Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lettera aperta di Marco Marchese in risposta all’Arcivescovo Carmelo Ferraro

    Lettera aperta di Marco Marchese in risposta all’Arcivescovo Carmelo Ferraro

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta che Marco Marchese ha indirizzato all’Arcivescovo, ai parroci, a tutti i fedeli di Agrigento e anche al nostro giornale:

    “scrivo questa lettera in riposta a quella che il vescovo di Agrigento ha scritto e fatto leggere nelle parrocchie della provincia poco prima di Natale.

    Scrivo ancora una volta per esprimere tristezza ed amarezza. E dubbi…

    Eccellenza, lei scrive aprendo la sua lettera con le parole “carissimi fratelli e sorelle in nel Signore Gesù,”, mi chiedo cosa significano queste parole e soprattutto se io sono suo fratello nel Signore Gesù. Lei scrive dicendo “voglio aprirvi il mio cuore, sollecitato dalla triste vicenda di cui, nostro malgrado, siamo stati protagonisti in una recente trasmissione televisiva”. Cosa significa per Lei aprire il suo cuore? E quando quella sera di novembre del 2000 le ho raccontato degli abusi che avevo subito, perché non ha aperto il suo cuore? Bè, del resto lo scrive lei stessa: per aprire il suo cuore deve essere sollecitato da una “triste vicenda”, e forse quando le ho raccontato degli abusi questi non erano abbastanza tristi!!!!

    Ma ancora oggi, rileggendo la sua letterina mi chiedo cosa intendesse con “triste vicenda” di cui suo (il nostro forse voleva riferirsi al plurale maestatis perché non penso che i suoi “fratelli e sorelle” c’entrino nulla) malgrado è stato protagonista nella trasmissione di mi manda rai tre. La triste vicenda è quella che è successa a me quando avevo appena 12 anni? O è triste il fatto che dopo averne parlato non sono stati presi provvedimenti da parte della chiesa agrigentina? O è triste il fatto che abbia richiesto il risarcimento? O è triste il fatto che la curia ha chiesto il risarcimento a me?

    Mi aiuti a capire!

    Forse avrebbe preferito che quella trasmissione non fosse mai andata in onda, vero?

    “Per amore della verità, sento di precisare quanto segue” sono le sue parole, le ricorda? E continua citando un passo del vangelo che dovrebbe farci tremare: chiunque scandalizza uno solo di questi più piccoli è meglio per lui che gli sia messa al collo una macina di mulino e sia gettato in mare!. Mi sono permesso di riportare tutto il passo del vangelo che lei ha accennato, sa, magari non tutti sanno che fine ha augurato Gesù a chi scandalizza i bambini. Ma qual è lo scandalo? Quello di un pedofilo che abusa di 7 ragazzini, o quello di un prete che dice ad un ragazzino di starsene in silenzio, o di un vescovo che licenzia una delle vittime con un libro, senza mai più risentirlo per sapere come sta? O di un vescovo che non interviene permettendo a quel pedofilo di abusare ancora di altri bambini? O di quel vescovo che chiede i danni alla vittima? Qual è lo scandalo? Me lo chiedo ancora e ce lo chiediamo in tanti. “Condanniamo ogni forma di pedofilia e qualsiasi connivenza con essa”…..

    “Al fine di evitare ogni fraintendimento rinunzio ad ogni forma di richiesta di risarcimento, ma ritengo opportuno precisare che non potevo e non posso esercitare il diritto-dovere di difendere la diocesi, da ogni accusa ad essa ingiustamente rivolta” Oggi mi chiedo se questa sua decisione è stata presa solo dopo che la “triste vicenda (così la chiama lei), di cui, nostro malgrado, siamo stati protagonisti, è stata resa nota nella trasmissione di mi manda rai tre! E se non avessi avuto il coraggio di raccontare ancora una volta gli abusi subiti a tutta Italia, avrebbe rinunziato alla richiesta di risarcimento? “Al fine di evitare ogni fraintendimento…” cosa può essere frainteso in tutto questo eccellenza? Lei ha il diritto dovere di difendere la diocesi… certo! Aveva anche il diritto e dovere di difendere i bambini affidati ad un suo ministro! Invece….

    Conclude la sua missiva con queste parole “Il natale ci invita a cercare la via della pace e per questo invito a chiedere al Signore di condurci alla meta della riconciliazione, del perdono e della concordia” Certo, il Signore è grande, ma non può fare tutto da solo…. Quante volte ha cercato di riconciliarsi con i suoi “fratelli e sorelle nel Signore Gesù”? Quante volte li ha cercati?

