Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • LE PENOSE COMUNICAZIONI INGANNEVOLI DELLA CURIA MILANESE NELL’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE IL SALVABILE

    LE PENOSE COMUNICAZIONI INGANNEVOLI DELLA CURIA MILANESE NELL’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE IL SALVABILE

    Un comunicato per aiutare a comprendere le “false verità dei fatti” della Diocesi di Milano, ricostruite dal quotidiano Avvenire.

    Ancora una volta, le artefatte conclusioni di alcune testate giornalistiche che tentano, in tutti i modi, di difendere il comportamento omissivo dell’Arcivescovo Delpini nel celebre caso di don Mauro Galli, sacerdote condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi per abusi sessuali aggravati, ai danni di un minore, risultano sorprendentemente imbarazzanti.

    Tali ricostruzioni e conclusioni offrono, per altro, come se non bastasse, una ulteriore occasione per dimostrare la banalità con cui cercano di liquidare la questione pensando che tutti i fedeli siano privi di intelletto, risultando per altro sfacciatamente offensive.

    Analizziamo bene i termini della questione su cui si fondano le “loro” artefatte verità, costruite anche grossolanamente per darle in pasto all’opinione pubblica.

    La questione in gioco è fondamentale: ne va anche della credibilità della Santa Sede, la famosa questione della “Tolleranza Zero”, i proclami tanto condivisibili di Papa Francesco.

    Procediamo per Gradi:

    • È ormai certo che don Mauro Galli nel 2011 portò nel suo letto un minore (lo ha testimoniato persino l’imputato);
    • È un dato di fatto che allo stato attuale, su don Mauro Galli, pende una sentenza di condanna di primo grado per sei anni e quattro mesi di reclusione per aver commesso il reato di abuso sessuale aggravato ai danni di un minorenne, in quella notte del dicembre 2011 (ci sarà poi l’annunciato ricorso in Appello e la sentenza di Cassazione che, come sappiamo, potrebbero anche modificare o ribaltare la sentenza di primo grado);

    Tuttavia è certo che i Giudici hanno ritenuto che non vi è alcun dubbio circa la colpevolezza:

    “Ritiene il Collegio che l’effettiva verificazione dei fatti sintetizzati in rubrica e la loro riferibilità soggettiva a don Mauro Galli siano risultate provate al di là di ogni ragionevole dubbio”

    • E’ un fatto certo e non contestato, anzi ammesso persino da Delpini stesso direttamente alla Procura, che il Monsignore (oggi Arcivescovo di Milano), all’epoca dei fatti Vicario di Zona, [I] ha saputo immediatamente, dal parroco don Carlo Mantegazza, della notte e dei presunti abusi sessuali, [II] ha parlato subito con il Galli che gli ha confessato di aver portato nel suo letto il quindicenne, [III] ha deciso in pochi giorni il suo trasferimento, dalla parrocchia di Rozzano alla vicina parrocchia di Legnano, ancora a contatto con i minori inserendolo nella Pastorale Giovanile.

    Questi tre fatti, sono ormai certi e cristallini, sviscerati in ogni minimo dettaglio nel processo, dalle testimonianze, interrogatori, intercettazioni, registrazioni ecc.

    Fatti ormai non più contestati da nessuna delle parti, persino la difesa di don Mauro, l’avvocato Mario Zanchetti ribadiva in aula, nella sua arringa finale, la gravità di tale comportamento, non una leggerezza: “aver preso nel letto un ragazzo di 15 anni e averlo abbracciato perché non cadesse dal letto non è una leggerezza, è una violazione estremamente seria della condotta che un educatore e un sacerdote deve tenere, è una cosa grave”.

    Don Mauro, secondo la terna dei Giudici, presieduta dal Giudice Ambrogio Moccia, è colpevole, ha ritenuto il suo comportamento “abominevole”, come si legge nelle motivazioni della sentenza:

    “la preventiva preparazione di un letto unico per quella notte altrimenti non può interpretarsi se non come preordinazione dell’iniziativa abominevole poi attuata”

    E’ stato, quindi, ben altro rispetto al già grave “aver preso nel letto un ragazzo”.

    Tuttavia è comunque certo che mons. Delpini sapeva della grave circostanza che il prete, quantomeno, aveva passato la notte con il minore condividendo lo stesso letto a casa del sacerdote.

    Arriviamo dunque alle motivazioni della sentenza, 21 pagine per descrivere tale comportamento “abominevole” e una postilla a piè di pagina, pagina 18 per l’esattezza, come riporta il quotidiano Avvenire, per accennare al comportamento del Vescovo, e al clima mediatico intorno alle aule del processo.

    Questi passaggi sono da analizzare bene, uno ad uno, nel dettaglio. Solo chi è estremamente distratto o superficiale, può essere ingannato da una banale conclusione, non a caso articolata.

    Il quotidiano nell’articolo titolato: “Milano. Prete condannato per abusi, totale estraneità della Curia”

    (Firmato da Davide Re, mercoledì 21 novembre 2018)

    e sottotitolato:

    “Le motivazioni della sentenza a carico di don Mauro Galli –  condannato a 6 anni e 4 mesi per violenza sessuale su un minore –  evidenziano la totale estraneità alla vicenda della Curia”,

    descrive con precisione quanto affermato dai giudici omettendo però alcuni piccoli passaggi tra le righe, un bieco gioco di ritaglio finalizzato a lasciar intendere un’altra “verità”.

