto e immediato di quel che si tende a pensare. Tra i primi lo evidenziò alla sua maniera il presidente della RepubblicaSandro Pertini nel messaggio di fine anno nel 1982. Pertini denunciò il furto di figli di desaparecidos anche da parte di famiglie italiane partite appositamente dal nostro Paese per appropriarsene. Una rivelazione choc rimasta incredibilmente inascoltata fino a oggi. Tuttavia c’è chi non si è mai arreso all’indifferenza di chi doveva indagare, e continua a cercare queste persone che ormai hanno circa 40 anni. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, almeno 70 “figli rubati” potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Per trovarli, le Abuelas agiscono in coordinamento con l’ambasciata argentina a Roma e il consolato a Milano che (con garanzia totale di tutela della privacy) mettono a disposizione di chiunque abbia il sospetto di essere un “nipote”, un kit per il prelievo di materiale genetico da confrontare con il Dna di familiari di desaparecidos conservato in una apposita “banca” a Buenos Aires. In totale si stima che i neonati strappati alle braccia delle madri biologiche in Argentina tra il 1976 e il 1983 siano stati almeno 500. Fino a oggi le Abuelas ne hanno ritrovati 119. Mai nessuno è ancora stato recuperato in Italia. Come ricostruisce Tulli nel libro tramite alcune interviste uno dei motivi per cui non si riesce a trovarli è legato proprio alla possibilità di cancellare le tracce garantita alle famiglie “di adozione” entrate nel nostro Paese, durante la dittatura o dopo la caduta, dalla rete di protezione realizzata da personaggi vicini alla P2 di Gelli.

    Nella seconda parte, anche questa di estrema attualità, l’indagine dell’autore si sofferma su un processo in corso di svolgimento a Roma per i crimini di lesa umanità subiti da 42 persone (tra cui 22 di origine italiana) sequestrate, torturate, uccise e scomparse nell’ambito del Piano Condor.
    Questo accordo inizialmente segreto e poi siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile 40 anni fa, il 25 novembre 1975, tra le polizie di sette Paesi del Sud America – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per eliminare chiunque fosse impegnato nella difesa dei diritti umani, della democrazia e di un sistema economico alternativo a quello di matrice neoliberista che gli Stati Uniti volevano esportare in America latina. Scomparve così in pochi anni una intera generazione. Centinaia di migliaia di persone furono perseguitate ovunque nel Cono Sur. Inseguite fino alla cattura dalle squadracce del terrore anche al di fuori dei loro confini nazionali, con la collaborazione delle altre polizie aderenti al Piano.

    Alla sbarra della III Corte d’assise presieduta dal giudice Evelina Canale nella famosa aula bunker del carcere di Rebibbia, vi sono 32 imputati. Generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia e dei servizi segreti boliviani, cileni, uruguaiani e peruviani. O meglio, vi dovrebbero essere. Sono tutti contumaci tranne uno: l’italo-uruguayano Jorge Néstor Fernández Troccoli che a sorpresa si è presentato in tribunale il giorno di apertura del processo. L’ex spia della marina uruguayana è  accusata del sequestro e dell’omicidio di 20 persone, ma come se niente fosse si è seduto pochi posti più in là rispetto ai familiari delle vittime.
    Al rito si è arrivati dopo 16 anni dalla prima denuncia a conclusione dell’inchiesta iniziata nel 1999 e guidata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, con il rinvio a giudizio per gli indagati che inizialmente erano 143. Sono tutti accusati solo di sequestro e omicidio, poiché in Italia la tortura non è reato e l’Italia non aderisce alla convezione Onu contro la sparizione forzata delle persone. Tra di loro, per la prima volta in Europa, figurano capi di Stato, responsabili delle giunte militari e capi supremi delle dittature latinoamericane degli anni Settanta, cioè l’intero apparato che gestì i cosiddetti anni del terrore. C’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perú dal 1975 al 1980, c’è Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri nella dittatura militare in Uruguay. Non ci sono più, invece, perché deceduti, il capo della polizia segreta cilena Manuel Contreras (morto il 7 agosto 2015), il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi omologhi argentini Jorge Videla ed Emilio Massera. Quello di Roma è anche il primo processo al mondo in cui si parla dell’Operazione Condor nel suo complesso.

    Un ruolo determinante nello svolgimento di questo giudizio è stato svolto dall’autore della premessa l’avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002. È lui la persona che il 22 dicembre 1992 scoprì ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a numerosi tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor e individuare responsabili dei crimini. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare e a far arrestare a Londra il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi principali del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo di Roma. Ma la via verso la “Verità e la Giustizia”, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre 2015, Almada, al termine dell’Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay. Una richiesta simile, per quanto riguarda gli archivi italiani, è stata inoltrata al presidente del Senato, Pietro Grasso.
    Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è infine ulteriormente evidenziato nella postfazione firmata dalla giornalista culturale del settimanale Left, Simona Maggiorelli. Si tratta di una inchiesta costruita attraverso testimonianze e interviste a importanti scrittori spagnoli, che ricostruisce la storia agghiacciante dei 300mila bambini sottratti all’interno di cliniche gestite da congreghe o lobby religiose, ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975. È qui, in questa storia accaduta a due passi dall’Italia ma ancora scarsamente indagata e praticamente sconosciuta al pubblico italiano, che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

  • Gb: maxi-inchiesta pedofilia, indagate scuole cattoliche

    Gb: maxi-inchiesta pedofilia, indagate scuole cattoliche

    Londra, 27 nov. – Ci sono anche alcune istituzioni cattoliche nella lista degli indagati di 12 inchieste parallele sulla pedofilia nel Regno Unito che vanno avanti nell’ambito della piu’ grande operazione mai realizzata in Gran Bretagna contro gli abusi sessuali su minori.

