Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

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    re 9.00 – Intervento dell’On. Angela Napoli, Madrina del Premio, già Vice-Presidente
    Commissione Parlamentare Antimafia e di Marisa Garofalo

    • “Io sono Lea” – MONOLOGO di Paolo De Chiara
    • Consegna del Premio ai “Testimoni” del nostro tempo e consegna delle Menzioni Speciali

    Modera:

    • Mara Ferraro, socia associazione Dioghenes APS

    A Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus, per l’impegno civile e umano nel contrasto alle violenze maschili contro le donne e alla tratta sessuale. Fondatrice e guida di un’Associazione che da anni opera con coraggio accanto a chi subisce soprusi e sfruttamento, Michelangela Barba ha trasformato la denuncia in azione, la parola in accoglienza, la solidarietà in prassi quotidiana. Ha dato voce e sostegno a tantissime donne, restituendo loro la possibilità di ricominciare. La sua è una testimonianza viva, coerente, che ha saputo coniugare attivismo, sensibilizzazione e informazione, diventando punto di riferimento anche per WordNews.it.

    Per la forza della sua testimonianza, per la costanza del suo impegno e per la sua azione quotidiana a difesa della dignità femminile, Michelangela Barba incarna lo spirito più autentico del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi non si arrende mai alla violenza e alla paura.

     


    A Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro, per la sua instancabile battaglia civile contro il caporalato, le agromafie e ogni forma di sfruttamento lavorativo e sociale. Ricercatore e docente, autore di studi fondamentali sul fenomeno del bracciantato migrante e sulla comunità sikh dell’Agro Pontino, Omizzolo ha unito il rigore scientifico alla militanza civile, pagando sulla propria pelle il prezzo della verità. Formatore e autore di saggi, articoli e libri come La Quinta Mafia, ha contribuito a far emergere la fitta rete di connivenze tra criminalità organizzata, imprenditoria e sfruttamento del lavoro agricolo.

    Per la sua testimonianza limpida e per il suo costante lavoro di denuncia, Marco Omizzolo rappresenta lo spirito del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi, con la forza della verità e della conoscenza, continua a sfidare l’indifferenza e la paura.


    A Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria, per il suo impegno nel coniugare educazione, memoria e legalità in una visione pedagogica che restituisce alla scuola il suo ruolo più alto. Fondatore e coordinatore del progetto scientifico-didattico di Pedagogia dell’Antimafia, Costabile ha portato l’antimafia fuori dai tribunali e dentro le aule. Nel marzo 2019 ha promosso, insieme a Edoardo Martinelli, allievo di don Lorenzo Milani e coautore di Lettera a una professoressa, il seminario permanente “Barbiana 2040”, un laboratorio di scrittura collettiva e di riflessione pedagogica che riprende e rinnova l’eredità milaniana per la scuola del XXI secolo.

    Per aver fatto dell’educazione un atto politico nel senso più alto e nobile del termine, per aver restituito alla scuola la sua funzione emancipatrice e per aver tracciato, con coerenza e coraggio, una pedagogia dell’impegno e della libertà, Giancarlo Costabile è riconosciuto come Testimone del nostro tempo.


    A Corrada Pomillo, Maresciallo Capo dei Carabinieri, per l’esemplare impegno, la dedizione e la competenza con cui, in territori ad altissima densità criminale, ha incarnato i valori più alti del servizio allo Stato e della lotta per la legalità. Con una straordinaria operazione investigativa, condotta tra il 2020 e il 2024 alla guida della Stazione Carabinieri di San Martino di Taurianova, ha smantellato una vasta rete di narcotraffico internazionale, documentando un giro d’affari illecito di oltre un milione di euro. Un risultato investigativo di eccezionale rilievo che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dell’Arma con un encomio semplice conferito dal Comandante della Legione Carabinieri Calabria.

    Per aver difeso con onore la divisa e servito con dedizione la giustizia, per aver restituito alla comunità fiducia nello Stato e nella forza del bene comune, il Maresciallo Capo Corrada Pomillo riceve il titolo di Testimone del nostro tempo.


    A Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3), per aver dedicato la propria vita professionale alla ricerca della verità e alla difesa del diritto di cronaca, cardine irrinunciabile di ogni democrazia. Con rigore, coraggio e lucidità, Mottola ha indagato le zone d’ombra del potere, svelando intrecci di corruzione, affari opachi e abusi istituzionali che minano la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni. Le sue inchieste hanno contribuito a restituire senso e dignità al giornalismo d’impegno civile, in un tempo in cui informare è diventato un atto di resistenza.

    Per la coerenza, la professionalità e il rischio personale con cui continua a onorare il mestiere di cronista, Giorgio Mottola rappresenta la voce scomoda e necessaria di un’Italia che non si rassegna al silenzio e continua a credere nella verità, nella giustizia e nella libertà.


    A Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, per il suo costante impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, della Costituzione e della dignità del lavoro come fondamento della Repubblica. La sua voce, ferma e appassionata, ha saputo rappresentare non solo le istanze del mondo sindacale, ma anche quelle di un Paese che chiede giustizia sociale, sicurezza, parità e rispetto. In anni segnati da precarietà, disuguaglianze e smarrimento civile, ha mantenuto viva la tradizione del sindacalismo più autentico, quello che non si piega al potere ma lo interroga, lo sfida, lo richiama alla responsabilità verso i più deboli.

    Per la coerenza morale, la visione solidale e la tenacia con cui ha difeso il lavoro come valore umano e politico, Maurizio Landini è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di una resistenza civile che continua a credere nel potere collettivo della solidarietà e nella forza etica della giustizia sociale.


    A Mauro Esposito, testimone di giustizia, per il coraggio e la forza morale con cui ha scelto di denunciare la ’ndrangheta, rompendo il muro dell’omertà e schierandosi, senza esitazioni, dalla parte dello Stato e della verità. La sua storia è quella di un uomo comune che, di fronte alla violenza e al sopruso, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte, pagando sulla propria pelle le conseguenze di una scelta radicale e di giustizia. Con la sua denuncia, Mauro Esposito ha contribuito a smascherare un sistema criminale che affonda le radici nel potere e nella paura, dimostrando che la legalità non è un concetto astratto, ma un atto di responsabilità personale e collettiva.

    Per l’esempio di coerenza e dignità civile e per aver incarnato l’essenza stessa dell’antimafia dei cittadini, Mauro Esposito è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di quella Italia onesta che non si arrende e continua a credere nella giustizia, nella verità e nella libertà.


