Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ABUSI: LA CEI INCONTRA LE “SUE” VITTIME. E PER LORO CREA UN OSSERVATORIO

    ABUSI: LA CEI INCONTRA LE “SUE” VITTIME. E PER LORO CREA UN OSSERVATORIO

    41466 ROMA-ADISTA. Un incontro tra il presidente CEI card. Matteo Zuppi e il segretario generale mons. Giuseppe Baturi con «alcune vittime, familiari e sopravvissuti ad abusi compiuti da chierici e operatori pastorali in ambito ecclesiale avvenuti in tempi recenti e passati» è avvenuto il 10 marzo scorso presso la sede della Cei, a Roma.

    L’incontro, a cui ha partecipato anche mons. Lorenzo Ghizzoni, responsabile del servizio tutela minori della Cei, si è svolto in un clima «sereno ma intenso», scrive in un comunicato il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, aggiungendo che «è stato un momento molto importante e significativo in cui ciascuna vittima ha condiviso la propria storia di dolore esprimendo, al tempo stesso, il desiderio di assistere e accompagnare la Chiesa in Italia per far sì che questi episodi non si ripetano e per tutelare sempre meglio minori e adulti vulnerabili» e che «l’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituiscono una linea d’azione importante della Chiesa», addirittura una «priorità» che è «già un primo atto di prevenzione», afferma citando le Linee guida della Cei, perché «solo l’ascolto vero del dolore delle persone che hanno sofferto questo crimine ci apre alla solidarietà e ci interpella a fare tutto il possibile perché l’abuso non si ripeta». L’incontro rappresenta – è sempre Corrado a raccontare – «la prima tappa verso la costituzione di un gruppo operativo, formato da vittime di abusi in ambienti ecclesiali e da loro familiari».

    Sarà una sorta di «osservatorio, composto da persone che hanno generosamente dato la loro disponibilità ad offrire, a titolo personale e nella massima libertà, un contributo propositivo per migliorare e rendere più efficaci le attività di formazione e prevenzione messe in atto dalle Chiese in Italia attraverso la rete territoriale dei Servizi tutela minori», direttamente dipendente dalla presidenza Cei.

    Vittime di serie A e di serie B?
    Tutto bene dunque?

    A scavare un po’, si scoprono molte crepe. Intanto, nella scelta di non consultare le vittime della Rete L’Abuso, unica associazione in Italia ad avere elaborato, in quasi 15 anni di lavoro, un prezioso database dei casi di pedofilia e ad avere accompagnato numerose vittime nel percorso di giustizia. Zuppi, che ha incontrato due volte il suo presidente Francesco Zanardi, non appare più intenzionato a cercare il dialogo con la Rete L’Abuso, tanto da non averla nemmeno informata di questa iniziativa: ci sono vittime di serie A e di serie B? «La domanda è: che cosa farà in concreto per queste persone?», si chiede Zanardi (Ansa, 10/5), definendo l’iniziativa un’opera di «propaganda». «Noi li abbiamo denunciati, al governo, all’Unione Europea e all’Onu, in quanto garante per i diritti dell’infanzia».

    Anche lo Stato è sotto accusa: ci sono «tante problematiche che lo Stato italiano fa finta di non sapere: dalla difficoltà delle denunce, alle possibili modalità di insabbiamento, fino alla mancanza di una commissione nazionale indipendente per fa re luce sugli abusi».

    Quale prevenzione senza verità sul passato?
    E questa è l’altra grossa crepa nell’iniziativa CEI: quale prevenzione è possibile, quale ascolto autentico delle vittime è possibile in mancanza di una totale trasparenza sul passato, raggiungibile soltanto con una inchiesta indipendente? Una misura chiesta da tempo anche dal Coordinamento #ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, per il quale la prevenzione può passare soltanto dalla verità e dalla giustizia. Ma che la CEI non abbia la minima intenzione di dare mandato a una commissione indipendente di fare una ricerca seria sul passato, come negli altri Paesi europei, lo aveva già chiarito oltre ogni dubbio, oltre a Zuppi, lo scorso anno, quando presentò “la via italiana” alla lotta agli abusi, anche qualche mese fa Ghizzoni, quando a un convegno della Pontificia Università Lateranense disse testualmente, alludendo alla Francia e alla Commissione Ciase: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania», e che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni», ribadendo che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa» e ridicolizzando l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi» (v. Adista Notizie n. 41/22).

    L’intervento di Ghizzoni arrivava a due giorni dalla presentazione del I Report della Cei, lacunosissimo, sugli abusi (v. Adista Notizie n. 40/22), nel quale i dati sui casi erano molto poveri, provenendo da appena 30 centri d’ascolto diocesani, attivi da meno di due anni (gli unici che avevano ricevuto segnalazioni) su un totale di 90 (su 226 diocesi, di cui alcune accorpate).

    Addirittura un quarto delle diocesi totali (sessanta) si era sottratto all’indagine, in alcuni casi persino dove sono in corso processi penali contro preti accusati di pedocriminalità. Con tutto ciò, occorre rilevare che, nonostante il limitato arco temporale di esame, i numeri del Report CEI erano preoccupanti: pur in un periodo in cui la pandemia ha limitato i contatti (biennio 2020-2021), si parlava infatti di ben 89 presunte vittime e 68 presunti autori: un numero rilevante.

    Il controreport pubblicato il primo febbraio dalla Rete L’abuso portava le cifre relativa a 13 anni di monitoraggio: 88 preti non noti segnalati dalle vittime che, per improcedibilità spesso legata alla prescrizione, non sono conosciuti alle autorità civili; 166 preti accusati, attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva in Italia, compresi coloro che si sono salvati grazie alla prescrizione; 164 condannati in via definitiva, per un totale di 418. Dati che sarebbero utili alla Cei: «Nei due incontri che ho avuto col cardinale ero disposto a consegnare i dati dei non procedibili. Ma non li hanno voluti», ha detto Zanardi (v. Adista n. 5/23).

    Le carenze della “via italiana”
    Le vittime «ascoltate» da Zuppi, con ogni probabilità, sono tra quelle che si sono rivolte ai centri d’ascolto, e che dunque accettano, senza metterla in discussione, la “via italiana” del cardinale. Ben diverso l’approccio e la posizione di Zanardi. Durante la conferenza stampa di chiusura dell’assemblea Cei del 27/5/22, il presidente della Rete L’Abuso aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulla linea che la CEI aveva deciso di adottare per contrastare la pedofilia clericale, ottenendo da Zuppi la promessa di vedersi successivamente.

    Durante gli incontri, avvenuti durante l’estate, che «in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti» (Il Post, 9/9), è emersa la distanza di vedute riguardo alle modalità dell’indagine, tanto per ciò che riguardava lo spazio temporale che la Cei intendeva mettere sotto la lente d’ingrandimento, giudicato troppo breve, quanto per il rifiuto dei vescovi di prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, quanto per l’indipendenza dell’istituzione (l’Università cattolica di Piacenza) incaricata di esaminare i dati raccolti. Senza parlare dell’inefficacia degli stessi centri d’ascolto, cui manca il requisito della terzietà indispensabile per garantire un ascolto obiettivo: «Il 70-80% delle persone che subiscono abusi – rilevava su Il Post (9/9) Zanardi – non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli sportelli diocesani, costituiti nel 2019»; «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro.

    In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso». La chiave di lettura, insomma, deve essere quella del principio di “Interesse superiore del minore”, all’interno del quale la Rete l’Abuso agisce anche sul piano delle azioni verso lo Stato italiano e verso gli
    organismi sovranazionali come Unione europea e Onu. (ludovica eugenio)

  • Pedofilia, la Cei incontra gruppo di vittime. Intanto una associazione chiede un’inchiesta in Parlamento

    Pedofilia, la Cei incontra gruppo di vittime. Intanto una associazione chiede un’inchiesta in Parlamento

    Città del Vaticano – I vertici della Cei hanno incontrato questa mattina alcune vittime di preti pedofili ma non c’era nessuno della Rete l’Abuso, l’unica associazione di vittime esistente, fondata da un uomo violentato quando era adolescente e ora fortemente impegnato nelle sedi internazionali a sollevare l’anomalia italiana: «Noi poniamo un interrogativo importante: Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sui minori del clero in Italia?» si chiede Francesco Zanardi che spinge anche perchè il Parlamento vari una commissione di inchiesta capace di analizzare il fenomeno esattamente come già è accaduto in Portogallo, Francia, Germania, Irlanda, Belgio, Austria, Spagna. A suo dire «sono numerose le problematiche che lo Stato italiano fa finta di non sapere, dalla difficoltà delle denunce, alle possibili modalità di insabbiamento, fino alla mancanza di una commissione nazionale indipendente» per studiare il fenomeno negli ultimi 70 anni, esattamente come è stato fatto in Europa.

    Nel comunicato della Conferenza episcopale si parla di un «incontro avvenuto in un clima sereno ma intenso» ma senza specificare il numero dei sopravvissuti coinvolti, nè il periodo in cui sono avvenuti gli abusi e, soprattutto, informazioni sulle pene (canoniche o civili) comminate ai religiosi.

    «L’incontro, aperto con una preghiera penitenziale, è durato circa tre ore» si legge nella nota.

    Vi ha preso parte anche monsignor. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori. «È stato un momento molto importante e significativo in cui ciascuna vittima ha condiviso la propria storia di dolore esprimendo, al tempo stesso, il desiderio di assistere e accompagnare la Chiesa per far sì che questi episodi non si ripetano e per tutelare sempre meglio minori e adulti vulnerabili. L’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituiscono una linea d’azione importante della Chiesa». Dall’incontro odierno verrà costituito «un gruppo operativo, una sorta di Osservatorio, composto da persone che hanno generosamente dato la loro disponibilità ad offrire, a titolo personale e nella massima libertà, un contributo propositivo per migliorare e rendere più efficaci le attività di formazione e prevenzione messe in atto dalle Chiese in Italia attraverso la rete territoriale dei Servizi tutela minori».

    Nel comunicato non si fa menzione a nessuna forma di giustizia riparativa, in particolare alla questione dei risarcimenti per le vittime, come invece è stato fatto da tutte le altre conferenze episcopali europee. In Germania per le vittime è possibile persino compilare sul sito delle diocesi un formulario on-line. In Francia l’episcopato ha stanziato una cifra sostanziosa per affrontare gli obblighi, fino a determinare la vendita di molti beni immobiliari.

    La Chiesa in Francia istituisce un tribunale nazionale per giudicare i reati sessuali su donne e uomini, ecco come funzionerà

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vittime_pedofilia_cei_italia_rete_l_abuso_papa_francesco_onu_parlamento-7393690.html?refresh_ce

  • «Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sessuali sui minori del clero in Italia?»

    «Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sessuali sui minori del clero in Italia?»

    di Francesco Bertolucci – Una petizione all’Unione Europea e una istanza di procedura di infrazione urgente all’Onu. Entrambe, per chiedere cosa intendano fare questi due organismi sovranazionali per «risolvere il problema italiano», costringere il nostro paese a «prevenire il fenomeno» e «proteggere i minori dagli abusi sessuali, specie quelli ecclesiastici» visto che «la chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante per essere un’associazione strutturata che, grazie ai vuoti legislativi, si è regolamentata internamente dietro a un Motu proprio che mantiene tutte le modalità omissive e criminali originarie del problema stesso, in Italia favorite in modo ‘floreo’ dallo stato, che la sta supportando con il silenzio e favorendone la linea criminale».

    È quanto si può leggere in quella che si può tradurre come una richiesta di pronto soccorso fatta da Rete L’Abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Italia attiva dal 2010 che già in passato aveva sottoposto il problema sia all’Ue che all’alto commissariato per i diritti umani del comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite. E che a metà febbraio di quest’anno ha inviato una informativa urgente alla Procura generale della Repubblica e alle forze dell’ordine dove denunciava la situazione degli abusi sessuali del clero sui minori italiani.

    «Lo abbiamo fatto – spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso – perché in Italia manca una indagine governativa che faccia comprendere la grandezza del problema. Questa sarebbe necessaria. Già quando avevamo sottoposto il problema a Ue e Onu anni fa, ambedue gli organismi si erano detti molto preoccupati per quanto accadeva in Italia e avevano chiesto spiegazioni al nostro stato. Secondo il primo report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero italiano presentato da noi ai primi di febbraio, in Italia ci sarebbero 418 preti pedofili sparsi per tutta la penisola per un numero potenziale di vittime stimato in circa 30mila. Ma sono numeri in difetto visto che l’arco di riferimento è di circa 13 anni e basato sulle denunce raccolte. Una stima possibile, basandosi su calcoli fatti da altre commissioni straniere, potrebbe variare da 50mila a oltre 1 milione di vittime, ovvero il numero più alto mai registrato in tutto il mondo».