    Tutto questo quando i giornalisti di Agrigento hanno minacciato di non venireLe a fare gli auguri di Natale…. Ringrazio di cuore chi ha mostrato di avere un cuore e una coscienza (come il segretario provinciale dell’Assostampa di Agrigento, Nino Randisi, e il presidente dell’Associazione culturale docenti cattolici, Alberto Giannino, e il Presidente del centro Padre Nostro di Palermo e i tanti che mi sono stati vicini) ma ancora oggi, come nel 2004 quando le ho scritto la prima volta, mi chiedo cosa sarebbe stato se non avessi avuto il coraggio di denunciare tutto alla magistratura, se non avessi avuto accanto persone come quelli di “mi manda rai tre” e tutti quei giornalisti che cercano di raccontare i fatti con coscienza morale, sociale e cristiana! Cosa ne sarebbe adesso?

    Sa, in associazione arrivano tante email di chi è stanco di questo silenzio, di questo atteggiamento connivente, e di chi aspetta una mano tesa per potersi riconciliare. Per questo mi auguro presto di poter incontrare il santo padre ed insieme cercare di aiutare molte vittime di uscire dal proprio silenzio e riconciliarsi con questa amata Chiesa. Sono contento che a settembre lascia la guida della chiesa agrigentina e spero che il suo successore sappia rivolgere una maggiore attenzione a questi fatti.

    Amo questa chiesa e cerco ogni giorno di aiutare chi ha subito la mia stessa esperienza e che sono stati traditi nello spirito ancor prima che nel corpo, di continuare ad aver fede nella chiesa nonostante il cattivo esempio di pochi, fa dimenticare quello buono di tanti altri.

    Sempre dalla parte dei bambini”.

    Marco Marchese

    http://www.agrigentonotizie.it/notizie/leggi/4081.html/

  • Perchè chiediamo la riduzione allo stato laicale di don Bruno Puleo

    Perchè chiediamo la riduzione allo stato laicale di don Bruno Puleo

    Da IMGPress – Il foglio elettronico
    (29/12/2006) – Il prete della Arcidiocesi di Agrigento che ha abusato di sette minori, fra cui Marco Marchese, lo abbiamo finalmente scovato.

    Si chiama don Bruno Puleo denunciato in Tribunale dove ha patteggiato la pena con 2 anni e 6 mesi e in sede civile dove deve rispondere della richiesta di un risarcimento di 65 mila euro per i danni procurati al giovane Marchese. Marchese ora ha 22 anni e studia Psicologia e deve dimenticare quel passato orribile vissuto nel Seminario minore vescovile di Favara dove, all’eta’ di 12 anni, in seconda media, venne abusato per la prima volta da don Puleo che era il suo educatore. Poi le violenze sessuali sono continuate fino a 16 anni.

    Abbiamo chiesto dove si trovasse questo prete e pensavamo che avesse abbandonato l’abito talare come prevede il Diritto Canonico e come la sua ammissione di colpevolezza davanti ai giudici avvenuta con il patteggiamento richiede. Anzi, nell’inchiesta i giudici hanno appurato che don Puleo, a suo tempo, aveva abusato di altri sei minori oltre all’ex seminarista Marchese.