    A rivelarlo e’ l’Independent, che spiega come l’operazione, alla cui guida e’ stata messa dal governo la giudice neozelandese Lowell Goddard, stia cercando di fare luce sul presunto giro di pedofilia che per alcuni decenni avrebbe coinvolto ‘ambienti molto alti’ nei palazzi del potere di Westminster e in istituzioni vicine alla politica.

    Nell’indagine cosi’ sono al momento messe sotto torchio anche chiese anglicane e cattoliche, istituzioni collegiali, scuole private e persino singole amministrazioni comunali, spesso accusate di aver insabbiato le indagini per motivi di opportunismo politico o per evitare tensioni fra le diverse comunita’ etniche .

    http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/gb-maxi-inchiesta-pedofilia-indagate-scuole-cattoliche/news-dettaglio/4610991

  • Vaticano, un documento segreto per coprire i preti pedofili

    Vaticano, un documento segreto per coprire i preti pedofili

    Il testo, datato 1962, pubblicato dal giornale londinese Observer
    Ai prelati venne ordinato di nascondere con ogni mezzo gli abusi

    LONDRA – Un documento “confidenziale” scritto oltre 40 anni fa dal Vaticano ordinava ai vescovi di tutto il mondo di coprire con ogni mezzo gli abusi sessuali commessi dai religiosi. Il testo, 69 pagine tradotte in inglese, è stato pubblicato oggi dal giornale londinese Observer.
    Secondo quanto riferito dalla testata, il documento proviene dall’archivio segreto del Vaticano. L’avvocato texano Daniel Shea, impegnato in un caso di abusi sessuali all’interno della Chiesa americana, ne avrebbe ottenuto una copia da un prete tedesco. Nel testo, datato 1962, si indicano “le procedure da seguire in caso di crimini di istigazione“. Cioè quelli in cui un religioso tende “a sollecitare e provocare il penitente ad atti impuri ed osceni“. “Il peggiore dei crimini si legge – è quello costituito da azioni nei confronti di giovani di ambo i sessi“.

    La Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles ha confermato l’autenticità del documento, che doveva “essere diligentemente conservato negli archivi segreti della Curia, rimanendo rigidamente riservato“. Un mese fa, il legale americano che l’ha scoperto ha provveduto a consegnarne una copia alle autorità degli Stati Uniti, dove da molto tempo la chiesa cattolica è al centro di uno scandalo su abusi sessuali commessi nei confronti di adolescenti. Una vicenda che ha coinvolto anche l’arcivescovo di Boston Bemard Law. Costretto a lasciare il seggio per aver trasferito in massima segretezza i religiosi incriminati.
    Nel documento segreto, scritto sotto il pontificato di Giovanni XXIII, il Vaticano impone ai vescovi di mantenere la massima segretezza sulle accuse di abusi. Si invita ad “ammonire, correggere e, se il caso lo richiedesse, a sospendere” i sacerdoti messi sotto accusa. “Ma – si legge – tutti i prelati devono gestire questi casi con la massima segretezza e vincolati al silenzio perpetuo“. Pena la scomunica.

    “Questo prova – dichiara Daniel Shea – che vi era un complotto internazionale da parte della Chiesa per coprire gli abusi sessuali. E un subdolo tentativo di nascondere attività criminali“. Secondo un portavoce del Vaticano, però, il testo indica solo “le procedure disciplinari nel caso che un prete sia accusato di aver sollecitato prestazioni sessuali durante la confessione“. La segretezza sarebbe dunque tesa “a proteggere gli accusati, come avviene anche nelle procedure penali oggi. Ed è anche subordinata alla speciale natura segreta del sacramento della confessione“. In ogni caso, riferisce il giornale, non proibisce alle vittime di presentare accuse civili.

    E su questo punto insiste il reverendo Thomas Doyle, un cappellano dell’Air Force statunitense in Germania. Secondo l’esperto di diritto ecclesiastico, il documento non legittima l’ordine di silenzio imposto alle vittime. “Pur confermando la patologica ossessione per la segretezza che affligge la Chiesa cattolica – afferma Doyle – il testo non giustifica le intimidazioni al silenzio subite dalle vittime degli abusi sessuali da parte esponenti della chiesa americana”. Per provare questo, conclude il sacerdote, “servono infatti prove concrete“.
    (www.repubblica.it/2003/h/sezioni/esteri/observer/observer/obscrver.hftffl i (17 agosto 2003)

    Riportiamo di seguito alcune delle 69 pagine del documento originale tradotto in inglese dal giornale londinese Observer e alcuni articoli del testo evidenziati dallo stesso giornale (il testo completo è riportato nel sito summenzionato).

    Tratto dal libro: “Al di là dei mulini a vento: crimini compiuti in nome di Dio”

    http://www.disinformazione.it/vaticano_pedofilia.htm

  • Funerali di Wesolowski. Le vittime “Nulla è cambiato, dovevano estradarlo”

    Funerali di Wesolowski. Le vittime “Nulla è cambiato, dovevano estradarlo”

    “ENNESIMO INSULTO” Lo sconcerto di chi ha subito violenze: “La cerimonia insulta anche i sacerdoti che fanno grandi cose”

    Se davvero Wesolowski fosse stato sepolto con l’abito talare e l’anello, sarebbe l’ennesimo insulto alle vittime come me”.