    Le mancanze italiane 

    Oltre a quello di Rete L’Abuso, l’unico altro rapporto ufficiale è quello realizzato e diffuso a novembre 2022 dalla Conferenza Episcopale Italiana sulla pedofilia nel clero italiano. Nel rapporto della Cei si legge che nel biennio ’20-’21, nel Belpaese ci sarebbero state 89 vittime di 68 persone di ambito ecclesiastico. «Tralasciando che più di un quarto delle diocesi non ha fornito dati ma riferirsi solo agli anni 20-21 è risibile e non ha senso – afferma Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, associazione che fa parte di ItalyChurchToo, coordinamento contro gli abusi nella chiesa – dovrebbero rendere disponibili gli archivi almeno degli ultimi 50 anni con indagini affidate a commissioni indipendenti. Come è stato fatto ad esempio in Germania, Francia e Portogallo. Lo Stato italiano dovrebbe chiederle a gran voce».

    Nei tre stati europei, commissioni indipendenti hanno ravvisato migliaia di casi grazie anche all’apertura degli archivi da parte della chiesa. In  Portogallo, dove oggi i preti sono circa 4mila, la commissione indipendente coordinata dal neuropsichiatra infantile Pedro Strecht ha censito un “numero minimo”, come precisa nella relazione, di 4815 vittime tra il 1950 e il 2022. In Germania secondo la commissione condotta dalle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen invece i minori abusati sessualmente sono stati 3677 da parte di 1670 religiosi tra il 1946 e il 2014, corrispondenti al 4,4% degli ecclesiasti tedeschi.

    La commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa francese (Ciase) presieduta dall’ex vicepresidente del consiglio di stato Jean-Marc Sauvé e pubblicata a fine 2021 ha riscontrato che, negli ultimi 70 anni, il 3 per cento del numero totale stimato dei preti francesi sarebbe pedofilo, pari a circa 3mila ecclesiastici, con una media di 72 vittime per sacerdote per un numero potenziale di abusati stimato in 216mila persone. Dai 29mila del 1995, oggi i sacerdoti in Francia sono circa 14mila, in Germania si è passati dai circa 18mila del 1997 ai 12mila di oggi mentre in Italia, che ha il numero più alto al mondo, si è passati dai circa 50mila dei primi anni 2000 (tra diocesani e religiosi) ai circa 43mila odierni, diaconi permanenti compresi. Il numero degli abusati è difficile ipotizzarlo ma, se guardiamo alle statistiche degli altri paesi, ci sarebbe poco da star tranquilli. Per far chiarezza, l’unica via sarebbe scoperchiare il vaso.

    «In Germania e Francia la chiesa ha stabilito un fondo per le vittime di 40 e 20 milioni di euro – continua Ventura – mentre qua da noi questo non esiste e già le commissioni indipendenti sono un tabù. Monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del servizio tutela minori della Cei, durante il convegno ‘Dalla parte delle vittime’ del 19 novembre scorso alla Pontificia Università Lateranense, ha specificato che gli enti indipendenti di ricerca ‘Hanno fatto danni’ che ‘Non sarà costituita una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della chiesa’, ‘Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania’ e precisato che il caso di ‘un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti non è grave quanto quello di un abusatore seriale’.

    La chiesa italiana deve fare come quella tedesca, portoghese e francese: aprire gli archivi e darli a una commissione indipendente. E lo dico perché, come cattolico, voglio salvare la chiesa». La richiesta di un fondo a favore delle vittime, insieme all’obbligatorietà di un certificato antipedofilia esteso anche al clero e al volontariato attivo nella chiesa, sono altri due punti presenti nelle istanze inviate da Rete L’Abuso.  A questi si aggiunge la richiesta di estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini e l’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi, come già sta avvenendo in altri paesi, «Uno dei nostri grossi problemi legislativi» come spiega Zanardi.

    Il problema delle denunce 

    Alcuni esperti affermano che solo il 10 per cento degli abusati presenta denuncia. Di per sé, già questo sarebbe un dato che lascia spazio a un potenziale sommerso gigantesco. «In più c’è da considerare che la persona abusata – chiarisce l’avvocato Mario Caligiuri che si occupa dei reati di abusi sessuali e collabora con Rete L’Abuso – può metterci molti anni a realizzare di aver subito un abuso. Il fatto che in Italia il reato di violenza, se non denunciato, può finire in prescrizione, è una spada di Damocle sulla testa degli abusati. Che andrebbe tolta. Poi ci sarebbe il problema degli sportelli diocesani, che la chiesa ha aperto in funzione di ascolto. Apparentemente sarebbero una buona cosa. Ma si tratta di una politica equiparabile a una apologia di efficienza della chiesa nel riuscire a controllare e gestire questo fenomeno autonomamente. Un aspetto grave che si può paragonare a una sorta di scippo della funzione allo stato. La chiesa non può essere la sola a trattare questi reati. Lo stato italiano sta facendo finta di non sapere».

    Se vagliamo le denunce che possiamo trovare da parte delle vittime, la maggior parte di queste iniziano con “ho denunciato il fatto alla parrocchia” come ha raccontato una ragazza sarda o “mi sono fatto forza e sono andato allo sportello diocesano” come ammetteva un ragazzo siciliano. Non che dire le cose in parrocchia sia il male ma nessuno di loro va direttamente dai carabinieri. Una soluzione ‘interna’ pensata anche in Vaticano se consideriamo il motu proprio del 2019 Vos Estis Lux Mundi di Papa Francesco nel quale aveva specificato «l’obbligo di segnalare tempestivamente» gli abusi al funzionario ecclesiastico ma non alla giustizia italiana. «La chiesa insiste a non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili – continua l’avvocato Caligiuri – ma se vogliono acquistare credibilità, sarebbe la prima cosa che dovrebbero fare».

    «Negli sportelli diocesani – aggiunge Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il dramma di essere abusato – si raccolgono le testimonianze con l’accordo tra le parti di non divulgare i dati. Te vai lì, denunci la cosa, lasci i dati, sottoscrivi e non ti viene dato alcun consenso informato. Te vai in nome di dio ma di fatto finisce tutto nell’archivio diocesano. E non te ne danno copia. All’interno archivio c’è un avvocato della chiesa che spesso insabbia tutto o che comunque può utilizzare poi le tue dichiarazioni in sede processuale. Questi poi non sono obbligati a denunciare ma gestiscono la cosa internamente». La segnalazione fatta prima in chiesa che alla giustizia, accadrebbe per un motivo psicologico. Il sacerdote è una figura autorevole e della quale la vittima si fida ciecamente, essendo una persona di cui si fidano anche i genitori stessi.

    «Il traumatismo derivato dall’abuso sessuale – spiega Sara Simona Racalbuto, psicologa clinica e psicoterapeuta, dell’ambulatorio Bambi dell’ospedale Regina Margherita di Torino, centro specializzato nell’intervento psicologico e medico in caso di abuso sessuale e maltrattamento su minori – trova la propria potenza destruente in relazioni in cui si è per natura preposti a fidarsi ed affidarsi. L’aggravante dal punto di vista psichico è proprio la confusività generata da quel tipo di relazione, dove la vittima si sente colpevole e partecipa essendo legata emotivamente al suo abusante. Da qui la fatica del rivelare o di violare quel patto anche non esplicito di non tradire l’abusante o di non tradire i genitori o l’altro riferimento adulto non abusante».

    Denunciando i fatti alla chiesa, la persona abusata pensa quindi di fare la scelta più giusta. Possibili problemi poi potrebbero derivare dall’aspetto della riforma Cartabia approvata nel 2022 che ha reso procedibili secondo querela di parte anche i reati di violenza e la cosiddetta giustizia riparativa, che andrà in vigore da giugno di questo anno. Se da un lato questa ha il lato nobile di far cercare un accordo tra le parti, può essere avviata dall’autore del reato e comportargli una pena più favorevole, dall’altro mettere a fronte la vittima con una persona che magari non propriamente pentita di quanto fatto, potrebbe dare nuovi problemi psicologici. Queste ultime però sono solo ipotesi. «Di sicuro – sottolinea Zanardi – c’è il problema dei Patti Lateranensi stipulati nel ’29 da Mussolini. Questi dicono in sostanza che il vescovo qualora intervistato da un magistrato su un reato commesso da un suo prete, se ritiene che la questione sia riservata al suo ministero, ha facoltà di non rispondere al magistrato. Ci vorrebbe l’obbligo di denuncia e di cambiare i Patti Lateranensi».

    Una possibile soluzione 

    Nello specifico, Zanardi si riferiva all’articolo 4 dei Patti Lateranensi che dice testualmente: gli ecclesiastici non possono essere richiesti da magistrati o da altra autorità a dare informazioni su  persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del sacro ministero. Cambiare unilateralmente i Patti Lateranensi, oltre forse a non centrare del tutto il problema, non sarebbe semplice. «La Costituzione – chiarisce Piercamillo Davigo, ex presidente della II Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ed ex membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura – dice che le modifiche di comune accordo dei Patti Lateranensi non richiedono modifiche costituzionali. Quindi quelle senza accordo richiedono un procedimento di revisione  costituzionale».

    L’obbligo di denuncia per reati contro le persone invece riguarda i pubblici ufficiali. “Tutti i ministri del culto, non sono né pubblici ufficiali né incaricati di pubblico servizio. L’obbligo di denuncia quindi non c’è – specifica Piero Forno, ex magistrato e sostituto procuratore del Tribunale di Milano, noto come «il pm dei bambini’ e che inventò in Italia la specializzazione in reati sessuali – Io sarei dell’idea, e con questo non prendo posizione contro la chiesa cattolica ma prendo posizione sul problema, che un abuso sessuale in danno di minori appartiene a quella categoria di reati per i quali qualunque cittadino, se ne viene a conoscenza, lo deve denunciare. E sarebbe una soluzione in radice che non lascia spazi a fori esterni. Non è che dobbiamo inventarci qualcosa. Basta modificare l’articolo 364 del codice penale».

    L’articolo 364 specifica: il cittadino, che, avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello stato, per il quale la legge stabilisce la pena di morte o l’ergastolo, non ne fa immediatamente denuncia all’autorità, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1032 euro. Facendo un esempio, reati contro personalità dello stato può significare che se abbiamo un vicino di casa con la casa piena di armi e veniamo a conoscenza che sta organizzando un attentato, ovvero reato contro la personalità dello stato, siamo obbligati a denunciare. «Basterebbe aggiungere all’articolo una cosa come ‘e un reato in danno di minori’, ovvero una violenza sessuale o maltrattamenti – afferma Forno – che è quello che succede in Francia. In Francia è stato condannato, poi andato in prescrizione, il cardinale Philippe Barbarin perché ha coperto un parroco che aveva abusato di un centinaio di ragazzi della sua parrocchia. Lui lo sapeva, lo ha preso e trasferito. Come cittadino però aveva obbligo di denunciare. Manca questo obbligo in Italia».

    Questo non andrebbe contro al cosiddetto segreto professionale, inteso come quello salvaguardato dall’articolo 200 del codice di procedura penale il quale specifica che non si può obbligare a deporre su quanto conosciuto per ragione del proprio ministero, i ministri di confessioni religiose. «Se stabiliamo un principio generale del cittadino – osserva Forno – è difficile che il ministro del culto possa avvalersi del segreto professionale. Perché il segreto professionale è sostanzialmente legato al sacramento della confessione. Non ci sono deroghe. Se vado a confessare anche il più atroce delitto, questo non può dire: vado dai carabinieri. La legge non stabilisce nessun obbligo. L’unica sarebbe quella che impone a tutti i cittadini di denunciare non solo i delitti contro la personalità dello stato ma anche maltrattamenti e violenze sessuali in danno di minori. Se voi venite a conoscenza di una notizia di reato, una confidenza di una amica minorenne ‘guarda, son stata violentata’, vai a denunciare. È di una semplicità tale da far pensare che se questo non succede è perché c’è una volontà politica, spiace dirlo, in senso contrario.  Altrimenti non si spiega».

