Caro Papa misericordioso
Siamo le mamme delle vittime di suor Mariangela Farè, don Francesco Caramia, don Giuseppe Rugolo, don Carlo Botero, don Luigi Gabbriellini, don Vincenzo Calà, don Livio Graziano, don Nello Giraudo, don Luciano Massaferro e di tanti altri. Con noi c’è anche Erik, figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi e alcune ex suore stuprate dai Suoi preti.
Lei parla di misericordia per i preti pedofili e stupratori e ci perdoni la domanda; perché già che c’è non aggiungere ai Suoi pedofili anche i pedofili di Epstein. D’altra parte escono anche nel suo caso i tanti contatti che aveva con la Sua Città, il Vaticano.
Ci spieghi però; perché noi dovremmo avere misericordia per coloro che hanno ucciso l’anima e l’innocenza dei nostri figli?
Lei anche se è Papa non si rende conto delle Sue parole. Noi come madri e padri ci sentiamo offesi da Lei e da tempo anche dalla Sua chiesa che dopo la denuncia ci ha abbandonati.
Lei sa bene che i Suoi misericordiosi pedofili hanno distrutto la vita di tante bambine e bambini tanti dei quali hanno trovato come unica via d’uscita la morte. I più fortunati invece hanno trovato Il dolore, la sofferenza, la paura, la disperazione alla quale sopravvivono … ma non vivono più.
Noi genitori siamo morti insieme a loro, perché i Suoi misericordiosi preti pedofili per soddisfare la loro sporca devianza sessuale, come Lei stesso sa bene, non distruggono solo la vittima, no caro Papa distruggono insieme ai nostri figli le loro famiglie.
Perché caro Papa non spende una sola parola concretizzando aiuti veri per le vittime di abusi sessuali da parte del clero, perché?
Lo sa che per colpa dei Suoi misericordiosi pedofili si distrugge anche il credo e la fede delle famiglie?
Si, siamo cresciuti con la fede, l’abbiamo trasmessa ai nostri figli, subendo in cambio un dolore atroce, un tradimento da coloro in cui avevamo riposto la nostra fede smisurata.
Secondo lei DIO approverebbe tutto ciò?
Una domanda io fossi al Suo posto me la farei.
Nel vangelo di Matteo 18:6 Dio dice che “chi scandalizza anche un solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.
Questo è il valore che Gesù dava ai bambini, il valore del Regno dei Cieli che chiede rispetto e una protezione assoluta per loro.
I Suoi misericordiosi preti pedofili, hanno rispettato la parola di Gesù?
E Lei? Rispetta la giustizia che Gesù avrebbe reso a questi bambini?
NO NO e poi NO!
Quindi come può Lei caro Papa chiedere misericordia per i soli preti pedofili? La deve chiedere anche per Lei stesso e per chi l’ha preceduta.
Pensi a seguire le parole di nostro Signore e protegga le vittime. Solo allora noi, semplici mamme e papà riavremo fiducia nella chiesa e non ci sentiremo più discriminati e abbandonati come ci sentiamo ora.
I nostri saluti.
il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.
L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.
Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;
1- la sola vittima;
2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;
3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.
Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.
(N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)
Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;
Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo
-QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?
2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;
Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.
Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico
-Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine
Strutturazione degli sportelli diocesani
Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.
Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.
Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.
In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).
Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.
Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.
Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.
Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.
Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…
-Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.
Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.
Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.
Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.
In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.
Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.
In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.
In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.
Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.
Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.
-Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;
“La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.
Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”
A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:
La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.
Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.
-A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.
Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.
Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.
Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.
Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;
“Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”
Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.
Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.
La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.
Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.
Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?
-Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?
Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.
Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.
Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.
Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.
Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.
Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.
-Le CONCLUSIONI
In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.
Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.
In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.
In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.
Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.
-L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.
Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.
Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente– battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.
Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.
Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.
Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.
La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.
Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.
Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.
Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.
Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.
Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.
Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.
Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.
FINE del report
Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane
“Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”
Matteo Zuppi
… Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.
Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, quello documentato attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.
EXECUTIVE SUMMARY
Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?
“La grande farsa italiana della CEI”
REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
OSSERVATORIO PERMANENTE della Rete L’ABUSO
Associazione italiana sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
Relatore Francesco Zanardi
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Un’inchiesta durata più di un anno e decine di documenti che delineano un comportamento inequivocabile da parte delle gerarchie ecclesiastiche italiane, anche senza fare il paragone con quanto è invece stato fatto all’estero, in particolare in Europa.
Il campione in esame è di 332 casi, ovvero solo i casi che la Rete L’ABUSO ha trattato direttamente, quelli che abbiamo seguito passo passo al fianco delle vittime. Un campione quantitativamente e qualitativamente eccellente, persino eccessivo in quanto 100 casi sarebbero bastati.
L’arco temporale del campionamento va dal 2010, anno in cui nasce Rete L’ABUSO e inizia la raccolta diretta dei dati forniti dagli stessi sopravvissuti.
Non manca il dato attuale in quanto, dopo l’apertura degli sportelli diocesani, il riscontro aumenta con il ritorno di coloro che in buona fede si sono rivolti a quegli sportelli e poi insoddisfatti e in balia della rievocazione del trauma che ha funto da riattivatore, hanno cercato aiuto alla Rete L’ABUSO, permettendo all’Osservatorio di esporre anche il dato attuale, ovvero l’effetto del Motu proprio, nell’applicazione italiana.
Questo rapporto analizza quanto fatto dalla chiesa italiana nelle sedi giudiziarie canoniche che ricordiamo doverosamente, per quanto vengano chiamati tribunali, non sono equiparabili in alcun modo con i tribunali civili in quanto il parametro di valutazione è differente oltre che incompatibile.
Mentre nel tribunale canonico l’oggetto del procedimento è l’offesa a Dio, le violazioni dottrinali e via dicendo, nel procedimento del tribunale civile l’oggetto è il danno alla persona, cioè la vittima.
Premetto questo per evitare confusioni che potrebbero sorgere nel testo per via delle varie omonimie; quando si parla di condanna penale detentiva e risarcimenti alla vittima, questi vengono dal tribunale civile dello Stato italiano a seguito di una denuncia.
I tribunali canonici non infliggono questo tipo di pene in quanto il reato è “dottrinale”, quindi valuta il sacerdote imputato e la sua integrità nel rappresentare il ministero. In questo caso le pene massime sono di sospensione dal ministero fino alla (successiva) riabilitazione. Nei casi più gravi la riduzione dallo stato clericale.
In questo caso il risarcimento della vittima non è previso in quanto se pur quest’ultima ha subito una violenza, l’oggetto del processo è Dio e la vittima in questo caso è colei che consapevole o meno, ha contribuito all’offesa.
L’invito indispensabile nella lettura di questo rapporto è quello di fare come è doveroso la differenza tra quello che “è stato detto” e quello che “è stato fatto” concretamente.
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Partiamo doverosamente dal 28 maggio 2022 quando, durante la prima conferenza stampa del neoeletto Presidente della CEI Matteo Zuppi, poniamo alcune perplessità sulla “Via italiana” contro gli abusi sessuali del clero illustrata dal Presidente della CEI.
Una Via italiana deludente in quanto qualitativamente e quantitativamente notevolmente inferiore a quella di tutte le Conferenze Episcopali non solo europee, che hanno utilizzato un arco temporale di indagine di 70 anni, sufficiente a prendere in considerazione (con un “trattamento umano”) tutti i casi dei sopravvissuti ancora in vita. La Via italiana invece risulta penalizzante e discriminatoria in quanto tratterà solo i casi dal 2000 a oggi, tagliando fuori migliaia di persone.