    Già il titolo, e il relativo sottotitolo, alludono ad una totale condotta impeccabile delle autorità diocesane (anni fa lo stesso quotidiano definiva l’agire della curia “scrupoloso e coscienzioso” riportando una nota stampa della Diocesi), condotta che sappiamo essere riconducibile all’attuale Arcivescovo Mario Delpini.

    Non viene tuttavia e volutamente precisato il quadro di riferimento!

    Estraneità rispetto a quale sistema di riferimento? Le leggi Italiane? Il diritto canonico? La morale cristiana?

    Estraneità generica, estraneità punto e basta! La gente si accontenti!

    Nessuno si ponga domande dato che viene persino sancito da un autorevole Giudice.

    Il Giudice, in effetti, è decisamente autorevole, si tratta del Presidente della Quinta Sezione Penale del Tribunale di Milano: imparziale, corretto e, soprattutto, conosce bene le leggi, quelle Italiane, quelle del diritto penale, e questo è garanzia ulteriore di una giusta sentenza.

    Sempre l’avvocato Zanchetti in qualche modo elogiava, nella sua arringa finale, il lavoro scrupoloso della magistratura: “è stato un processo molto complicato, che ha avuto un’istruttoria completa e complessa”.

    Istruttoria completa, non sono stati trascurati dettagli, molte testimonianze, indagini meticolose, intercettazioni ecc.

    I Giudici nella postilla parlano di un clima di “anticlericalismo tematico” che “è parso materializzarsi nell’intorno del processo” nonostante “non sembra trovare nell’attualità alcuna legittimazione storica” visto “l’atteggiamento da tolleranza zero della massima impersonificazione della Chiesa militante, cioè il Papa, verso i casi accertati di pedofilia”.

    Questo riportava il quotidiano estrapolando alcune frasi.

    Il Giudice nei fatti, scrivendo anche la postilla, dimostra ulteriormente la serietà della terna giudicante, capace di non farsi assolutamente condizionare da eventi esterni ed estranei all’oggetto del processo, nell’aula del tribunale non si stava giudicando la “morale cristiana” oppure “l’etica di un Vescovo” ma il comportamento di un uomo che ha abusato di un minore.

    Il clima all’intorno del processo che si è celebrato a porte aperte è riferito ai media, giornali e televisioni che hanno seguito e riportato i fatti di cronaca.

    Ma perché allora i Giudici si sentono in dovere di scrivere questa nota?

    Avvenire purtroppo si è dimentica di riportare qualche passaggio della stessa:

    “Il Tribunale, in quanto non chiamato a pronunziarsi in merito alle condotte delle Autorità della Chiesa milanese/Istituzione, evita doverosamente di farlo”.

    Dunque il Giudice non esprime nessun giudizio: né di colpevolezza né di assoluzione della Curia Milanese o delle relative autorità come mons. Delpini. L’imputato rinviato a giudizio è don Galli, non altri, il Tribunale pertanto evita doverosamente di giudicare la curia.

    Dunque l’estraneità della curia rispetto allo specifico procedimento è palese essendo lo stesso processo volto ad accertare il comportamento del prete.

    Tuttavia i giudici si sentono comunque in dovere di scriverlo per qualche motivo che però, non a caso, è correttamente riportano nella stessa nota, anche se viceversa anche questo omesso da Avvenire:

    “…evita doverosamente di farlo. Ma – essendo l’argomento stato ripreso in sede di escussione di testi sentiti in aula, nonché in sede di arringa [e di redazione delle note di udienza] dalla Difesa – non può rinunziare a dare atto che nell’«intorno» del processo è parso materializzarsi un avvertibile clima di «anticlericarismo tematico»”

    Di cosa si tratta? Quale il clima di avvertibile di “anticlericalismo tematico”? cosa avrà mai detto la Difesa nella sua arringa?

    L’avvocato Zanchetti probabilmente temendo che i Giudici si potessero suggestionare o potessero essere condizionati dal “clima” derivato dal diritto di cronaca in qualche modo esprimeva la sua preoccupazione e dispiacere:

    “Sappiamo benissimo, e me ne dispiace, che invece questo processo è stato già giudicato dal Tribunale dell’opinione pubblica, dalla stampa e dalla televisione che del sano esercizio del dubbio non sembra farsene niente, non sembra fondare la propria professione sul sano esercizio del dubbio”.

    Ma i Giudici sono integerrimi applicano la legge con estremo rigore, nessuna forzatura, nessun condizionamento, tutto motivato e precisato per iscritto incluso la citata postilla anche se non inerente rispetto all’oggetto del processo.

    Gli stessi autorevoli Giudici, per mettere a tacere qualsivoglia arbitraria interpretazione, mettono quindi nero su bianco, precisandolo con estrema chiarezza, che il Pubblico Ministero non ha ravvisato alcuna ipotesi di reato da parte delle autorità ecclesiastiche: “Il fatto che il comportamento delle Autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pubblico ministero alcun impulso ad esercitare l’azione penale”.