    Diego, napoletano di 40 anni ha raccontato la sua storia anche al Washinton Post. Le violenze subite a 13 anni per le quali ha denunciato il suo professore di religione, don Silverio Mura, il silenzio mantenuto per piu di 20 anni, la convivenza con il suo segreto. “Quando mia madre mi ha suggerito di chiedergli di celebrare il mio matrimonio –racconta- non ho potuto oppormi, altrimenti avrei dovuto dirle tutto”.

    POI GLI SVENIMENTI, le crisi, la richiesta di aiuto e le denunce. Fino alla perdita del lavoro: “Ero una guardia giurata. Quando ho minacciato di ammazzarmi mi hanno tolto la pistola e sospeso. Nessuno, dal cardinale Crescenzio Sepe al vescovo ausiliario Lucio Lemma, mi ha aiutato”.

    Diego, però, è ancora credente e per questo la sua condanna al funerale pesa. “Sarebbe un’offesa anche per gli altri sacerdoti, che nel loro piccolo fanno grandi cose. Ne ho incontrati tanti, e non meritano questo affronto. Non lo merita neanche Bergoglio”. Da papa Francesco ha ricevuto una lettera, a cui è seguita la riapertura del suo caso ormai insabbiato: “Mi chiedeva di pregare per lui e mi ha rassicurato dicendo che avrebbe pregato per me. Ha fatto tanto: grazie a lui hanno perseguito Wesolowski, ha fattò in modo che fosse ridotto allo stato laieale. E invece altri lo hanno sepolto con abiti talari. Non posso credere fosse d’accordo”.

    NON TUTTI nutrono la stessa fiducia nei confronti di Bergoglio. “Già è difficile credere alla morte di Wesolowski per cause naturali”, dice Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO Onlus che ha subitoviolenze dagli Il ai 16 anni da un sacerdote di Savona. Il prete ritenuto responsabile non è stato ridotto allo stato laicale ma ha chiesto di esserne dispensato dopo una condanna. “È esagerato elogare il Papa. Tanti Paesi avevano chiesto l’estradizione dell’ex nunzio apostolico, dalla Repubblica Dominicana alla Polonia, ma non è stata concessa nonostante la sua rete criminale fosse comprovata”,

    Sulla dinamica dei funerali, Zanardi la pensa come Diego: è l’ultimo sfregio nei confronti delle vittime dei preti pedofili. “Una scelta volgare e irrispettosa. I funerali cattolici non sono stati concessi a Welby, ma sono concessi ai preti pedofili”

    Racconta di aver assistito al funerale del sacerdote pachistano Yusuf Dominic, cacciato da Londra con l’accusa di pedofilia, “anche lui morto provvidenzialmente nel convento dei benedettini proprio durante l’apertura di una indagine”, dice, poi ammette: Bergoglio ha detto cose importanti “ma quella di ieri è la dimostrazione che le cose non sono cambiate e non cambieranno.

    Per IL FATTO QUOTIDIANO Virginia Della Sala

  • Scandali sessuali, casi di pedofilia, preti playboy e parroci nudi sul web: il Papa commissaria la diocesi di Albenga inviando nella piccola curia ligure un “amministratore apostolico” per vigilare su monsignor Oliveri

    Scandali sessuali, casi di pedofilia, preti playboy e parroci nudi sul web: il Papa commissaria la diocesi di Albenga inviando nella piccola curia ligure un “amministratore apostolico” per vigilare su monsignor Oliveri