    A Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali, in servizio presso la Stazione Carabinieri Forestali Parco di Ottaviano, per lo spiccato impegno, la dedizione e l’eccezionale professionalità dimostrati nel contrasto agli illeciti ambientali in un territorio notoriamente segnato da un alto indice di criminalità organizzata. Nel periodo compreso tra il 2024 e il 2025, ha condotto personalmente numerose indagini che hanno portato a risultati operativi di straordinario rilievo: 190 persone deferite all’Autorità Giudiziaria, 83 sequestri eseguiti e 415 controlli sul territorio – molti dei quali effettuati all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Per l’elevato senso del dovere e l’integrità morale con cui ha servito lo Stato e difeso il bene comune, il Brigadiere Pellegrino Passariello riceve il titolo di Testimone del nostro tempo, come simbolo di una divisa che protegge, indaga e difende la vita, la terra e la legalità.


    MENZIONI SPECIALI

    A Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per l’impegno silenzioso ma tenace con cui, da oltre cinquant’anni, custodisce e difende la memoria di una verità negata: quella di un uomo innocente, morto il 15 dicembre 1969 nella Questura di Milano, in una notte che cambiò per sempre la storia repubblicana. Silvia ha scelto la via della dignità e della perseveranza, opponendo alla menzogna di Stato la forza della memoria e del pensiero critico. Il suo impegno civile e culturale, svolto lontano dai riflettori, ha contribuito a tramandare alle nuove generazioni il senso autentico della giustizia, della libertà e della resistenza morale.

    Per aver trasformato il dolore in testimonianza e la memoria in impegno, Silvia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di coerenza civile e di amore incrollabile per la verità e per la democrazia.


    A Claudia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per la determinazione con cui ha continuato a chiedere verità e giustizia per una delle pagine più oscure della storia italiana: la morte del padre, simbolo della strategia della tensione e delle sue vittime innocenti. Claudia ha saputo coniugare la memoria familiare con un impegno pubblico lucido e coraggioso, mantenendo viva la lezione di libertà, solidarietà e umanità che Pino Pinelli ha incarnato fino all’ultimo istante. La sua voce, ferma e limpida, è oggi quella di chi non dimentica, di chi pretende verità non per vendetta ma per riconciliare il Paese con la propria coscienza civile.

    Per aver reso la memoria un atto politico e morale, e per aver difeso il nome del padre con la forza mite della verità, Claudia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resistenza civile e di amore per la giustizia.


    A Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS, per il suo instancabile impegno nella diffusione della cultura della legalità e nella valorizzazione della memoria storica di uno dei più grandi simboli della lotta alle mafie: Joe Petrosino. Con passione e rigore, Chirichella ha trasformato un’eredità storica in un progetto culturale e civile di respiro internazionale, capace di unire le due sponde dell’Atlantico nel nome della giustizia, della verità e del coraggio. Sotto la sua guida, l’Associazione Petrosino è diventata un punto di riferimento per scuole, istituzioni e cittadini.

    Per la costanza del suo impegno, per la dedizione nel difendere i valori della legalità e per aver saputo trasformare la figura di Joe Petrosino in un simbolo contemporaneo di etica pubblica e responsabilità civile, Pasquale Chirichella riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.

    A Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito, per la lucidità e la determinazione con cui ha scelto di contrastare la ‘ndrangheta al Nord, raccontandone l’espansione in Emilia-Romagna. Con inchieste, documentari, conferenze e percorsi formativi nelle scuole e nelle università, Minari ha costruito un modello di antimafia civile e culturale, capace di unire conoscenza, etica e partecipazione. Il suo impegno testimonia che la mafia non è un problema del Sud, ma una questione nazionale.

    Per aver dato voce a una nuova generazione di cittadini consapevoli, per aver dimostrato che la verità non teme il potere e che la legalità è un atto di libertà, Elia Minari riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo. Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico. Ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, nel nome della verità e della dignità.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani, per l’impegno costante con cui, da molti anni, si dedica alle missioni umanitarie internazionali e alla difesa dei diritti dei popoli oppressi. Durante la guerra nei Balcani, nel 1999, ha operato come volontario nel campo profughi di Valona, in Albania, offrendo aiuto e sostegno ai rifugiati. Dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra & Chatila, abbracciando la causa del popolo palestinese e del Diritto al Ritorno. Ha denunciato le gravi condizioni di vita dei rifugiati. A Palmi, la sua città, è promotore di numerose iniziative civili e culturali contro la violenza e la subcultura mafiosa. Nel 2013 ha fondato un coordinamento dedicato alla memoria di Rossella Casini, uccisa dalla ’ndrangheta nel 1981.

    Per la sua dedizione alla causa dei diritti umani e per l’impegno nel promuovere la legalità come forma di resistenza morale, Enzo Infantino riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di cittadinanza attiva, coraggio civile e memoria viva.


    Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana. Combattente nella Resistenza, Mario Coppetti ha rappresentato una generazione che ha riscattato l’Italia dal buio della dittatura e dell’oppressione, restituendo al Paese la speranza di una democrazia fondata sul coraggio, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Dopo la guerra, ha continuato a testimoniare con la parola e con l’esempio i valori antifascisti e costituzionali, trasmettendo ai giovani l’eredità più preziosa: la consapevolezza che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno. La sua memoria rimane viva come simbolo di coerenza, umanità e impegno civile, esempio luminoso di quella Italia migliore che ha saputo scegliere da che parte stare.

    Per aver incarnato con la propria vita il significato più alto della Resistenza e per aver lasciato un segno profondo nella storia civile del nostro Paese, Mario Coppetti riceve il Premio Nazionale Lea Garofalo, come testimone eterno della libertà e della dignità repubblicana.


    A Marisa Garofalo, sorella di Lea Garofalo, per il coraggio, la dignità e la forza con cui ha custodito e tramandato la memoria di Lea, simbolo eterno di libertà e di ribellione contro la ’ndrangheta. Con il suo impegno Marisa ha difeso la verità e l’onore di una donna che scelse di spezzare le catene dell’omertà, affrontando la solitudine e il dolore con la forza della giustizia. La sua voce, ferma e autentica, ha continuato a testimoniare la storia di Lea, restituendole umanità, verità e giustizia, contro ogni tentativo di oblio o strumentalizzazione.

    Per aver reso la memoria familiare un atto pubblico di resistenza, per aver difeso con amore e fermezza il nome di Lea e per averne proseguito la battaglia civile.