    Il quotidiano, pertanto, indirizza ad una semplice deduzione logica: “E quindi non sono state trovate nella condotta di allora della Curia (che appena apprese di contatti, poi negli anni successivi diventati prima molestie e poi violenze, tra don Galli e un giovane, lo spostò di parrocchia) delle anomalie e alcuna protezione nei confronti del sacerdote”.

    Apparentemente non fa una piega, si spiega perfettamente la sintesi del  titolo: “prete condannato per abusi, totale estraneità della Curia”.

    Quindi? I Giudici si sono sbagliati?… Impossibile contraddirli!

    I giudici non si sono affatto sbagliati, come non si è sbagliato il Pubblico Ministero Lucia Minutella, dal punto di vista del codice di procedura penale: mons. Mario Delpini non ha commesso alcun reato, è un fatto! Non andrà in galera per questo!

    Ma, purtroppo per il monsignore, la questione non è affatto chiusa: troppo semplice e banale, troppo ingenuo il quotidiano per sperare di aver fugato definitivamente ogni dubbio.

    La questione assai seria e grave risiede da tutt’altra parte, non è competenza del Tribunale di Milano.

    Il tema riguarda la Chiesa, riguarda il fatto che non si sta parlando di giudicare un Vescovo che nemmeno era chiamato in giudizio. Dal punto di vista del codice di procedura penale delle leggi Italiane, è pacifico che i giudici non hanno sbagliato, sia loro che il PM conoscono bene la legge e la applicano nella procedura e nelle sentenze.

    Il Concordato tra Stato e Chiesa in Italia prevede che non ci sia l’obbligo di denuncia da parte del Vescovo in caso di presunto abuso sessuale: che piacciano oppure no, le leggi sono leggi e devono essere rispettate da tutti, in primo luogo dai Giudici.

    Ma il diritto canonico prevede le stesse regole? La “Tolleranza Zero” proclamata da papa Francesco (citata anche dal Giudice nella nota della sentenza) prevede che sia accettabile, “tollerabile” che un Vescovo che certamente sa (per ammissione stessa del prete), che un sacerdote si porta a letto i minori, non avvii alcuna indagine canonica interna, detta indagine previa?

    “Can. 1717 – §1. Ogni qualvolta l’Ordinario abbia notizia, almeno probabile, di un delitto, indaghi con prudenza, personalmente o tramite persona idonea, sui fatti, le circostanze e sull’imputabilità, a meno che questa investigazione non sembri assolutamente superflua”.

    Il Giudice, il processo, la Magistratura, il Pubblico Ministero, la polizia, i testimoni: hanno semplicemente offerto un servizio alla Chiesa, al Santo Padre, cioè hanno accertato i fatti. Hanno scoperto che mons. Delpini sapeva perfettamente che il prete aveva portato a letto il minore e quindi, a causa di questo grave fatto, lo ha personalmente spostato da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori.

    E’ un fatto certo, ormai cristallizzato nelle prove giudiziarie inconfutabili.

    Non sta poi a loro (i Giudici) giudicare se questo comportamento è per la Chiesa “Tollerabile”, se risponde alla morale cristiana, al diritto canonico, se è compatibile con l’esercizio episcopale…

    Ora questi fatti, il comportamento della curia milanese, dell’Arcivescovo Delpini è scolpito nero su bianco nei documenti processuali, è pubblico.

    Lo stesso Pontefice ora non potrà dire, come per il Vescovo Barros in Cile, che era stato male informato: non servono nemmeno le indagini dell’Arcivescovo Scicluna, il lavoro complesso di ricerca della verità è già stato raccolto da un’autorevole Consiglio di Giudici milanesi.

    Ora il supremo giudizio spetta dunque al Papa, esula dalla competenza del Giudice Moccia che, per altro, ha in qualche modo riconosciuto nella sentenza il valore della famosa “Tolleranza Zero”.

    Cosa prevedono pertanto le linee guida della CEI “LINEE GUIDA PER I CASI DI ABUSO SESSUALE NEI CONFRONTI DI MINORI DA PARTE DICHIERICI”

    “I. PROFILI CANONISTICI

    1. Notizie di condotte illecite e giudizio di verosimiglianza

    Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve innanzitutto procedere ad espletare gli accertamenti di carattere strettamente preliminare di cui al can. 1717 del codice di diritto canonico relativi alla verifica della verosimiglianza della notitia criminis”

    E’ un fatto che Delpini non avviò nessuna indagine previa. Delpini si limitò a spostare frettolosamente il prete da una parrocchia all’altra ancora in oratorio con i minori (l’indagine previa prevista dal diritto canonico fu avviata solo nel 2015, quattro anni dopo il fatto).

    Cosa pensa il Santo Padre? La certezza che il prete si fosse portato a letto il minore, si poteva considerare una notizia “almeno probabile” di possibili abusi sessuali?

    Il fatto certo, che il parroco don Carlo Mantegazza avesse telefonato a mons. Delpini due giorni dopo l’accaduto, segnalandogli testualmente “presunti abusi sessuali”, come giurato dallo stesso mons. Delpini alla Polizia, si può considerare una notizia “almeno probabile”?