    la Repubblica, giovedì 23 ottobre 2014
    «Liberaci dal male», mormora monsignor Mario Oliveri dall’altare della cattedrale di San Michele Arcangelo. E sulla fronte gli s’allunga una ruga profonda: dolore, inquietudine. Amen, signor vescovo: ma è proprio vero che con tutti questi preti peccatori, Papa Francesco ha deciso di “commissariare” la sua diocesi? «Non voglio parlarne. Non è il momento», taglia corto.
    Dopo un quarto di secolo da indisturbato padrone di casa, Oliveri tra pochi giorni dovrà condividere il palazzo vescovile di Albenga con un altro prelato. Un “amministratore apostolico” scelto da Bergoglio per aiutarlo a reggere il peso dei troppi scandali delle sue parrocchie: sacerdoti condannati o indagati per pedofilia, altri che in processione corteggiano le fedeli più carine, parroci che posano nudi su Facebook o per siti gay, che svuotano le cassette delle elemosine e se la danno a gambe, che palpeggiano turiste adolescenti sul lungomare. Per non parlare di quelli che sfoggiano tatuaggi, fanno i barman nei locali notturni, organizzano giri di prostituzione.
    No, non è una barzelletta. È un rosario di nefandezze che fa due volte impressione, anche perché la diocesi di Albenga-Imperia è piuttosto modesta. Negli ultimi anni le procure hanno aperto decine di indagini e davvero ci deve essere qualcosa di orribile, se anche il nunzio apostolico Adriano Bernardini è tornato in Vaticano scuotendo la testa, dopo aver indagato per alcuni giorni.
    Dicono che l’«inquisitore» Bernardini sia stato mandato da Papa Francesco all’inizio dell’autunno proprio quando il vescovo ha avuto un malore celebrando la messa -, ma è possibile che le cose siano ancora più delicate. Perché il nunzio apostolico di solito si muove quando un tribunale comunica alla Santa Sede l’intenzione di aprire un fascicolo su di un vescovo. Monsignor Oliveri indagato? La procura di Savona, che è capoluogo della provincia, smentisce. Però non esclude che possa essere stata presentata una denuncia nei suoi confronti altrove. Brutta storia.
    «Bugie. Cattiverie della gente. Il vescovo nessuno lo manderà via. Se ne andrà lui da solo, vedrete. Gli manca poco alla pensione», spiega un parrocchiano. Settantuno anni, Oliveri da giovane sacerdote aveva intrapreso una carriera “diplomatica” tra Parigi e Londra. Ma qualcosa è andato storto, perché nel ’90 lo hanno nominato vescovo ad Albenga e da lì non si è più mosso. Era stato compagno di studi di Bernardini, che pare non sia in buonissime relazioni con Bergoglio (si erano incrociati a Buenos Aires nel 2003: sparlano che il nunzio giocasse a tennis con l’ex presidente Menem, poi condannato per traffico d’armi). Però la relazione di Bernardini al termine della visita non deve essere stata lusinghiera, se adesso arriva un “ausiliario” che presto sarà nominato vicario generale. Cosa ha scoperto? Intanto, gli è bastato leggere sui giornali i resoconti di indagini e processi. Don Luciano Massaferro, parroco di Alassio, condannato a 7 anni e 8 mesi per abusi sessuali nei confronti di una chierichetta, difeso strenuamente dal vescovo durante l’indagine. Silvano De Matteis, parroco a Diano San Pietro, accusato da un capitano di porto di averne corteggiato la moglie durante una processione. Don Cesare Donati, parroco di Bastia d’Albenga, che prima viene destituito con l’accusa di avere una compagna – il suo posto è preso da un prete che si è fatto fotografare nudo su di un sito gay -, poi dice che officerà nelle frazioni ma finisce a fare il barman. Padre Alfonso Maria Parente, già protagonista al festival di Sanremo, che fugge con la cassa della parrocchia di Pairolo. E fa spazio a don Juan Pablo Esquivel, che vive con un amico e raccontano appassionato di culturismo, già ricoverato per mononucleosi («Chi lo avrà baciato?», era il tormentone dei fedeli), famoso per le sue invettive contro le “arpie insoddisfatte”. Un link che rimanda a don Juan è presente anche sulla pagina facebook del vescovo Oliveri. E su Facebook c’è finito puree don Gabriel Viorel Irla, parroco di Poggi di Imperia: nudo, naturalmente. Alcune delle tante storie di cui Bernardini ha preso nota. Ma il resto?
    Fervente tradizionalista liturgico, monsignor Mario Oliveri nel 2008 ha celebrato in cattedrale una messa in latino, tre ore e mezza di cerimonia. Nei suoi post sui social network evoca spesso e volentieri il Pontefice “Benedictus XVI”. Cui era molto legato anche il cardinale Domenico Calcagno, che Bergoglio ha allontanato di recente dallo Ior. Calcagno è stato accusato di aver coperto diversi casi di pedofilia nella Curia di Savona. Dove era stato per 5 anni vescovo, prendendo il posto nel 2003 di quel monsignor Dante Lanfranconi a sua volta indagato due anni fa dalla procura savonese per aver coperto casi di pedofilia e abusi sessuali nella diocesi. Che confina con quella di Albenga. Oliveri e Lanfranconi si erano insediati insieme, un quarto di secolo fa. Luisa Bonello, medico savonese, a febbraio aveva consegnato a Papa Francesco un dettagliato rapporto sulle violenze commesse dai sacerdoti della zona, denunciando la “connivenza” dei vertici. «Liberaci dal male», gli aveva chiesto. Si è uccisa il mese scorso. La magistratura ha aperto un’inchiesta per “istigazione al suicidio”.

    Massimo Calandri
    Vedi anche Lo scandalo dei preti pedofili
  • Violentato a 14 anni da due preti salesiani in Val d’Aosta: Voglio che si sappia la verità

    Violentato a 14 anni da due preti salesiani in Val d’Aosta: Voglio che si sappia la verità

    “Quelle molestie in vacanza in montagna con i salesiani quarant’anni fa”

      Enrico Simone a 53 anni ha deciso di parlare: “Allora non potevo farlo: i miei genitori avevano fiducia nei loro metodi educativi”. Nella colonia estiva in montagna i due sacerdoti venivano nella mia stanza di notte. Provavo disagio, vergogna e paura”

    “Avevo solo 14 anni. Ricordo come fosse oggi tutti i particolari: i calzoni di velluto alla zuava, a coste larghe, che i due sacerdoti Salesiani portavano quelle sere, le bretelle, insieme a una camicia a scacchi larghi. La musica degli Uriah Heep, Genesis e Jethro Tull che il ‘prefettò che doveva sorvegliarci a quel piano della  ‘Bel Bosco’, come la chiamavamo, ascoltava. La casa salesiana di Fiéry, sopra Champoluc, in Valle d’Aosta, la raccolta dei minerali per il Museo Don Bosco, le partite di calcio in un bellissimo prato, le tisane la sera e la natura magnifica.