    A Angela Napoli, già Vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia e madrina del Premio Nazionale Lea Garofalo, per il coraggio, la coerenza e l’integrità con cui, in decenni di vita pubblica, ha difeso i valori della legalità, della giustizia e della libertà. Parlamentare di raro rigore morale, Angela Napoli ha combattuto con determinazione le infiltrazioni mafiose, denunciando con nome e cognome complicità, silenzi e connivenze che hanno avvelenato la democrazia. La sua voce, libera e intransigente, ha rappresentato un presidio di verità nel cuore delle istituzioni, anche quando la solitudine e le minacce avrebbero potuto spegnerla. Da sempre accanto ai testimoni di giustizia, alle donne che resistono e ai cittadini che non si arrendono, ha reso la politica un atto di servizio e non di potere.

    Per la limpidezza del suo impegno, per la forza con cui ha scelto la parte più difficile e per la costanza con cui continua a educare alla legalità e alla memoria.

     

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

  • Vescovi-abusi: mi avete resa invisibile

    Vescovi-abusi: mi avete resa invisibile

    Eccellenze reverendissime, cari vescovi italiani,

    credo che perdonerete l’ardire di questa mia lettera, ma rappresenta il mio estremo tentativo di farmi sentire da voi, di farmi quantomeno vedere, perché in tutti questi anni – e sono tanti – siete riusciti a rendermi sempre invisibile.

    L’avete fatto quando, trent’anni fa, appena maggiorenne, ho scritto al vescovo della mia diocesi per raccontargli che quel prete giovane e brillante, così amato e stimato, aveva incominciato ad abusare di me quando ancora avevo dodici anni.

    Quello che (non) avete fatto

    Trent’anni fa io non sapevo cosa fare, ma pensavo che voi l’avreste saputo, che ve ne sareste fatti carico. Invece l’avete spostato, facendo stizzire moltissimi parrocchiani. Alcuni di loro sapevano, ma hanno taciuto, proprio come voi.

    Da un giorno all’altro, io mi sono trovata senza nessuno, gli amici di un tempo in qualche modo convinti che fossi io il problema. Ci ho messo alcuni anni, ma piano piano mi sono ripresa la mia vita, ho fatto nuove amicizie. Non ho smesso di credere nel Signore, ma non posso nascondervi che il mio amore per la Chiesa ha subito un colpo micidiale.

    Sono stata invisibile anche nei venticinque anni successivi, mentre lui continuava ad agire indisturbato e a me giungevano, talvolta, notizie preoccupanti: particolari, indizi, mezze frasi riportate da persone che gravitavano attorno a lui.

    So per certo che le stesse notizie sono giunte anche a voi, immagino si possano trovare in qualche vecchio archivio. Non avete mai pensato di richiamarmi: ero trasparente.

    Il mio nome sepolto negli archivi

    Dopo venticinque anni un’altra persona come me ha avuto la forza di denunciare e questa volta qualcosa si è mosso. Improvvisamente sono riapparsa anch’io; o, meglio, avete recuperato il mio nome tra le carte di qualche archivio, quegli stessi archivi che custodite gelosamente e che vi rifiutate di consegnare, come è successo in altri paesi, a persone che possano leggervi la verità delle nostre storie.

    Mi avete inviato una raccomandata, mi avete convocato davanti a un giudice per capire se la ragazzina appena maggiorenne, diventata ormai donna, avrebbe avuto materiale utile per risolvere una causa penale.

    Non vi nascondo di averci sperato, di aver creduto, almeno per un attimo, che mi avreste vista; il giudice ha avuto molto tatto, mi ha concesso un lungo tempo di ascolto, mentre qualcuno prendeva appunti. Nel silenzio assoluto, il processo è proseguito per molti mesi: insieme a me, una dopo l’altra, hanno deposto alcune vittime.

    Solo alcune, ovviamente: quelle che siete riusciti a raggiungere. Altri amici e amiche non sono mai usciti dal loro silenzio. Un giorno, poi, le circostanze sono cambiate, il processo si è fermato e siamo tutti tornati invisibili.

    Allora ho capito che anche durante le mie deposizioni in tribunale mi si voleva invisibile: mi è stato chiesto di firmare un foglio in cui mi impegnavo a non dire nulla al di fuori del processo. Io non l’ho firmato, quel foglio, ma ho capito benissimo l’invito.

    Il coraggio della verità

    C’è da dire che, in ogni caso, per voi ero invisibile anche in quei mesi: ho incontrato solo giudici, avvocati e burocrati, di vescovi nemmeno l’ombra. A parte uno (sono stata fortunata, perché molte vittime non hanno avuto nemmeno questa possibilità). Sapete cosa mi ha detto? Mi ha detto che lui, quel prete, non l’aveva mai conosciuto personalmente e quindi non sapeva cosa dirmi. Insomma, ha detto «io non c’entro».

    Ecco allora, cari vescovi, che provo ancora una volta – ma non temete, non sarà certo l’ultima – a farmi vedere. Ho letto tempo fa una pagina in cui don Lorenzo Milani diceva che bisogna rimproverare i vescovi quando sbagliano, perché, se non lo facciamo, sarà chiesto conto a noi della loro fede.

    Ho deciso di farlo ora perché qualche giorno fa ho letto su un giornale (uno dei pochissimi che hanno dato un po’ di spazio alla notizia) che in Italia c’è una diocesi, quella di Bolzano-Bressanone, che ha deciso che le vittime non dovessero essere invisibili. Hanno preso i loro archivi impolverati, li hanno portati a Monaco e li hanno consegnati a delle persone terze (avvocati investigativi, sociologi, psicologi) perché provassero, almeno loro, a trarci fuori dall’ombra.

    Il rapporto degli esperti – sono seicento pagine – è stato pubblicato, è disponibile per tutti, anche per me. Vi si legge, tra l’altro: «totale è stato il disinteresse mostrato dai responsabili ecclesiastici per la situazione delle persone direttamente coinvolte negli abusi»1. È il secondo report che leggo, in questi anni: un po’ di anni fa mi ero già imbattuta nel voluminoso rapporto CIASE, commissionato dai vescovi francesi.

    Le vittime e il loro dolore

    Sapete cosa ho scoperto, leggendo questi testi? Che decine, centinaia di altre persone avevano vissuto lo stesso mio dolore, proprio allo stesso modo. Decine, centinaia di vittime sono state ostracizzate dalle comunità, sono diventate invisibili, sono state spinte a dire «sono responsabile» quando non avrebbero dovuto dirlo; decine, centinaia di persone sono state lasciate da sole, in tante diocesi diverse, in tanti paesi diversi del mondo. A portare un peso che non avrebbero dovuto portare. Poi, qualche giorno fa, ho ascoltato le parole del vescovo di Bolzano-Bressanone, gli ho sentito dire una cosa che a me nessuno ha mai detto: «sono responsabile».

    «Sono responsabile», cari vescovi. So che è una frase difficile da pronunciare ma, vedete, io l’ho portata per la prima volta quando ero una bambina, quando quel prete così carismatico, che insieme al male mi ha dato anche anche tante cose buone, mi ha convinto che in fondo era quello che volevo.