    Certo il Giudice Moccia e i suoi colleghi non hanno alcuna competenza in materia, non stavano svolgendo alcun processo canonico, non spetta a loro… Avvenire questo preferisce non menzionarlo ovviamente!

    Cosa ha precisato proprio questo pontefice nel merito, legiferando in forma di Motu Proprio:

    “Art. 1

    • 1. Il Vescovo diocesano o l’Eparca, o colui che, anche se a titolo temporaneo, ha la responsabilità di una Chiesa particolare, o di un’altra comunità di fedeli ad essa equiparata ai sensi del can. 368 CIC e del can. 313 CCEO, può essere legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, sia che si tratti di persone fisiche, sia che si tratti di una comunità nel suo insieme. Il danno può essere fisico, morale, spirituale o patrimoniale.
    • 2. Il Vescovo diocesano o l’Eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua.
    • 3. Nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave”.

    Cosa diceva il Papa incontrando le vittime:

    “SANTA MESSA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE
    CON ALCUNE VITTIME DI ABUSI SESSUALI DA PARTE DI ESPONENTI DEL CLERO

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (Lunedì, 7 luglio 2014)

    Davanti a Dio e al suo popolo sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini di abuso sessuale commessi da membri del clero nei vostri confronti e umilmente chiedo perdono.

    Chiedo perdono anche per i PECCATI DI OMISSIONE da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio.

    D’altra parte, il coraggio che voi e altri avete dimostrato facendo emergere la verità è stato un servizio di amore, per aver fatto luce su una terribile oscurità nella vita della Chiesa. Non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali; e mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…

    Per tutti noi vale il consiglio che Gesù dà a coloro che danno scandalo, la macina da molino e il mare (cfr Mt 18,6)”.

    Cosa diceva sempre Francesco alle vittime incontrate recentemente a Dublino:

    “IL MESSAGGERO:”

    “Dublino –  «Shit». «Caca». «Merda». Il Papa in persona sdogana una parolaccia. Il termine insolito è affiorato durante la conversazione avuta in nunziatura con le vittime della pedofilia. Una parola decisamente inusuale e solitamente bandita dalle conversazioni o dai colloqui perché considerata volgare e poco appropriata. Eppure stavolta ha reso bene l’idea del giudizio papale su quei vescovi o quei cardinali che in Irlanda (e altrove) hanno coperto e insabbiato casi di preti pedofili, spostandoli da una parrocchia all’altra, proteggendoli invece che denunciarli alla autorità ecclesiale e provvedere di conseguenza a farli ridurre allo stato laicale”.

    Cosa dice il Santo Padre nella recente lettera al popolo di Dio

    “Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura…  E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili.”

    Si potrebbero citare molteplici interventi del Santo Padre che a parole (a suon di proclami), condanna inequivocabilmente il comportamento dei  Vescovi omissivi, “mi impegno a non tollerare… Tutti i vescovi… renderanno conto di questa responsabilità…”

    Francesco spiega bene che spostare i sacerdoti da una parrocchia all’altra, in caso di segnalazioni di presunti abusi, era un’antica pratica oggi non più accettabile e tollerabile (“tolleranza zero”… il discorso sull’”ermeneutica”…): non lascia spazio di interpretazione quando definisce tali vescovi “CACA”, “STERCO”…

    Ora è proprio in gioco la credibilità della Chiesa, non l’ipotesi bizzarra che mons. Delpini possa essere condannato da un giudice “Civile” come, per esempio, il rigoroso dott. Ambrogio Moccia, per un reato che non esiste, almeno fino a quando la chiesa, anche in Italia (come già avvenuto in altri Stati) non rinunci al Concordato, imponendo comunque l’obbligo di denuncia da parte dei Vescovi Italiani, in caso di sospetto di abuso sessuale da parte dei sacerdoti a loro affidati.

    Non basta “l’assoluzione” del PM per risolvere la questione morale…

    Purtroppo “la questione” è ben più seria e profonda. Oltre al dramma delle vittime, al suicidio di talune, alla sofferenza gratuita inflitta ai familiari, in ballo c’è la credibilità del Pontefice rispetto alla sua stessa “Tolleranza Zero”, non bastano delle semplici scuse, se pur reiterate, per risolvere la questione né, tanto meno, un banale articolo come quello di Avvenire.

    I fatti sono accertati e Francesco lo sa bene, ora aspettiamo solo il suo giudizio, aspettiamo solo di capire se corrisponde a quanto proclama.

    Se mons. Delpini (che, per correttezza di informazione, non ha nemmeno mai pensato fosse il caso di scusarsi con la vittima bensì, attraverso il suo avvocato, – o meglio l’avvocato della Diocesi Milanese – ha invece ritenuto più corretto intimare la richiesta del maggior danno alla stessa vittima e i familiari) potrà continuare a fare il Vescovo, è una questione molto seria.

    Ora la parola passa al Papa, che potrà decidere di rispondere o non rispondere, agire o far finta di nulla, tuttavia in ogni caso sarà una risposta.