Altra anomalia della Via italiana di Zuppi è il fatto che, ancora una volta contrariamente alle altre Conferenze Episcopali, la commissione della CEI non sarà indipendente, perché utilizzerà organi esterni alla chiesa ma dipendenti in realtà da essa, e non si avvarrà né del coinvolgimento dello Stato, né di altri organi di controllo.
In parole povere la Conferenza Episcopale Italiana se la suonerà e se la canterà da sola in un solitario autoreferenziale censimento dei dati “scelti”, come vedremo escludendo persino le stesse le vittime e i moltissimi casi mai denunciati all’autorità ecclesiastica.
Gli impegni pubblicamente assunti dal cardinale Matteo Zuppi in conferenza.
Poche settimane dopo lo incontrerò a Bologna. Due incontri riservati, con spirito diplomatico al fine di tentare di avviare in virtù del Motu proprio un dialogo tra i sopravvissuti e la massima gerarchia a livello italiano. Il Presidente dei vescovi, di fatto coloro che hanno controllo sui singoli territori, le diocesi.
Il risultato fu piuttosto deludente in quanto non solo Zuppi non si spostò di un millimetro da quella linea controcorrente all’Europa e, in realtà anche alla stessa morale cattolica; ovvero la Conferenza Episcopale Italiana sceglie consapevolmente e rinuncia al perdono delle vittime, la maggior parte, quelle antecedenti all’anno 2000, escluse brutalmente dall’indagine interna.
Confermerà anche a differenza degli altri paesi che non ci sarà da parte della chiesa italiana alcun indennizzo ai i sopravvissuti, che a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare.
Fu invece molto più “garantista” (come lui stesso si definisce) nei confronti dei sacerdoti accusati, della loro difesa e della loro riabilitazione, dimostrando uno squilibrio notevole verso le vittime. L’impressione è stata che la CEI facesse quasi “una cortesia ad interloquire con noi”.
Disattesa anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive.
Dopo la promessa di organizzare un incontro con monsignor Lorenzo Ghizzoni che non ci ha mai contattati, nessuno da parte della chiesa ha più voluto quei nomi.
Data l’indisponibilità della CEI a un qualunque possibile spazio di dialogo con i sopravvissuti, restammo disponibili ad una loro convocazione, ma non ritenemmo utile chiedere un terzo incontro.
Tuttavia le strade della Rete e quelle della CEI si incroceranno ancora quando nel 2022 mi reco ad Aversa per incontrare, insieme al padre di un 13nne abusato, il vescovo Angelo Spinillo. I motivi dell’incontro riguardavano in particolare una serie di apprezzamenti molesti fatti sui profili social del ragazzino, successivi alla misura di arresto domiciliare del sacerdote e apparentemente effettuati da un profilo “omonimo” di quello del prete. Le successive indagini della polizia giudiziaria ricondurranno quegli apprezzamenti molesti alla connessione internet della struttura dove il sacerdote è ai domiciliari, ma non venne approfondito dagli inquirenti chi, dei 6 tra ospiti e operatori, dall’interno della struttura avesse materialmente commesso i fatti.
La richiesta del padre del ragazzino era tuttavia banale; accertare i fatti e impedire al sacerdote l’utilizzo di internet, non solo per evitare altri equivoci, ma per una questione di buonsenso in quanto il prete era ai domiciliari con l’accusa di reati sessuali sul minore, quindi degno di un doveroso controllo da parte di chi si era assunto la responsabilità del controllo, al fine di evitare che potesse reiterare il fatto.
La risposta di Spinillo non fu di quelle esemplari per un vescovo, che dovrebbe avere l’autorità sui suoi sacerdoti. Rispose che non sapeva che cosa fare in quanto il sacerdote non riconosceva più l’autorità del vescovo…
Sarebbe stato un buon motivo per avviare un procedimento canonico, ma invece…
Pochi giorni dopo il rientro a Savona decisi di informare della situazione riscontrata ad Aversa il cardinale Zuppi, fiducioso che almeno in quella singola situazione potesse mettere mano con più autorità di quella che il vescovo Spinillo aveva saputo esercitare. Ma non fu così, anzi, fu il padre del ragazzo in fine ad essere definito “un rompiscatole” dalla Curia di Aversa.
Nella primavera del 2023 le strade della Rete L’ABUSO e quelle della CEI si incroceranno ancora quando a seguito di alcune segnalazioni pervenute dalla diocesi di San Remo, scriviamo al vescovo Antonio Suetta, nell’intento di segnalare come previsto dal Motu proprio, quanto in nostro possesso. Una segnalazione preventiva che va accertata e che secondo il Motu proprio può essere anche anonima ed effettuata anche non direttamente dall’interessato.
Ma in questo caso non sarà affatto anonima, anzi è ufficiale, da parte della Segreteria dell’associazione che la manda in copia anche al cardinale Zuppi in quanto i segnalanti lamentavano di aver già informato la chiesa, ma questa non era intervenuta.
La risposta del vescovo Suetta non si fa attendere e francamente è spiazzante.
Qualche giorno dopo anche il cardinale Matteo Zuppi risponderà alla collega (Cristina Balestrini, Segretaria dell’Ufficio di Presidenza), ma come il vescovo non pare per nulla interessato neppure a capire il contenuto delle segnalazioni, ma molto più attento ad “interrogare” la collega che ha inviato la missiva. Tenta di manipolare il dialogo con l’associazione e la invita a scrivergli da un indirizzo mail personale e non da quello della Rete L’ABUSO, sottolineando che preferirebbe un dialogo non ufficiale, cosa che ancora una volta nel contesto generale stride non poco con le dichiarazioni di trasparenza, vicinanza alle vittime e di dialogo con loro.
La collega acconsentirà per cortesia diplomatica solo alla prima richiesta ribadendo l’ufficialità degli scambi epistolari, per poi tornare a scrivere tassativa dalle opportune sedi e con la mail dell’Associazione nel suo ruolo di Segretario.
Le missive saranno diverse, una decina. Anche questa volta in nessuna l’accenno di voler acquisire quei dati, come fermamente affermato da Zuppi in conferenza, anzi, nell’ultima missiva inviata in copia questa volta al cardinale Zuppi ma indirizzata alla Nunziatura apostolica, alla quale segnaliamo l’accaduto, alleghiamo una delle ultime lettere di denuncia ricevute dalla Rete, circostanziata con dati verificabili, ma anonima, ed è proprio per questo che la alleghiamo.
Ma ancora una volta vi è un rifiuto da parte di Zuppi che commenta “io le lettere anonime le cestino”.
Facciamo ora un breve feedback di quanto emerso nella prima parte, in cui vediamo colui che è o almeno dovrebbe essere il maggior “vigile” sui vescovi italiani.
Abbiamo rigorosamente citato solo i vescovi attori nei casi in cui il Presidente della CEI ha interagito direttamente con noi, ma in realtà la mancata vigilanza e la compiacenza da parte della CEI che non contrasta la disapplicazione nonché l’elusione delle norme da parte dei vescovi, emerge come vedremo ovunque nella penisola italiana.
Eppure il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?
…Per questo in premessa ho sottolineato l’importanza di notare la differenza tra quanto viene “detto” e quanto poi in realtà viene “fatto”.
Nella sostanza siamo di fronte a una serie di norme introdotte e rassicuranti per l’opinione pubblica e i fedeli, ma non troviamo un solo caso di applicazione in Italia; al contrario, ne troviamo a decine, tutti in violazione.
Mentre negli altri Stati vediamo come accaduto in Spagna la stessa Conferenza Episcopale acquisire neppure dalle vittime, ma da un quotidiano, i nominativi raccolti, in Italia questo non è stato possibile neppure alla presenza del Presidente dei vescovi italiani.