    Quanti potrebbero essere gli abusati in Italia e perché
    Per cercare di inquadrare il problema nell’arco di più anni, ci sono ipotesi che si basano su potenziali stime su preti-orchi e vittime, dettate da quanto è accaduto negli altri stati. Si può arrivare all’8 per cento del totale dei preti presenti sul territorio calcolato dalla Nsac, la National Sexual Assault Conference, passando dal 4 per cento stimato da Bryan Froehle, professore di teologia alla Palm Beach Atlantic University e il 6 per cento di Richard Sipe, ex presbitero e psicoterapeuta, conosciuto al grande pubblico perché citato anche nel film Il caso Spotlight, che durante le sue ricerche sul comportamento sessuale dei preti cattolici e dei loro superiori, aveva intervistato 1500 sacerdoti rilevando che 90 di loro avevano rapporti con minori. Stando agli studi realizzati dallo stesso Sipe, ogni prete pedofilo, visto il numero di adolescenti e preadolescenti coi quali è quotidianamente a contatto nell’esercizio delle sue funzioni, potrebbe arrivare ad abusare di oltre 250 vittime nel corso della propria vita.

    Ovviamente non è una equazione sicura. Per altri casi negli  Stati Uniti, Andrew Greeley, professore di sociologia all’Università di Chicago, presume che si possano contare 50 vittime per sacerdote pedofilo. Quasi dieci anni fa, nel 2014, Papa Francesco  diceva in una intervista all’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari che la pedofilia all’interno di tutta la chiesa sarebbe al livello del 2 per cento. Fino a pochi anni fa i sacerdoti in Italia erano poco più di 50mila. Tenendoli come numero medio nel corso dei decenni, fossero ad esempio il 2 per cento, ovvero 1000, facendo un rapido calcolo gli abusati potrebbero oscillare dai 50mila di Greeley ai 72mila della Ciase fino ad arrivare ai 250mila di Sipe. Fossero l’8 per cento invece, si tratterebbe di 4000 preti pedofili per potenziali 1 milione di vittime stimate sui numeri di Sipe. Così fosse, i numeri italiani sarebbero i più alti mai registrati in tutto il mondo. Ma senza una commissione indipendente, si tratta solo di ipotesi.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1665464/chiesa-vittime-stato-italia-puo-anni-problema-abusi-abuso-numero

  • ALTO COMMISSARIATO PER I DIRITTI UMANI – diritti dell’infanzia

    ALTO COMMISSARIATO PER I DIRITTI UMANI – diritti dell’infanzia

    L’esponente Francesco Zanardi, nato a Torino il 19 luglio 1970, agisce nel presente atto in qualità di Presidente pro tempore delle ONG Rete L’ABUSO – Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – CF 92109400090; Rete L’ABUSO – Human Rights Connect EDV/ETS (Registro nazionale) – C.F. 92111440092; nella qualità osservatore e referente per l’Italia ECA Global con sede in Seattle.

    Al fine di rendere quanto piu consapevole questo Comitato della drammatica situazione dello Stato membro, ha inserito nell’esposizione oltre ai soliti allegati cartacei (all. x) anche dei (link x), per sottolineare che i gravi fatti che andremo ad esporre NON SONO frutto di documentazione conosciuta ristrettamente dall’Associazione esponente, ma sono dati pubblici denunciati e documentati persino sui quotidiani italiani.

    Questo a riprova dell’inerzia delittuosa e sistematica delle istituzioni del paese, che le ignorano puntualmente in tutta la loro gravità, legittimandole, negando nei fatti l’accesso alla Giustizia.

    L’esponente fa anche notare che, se pur approfondisca nei testi in particolare quanto l’Associazione documenta per sua specifica finalità riguardo alla chiesa cattolica, questo deve essere visto in una panoramica di 360°: dalla società civile a tutte quelli situazioni che vedono aggregazione, comunità, associazioni di vario genere, cooperative di servizi, confessioni religiose e confraternite.

    La chiesa cattolica come vedremo, si differenzia in modo preoccupante nello Stato membro, per il fatto di essere un’associazione strutturata che, a fronte del problema e grazie ai vuoti legislativi, si è regolamentata internamente dietro a un Motu proprio, che mantiene tutte le modalità omissive e criminali storicamente originarie del problema stesso, in Italia favorite in modo particolarmente “floreo” grazie allo Stato, che la sta supportando con il silenzio e, come vedremo, favorendone la linea criminale.

    Nell’ottica di quanto sopra il reportage di BBC dell’8 giugno 2022 “Our World: Italy’s Hidden Sins” prodotto, sottolineo, non dalla TV italiana, tra i tanti problemi del caso (link 1 con sottotitoli), ma dalla TV inglese. Questo per accrescere ulteriormente e doverosamente l’attenzione proprio sui fatti di cronaca che indicheremo come (link x), tanto gravi da essere finiti sulla cronaca e questo malgrado i silenzi dell’informazione nel paese.

     

    ESPONE

     Nella 65° sezione del 31 gennaio 2014 questo Comitato esaminava a seguito dei persistenti silenzi il rapporto periodico della Santa Sede riportando queste osservazioni conclusive.

    (link 2 al paragrafo 43 e 44)

    Sfruttamento e abuso sessuale

    43 – “Il Comitato prende nota dell’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede di ritenere inviolabile la dignità e l’intera persona di ogni fanciullo. Il Comitato cionondimeno esprime la sua più profonda preoccupazione circa l’abuso sessuale sul bambino commesso dai membri degli ordini cattolici che operano sotto l’autorità della Santa Sede, con chierici che sono stati coinvolti nell’abuso sessuale di decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Il Comitato è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi. Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che:

    (a) Ben noti autori di abusi sessuali su bambini sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri Paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali su bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli;

    (b) Ancorché la Santa Sede ha stabilito la sua piena giurisdizione sui casi di abuso sessuale su bambino nel 1962 e li ha posti nel 2001 sotto l’esclusiva competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), ha deciso di fornire al Comitato i dati su tutti i casi di abuso sessuale su bambino portati alla sua attenzione nel corso del periodo del rapporto e le risultanze dei procedimenti interni in tali casi;

    (c) I casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale su bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari negli Stati dove gli abusi sono stati commessi;

    (d) A causa del codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica, i casi di abuso sessuale su bambino non sono quasi mai stati denunciati alle autorità per l’applicazione della legge nei Paesi dove tali crimini sono stati commessi. Al contrario, casi di suore e preti ostracizzati, degradati e licenziati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio sono stati denunciati al Comitato così come casi di preti che hanno ricevuto congratulazioni per essersi rifiutati di denunciare gli autori di abuso su bambino, come dimostrato nella lettera indirizzata dal Cardinale Castrillon Hojos al Vescovo Pierre Pican nel 2001;

    (e) Denunciare alle autorità nazionali per l’applicazione della legge non è mai stato reso obbligatorio e ciò è stato esplicitamente rifiutato in una lettera ufficiale indirizzata ai membri della Conferenza Episcopale Irlandese dal Vescovo Moreno e dal Nunzio Storero nel 1997. In molti casi, le autorità della Chiesa, incluso al più alto livello della Santa Sede hanno mostrato riluttanza e in alcuni casi, hanno rifiutato di cooperare con le autorità giudiziarie e le commissioni nazionali d’inchiesta.

    (f) Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli iscritti nelle scuole e istituzioni cattoliche di proteggere se stessi dall’abuso sessuale.

    44 – Il Comitato accetta la dichiarazione della Santa Sede circa l’importanza di stabilire la verità di ciò che è accaduto nel passato, per adottare i necessari provvedimenti per impedire che ciò accada ancora, per assicurare che i principi di giustizia siano pienamente rispettati e, soprattutto, per portare riparazione alle vittime e a tutti quelli colpiti da questi enormi crimini. In questa prospettiva, Il Comitato sollecita fortemente la Santa Sede a:

    (a) Assicurare che la Commissione creata nel dicembre del 2013 investigherà in maniera indipendente tutti i casi di abuso sessuale su bambino così come le condotte della gerarchia cattolica nell’occuparsi di essi. La Santa Sede dovrebbe considerare di invitare la società civile e le organizzazioni delle vittime a unirsi a questa Commissione e gli apparati internazionali per i diritti umani a supportare il suo lavoro. Le risultanze di questa investigazione dovrebbero essere rese pubbliche e servire a prevenire il ripetersi dell’abuso sessuale su bambino all’interno della Chiesa cattolica;

    (b) Rimuovere immediatamente tutti coloro che sono noti e sospetti autori di abuso sessuale su bambino dai loro incarichi e rinviare la questione alle pertinenti autorità per l’applicazione della legge per le investigazioni e i fini di azione giudiziaria;

    (c) Assicurare una trasparente condivisione di tutti gli archivi che possono essere usati per tenere gli autori degli abusi responsabili così come quelli che hanno nascosto i loro crimini e scaltramente hanno posto gli offensori in contatto con i fanciulli;

    (d) Emendare il Codice canonico affinché l’abuso sessuale su bambino sia considerato come i crimini e non come “delitto contro la morale” e abrogare tutte le disposizioni che possono imporre un obbligo di silenzio sulle vittime e su tutti quelli che vengono a conoscenza di tali crimini:

    (e) Stabilire chiare regole, apparati e procedure per la denuncia obbligatoria di tutti i casi sospetti di abuso e sfruttamento sessuale del bambino alle autorità per l’applicazione della legge;

    (f) Assicurare che tutti i preti, il personale religioso e gli individui che lavorano sotto l’autorità della Santa Sede siano resi edotti dei loro obblighi di denuncia e del fatto che in caso di conflitto, questi obblighi prevalgono sulle disposizioni del codice canonico;

    (g) Sviluppare programmi e politiche per la prevenzione di tali crimini e per il ristabilimento e la reintegrazione sociale delle vittime bambino, in accordo con i documenti conclusivi adottati dai Congressi Mondiali contro lo Sfruttamento Sessuale dei Bambini del 1996, 2001 e 2008, tenuti a Stoccolma, Yokohama e Rio de Janeiro, rispettivamente;

    (h) Sviluppare programmi di educazione preventiva per innalzare la consapevolezza dei fanciulli sull’abuso sessuale e per insegnare loro le necessarie capacità tramite le quali proteggere se stessi; e

    (i) Considerare di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Protezione dei Bambini contro lo Sfruttamento Sessuale e l’Abuso Sessuale.”

    Questo comitato concludeva e rimandava;

    66 – Il Comitato invita la Santa Sede a presentare il suo rapporto periodico combinato dal terzo al sesto entro il primo settembre 2017 e ad includere in esso le informazioni sull’implementazione delle presenti osservazioni conclusive…

     

    -o-O-o-

    Nell’ottobre del 2018 l’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO relazionerà con un report a questo Comitato (link 3) la già all’epoca grave situazione dello Stato membro, in particolare per quanto riguarderà l’ambito dei rapporti con la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana.

    Il report verrà esaminato nell’80° sezione, nelle sedute del 23 e 24 gennaio 2019, durante l’esamina periodica dell’Italia.

    Il 28 febbraio 2019, questo Comitato si esprimerà riportando queste osservazioni conclusive

    (link 4 al paragrafo 21):

    “21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    Raccomandazioni che mi permetto la triste ironia, oggi è evidente siano sfuggite decisamente di mano allo Stato membro e afferrate al volo dallo Stato del Vaticano che, trovato il vuoto, si è infilato e lo ha sfruttato come vedremo. Non di certo nell’interesse superiore del minore e della convenzione ONU.

     

    ESPONE

     il 7 maggio 2019, a seguito del Motu Proprio emesso dal Legislatore dello Stato della Città del Vaticano anche le diocesi italiane si sono adeguate alla normativa interna alla Santa Sede. (link 5)

    Secondo il report della Conferenza Episcopale Italiana (all. 1) (link 6) diffuso il 17 novembre 2022 sarebbero su un totale di 226 diocesi, 166 ad aver attivato i c.d. sportelli diocesani (il 73,4%), delle quali si evince, tranne un’assistenza psicologica presente solo nel 12,3%, non hanno alcun programma concreto di prevenzione; la denuncia resterà rigorosamente interna alla chiesa; nessun indennizzo o soccorso è previsto per le vittime.