    Risulta alquanto evidente, e facile da comprendere a tutti, incluso al citato quotidiano che diversamente il Papa renderebbe, nei fatti, assolutamente accettabile e “Tollerabile” che un qualsiasi prete possa dormire nello stesso letto con un bambino. Risulterebbe accettabile e “Tollerabile” che il Vescovo può  semplicemente spostare il prete presunto abusatore in un altro contesto di bambini (senza per altro avvisare nessuno, men che meno i genitori).

    Solo qualora si scoprisse, per altre vie, che il prete non aveva portato a letto il bambino perché aveva paura del buio ma bensì per abusare di lui (“abominevole”), allora il prete sarà abbandonato al suo destino, mentre il Vescovo continuerà a gestire analogamente i successivi spostamenti a prescindere dai finti e inutili proclami.

    Altro che macina da Mulino! Questa è la madre chiesa? grazie Papa Francesco.

    La Redazione

  • La condanna del don abusatore svela i peccati della curia

    La condanna del don abusatore svela i peccati della curia

    Dalle motivazioni per la pena (6 anni e 4 mesi) inflitta a Galli emergono violazioni al diritto canonico da parte della diocesi

    di Giorgio Gandola

    “Il comportamento delle autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pm alcun impulso a esercitare l’azione penale”. L’assoluzione, o meglio la benedizione laica, arriva dal giudice del tribunale di Milano, Ambrogio Moccia, che nelle motivazioni (durissime) della condanna a 6 anni e 4 mesi di don Mauro Galli per abuso sessuale su un parrocchiano minorenne, tiene a distinguere e a difendere il ruolo dell’allora vicario episcopale, Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda.

    Lui che pur avendo testimoniato alla polizia “mi furono subito segnalati presunti abusi sessuali compiuti durante la notte” non aveva posto le basi per un’immediata indagine canonica; lui che da diretto superiore di don Galli si era limitato a spostarlo da Rozzano a Legnano lasciandogli la responsabilità di gestire adolescenti (circostanza vietata dalle linee guida della Cei), era il convitato di pietra di questo processo. Ai margini, ovviamente senza alcuna responsabilità penale perché, a differenza che in molti Stati esteri, in Italia non c’è obbligo di denuncia da parte dei vescovi.

    Delpini rimane coinvolto in pieno nei richiami formali di papa Francesco e dei suoi predecessori, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, all’interno della famosa – e applicata a singhiozzo – tolleranza zero nei confronti non solo dei preti pedofili, ma anche dei vescovi che compiono omissioni nel caso di sacerdoti colpevoli di abusi sessuali sui minori. Sottolinea proprio Bergoglio, nel motu proprio Come una madre amorevole, che il diritto canonico prevede la rimozione dall’ufficio ecclesiastico per “cause gravi”. Il Pontefice precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”.

    A sottolineare la gravità di ciò che accadde la notte del 21 dicembre 2011 nel lettone di don Mauro, dal punto di vista canonico, è lo stesso avvocato Mario Zanchetti nell’arringa processuale. Volendo difendere il suo assistito dal punto di vista penale, il legale ha spiegato in aula: “È del tutto evidente che aver preso nel letto un ragazzo di 15 anni e averlo abbracciato perché non cadesse non è una leggerezza, è una violazione estremamente seria della condotta che un educatore e un sacerdote deve tenere. È una cosa grave. Non è penalmente rilevante”, proseguì nell’arringa Zanchetti, “ma dal punto di vista ecclesiale è una cosa estremamente grave, che è costata a don Mauro Galli la carriera pastorale”.

    E ancora “Sono 15 anni che seguo la diocesi di Milano e sono 15 anni che a tutti i sacerdoti diventati sacerdoti anche in seminario dico che queste cose sono di una gravità inaudita. Un sacerdote non deve pensare di dormire nella stessa stanza con un ragazzo, figurarsi nello stesso letto”.

    Pesanti imbarazzi restano in vista del processo d’Appello. E deve averne avuti anche papa Francesco quando nel maggio scorso ha evitato di inserire monsignor Delpini, pur da lui molto stimato, fra i candidati per la nomina di 14 cardinali. Nessuna incertezza invece sulla sorte di don Galli, il comportamento del quale è stato definito “abominevole” nelle 21 pagine di motivazione della sentenza giudiziaria, che parla di atti di libidine, palpeggiamenti, tentativi di penetrazione come emerso dal dibattimento. Proprio la lunga elaborazione del ricordo di quei fatti da parte della vittima, per il tribunale è la prova della “sofferta spontaneità delle accuse”; la conferma di una “concupiscenza già sollecitata da un unilaterale impulso di attrazione fisica” sulla quale si pone l’aggravante dell’abuso “in qualità di ministro del culto cattolico”. Il procedimento canonico di questo “abominio” ha un solo accusato e si perde nelle nebbie.

    (trascrizione da La Verità del 22 novembre 2018)

  • “Abominevoli gli abusi del prete”

    “Abominevoli gli abusi del prete”

    Luca Fazzo

    Milano Il comportamento di don Mauro Galli, prete della parrocchia di Rozzano, fu «abominevole»: ma non c’è traccia di reati commessi dai vertici della Curia di Milano per proteggerlo.