    E le mani di quei due sacerdoti che, uno alla volta, venivano nella mia stanzetta per parlarmi di quanto bene avessero conosciuto mio padre Franco ed i miei due fratelli prima di abbracciarmi e poi spingermi verso il letto tentando di infilarle nel mio pigiama e toccarmi nelle mie parti intime. Parti che io non sapevo neppure di avere. Che cosa provavo? Disagio, vergogna. Ma soprattutto puro terrore. Avrei voluto chiudermi dentro, ma era impossibile. E avevo soggezione di loro”. 

    Enrico Simone oggi ha 53 anni, e da quasi undici vive a Londra, dove un programma terapeutico che durerà per il resto della sua vita lo ha aiutato ad arrestare la sua condizione di dipendenza da stupefacenti. Racconta seduto nella hall di un grande albergo del centro di Torino: non è più un ragazzino, ma il sorriso e la disinvoltura, la camicia bianca e i mocassini da barca sono ancora quelli, con in più un’ombra negli occhi. Racconta la sua storia di ex bambino che giocava con i soldatini e non sapeva nulla del sesso, la storia di una vittima che diventa un cattivo ragazzo, e solo molto tempo dopo un uomo consapevole. Una storia di “ordinari” abusi troppo a lungo taciuti e mai dimenticati, una storia che potrebbe capitare a chiunque, e trasmette un’inquietudine sottile. 

    Oggi Enrico è sposato, lavora, attivamente coinvolto nel programma dei 12 passi che lo ha aiutato a rinascere, continua a frequentare come paziente la comunità di Charter Harley Street. Sono passati quarant’anni da quando i due sacerdoti, oggi entrambi scomparsi, avrebbero abusato di lui nella casa di vacanze estiva di Fiéry, sopra Champoluc, collegata a Valdocco, la centrale salesiana di Torino, e al liceo Valsalice ambedue frequentati da Enrico, dal padre, professore insigne di letteratura francese, e dai fratelli, mentre la madre insegnava a Maria Ausiliatrice. Enrico era uno di quei rampolli della Torino bene che amava, e ancora ama, affidare i suoi figli ai metodi educativi di don Bosco.

    Signor Simone, perché parlare dopo quarant’anni? Si aspetta un risarcimento? Una causa legale?
    “Nulla di tutto questo. Ho deciso di parlare perché, d’accordo con il mio rehab (la sua comunità, ndr), abbiamo deciso che era il momento giusto. Penso che faccia parte del mio recupero, anche se non è possibile cancellare quello che è successo. Ho imparato che se non parlo dei miei demoni li lascio crescere dentro di me. Se non sto attento questo potrebbe essere il motivo perfetto per ricadere. La squisita scusa morale. Quei fatti, come altri che mi sono capitati nell’adolescenza, hanno segnato profondamente la mia vita. Bel Bosco non fu il solo esempio di fiducia mal riposta. Negli stessi anni venivo abitualmente molestato da un collaboratore di mio padre, in casa mia in Corso Stati Uniti. Come molti bambini vittime di abusi, ho creduto che in qualche modo fosse anche colpa mia, ho immaginato che se quelle brutte cose capitavano a me, e per quel che ne sapevo soltanto a me, ci fosse un motivo: ero più stupido, più incapace… Così, ho rinunciato a essere come gli altri, ho rinunciato a studiare e ho preso la strada sbagliata. L’eroina, il più potente narcotico al mondo, fu per me la scelta più ovvia per non soffrire più. Non cerco giustificazioni, oggi una strada l’ho trovata, giorno per giorno. Ho imparato che non tutte le vittime di abusi sessuali finiscono come me. Tanti dimenticano o fan finta di aver dimenticato. Ci ridono sopra. Ma mi piacerebbe che qualcuno riflettesse ascoltando questa storia. E magari ascoltasse con più attenzione l’ansia o la paura dei propri figli senza fare spallucce. Senza dire ‘shit happens’, succede. No, non si può perdonare”

    I suoi genitori non l’hanno ascoltata?
    “Mio padre non seppe mai. Lo raccontai a mia madre anni dopo ma era talmente sconvolta dalle mie condizioni che non mi credette. Non voglio accusarli. Mio padre è morto quando avevo 16 anni, era un grande studioso, ed era totalmente innamorato dei metodi salesiani con i quali si era formato a Fossano in collegio, metodi che cercava di applicare perfino ai suoi studenti a Palazzo Nuovo ad Harvard e Yale. Mia madre ha insegnato nelle loro scuole. Credevano che quelle scuole, quelle colonie estive (io venni inviato due volte con l’oratorio di Valdocco), fossero il meglio per noi. Io dentro di me speravo solo che l’estate finisse, combattuto come ero tra la vergogna e il pensiero che avrei dovuto dire la verità a papà e mamma, che venivano a trovarmi ogni domenica e si rallegravano per l’aria buona e la bellezza della natura”.