    Un grave squilibrio che va sottolineato tra vittime e clero pedofilo: per il clero troviamo 23 strutture (link 7) di “ricovero e redenzione” per i sacerdoti accusati o condannati, presso le quali la chiesa sostiene tra le contestazioni della comunità scientifica, di “curarli” prima di reinserirli nelle parrocchie. Come spiega Marco Ermes Luparia – Psicologo, Psicoterapeuta, Antropologo Prenatale e Diacono Permanente – “Noi siamo un’officina, non siamo uno sfasciacarrozze”. (EURONEWS link 8)

    Proseguendo nella lettura del report della CEI, la situazione che emerge è grave!

    I dati se pur davvero molto scarni, esaminano due anni, il 2020 e il 2021 con le risposte pervenute agli sportelli in un periodo sicuramente ostile, in quanto la pandemia ha limitato moltissimo anche nelle diocesi l’accesso agli stessi da parte dei sopravvissuti.

    Lo stesso report – dichiara CEI – non comprenderà i dati pervenuti alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Ebbene, delle 166 diocesi italiane che hanno attivato gli sportelli, i dati trasmessi che lo stesso report riconduce a soli 30 di questi (di cui non è stata resa nota la posizione geografica nel paese), dichiarano che dei 68 presunti autori denunciati; 30 sarebbero chierici, che sommati ai 15 consacrati fanno 45.

    Si legge che i laici educatori, insegnanti di religione ecc.) sarebbero 23 dei 68, il 33,8% del totale. (#)

    Riservo di espandere meglio per i laici nel paragrafo relativo alla ratifica della (* pag. 8) Convenzione di Lanzarote.

    La recente commissione d’inchiesta CIASE ha ravvisato che in Francia, in un arco temporale di circa 70 anni, ben 3000 sacerdoti cattolici abbiano abusato sessualmente di 216.000 minori. Non è noto per quante volte.

    Secondo la Commissione CIASE, aggiungendo l’indotto cattolico, il numero di vittime salirebbe a 330.000.

    Tuttavia, tenendo conto delle “sole” 216.000 vittime dei 3000 religiosi, ogni sacerdote cattolico francese avrebbe abusato, mediamente, di 72 bambini.

    Un dato che va indubbiamente ben oltre la media dei reati attribuibili in ambito laico.

    La Francia ha mantenuto nei 70 anni in esame circa 2/5 dei sacerdoti rispetto all’Italia, e se anche l’Italia segue la statistica percentuale come in Francia e negli altri paesi, e non vi è motivo di pensare non sia così, è verosimile quindi che più di 7.000 sacerdoti italiani risultino pedofili.

    Come confermerebbero anche le proiezioni redatte dal collega Mark Vincent Healy: il potenziale di vittime in Italia sarebbe pari a circa un milione di bambini. (all. 2)

     

    -o-O-o-

    Il 1 febbraio 2023, l’Associazione produrrà un contro report a quello della CEI, dettagliato e suddiviso anche per regione geografica (link 9). I dati utilizzati sono quelli pervenuti all’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, attraverso le denunce dirette dei sopravvissuti che assistiamo, raccolte nei 13 anni di operatività sul territorio italiano.

    La base dei dati esposti è da definirsi assolutamente parziale e in difetto, sono state rimosse tutte le segnalazioni anonime, sono gli unici dati disponibili in assenza di una indagine governativa.

    Stiamo parlando di un totale censito di 418 sacerdoti, non di casi in quanto molti di questi sono autori di abusi su piu bambini. Facendo un rapido paragone col report CIASE, solo i 418 potrebbero aver prodotto circa 30.000 vittime.

    Parliamo di;

    166 accusati, in molti casi con condanna in 1° e 2° grado, ma spesso mai diventata definitiva a causa dell’intervento dei termini prescrittivi, che ne hanno estinto in questi casi anche qualunque forma preventiva da parte dell’Autorità Giudiziaria. (link 10)

     

    164 condannati in via definitiva, moltissimi non hanno mai fatto un giorno di carcere, “ricoverati” per “terapia” nelle 23 strutture utilizzate dalla CEI sul territorio dello Stato membro. (link 11)

     

    88 mai denunciati, totalmente anonimi anche alla giustizia. Spesso perché prescritti e per scelta, in tutela alla fragilità delle vittime stesse, che nel paese non hanno poi supporto psicologico neanche dallo Stato, spesso siamo costretti a desistere alla denuncia che come vedremo piu avanti sarebbe infruttuosa, nella drammatica attesa di riuscire a trovare un’altra vittima, non prescritta e disposta a fare una querela.

    Altro problema italiano, in quanto la querela di parte è l’unica formula di denuncia possibile. Ostativa e penalizzante in quanto impedisce anche alle ONG come la nostra, di procedere con qualunque comunicazione ai fini preventivi all’Autorità Giudiziaria.

    Problema che persisterebbe naturalmente anche qualora la Santa Sede dovesse inserire nelle sue leggi l’obbligo della denuncia alle autorità italiane.

    Tuttavia, tolti gli 88 mai denunciati che hanno sempre girato e girano tutt’ora indisturbati, tolti quelli deceduti, sia i 166 accusati, sia i 164 condannati, una volta archiviata la loro posizione, li ritroviamo praticamente tutti nelle parrocchie, a contatto con i minori. (link Luciano Massaferro – Enzo Calà – Felix Cini – Paolo Turturro e decine di altri facilmente reperibili sul Web)

    Riservo di espandere meglio questo punto e le lacune nel paragrafo relativo alla ratifica della (* pag. 8) Convenzione di Lanzarote.

     

    -o-O-o-

    Nell’intento di provocare nelle assopite Istituzioni del paese un atto di responsabilità come quello della Magistratura spagnola, che nella sua autonomia Istituzionale e nel vuoto di una discussione politica sul tema all’interno del paese, è intervenuta ordinando a tutte le Procure locali l’invio dei dati alla Procura Generale, provocando una discussione e l’avvio di una Commissione Governativa. (link 12)

    Il 16 febbraio 2023 l’esponente invierà una denuncia alla Procura Generale della Repubblica Italiana, contenente quanto era emerso di grave già nel report del 1° febbraio. Per via delle gravi problematiche ostative che in Italia impediscono ai cittadini e alle ONG di denunciare anche a scopo preventivo le notizie di reato di cui si è informati, l’Osservatorio della Rete L’ABUSO non ha potuto comunicare (per legge) la lista dei nominativi unitamente alla denuncia, il rischio era di ricevere centinaia di querele da chi segnalato. (all. 3)

    L’esponente, invitato a desistere dai suoi stessi legali dall’allegare l’elenco, ha utilizzato la “formula” di mettere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria i 418 nominativi, che se richiesti dall’AG durante un interrogatorio, assumono nell’adempimento del dovere di tutela della stessa AG, la legalità della loro trasmissione.

    Ebbene, malgrado sussista la procedibilità d’ufficio ai fini di tutela, questo non è avvenuto ancora in data odierna (vedi firma digitale a fine documento). Ancora una volta a riprova delle drammatiche reticenze istituzionali che indubbiamente hanno favorito e favoriscono le condizioni criminali nelle quali si trova il paese, i bambini che ci vivono e i sopravvissuti, questa volta allo Stato e alla Chiesa.

    Con l’inerzia dimostrata dalla Repubblica già nel 2019, lo Stato Italiano per “tacito accordo” legittimava nei fatti in particolare alla CEI che li “ratificava” dietro il motu proprio, l’occultamento dei crimini e dei criminali previsti, il loro favoreggiamento e la possibilità che questi piu volte reiterassero a danno di bambine e bambini, che lo Stato avrebbe dovuto invece proteggere.

    Lo scorso 25 marzo Papa Francesco ha implementato il motu proprio del 2019, confermando positivamente ed estendendo quelle precedenti norme, anche a chi nella chiesa è responsabile laico.

    In qualche modo a riprova che la chiesa è consapevole di essere un pericolo per i bambini, o viceversa i bambini un pericolo per lei. Questo non solo a causa delle devianze sessuali dei suoi ministri, ma per l’indotto pedofilo che attira a sé, “rassicurato” dall’omissione della denuncia, garantita dalle stesse linee guida della CEI, a sua volta garantita dalla compiacenza delle Istituzioni del paese.

    Come emerge chiaramente dagli stessi dati CEI, un terzo del totale sono proprio laici.

     

    -o-O-o-

    L’11 aprile, attraverso una PETIZIONE al Parlamento Europeo (all. 4) l’esponente documenta la grave situazione del paese e le stesse lacune esposte in questo documento, con particolare attenzione al (* pag. 8) Trattato di LANZAROTE, direttiva Europea che l’Italia ratificherà con la legge 172/2012.

    Rammaricandosi per la disapplicazione fallimentare da parte del Legislatore italiano, l’esponente ne sottolinea i gravi effetti collaterali prodotti e osserva;

    Il c.d. certificato anti pedofilia si è dimostrato nell’applicazione del legislatore italiano un vero boomerang in quanto lasciando scoperta in particolare tutta la fascia del volontariato, ha convogliato in quell’ambito tutti i predatori accertati, impossibilitati dal certificato stesso ad agire in altri contesti.

    Situazione che si aggrava ulteriormente in tutte le realtà di associazioni, COOPERATIVE di servizi e confessioni religiose, esenti in Italia dall’esibizione, in quanto considerate volontariato o offerenti lavoro subordinato o occasionale.

    Realtà che, in questi casi, come è ben noto, tendono a gestire internamente il crimine prediligendo la tutela e il buon nome della propria immagine anziché l’interesse superiore del minore e, questi gruppi o associazioni, non essendo pubblici ufficiali, in Italia sono esenti dall’obbligo della denuncia, che nei più dei casi – indotti e/o impediti dal vuoto legislativo – è omessa sistematicamente.

    Certamente un incentivo ulteriore per il predatore, che trova al loro interno piu tutela qualora venisse scoperto.

    L’ulteriore effetto collaterale, oltre le vittime prodotte, di cui puntualmente nessuno si fa carico in quanto si svelerebbe l’accaduto, è non segnalare l’abusante, limitandosi ad allontanarlo. Permettendo così, qualora non abbia precedenti, di introdursi anche in ambienti dove è necessario il certificato, vanificandolo ulteriormente. (link 13)

    Anche in materia di audizione protetta rileviamo gravi violazioni e in alcuni casi violenze a danno delle vittime.

    Il motu proprio del 2019 introduceva i c.d. sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili. Uffici privi di consenso informato, inadeguati alla regolamentazione vigente in materia di privacy, ai quali la vittima in Italia accede senza neppure l’assistenza del proprio difensore di fiducia, non prevista. Depone sottoscrivendo una denuncia/relazione spesso raccolta da sacerdoti o volontari che non hanno alcuna competenza e che tuttavia non agiscono in nome della legge dello Stato, ma in base al codice canonico che regolamenta questi sportelli e lo stesso Motu proprio, basato sul sesto comandamento del decalogo. Tutto senza dare copia alla vittima e senza sapere che uso ne sarà fatto.

    Tutto praticamente sulla fiducia spesso indotta dalla fede.

    In molte occasioni viene chiesto alle vittime di sottoporsi ad una perizia per conto dello stesso tribunale canonico, di cui anche in questo caso non verrà data copia dell’esito.

    Come nel caso della denuncia in assenza del difensore, anche in questo caso la modalità è identica e da diverse testimonianze che ci pervengono attraverso i nostri assistiti – che in qualche caso scaltramente ne hanno registrato gli incontri – sentire il peritante accusare la vittima, colpevolizzandola per non essersi sottratta al prete. Come, ad esempio, nel caso specifico citato sopra e documentato con registrazione audio video, del nostro associato di Napoli, provocando un ricovero in psichiatria al malcapitato.

    Come documentato nella querela al Governo italiano del 2919, già agli atti di questo Comitato (all. 5 da pagina 15). Qui il video delle violenze del prete psicologo apparso nella famosa trasmissione di Mediaset – LE IENE – Accuse di pedofilia: come indaga la chiesa

     

    Facciamo notare – Malgrado la gravità e la denuncia sottoscritta anche dall’interessato Arturo Borrelli e da altre 28 persone che nel testo denunciavano i rispettivi casi, quindi con querela di parte, senza comunicazione alcuna, la Procura della Repubblica di Savona archivierà a tempo di record l’intero fascicolo, proprio mentre l’80° sezione del Comitato per i diritti dell’infanzia a Ginevra si apprestava a discutere la posizione dell’Italia.