    Questa è la conclusione cui sono arrivati i giudici chiamati a giudicare il sacerdote accusato di violenza sessuale, ma anche a districarsi in un processo su cui l’ombra delle inerzie e delle coperture fornite dai superiori si è fatta sentire a lungo. Anche perché il più alto in grado, tra i superiori di don Galli coinvolti nella vicenda, era Mario Delpini: allora vicario episcopale, oggi Arcivescovo di Milano. E che proprio per il suo ruolo nell’affaire, si disse, vide sfumare l’anno scorso la promozione a cardinale.

    Nelle ventuno pagine delle motivazioni depositate ieri dal giudice Ambrogio Moccia, al tema delle coperture viene dedicata solo una nota a piè di pagina, ma assai esplicita. Il giudice se la prende con il clima di «anticlericalismo tematico» che «è parso materializzarsi nell’intorno del processo». Un clima che secondo il giudice «non sembra trovare nell’attualità alcuna legittimazione storica», visto «l’atteggiamento da tolleranza zero della massima impersonificazione della Chiesa militante, cioè il Papa, verso i casi accertati di pedofilia». Quanto al ruolo diretto di Delpini, che dopo avere appreso dei contatti tra don Galli e un giovane parrocchiano, si limitò a spostarlo di parrocchia, il giudice ricorda che «il comportamento delle autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pm alcun impulso ad esercitare l’azione penale».

    Assai severe, per il resto, le valutazioni sul comportamento di don Galli, che dopo avere invitato un quindicenne a passare la notte in canonica e averlo fatto accomodare nel proprio letto, si lasciò andare a atti di libidine, palpeggiamenti, tentativi di penetrazione: comportamenti che la vittima riferì con dettagli via via sempre più gravi, e proprio su questa varietà di versioni la difesa di don Galli ha puntato per negare tutto (tranne l’ospitalità in casa e nel letto). Ma per il giudice proprio l’evoluzione testimonia la «sofferta spontaneità» delle accuse del ragazzo. L’assalto notturno, d’altronde, non fu che il frutto di «una concupiscenza già sollecita da unilaterale impulso di attrazione fisica», compiuto «abusando della qualità di ministro del culto cattolico». Da qui la condanna a sei anni e quattro mesi.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/abominevoli-abusi-prete-1604405.html

  • “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    di Serena Agostani

    INTERVISTA – La parola ai genitori del ragazzo che fu abusato dal sacerdote quando era adolescente. Dal processo è emerso che l’arcivescovo di Milano, pur informato dell’accaduto, decise di non denunciare il prete ma anzi di spostarlo in un altro oratorio (a Legnano)

    “Perché la Chiesa non fa niente?” “Tolleranza zero sui pedofili: dal Papa ci aspettiamo coerenza”

    LEGNANO – “Io e mio marito siamo rimasti cattolici praticanti, ma profondamente addolorati perché il dramma degli abusi sessuali da parte del clero non viene preso in considerazione seriamente dalla Chiesa: fanno “qualcosa” solo se c’è una denuncia e se intervengono i giornali. E questo è molto triste”.

    Cristina Balestrini, parla per esperienza personale: suo figlio Alessandro Battaglia, 22 anni, fu abusato da un sacerdote quando era adolescente e, prima di ottenere giustizia, ha dovuto scontrarsi – denuncia la famiglia – “con l’omertà dei vertici della Chiesa”.

    Chiesa che pure lei e il marito Ettore Battaglia, continuano a frequentare. “Non è facile conservare la fede quando si è costretti ad affrontare un’esperienza come la nostra – spiega la donna accogliendoci in soggiorno, dove fanno bella mostra di sé un crocifisso e una Bibbia aperta su un leggìo, insieme al fratello Giovanni Balestrini –, quando si vede il proprio figlio devastato al punto tale da tentare il suicidio per ben quattro volte. Ma noi siamo convinti che Dio non c’entri, e che a sbagliare siano le persone. Lo stesso non si può pretendere da Alessandro: lui, che è cresciuto in parrocchia, dov’era attivissimo, ora non vuole più saperne e dice spesso che i suoi figli non vedranno mai l’interno di una chiesa. Fortunatamente, seppure con moltissima fatica, sta cercando di provare a vivere una vita “normale”. In questi anni è sempre stato affiancato da psichiatri, le sue condizioni sono finalmente migliorate quando ci siamo affidati a un terapeuta specializzato nella gestione dei disturbi post-traumatici”.

    I fatti, per i quali lo scorso 20 settembre è stata pronunciata la sentenza di primo grado, risalgono al 2011 e avvennero a Rozzano, dove la famiglia Battaglia risiede ancora oggi. Sette anni dopo, i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato il prete, don Mauro Galli, originario di Cislago, a sei anni e quattro mesi di reclusione. Una sentenza che ha avuto vasta eco anche a Legnano, dove il sacerdote prestò servizio nel 2012.