    Ma questo ulteriore fatto non ha smosso neanche un po’ l’ anziano Arcivescovo di Agrigento mons. Carmelo Ferraro il quale ha allontanato don Puleo dalla Parrocchia della Trafigurazione di N.S.G.C. presso il Villaggio Giordano a Palma di Montechiaro per trasferirlo in un altro comune dell’agrigentino. Palma di Montechiaro (25 mila abitanti) fu fondata nel 1637 dal Principe Carlo Tomasi di Lampedusa, raggiunse il suo massimo splendore con il fratello duca Giulio, detto il ’Duca Santo’. Fino al 1812 – anno in cui vennero aboliti i diritti feudali in Sicilia – fu feudo dei Tomasi di Lampedusa che vi lasciarono tracce incancellabili in ogni campo della vita religiosa e culturale. A questa famiglia appartennero S. Giuseppe M. Tomasi, cardinale teatino, insigne per pietà e dottrina, e Suor M. Crocifissa della Consolazione, monaca del locale monastero morta nel 1699 in fama di santità. Nello scorso anno 1999 ne è stato celebrato il terzo centenario della morte con numerose manifestazioni religiose e culturali. Nel 1863 al nome Palma fu aggiunto l’appellativo ’di Montechiaro’ dal nome del vicino castello chiaramontano. Adesso, dopo lo scandalo, don Puleo e’ stato inviato nel Comune di Caltabellotta nella frazione di Sant’Anna (un paesino di 654 anime) nella Chiesa di San Pellegrino. C’e’ stata una retrocessione in un paesino di 654 anime: questa e’ la sanzione dell”Arcivescovo e poi stendere un velo pietoso sulle porcherie di don Puleo di cui ci sono le prove acclarate. Per mons. Ferraro e’ sufficiente trasferire il sacerdote da una parrocchia di prestigio ad una piccolissima in campagna. Poi passata la bufera e il periodo di penitenza, don Puleo ritornera’ in auge dopo il soggiorno a Caltabellotta comunità cristiana molto fiorente, come dimostrano i numerosi conventi, confraternite, chiese e opere d’arte, ma comune molto piccolo. Tra i personaggi illustri che vi operarono si possono ricordare il Beato Bernardo da Corleone, cappuccino, e il venerabile Padre Sebastiano Siracusa, carmelitano. La nostra posizione su don Puleo e’ identica a quella della Curia romana che nel 2002 fece questo documento che riportiamo integralmente: “Nei giorni 23-24 aprile 2002 si è svolto un incontro straordinario in Vaticano fra i Cardinali degli Stati Uniti, i responsabili della Conferenza Episcopale cattolica degli Stati Uniti e i capi di diversi uffici della Santa Sede sul tema dell’abuso sessuale di minori. I partecipanti desiderano anzitutto esprimere la loro unanime gratitudine al Santo Padre per le sue chiare indicazioni circa l’orientamento e l’impegno per il futuro. In comunione con il Papa, essi riaffermano alcuni principi basilari:
    1. L’abuso sessuale di minori è giustamente considerato un crimine dalla società ed è un terribile peccato agli occhi di Dio, specialmente quando è perpetrato da sacerdoti e da religiosi, la cui vocazione è di aiutare le persone a condurre una vita santa di fronte a Dio e agli uomini.
    2. È necessario manifestare alle vittime e alle loro famiglie un profondo senso di solidarietà, e provvedere ad una giusta assistenza affinché ritrovino la fede e ricevano cure pastorali.
    3. Anche se i casi di vera pedofilia da parte di sacerdoti e religiosi sono pochi, tutti i partecipanti hanno riconosciuto la gravità del problema. All’incontro, sono stati discussi i termini quantitativi del problema, dato che le statistiche al riguardo non sono molto chiare. Si è attirata l’attenzione sul fatto che quasi tutti i casi hanno visto coinvolti adolescenti, e pertanto non erano casi di vera pedofilia.
    4. Unitamente al fatto che non può essere scientificamente affermato un legame fra celibato e pedofilia, la riunione ha ribadito la validità del celibato sacerdotale come un dono di Dio alla Chiesa.
    5. Date le questioni dottrinali che sottostanno al deplorevole comportamento in questione, sono state proposte alcune linee di risposta:
    a. i Pastori della Chiesa devono chiaramente promuovere il corretto insegnamento morale della Chiesa e rimproverare pubblicamente le persone che diffondono dissenso e gruppi che propongono approcci ambigui nella cura pastorale;
    b. deve essere fatta senza indugio una nuova e seria Visita Apostolica di seminari e altri istituti di formazione, con particolare attenzione alla necessità della fedeltà all’insegnamento della Chiesa, specialmente nel campo morale, e di un più profondo studio dei criteri di idoneità dei candidati al sacerdozio;
    c. sarebbe appropriato che i Vescovi della Conferenza Episcopale cattolica degli Stati Uniti chiedessero ai fedeli di unirsi a loro nell’osservanza di una giornata nazionale di preghiera e di penitenza, in riparazione delle offese perpetrate e come supplica a Dio per la conversione dei peccatori e la riconciliazione delle vittime.
    6. Tutti i partecipanti hanno considerato questo tempo come una chiamata ad una maggiore fedeltà al mistero della Chiesa. Pertanto, essi vedono il tempo presente come un momento di grazia. Pur riconoscendo che criteri pratici di condotta sono indispensabili e urgentemente necessari, non possiamo sottovalutare, con le parole del Santo Padre, “la forza della conversione cristiana, quella decisione radicale di allontanarsi dal peccato e ritornare a Dio, che raggiunge i recessi dell’animo umano e può operare un cambiamento straordinario”. Allo stesso tempo, come affermato da Sua Santità, “la gente deve sapere che nel sacerdozio e nella vita religiosa non c’è posto per chi potrebbe far del male ai giovani. Deve sapere che i Vescovi e i sacerdoti sono totalmente impegnati a favore della pienezza della verità cattolica nelle questioni riguardanti la moralità sessuale, verità fondamentale sia per il rinnovamento del sacerdozio e dell’episcopato sia per il rinnovamento del matrimonio e della vita familiare”. E ancora, con le parole del Santo Padre, “non dobbiamo dimenticare l’immenso bene spirituale, umano e sociale, che la maggioranza dei sacerdoti e religiosi negli Stati Uniti hanno compiuto e stanno tuttora compiendo. La Chiesa cattolica nel vostro Paese ha sempre promosso i valori umani e cristiani con grande vigore e generosità, in un modo che ha aiutato a consolidare tutto ciò che è nobile nel popolo americano. Una grande opera d’arte può essere intaccata, ma la sua bellezza rimane; questa è una verità che ogni critico intellettualmente onesto deve riconoscere. Alle comunità cattoliche negli Stati Uniti, ai loro Pastori e membri, ai religiosi e alle religiose, ai docenti delle università e delle scuole cattoliche, ai missionari americani in tutto il mondo, vanno il ringraziamento, di tutto cuore, dell’intera Chiesa cattolica e quello personale del Vescovo di Roma”. Ecco, Monsignor Carmelo Ferraro, Arcivescovo di Agrigento, in questo documento si dice chiaramente che non c’e’ posto nella Chiesa per chi fa male ai giovani. Che bisogna chiedere scusa alle vittime della pedofilia e ai loro familiari. Che la pedofilia e’ un grave crimine. Che non vi puo’ essere alcun legame fra celibato e pedofilia. Per tutte queste ragioni, Mons.Ferraro, le chiediamo ancora una volta che si inginocchi nella Cattedrale di San Gerlando in Agrigendo, chieda perdono a questi sette giovani vittime di atti di pedofilia da parte di don Puleo. Infine, che don Bruno Puleo, sia sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale in quanto indegno ad agire in nome e per conto di Cristo Capo.