    Nel merito dell’esito delle procedure canoniche avviate presso gli sportelli diocesani, ravvisiamo da quanto denunciano le stesse vittime e documenta l’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, al di là dell’omissione sistematica della comunicazione alla magistratura, al di là della “pena” irrisoria data dalla chiesa – nel piu dei casi una sospensione dal sevizio – registriamo diversi casi dove  le condanne comunicate alle vittime risultano mendaci, tanto da ritrovare il prete condannato a 5 anni di sospensione, dirigere due parrocchie insieme al fratello, accusato anch’esso di stupro ai danni di un’invalida (link 14).

    Registriamo anche diversi tentativi – molti avvenuti e documentabili su richiesta dell’AG – di comprare, attraverso accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, il silenzio delle vittime. In genere 25.000€ non a titolo di indennizzo, ma per non rivelare l’accaduto a nessuno, lasciando quindi il sacerdote libero di continuare nell’anonimato (link 15). In altri casi – molti meno – l’accordo tra le parti è strumento per evitare che, durante il processo il prete o la diocesi si trovino contro la vittima e le parti civili.  (link 16)

     

    -o-O-o-

    Naturalmente l’Associazione scrivente ha più volte denunciato queste circostanze sul territorio alle Istituzioni.

    Il 27 novembre 2017 con una interrogazione parlamentare dell’Onorevole Matteo Mantero –senza risposta (link 17);

    Il 19 febbraio 2018 una diffida inviata agli organi di Governo italiano (L. 241 1990) – senza risposta (link 18);

    Il 18 ottobre 2018 una denuncia depositata presso la Procura della Repubblica di Savona sottoscritta da 29 vittime – archiviata malgrado sussistesse in diversi casi la procedibilità d’Ufficio (all. 3 – alleghiamo solo corpo del testo centrale depositato per motivi di ampiezza del fascicolo, integralmente disponibile dal nostro datacenter, accedendo a https://retelabuso.eu/index.php/s/Ls6g3aiQ9ZSc53c), password xxxxxxx.

    Il 30 novembre 2018 deposita presso questo Ufficio il report nominato “Caso Italia” che sarà esaminato da questo Comitato nell’e sedute dell’80° sezione del gennaio 2019, le cui conclusioni troviamo all’inizio del presente testo a fondo della pagina 1. (link 19 par.21)

    Nel gennaio 2023 la Relazione al Parlamento sul contrasto all’abuso dei minorenni 2021, non rileva quanto rilevano tutti gli Stati membri dell’Unione europea e degli altri paesi al di fuori (link 20 pag 182).

    (#) Da notare nella relazione di del Servizio 114 – Emergenza infanzia;

    “Percentuali più irrisorie riguardano invece luoghi quali la scuola, i luoghi aperti, comunità, CPA, luoghi pubblici, impianti sportivi, la strada o la chiesa. Il presunto responsabile invece, noto nel 64% dei casi gestiti nel 2021, è un estraneo nel 28% dei casi e un genitore nel 27%; nel 10% dei casi è un amico e nel 9% un conoscente, mentre in percentuali minori si tratta di altri soggetti, tra cui parenti, educatori, insegnanti, vicini di casa.”

    Non a caso, proprio nelle aree che segnaliamo come “critiche” il dato di denunce ricevute è bassissimo secondo gli stessi dati.

    Facilmente spiegabile perché sono quelle fasce piu a rischio e frequentate da chi è piu fraglie, con famiglie meno presenti. Quei minori che non sono in grado di difendersi o per varie ragioni, in assenza di un supporto dello Stato, costretti o fortemente condizionati da una sudditanza, spesso legata alla posizione sociale ma non solo.

    Obbligo denuncia, abrogazione della prescrizione e certificato anti pedofilia sono essenziali, l’uno per l’altro. Quanto una strada serve a una automobile per poter essere se stessa!

    Il 16 febbraio 2023, l’informativa dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO alla Procura Generale della Repubblica, ancora in attesa di riscontro. (all. 3)

     

    CONCLUDE

    Stando alla Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176, notiamo 32 anni dopo nel 2023, che lo Stato membro non ha ancora preparato il terreno su cui la Convenzione possa crescere e svilupparsi nelle sue importanti finalità, producendo nell’applicazione delle varie convenzioni, mi permetto di dire, un effetto quasi catastrofico, sicuramente discorde on le finalità che questa aveva.

    Significativa la discrepanza su come sia sistematicamente inquadrato dallo Stato membro e dalla sua stessa Autorità Giudiziaria, quello che è inquadrato invece dalla Convenzione per i diritti dell’infanzia come lo status speciale, l’interesse superiore del minore e il fine di evitare danni irreparabili.

    Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli, i loro genitori e la società: in ambito civile, volontariato e istituzioni religiose, di proteggere se stessi ed essere protetti dall’abuso sessuale:

    Quali iniziative materiali, diplomatiche e di altra natura finalizzate al rispetto della Convenzione per i diritti dell’infanzia, ha intenzione di mettere in atto questo Comitato al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali nello Stato membro?

    Quali urgenti iniziative si propongono o promuoverà questo Comitato in soccorso delle migliaia di cittadini italiani rimasti vittime accertate dagli organi dello stesso Stato italiano, e che per le deficienze dello stesso però, rimasti senza giustizia ed abbandonati a se stessi?

    Fine della richiesta di infrazione ———————————————————————————-

    Francesco Zanardi

    NOTA

    L’esponente annota fuori testo, oltre ai fatti esposti, che nell’estate 2022, in ben due incontri documentabili, ha incontrato il neoeletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi.

    A riguardo limita il commento sull’impossibilità attuale di un dialogo con l’Istituzione italiana, i cui motivi espande volentieri nelle opportune sedi qualora richiesto dal Comitato o dall’AG.

    Limita riferendo, nei colloqui con il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, l’Associazione sarebbe stata disposta a fornire alla CEI parte della lista, quella non procedibile per prescrizione dallo Stato italiano.

    Proposta in un primo momento benvista e delegata verbalmente dal Cardinale Zuppi a Mons. Lorenzo Ghizzoni – Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana (link 21) .

    Questo non è mai avvenuto.

    F.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/04/19/parlamento-europeo-al-presidente-della-commissione-per-le-petizioni/

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  • Pedofilia, le buone lezioni e i cattivi esempi della Chiesa nella Sicilia degli scandali

    Pedofilia, le buone lezioni e i cattivi esempi della Chiesa nella Sicilia degli scandali

    A pochi giorni dall’aggiornamento del motu proprio del papa Vox Estis Lux Mundi, una parte della chiesa siciliana il 30 marzo torna a occuparsi di abusi, con un convegno organizzato alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia San Giovanni Evangelista di Palermo dal titolo “La tutela dei minori e delle persone vulnerabili: un impegno comune”.

    Una parata di nomi illustri, del calibro dell’arcivescovo della città Corrado Lorefice, a cui è affidata l’introduzione, per proseguire con padre Andrew Small, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, e con l’arcivescovo di Ravenna Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Cei, che parlerà dell’impegno della chiesa cattolica a partire dal primo report sulle attività di tutela dei minori diffuso lo scorso novembre.

    Un dossier a dir poco parziale e poco rappresentativo della realtà italiana perché, come abbiamo raccontato su Domani il 17 novembre, prende in esame soltanto l’attività dei Servizi diocesani e le segnalazioni arrivate ai centri di ascolto di 158 diocesi su 226 nel biennio 2020-21.

    L’obiettivo del convegno è ambizioso: partire da una riflessione sulla chiesa universale per concentrarsi sulle azioni di quella italiana e infine dare voce alle esperienze locali.

    Un’iniziativa voluta dalle diocesi di Palermo, Monreale, Cefalù, Trapani e Mazara del Vallo con il patrocinio, fra gli altri, del Servizio nazionale per la Tutela dei minori della Cei.

    Peccato che non si sia pensato di coinvolgere altre diocesi dell’isola, come Piazza Armerina, che pure manda i suoi seminaristi a studiare nell’istituto palermitano.

    Proprio la diocesi di Piazza Armerina, in realtà, avrebbe molto da dire sull’abuso clericale, anche se non può certamente vantare una gestione esemplare del problema.

    A Enna, dal 7 ottobre 2021 è infatti in corso il processo a don Giuseppe Rugolo, un sacerdote molto popolare nella città dell’entroterra siciliano, oggi accusato di violenza sessuale su tre minori.

    Una vicenda ricca di colpi di scena che coinvolge diversi personaggi, non ultimo il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana che, intercettato, prima ammette di aver insabbiato gli abusi di Rugolo e poi cerca di salvare capra e cavoli (sé stesso e la diocesi), con totale indifferenza per le vittime (come riportiamo su Domani del 14 novembre).

    Una storia che svela sempre nuovi capitoli: durante l’ultima udienza del 14 marzo, infatti, si è arricchito l’elenco degli insulti del vicario generale della diocesi Nino Rivoli che, in un’intercettazione riportata in aula, apostrofa con l’epiteto di “bestia” don Giuseppe Fausciana, l’unico sacerdote che a Enna si è fatto portatore della denuncia della vittima di Rugolo, Antonio Messina.

    Don Rivoli, nel suo tormento per la spinosa situazione in cui si è venuto a trovare il vescovo, durante numerose telefonate intercettate dagli inquirenti non aveva risparmiato insulti all’imputato, definito «buttana» e «questa troia», mentre Messina – il ragazzo che ha subito violenza sessuale quando era minorenne – è addirittura un «bastardo».

    QUANTI SONO COINVOLTI?

    La novità più eclatante del processo Rugolo, però, non è certo il turpiloquio del vicario o l’incresciosa gaffe di un altro sacerdote locale, don Pietro Spina, che in aula definisce «affettuosità» ogni atto sessuale che prescinde dalla penetrazione, ma l’inquietante realtà dei pedofili alla corte di monsignor Gisana: sacerdoti e catechisti dai trascorsi non proprio immacolati, il cui numero cresce ad ogni udienza.

    Infatti, ogni volta che Eleanna Parasiliti Molica, avvocata di parte civile, incalza i testimoni sui casi di abuso, in tribunale cala il gelo.

    Il 10 ottobre era già emerso il nome di un altro prete che aveva abusato di un minorenne: entrambi, l’abusatore e la sua vittima, sono oggi parroci della diocesi.

    Il vescovo Gisana sapeva tutto, come si evince dalle intercettazioni, cosi come sapeva di un sacerdote di Gela, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza su una ragazzina.

    Nell’ultima udienza del 14 marzo Gela si conferma una piazza “calda”: non solo annovera un catechista arrestato per violenza sessuale aggravata, al momento sotto processo, ma anche un educatore di 32 anni, che avrebbe abusato per anni di un ragazzino, oggi ventiduenne.

    Come emerge dalle indagini difensive svolte anche dall’avvocata Parasiliti Molica, la vittima aveva denunciato più volte gli abusi al vescovo ma Gisana non è mai intervenuto.

    In aula, è sempre l’avvocata di Messina a chiedere conto di questo educatore a un reticente don Vincenzo Murgano: il prete, vicario giudiziale della diocesi e (cosa ancora più grave), responsabile del Servizio di tutela dei minori fino al dicembre 2022, riconosce alla fine di non aver mai preso provvedimenti per i casi di abuso di cui era a conoscenza.

    «Ha detto candidamente che sapeva da tempo di don Iannì, ben prima che fosse processato – riporta Antonio Messina – e per quanto riguarda gli altri nomi fatti in aula ha sostenuto invece di non essere mai stato informato dal vescovo, pur essendo il responsabile incaricato per la tutela dei minori».

    Monsignor Gisana, quindi, sa dei preti pedofili di casa propria ma non parla nemmeno con la persona deputata ad occuparsene.

    Se don Murgano tace sui pedofili della diocesi, in compenso parla, e molto, con Rugolo.

    In udienza emerge infatti che Murgano era il consigliere personale del giovane prete, quando già questo era sottoposto all’indagine ecclesiastica (poi conclusa con un “non luogo a procedere” perché i fatti si sarebbero svolti quando era ancora seminarista e dunque non ritenuti di pertinenza della Congregazione per la dottrina della fede).

    Fra messaggi e telefonate, i due si sentono ogni giorno e don Murgano incita Rugolo a controllare Antonio Messina sui social, oltre a sobillarlo contro don Fausciana, la “bestia”, colpevole di sostenere la vittima e coinvolgerla nelle attività pastorali.

    La prossima udienza in calendario il 4 aprile, con 21 nuovi testimoni chiamati a deporre, promette di scaldare ulteriormente gli animi.