    Una sentenza che per la famiglia di Alessandro non è coincisa con la fine della sua battaglia, anzi. “Da qualche mese ho deciso di collaborare attivamente alla Rete L’abuso – racconta la madre del giovane –, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero. Condividere la nostra esperienza con altri è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, per dire loro di non sentirsi sole. E anche Alessandro, dopo sette anni, ha deciso di “metterci la faccia”.” Una svolta non semplice, che non è arrivata dopo la condanna di don Mauro Galli, ma qualche giorno prima, a Berlino, durante il meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. “Lì si è trovato davanti una parete con una cinquantina di nomi – prosegue Cristina Balestrini –, quando gli è stato spiegato che era un modo di ricordare i ragazzi abusati dai sacerdoti che si erano suicidati ha capito di essere un sopravvissuto. E ha sentito l’urgenza di uscire allo scoperto per dire a tutti che quando si è vittima di violenza, bisogna denunciare e farlo subito”.

    Una consapevolezza che Alessandro e la sua famiglia hanno maturato tardi. “Noi per primi – ammette la donna – abbiamo commesso l’errore di non rivolgerci alle forse dell’ordine. Da cattolici, la prima cosa che abbiamo fatto è stata informare il nostro parroco. Ci eravamo illusi che bastasse questo affinché la giustizia facesse il suo corso, invece di siamo accorti solo dopo, a nostre spese, che nulla si muoveva. Anzi, quando abbiamo saputo che don Mauro Galli, su cui pendeva il sospetto di pedofilia, era stato spostato a Legnano, di nuovo a contatto con i giovani, siamo rimasti allibiti. La scelta, presa da don Mario Delpini, che allora era vicario episcopale e che pure sapeva tutto, ci ha gettato nello sconforto e ha aperto in noi una caso di coscienza: che cosa sarebbe potuto succedere ad altri ragazzi? Allora abbiamo iniziato a risalire tutta la gerarchia ecclesiastica scrivendo a vescovi e cardinali. Certo non avremmo immaginato di dover arrivare fino al Papa. Ora il Santo Padre non può sostenere di non sapere o di essere male informato come per il caso del Cile, chiediamo dunque coerenza. Francesco predica la “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili, allora perché si tollera che un prete si porti a letto un minore e un vescovo consapevolmente semplicemente lo sposti ancora a contatto con i minori?”.

    PROCESSO – IL TRIBUNALE DI MILANO LO HA CONDANNATO A SEI ANNI E QUATTRO MESI

    La sentenza è arrivata giovedì 20 settembre. Colpevole. Così la quinta sezione penale del Tribunale di Milano ha giudicato don Mauro Galli, a processo con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni.

    Il sacerdote, 39 anni, nativo di Cislago, ha prestato servizio anche a Legnano: nel 2012 fu vicario nella parrocchia di San Pietro al quartiere Canazza e responsabile della pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. I fatti contestati avvennero a Rozzano nel 2011, e il suo trasferimento nella città del Carroccio sarebbe stato motivato proprio dalla decisione, presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca vicario di zona, di trasferire il prete ad altro incarico dopo la segnalazione fatta dai genitori del ragazzo ai parroci della cittadina (don Galli aveva ammesso subito di aver dormito nello stesso letto con il minorenne, negando però gli abusi).

    Il pubblico ministero Lucia Minutella aveva chiesto una condanna a dieci anni e otto mesi di reclusione. L’imputato, fuori dal processo, aveva versato 100mila euro di risarcimento ai famigliari del ragazzo, che non si sono costituiti parti civili. Il collegio, presieduto da Ambrogio Moccia, oltre a condannare il prete a sei anni e quattro mesi di reclusione, ha anche disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

    La difesa, rappresentata dall’avvocato Mario Zanchetti, ha preannunciato che ricorrerà in appello.

    I fatti avvennero tra il 19 e il 20 dicembre 2011, nella canonica di Rozzano dove abitava don Galli, che aveva l’incarico di vicario parrocchiale nel comune dell’hinterland milanese. Lì il ragazzo aveva trascorso la notte, su invito del sacerdote, “In vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo”. Davanti ai giudici il prete aveva ammesso di aver dormito nel letto matrimoniale con il 15enne, nonostante ci fossero altri letti a disposizione, ma aveva negato ogni contatto: stando alla deposizione resa in aula, don Galli si era difeso sostenendo di non aver mai “abbracciato” né “toccato” il giovanissimo.

    Il quale ha sempre raccontato un’altra verità, ora sancita dalla sentenza di primo grado.

    “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari – ha sottolineato il pubblico ministero nella requisitoria – non possono essere ripagate da un pagamento in denaro”. Anzi, secondo Minutella, vi è “una discrasia evidente nella difesa dell’imputato data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non aver cagionato”.

    A breve saranno rese note le motivazioni della sentenza.

    LA POSIZIONE DELL’ARCIDIOCESI

    “Abbiamo gestito il caso con scrupolo e coscienza”

    Dall’Arcidiocesi nessun commento sulla lettera aperta che i famigliari di Alessandro Battaglia hanno scritto al Santo Padre.