    Lui era un prete, un uomo di Dio, che predicava il Vangelo a centinaia di persone. Ci ho messo anni, grazie ai miei genitori prima, ad alcuni amici e, finalmente, a mio marito, a capire che quel senso di colpa è stato l’abuso più grande che ho subìto. Siccome ci sono dovuta passare persino io, per questo «sono responsabile», penso che ora tocchi a voi.

    Siete responsabili

    Fa molta paura, di fronte a un crimine che nessuno di voi, ne sono sicura, si è mai lontanamente sognato di commettere, fa molta paura dire questa parola. Ma io, e con me molte altre vittime, l’abbiamo portata da sola, mentre voi, fino all’ultimo, ripetevate «non lo conosciamo bene, quel prete».

    Fatemi questo favore, cari vescovi: portatela un po’ voi, ora, questa parola. Lo so bene che non siete responsabili dei crimini di questi preti, ma siete stati responsabili della loro formazione, siete stati responsabili dei loro incarichi, dei loro trasferimenti.

    E, lasciatemelo dire, sebbene sia un’affermazione pesante da portare: siete responsabili di tutte le vittime che sono venute dopo di me, perché, se lo aveste fermato, il mio dolore non sarebbe stato vano.

    Portatela un po’ voi, ora, questa parola. Perché io che non faccio parte del clero, io che sono una donna laica che frequenta la messa domenicale, persino io in questi anni ho sentito storie di altri preti così, storie che voi state gestendo proprio mentre io scrivo.

    E, purtroppo, so che le gestite ancora come avete sempre fatto: con una coltre di silenzio che – davvero non so come facciate – neppure i giornali più laici riescono a scalfire.

    Chiedete al vescovo Muser

    Cari vescovi italiani, forse, se mi aveste ascoltata prima, se non mi aveste lasciata sola, se non aveste lasciati soli anche i (pochi) preti che hanno aiutato me e le altre persone coinvolte a denunciare i fatti, forse oggi non vi scriverei. Se aveste detto voi «siamo responsabili», trent’anni fa, le cose sarebbero andate diversamente.

    Quando vi incontrate, allora, provate a chiedere al vescovo Muser come si sente, dopo aver detto «mi assumo la responsabilità per gli errori che sono stati commessi durante il mio mandato e da me».

    Parlate un po’ con lui: certo, deve essere stato difficile farlo, ma non è stato impossibile. Non conosco la diocesi, ma mi piace pensare che anche gli altri, quelli che non hanno visto e quelli che non hanno voluto vedere, avranno ripetuto: «anche noi siamo responsabili».

    E che, finalmente, qualcuno avrà preso sulle sue spalle un peso che, fino ad ora, abbiamo portato solo noi: gli unici che non avrebbero dovuto.

    https://www.settimananews.it/vescovi/vescovi-abusi-mi-avete-resa-invisibile/

  • Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Natale amaro per il Forteto, la comunità agricola toscana alla quale il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani “difficili” da restituire a una vita serena. Rodolfo Fiesoli, 76 anni, fondatore e “profeta” di questa comunità, è stato arrestato la mattina del 23 dicembre, poche ore dopo che la corte di cassazione aveva confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni di carcere.

    L’agghiacciante cronistoria del Forteto è stata anticipata da Settimo Cielo fin dal 2013, quando ancora la fama della comunità era alle stelle presso l’intellighenzia progressista, cattolica e laica, che dava credito alle asserzioni di Fiesoli di voler riprodurre “meglio e più in grande” l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani (1923-1967), il sacerdote fiorentino sulla cui tomba, a Barbiana, si è recato in visita lo stesso papa Francesco (vedi foto):

    > Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto

    Fiesoli era membro della Fondazione Don Lorenzo Milani, e il nesso tra le due realtà era stato confermato ed esaltato anche dai sociologi Giuseppe Fornari e Nicola Casanova, nel saggio “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, stampato nel 2008 dalla prestigiosa editrice “Il Mulino”, oltre che dalla costante prossimità a Fiesoli del presidente del tribunale minorile di Firenze, Gian Paolo  Meucci (1919-1986), grande amico di don Milani e figura di spicco del cattolicesimo progressista fiorentino.

    Ma quello che davvero accadeva dentro il Forteto era da brividi. E le più di mille pagine della sentenza del 17 giugno 2015, ora confermata dalla cassazione, lo documentano in modo dettagliato, nelle deposizioni degli imputati, dei testimoni, delle vittime.

    Nel Forteto vigeva un regime di forzata separazione tra maschi e femmine, anche se fidanzati o sposati, di divieto dei rapporti eterosessuali, di pratiche omosessuali incentivate e spesso imposte, di rottura con le famiglie d’origine, di pubblici processi e di punizioni umilianti dei disobbedienti, di culto della personalità del fondatore, di abusi sessuali sistematicamente compiuti da Fiesoli sui suoi sottoposti.

    Ma l’attrattiva del Forteto si estendeva ben al di là dei confini dell’azienda agricola e della Toscana. Tra i testimoni ascoltati dai giudici c’è un sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, don Stefano Benuzzi, la cui deposizione occupa sei pagine della sentenza e documenta in modo impressionante la deriva ideologica dalla quale anche lui si era fatto afferrare.

    Don Benuzzi, 47 anni, laureato in ingegneria, all’epoca del processo insegnava religione in un liceo di Bologna e celebrava messa in una parrocchia di periferia. Aveva incontrato Fiesoli a una marcia in memoria di don Milani, a Barbiana, nel 2001, e continuò a frequentarlo fino al 2008, sempre più “affascinato”. Creò anche lui attorno a sé una piccola comune di giovani, per imitare e incrementare gli ospiti del Forteto. E nel frattempo ebbe una relazione sentimentale con una donna, relazione di cui Fiesoli e i suoi erano a conoscenza, irridendola pubblicamente.

    Interrogato dai giudici, don Benuzzi non chiarì perché a un certo punto cessò di frequentare Fiesoli. Nel raccontare l’ultimo incontro che ebbe con il fondatore della comunità disse:

    “Stetti in camera sua per un po’ e ci furono delle effusioni. Rodolfo mi ha abbracciato e baciato. Sulle mani, sì, e poi anche in bocca, ma non c’era niente di violento né di voluttuoso da parte sua. Quel bacio era di una purezza incredibile, da parte di una persona che voleva dedicarsi a rapporti con gli altri sinceri, trasparenti”.