    Oggi cerca vendetta?
    “No. Ho scritto al preside del liceo Valsalice, mi ha risposto il Superiore dei Salesiani del Piemonte, dovrei incontrarlo nei prossimi mesi quando ripasserò da Torino. Gli ho detto quello che penso: un bambino abusato da chi dovrebbe accudirlo, inseguito nella sua cameretta, crescerà esattamente come crebbi io: un infelice, danneggiato a vita, senza alcuna auto stima, spaventato di tutto e tutti. Gli ho detto che quei preti avranno trovato sprangata la porta del Paradiso e mi ha detto di si. Si è detto addolorato, è stato gentile, non dubito della sua buona fede e del resto non può sapere quello che accadeva quarant’anni fa in una sperduta casa di vacanze in montagna. Ma ho deciso di parlare pubblicamente perché spero di poter aiutare qualcun altro”. 
    In che modo?
    “Spero che leggendo la mia testimonianza altri parlino e spezzino questo muro di omertà. Se parli ti bocciamo, se punti il dito ti abbassiamo i voti. Uno resta zitto perche ha paura delle conseguenze. Roba da matti. Soltanto tra i miei amici, ho sentito parecchie storie simili alla mia. E’ importante liberarsi, squarciare il velo, ricostruire come e perché sono andate le cose. A me ha fatto bene essere aiutato a ripensare al passato, spero possa fare bene ad altri”.

    Si sente un militante antipedofilia?
    “No. L’unica cosa che mi interessa è il mio recupero e poi non è nella mia natura, mi va bene vivere tranquillo con mia moglie, venire a trovare la mia famiglia ogni tanto e poi tornarmene a Londra. Però una cosa voglio proporla, e spero davvero che

     i Salesiani la accettino: una procedura di whistleblowing, come si usa abitualmente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che consenta a bambini e ragazzi che subiscono abusi di denunciarli senza doversi esporre. E’ questo l’appello che lancio, ed è tutto quello che chiedo”.

    http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/07/08/news/quelle_molestie_in_vacanza_in_montagna_con_i_salesiani_quarant_anni_fa-90977630/

  • Come e perché il prete diventa pedofilo

    Come e perché il prete diventa pedofilo

    Intervento dello psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli in presentazione del nuovo libro di F. Tulli: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. Feltrinelli Appia 30 maggio 2014

    di Domenico Fargnoli

    Nel libro di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia, il caso italiano (L’Asino d’oro 2014), troviamo chiaramente formulate due domande: qual è la specificità della pedofilia nella Chiesa cattolica? Come e perché il prete diventa pedofilo?
    Il termine “pedofilia” è stato introdotto nella “Psichopathia sexualis” di Kraft Ebing (1886). In questa opera c’è un primo tentativo medico di mettere in relazione la perversione e la malattia mentale con la vita religiosa. Più in generale si può dire che nel rapporto con la dimensione del sacro nel Cristianesimo c’è sempre stato il rischio di una deriva psicopatologica complicata da condotte criminali, fra cui la pedofilia, ampiamente documentata nella storiografia.

    I due libri di Tulli su Chiesa e pedofilia (cfr. “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” L’Asino d’oro 2010) costituiscono una diade inscindibile che potrebbe essere, idealmente, la continuazione della “Storia criminale del cristianesimo” opera in 10 volumi scritta da Deschner Karlheinz scomparso recentemente. I due autori hanno in comune lo scrivere la storia dal punto il punto di vista delle vittime: vengono riportati ed analizzati fatti occultati nella letteratura apologetica e agiografica.
    Quanto alla seconda domanda bisogna considerare che tutta la formazione del prete è basata sulla sublimazione dell’istinto sessuale. Il concetto di istinto implica che esso sia innato: ma noi sappiamo che alla nascita nell’uomo non solo non ci sono istinti ma neppure sessualità. Quindi si sublima, si desessualizza un istinto che non esiste. Siamo rimasti al tempo degli eremiti nel deserto, i santi “talpa” e “pascolanti” che aggredivano i bambini occasionalmente incontrati nelle oasi. Essi combattevano le tentazioni della carne, cioè gli istinti cercando di distruggere il corpo. In realtà erano in preda a deliri e allucinazioni a sfondo erotico.
    Vorrei però raccontare come sono arrivato a queste considerazioni.

    A Londra nel Marzo 2011 con Federico abbiamo incontrato un gruppo i Survivors Voice Europe, un’associazione di sopravvissuti alla devastazione degli abusi. Fuori nella piazza antistante la sala dell’incontro c’era una locandina con uno scritto che polemizzava con papa Ratzinger dicendo: Non servono belle parole ma fatti. Basta! Non insisto sul fatto che per i papi chiedere perdono significa auto assolversi ricordo però che in quella circostanza, pur riconoscendo il sacrosanto diritto delle vittime di pretendere giustizia e risarcimento, ho pensato che si doveva andare oltre al confronto scontro con le gerarchie vaticane: il problema era affrontare la mentalità religiosa, scoprire ciò che che alimentava le violenza sui minori. 
    Tulli nei suoi libri mi sembra abbia condiviso questa impostazione. Egli non approda solo a un anticlericalismo fortemente motivato e documentato ma propone attraverso il contributo di vari esperti una ricerca sulla psicopatologia della vita religiosa. Molto opportunamente il nostro autore allarga il discorso ad una riflessione sulla natura più profonda, irrazionale del cristianesimo nel cui ambito si colloca la pedofilia clericale. Nel cuore dell’esperienza religiosa c’è appunto la dimensione del sacro, del quale il sacerdote dovrebbe essere il soggetto mediatore privilegiato. Perché egli realizza un minus piuttosto che un plus e si comporta come un criminale comune od un malato di mente?