    Intanto si avvicina la Pasqua e la processione del venerdì santo, particolarmente sentita in città, vedrà in testa don Murgano, in quanto parroco della Chiesa madre e assistente spirituale di ben quattro confraternite cittadine, quasi a rassicurare i fedeli che nulla è cambiato.

    L’imbarazzante quadro della curia che emerge dal processo a don Rugolo, gli opposti schieramenti pro e contro don Fausciana e soprattutto le complicità della gerarchia, monsignor Gisana in primis, cominciano però a pesare non poco sul contesto cittadino.

    Intanto a Palermo va in scena lo spettacolo delle buone intenzioni della Chiesa contro gli abusi, con il provvidenziale supporto della nuova versione di Vox Estis Lux Mundi.

    «Il timore – commenta Marida Nicolaci del coordinamento Italy Church Too e docente della stessa Facoltà che ospita il convegno – è che si punti sulla prevenzione futura lasciandosi alle spalle il passato, senza farsi carico delle esigenze di una giustizia autenticamente riparativa, che implica il riconoscimento delle cause sistemiche del danno e il risarcimento delle vittime».

    Se il convegno palermitano appare come un’operazione politica per ripulire l’immagine della chiesa siciliana e smarcarsi dai guai della diocesi di Piazza Armerina, non si può dimenticare che lo stesso don Murgano, che sta facendo clamore a Enna più per le sue reticenze che per le sue rivelazioni, è anche lui un docente della facoltà teologica.

    Così come ci sarà anche don Fortunato di Noto che, oltre ad essere il presidente dell’associazione Meter contro la pedofilia, è anche il direttore del Centro di ascolto del Servizio regionale della tutela dei minori della Cei.

    Don Di Noto non manca mai quando si tratta di far vedere il volto della chiesa che lotta contro gli abusi, ma è anche presente nelle intercettazioni agli atti del processo a Rugolo, mentre parla accorato con Gisana: «Ti voglio un bene dell’anima», dice al vescovo, e gli consiglia «vigilanza».

    «Se ci riesci, traccia almeno i colloqui», aggiunge, riferendosi agli incontri con i Messina, «perché questi qua (la vittima e la sua famiglia, ndr), come stanno montando la cosa, capisci…».

    Palermo, in fin dei conti, non è poi così lontana da Enna.

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/pedofilia-le-buone-lezioni-e-i-cattivi-esempi-della-chiesa-nella-sicilia-degli-scandali-j9ensgwh

  • I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi

    I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi

    Vent’anni fa lo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi dai preti scoppiava con clamore negli Stati Uniti, inducendo l’episcopato del paese a stilare la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella chiesa; nei vari punti che componevano il documento si parlava tra l’altro di rimozione dal ministero dei sacerdoti o dei diaconi la cui responsabilità fosse accertata e si chiedeva alle diocesi di collaborare con le autorità civili, in nome della trasparenza, nei casi di violenza sui minori.

    Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: lo scandalo è dilagato prima negli Stati Uniti per poi fare il giro del mondo ed è lungi dal poter essere archiviato. Nel frattempo, le cose sono cambiate anche in Vaticano: dalla stagione del negazionismo e dell’insabbiamento sistematico, si è approdati, negli anni, a promuovere politiche di tutela delle vittime, di collaborazione con le autorità giudiziarie dei vari paesi, di riflessione sulle cause profonde che sono all’origine dello scandalo: dal clericalismo imperante, inteso come difesa a ogni costo dell’istituzione, all’abuso di potere e di coscienza.

    Tutto questo almeno a parole, perché poi ogni legge e regolamento deciso a Roma deve essere calato nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutti i continenti e va da sé che spesso prevale la “prudenza” interna più che la ricerca della verità.

    Il silenzio della Cei

    In questo senso, la chiesa italiana sembra aver fatto un particolare “voto del silenzio”; si è distinta infatti negli ultimi decenni per una vocazione a lasciare le cose come stanno confidando nel fatto che, prima o poi, la questione sarebbe diventata una delle tante pratiche inevase dell’attualità. Ma questo non è successo, soprattutto perché lo scandalo ha travolto la chiesa in una pluralità di paesi, fino ad arrivare alla vicina Francia.

    Non solo, la vicenda ha prodotto in diverse occasioni due tipi di reazioni: in primo luogo l’affidamento da parte delle stesse conferenze episcopali di un’indagine conoscitiva del fenomeno a commissioni esterne, proprio per evitare il rischio di giudizi poco attendibili sotto il profilo storico e statistico; in seconda battuta, in varie realtà, la gravità dei fatti emersi ha suscitato un sommovimento interno alla chiesa con richieste di cambiamenti strutturali o dottrinali importanti.

    È il caso della stessa Francia e soprattutto della Germania (ma qualcosa di analogo è avvenuto anche in Australia, in Austria, in Belgio e altrove). Così, alla fine anche la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha dovuto mettere mano, sia pure controvoglia, al problema; la paura dei vescovi italiani è tanta e si capisce bene il perché: ovunque lo scandalo ha portato alla luce casi di insabbiamento gravi di abusi sui minori da parte delle diocesi, di conseguenza diversi vescovi sono stati costretti a dimettersi e, dove questo non è accaduto, la credibilità personale di alcuni di loro è andata in pezzi.

    Di recente tuttavia la Cei ha pubblicato un primo, lacunoso report sugli abusi avvenuti in Italia: si tratta dei casi pervenuti ai centri di ascolto diocesani, istituiti in tempi recenti per dimostrare la volontà di affrontare il problema, nel biennio 2020-2021. Un lasso di tempo risibile, per altro in piena pandemia da covid, durante il quale sono giunte comunque 89 segnalazioni di abusi a 30 centri diocesani (si tenga presente che le diocesi in Italia sono 226). Non sono state prese in considerazione dal report neanche le denunce pervenute alla magistratura o alle associazioni.

    Tuttavia, la stessa Cei, presentando i dati dell’indagine e rendendosi forse conto della scarsa utilità della ricerca per comprendere la reale portata de fenomeno in Italia, annunciava una seconda indagine in base alla quale è venuto fuori che ci sarebbero circa seicento fascicoli aperti presso la Congregazione per la dottrina della fede relativi a casi di abuso sessuale nella chiesa italiana negli ultimi vent’anni. Si tratta di numeri ovviamente lontani dalla realtà dei fatti che, come hanno dimostrato tutte le indagini condotte in questi anni in chiese di diversa tradizione culturale, sono purtroppo assai più drammatici.

    Mele marce

    In proposito, Isabelle Cassarà, funzionaria del dicastero vaticano per i laici la famiglia e la vita, osservava nel 2020 in una relazione dal titolo: “La dinamica dell’abuso nelle realtà ecclesiali. Il ruolo del potere”, come “l’impressionante quantità di casi emersi e l’estensione del fenomeno, dimostra chiaramente che il problema degli abusi nella chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di alcune ‘mele marce’, ma è piuttosto il segnale di un sistema malato, di un terreno da bonificare”. Quindi aggiungeva: “Di fatto, nel considerare i casi di abuso di competenza dei suddetti dicasteri della curia romana risultò palese che la causa della grave crisi che stavano vivendo le realtà ecclesiali coinvolte, non era rintracciabile nella sola trasgressione di un singolo, ma era qualcosa di più profondo e di strutturale: ci si rese conto dell’esistenza di una dinamica specifica dell’abuso, un vero e proprio sistema di vita con regole precise, che rivelò in modo inequivocabile che l’abuso sessuale era stato favorito e coperto da una lunga successione di altri abusi di potere e di coscienza”.

    Predatori seriali

    Il problema, insomma, non è solo statistico, anzi le reticenze nascondono un’impostazione generale. Il presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei, monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna, presentando l’impegno della chiesa italiana sul fronte abusi in un convegno che si è svolto lo scorso 19 novembre, affermava: “Non faremo una commissione unica nazionale fatta di soggetti che non sanno nulla della vita della chiesa, che sono qualificati come oggettivi solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, che è una cosa che ha prodotto i suoi danni altrove e non è da imitare; noi esamineremo dati reali e cercheremo di trovare vie per la prevenzione. Quello che ci interessa non è mettere alla berlina dei preti, è prevenire abusi e per far questo occorrerà agire in modo deciso, ci siamo impegnati come vescovi a collaborare con le forze dell’ordine e di giustizia”. In sostanza gli unici autorizzati o con le competenze necessarie a compiere indagini sulla chiesa sono gli stessi chierici. In questa prospettiva inoltre, la parola prevenzione, in sé giusta, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato. Ma c’è un altro passaggio delle cose dette da monsignor Ghizzoni degno di nota, quando spiega il senso della seconda indagine in corso, quella sui fascicoli dei preti abusatori presenti in Vaticano. “Chi commette da 10 a 50 casi nella sua vita – osservava l’arcivescovo – è un abusatore seriale ed è un personaggio pericolosissimo, ma chi commette un solo abuso nella vita, un giorno che ha bevuto, un giorno che era sotto stress, un giorno che si è lasciato provocare, possiamo considerarlo un malato psicologico seriale? Bisognerà pensare a delle soluzioni anche per questi”. Chissà che ne pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Ma, polemiche a parte, le affermazioni del responsabile nazionale per la tutela dei minori della Cei sembrano un riassunto trasparente, quanto evidentemente inconsapevole, delle motivazioni che hanno indotto la chiesa a difendere se stessa prima che a fare un’opera di giustizia e verità.

    Atti impuri

    In definitiva, il tema abusi sessuali per le varianti e le implicazioni che comporta, è diventato uno dei nodi sui quali si misurerà la capacità della chiesa di restare dentro il proprio tempo: sessualità, relazioni affettive, celibato obbligatorio, ruolo di laici e donne con compiti di leadership rivestendo anche funzione sacramentale, centralità del clericalismo nel governo della chiesa, fine della cultura della segretezza istituzionale come metodo di governo, sono solo alcuni dei temi inevitabili scaturiti dal dibattito nato da una vicenda in sé più da cronaca giudiziaria che da discussione teologica.

    Interessanti risultano su un piano generale del problema, le osservazioni compiute da Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice del periodico francese Temoignage Chrétien che individuava nei due scogli della sessualità e della democrazia le cause della vastità dello scandalo. “Naturalmente – spiegava Pedotti – non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, gli stupri e le aggressioni. Ma esiste un legame indiretto molto potente. In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, compresa la semplice masturbazione, viene considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non c’è più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, sono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine si confonde”. “Questa confusione – proseguiva – si esprime nelle parole stesse dei responsabili, che non smettono di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto”.

    Il problema, secondo la studiosa, è che “dal punto di vista della chiesa, la sessualità viene giudicata nel suo rapporto con il sesto comandamento (non commettere adulterio, ndr) cioè con una norma, e non nella sua qualità relazionale e nel suo rapporto con il consenso. In un rapporto non consensuale viene violata una persona, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate”. Dal punto di vista della gestione dei casi da parte dell’istituzione, poi, la direttrice di Temoignage Chrétien affermava: “La democrazia e le regole e i costumi che ne accompagnano l’esercizio sono anche una garanzia contro gli abusi. In un contesto democratico, i poteri sono separati e controllati. L’indipendenza della magistratura è garantita, i diritti della difesa e dell’imputato sono tutelati. Salvo casi particolari, i procedimenti sono pubblici e, soprattutto, le sentenze sono pubbliche”.

    https://www.essenziale.it/notizie/francesco-peloso/2022/12/02/chiesa-italiana-abusi

  • Congetture di un ex passante

    Congetture di un ex passante

    Massimo Faggioli LA CROIX – Dopo un lungo ritardo rispetto a molti altri Paesi, lo scorso 17 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato il suo primo rapporto sugli abusi sessuali del clero. Si è soffermato sull’attività di prevenzione e formazione svolta dai servizi diocesani (interdiocesani e regionali) per la tutela dei minori e sulle testimonianze che le vittime hanno raccontato presso i centri di ascolto diocesani Il rapporto è il frutto della collaborazione tra la Cei e due ricercatori dell’Università Cattolica di Milano.

    Rispetto ad altri Paesi, ha una portata molto più limitata e più istituzionalmente legata alla Chiesa cattolica in Italia. È un chiaro tentativo di stabilire un proprio modello per evitare l’impatto catastrofico che le rivelazioni di abusi hanno avuto in altri paesi. Il reportage italiano: diverso da tutti gli altri Questo rapporto è molto diverso dai recenti sforzi della Chiesa in altre parti del mondo.