Mentre vediamo come in Svizzera le istituzioni religiose che denunciano i sacerdoti e cercano le altre vittime, in Italia neppure una associazione di vittime riesce nei fatti a fare una segnalazione, in quanto la chiesa fa ostruzionismo.
Mentre come in Francia la chiesa è disposta a vendere i suoi beni per indennizzare le vittime, in Italia dice Zuppi che sarebbe un incentivo a denunciare gli abusi alla chiesa.
La ovvia domanda è; a che servono quindi gli sportelli diocesani se non si vogliono accogliere denunce
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I DATI SULLE DIOCESI ITALIANE CHE ARRIVANO DALLE VITTIME
Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, lo daremo sottointeso nei punti che seguono in quanto emerge sistematico nei 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;
nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;
nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale;
nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica;
nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.
nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo.
Queste premesse, che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, sempre in genere molto favorevoli a queste notizie incensanti verso la chiesa.
Ebbene, nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario.
Tanto meno la Conferenza Episcopale Italiana, che nel caso l’avrebbe strumentalizzata come consuetudine all’inverosimile.
Esporremo ora alcuni tra i casi più significativi tra quelli recenti di insabbiamento da parte dei vescovi, ovvero registrati dopo l’entrata in vigore del Motu proprio, particolarmente espressivi delle gravi inadempienze e delle reticenze delle Gerarchie ecclesiastiche, alle quali come abbiamo visto non è estraneo neppure lo stesso Presidente della CEI.
Utilizzeremo casi di cui ci siamo occupati e noti sui media in quanto offrono la possibilità di essere verificati con facilità da chiunque.
Il 4 maggio 2022 la diocesi di Milano comunica a Daniela Cultrera, uno dei legali lombardi della Rete L’ABUSO che difende la vittima del sacerdote reo confesso Alberto Lucchina, a cui il tribunale canonico ha inflitto una condanna pari a cinque anni di sospensione, dalla quale sottolinea la curia, va detratto il periodo di indagine (un anno) in quanto – secondo le dichiarazioni – il sacerdote era stato sospeso, già dall’indagine previa .
Dichiarazioni che scopriremo totalmente mendaci, appurate persino dall’Autorità Giudiziaria, che dopo le indagini, malgrado i riscontri si trovò bloccata dalla prescrizione.
Si scoprirà in realtà che il sacerdote non ha fatto un solo giorno di sospensione e che all’inizio del processo canonico è stato spostato e gli è stata nuovamente assegnata una parrocchia, a Milano nel quartiere Isola. Ma la nostra assistita e vittima di Alberto Lucchina, non sa che Alberto ha un fratello, Maurizio, anche lui sacerdote. Non sa neppure che alla Rete L’ABUSO abbiamo una denuncia di abusi da parte di un’altra donna vulnerabile, con invalidità, che questa volta accusa il fratello di Alberto, Maurizio Lucchina.
Anche la Rete L’ABUSO ignora qualcosa che scopriremo solamente durante le indagini. Nel quartiere Isola ci sono due parrocchie adiacenti in una delle quali la chiesa di Milano ha nascosto dopo la condanna Alberto, nell’altra risiede Maurizio, il quale non è mai stato sottoposto neppure ad un’indagine previa, malgrado ci sia una querela all’autorità italiana e il caso sia uscito sui giornali.
La diocesi e il prete non hanno mai risposto neppure alle richieste di indennizzo avanzate dal legale della Rete L’ABUSO assegnato alla vittima di don Alberto, malgrado sia reo confesso.
Non risulta alcuna indagine per le violazioni a carico della diocesi da parte delle istituzioni ecclesiastiche.
A Enna, nel corso del processo a carico di Giuseppe Rugolo, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di alcuni parrocchiani minorenni, emergono dalle intercettazioni della Procura inequivocabili ammissioni da parte dello stesso vescovo Rosario Gisana; ammette di avere insabbiato il caso. Nel 2020 infatti, Antonio Messina, la vittima, denuncia il prete anche all’autorità giudiziaria, spinto proprio dalle reiterate inadempienze del vescovo Rosario Gisana, che anziché intervenire lo aveva nel frattempo (2019) trasferito a Ferrara, dopo aver tentato inutilmente di comprare il silenzio della vittima con 25.000€ della Caritas e mentendo in parte anche al collega vescovo, mons. Gian Carlo Perego, al quale nella lettera di presentazione rassicura non ci sia “nulla di particolare da segnalare”.
Tuttavia va notato che il vescovo di Ferrara non si è lamentato e che una volta pubblica la notizia che il Rugolo fosse indagato con l’accusa di violenza sessuale su minore, neppure lui intervenne cautelativamente. Il sacerdote è stato arrestato dalla polizia giudiziaria nell’aprile 2021 praticamente “in parrocchia” dove continuava a svolgere attività a contatto con i minori.
Malgrado le omissioni e le leggerezze palesate nell’ampia documentazione, la chiesa non ha anche in questo caso, avviato alcuna indagine nei riguardi dei due vescovi coinvolti.
Malgrado l’indagine previa del vescovo Luigi Testore (che si limitò a Gamalero senza indagare se ci fossero altre vittime, che in realtà l’Associazione documenta) e l’ammissione del Bottero, quando raggiunto dalle telecamere, il sacerdote non pare così affranto, sorride ironico. Risulta sia sempre restato al suo posto, mai sospeso e svolge ancora incarichi a contatto con minori.
Nessun procedimento noto da parte della chiesa né per il prete né per il vescovo.
Neppure in questo caso, malgrado la consapevolezza della chiesa colombiana che lo ha trasferito, la chiesa italiana che lo ha accolto non ha attuato qualora informata, alcuna misura preventiva al fine di evitare reiterasse e non risulta qualora non sapesse abbia avviato indagini per chi ha omesso la grave segnalazione, permettendo altre 2 vittime.
Anche se sono parecchi di più, questi alcuni esempi di casi attuali nei quali vediamo la chiesa italiana non intervenire nei confronti dei vescovi, in assoluta violazione al Motu proprio.
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Va anche notato, come evidenzieremo subito dopo con qualche esempio, che la chiesa si fa in qualche modo carico dei sacerdoti puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi.
Neppure la vittima!
In alcuni casi abbiamo documentato che quando il prete è indagato, il vescovo attivamente provvede alla scelta del difensore, organizzando l’incontro con l’imputato.
Si fa anche garante quando necessario di una dimora per gli arresti domiciliari (l’inchiesta completa sui 23 centri per preti pedofili in Italia su “Giustizia Divina” Emanuela Provera – Federico Tulli “Chiarelettere”), della loro riabilitazione e del reinserimento nelle parrocchie, che avviene puntualmente senza restrizioni o un adeguato monitoraggio, anche dopo aver scontato il carcere.
Una prevenzione anche qui sulla carta e un altro evidente squilibrio in discriminazione delle vittime che non hanno alcun tipo di assistenza. Questo non solo a fronte delle dichiarazioni di vicinanza e soccorso della chiesa, anche queste solo sulla carta, ma un abominio in quanto la stessa è poi l’organismo che equamente dovrebbe giudicare e spesso a farlo sono gli stessi vescovi che in precedenza hanno coperto il prete.
Qui sarebbe interessante che il Presidente della CEI si pronunciasse e ci spiegasse come applica o dove vede applicato equamente quel “garantismo” di cui si fece tanto forte nei nostri incontri !
A fronte dell’impegno per la difesa dei preti pedofili, nessuna garanzia per le vittime.