    Ci si potrebbe chiedere cos’è il sacro. Mi limito ad alcune considerazioni seguendo la ricerca di Maria Gabriella Gatti nella prefazione del libro.
    Il sacro, è stato detto da Mircea Eliade, una struttura fondamentale della coscienza umana e non solo un momento della sua storia. L’esperienza del sacro sarebbe indissolubilmente legata allo sforzo dell’uomo per costruire un mondo che abbia significato.. Che significato ha però un mondo in cui i preti, metà uomini e metà santi, violentano i bambini?
    Il famoso teologo e antropologo Julien Ries, ha scritto che la comparsa dell’homo sapiens sul nostro pianeta coinciderebbe con quella dell”homo religiosus. 
    Il prendere coscienza di sé dell’uomo primitivo sarebbe stato subito il prendere coscienza di altro da sé, cioè della presenza di una potenza misteriosa ed invisibile nella realtà materiale. Questa sarebbe la struttura della coscienza. Essa avrebbe in sé stessa una vocazione religiosa per una qualità innata, antecedente ad ogni esperienza destinata a rimanere tale nel corso della storia.

    L’Homo religiosus è fin dall’inizio alienato: non sa che la potenza che colloca nella natura altro non è che l’energia, la forza, (avrebbe detto Goethe nel Faust) della pulsione che si crea nei primi istanti della vita quando il pensiero emerge dalla realtà biologica.
    Alla nascita il neonato non ha coscienza di sé ma è già in rapporto con il mondo ed è già una presenza umana.
    La coscienza, quando diventa certezza di sé stessi è condannata a rimane religiosa solo se è scissa da ciò che non è cosciente ed annulla il fondamento irrazionale dell’identità tipica della nostra specie.
    Rudof Otto, nel 1917 aveva definito il sacro come l’irrazionale nell’idea del divino. Sarebbe la presenza di Dio che suscita il terrore mistico, il sentimento del sublime , ineffabile ed irrazionale: non sarebbe l’irrazionale che crea Dio.
    Non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio aveva già affermato Feuerbach nell’”Essenza del Crisitianesimo” nel 1841: con la precisazione che è l’irrazionale, la pulsione di annullamento che crea l’idea di Dio e non solo la coscienza dei filosofi.

    Dai libri di Tulli traspare in filigrana una nuova concezione del sacro. 
    Esso è un prodotto umano storico, culturale e istituzionale il cui fine è far fronte ad una crisi della presenza, al rischio di non esserci nel mondo. Il sacro è l’alienazione dell’irrazionale che è dentro di noi nell’idea del divino fuori di noi. Il divino diventa, nel Cristianesimo, il trascendente, l’assolutamente altro, il Gans ander. Ernesto De Martino in alcuni scritti editi postumi nel libro “Storia e metastoria” sosteneva che l’origine del sacro sia rintracciabile nel vissuto di sentirsi gettati inermi nel mondo con il rischio di essere travolti che Martin Heidegger riteneva una condizione originaria e chiamava Geworfenheit. Lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, ha tradotto il termine con “parto animale” legando il suo uso, nella filosofia di Heidegger, alla pulsione di annullamento. La Geworfenheit è il vissuto di chi non riesce più a ricreare la propria nascita e, avendola annullata, ha perso l’ identità umana irrazionale.
    Il parto è ridotto allora ad una deiezione, ad un espulsione di materiale biologico come quella degli animali. La nascita umana è invece, per Fagioli, fantasia di sparizione che crea una realtà biologica e psichica nuova che gli animali non hanno.
    La Geworfenheit in quanto annullamento di ciò che è specificamente umano, è il pericolo estremo che minaccia ed a cui si cerca di ovviare con la spiritualità astratta del sacro, una irrealtà fuori dal tempo e dalla storia.

    Dopo questa premessa torniamo all’interrogativo del come e perché il prete diventa pedofilo. 
    Il concetto di sublimazione è stato utilizzato sia dalla psicoanalisi che dalla Chiesa cattolica. Esso si riferisce all’ipotesi psicoanalitica secondo la quale gli istinti sessuali, originariamente perversi verrebbero desessualizzati per scopi creativi e per obiettivi sociali. L’istinto sessuale, che essendo istinto sarebbe innato, andrebbe desessualizzato altrimenti saremmo del tutto uguali agli animali. Noi sappiamo invece che alla nascita non ci sono istinti ma neppure sessualità. «La sessualità è identità sessuale. Compare dopo che l’essere umano ha realizzato la propria nascita, svezzamento, visione dell’essere umano diverso, pubertà» (Fagioli).
    Tutta la formazione del prete scorre sul binario privilegiato della sublimazione: si dovrebbe desessualizzare, delirantemente ciò che nell’uomo non esiste, l’istinto sessuale.
    Questa idea, sconcertante, risulta chiaramente presente nell’enciclica Sacerdotalis caelibatus di Paolo VI (1967).
    Il celibato, diceva il Papa nel suo pronunciamento è una fulgida gemma, strumento indispensabile per l’elevazione spirituale oltre l’istinto sessuale ed i desideri della carne (testuale). Il sacerdote deve affrontare una quotidiana morte a tutto se stesso per essere più vicino a Dio. Il suo è un olocausto cioè un sacrificio totale di sé. La solitudine, o meglio l’isolamento sacerdotale, non è il vuoto perché esso è riempito dall’imitazione di Cristo Il celibato e la castità, per Paolo VI, non distorcerebbe la personalità anzi contribuirebbe alla sua maturità e stabilità. 
    E a proposito della sublimazione afferma testualmente il Pontefice: «La scelta del celibato esige lucida comprensione (.), attento dominio di sé e sapiente sublimazione della propria psiche su un piano superiore». 