    Non proviene da una commissione indipendente (come è stato fatto in Francia), né da una commissione nazionale istituita dal governo (come la Royal Commission in Australia), né è uno studio scientifico di un’istituzione assunta dalla Chiesa (come il John Jay College of Criminal Justice negli Stati Uniti). E non è nemmeno uno studio nazionale sul fenomeno degli abusi nella Chiesa.

    Si tratta invece di un catalogo di testimonianze raccolte nei vari territori della penisola italiana, ma solo fino al 2019.Ci sarà presto un altro rapporto sui casi di abuso negli ultimi 20 anni, che è ancora un lasso di tempo molto breve rispetto ad altri studi.

    Le associazioni delle vittime hanno aspramente criticato questo approccio, che dipinge un quadro complesso di dove si trova la Chiesa in Italia nel percorso globale verso il bilancio del fenomeno degli abusi. Rivela anche il “punto cieco” strutturale dell’episcopato italiano sulla questione, come ha notato il teologo Marcello Neri.

    Particolarmente preoccupante è stato il tentativo dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, capo dell’ufficio per la protezione dei minori della CEI, di denigrare la commissione indipendente francese e il suo rapporto. Ma così facendo, Ghizzoni ha rivelato la forte resistenza dei vescovi italiani a un’indagine completa.

    L’Italia è al primo posto nei casi di abusi sessuali.

    Per fortuna, ci sono molti altri vescovi che parlano più apertamente della situazione italiana in privato e seguono politiche diverse e più proattive. Siamo passati dal momento in cui si poteva dire, senza paura di essere smentiti, che la Chiesa in Italia non ha un problema di abusi. Alla pubblicazione del rapporto della Cei ha fatto seguito, il giorno successivo, la “Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dagli abusi e dalla violenza sessuale dei minori” promossa dall’Onu. Telefono Azzurro, Onlus per l’ascolto e l’intervento contro gli abusi sui minori, ha tenuto un convegno in occasione dell’evento.

    Monsignor John Kennedy di Dublino , segretario della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha affermato che l’Italia occupa qualcosa come il quinto o il sesto posto nel mondo intero per numero di casi di abusi. Significativamente, la sua affermazione non ha avuto quasi nessuna reazione significativa nei media mainstream italiani. Allo stesso tempo, è incoraggiante che la Chiesa in Italia abbia (finalmente) intrapreso un percorso di riconoscimento, cura e prevenzione, per quanto corretto e integrato possa essere lungo il cammino.

    Lo ha notato Maria Elisabetta Gandolfi, direttrice della rivista cattolica indipendente Il Regno , che ha spesso pubblicato articoli sulla crisi degli abusi. (Full disclosure: sono un membro dello staff de Il Regno ). Gandolfi ha anche sottolineato che i vescovi presentando il rapporto della Cei hanno riconosciuto che “un terreno culturalmente insensibile è forse anche uno dei motivi del ritardo complessivo della società italiana nel chiedere un’azione decisa e coerente contro la pedofilia e la violenza sui minori ”.Questo “terreno culturalmente insensibile” è un fattore chiave per comprendere il ritardo italiano nell’affrontare la crisi degli abusi. Fino ad oggi, c’è stato un ampio consenso in Italia sul fatto che il problema degli abusi legati alla Chiesa non fosse una priorità.

    Il rapporto della Cei è solo l’inizio. È anche un banco di prova per il più ampio, cosiddetto ” mondo cattolico ” in Italia: clero e religiosi cattolici, intellettuali laici, politici, operatori sociali e pastorali, membri di movimenti e associazioni. Un immenso cantiere teologico che atterrisce molti nella Chiesa Sarà importante anche vedere le reazioni ei contributi delle associazioni e delle reti teologiche cattoliche italiane, tutte operanti in un sistema ecclesiale che deve lavorare in un Paese che il Vaticano ha storicamente visto come il proprio orticello.

    Intellettualmente, sarà utile adottare una prospettiva che guardi alla crisi nella sua complessità e sia attenta ad evitare un approccio ipocrita che cerchi di difendere la Chiesa che in Italia ha fatto (e sta facendo) tutto quello che può e deve fare. Sarà anche importante evitare un approccio populista che cerchi di incriminare la Chiesa cattolica come un’impresa criminale dedita a perpetrare e nascondere abusi. Cercare una spiegazione monocausale – come l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, il celibato o l’omosessualità – rivela una semplificazione che rafforza lo status quo. Come hanno notato Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel nel loro libro pubblicato di recente in Francia, la sfida è istituzionale ma anche culturale e teologica. Lo scandalo degli abusi ha aperto un immenso cantiere teologico che terrorizza molti nella Chiesa, e non solo nella gerarchia clericale.

    Ci vorranno generazioni per scavare e ricostruire. Purtroppo la Chiesa istituzionale non è l’unico soggetto in Italia che ha a lungo ignorato lo scandalo degli abusi. Anche le istituzioni pubbliche (come la polizia, il sistema giudiziario e il sistema scolastico), così come il sistema dei media laici, laici e indipendenti, hanno ignorato lo scandalo.

    Solo negli ultimi anni i giovani giornalisti, cattolici e non, hanno rotto il silenzio facilitato da una cultura mediatica e politica storicamente restia a indagare sulla Chiesa cattolica. Cosa ha iniziato ad aprire i miei occhi C’è ancora molta strada da fare, per tutti gli italiani, non solo per i vescovi o per i funzionari vaticani. La mia esperienza personale di studioso cattolico emigrato negli Stati Uniti mi ha insegnato molto. Il mio primo breve viaggio nel paese è stato nella primavera del 2004.

    Una delle tappe è stata a Boston, dove le indagini “Spotlight” del Boston Globe hanno cambiato per sempre la nostra conoscenza e comprensione degli abusi nella Chiesa. Questo ha cominciato ad aprirmi gli occhi. Ma quando sono tornato in Italia, mi sono reso conto che nessuno, nemmeno i cattolici illuminati e progressisti, era interessato a sentire e parlare della crisi degli abusi. Lo scandalo era scoppiato già negli anni ’90 in Irlanda, ad esempio, ma in Italia semplicemente non si è registrato.

    Allora l’idea nella penisola era che questo fosse un problema americano, non un problema italiano. Questo è certamente come la vedeva il Vaticano. Ed è anche come la vedevano la maggior parte dei cattolici italiani, fino a poco tempo fa.Mi sono reso conto della portata e della profondità della crisi solo quando mi sono trasferito negli Stati Uniti nel 2008. Come teologo cattolico laico che insegna a giovani studenti, con una giovane famiglia e bambini che frequentano una scuola parrocchiale in una delle diocesi statunitensi più colpite dalla scandalo, la crisi divenne inevitabile.

    Non solo intellettualmente, ma anche emotivamente, come studioso, professore, genitore e membro della Chiesa. Ho assistito agli effetti del caso McCarrick nel 2018 e sono diventato attivo sul campo, come studioso e come insegnante. Prima di venire negli Stati Uniti, ero uno di quei cattolici italiani della culla che non avevano mai conosciuto nessuno che avesse rivelato di aver subito abusi. Né avevo sentito parlare di abusi nella Chiesa, se non nelle notizie che venivano dall’estero. I punti ciechi che si vedono oggi nei vescovi italiani erano i miei punti ciechi fino a pochi anni fa. In un certo senso, ero uno dei tanti spettatori. Alcuni sapevano e sono rimasti in silenzio, mentre altri hanno sentito qualcosa ma non hanno pensato che valesse la pena di essere coinvolti. La maggior parte era solo culturalmente insensibile.

    Questo ruolo degli astanti (per gli abusi nella Chiesa, ma anche nelle scuole: l’insegnante come spettatore nel bullismo scolastico) è una delle cose a cui i ricercatori hanno guardato con più attenzione negli ultimi anni. È fondamentale che la Chiesa in Italia lo faccia bene Quelle poche persone che hanno alzato la voce sono state ignorate e messe a tacere, e non solo dai vescovi.

    La crisi degli abusi è molto più complicata di una netta divisione in due campi, tra vittime e sopravvissuti da una parte, autori e facilitatori dall’altra. C’è una vasta zona grigia di cui parlava già anni fa il gesuita padre Hans Zollner – il massimo esperto di abusi e prevenzione – sul settimanale culturale tedesco Die Zeit . “L’area grigia, non sono solo gli altri. L’area grigia siamo anche noi”, ha detto. L’Italia è un banco di prova cruciale per comprendere gli effetti dello scandalo abusi sulla coscienza dei nostri contemporanei, cattolici e non, riguardo alla loro percezione della Chiesa.

    Questo sarà legato all’eredità di Papa Francesco sulla gestione della crisi degli abusi. Farà parte anche dell’eredità del cardinale Matteo Zuppi, eletto presidente della Cei grazie al forte appoggio del papa. Sarà interessante vedere se la Chiesa in Italia saprà rispondere allo scandalo degli abusi, non solo a livello di pubbliche relazioni e in aula, ma anche a livello di discorso teologico, religioso e culturale. sia una sfida per la resistenza della Chiesa italiana ad accettare tutto ciò che oggi sappiamo sugli abusi, anche grazie all’evoluzione della morale, soprattutto per quanto riguarda la nostra maggiore consapevolezza della dignità dei bambini e dei minori, delle donne e degli adulti vulnerabili.

    È un risveglio al quale la tradizione cattolica ha contribuito in modo importante, anche se spesso in modo inconsapevole, involontario e indiretto. Il modo italiano di affrontare la crisi degli abusi è particolarmente importante perché, nel nostro cattolicesimo policentrico e globale, la penisola dove si trova il Vaticano è ancora il ground zero di questo cambio di paradigma epocale. Vittime e sopravvissuti falliti in Italia manderebbero un segnale particolarmente inquietante a tutti i cattolici del mondo.

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  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • #ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

    #ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

    Il primo Report sugli abusi presentato dalla Conferenza episcopale italiana nasce gravemente compromesso e dimostra ancora una volta che la volontà di prendere le distanze dalla cultura dell’omertà e dell’insabbiamento non fa parte dell’agenda CEI.

    Esso si concentra più che altro sulle iniziative di formazione messe in atto, pretendendo di realizzare misure preventive senza verità e senza giustizia per le vittime. Il dato di 89 vittime nel periodo 2020-2021 solo nei Centri d’ascolto diocesani, più che illuminare un angolo buio, oscura la piena portata della verità: quante sono le vittime reali, se è lo stesso Report ad ammettere la scarsa interazione dei Servizi diocesani con le istituzioni civili?

    Esso nasce compromesso perché l’approccio stesso della CEI rivela che nulla è cambiato sotto il profilo della ricerca di verità e giustizia. A chiarirlo limpidamente ancora una volta è lo stesso presidente del Servizio tutela minori della Cei mons. Lorenzo Ghizzoni, non solo durante la Conferenza stampa di presentazione del Report alla presenza dei giornalisti, il 17 novembre, ma soprattutto due giorni dopo, a un convegno più “protetto” della Diocesi di Roma presso la Pontificia Università Lateranense, dal titolo “Dalla parte delle vittime”.

    Nel corso di questo convegno, infatti, mons. Ghizzoni

    • ha sparato a zero sulle commissioni indipendenti sul modello francese: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania»;

    • ha precisato che il caso di «un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti» (sic) non è grave quanto quello di un abusatore seriale»;

    • ha aggiunto che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni»;

    • ha ribadito che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa»;

    • ha ridicolizzato l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi».

      Se la ricerca di giustizia, giusti processi e giuste condanne è percepita dai vescovi italiani in tal modo, si accentua la sensazione di trovarsi di fronte a una mera operazione di facciata.

    I DATI

    • Le cifre fornite nascondono una voragine prospettica; gravi le carenze nella base dati, ridicolo l’arco temporale di due anni e ancor più gravi le assenze, spesso ingiustificabili, come quella di quasi un quarto delle diocesi totali, ben sessanta, che non hanno dato risposte sulla propria attività.

    • Completamente omesso è nel Report l’ambito degli abusi nei confronti donne adulte e religiose e delle vittime di derive settarie.

    • Non sorprende che dei già pochi 90 Centri d’ascolto esistenti (che coprono solo il 70% delle diocesi) solo 30 abbiano ricevuto segnalazioni di abusi: una dimostrazione del fatto – già contestato da #ItalyChurchToo – che questo organismo non presenta le caratteristiche di terzietà atte a mettere la vittima nelle condizioni di denunciare in modo agevole e sereno.