    Alberto Giannino
    Presidente Adc – Associazione docenti cattolici
    Fonte:http://www.imgpress.it/

    IMGPress tutti i diritti riservati. Reg. Trib. ME n.1392 del 18/06/92
    Venerdì, 29 dicembre 2006

  • INERTE E INDIFFERENTE,  IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA.  PARLA UNA VITTIMA.

    INERTE E INDIFFERENTE, IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA. PARLA UNA VITTIMA.

    AGRIGENTO-ADISTA.

    Un vescovo viene informato di abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista e non prende alcun provvedimento.
    Dirà, poi, che la questione non lo riguardava.

    I drammatici fatti non avvengono nell’ennesima diocesi statunitense, dove il “bubbone” è esploso ormai da anni, grazie anche al coraggio delle vittime e alla dismissione dell’atteggiamento omertoso di persone coinvolte e dei vertici ecclesiastici.
    Il vescovo in questione è italiano: si tratta di Mons. Carmelo Ferraro, che era alla guida della diocesi di Agrigento all’epoca dei fatti e lo è anche adesso.

    Il sacerdote, Don Bruno Puleo, ha patteggiato la pena il 7 luglio:
    gli sono stati inflitti solo 2 anni e 6 mesi di reclusione
    (è stato un secondo patteggiamento fra le parti: il primo era per una pena di due anni, che era stata giudicata insufficiente dal gip Luigi Patronaggio).
    Ha preferito il patteggiamento al processo, che avrebbe molto probabilmente aggravato la sua posizione.
    Il patteggiamento infatti ha riguardato una sola vittima.
    Le indagini, condotte dal pm Caterina Sallusti, avevano però riscontrato abusi nei confronti di altri sette ragazzi, sei dei quali dello stesso seminario (quello arcivescovile di Agrigento che si trova a Favara) dove don Puleo, inizialmente diacono, era stato assistente per un periodo che si è concluso nel 1995. Attualmente don Puleo è parroco a Sant’Anna, una piccola frazione nei dintorni di Agrigento.

    Marco Marchese, la vittima che ha sporto denuncia,
    ha subìto abusi nel seminario arcivescovile di Agrigento a partire dall’età di 12 anni. 
    Oggi ne ha 22, ha lasciato il seminario nel 2000 e, a vicenda giudiziaria conclusa, ci tiene a sottolineare che non era il carcere per il suo “carnefice” lo scopo della sua azione, ma l’emersione di un fenomeno che causa sofferenza indicibile a tanti bambini, con la speranza inoltre che la Chiesa abbia il coraggio di mettersi dalla parte degli offesi.

    Marchese si era deciso a presentare un esposto dopo aver constatato che né il Rettore del seminario, don Gaetano Montana,
    né il Vescovo Ferraro – ai quali aveva raccontato tutto – avevano preso provvedimenti per fermare Don Puleo.

    Il giorno dopo il patteggiamento, Marco ha inviato al vescovo una lettera molto severa e accorata.
    “Scrivo proprio a lei che – recita l’apertura della lettera – una sera di novembre del 2000 ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto (…).
    Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio”, amareggiato “per questa povera Chiesa che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi”.
    Ne riportiamo il testo integrale nel numero di Adista-documenti allegato.
    Ma Marchese non intende fermarsi a questo:
    intende procedere in sede civile
     contro quanti – sicuramente il rettore e il vescovo – hanno omesso di prendere provvedimenti contro don Puleo, malgrado, avendone l’autorità, fosse per loro un obbligo intervenire.
    In ambito ecclesiale, non esiste nel Diritto Canonico un canone riguardante eventuali pene da comminare a chi non denuncia un reato avendone conoscenza.

    Ma è anche vero che il card. Bernard Law ha subìto così forti pressioni (anche dalla Santa Sede?) proprio per aver “coperto” i preti pedofili della sua diocesi da vedersi costretto, nel dicembre del 2002, a dimettersi da vescovo di Boston.
    Il Diritto Canonico lascia peraltro troppa autonomia di gestione ai vescovi che si trovino di fronte a reati dei loro sacerdoti. Anche se per costoro ci sono canoni precisi.
    In particolare, per i delitti contro il sesto comandamento, commessi “con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni”, il canone 1395, al paragrafo 2, prevede “giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale”.
    Ma non è stato applicato finora contro don Puleo, il quale è stato solo spostato dalla parrocchia, popolosa e ricca di bambini, di Palma di Montechiaro a quella ben più piccola di Sant’Anna, piccolo borgo nella provincia di Agrigento. Spostamento avvenuto però nel 2002: l’esposto di Marco Marchese contro don Puleo è della primavera del 2001. Il vescovo non poteva non esserne a conoscenza.
    Tutta la vicenda è ricostruita qui di seguito nell’intervista che abbiamo realizzato con Marco Marchese.