    Nel Forteto “viene seguito il modello greco”, disse ancora don Benuzzi ai giudici. Lì vigeva “un’amicizia profonda, coinvolgente”, perché “nel rapporto uomo con uomo, donna con donna, si possono raggiungere picchi di intesa e di coinvolgimento superiori a quelli propri della relazione eterosessuale”.

    Dei poteri assoluti esercitati da Fiesoli sulla comunità, don Benuzzi disse:

    “Quando c’è qualcuno che mette in discussione le sue scelte, lo taglia fuori. Rodolfo non ha alcun interlocutore sopra di lui. Dopo di lui c’è Dio”.

    Da Fiesoli ammise di sentirsi ancora “affascinato”, nonostante – scrivono i giudici riferendosi al capo del Forteto – “il suo linguaggio scurrile, le bestemmie contro la Madonna, la sessualizzazione di ogni situazione”.

    E scrivono ancora i giudici al termine dell’interrogatorio del sacerdote:

    “È una deposizione sulla quale ogni commento appare superfluo. Pur connotata nelle parti maggiormente ‘sensibili’ da una evidente reticenza, ha tuttavia confermato cosa realmente fosse il Forteto e come Rodolfo Fiesoli riuscisse a fare presa su soggetti con profili psicologici particolari, con difficoltà interiori, conflitti e paure, privi di una solida capacità di critica e discernimento”.

    Oggi don Benuzzi è parroco a Badi, nell’alta valle del Reno, sull’Appennino bolognese.

    Sono passati i tempi gloriosi in cui il suo nome compariva, in qualità di “docente del Liceo scientifico Copernico di Bologna”, come relatore in un dotto convegno all’Università di Firenze dal titolo: “Crisi dell’educazione o educazione della crisi?”.

    Era il 2005 e a promuovere e coordinare quel convegno era Luigi Goffredi, numero due e ideologo del Forteto, oggi scampato al carcere per prescrizione dei fatti a lui addebitati. Tra i relatori c’era anche Massimo Toschi, assessore alla cooperazione internazionale e alla pace della regione Toscana, anche lui tifoso del Forteto e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna diretta da Alberto Melloni.

    Non solo. Il relatore principe del convegno era nientemeno che René Girard (1923-2015), venuto dalla Stanford University, l’antropologo di fama mondiale che Fiesoli e Goffredi acclamavano assieme a don Milani come sommo maestro del loro metodo educativo. “Travisando completamente il suo insegnamento”, scrivono i giudici nella sentenza, dopo aver riportato le dichiarazioni di don Benuzzi, anche lui entusiasta di Girard, che aveva “incontrato a Parigi in occasione di una visita fatta assieme ad alcuni membri del Forteto”, gli immancabili Fiesoli e Goffredi.

    “All’evidenza – scrivono ancora i giudici – Benuzzi aveva trovato nel Forteto e nella sua guida, Fiesoli, la figura forte di cui aveva bisogno per essere sorretto e incoraggiato a fronte di problemi interiori, di conflitti, insicurezze, paure, e di una consistente confusione che lo affliggevano, attesa anche la scelta di vita sacerdotale attuata, in quegli anni, in forma alquanto ‘originale’”.

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    Lo scorso aprile, poco prima della visita di papa Francesco a Barbiana, ha fatto rumore un passaggio di una lettera scritta da don Lorenzo Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini, raccolta nell’opera omnia del sacerdote, pubblicata da Mondadori a cura di Alberto Melloni:

    “Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il papa? E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”.

    E poco più avanti:

    “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno?”.

    Don Milani subì anche in vita l’accusa di pratiche omosessuali. Ma a rimetterla in circolo è stata la dedica proprio a lui, don Milani, dell’ultimo romanzo di un affermato scrittore italiano, Walter Siti, con protagonista un prete pedofilo, e le successive giustificazioni date da Siti a questa dedica.

    Da parte dei seguaci di don Milani sono venute repliche sdegnate.

    Ma riguardo a un’eventuale beatificazione del sacerdote, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, da cui dipende l’avvio del processo canonico, l’ha esclusa con decisione: “Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Io non credo alla santità di don Lorenzo”.

  • Verità sulla setta Forteto, basta silenzio

    Verità sulla setta Forteto, basta silenzio

    Non fabbricava solo formaggi, ma era teatro di abusi sessuali su minori. La cooperativa Forteto dopo tutti gli orrori commessi è ancora viva e vegeta e fattura milioni. Mentre i politici dormono, il Papa riceve in udienza le vittime della setta. Verità sul Forteto, basta silenzio.

    Il Senato a maggio ha dato il via libera all’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti avvenuti nella setta, ma ora il voto passa alla Camera. Le vittime sono in attesa inoltre di sapere la data della discussione alla Cassazione. Nel frattempo il Forteto continua indisturbato a produrre e ad esportare i propri formaggi in tutto il mondo.

    Insomma, l’incredibile vicenda della cooperativa agricola Il Forteto continua a infliggere dolore anche oggi. Sono moltissime le vittime che non hanno ricevuto nemmeno un euro di risarcimento e Roberto Fiesoli, detto “il profeta”, capo della setta, nonostante la condanna a sedici anni di galera, è a piede libero.

    Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto

    Notizia di questi giorni è l’incontro di Papa Francesco previsto per il 30 agosto con le vittime del Forteto, un passo avanti in questo mare di silenzio, o quanto meno un primo segnale di riconoscimento ufficiale della tragedia. Sputnik Italia per fare il punto sulla situazione ha raggiunto Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione Vittime del Forteto.

    — Il Papa incontrerà le vittime del Forteto. Sergio, avete chiesto voi l’udienza, com’è andata?

    — La notizia per noi è meravigliosa, è il frutto di un percorso che abbiamo iniziato un paio di anni fa con una lettera al Papa, poi con un incontro con il Cardinale Betori e poi con la recente visita di Bergoglio nel Mugello a Barbiana dove ha fatto scuola Don Lorenzo Milani.

    In quell’occasione avevamo scritto al Cardinale di ricordarsi di noi per farci partecipare alla visita del Santo Padre. Ci hanno risposto che il Papa non avrebbe avuto in quel caso abbastanza tempo da dedicarci, poi ci hanno scritto che si sarebbero impegnati ad organizzare una visita privata. Noi volevamo molto far sapere al Papa che anche Don Lorenzo Milani e quel luogo erano stati contaminati dal Forteto, basta pensare ai libri scritti al Forteto dove si parla di continuazione dalla scuola di Barbiana al Forteto stesso.

    La scuola di Barbiana, dai lavori elettrici al giardinaggio, per un certo periodo era stata gestita dal Forteto. Rodolfo Fiesoli, detto il profeta, era presente nell’istituzione Don Milani nel Cda. Ci sembrava opportuno un segnale di condanna e di distanza, questa storia la racconteremo direttamente a Roma.