    Leggendo l’Enciclica ci si rende conto che i sacerdoti sono vittime e complici di una concezione antiumana: devono annullare se stessi, devono realizzare, ad imitazione di Cristo ” un essere per la morte” ed affrontare il vuoto e lo smarrimento, il vissuto della Geworfenheit che così si determina. Essi devono cancellare. la loro nascita, cioè la propria dimensione affettiva ed irrazionale. Devono diventare anaffettivi in tutto simili ai nazisti come Heidegger, lo schizofrenico autore di Essere e tempo e dei Quaderni Neri. La vita del sacerdote, deposta sull’altare, deve recare i segni dell’Olocausto, il sacrificio levitico del maschio senza difetto. L’uso del termine “Olocausto”, evoca lo spettro del totale annientamento fisico. Come se la rinuncia alla sessualità comportasse una tendenza a procurare una lesione del corpo, un attacco alla vitalità propria e altrui: è quello che i pedofili fanno.
    Il concetto Freudiano di sublimazione adottato da Paolo VI e applicato alla formazione dei chierici può avere effetti devastanti.
    Nel tentativo di sublimare, che poi è annullare la sessualità come identità,, la personalità intera si altera, aumenta il narcisismo e si ipertrofizza la coscienza. Ciò spiegherebbe lo sviluppo del cosiddetto narcisismo clericale, favorito dalla cultura della Chiesa, cioè la grandiosità, un senso ingigantito della propria importanza, lo sfruttamento degli altri, la negazione che sfiora il delirio e che può giungere fino all’affermazione di una diversità ontologica fra chierici e laici. Un razzismo elevato all’ennesima potenza grazie al sacramento dell’ordine che si somma a quello battesimale anch’esso generatore, secondo Bergoglio, di una diversità ontologica dei credenti rispetto ai non credenti. La sublimazione non è altro che una formazione reattiva, come quella dei santi talpa, cioè una difesa patologica cronica rispetto ad un impulso perverso .

    Dalla formazione reattiva, dal narcisismo patologico al costituirsi di una falsa personalità , il passo è breve.. Il Sé pubblico si ipertrofizza mentre il sé privato cioè la sfera dell’intimità e della sessualità si atrofizza. Portato alle estreme conseguenze il processo sopra delineato determina una grave alterazione dell’equilibrio mentale.
    Paolo VI nella sua enciclica si riferiva all’isolamento del prete e al suo vuoto affettivo: il sacerdote lo avrebbe dovuto riempire, con l’imitazione di Cristo cioè il sacro.. Il sacro ha un carattere ambivalente presentandosi come fascinans et tremendum, alter ed ater, cioè alterità radicale ed oscurità insieme.
    Il sacerdote cerca Dio ma trova il male, la negazione ed il demonio. Trova la pulsione di annullamento al fondo del suo irrazionale alienato e corre il pericolo di impazzire. Nella sua vita compare lo spettro della catastrofe.

    Il prete pedofilo vi fa fronte creando un proprio rituale masturbatorio che si contrappone a quello eucaristico diventato privo di senso., In esso egli perfidamente attira e lucidamente coinvolge le vittime: si mantiene così in bilico fra sé pubblico e privato. Il sostegno e la complicità del clericalismo laico, altro grande imputato, e delle gerarchie ecclesiastiche lo confermano nel suo ruolo di pastore: egli rimane apparentemente asintomatico mentre circoscrive il suo delirio alla sfera dei comportamenti masturbatori. Nell’ambito di un’intimità malata e violenta che egli impone alle vittime ha modo di manifestarsi la sua volontà di ledere la vitalità altrui. La segretezza, le raffinate strategie di occultamento sono in funzione di un vissuto di onnipotenza che le permea. Il sacerdote, che non si rassegni ad una religiosità routinaria e razionale, burocratica e di facciata è schiacciato nella relazione che cerca di stabilire con il sacro, da un ideale che gli viene imposto e che si è paranoicamente imposto.

    Egli i rivolge allora ai bambini: solo in un rapporto totalmente asimmetrico , dove lui si pone come l’assolutamente altro, cioè un Dio o un demone malvagio, egli recupera una illusoria e transitoria sensazione di potenza. L’abuso sui minori diventa una droga. Essa esaurisce presto il suo effetto fino alla nuova dose in una spirale che si ferma solo con l’arresto. La pedofilia clericale ha quindi una sua caratteristica particolare che la distingue da altre forme di pedofilia Essa è un sintomo di una malattia in cui è coinvolto non solo il prete, ma anche l’intero apparato della Chiesa, nei suoi aspetti istituzionali e dottrinari. La Chiesa non può che cercare di occultare la realtà inquietante degli abusi, dietro dichiarazioni ufficiali che lasciano il tempo che trovano. Essa sa bene che il problema non è costituito dalle deviazioni sessuali di singoli soggetti ma è in discussione il suo intero modo di concepire la realtà umana e la sessualità. . La Chiesa società perfetta aspira a rimanere sempre la stessa, semper eadem ergendosi al di fuori del tempo e della storia. Il progetto di una immobilità assoluta, viene realizzato al prezzo di vite umane, sofferenze e torture indicibili. Tale sacrificio, per le gerarchie clericali, sembra non essere poi così importante. Importante è che l’immagine di Gesù e di Dio legati da un matrimonio mistico con la Chiesa, rifulga imperitura nei secoli dei secoli.