Neppure per quelle che hanno ottenuto un risarcimento in sede giudiziaria, verso le quali la chiesa dovrebbe intervenire.
Potrei proseguire con casi come quello di don Luigi Gabbriellini, Don Silverio Mura, Mauro Galli e tanti altri che non elenchiamo in quanto non cambierebbero la palesata gravità della situazione della chiesa italiana, che emerge positivamente solo nei comunicati autoreferenziali ai media, per autoacclamazione e puntualmente senza il contraddittorio dei sopravvissuti o di chi li tutela.
Anche l’editoria non ha certo brillato molto nelle inchieste giornalistiche o negli approfondimenti televisivi, mentre i media stranieri (malgrado la notizia sia per loro “di nicchia”) hanno già prodotto 3 documenti sulla grave situazione della penisola.
Documenti che naturalmente non sono circolati in Italia, ma li proponiamo qui di seguito e sono;
Il terzo è stato prodotto invece per una TV (non italiana) da una troupe belga e sarà pubblicato in Europa nei primi mesi del 2024.
IL SISTEMA DELLE GERARCHIE e le “FACOLTA’” dei gerarchi “privilegiati”
Forse superficialmente quanto detto prima è più che sufficiente ad una valutazione. Vogliamo ancora spendere intellettualmente qualche passaggio rispondendo alla più ovvia e spontanea delle domande; PERCHE’ questo è possibile malgrado il Motu propio ?
E’ vero che il pontefice fa le leggi e le raccomandazioni ma poi le gerarchie hanno una loro autonomia nell’applicarle. Autonomia concessa, in quanto in ogni paese le esigenze della chiesa sono differenti e lo scopo delle gerarchie è proprio quello di gestirle al meglio, in favore del Vaticano.
Cosa che abbiamo visto negli anni, per esempio, nelle varie linee guida emesse dalle Conferenze Episcopali, diverse in ogni nazione, dove la chiesa ha adattato i suoi parametri/esigenze alle leggi degli Stati. In altri come l’Italia invece, controcorrente o quanto meno indifferente anche di fronte agli appelli della Santa Sede, non ha fatto nulla in quanto la carenza legislativa e l’assenza dello Stato italiano glielo hanno permesso.
Un anno abbondante di indagini dell’osservatorio della Rete L’ABUSO ha documentato in Italia, in più occasioni oltre quelle citate sopra, attraverso molte testimonianze anche di sacerdoti oltre che sopravvissuti, quello che accade nel mondo “sommerso” delle diocesi. In questo caso dei vescovi e della stessa Conferenza Episcopale, responsabile degli stessi e dell’applicazione di quanto legiferato dal Pontefice, che tuttavia non si intromette.
“Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”.
Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”
“Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”
“Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.
Sembrerebbe quindi venire a mancare in molti casi anche la comunicazione da parte delle diocesi alla CDF nonché la stessa collaborazione vantata da Zuppi pubblicamente. Un fatto già appurato alla presentazione del Report della CEI, che dai venti anni annunciati si è ridotto poi a due e senza i dati di CDF.
Report che tuttavia, tenendo conto che i due anni censiti erano durante l’emergenza COVID, che ha limitato l’accesso agli uffici e che i dati provenivano dasoli30 centri di ascolto diocesani su 166 diocesi che li hanno attivati (su un totale di 226), il dato non era proprio insignificante.
In Italia il dato CEI di cui non si conosce neppure la località dove sono avvenuti i fatti, di cui si ignora cosa la chiesa abbia fatto per quelle vittime e per i colpevoli e dal quale sono stati omessi; procedimenti in corso; dati delle diocesi (esclusi i 30 sportelli); dati delle associazioni; dati della CDF e lo dividiamo per i due anni che la CEI ha campionato, fa 34 casi ogni anno, contro i 42 della Francia.
Guardiamo per un solo attimo il risultato ottenuto nel concreto dalla CEI e senza andare troppo lontano lo paragoniamo a quanto hanno fatto le altre Conferenze Episcopali nella sola Europa tra commissioni d’inchiesta indipendenti, ricerca delle vittime dei preti, soccorso ai sopravvissuti e indennizzi economici, prevenzione e allontanamento dei soggetti pericolosi.
…Dire che non è stato fatto nulla dalla CEI, è persino un complimento molto generoso.
Federica Tourn per Editoriale DOMANI – Salgono a tre i bambini abusati da monsignor Luigi Gabbriellini, parroco di Santa Maria madre della Chiesa e Santa Marta a Pisa, attualmente sottoposto a processo canonico. La vicenda è emersa dopo la denuncia al vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto da parte di due fratelli, come abbiamo raccontato su Domani del 21 settembre. In una nota ufficiale del 15 settembre, monsignor Benotto aveva chiesto perdono a nome della Chiesa pisana per lo scandalo che aveva coinvolto il sacerdote, nome di spicco all’interno della diocesi, e ne aveva accettato le dimissioni. Ora, un cugino alla lontana dei due fratelli si è rivolto al Servizio diocesano per la Tutela dei minori per segnalare di essere stato anche lui molestato dal sacerdote.
Giulio, 39 anni, suo fratello Davide, 35, e il cugino Luca, di 33, hanno deciso di raccontare a Domani i fatti accaduti più di vent’anni fa, quando don Luigi era parroco della chiesa di Santo Stefano extra moenia a Pisa. I nomi sono di fantasia: le vittime hanno chiesto l’anonimato per non esporre le famiglie alle ripercussioni mediatiche. «Vogliamo rendere nota la nostra storia non soltanto per un desiderio di verità ma anche per evitare che quello che abbiamo sofferto possa accadere ad altri bambini», precisa Giulio, che si è deciso a denunciare la violenza quando ha scoperto che anche il fratello era stato abusato dal prete amico di famiglia. «Ancora oggi non riesco a perdonarmi di aver permesso a questo prete di officiare il mio matrimonio e il battesimo della mia prima figlia – spiega Giulio – vivevo in una bolla che è finalmente scoppiata quando ho parlato con mio fratello e mi sono reso conto di non essere il solo a portare questo peso».
Davide, che oggi vive all’estero, aveva mandato una mail al prete un anno e mezzo fa, in cui gli chiedeva conto dell’abuso subito quando era piccolo: «mi ha risposto che non era stato lui e che si trattava di un caso di omonimia», racconta. Invece, è proprio il don Luigi giusto, come è stato confermato espressamente dal vescovo ai due fratelli. «Monsignor Benotto in primavera ci disse che don Gabbriellini aveva confessato e di non preoccuparci perché lo avrebbe tenuto lontano dai bambini – afferma Giulio – invece il prete ha celebrato le comunioni e le cresime in parrocchia come se nulla fosse».
L’investigatio previa sul sacerdote, avviata a fine aprile, è tuttora in corso, ma il vescovo ha assicurato via mail a Giulio che a breve il dossier verrà mandato in Vaticano al Dicastero per la dottrina della fede. Le vittime, però, non hanno più fiducia nella giustizia ecclesiastica: «da quando la storia è uscita sui giornali, il vescovo, prima molto sollecito nei confronti miei e di mio fratello, ha preso le distanze», spiega ancora Giulio.
I rapporti fra monsignor Benotto e i due fratelli si raffreddano ulteriormente quando a settembre le vittime vengono a sapere da amici, che frequentano la parrocchia di Santa Maria della Chiesa e Santa Marta, che don Luigi si sta preparando a lasciare l’incarico. «Eravamo preoccupati che lo facessero sparire senza una spiegazione», dice Giulio. «Quando ci siamo incontrati – aggiunge – il vescovo ci disse che, a seconda della gravità della sentenza, don Luigi poteva essere ridotto allo stato laicale, o destinato altrove, o mandato a occuparsi di una casa di riposo: quest’ultima opzione monsignor Benotto la definì la peggiore punizione per un prete».
Evidentemente, stare in mezzo a chierichetti e bambini dell’oratorio è considerato più gratificante che occuparsi della pastorale degli anziani. Certo è che don Gabbriellini in parrocchia si trovava bene: era stimato e rispettato da tutti, tanto che non faticava a stringere legami di amicizia con i fedeli, rapporti che continuavano anche fuori dalla chiesa. In casa dei due fratelli, infatti, don Luigi viene spesso invitato a cena e con la famiglia condivide vacanze e giorni di festa. Il fatto che giochi con i bambini e li faccia ballare sulle ginocchia è vista come una cosa normale, il segno della confidenza e dell’affetto di uno “zio” che li frequenta abitualmente. D’altronde è un amico intimo: ha la fiducia totale dei genitori e anche la riconoscenza, visto che è sempre lui che presta loro del denaro in un momento di difficoltà economiche.
Questa aura di prete buono, sempre presente e disponibile ad aiutare in caso di bisogno, getta fumo negli occhi dei parrocchiani, che vedono quello che vuole lui e non quello che fa ai bambini. Eppure lui non si nasconde ma, anzi, arriva ad accarezzare i piccoli sotto la maglietta di fronte a tutti in chiesa o durante le gite della parrocchia. Nessuno trova da ridire: «sono convinto che con questi gesti volesse normalizzare la sua propensione a toccare i bambini – riflette Giulio – era una strategia per abituare le persone a vederlo vicino ai piccoli». Un’intera comunità pare sotto l’incantesimo di questo prete: non uno, in Santo Stefano, sembra notare qualcosa di strano nel suo comportamento, nemmeno gli altri sacerdoti. «Ho chiesto a un altro prete se si fosse accorto delle inclinazioni pedofile di don Luigi – riferisce Luca – ma lui mi ha risposto subito di no». Salvo poi ricordarsi qualcosa: «in seguito mi ha detto che in effetti aveva visto don Luigi mettere una mano sotto la maglia a un ragazzino mentre lo confessava».
Questo modus operandi di avvicinamento graduale ai minori, fino a instaurare un rapporto di disinvolta confidenza con loro in contesti rassicuranti come la famiglia o le attività ricreative organizzate dalla chiesa, permette al prete di molestare per anni i bambini, praticamente davanti agli occhi dei parrocchiani e degli stessi genitori. Luca racconta che il suo abuso è avvenuto nel 1997, quando aveva appena otto anni, durante una gita della chiesa in un paese di montagna: «ero seduto sulle sue ginocchia e don Luigi all’improvviso mi ha toccato i genitali – dice – i miei erano a trenta metri da noi, insieme a un altro gruppo di genitori». Un’esperienza simile è toccata a Davide: «eravamo in sala da pranzo, seduti al tavolo, e io ero seduto sulle ginocchia di don Luigi: i miei piedi non toccavano terra, avrò avuto otto o nove anni al massimo – ricorda – i miei genitori erano seduti dall’altra parte del tavolo e parlavano con il prete, che intanto aveva la mano nei miei pantaloni». Una tortura che va avanti per più di mezzora: «la tovaglia nascondeva le nostre gambe – aggiunge Davide – io ero congelato ma i miei genitori erano presenti e ho pensato che non c’era niente di male».
Monsignor Gabbriellini non si limita a una volta sola. Davide è chierichetto e il prete coglie ogni occasione per insidiarlo: «ci trovavamo il sabato pomeriggio e io non avevo voglia di andare in parrocchia, perché sapevo che sarei rimasto da solo con lui in sacrestia – dice – cercava sempre di baciarmi e ancora oggi potrei riconoscere l’odore del suo dopobarba». Gli assalti del sacerdote a Davide sono andati avanti dal 1995 fino al 2000, quando il ragazzo ha lasciato Santo Stefano. Il maggiore dei fratelli, Giulio, invece è stato abusato più volte nel 1994, quando aveva undici anni; le molestie sono poi continuate fino al ’97, soprattutto durante i campi estivi e una volta in occasione di un colloquio personale. Il prete utilizzava il suo ascendente sui ragazzi per favorire le occasioni propizie alle molestie: «era dispotico, sapeva imporsi ed esercitava una grande influenza nella vita delle persone – spiega Giulio, che è stato chierichetto e catechista – noi ragazzi eravamo in soggezione e lui ne approfittava per entrare in intimità con noi». È un progressivo varcare dei confini: «prima ti abbracciava, poi ti prendeva in collo e lì già sapevi come sarebbe andata a finire». Il predatore conosce bene il suo territorio di caccia, dove si muove con disinvoltura: «individuava con precisione i bambini più vulnerabili e si dedicava a loro con costanza, li faceva sentire importanti – dice ancora Giulio – era una tattica: chi subiva abusi riceveva più attenzioni degli altri».
Oggi non si sa dove si trovi monsignor Gabriellini. Subito dopo la denuncia al vescovo, Giulio ha detto tutto a parenti e amici e, in soli due giorni, in tre lo hanno cercato per raccontargli che a loro era successa la stessa cosa: «mio cugino Luca e un’altra persona mi hanno riferito di essere stati abusati da don Gabbriellini e una terza vittima ha invece parlato di un altro prete in provincia di Pisa», dichiara Giulio. La responsabile del Servizio per la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, suor Tosca Ferrante, il 19 settembre affermava che non c’erano altri casi di abuso nella diocesi oltre ai due fratelli; contattata da Domani il 18 ottobre per un aggiornamento, non ha risposto.
Giulio, Davide e Luca a breve chiederanno il risarcimento in sede civile. Invitano altre persone che abbiano informazioni di fatti recenti che riguardano don Gabbriellini a rivolgersi alla Rete L’Abuso per poter presentare un’istanza che accerti che il prete sia in condizioni di non nuocere ad altri bambini. «Nella condotta compulsiva di queste persone si riscontra un pericolo per la collettività – spiegano le vittime – e dato che conosciamo bene la prassi dei vescovi di spostare i preti pedofili in altre parrocchie, vogliamo evitare che continui ad essere a contatto con i minori».
di Giulio Gori – Sono diventate quattro le persone che si sono rivolte a un legale per denunciare le molestie che avrebbero subito, quand’erano minorenni, da parte del sacerdote pisano coinvolto nello scandalo pedofilia. Dopo la denuncia di due fratelli, rispetto a fatti che sarebbero avvenuti circa vent’anni fa — quando avevano 9 e 13 anni — e che hanno portato all’apertura di un processo canonico contro il religioso, poi dimessosi dall’incarico, altri due adulti sono pronti a denunciarlo per episodi di abusi che avrebbero subito.
Ad anticiparlo è stato Vincenzo Brunelli per il network Toscana in Diretta. Ci sono inoltre altre otto persone che, dopo alcuni incontri in cui si sono confrontate sulle molestie che avrebbero subito dal sacerdote, hanno preso a loro volta contatti con degli avvocati per valutare la possibilità di azioni legali. In almeno due casi, le possibili molestie sarebbero sufficientemente recenti per poter anche sporgere una denuncia penale, senza incappare nella prescrizione.
Il caso di pedofilia che tocca un esponente di spicco della Chiesa pisana (tanto da essere diventato monsignore), sembra spandersi a macchia d’olio. I casi riguarderebbero possibili vittime di abusi subiti quando erano bambini o al massimo adolescenti. E il sacerdote durante il processo canonico avrebbe ammesso alcune responsabilità relative alle denunce dei due fratelli. Tanto che il vescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto, gli ha revocato tutte le mansioni all’interno della Diocesi.
Il giro di vite imposto da Papa Francesco contro i preti riconosciuti responsabili di pedofilia prevede inoltre la loro esclusione definitiva dallo stato sacerdotale. È il rischio che si profila per il religioso pisano, oggi 73enne, che, per evitare contestazione da parte dei fedeli, si sarebbe rifugiato lontano dalla sua parrocchia, a casa di un parente.
Il padre dei due fratelli che hanno denunciato il religioso ora si sfoga: «Queste persone — scrive sui social riferendosi al prete — vanno punite per quello che hanno fatto». Mentre sui propri figli aggiunge: «Ci vuole coraggio per denunciare queste cose, bravi». Il figlio che la scorsa primavera ha fatto partire tutto — mentre il fratello che oggi vive all’estero si è accodato alla sua denuncia — è riuscito ad elaborare le vicende di fine degli anni Novanta soltanto dopo un percorso di psicoterapia, che gli ha consentito di riportare a galla il trauma vissuto da bambino. Si tratta di un punto chiave della vicenda: se molti fatti contestati al sacerdote sono abbondantemente prescritti sul piano penale, su quello civile invece la prescrizione si calcola non dal momento in cui un fatto è avvenuto, ma da quello in cui la vittima prende coscienza della violenza subita. Quindi, potenzialmente, anche molti anni dopo. luigi gabbriellini
Federica Tourn Editoriale DOMANI – «A nome mio e della chiesa pisana che rappresento, chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti ne soffrono per lo scandalo che oscura il volto della chiesa». Sono parole forti quelle scelte dal vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto per comunicare di aver accettato le dimissioni di don Luigi Gabbriellini, 74 anni, e annunciare che il prete è al momento sotto processo canonico con l’accusa di abuso sessuale e molestie a danno di minori.
Il fatto che monsignor Benotto usi l’indicativo in riferimento alle vittime, e la scelta di non menzionare nemmeno una volta nel comunicato la presunzione di innocenza dell’accusato fino alla conclusione del processo, non danno per una volta adito a dubbi sulle responsabilità del sacerdote, che infatti si è dimesso.
Nella nota della diocesi, diffusa il 15 settembre, il nome di don Gabbriellini non viene fatto ma è non è certo un segreto. Monsignor Benotto ha la correttezza di indicare l’ultimo incarico del prete, fino a pochi giorni fa parroco di santa Maria madre della chiesa e santa Marta a Pisa.
Il sacerdote è finito davanti al tribunale ecclesiastico accusato di aver violentato una ventina di anni fa due fratelli, all’epoca dei fatti di 9 e 13 anni. Le due vittime, oggi adulte, hanno segnalato al Servizio diocesano per la tutela dei minori gli abusi subiti e nell’aprile scorso, «appena è stata ricevuta la denuncia» sottolinea il vescovo, il processo è stato avviato e il sacerdote temporaneamente sospeso dalle sue funzioni fino all’esito del procedimento.
L’ATTACCO SU FACEBOOK
C’è mancato poco, però, che riuscisse a farla franca. Infatti – come racconta una fonte interna – da giorni erano già pronti sul tavolo del vescovo ben due comunicati sul conto di don Luigi, ben diversi uno dall’altro. Uno annunciava il congedo del prete dalle parrocchie per motivi di salute e l’altro, quello che poi è uscito, comunicava con dolore e costernazione il vero motivo delle avvenute dimissioni.
Qui, però, è successo l’imprevisto: una delle due vittime ha accusato direttamente il prete sul suo profilo Facebook (poi oscurato). Il clamore seguito al post ha portato il vescovo, per tutelare il buon nome della diocesi, a fare pubblica ammenda e a rendere noto il processo canonico in corso a carico di don Gabbriellini.
Ora il suo posto è stato prontamente preso da un altro sacerdote, don Lucasz Kostrzewa, arrivato in fretta da Barga, in provincia di Lucca. Don Lucasz, come scrive il parroco di Barga monsignor Stefano Serafini sul Giornale di Barga, sapeva già da mesi, allertato dal vescovo, di dover essere trasferito in un’altra comunità della diocesi, e sabato scorso ha preso immediatamente servizio.
Lo scandalo è però soltanto all’inizio ed è destinato a dare ancora molte preoccupazioni al vescovo di Pisa. Non solo il Servizio diocesano per la tutela dei minori sta verificando la veridicità della segnalazione di un’altra vittima di don Gabbriellini, ma alla Rete l’abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sono arrivati in questi giorni dei messaggi di denuncia a carico di un altro sacerdote della diocesi.
In uno di questi una ex parrocchiana dice di essere stata molestata: «Ho 58 anni e vivo a Pisa. Quando avevo 12 anni, don Paolo (nome di fantasia) mi accompagnò in canonica e si fermò nel corridoio, mi spinse contro il muro e cominciò a palpeggiarmi ovunque. Io ricordo che ero un pezzo di marmo, ma credevo fosse legittimo». «Ho provato a dirlo – continua – ma ho trovato un muro di gomma. Quello che fa più male, a parte l’esperienza in sé, è l’omertà di tutta la comunità parrocchiale, non solo del parroco e dei preti».
È un fatto che don Gabbriellini non sia stato sospeso ad aprile, quando è arrivata la denuncia al Servizio diocesano ed è iniziato il conseguente processo canonico, ma ha continuato a occuparsi delle parrocchie fino alla settimana scorsa. Ha persino celebrato le comunioni dei bambini a maggio, come segnala indignata un’altra fedele che ha scritto alla Rete l’abuso: «Sono arrabbiata e triste perché se la curia sapeva, avrebbe dovuto sospenderlo in attesa delle decisioni del tribunale. Pensare che è questo uomo che ha dato la prima comunione a mio figlio mi fa vomitare».
Sotto il profilo della responsabilità penale, i fatti al vaglio dell’indagine ecclesiastica sono ormai prescritti, ma i due fratelli potrebbero decidere di rivolgersi alla giustizia civile, dove i termini per la prescrizione sono diversi, e chiedere un risarcimento al prete per gli abusi subiti.
Don Luigi Gabbriellini, oltre alla funzione di parroco, ricopriva anche altre mansioni di rilievo nella diocesi, fra cui quella di amministratore parrocchiale della chiesa di san Matteo e vicario episcopale della città di Pisa. Decaduto da tutti gli incarichi, il sacerdote non è al momento reperibile.
La prima ad arrivare, con quaranta minuti di anticipo, è una signora sulla settantina. È vestita di tutto punto. Ricambia il saluto, ma alla parola “giornalista” finge un dolore alla schiena e fugge via. «Mi devo sedere subito».
Poi arrivano due famiglie. I bambini scendono dall’auto e corrono in questa parrocchia di Pisa dedicata a Santa Maria Madre della Chiesa. I genitori, dietro, testa bassa, tirano dritto rispondendo alla cronista «no grazie». Sulla porta un uomo sta distribuendo i libretti della messa, parla con un altro fedele e, guardando fuori, grida: «È una giornalista non credente».
Tra poco verranno ufficialmente presentati i bimbi che faranno la comunione a ottobre, ma questa non è una chiesa qualunque. A celebrare la messa ci sarebbe dovuto essere il parroco sospeso perché accusato di pedofilia da due fratelli oggi trentenni. Una denuncia a distanza di 25 anni che ha fatto partire il processo canonico, ma non quello penale, dal momento che è già finito tutto in prescrizione, e che ha fatto calare una cortina di freddezza nella comunità di fedeli. Quasi nessuno parla. Chi lo fa, si dice «perplesso», se non addirittura «sconvolto» per «il polverone alzato su un brav’uomo», commenta Mario, 78 anni, arrivato in chiesa insieme alla moglie, Sonia. Mario parla rabbiosamente con le lacrime agli occhi. «Non mi succede mai», assicura. È convinto che il parroco «è stato sospeso perché dava noia per le sue idee. È rimasto fregato». La moglie è d’accordo: «Ci vogliono prove per arrivare a una sospensione. Io non ci credo che…». Lui la blocca: «Noi ci abbiamo cresimato i nipoti, sposato i figli. È un colpo sentirlo accusare di queste cose. È evidente che lo volessero far fuori, ma questo fa perdere la fiducia nella Chiesa. E fa rabbia».
I posti a sedere in chiesa sono quasi tutti occupati, eppure secondo la coppia di anziani è «vuota». In genere, spiega Mario, «c’è gente in piedi anche fuori».
La messa inizia alle 11. In prima fila ci sono i bimbi della comunione. Dietro i genitori ansiosi. Sull’altare sale il nuovo parroco, don Lukasz Kostrzewa, 40 anni, incardinato nella diocesi di Pisa da un anno. Doveva esserci anche l’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto che alla fine ha dato forfait, ufficialmente per «impegni con le cresime». Monsignor Benotto ha però partecipato alla messa, meno frequentata, delle 8 del mattino, parlando dei fatti senza nominarli mai. «Siamo tutti addolorati- ha detto – ma abbiamo fiducia che il Signore non ci abbandona e che dalle cose più difficili la grazia di Dio può tirare fuori cose importanti». Ha parlato di fiducia «da acquisire per far crescere la speranza», perché può succedere, dice, che «qualche volta ci facciamo prendere dalla sfiducia», ma «la nostra speranza è il Signore. Da lui possiamo attingere tutto quello di cui abbiamo bisogno». Se l’è poi presa con i giornalisti «che hanno rincorso» non si sa bene cosa. «Io ho fatto un comunicato – ha detto –; quando c’è un processo non si può andare dal giudice a chiedergli cosa stai facendo. Bisogna aspettare. Questo per giustizia nei confronti di tutti. Ciò che avevo da dire è questo. Per il resto c’è il rispetto».
Il nuovo parroco, invece, dei fatti accaduti non parla. Si autopresenta, chiede ai fedeli di dargli del tu e non del lei, la butta sullo scherzo per stemperare («Vi farò delle domande e se non rispondete salterete il pranzo»), poi lancia un appello a «non dividerci», a «puntare sui ragazzi che sono il futuro» e augura quattro cose: «Buona domenica, buon pranzo, buona settimana e buon cammino per i nostri ragazzi».
Finita la messa, alcuni fedeli si fermano fuori a parlare mentre i bimbi giocano. Quasi nessuno vuole commentare quanto accaduto. In molti danno le spalle ripetendo a Il Tirreno: «No, grazie».
«Dovete capirci, siamo stati anche noi travolti da questa notizia», dice fuori dalla chiesa Chiara, mamma di una bimba che ha fatto da poco la comunione con il parroco accusato di abusi sessuali su minori. Lei si dice «tranquilla» perché «se fosse successo qualcosa me ne sarei accorta e poi mi sembra una brava persona». Sulla ricostruzione dei fatti è «molto perplessa. Non so cosa pensare – spiega –. Diciamo che mi sembra strano che una persona si decida a denunciare dopo 25 anni. Capisco che da piccolo sia difficile tirarlo fuori, ma a 18 anni o a 20?».
Dietro c’è Alessandra con la madre. Anche sua figlia ha appena fatto la comunione con il sacerdote sospeso. «Non abbiamo mai avuto sentore di qualcosa di strano – dice –. Certo, come mamma devo metabolizzare perché non sono accuse leggere, ma come fedele vado avanti, continuo a professare la mia fede».
Gli ultimi a uscire dalla parrocchia sono due anziani che vivono proprio qui di fronte. Si dicono «sconcertati» perché «non sappiamo cosa credere. Noi lo conosciamo dal 2004 questo parroco e ci sembra strano che possa aver fatto quello di cui viene accusato, ma se fosse vero sarebbe un dolore immenso, una ferita aperta nel cuore».
Intanto il caso rischia di allargarsi. Dopo la denuncia dei due fratelli, un terzo uomo avrebbe contattato un sacerdote della diocesi di Pisa per rivelargli di aver subito, quando era minorenne, abusi dallo stesso prete. luigi gabbriellini
Il caso del sacerdote pisano che oltre vent’anni fa avrebbe molestato due bambini rischia di allargarsi. Perché dopo la denuncia dei due fratelli, ormai adulti, che hanno fatto partire il processo canonico che ha portato alla sospensione del religioso, ora altre possibili vittime potrebbero essere sul punto di farsi avanti. Come anticipato da Vincenzo Brunelli per il network Toscana in Diretta, un adulto avrebbe contattato un sacerdote della Diocesi di Pisa per rivelargli di aver subito, quando era minorenne, abusi dallo stesso prete, oggi 73enne.
Il giovane starebbe valutando il da farsi: si tratterebbe di una situazione simile a quella vissuta dai due fratelli, avvenuta in questo caso poco più di 10 anni fa, quando era bambino. Non solo, a Pisa ci sarebbero stati alcuni incontri, organizzati da un gruppo di ex parrocchiani del religioso sospeso, nel quale i partecipanti, tutti accomunati da presunti abusi subiti, si sarebbero sfogati a vicenda e starebbero valutando le prossime mosse. Una scelta complicata.
Nel caso dei due fratelli, che sarebbero stati molestati quando avevano 13 e 9 anni, il processo canonico partito lo scorso aprile sarebbe arrivato ad ottenere la confessione del religioso, come sembra emergere anche dalle parole dello stesso vescovo di Pisa, monsignor Giovanni Paolo Benotto, che nell’accoglierne le dimissioni ha scritto una nota nella quale esprime «profondo dolore e vergogna per quanto è stato denunciato», ma aggiunge anche: «Chiedo perdono a chi ne è stato vittima», con il verbo all’indicativo, senza condizionale.
Ma alla Procura di Pisa, che potrebbe aprire un fascicolo d’ufficio, quindi anche senza denuncia, al momento non sarebbe arrivata alcuna notizia di reato. Una situazione che pesa, tanto più che il 73enne da poco era stato nominato monsignore e rappresentava — fino alla recente sospensione — una figura di spicco della Chiesa pisana, tanto da esserne diventato uno dei vicari episcopali. Mentre ora è costretto a disattivare il numero di cellulare per non farsi trovare. Una situazione che pesa anche tra i fedeli, come spiega Alessandra, una mamma spaventata: «Mio figlio ha da poco fatto la comunione con lui. Trovo aberrante che non sia stato sospeso dagli incarichi appena sotto processo». Davanti alla parrocchia del sacerdote, in cui lui è apparso l’ultima volta tre giorni fa, ieri pomeriggio c’era una festa con genitori e bambini. Lì, un babbo ammette con amarezza: «Ci vorrà tempo per metabolizzare questa storia».
I due fratelli potrebbero intentare causa civile — la prescrizione in questo caso, a differenza del penale, parte dal momento della presa di coscienza della molestia subita, che può avvenire anche molti anni dopo — per chiedere un risarcimento al sacerdote, ma in solido anche alla Diocesi. Per gli altri eventuali possibili abusati, c’è da capire se i fatti raccontati siano effettivamente avvenuti, se il religioso sia eventualmente pronto ad ammetterli, c’è da stabilire quando sarebbero avvenuti e anche in quale luogo (difficile chiamare in causa la Diocesi nel caso in cui un abuso avvenga fuori dai suoi edifici e dalle attività religiose). Ma nel gruppo degli ex parrocchiani, ci sarebbe anche qualche caso che, se vero, sarebbe recente, avvenuto negli ultimi dieci anni, quindi non prescritto. luigi gabbriellini
Adescati oltre 20 anni fa in un oratorio di una parrocchia del Pisano, solo l’anno scorso sono riusciti a sfogarsi ed affrontare il tragico evento e a trovare il coraggio di denunciare il loro aguzzino e pedofilo. Le due vittime, due fratelli, che all’epoca avevano tra i 9 e i 13 anni, e che sarebbero stati violentati da un prete dell’Arcidiocesi di Pisa, che ora è stato sospeso dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto in attesa della conclusione dell’iter del processo canonico che poi passerà a Roma in Vaticano, non hanno inteso rilasciare dichiarazioni al momento. Per il presule adesso è probabile l’espulsione dalla Chiesa, come indicato espressamente da papa Francesco per tutti i preti condannati per pedofilia (qui la notizia).
Uno dei ragazzi oggi uomini, vive in Italia mentre l’altro vive all’estero. Forse i loro legali gli hanno consigliato il silenzio temporaneo proprio in attesa delle evoluzioni e della prossima causa civile per chiedere il risarcimento dei danni subiti che è quasi pronta per essere iscritta a ruolo. Anche il padre dei due fratelli non ha voluto dire niente se non sottolineare il profondo dolore per la vicenda. Le accuse dei due fratelli sono passate già al vaglio del tribunale canonico di Pisa e l’Arcivescovo si è già espresso in un comunicato ufficiale sulla torbida vicenda che abbiamo pubblicato in anteprima. Parole serie, trasparenti e di grande afflato per le vittime. Proprio l’anno scorso il prete accusato di pedofilia e violenza sessuale sui due minori era stato nominato monsignore, e i due fratelli avevano deciso che era arrivato il momento di parlare e di dire tutto.
Una terza vittima, intanto si sarebbe già fatta avanti. Ma se ne saprà di più solo nelle prossime settimane dopo gli accertamenti preliminari dovuti e che la giustizia vaticana non tarderà a espletare con serietà come accaduto per le prime due vittime. Nel frattempo c’è un’intera comunità scossa da questa vicenda che vede coinvolto un religioso e bambini per uno dei reati più riprovevoli e deleteri che si possano commettere.
Penalmente il reato, commesso prima del 2014, è andato in prescrizione, ma le loro dichiarazioni all’Arcidiocesi pisana hanno trovato ascolto e riscontro, tanto da indurre la sospensione da tutte le mansioni e le dimissioni del monsignore accusato di reati così gravi. Il prelato è ospite a casa di un parente in attesa delle decisioni definitive del Vaticano e in attesa anche di rispondere a livello civile per il risarcimento dei danni. Nulla potrà mai veramente riparare a un danno del genere ma la Chiesa sta facendo tutto quello che è possibile fare al momento. L’obiettivo è che il prete non possa più nuocere a nessuno, e anche per dare coraggio ad altre eventuali vittime di venire allo scoperto.
La rete l’abuso
L’associazione più importante a livello italiano ed europeo che si occupa di pedofilia e di tutela e aiuto alle vittime è senza dubbio “La rete l’abuso” che può essere contattata facilmente navigando sul sito web ufficiale all’indirizzo https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp. Esperti e legali che supportano chiunque sia finito nella “fauci” di un pedofilo e che aggiornano costantemente il più importante database del settore in Italia. Anche in questa vicenda pisana sono stati e saranno in prima linea. Una delle due vittime, come abbiamo già scritto, è venuta allo scoperto sulla sua pagina Facebook per accelerare il più possibile l’iter poi avviato, in tempi assolutamente ragionevoli, dall’Arcidiocesi di Pisa. Come sempre in casi del genere purtroppo le vittime sono così traumatizzate che solo dopo anni riescono a tirar fuori tutto. Ecco perché le tante battaglie per annullare la prescrizione per i reati a sfondo sessuale sui minori.
Anche per i due fratelli pisani ora più che trentenni ci sono voluti circa 20 anni per riuscire a denunciare le violenze sessuali subite di cui accusano il monsignore ora sospeso e costretto alle dimissioni dalle prove emerse dal terribile racconto dei due germani di Pisa. “La rete l’abuso”, a proposito di prescrizione scrive sul proprio sito internet: “Prescrizione penale. Come spiegavamo poco sopra, la prescrizione penale, fino al 2014 è di 10 anni, dopo il 2014 di 20 e parte, nel primo caso, dalla data in cui il reato si è consumato, nel secondo invece, dal compimento del 18° anno di età della vittima. Purtroppo spesso la vittima impiega molto tempo nel maturare il trauma e, frequentemente, ci si ritrova prescritti sotto il punto di vista del rito penale, ma c’è ancora la possibilità del rito civile. Prescrizione civile. A differenza di quella penale, la prescrizione civile ha un tempo di intervento decisamente minore, soli 5 anni. Tuttavia la maturazione della prescrizione civile ha tempi differenti e non inizia a maturare dall’anno in cui il reato è stato commesso o dal 18esimo anno di età, ma parte dal momento in cui la vittima acquisisce consapevolezza del danno subito”.
“Qui torna utile il consiglio dato in precedenza, quello di non rivolgersi all’autorità ecclesiastica perché uno dei parametri che dimostra la consapevolezza della vittima, è proprio quello della formale denuncia e della successiva richiesta di risarcimento del danno. Se vi rivolgete all’autorità ecclesiastica, di persona o ancor peggio scrivendo, fornite loro la prova di aver acquisito la consapevolezza del crimine subito, prova che la chiesa utilizzerà, non solo per far estinguere la vostra prescrizione, ma la porterà all’attenzione del giudice nel procedimento civile e se i 5 anni dalla data di quella comunicazioni (verbale o scritta) sono passati, il giudice archivierà immediatamente la richiesta di risarcimento in sede civile, a quel punto non avrete più alcuna speranza di ottenere giustizia o di essere risarciti”. luigi gabbriellini
Pisa, 16 settembre 2022 – Una nota scritta “con profondo dolore e vergogna” dall’arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto, annuncia le dimissioni (accollte) di un prete, “parroco di S. Maria Madre della Chiesa e di Santa Marta in Pisa”, denunciato per pedofilia. Una nota diffusa “allo scopo di fare verità e giustizia in ordine a una denuncia per abuso/molestie sessuali a minori”.
I fatti in questione va specificato si riferiscono a una ventina di anni fa in un’altra parrocchia.. Le vittime, che all’epoca avevano 10 anni, hanno deciso di denunciare nello scorso aprile dopo un lungo percorso psicologico.
“In attesa che il processo canonico, iniziato alla fine del mese di aprile 2022 – scrive Benotto – appena è stata ricevuta la denuncia, giunga alla sua conclusione, mentre a nome mio e della Chiesa pisana che rappresento, chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti ne soffrono per lo scandalo che oscura il volto della Chiesa, domando a tutti di pregare il Signore perché non venga meno la fede in chi è stato offeso e perché si rinnovi in tutti un autentico cammino di conversione.
La nota si chiude rivolgendosi al prete dimissionario: “comunico altresì che al presbitero in questione sono state sospese le facoltà inerenti al suo ministero fino al termine del processo canonico in corso”.