    — È comunque un segnale positivo che il Papa parli con voi?

    — È molto importante perché si tratta di un riconoscimento. Se il Papa ci vuole vedere, vuol dire che la Chiesa riconosce la nostra denuncia. Io spero che poi ci sia un movimento anche sul fronte politico. La benedizione spirituale è importante per le persone che hanno subito i drammi del Forteto, dall’altro canto spero che i politici, i quali hanno dormito finora, si sveglino e facciano qualcosa.

    — Sul fronte politico che cosa si è fatto?

    — C’è stata una sentenza di primo grado con condanna a 17 anni e mezzo per Rodolfo Fiesoli. In secondo grado i condannati sono diventati dieci, la condanna al Fiesoli è diventata più corta di un anno, la sostanza è stata comunque consolidata. Un anno fa è uscita la seconda commissione regionale che ricondanna la vicenda e si pone l’obiettivo di individuare le responsabilità politiche e istituzionali a causa delle quali per 40 anni non è successo niente nonostante le denunce, la sentenza europea del 2000 dei diritti dell’Uomo, la sentenza dell’85 contro il Fiesoli per abusi specifici su minori. Fra i reati del Fiesoli: masturbava disabile alla presenza di minorenni. È scritto nero su bianco nei reati al primo processo. Dopo la sentenza a questo signore sono stati mandati quasi 100 bambini dalle istituzioni. Questa è una vergogna incredibile e nessuno riesce a spiegarsi il perché.

    — A che punto sta la Commissione Parlamentare a la Cassazione?

    — Dopo la sentenza di secondo grado di luglio 2016 siamo ancora in attesa di sapere la data della discussione alla Cassazione. Stanno dormendo e so che il Forteto si è preso i migliori cassazionisti d’Italia da un punto di vista di parcelle, che verranno pagati con il sangue di chi è stato privato di ogni diritto in quella vicenda. Siamo in attesa e speriamo si muova qualcosa dopo la pausa estiva. Non abbiamo nemmeno la data della discussione.

    Sul fronte politico c’è stato un risultato positivo di recente al Senato, dopo il diniego del 2015 della mozione Bergamini che chiedeva il Commissariamento, appoggiato fra l’altro da tutte le forze dell’opposizione. A maggio al Senato dopo un faticoso percorso è stato votato a favore, penso al lavoro del questore M5S Bottici che ha fatto una sorta di pressing a Grasso. È arrivato l’ok unanime del Senato e ora manca la Camera, speriamo il Papa porti fortuna.

    — Il Forteto è tuttora vivo e vegeto, l’azienda continua a produrre formaggi e a venderli in giro per il mondo. Chi compra questi formaggi non può nemmeno immaginare in che luogo siano stati prodotti, una setta dove venivano fatti abusi sessuali su minori. È paradossale, no?

    — È un paradosso. I mercati internazionali che prendono i prodotti dal Forteto, dall’Oceania, Stati Uniti, gli Emirati penso non siano a conoscenza della genesi dell’azienda, che è andata avanti nonostante gli orrori emersi nella sentenza. Non sappiamo con esattezza che cosa avviene ora in quel luogo, sappiamo che i minori non vengono più affidati. Sappiamo che non si può scindere la realtà cooperativa dalla comunità-setta, questo lo dice la sentenza.

    Non mi risulta che mai sia uscita da parte della Lega delle Cooperative una presa di distanza netta sugli orrori pregressi, mi risulta che i condannati e i falsi testimoni vivano ancora nella Cooperativa, non so a che titolo. Il movimento delle cooperative sia esso Lega che Confederazione non ha mai chiesto un incontro con l’associazione vittime del Forteto.

    So che all’interno della Cooperativa è nato qualche bambino, cosa che seconda la filosofia del Forteto era proibita. Lì le donne e gli uomini non si potevano guardare, perché la donna era considerata il male del mondo, i rapporti potevano essere solo omosessuali. Non è mai nato un bambino (salvo un paio d’incidenti di percorso tra giovani sfuggiti al controllo), venivano presi dall’esterno. Va detto, parliamo di un branco di malati di mente socialmente pericolosi ed è la politica che, leggendo le sentenze, deve far sì che la comunità venga sciolta.

    — Il Fiesoli è sotto arresto o è in libertà?

    — Non si sa esattamente perché, non siamo super esperti di diritto, ma Fiesoli non è in prigione. Nonostante la condanna a 16 anni e 10 mesi hanno ritenuto che Fiesoli potesse essere libero. Lui può fare e vedere chi vuole fino alla sentenza definitiva. Si è stabilito in un paesino vicino al Forteto, si sta accreditando molte persone, le capacità manipolatorie certo non gli mancano, recentemente ha aiutato un parroco a prendere le offerte in una chiesa, anche questo andrà detto al Papa.

    — Qual è il messaggio che vorresti lanciare da parte delle vittime del Forteto? Qual è la vostra speranza?

    — Noi speriamo in un riconoscimento pubblico da parte delle istituzioni. Vogliamo le scuse da parte delle istituzioni. Bisogna che i media nazionali ne parlino, molta gente ancora non sa se queste storie sono vere o meno, non vanno a leggersi le sentenze. Le istituzioni devono farsi carico delle persone che hanno vissuto quest’esperienza e che sono state messe lì dalle istituzioni, un luogo dove non dovevano stare.

    Dopo la sentenza definitiva dell’85 al Forteto non dovevano mandare neanche un bambino. I bambini che hanno vissuto al Forteto oltre ad avere una vita distrutta, hanno problemi nell’autodeterminarsi ed organizzarsi una vita futura. C’è bisogno di aiutarli da un punto di vista psicologico. Il Forteto ha rovinato la vita a cento bambini e in totale a più di mille persone.

    — Che cosa vorreste esattamente?

    — Servono risorse per aiutarli. La straordinarietà della vicenda Forteto, la sua pervasività, il maltrattamento istituzionale ormai appurato, rendono necessario un altrettanto straordinario rimedio istituzionale, ad oggi l’assessore alla sanità Saccardi ha per due anni aperto un bando per la riparazione e il sostegno alle vittime. Solo che siamo alla fine del secondo anno che scade ad ottobre, le risorse sono sempre poche ed a oggi non abbiamo certezza se continuerà.

    Questa cosa ci fa riflettere e ci chiediamo perché il Presidente Rossi così come gli enti locali hanno scelto di non chiamare come responsabile civile la cooperativa. Eppure la corte ha condannato in solido anche l’azienda, perché come scritto in sentenza, erano la faccia della stessa medaglia.

    Le poche parti civili che l’hanno fatto sono state risarcite, ma si sa se non si chiede non si può ottenere. Forse con quelle risorse la Regione Toscana avrebbe potuto aiutare le vittime per il tempo necessario, ed anche sciogliere la comunità. Moltissimi non hanno nemmeno avuto il diritto ad un euro di risarcimento per sopraggiunta prescrizione. Lo Stato a mio avviso dovrebbe farsene carico, dovrebbe chiedere scusa e dovrebbe pagare per gli errori fatti dai suoi rappresentanti o far pagar quest’ultimi, invece si fanno le carriere.

  • Walter Siti assediato «Non è don Milani il mio prete pedofilo»

    Walter Siti assediato «Non è don Milani il mio prete pedofilo»

    Lo scrittore replica alle accuse per il suo romanzo “Bruciare tutto” dedicato al priore di Barbanadi

    ROBERTO CARNERO

    Non c’è pace per don Lorenzo Milani. La figura, già ai suoi tempi controversa, del priore di Barbiana continua a essere tale all’approssimarsi del cinquantesimo anniversario della morte (avvenuta a Firenze il 26 giugno 1967 all’età di 44 anni). A sollevare il polverone – e ad attirare l’attenzione mediatica su un anniversario che comunque non sarebbe passato inosservato – è stata la dedica posta in epigrafe all’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto” (Rizzoli): “All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani”. Il problema è che il libro di Siti ha per protagonista un sacerdote pedofilo.

    Molti hanno protestato: accostare la parola pedofilia a don Milani è parso intollerabile. «Tutto è nato dalla mia ammirazione per don Milani», dice ora Siti, dichiarandosi sorpreso e stanco dalle polemiche suscitate. E aggiunge: «Ho pensato che alcune frasi contenute nelle sue lettere potessero alludere a un’attrazione verso i minori, sublimata però in una specchiata vita sacerdotale, in cui dal semplice desiderio egli non è mai passato alle vie di fatto. Quelle espressioni sarebbero una sorta di residuo linguistico inerte, quasi una spia dell’avvenuta sublimazione. Quello che ci tengo a dire, però, è che la figura di don Leo, il protagonista del mio libro, non è affatto ispirata a quella di don Milani. Caso mai è il suo opposto: se don Milani non ha ceduto a un desiderio illecito, il mio personaggio vi cede e, tragicamente, se ne fa travolgere».

    Le frasi a cui allude Siti sono contenute nell’epistolario di don Milani, frasi che però – come ha puntualizzato il critico Alessandro Zaccuri su “Avvenire” – andrebbero lette nel contesto integrale delle lettere da cui sono state estrapolate. In particolare, a suscitare scalpore è una lettera datata 10 novembre 1959. “Se un rischio corro per l’anima mia”, scriveva il prete fiorentino, «non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)». E ancora: «E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in c*** se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Un linguaggo ruvido, certo, ma che nel primo caso allude a quell’eccesso di amore per gli ultimi più volte dichiarato da don Milani, nel secondo al tradimento e alla prevaricazione del potente ai danni del più debole.

    «Non si può capire don Milani leggendolo superficialmente», replica Anna Carfora, docente di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. La professoressa Carfora è uno dei curatori del “Meridiano” Mondadori in due tomi contenente l’opera omnia di don Milani, da ieri in libreria (l’opera, diretta da Alberto Melloni, è curata, oltre che dalla professoressa Carfora, da Federico Ruozzi, Valentina Oldano e Sergio Tanzarella).

    Anna Carfora vorrebbe parlare soprattutto di don Milani, più che delle polemiche intorno a lui, ma non può sottrarsi dal puntualizzare: «Penso che la polemica abbia avuto in questi giorni uno spazio eccessivo. Il tutto si è basato su estrapolazioni fatte senza conoscere il suo pensiero e il suo modo abituale di esprimersi. Ciò del resto è quanto accade da anni, forse da sempre, anche a proposito della sua visione pedagogica, quando essa viene banalizzata o fraintesa, o quando, al contrario, si cerca di mettersi sotto l’ombrello di don Milani per acquistare visibilità».

    Siti allude a una propensione alla pedofilia asceticamente sublimata: «Ecco, questo è un completo rovesciamento – sostiene Anna Carfora – della figura di don Milani, il quale voleva rendere il cristianesimo umano, concreto, incarnato, superando quell’approccio ascetico tradizionale che, esso sì, fa perdere umanità. Ed è proprio quando si perde in umanità, che si finisce nella perversione. Lorenzo Milani era un uomo di fede, non di religione. Anche dopo la conversione e l’ordinazione sacerdotale conservò un linguaggio molto diretto, spesso dissacrante, assai lontano da quel modo di esprimersi pio e un po’ convenzionale di certi religiosi. La sua è una lingua geniale e spesso paradossale: per questo le sue espressioni non vanno mai intese alla lettera, perché c’è un oltre che va recepito. Chi si ferma alla lettera e non si proietta verso questo oltre rischia un totale fraintendimento dei significati reali».

    Il primo tomo del “Meridiano” presenta gli scritti editi, dalle Esperienze pastorali alla celebre “Lettera a una professoressa”, ma anche molti inediti, ora disponibili per la prima volta; il secondo tomo raccoglie le lettere, nella quasi totalità dei casi riscontrate sugli originali e integrate delle parti cassate per ragioni di privacy in precedenti edizioni parziali. Emerge così il ritratto di una figura intellettuale di assoluto rilievo nella cultura italiana del secondo Novecento, ma che ha ancora molto da dire anche oggi. Anche se, pure nel caso del suo pensiero pedagogico, non mancano gli attacchi, come quelli di chi vede nel “donmilanismo” le radici di tutti i mali della scuola odierna. Ma anche qui spesso alla base ci sono grossolani fraintendimenti. «Molte volte chi polemizza con la pedagogia di don Milani – spiega Anna Carfora – non ha letto i suoi scritti, di cui ha un’idea vaga e distorta. Don Milani non era affatto per una scuola lassista che puntasse al ribasso. Voleva invece una scuola che facesse parti eguali tra diseguali, mentre ancora oggi l’inclusione e il superamento delle differenze di partenza sono obiettivi decisamente lontani dall’essere raggiunti. La sua era una pedagogia critica, l’esatto opposto dell’efficientismo aziendalista a cui sembra sempre più venire improntata la scuola attuale nel nostro Paese».

    Anche la Chiesa vede oggi in don Lorenzo Milani, ai suoi tempi osteggiato e incompreso dalle gerarchie, un precursore di una visione della fede al passo con i tempi. Si può parlare di una vera e propria riabilitazione, arrivata a quasi cinquant’anni dal provvedimento del Sant’Uffizio del dicembre 1958 contro il libro “Esperienze pastorali”. Papa Francesco ha inviato alla platea “laica” della fiera “Tempo di libri” un videomessaggio in cui ha espresso il suo pensiero sul prete di Barbiana, già da lui definito tre anni fa “un grande educatore italiano”. Ma questa volta Bergoglio ha accostato a don Milani uno degli aspetti che più volte lo stesso pontefice ha indicato come via per gli uomini di Chiesa: la vicinanza al loro gregge. Secondo il papa, infatti, l’inquietudine di don Milani «non era frutto di ribellione ma di amore e tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata». E, il 20 giugno prossimo, per l’anniversario della morte, il Pontefice visiterà Barbiana e pregherà sulla tomba del priore.

    «Papa Francesco – chiosa Anna Carfora – ha qualcosa in comune con don Milani: è molto amato fuori dalla Chiesa, ma spesso osteggiato al suo interno. Don Milani viveva una fedeltà sostanziale, e non solo formale, al dettato evangelico della povertà e si collocava sul pericoloso crinale tra ortodossia e libertà. Oggi, come ai suoi tempi, molti temono che osare navigare nel mare aperto delle sfide poste dalla modernità (oggi dovremmo dire della postmodernità) significhi venir meno alle basi dell’ortodossia, ma non è così, perché è proprio la fede cristiana a spingere a muoversi in questa direzione. Don Lorenzo Milani aveva capito e praticava questo metodo. Aveva molto amato papa Giovanni XXIII. E oggi avrebbe molto amato papa Francesco».

    http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2017/04/25/news/walter-siti-assediato-non-e-don-milani-il-mio-prete-pedofilo-1.15251567

  • La chiesa di Cantini, le scusa di Betori e il danno inflitto alla città intera

    La chiesa di Cantini, le scusa di Betori e il danno inflitto alla città intera

    La chiesa di Cantini, le scusa di Betori e il danno inflitto alla città intera

    Postato lunedì 6 dicembre 2010 e inserito in Istituzioni totali, Laicità, Legalità. Puoi seguire i commenti a questo articolo attraverso i feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito. Stampa questo articolo solo se necessario
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    di Enzo Mazzi

    La visita pur tardiva dell’arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, domenica scorsa, alla chiesa della Regina della pace, che fu per anni teatro delle aberrazioni pedofile di don Lelio Cantini, ha un significato che va oltre la contingenza e investe la vita della diocesi fiorentina e interessa la città. Tutta l’omelia del prelato gira intorno alla sofferenza della parrocchia a causa degli abusi di don Cantini. Ma è la diocesi intera e la stessa società civile che in qualche modo sono state abusate, sia perché i minori ai quali è stata fatta violenza sono parte integrante della città, un po’ figli di tutti noi, sia perché la «visione errata della Chiesa» di don Cantini (così definita da Betori) è stata fatta propria dalla gerarchia che ha guidato la diocesi fiorentina dopo il cardinale Elia Dalla Costa. Insomma don Cantini non è solo il prete pedofilo; è anche il parroco rigidamente tradizionalista sostenuto in questo dalla Curia.

    Gli anni del Concilio e quelli immediatamente successivi hanno visto ovunque ma specialmente a Firenze una forte polarizzazione fra la resistenza del tradizionalismo autoritario e la spinta riformatrice aperta verso il positivo della modernità. Papa Giovanni concepì il Concilio proprio per rompere il centralismo romano, per far tacere i «profeti di sventura» e quindi liberare le esperienze conciliari delle periferie e dare spazio ai «segni dei tempi». E’ emblematico lo scontro durissimo che esplose nell’assise dei vescovi riuniti in San Pietro su alcuni aspetti centrali della riforma conciliare. Papa Giovanni a un certo punto s’impose sostenendo le istanze rinnovatrici di vescovi come i cardinali Giacomo Lercaro di Bologna, Frings di Colonia, Liènart di Lilla, Alfrink di Utrecht e sconfessando praticamente lo schieramento dei vescovi conservatori. Questi erano organizzati dall’arcivescovo Lefebvre in una vera e propria «compagine tradizionalista» all’interno del Concilio, che si dette anche un nome: «Coetus Internationalis Patrum», con in testa il potente cardinale Ottaviani, composta da 250 prelati fra cui l’arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit, il cui obiettivo conclamato era quello di trasformare il Concilio in un evento di semplice colore senza reali aperture, anzi con la conferma delle rigidezze dogmatiche e di tutte le condanne.

    Lo scontro che si verificò fra i vescovi riuniti in Concilio si ripropose poi in tutta la realtà ecclesiale. Nel 1967 una decina di parroci fra cui don Cantini scrissero una lettera al cardinale Florit in cui ponevano un perentorio aut-aut: «O loro o noi: se non mette fuori loro, andiamo fuori noi». Chi erano questi «Loro» da metter fuori? I parroci delle esperienze conciliari, fra cui Don Bruno Borghi, prete operaio, don Luigi Rosadoni della Nave a Rovezzano, don Fabio Masi del Vingone, don Sergio Gomiti della Casella, noi dell’Isolotto, altri sulla stessa linea pastorale e sociale e, a livello di memoria perché era morto da poco, lo stesso don Lorenzo Milani. Fu scelta la visione autoritaria e chiusa della Chiesa di don Cantini & confratelli, che s’ispirava alla visione e alla prassi della «compagine tradizionalista» all’interno del Concilio, mentre l’alternativa conciliare fu colpita in vario modo. La città intera fu ferita e la sua anima creativa repressa se non annullata. Il «lungo inverno», di cui Betori si rammarica, è stato voluto, la diocesi è stata svuotata dalle esperienze conciliari alternative al fondamentalismo di cui don Cantini era uno degli araldi e i nefasti veleni di quel tradizionalismo autoritario si propagano fino ad oggi in questo appiattimento e grigiore di una religiosità ritualistica senza profezia, dove solo alcune esperienze di spirito conciliare si ritagliano nicchie costrette alla autoreferenzialità. E’ importante che il vescovo chieda finalmente scusa per l’abuso dei minori ma non basta.

    Non sarebbe doverosa una pubblica autocritica per la scelta, imposta alla diocesi e alla città intera, della «visione errata della Chiesa» di don Cantini? E non sarebbe necessaria una conversione concreta di rotta che recuperi lo spirito del Concilio sulla linea già impostata dal cardinale Silvano Piovanelli e risarcisca finché è possibile il danno inflitto alla Chiesa fiorentina, alle persone colpite e alla città intera?

    http://www.altracitta.org/2010/12/06/la-ch…a-citta-intera/