    Come comincia la tua storia?
    Sono entrato nel seminario minore nel 1994 perché la mia vocazione era di diventare sacerdote. Avevo 12 anni, frequentavo la seconda media. Avevamo come assistente don Puleo, che allora era diacono. Lui aveva per me molte attenzioni, mi faceva anche dei regali. Poi, ai primi di dicembre, mi fece accomodare nella sua stanza e successe il tutto.

    La cosa si ripeté?
    Sì, soprattutto nei giorni di pioggia, perché altrimenti preferivo giocare a calcio e non andavo a riposare con lui.

    Nessuno faceva caso al fatto che andassi a riposare con lui?
    Penso di no, perché capitava che noi ragazzi trascorressimo del tempo in camera sua a chiacchierare. Poi si trattava delle prime ore del pomeriggio, ognuno stava per conto proprio. Questa cosa è durata fino a quando lui, l’anno successivo, è diventato sacerdote e ha lasciato il seminario minore. Il nostro rapporto però è continuato. Lui è diventato il mio padrino di cresima. Io andavo a trovarlo, o in parrocchia o in casa sua.

    Lui continuava con le sue attenzioni verso di te?
    Sì.

    Non riuscivi ad opporti?
    La prima volta rimasi perplesso. Era ovviamente la mia prima esperienza sessuale, precocissima e sbagliata. Lui mi diceva che era solo una questione di amicizia, che la nostra era un’amicizia particolare, mi diceva di non parlarne con nessuno perché avrei suscitato delle gelosie, che era normale il nostro comportamento, che era giusto. Io gli credevo. E mi sono affezionato a lui. Anche se cominciai subito a star male: mi fu diagnosticata una colite nervosa che mi portai dietro per un bel po’.

    Quando hai capito che il vostro rapporto era sbagliato?
    Quando sono andato al liceo, una scuola pubblica, perché nel seminario maggiore non esisteva una scuola superiore, e sono entrato in contatto con altri ragazzi e con le ragazze. Allora avevo minori possibilità di passare del tempo con don Puleo, perché ero impegnato in varie attività comunitarie. Succedeva quando lui chiedeva al rettore del seminario, don Gaetano Montana, che mi inviasse nella sua parrocchia, in occasione delle cosiddette giornate per il seminario in cui si fa raccolta di fondi per le istituzioni di formazione sacerdotale, perché altrimenti non ci vedevamo mai. Sicché andavo nella chiesa dove celebrava.

    Fino a che età hai dunque mantenuto il rapporto con don Puleo?
    Fin verso i 16 anni, perché a quel punto le nostre strade si sono divise: io non volevo più incontrarlo, e anche lui non faceva pressione per vedermi perché, a quanto ho capito dopo, aveva altri ragazzi sotto mano. E in effetti sono venuti fuori i nomi di altri ragazzi vittime delle stesse attenzioni morbose da parte sua.

    Ragazzi del tuo stesso seminario?
    Sei sì. Del settimo non so nulla di preciso.

    In tutti questi anni non ti sei confidato con nessuno?
    Mai. Fino a quando uno degli assistenti che mi accompagnavano a Palermo per una delle tante visite a motivo della colite, e che aveva sentito di strani episodi che accadevano in seminario, riuscì a farmi parlare e mi consigliò di parlare subito con il vice-rettore. A me non interessava fare del male a quell’uomo, ma fare in modo che nessun altro ragazzo dovesse più soffrire quello che io avevo sofferto.

    E andasti dal vice-rettore?
    Sì, il giorno dopo. Mi assicurò che avrebbe parlato con il rettore, che dovevo stare tranquillo, che avrei dovuto pensare agli studi e basta. Non ho avuto nessun tipo di riscontro. Durante un ritiro spirituale parlai anche con il rettore che mi disse che era stato messo al corrente della mia situazione dal vice-rettore e che avrebbe parlato con il vescovo, monsignor Carmelo Ferraro, tuttora in carica. Io mi fidai. Inoltre, se mi capitava di incontrare don Puleo, erano sempre incontri pubblici, ritiri spirituali, ci si salutava normalmente come se i nostri rapporti in passato fossero stati normali e basta. Nel giugno del 2000 lasciai il seminario.

    Quali furono i tuoi passi successivi?
    Continuavo ad aspettarmi qualche riscontro alla mia denuncia. Invece non succedeva niente. Allora chiesi un incontro con il vescovo che mi ricevette subito. Stranamente, perché quando eravamo in seminario, se gli chiedevamo udienza, dovevamo attendere a lungo. Il vescovo mi ascoltò e cadde dalle nuvole. Disse che nessuno mai l’aveva informato di quanto era avvenuto. Io gli confidai la mia paura che don Puleo potesse continuare a fare del male ad altri ragazzi. Aggiunsi anche che il sacerdote andava aiutato perché la pedofilia è una malattia. “Cerchi di fare qualcosa”, insistetti, “lei è il padre spirituale di tutti i sacerdoti”. Era anche la massima autorità cui io potessi rivolgermi. Il vescovo mi assicurò che ci avrebbe pensato lui e che dovevo stare tranquillo. Mi licenziò regalandomi un libro. Da allora non ho avuto più notizie dal vescovo, non ho più avuto a che fare con lui. Invece il giorno successivo ebbi notizie da don Puleo, perché si precipitò a casa mia e mi rimproverò aspramente perché gli avevo fatto perdere la fiducia del vescovo.

    Dunque il vescovo, in seguito al colloquio con te, l’aveva chiamato?
    Sì. Mi disse che il vescovo lo aveva mandato a chiedermi scusa se mi aveva provocato dei turbamenti.

    Come si è arrivati alla denuncia davanti all’autorità giudiziaria?
    Qualche giorno dopo parlai con il mio parroco, don Giuseppe Veneziano, che tra l’altro era stato suo rettore quando don Puleo era in seminario. Si meravigliò del mio racconto, sia perché don Puleo era stimato in diocesi, sia perché il vescovo non gliene aveva fatto parola. Successivamente mi chiamò per dirmi che aveva parlato col vescovo. “Questa storia con don Puleo è acqua passata, ormai sono anni che è successa, tu stai tranquillo, fatti la tua vita, chiudiamola qui”. Intanto però don Puleo continuava a fare il parroco. Era nella parrocchia del Villaggio Giordano, a Palma di Montechiaro.

    Neanche un’ammonizione al prete?
    Non so che dire. Però, a seguito di non so quali vicende, due anni fa, è stato spostato e gli è stata affidata un’altra parrocchia: non è più a Palma di Montechiaro ma in un piccolo paesino nei dintorni di Agrigento, Sant’Anna.

    A causa di altre vicende di pedofilia?
    Beh, tre di questi ragazzi sono di Palma di Montechiaro. Qualcuno avrà saputo qualcosa… Ma non posso dirlo con certezza.

    Don Gaetano Montana è ancora al suo posto?
    Sì, continua a fare il rettore del seminario arcivescovile. Mi chiedo come sia possibile. Altri ragazzi possono passare le stesse mie disavventure e nessuno li difenderà. Dico questo perché, riguardo a don Gaetano, devo aggiungere una cosa. Non avendo raggiunto alcun risultato con i miei colloqui, ho parlato con i miei genitori, i quali hanno contattato un avvocato. Questi, prima di fare l’esposto alla magistratura (presentato poi nella primavera del 2001), ha voluto incontrare il vescovo per capire come mai la massima autorità non avesse preso alcun provvedimento. Il vescovo rispose che lui era super partes, che bisognava prendersela con il prete e che comunque il polverone che sarebbe seguito allo scandalo non conveniva a nessuno.

    Dopo la presentazione dell’esposto cos’è successo?
    Parlai con il Sostituto Procuratore che chiamò tutte le persone che io avevo citato.

    Facesti anche il nome del vescovo fra le persone informate dei fatti?
    Sì, e furono chiamate. Ma non so se fu chiamato anche il vescovo. Fui messo a confronto con il parroco, don Giuseppe Veneziano, e con il rettore, don Gaetano Montana. Il parroco inizialmente negò che gli avevo parlato degli abusi subiti. Poi, caduto in contraddizione, si è trincerato dietro il segreto confessionale. Cosa che non sta in piedi: io non mi ero confidato con lui in confessione. Il rettore non negò, anche se disse che non ricordava bene quando gli avevo parlato della mia storia. Alla domanda: “come mai non parlò con il vescovo?”, rispose che era preso da altre cose, c’era da ristrutturare il seminario, e siccome il ragazzo, cioè io, sembrava abbastanza tranquillo, tutta la faccenda si poteva rimandare. Lui parlò con il vescovo quando questi, in seguito al nostro colloquio, lo interpellò.

    Qualche giorno fa, il 7 luglio, don Puleo è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Finisce qui o farai ulteriori mosse?
    Intendo intentare una causa civile contro le persone che hanno un ruolo di responsabilità in situazioni del genere. Certamente il rettore del seminario, ma tanto più il vescovo, il quale, pur non avendo responsabilità penale, è civilmente – e moralmente – responsabile. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti che non ha preso. A me non risulta che il vescovo sia mai stato interrogato: attendo di prendere visione di tutti gli atti processuali per averne conferma.
    Un’altra cosa che intendo fare, ed è il motivo per cui all’università sto studiando psicologia, è aiutare le persone che subiscono abusi. Per la qual cosa ho già fondato un’associazione, che deve diventare uno sportello di ascolto

    fonte: Adista.

  • Eccellenza, lei sapeva e taceva

    Eccellenza, lei sapeva e taceva

    Da ADISTA n. 54 del 17-7-2004

    DOC-1539. AGRIGENTO-ADISTA. Un prete abusa di lui, dodicenne, sessualmente. Nel seminario arcivescovile di Agrigento che si trova nella vicinissima Favara. Per quattro anni. Prende coraggio Marco Marchese e racconta le sue sofferenze al vescovo, mons. Carmelo Ferraro di Agrigento.

    Vuole che nessun altro bambino o ragazzo debba patire quello che lui ha patito. Quel prete, don Bruno Puleo, è malato, sostiene Marco; lo faccia curare, chiede al vescovo, perché non possa più fare del male. Lo tranquillizza il vescovo: “ci penso io”. Ma l’unica cosa che fa è ’obbligare’ il reo a chiedere scusa all’offeso. E nulla più. Altri sette ragazzi, si viene a sapere poi, hanno subìto le attenzioni e le carezze morbose di don Puleo.
    Raccontiamo tutta la vicenda nel numero blu allegato, in un’intervista a Marco Marchese. Qui di seguito, invece, la lettera che Marco ha inviato l’8 luglio al vescovo Ferraro.

    Scrivo a lei, Eccellenza reverendissima monsignor Carmelo Ferraro, arcivescovo metropolita della Chiesa Agrigentina.
    Scrivo proprio a lei che, una sera di novembre del 2000, ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto. Forse lei non immagina nemmeno quanto mi sia costato, in quell’occasione, rivivere i momenti più brutti della mia vita.
    Ma a lei che importa?


    Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio. Non per lei, di cui m’importa ben poco, ma per questa povera Chiesa, che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi.


    Monsignor Wilton Gregory, presidente dei vescovi americani ha detto (la Repubblica, 21 febbraio 2002): “Ciò che abbiamo fatto o non abbiamo fatto ha contribuito all’abuso sessuale di bambini e giovani da parte del clero e di persone all’interno della Chiesa”. Forse si starà chiedendo cosa ha a che fare tutto ciò con lei, si chiederà cosa ha fatto o non ha fatto ed io le voglio subito venire in aiuto. Lei era tenuto come tutti i vescovi diocesani ad informare tempestivamente la Congregazione Vaticana per la Dottrina della Fede delle eventuali accuse di pedofilia contro sacerdoti cattolici. Non sono io a dirlo, ma due documenti tratti dagli Acta Apostolicae Sedis, gazzetta ufficiale della Santa Sede, secondo cui i presuli debbono svolgere indagini nel caso vi sia anche solo il sospetto di pedofilia nei confronti di preti! Lei cosa ha fatto? Mi chiedo: perché lei, venuto a conoscenza di fatti sì gravi non ha preso alcun provvedimento seguendo il monito della Santa Sede? Cosa voleva che accadesse? Che io ritrattassi? Voleva forse recuperare il colpevole? E come? Facendo finta di niente? Lasciando il prete al suo posto, in mezzo alla gente, ai giovani e ai bambini per oltre un anno e mezzo? O voleva forse salvare l’onorabilità dell’istituzione? La piaga all’interno della Chiesa aumenta sempre più, nonostante la Chiesa abbia elaborato strumenti d’intervento a livello locale e universale senza riuscire a utilizzarli! E lo sa perché? Perché chi dovrebbe farlo tace, per paura o meno, si nasconde dietro al silenzio, portando ad una rovina ancora più grande e sono sicuro che se non avessi denunciato il fatto alla Procura, lei se ne starebbe ancora con le mani in mano.


    Mi chiedo, però, come mai, in occasione dell’attentato alla chiesa madre di Favara, in particolare per l’incendio del portone principale, lei (Il Giornale di Sicilia, maggio 2000, cronaca di Agrigento) definì il silenzio di chi sapeva come connivenza. E il suo silenzio attorno alla mia vicenda? Come bisogna definirlo? E mi viene da pensare che altre vicende simili alla mia siano state taciute, sotterrate nel silenzio! E chissà quante! Cosa sarebbe stato se non avessi raccontato a nessuno quanto successomi all’età di dodici anni in seminario a Favara? Glielo dico io: avrei continuato a soffrire in silenzio senza però l’amara delusione di vedere le persone che mi hanno ascoltato rimanere con le mani in mano; non avrei richiamato alla mente una vicenda che per me andava cancellata, che per me era troppo pesante. Non avrei avuto la grande delusione di aver accanto persone ipocrite, conniventi e mi fermo qui.


    Si ricorda quando nella stessa occasione del portone bruciato ha decretato un anno di preghiera in riparazione del sacrilegio compiuto? Un anno di preghiera, un rosario perpetuo, recitato ventiquattro ore su ventiquattro, perché “tutti siamo responsabili di tutti”, così si leggeva sul giornale.


    Le chiedo allora: quanto bisogna pregare per una infanzia bruciata, per un cuore che per sei anni non ha smesso di piangere in silenzio? Bruciare l’infanzia di un ragazzo non è più di un sacrilegio? E quanti rosari perpetui bisogna recitare per i mangia-bambini? E per quelle persone che pur sapendo, compreso lei, hanno fatto finta di niente? Non le viene in mente, al riguardo, la parabola del buon samaritano e soprattutto quelle persone, sacerdote e levita, che vedendo passarono oltre? Lei chi si sente di essere tra queste persone? Forse il buon samaritano? Ad essere sincero non mi importa nulla di quello che si sente. Mi importa dei bambini! Le ho raccontato di me, rivivendo per l’ennesima volta quello che lei, evidentemente, non può capire, quello che non ho mai saputo dimenticare e le chiedo: cosa ha fatto? Mi risuonano ancora le parole da lei pronunciate in occasione dell’abbattimento di alcune abitazioni abusive presso la Valle dei Templi: “Il Vangelo è passione d’amore per la verità. Quando è la dignità di un popolo ad essere compromessa, allora non posso tacere” (Il Giornale di Sicilia, 2 febbraio 2000, cronaca di Agrigento). Sicuramente tra i suoi tanti impegni ad alzare la voce in difesa dei deboli e in difesa della verità, non ha potuto leggere bene la lettera inviata dal santo Padre ai sacerdoti il giovedì santo, laddove affermava la vicinanza a coloro che hanno dovuto subire le conseguenze dei peccati dovuti al tradimento di preti ai loro voti e lo sforzo di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione.


    Ricordi bene che la dignità umana e la sacralità dei bambini vengono prima di ogni cosa! È questo cui la Chiesa mi ha insegnato a credere, ma evidentemente crediamo o abbiamo conosciuto un Dio diverso. Sì, perché se lei credesse nello stesso mio Dio, Padre, che ama e consola gli afflitti, Figlio, che si fa voce degli ultimi e dei più deboli, e Spirito Santo, che infonde forza e coraggio per sostenere la verità e la giustizia, ne avrebbe lo stesso timore che ne ho io! Avrebbe timore di questo Dio che dice: “Chiunque scandalizza uno solo di questi più piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo un macina d’asino e fosse gettato negli abissi del mare”; “chi accoglie anche uno solo di questi più piccoli in nome mio, accoglie me”; “i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre” (e gridano vendetta agli occhi di Dio). Ne parla tanto il Vangelo che lei instancabilmente annuncia, ma evidentemente del Vangelo si ricorda solo quello che fa più comodo!


    Sono convinto che per fare certe scelte e affrontare certi problemi che magari comportano dei rischi per la propria immagine o la mettono in gioco, ci vuole molto coraggio. Penso altresì che, per chi ha un po’ di coscienza e di fede, ci vorrà molto più coraggio nel presentarsi dinanzi a Dio che, preti o meno, ci chiederà conto di tutto. Dov’è la sua coscienza? Forse non faccio parte anche io come tanti altri ragazzi (i cui pianti, le cui sofferenze le dovranno pesare) del gregge che è affidato proprio a lei da Dio e dalla Chiesa? Non è lei che se ne deve prendere cura e non è a lei che Dio ne chiederà conto? Forse lei è immune al giudizio di Dio e degli uomini?


    Tra le poche persone che mi hanno sostenuto nella mia vicenda vi è il Santo Padre che continua a darmi speranza. Egli che ha rifiutato categoricamente gli infingimenti, le omertà, le complicità. Il papa non ha taciuto!
    Mi ritornano alla mente le parole del cardinale Ersilio Tonini secondo cui è meglio avere dieci sacerdoti in meno che averne uno sbagliato. La pedofilia e l’omosessualità vanno affrontati tempestivamente e con fermezza! (Jesus, luglio 2002). Disse altresì che i rettori dei seminari e i direttori spirituali non possono permettersi di lasciar correre!
    Non è a lei che la Chiesa chiede e impone di accertare l’integrità dei seminaristi e di quanti si accostano all’ordine sacro? Non è lei che ha ordinato quel giovane prete? Non è stato lei a decidere quali giovani seminaristi dovevano essere assistenti dei ragazzi del seminario di Favara?


    Lo sa perché le ho raccontato di me quella sera di novembre? Perché credevo in lei, credevo che lei, quale pastore di questo gregge e difensore dei più piccoli e più deboli, avrebbe ascoltato il mio grido e avrebbe impedito altre “carneficine” di bambini e di sogni!


    Concludo, Eccellenza, rinnovando la mia fiducia nella Chiesa di Cristo e a sua Santità Giovanni Paolo II che, rivolto ai giovani riuniti a Toronto, ha avuto il coraggio, ancora una volta, di dire: “Mi vergogno per i preti pedofili e per chi ha coperto con il silenzio questi abomini”.


    Possano queste parole risvegliare la sua coscienza, assopita in un torpore durato troppo a lungo.
    Marco Marchese
    (ex seminarista del seminario di Agrigento)

    Mercoledì, 14 luglio 2004