    • La base temporale presa in considerazione dal Report – 2020-2021 – è del tutto insufficiente: ci si aspettava già da ora almeno i dati relativi agli ultimi 20 anni in possesso del Dicastero per la Dottrina della Fede, promessi lo scorso maggio, ma si è appreso che solo ora la CEI starebbe mettendo a punto il relativo protocollo di collaborazione. Per contro si apprende – in modo del tutto fortuito e non previsto, solo grazie alla domanda di un giornalista – un dato rilevante non espresso nel Report, relativo al numero di 613 fascicoli depositati dalle diocesi in Vaticano in vent’anni.

    GLI ALIBI

    È apparsa vistosa, alla conferenza stampa, l’assenza del cardinale Zuppi: proprio lui, che si era impegnato personalmente, da neopresidente della CEI, all’attenzione alle vittime e a portare avanti un dialogo con esse: se tale dialogo è stato avviato ma poi è cessato perché venuta meno la sua dimensione puramente confidenziale, come puntualizzato da Ghizzoni, è lecito chiedersi quale fosse, nelle premesse, la sua valenza politica e il suo senso profondo.

    Si persiste con il non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili da parte della struttura ecclesiastica, rimandando tale compito solo alla vittima, dalla quale ci si premura di raccogliere una dichiarazione impegnativa nel caso di rinuncia: un atto di malcelata autoprotezione che, in definitiva, mette a repentaglio le vittime, fornendo al vescovo l’alibi di aver esortato la vittima a sporgere denuncia. Ma il documento potrebbe avere rilevanza probatoria ed essere utilizzata in sede processuale civile, penale e canonica a vantaggio del presunto abusante allo scopo di screditare la vittima che in seguito decida di rivolgersi alle autorità civili.

    Viene poi vantata la partecipazione della Chiesa italiana all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile afferente al Ministero della Famiglia – della cui attività in questi anni non si hanno notizie – in veste di osservatore permanente sul fenomeno degli abusi nella società, quando invece dovrebbe essere messa sotto osservazione da enti terzi. Il patto scellerato di connivenza c’è ed è funzionale a dissimulare le disuguaglianze, oggi più che in passato. La lotta deve convergere con il movimento per i diritti civili, l’affermazione della parità di genere e dei princìpi costituzionalmente garantiti almeno sulla carta.

    E LE VITTIME?

    In tutto questo, dove sono le vittime? Risibili sono le «numerose opzioni» di accompagnamento offerte loro: tra di esse spiccano, per frequenza (ma senza raggiungere nemmeno la metà dei casi), quelli che appaiono in realtà prerequisiti: informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica e incontri con il vescovo. Per i presunti autori degli abusi, «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico”, ma senza il necessario iter giuridico.

    Nel Report, poi, non si trova nemmeno una volta il termine “risarcimento”, passaggio doveroso nel percorso di riconoscimento delle responsabilità. Ma mons. Ghizzoni, al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre, ha ribadito che risarcire non spetta alla Chiesa, semmai ai responsabili degli abusi nel momento in cui vengono condannati dalla magistratura civile. Un atteggiamento opaco e pilatesco, con cui si rimanda allo Stato la presa in carico dell’aspetto finanziario.

    Dal raffronto con quanto hanno posto in essere le Conferenze episcopali di altri Paesi (Francia, Germania e molti altri, come ben noto), la posizione, l’approccio e la dignità della Chiesa italiana escono demoliti e privi di credibilità. L’atteggiamento della gerarchia è disarmante e per nulla evangelico! Non basta che la Chiesa si spenda sui grandi temi che in fondo non la pongono in contrasto puntuale con la realtà nazionale e costano poco in termini di autocritica e di lavoro per recuperare credibilità. Quale il clericalismo da combattere? Quale la giustizia da praticare ? Quali verità da conseguire?

    Con la schiena dritta #ItalyChurchToo rinnova le sue pressanti richieste. In particolare:

    • creazione di commissioni indipendenti ed esterne da parte dello Stato e della Chiesa;

    • totale messa a disposizione degli archivi diocesani e di ogni istituzione della Chiesa;

    • individuazione e allontanamento immediato di chi ha omesso e coperto

    • denuncia all’autorità giudiziaria dei presunti colpevoli

    • ampliamento alla Chiesa della richiesta del certificato antipedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote per tutti coloro (educatori, volontari, ecc.) che entrano in contatto con i minori anche, ovviamente, all’interno delle strutture ecclesiali.

    Così non si va da nessuna parte: non si può fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

  • La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    di Vik van Brantegem, tratto da korazym.org 

    Oggi viene celebrata la II Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, un titolo lunghissimo di ben 16 parole, quasi un manifesto, da cui però è stata ommessa la parola che conta, come per nascondere di cosa si tratta in sostanza, di crimini sessuali. Si prega per le vittime e i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero della Chiesa cattolica in Italia, ed è cosa buona e giusta, ma dalla Chiesa Cattolica Romana in Italia si aspetta altro. Molto altro.

    E passo per quella “Chiesa italiana” al posto di “Chiesa in Italia”. Ormai, anche l’ignoranza ecclesiastica va a pari passi con l’insabbiamento dei reati degli abusi sessuali del clero da parte dei pastori. Finché la giustizia civile non se ne occupa.

    Dopo le preghiere, diamo il benvenuto anche al primo rapporto della Conferenza Episcopale Italiana, con i risultato dell’indagine sugli abusi sessuali negli ultimi 20 anni all’interno della Chiesa in Italia, che è stato presentato ieri a Roma da Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI; Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI; Don Gianluca Marchetti, Direttore del Servizio tutela minori della Diocesi di Bergamo; Sig.ra Chiara Griffini, Referente del Servizio tutela minori della Diocesi di Piacenza-Bobbio; Dott.ssa Barbara Parabaschi e Dott. Paolo Rizzi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

    Però, va osservato che si tratta di un’indagine non indipendente. Inoltre, fa riferimento agli abusi sessuali avvenuti solamente negli ultimi 20 anni e basandosi sui dati dei Servizi tutela minori delle diocesi, entrati in funzione appena due anni fa. Infine, non si può pensare di risolvere la questione con dei rapporti. Finché vescovi insabbiatori vengono lasciati al loro posto dal Papa della “tolleranza zero” e preti abusatori non vengono dimesso dallo stato clericale (e non solo dopo essere consegnati alla giustizia civile, cosa che avviene comunque in casi rari e solo a seguito di denunce da parte delle vittime), rimangono solo parole, parole e parole. Non basta fare rapporti sugli abusi sessuali commessi e denunciarli, occorre anche prevenirli. Res non verba!

    Al riguardo è intervenuto il teologo, psicologo e professore presso la Pontificia Università Gregoriana, Padre Hans Zollner, S.I., considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e prevenzione degli abusi sessuali, in una intervista a cura di Gabriele D’Amico, pubblicato il 16 novembre 2022 dal Quotidiano di Sicilia [QUI]: “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”. E questo vediamo anche nella Chiesa in Italia, scandalosamente in ritardo.

    Alla domanda: “Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?”, Padre Zollner ha risposto: “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla CNN in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    A margine, un’osservazione nell’intervista di Padre Zollner degna di nota: “(…) non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti” e i casi di pedofili “coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    In occasione di questa seconda giornata sugli abusi sessuali nella Chiesa e la pubblicazione del rapporto della CEI, ritorniamo sul caso della Diocesi di Piazza Armerina, di cui ci siamo occupato già a più riprese, a partire dal caso Rugolo e non solo. Il governo pastorale di questa diocesi in provincia di Enna continua ad essere affidato, con tutto quello che ne consegue, al Vescovo Rosario Gisana. Costoro continua a godere della fiducia dell’amico Papa Francesco, secondo la consolidata prassi peronista: “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [QUI]. E quindi, non viene “sacrificato sull’altare dell’ipocrisia”, come altri e per molto meno.

    Il tema che accompagna questa seconda giornata di preghiera è tratto dal Salmo 147: «”Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”. Dal dolore alla consolazione». Però, nella Diocesi di Piazza Armerina di consolazione non c’è traccia, mentre di dolore se ne è tanto. Sul sito e sulla pagina Facebook della Diocesi di Piazza Armerina non abbiamo trovato traccia della seconda giornata di preghiera di oggi (a differenza di tante altre diocesi. In fin dei conti è anche meglio così, perché non è concepibile una presenza del Vescovo Rosario Gisana in quel contesto.

    La Diocesi di Piazza Armerina – già in difficoltà per il caso di Don Giuseppe Rugolo, a processo per violenza sessuale aggravata su tre minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale, e per il caso di Don Giovanni Tandurella – ha espresso in una nota, pubblicato sul sito diocesano, la sua fiducia nella giustizia per fare chiarezza sul caso del Cappellano del Carcere di Enna, Fra Rosario Buccheri, OFM Conv, arrestato in flagrante per spaccio, vicenda definita dolorosa. La nona udienza per il Caso Rugolo si è svolta il 3 novembre 2022 [QUI] e la prossima è prevista per il 17 gennaio 2023.

    Di seguito condividiamo un articolo – che offre un riassunto delle condizioni penose in cui si trova da Diocesi di Piazza Armerina sotto il governo di Mons. Rosario Gisana – pubblicato alcuni giorni fa da Domani nell’ambito dell’inchiesta della testata su La violenza nella Chiesa, a cura di Federica Tourn.

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Processo esplosivo

    Per il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso [QUI], durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso». Giuseppe Rugolo è accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, di fronte alle domande del procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla sostituta Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta [QUI].

    Pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con la cosiddetta “indagine previa” (il procedimento ecclesiastico che si è chiuso con un nulla di fatto) e il conseguente trasferimento di Rugolo a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli. Invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, che abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022. Ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti. Dagli atti del processo e dal dibattimento a porte chiuse emerge un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare il proprio buon nome, anche a costo di compromettere la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché la chiesa li protegge con il silenzio anche di fronte alle denunce delle vittime. Durante una telefonata con lo stesso imputato, intercettata dagli inquirenti, Gisana ammette apertamente di averlo coperto: «Il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021 [arrestato il 27 aprile 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata su tre minori, ha scontato al seminario dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchia (dove l’avevo spedito Mons. Rosario Gisana) 13 mesi di arresti domiciliari (a suo tempo disposti dal Gip Luisa Maria Bruno per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata») e poi sottoposto all’obbligo di permanenza notturna], però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi di Piazza Armerina, casi delicati di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti.

    I silenzi del vescovo

    «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma a Domani Antonio Messina – sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a promuovere con nuovi incarichi in diocesi». Da un’intercettazione letta in aula si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – nota Messina, l’accusatore di Rugolo – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio. In udienza, alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di parte civile Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si è “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’è quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza sessuale su una ragazzina minorenne. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, qualche anno prima il prete, oggi 81enne, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente ad andare da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Eppure Iannì nel 2018 è stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – spiega Messina – avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna». Rugolo è accusato di aver abusato di Messina, oggi 29enne, dal 2009 al 2013. Poco tempo dopo il ragazzo ha rivelato alla diocesi tutte queste cose.

    «Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori», accusa.

    Ancora a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio lo scorso febbraio per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai informare le autorità civili. All’agenzia Ansa, quando è scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla richiesta di spiegazioni sul sacerdote accusato di avere abusato di un minore, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento come arma

    Il sacramento della confessione è infatti l’arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era andato da lui a denunciare di aver subito molestie da Rugolo.

    Dalle intercettazioni emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da discutere con il fido Rivoli di come riparlarne in un secondo tempo: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere consigli su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi a Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario Rivoli, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge di sera e in borghese.

    Omertà e veleni

    Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) in un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio scorso.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e il peccato e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di Leonardo Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo.

    Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso un periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    I soldi dell’8 per mille

    Monsignor Gisana, con il suo prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suoi preti peccatori come un padre premuroso fa con i figli. Anche assistendoli economicamente con i fondi dell’8 per mille. Come si apprende in udienza, ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta. Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’8 per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Prete, “buttana” e “troia”

    Il vicario generale Rivoli, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre in privato non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti.

    Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta la vittima di Rugolo – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Che cosa dirà la Cei?

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco sulla tolleranza zero per gli abusi contro i minori e sulla conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi? Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani