Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: mario delpini

  • Processo don Galli, la Curia ha pagato per zittire la famiglia della vittima?

    Processo don Galli, la Curia ha pagato per zittire la famiglia della vittima?

    Nel corso della nuova udienza ai danni di don Mauro Galli (accusato di stupro di minore e pedofilia) è emerso un dettaglio inquietante: che se confermato lascerebbe seri dubbi sul comportamento della curia di Milano, che avrebbe sborsato 150 mila euro per comprare il silenzio della vittima e dei suoi familiari. L’accordo, che secondo quanto rivelato sarebbe stato sancito dall’avvocato Zanchetti con il legale della famiglia, avrebbe previsto tra le clausole il riserbo sulla provenienza del denaro.

    Durante la seduta processuale di ieri, i parroci don Alberto Rivolta e don Carlo Mantegazza, entrambi appartenenti alla diocesi di Rozzano (luogo in cui si sono svolti i fatti), hanno affermato di essere a conoscenza di quanto successo ed hanno aggiunto che proprio loro si erano rivolti all’Arcivescovo Mario Delpini per informarlo dell’accaduto e richiedere lo spostamento di don Galli in un luogo in cui non sarebbe stato a contatto con i giovani: “Noi pensavamo che don Mauro andasse spostato a livello prudenziale non in un contesto di pastorale giovanile”. Nonostante i rapporti forniti dai due sacerdoti, l’Arcivescovo decise di spostare il parroco nella comunità giovanile di Legnano.

    Per quanto riguarda i fatti occorsi nel 2011, entrambi i testimoni hanno dichiarato che il ragazzo (allora quindicenne) è stato invitato da don Galli a dormire nella sua abitazione con l’approvazione della famiglia, ma che invece di sistemargli la stanza degli ospiti lo aveva fatto dormire nel letto matrimoniale con lui. Il comportamento del sacerdote era sospetto e gli venne chiesto di dare spiegazioni, richiesta alla quale rispose con una scusa poco credibile: “Quando chiedemmo spiegazioni, ci disse che il ragazzo aveva avuto un incubo e lui lo aveva afferrato per non farlo cadere dal letto”. Scusa che cadde completamente quando il ragazzo si è deciso a denunciarlo per violenza sessuale.

    L’intenzione dell’accusa, però, non è solo quella di dimostrare la colpevolezza di don Galli, ma quella di dimostrare che l’Arcivescovo Delpini ha cercato di insabbiare l’accaduto: sarebbe stato proprio questo, infatti, ad informare il sacerdote dell’indagine a suo carico e ad organizzargli la difesa. Ciò che rende sospetto il comportamento dell’Arcivescovo è il fatto che sotto interrogatorio ha negato di conoscere l’avvocato Zanchetti, mentre da un’intercettazione risulta che è stato proprio lui a contattarlo per accordarsi con il sacerdote. Qual è il motivo di questo diniego? Questa è la domanda che ha spinto l’accusa ad indagare sull’Arcivescovo, nel tentativo di scoprire un’eventuale coinvolgimento non solo nella difesa di don Galli, ma anche nelle sue abitudini.

    Luca Scapatello

    https://www.lalucedimaria.it/processo-don-galli-la-curia-pagato-zittire-la-famiglia-della-vittima/

  • MILANO; il caso di don Mauro Galli arriva a Quarto Grado

    MILANO; il caso di don Mauro Galli arriva a Quarto Grado

    Ieri sera a Quarto Grado, il noto programma televisivo condotto da Gianluigi  Nuzzi, si è parlato del caso milanese che vede coinvolto don Mauro Galli, lex parroco di Rozzano accusato di abusi sessuali da un giovane, all’epoca dei fatti 15enne.

    Un caso il cui processo è solo alla seconda udienza ma che ha già fatto parlare molto di se, sia per via di un accordo extragiudiziale  avvenuto prima dell’inizio del rito penale dietro al quale vittima e familiari hanno rinunciato a costituirsi parte civile, di fatto stralciando la posizione della diocesi di Milano e della parrocchia di Rozzano, sia per quanto invece emergerebbe dall’atteggiamento tenuto nella vicenda da Mario Delpini, attuale arcivescovo di Milano, un atteggiamento di sicuro poco trasparente e anche poco in linea con i proclami della cosi detta campagna di tolleranza zero avviata da papa Francesco.

    Vedi il servizio 

  • Abusi su un minore a Milano, ecco gli audio che incastrano l’Arcivescovo

    Abusi su un minore a Milano, ecco gli audio che incastrano l’Arcivescovo

    A Fanpage parla la madre di un ragazzo che sarebbe stato abusato da don Mauro Galli,  a processo a Milano. La storia risale al dicembre del 2011: don Galli, all’epoca impegnato nella pastorale della parrocchia di Rozzano, avrebbe dormito con il minore e, secondo quanto racconta Fausto, nome di fantasia, cercato di sodomizzarlo.

    La famiglia del ragazzo, appena scoperto il fatto, ha chiesto l’intervento del parrocco di Rozzano che ha poi interpellato monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario episcopale.

    Don Galli viene trasferito: per la famiglia dovrebbe stare lontano dalla presenza dei minori, ma si trova invece a Legnano, sempre in pastorale. I genitori di Fausto, sconcertati, chiedono l’intervento dell’allora arcivescovo Angelo Scola e vengono ricevuti prima da monsignor Pierantonio Tremolada (ora vescovo di Brescia e all’epoca responsabile della formazione nei primi cinque anni di ordinamento dei sacerdoti) e poi da Delpini.

    Registrano gli incontri, alcuni degli audio sono contenuti nel video, e scoprono che sono stati i due alti prelati a spostare don Galli a Legnano e insabbiare la storia. In particolare, la decisione è stata presa da Delpini che, pur sapendo del presunto abuso  – come dichiarato in un verbale della polizia datato 24 ottobre 2014 (in quel momento  è partito l’iter investigativo) – ha destinato il prete accusato nuovamente a contatto con i minori.

     https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WqHL7uSwk6HjWB5a

  • Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Confermata la rivelazione della “Verità”: monsignor Delpini fu informato subito dopo

    di Giorgio Gandola

    “Ho avvertito subito il mio vicario episcopale e ho chiesto che don Mauro venisse spostato”. Allora il giudice Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano chiede: chi era il vicario episcopale? E il teste don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile della parrocchia di Rozzano, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Era don Mario Delpini”. Quel “subito” risuona nell’aula e catalizza per un attimo l’attenzione; significa che l’attuale arcivescovo di Milano nei giorni immediatamente successivi il 19 dicembre 2011 sapeva che don Mauro Galli aveva dormito con un ragazzino di 15 anni nel suo lettone e secondo l’accusa avrebbe abusato di lui.

    Al terzo piano di palazzo di giustizia va in scena la triste vicenda che mette in imbarazzo la curia di Milano. Al centro del processo c’è un diacono che invita un ragazzino a casa sua per confessarlo, trascorre la notte nello stesso giaciglio (nonostante nell’abitazione ci fossero un altro letto e un divano) e una volta accusato di abuso dal giovane sotto shock e dalla sua famiglia, si difende con i superiori dicendo di averlo “solo abbracciato per il petto per impedire che cadesse dal letto dopo aver avuto un incubo”. Invece di essere sospeso, avviato a un procedimento canonico che approfondisca l’accaduto e in ogni caso allontanato dai minori, viene spostato da Rozzano a Legnano, sempre in provincia di Milano, ad occuparsi della pastorale giovanile di quattro parrocchie. La decisione allunga un’ombra sul comportamento dell’attuale arcivescovo, come se la legittima e perfino nobile volontà di aiutare un prete a non annegare nello scandalo fosse preminente rispetto a quella di proteggere altre potenziali giovani vittime.

    Le parole di don Rivolta mostrano quanto fosse turbata la comunità parrocchiale. “Il giovane mi ha rivelato più avanti che oltre al petto si era sentito toccare i piedi e, molti mesi dopo, che era stato violentato. Il ragazzo portava su di sé la fatica di questo evento e non ha mai cambiato versione. La richiesta di allontanamento l’abbiamo fatta insieme io e don Carlo”. Don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, anche lui chiamato a deporre. E anche lui conferma che “per me, per don Alberto e per don Mario Delpini aveva senso che don Mauro venisse spostato. Lui non ha battuto ciglio, con quello che era accaduto non poteva porre condizioni”.

    Nonostante un comunicato della diocesi – che continua ad essere la stella polare di (quasi) tutti i media – sottolinei che solo nel 2014 fu fatta luce su quella notte, gli atti processuali e le testimonianze dicono che l’arcivescovo venne subito informato della cupa vicenda.

    Ma la curia, allora guidata da Angelo Scola, non la portò fino in fondo, non seguì le regole del diritto canonico e gli inviti dei due papi. L’indagine conoscitiva interna è stata avviata solo nel 2015.

    L’udienza ha la sua star. È il professor Enzo Kermol, psicologo di fama internazionale, docente universitario a Trieste e Gorizia, esperto nell’individuare gli stati d’animo (per esempio se un teste dice la verità o mente) attraverso le microespressioni facciali. Affianca i difensori dell’accusato e non rimane indifferente quanto viene chiamata a deporre Laura Ricci, allora animatrice dell’oratorio e amica del cuore della vittima. È il momento più toccante. “Don Mauro aveva un gruppetto di preferiti e non c’erano femmine. Il giorno dopo il fatto il mio ex ragazzo era scosso, non riusciva a parlare. Ho pensato subito che don Mauro avesse abusato di lui. Era solare, aperto, ma dopo quella notte si è chiuso in sé stesso, stava male. Non voleva essere più abbracciato, neanche da me”.

    (trascrizione da LaVerità del 9 marzo 2018)

  • Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Ipocrisia. Parola dura, ma l’unica che può descrivere l’atteggiamento della Chiesa sulla presenza di pedofili tra le sue fila. Dietro l’abito talare, spesso si nascondono orchi, preti che approfittando della propria posizione ed immagine che dovrebbe essere “di garanzia”, adescano ragazzini e ragazzine, spesso anche disabili, per soddisfare le proprie perverse pulsioni sessuali.

    Un cancro, quello della pedofilia nella Chiesa, di cui si parla, sì, ma troppo poco e soprattutto male, perché affrontare l’argomento non è semplice, incontrando nelle istituzioni ecclesiastiche un insormontabile muro di omertà. Non è questa l’immagine della Chiesa che da cristiani vorremmo vedere, ma in qualità di uomini e donne, genitori, zii, educatori e anche da credenti, abbiamo l’obbligo di tentare ad infrangere quel muro ed epurare la Chiesa dalle proprie falsità.

    Perché le storie di cronaca sugli abusi sessuali da parte di curati, non testimoniano solo la presenza di singoli soggetti che si macchiano di tale abominevole reato, ma anche di una fitta rete di colpe e complicità che coinvolge la gerarchia della Chiesa a vari livelli. La Chiesa, infatti, anziché vigilare e condannare, spesso nasconde l’atto criminoso, discredita le vittime e compra il loro silenzio.

    Come è avvenuto ad esempio a Milano, dove la Curia ha offerto 150mila euro ad un giovane abusato all’età di 15 anni perché ritirasse la denuncia presentata contro don Mauro Galli, sacerdote della parrocchia di Rozzano. Come scrive Il Giornale, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario, prese la decisione di istituire un fondo per le vittime di pedofilia, fondo che doveva servire per “risarcire” le vittime. La verità è che le Arcidiocesi spesso hanno usato tali fondi per comprare il silenzio delle vittime che ufficialmente non vengono credute, ma si tenta di mettere a tacere.

    La stessa cosa, come ha fatto vedere un servizio delle Iene di Canale 5, sarebbe successa a Napoli, in località Ponticelli, dove un giovane ha denunciato di avere subito per anni gli abusi del parroco don Silverio M. “Mi ha violentato quando avevo 13 anni. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio”. Queste le terribili parole del ragazzo abusato che è stato screditato in ogni modo ed umiliato con l’archiviazione del caso disposta dalla Curia di Napoli. Oggi il Vaticano ha chiesto gli atti dell’indagine avviata dall’Arcivescovo di Napoli, facendo intendere di volere riaprire il processo nei confronti di don Silverio. Milano e Napoli, sono solo due piccolissimi lembi di terra se messi a confronto con la diffusione del fenomeno della pedofilia nella Chiesa che ha suscitato orrore e scandalo in ogni parte del mondo. Una realtà sommersa che viene lasciata proliferare nell’ipocrisia dei vertici della Chiesa che per evitare la gogna pubblica, insabbiano ogni ipotetico caso. Questo atteggiamento omertoso è aggravato dal fatto che i sacerdoti accusati, continuano ad indossare l’abito talare, continuano a fare messa. Vengono semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, lasciandoli a contatto con altri, bambini, altri adolescenti che diventano altre potenziali vittime di cui comprare il silenzio.

    Papa Benedetto XVI e Papa Francesco hanno pubblicamente affrontato il tema della pedofilia, hanno usato parole di condanna ed hanno inasprito le pene previste dal codice canonico… ma tutto questo a che serve? A costo di essere impopolari, non basta che il Pontefice maximus condanni genericamente la pedofilia, dovrebbe esaminare le statistiche di quanti processi per pedofilia affrontano i tribunali ecclesiastici, quante condanne vengono spiccate ogni anno? La risposta è pochissime, se non alcuna. È chiaro, dunque, che qualcosa non va e non andrà mai, fino a quando dai vertici del Vaticano non verranno pronunciate solo sterili parole di solidarietà, ma quelle che affermano che i preti pedofili, vanno immediatamente consegnati alla giustizia, destituiti dal loro incarico, processati e condannati come qualunque altro pedofilo stupratore. Questo deve essere la speranza non di atei progressisti, ma di qualunque cattolico professante, perché possa entrare in Chiesa a testa alta, senza vergogna. Gli scandali sessuali e le omertose compiacenze della Chiesa cesseranno solo se la sfera sessuale smetterà di essere demonizzata. Il filosofo Bertrand Russel scriveva che: “Nessuna religione odia di più l’uomo quanto quella cattolica”. Dietro la totale chiusura verso la libertà sessuale, si nasconde l’esigenza di un’Istituzione di preservarsi sempre uguale a se stessa. Il sesso è un tabù, ma si adotta una doppia morale: quella di vietarlo e quella di praticarlo, esasperandolo e dando l’assist a forme di abusi, di prostituzione, di tradimenti, perpetrati nella certezza di restare impuniti, difesi da una tonaca.

    https://www.lecodelsud.it/preti-pedofili-la-chiesa-prima-non-crede-alle-accuse-poi-compra-il-silenzio-delle-vittime

  • Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Processo imbarazzante: monsignor Delpini confessa al pm di aver trasferito il sacerdote accusato. Ma la sua curia nega.

    di Giorgio Gandola

    Un ragazzino invitato a dormire in casa del prete. Un diacono che lo abbraccia nel lettone “per non farlo cadere”. Una famiglia disperata e due alti prelati che decidono di non denunciare, ma di allontanare il pastore che sbaglia sperando di stemperare lo scandalo. Sarebbe una grigia e deprimente storia simile a tante altre dall’Australia al Canada passando per Catania, Locri, Treviso e Solza (Bergamo), se non fosse per due dettagli: gli alti prelati dono l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada. E i loro nomi aleggeranno questa mattina nell’aula della quinta sezione penale di Palazzo di giustizia a Milano, dove di tiene il processo per violenza sessuale su minori.

    La torbida vicenda si sviluppa nel dicembre 2011 a Rozzano, paesone alla periferia del capoluogo lombardo, quando don Mauro Galli (che all’epoca dei fatti ha 33 anni) chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni di mandarlo a dormire a casa sua, con un gruppo di adolescenti, per due impegni ravvicinati di preghiera, la sera e la mattina successiva in preparazione del Natale. La famiglia non ha niente in contrario perché non sa che, quella notte in casa del diacono, il figlio sarà l’unico ospite. La mattina successiva il ragazzino va a scuola e gli insegnanti che lo incontrano lo definiscono “in stato di shock”. Così chiamano la madre, che ne constata le condizioni, lo ascolta e si precipita nella parrocchia di Sant’Ambrogio a denunciare il fatto al parroco, don Carlo Mantegazza, e al coadiutore responsabile degli oratori, don Alberto Rivolta. Per tre anni la famiglia chiede giustizia alla chiesa con lettere e incontri e solo nel 2014 decide di denunciare il fatto all’autorità giudiziaria. Quando, come spiega l’avvocato Fulvio Gaballo del foro di Milano, “si rende conto che la gerarchia ecclesiastica, alla quale si è rivolta per tre anni, non dà nessun aiuto e nessuna garanzia di intervento”.

    Dalla ricostruzione della polizia giudiziaria contenuta negli atti del processo si scopre che immediatamente dopo la vicenda il parroco don Mantegazza e il coadiutore don Rivolta informano monsignor Delpini, allora vicario di zona, e monsignor Tremolada, ancora collaboratore per la Formazione permanente del clero. Quattro giorni dopo l’accaduto il futuro arcivescovo di Milano si precipita a Rozzano per approfondire l’imbarazzante storia. Ricostruisce così davanti agli investigatori: “Don Mantegazza mi aveva detto al telefono che un ragazzo aveva trascorso la notte a casa di don Mauro Galli. E aveva aggiunto che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte. Io sono quindi andato a Rozzano e ho convocato don Mauro per chiedergli la sua versione dei fatti. Lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari, perché quella notte non voleva dormire a casa dei genitori”. Poi aggiunge: “Ha peraltro ammesso di avere dormito con il ragazzo quella notte, di avere tenuto una condotta imprudente”.

    Per la Procura è difficile credere alla buona fede dell’allora diacono, perché nel suo appartamento ci sono altri due letti, uno in camera degli ospiti e un divano adattabile in soggiorno. Insomma, alternative al lettone ne aveva. In una dichiarazione giurata il responsabile degli oratori di zona, don Rivolta, spiega: “Ricordo che don Mauro mi confidò che nella notte il ragazzo probabilmente aveva avuto un incubo e che lui, per non farlo cadere, l’aveva preso per il pigiama cingendolo dal petto”.

    Lo scenario è ben chiaro agli occhi di monsignor Delpini, che torna da Rozzano e decide di trasferire don Mauro per questioni di opportunità. Non di stilare un rapporto perché venga avviata dalla Diocesi un’indagine previa, come previsto dal diritto canonico, da un documento specifico emanato dalla Cei e come fortemente richiesto dal Vaticano in questi anni difficili. L’indagine previa sarà aperta solo nel gennaio 2015, tre anni dopo, a scandalo scoperchiato dalla polizia. E con i due presunti controllori già nel cuore del Papa per la promozione a vescovi.

    Quel che più sorprende nel riavvolgere il filo è la destinazione di don Mauro, che stamane viene interrogato in aula dal pm e dall’avvocato della famiglia. Nel marzo 2012 il prete è nominato vicario parrocchiale in San Pietro a Legnano e incaricato della pastorale giovanile di altre tre parrocchie vicine. In pratica rimane a contatto con i minori. E non si occupa di due oratori come a Rozzano, ma di quattro. Questo dopo soli 24 giorni di accompagnamento psicologico e di colloqui spirituali. Un periodo propedeutico alla scelta, che monsignor Tremolada definisce “ben ponderata e oculata”. La destinazione viene decisa da monsignor Delpini, che durante le indagini preliminari dichiara: “Ho deciso di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Da lì, a fine 2012, l’accusato passa alla Cappellania ospedaliera di Santa Maria Annunciata in Niguarda a Milano e infine in un istituto religioso a Roma abitato solo da adulti, dove ora attende gli sviluppi del procedimento canonico per presunti abusi sessuali su minori.

    L’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano è nettamente più avanti e una volta aperto il fascicolo (nel 2014), don Mauro Galli viene messo sotto intercettazione telefonica. In una conversazione rivela a una terza persona che “monsignor Delpini mi ha detto che dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo stare attentissimi”. In quei giorni non aveva ancora ricevuto l’avviso di garanzia.

    La diocesi di Milano ha provato a fare luce sulla complessa storia con uno scritto diffuso dopo l’udienza del 12 dicembre scorso e pubblicato in fotocopia dai media, dal titolo “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti”, che in realtà ha ottenuto il risultato di raddoppiare l’imbarazzo del mondo curiale. Secondo il comunicato – che risponde a un articolo del Giornale, unico quotidiano fin lì a seguire le vicende processuali – cinque sono le obiezioni.

    1. Nel 2011 nessuno aveva ancora evocato la parola abuso (ma sappiamo che fu Mantegazza a pronunciarla subito con il futuro arcivescovo e fu al centro degli incontri con i genitori).
    2. In quel periodo si sapeva solo che don Mauro aveva ospitato il ragazzo (ma don Mantegazza  ha rivelato alla polizia “la sera stessa don Mauro mi disse cosa era accaduto e la sua versione coincideva con quella dei genitori del giovane”).
    3. Don Mauro viene trasferito da Rozzano con un provvedimento firmato dal vicario generale monsignor Carlo Redaelli (ma durante l’indagine preliminare monsignor Delpini spiega: “Il trasferimento fu deciso da me in persona. Sostanzialmente ho deciso io”).
    4. Si è operato nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane (ma l’indagine previa, alla quale è obbligato un vescovo – allora era Angelo Scola – deve procedere ogniqualvolta si abbia notizia, almeno probabile, di delitti. E fra questi ci sono i possibili abusi sessuali).
    5. La diocesi ha collaborato alle indagini (ma don Mauro intercettato dice di essere stato avvertito – “dobbiamo stare attentissimi” – prima della notizia dell’avviso di garanzia).

    Insomma, un pasticcio davanti al quale il lettore ha il diritto di porre il più semplice dei quesiti: avrebbe mentito l’arcidiocesi nell’intento di difendere legittimamente l’istituzione o monsignor Delpini all’autorità giudiziaria (molto improbabile)? La vicenda avrà oggi un passaggio decisivo, ma nessun alto prelato sarà in tribunale perché la famiglia del ragazzo ha ritirato la costituzione di parte civile nei confronti della diocesi e della parrocchia di Rozzano, a fronte d’un risarcimento di 100.000 euro più 50.000 euro di spese sostenute in questi anni. Don Mauro Galli alla questura aveva sostenuto di essere nullatenente.

    Rimane fuori dall’aula, ma dentro le coscienze di ciascuno, anche il motu proprio Come una madre amorevole: “Il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi. Ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto con la presente lettera intendo precisare che tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili, previsti dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI”. Firmato papa Francesco.

    (LaVerità 8 marzo 2018)

  • Diffamazione aggravata e diffusione di notizie false, querelato il portale della Chiesa di Milano e tre testate giornalistiche.

    Diffamazione aggravata e diffusione di notizie false, querelato il portale della Chiesa di Milano e tre testate giornalistiche.

    Depositata ieri presso gli uffici della Questura di Milano una querela nei confronti del portale CHIESADIMILANO.IT, il giornale cattolico Avvenire, il Corriere della Sera e Vatican Insider.

    L’oggetto della querela si riferirebbe allo scorso 16 dicembre quando dopo la prima udienza che vede imputato con l’accusa di abusi sessuali a danno di un minore un prete milanese, don Mauro Galli, sul portale della CHIESADIMILANO.IT veniva pubblicato un comunicato stampa dal titolo “un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” il cui contenuto non tendeva a minimizzare, ma era integralmente falso e paradossalmente smentito dalla deposizione rilasciata agli inquirenti dallo stesso arcivescovo di Milano, Mario Delpini.

    Poche ore dopo, a riportare la Fake News, alcune testate nazionali nei confronti delle quali si è pensato subito ad una leggerezza giornalistica, quella di non aver sentito la controparte e verificato la notizia.

    La Rete L’ABUSO, che sta assistendo la presunta vittima ed i suoi familiari, ha immediatamente provveduto in loro tutela ad informare le testate responsabili, del contenuto gravemente diffamatorio, oltre che totalmente falso, chiedendo di esercitare il diritto di replica e fornendo il materiale a sostegno della contestazione . Parallelamente, l’avvocato Fulvio Gaballo che difende la presunta vittima nel processo Galli ha provveduto a diffidare il portale della CHIESADIMILANO.IT chiedendo la rimozione del comunicato, ancora oggi è online.

    Non è servito molto tempo per rendersi conto che anche le testate giornalistiche che avevano riportato l’articolo diffamatorio, probabilmente non erano vittime di una leggerezza perché non solo non hanno ottemperato in alcun modo al diritto di replica del nostro associato, ma pur sapendo, non hanno neppure tentato di riparare l’errore ai danni della vittima che ieri, essendo prossimo il termine di 90 giorni previsto per denunciare questo tipo di reati, ha sporto regolare querela.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Il prete pedofilo, la Curia e il fondo per zittire le vittime

    Il prete pedofilo, la Curia e il fondo per zittire le vittime

    Fondi riservati della Curia milanese per azzittire le vittime dei preti pedofili. È questa la cruda realtà che emerge dal processo a don Mauro Galli, il sacerdote imputato di violenza sessuale ai danni di un giovane parrocchiano.

    Centocinquantamila euro di risarcimento sono stati versati alla vittima perché ritirasse la sua querela. Non certo da don Galli, che risulta nullatenente. A officiare l’accordo è stato Mario Zanchetti, difensore dell’Arcivescovado. Tra le clausole imposte alla famiglia: non rivelare la provenienza dei quattrini.

    Ieri, nella nuova udienza del processo al prete, appare con chiarezza – nel racconto di altri due sacerdoti – il motivo che avrebbe spinto la Curia all’esborso. Sia don Alberto Rivolta che don Carlo Mantegazza, entrambi in servizio nella parrocchia di Rozzano dove si svolsero i fatti, hanno raccontato di avere informato immediatamente il vicario episcopale dell’epoca, ovvero l’attuale arcivescovo Mario Delpini. «Noi pensavamo che don Mauro andasse spostato a livello prudenziale non in un contesto di pastorale giovanile», ha raccontato il parroco, don Mantegazza: l’importante era tenere il prete lontano dai bambini. Invece don Galli venne trasferito a Legnano, proprio alla pastorale giovanile. A deciderlo, emerge dagli atti, fu Delpini: «Questa decisione l’ho presa io», ammette il prelato in una conversazione.

    Ieri in aula, i due preti-testimoni raccontano di avere appreso subito quanto era accaduto la notte del 19 dicembre 2011: don Mauro che invita il ragazzo a dormire a casa sua con il consenso della famiglia, ma invece che nella camera degli ospiti lo fa dormire insieme a lui nel letto matrimoniale. E nel cuore della notte allunga le mani. «Quando chiedemmo spiegazioni, ci disse che il ragazzo aveva avuto un incubo e lui lo aveva afferrato per non farlo cadere dal letto».

    Solo più tardi, il ragazzo (allora quindicenne) aggiungerà di essere stato violentato dal prete. Ieri si apprende che comunque, fin dall’immediatezza dei fatti, Delpini aveva saputo che don Galli si era portato a letto il ragazzino. Ma si guardò bene dall’accogliere la richiesta dei suoi sottoposti di allontanare don Mauro da ulteriori tentazioni.

    Anzi è lui stesso ad avvisare don Mauro dell’esistenza di una indagine a suo carico, e ad organizzargli la difesa. La prima circostanza è ammessa dallo stesso Delpini nel suo interrogatorio: «In quell’incontro dissi a don Mauro che c’era probabilmente un procedimento penale a suo carico»; e nelle intercettazioni don Galli parlando con un amico dice «ho ricevuto una mail da Delpini che diceva telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti”.. l’ho chiamato subito e mi ha detto non è il caso che parliamo per telefono, vieni qui che poi ti spiego, poi dobbiamo stare molto attenti”». Anche della seconda circostanza ci sono tracce chiare nelle intercettazioni: il 4 settembre 2014 don Mauro chiama l’avvocato Zanchetti: «Mario Zanchetti si presenta a Mauro dicendo di essere l’avvocato, gli dice che monsignor Delpini gli ha scritto due righe dicendo che Mauro lo avrebbe chiamato, gli chiede se voleva vederlo per una cosa un po’ delicata». Eppure un mese più tardi, interrogato dalla Mobile, Delpini dichiara: «L’avvocato Zanchetti non ha con me alcun tipo di contatto».

    Cosa fosse accaduto davvero quella notte, lo racconta ieri in aula la ragazza della vittima: «A. era andato a casa di don Mauro, si era confessato, una confessione lunga e profonda. Si era esposto, era vulnerabile, avrebbe fatto qualunque cosa. Don Mauro l’ha fatto andare nel suo letto, sono andati a dormire e nella notte A. si è svegliato urlando. Lo aveva abbracciato da dietro».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/prete-pedofilo-curia-e-fondo-zittire-vittime-1502963.html

  • Milano, sacerdote accusato di violenza sessuale. Teste conferma gli abusi

    Milano, sacerdote accusato di violenza sessuale. Teste conferma gli abusi

    Deposizione in aula dell’ex fidanzata di un giovane, al momento dei fatti 15enne e presunta vittima della violenza nel 2011

    «Mi ha detto che don Mauro, la sera prima, lo aveva abbracciato da dietro e che a seguito di ciò era stato male e si era svegliato urlando». È un passaggio della deposizione in aula, davanti alla quinta sezione penale del Tribunale di Milano, presieduta da Oscar Magi, dell’ex fidanzata di un giovane, al momento dei fatti 15enne e presunta vittima di una violenza sessuale da parte di don Mauro Galli, che era sacerdote a Rozzano (Milano), avvenuta il 19 dicembre 2011. «Credo che si sia svegliato urlando – ha aggiunto la teste, rispondendo alle domande del pm Lucia Minutella – perché suppongo che si sentisse violato nella sua intimità». Dopo l’episodio, ha spiegato la giovane, il 15enne «ha iniziato a stare male e ad avere dei crolli di natura psicologica». Come riporta il capo di imputazione, il sacerdote, accusato di violenza sessuale aggravata, avrebbe abusato del ragazzo nella propria abitazione, dove aveva trascorso la notte «in vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo». Approfittando così, si legge ancora, delle «condizioni di inferiorità fisica e psichica della persona offesa (in relazione al divario di età, allo stato di soggezione ed affidamento legato al ruolo di sacerdote, padre spirituale, educatore ed insegnante del ragazzo)». Nella scorsa udienza il collegio ha acquisito il verbale di sommarie informazioni testimoniali reso, nell’ottobre 2014, dall’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini, al momento dei fatti vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (che comprende i comuni da Abbiategrasso a Treviglio). Delpini aveva spiegato a verbale che, dopo avere appreso da un altro sacerdote che il ragazzo «aveva segnalato abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte», decise «di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano». Il processo tornerà in aula il prossimo 5 aprile.

    http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_08/milano-sacerdote-accusato-violenza-sessuale-teste-conferma-abusi-bab9a1f6-22e6-11e8-a740-dc76cebf8197.shtml

  • Bergoglio e la pedofilia – Politicamente scorretto

    Bergoglio e la pedofilia – Politicamente scorretto

    Le vittime… e non parlo di quelle italiane, parlo di tutte, perché in tutto il mondo le vittime del clero reclamano le stesse cose, vittime che, al viaggio di turno, vengono utilizzate quasi come un’attrazione, poi il dolore del papa, le scuse, qualche volta anche le lacrime, ma poi… quale è il seguito? Nessuno: è una ruota che gira, alla prossima visita di turno, nel paese di turno, con le vittime di turno, si ripete all’infinito, dando la “speranza” alle vittime che, forse, è la volta buona.

    Ma dietro la speranza ci si accorge che manca il coraggio di cambiare, se ne accorge chi non sta dalla parte del pubblico, ma chi è protagonista e conosce quella che è stata la sua storia, l’ha confrontata con quelle di chi, come lui, è vittima e può affermare che le lacrime sono di coccodrillo, le scuse sono d’ufficio, mentre le vittime invece sono reali.

    Di Francesco Zanardi

    In questi giorni, dopo i fatti del Cile dove Bergoglio ha chiesto alle vittime “le prove” che monsignor Barros fosse un insabbiatore coinvolto nelle coperture di padre Karadima – anzi, che in alcune occasioni fosse addirittura presente alle violenze – molti hanno pensato, detto, di fatto sostenuto, che il papa abbia voluto essere “garantista” nei confronti del monsignore. A mio avviso il garantismo ci sta tutto anzi, è doveroso, certo, come qualche vittima ha fatto notare, non si può pretendere che si mostrino come prova i selfie delle violenze.

    Certo ci si aspetta un garantismo onesto, equilibrato, democratico: deve essere super partes, vale per il vescovo, ma anche per chi lo accusa. Se ne deduce che, (anzi l’onestà intellettuale, dopo il buonsenso impongono), mentre – in virtù del garantismo – si  effettuano le verifiche sull’attendibilità delle accuse, anche l’accusato sia momentaneamente posto in una situazione di “stallo”, almeno fino a che i fatti non sono stati pienamente chiariti, non ci si aspetta di certo che questo venga promosso.

    Questo è quello che le vittime cilene contestavano, la speranza di alcuni (nemmeno molta, visti i precedenti) era che, in quella visita, Bergoglio portasse giustizia: non tradotta in indennizzo economico, no, solo la giusta punizione.  Le vittime si aspettavano un atto non solo concreto, ma preventivo, perche il costante desiderio, il primo di tutte le vittime è che quello che è successo a loro, non accada ad altri e, nel rispetto di quello che quelle vittime hanno subito, era doveroso chiarire la fondatezza di quelle accuse. Invece sono state chieste le prove.

    Papa Francesco vuole le prove, io le prove gliele do, ma intervenga senza scuse: diversamente si dimostrerà inattendibile.

    … caso Delpini… Sempre quello, ma non perché abbia personalmente qualcosa contro Delpini, neppure lo conosco… solo che è un caso che l’associazione segue e conosce bene, risale solo al luglio scorso e ha due caratteristiche di valutazione importanti: la prima è che il processo del presunto abusante, don Mauro Galli, è tutt’ora in corso, la seconda, quella a mio avviso più degna di nota, è che il prete è presunto, quanto è presunta la vittima. Non vi è da ambo le parti certezza, dunque come si spiega che prima dell’inizio del procedimento penale – che solo al termine stabilirà i fatti – la vittima è già stata indennizzata? Io non indennizzo chi mi querela prima di un giudizio, soprattutto se sono innocente.

    A chiarire ulteriormente i fatti, non ci sono le accuse della vittima, no, concordano con la deposizione fatta in questura dallo stesso arcivescovo Mario Delpini, nulla da contestare… quindi, riassumendo, entrambe le dichiarazioni (presunta vittima – arcivescovo) concordano: nei giorni immediatamente successivi al presunto abuso, i vertici della diocesi di Milano erano informati del fatto. Poco dopo trasferirono il prete in un’altra parrocchia, ancora con minori, e questo primo trasferimento Delpini lo giustificherà dichiarando, poi, di non aver capito la gravità dei fatti: problema suo, mica della presunta vittima che i fatti li ha denunciati.

    Tuttavia, con un po’ di ritardo, la gravità dei fatti l’ha compresa, dice, ma allora perché ha trasferito una seconda volta don Mauro Galli, ancora una volta a contatto con potenziali vittime, in un ospedale?

    Che dire, povero Delpini, sugli abusi ha decisamente poco intuito: se non fosse a capo di una diocesi direi è un rischio ma pazienza, che fare?… ma se gestisce a questo modo gli attuali e i futuri casi di quella diocesi… preoccupante.

    Tornando alle prove, sul prete aspettiamo la giustizia civile, per la quale, anche se Delpini non avesse denunciato il sacerdote, poco cambierebbe: grazie a un vuoto legislativo, per la legge italiana non essendo un pubblico ufficiale, non era tenuto a farlo, non ha commesso alcun reato.

    Per la legge della chiesa invece si, ne ha fatto una campagna mediatica di rigorosità lo stesso papa Francesco: punirò i vescovi insabbiatori!

    Ma allora perché, da garantista, in attesa di un esito processuale, anziché sospenderlo, lo ha promosso arcivescovo della diocesi più grande al mondo, quella di Milano?

    In attesa di un cordiale, nonché doveroso riscontro, porgo cordiali saluti.

    Zanardi