    Sull’intera vicenda don Mauro Galli, la Chiesa di Milano si è affidata esclusivamente a comunicati ufficiali e a quelli rimanda i giornalisti. Nel giugno 2017, pochi giorni prima dell’avvio del processo penale che vedeva il sacerdote cislaghese imputato per violenza sessuale ai danni di un minore, l’Ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi aveva rivendicato di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza”, provvedendo “cautelativamente a sollevare don Mauro dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi” e sottolineando che il trasferimento era “avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale della famiglia del ragazzo”.

    Alla conclusione del procedimento giudiziario, lo scorso 20 settembre, ha espresso “vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto” ricordando che “mentre la giustizia fa il suo corso, l’Arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli affidato alla responsabilità del Tribunale Ecclesiastico”.

    LA LETTERA APERTA DEI FAMIGLIARI DELLA VITTIMA AL PAPA – “Delpini sapeva e si limitò a spostare don Galli, ora faccia spontaneamente un passo indietro”

    “Caro Papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subito da nostro figlio Alessandro da parte di un sacerdote di Rozzano, don Mauro Galli, che pochi giorni fa è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”.

    Inizia così la lettera aperta che la famiglia di Alessandro Battaglia ha scritto al Santo Padre, della quale riportiamo ampi stralci.

    “In questi interminabili anni ti abbiamo scritto decine di volte, abbiamo scritto centinaia di pagine a tanti Sacerdoti, Vescovi, Cardinali, a partire dalla Chiesa locale, quella diocesana fino alle più alte istituzioni ecclesiastiche e ai tuoi più stretti collaboratori. Ci siamo affidati alla Chiesa fin dal primo giorno e abbiamo continuato a credere ed affidarci, in un crescendo di interlocutori, sempre più autorevoli.

    Le risposte aberranti o gli inspiegabili silenzi, ci hanno costretto a continuare in questo percorso fino ad arrivare a te, caro Papa Francesco, ormai già da diversi anni (la prima volta che ti abbiamo scritto direttamente risale al 2015).

    Oggi purtroppo sono finiti gli interlocutori e forse si sta anche spegnendo la speranza di essere ascoltati.

    Questa volta ti scriviamo con questa modalità perché non possiamo tacere e non possiamo lasciare nulla di intentato, e non possiamo nemmeno non commentare la nota stampa pubblicata il giorno della sentenza dal portavoce del nostro arcivescovo Mario Delpini: “L’Arcidiocesi di Milano prende atto della conclusione del procedimento giudiziario di primo grado a carico di don Mauro Galli. Esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto”.

    Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni. Come potrai riscontrare, se lo vorrai, tante persone, tante istituzioni, centinaia di pagine, Vescovi, Cardinali, che sanno e che hanno un nome e cognome. In diversi ci hanno risposto firmando le loro lettere, sono persone e istituzioni alle quali ci siamo rivolti, nella massima fiducia e speranza, anche se questa fiducia, progressivamente, veniva minata e sminuita dalle risposte o non risposte.

    Caro Papa Francesco noi ti abbiamo cercato tanto, creduto e preso sul serio, abbiamo denunciato alla Chiesa facendo nomi e cognomi come tu esortavi quando, anni fa, avevi fatto l’identikit del buon sacerdote, colui che sa ed ha il coraggio di denunciare con nome e cognome…

    Probabilmente abbiamo sbagliato perché, forse, ti riferivi solo ai sacerdoti, tuttavia noi invece ti abbiamo preso sul serio, ci siamo fidati e abbiamo denunciato esplicitamente il comportamento dell’Arcivescovo Mario Delpini e del Vescovo Pierantonio Tremolada. Ci hanno ringraziato ufficialmente e per iscritto, elogiando il nostro coraggio, come a dire che tutti dovrebbero seguire l’esempio da te insegnato, ma purtroppo non abbiamo trovato alcun riscontro a tale elogio… le solite frasi di circostanza.

    Ti abbiamo creduto quando hai promulgato in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole” la preziosa indicazione circa la rimozione dei Vescovi per causa grave, esplicitando chiaramente, e con forza, il caso di omissione per i reati di abuso sessuale.

    Le cose tuttavia non sono andate esattamente come oggi “indegnamente” pretende di esprimere la Diocesi di Milano citando la sua vicinanza a noi. Forse abbiamo un concetto di “vicinanza” leggermente diverso.

    È la stessa Diocesi che in questi anni ci ha formalmente diffidato, riservandosi di chiederci il maggior danno? La stessa Diocesi che ci intimava il silenzio quando insistentemente scrivevamo in Vaticano prima della nomina dell’Arcivescovo Delpini?

    È la vicinanza concreta espressa nella nostra Diocesi, dove il Buon Arcivescovo non ci ha mai contattato, se non per interposta persona, esclusivamente per ipotizzare la richiesta del maggior danno (ci sono i documenti, le diffide). Nessun altro ci ha chiamato, tranne don Alberto Rivolta, unico flebile e fragile legame tra la chiesa e nostro figlio, ma che, a settembre 2018, è stato trasferito in un’altra parrocchia da mons. Delpini.

    Ci ha onestamente spiazzato anche il tuo attuale Nunzio Apostolico per l’Italia Cardinale Emil Paul Tscherring, quando ben prima che tu nominassi l’Arcivescovo Delpini quale rappresentante all’attuale Sinodo dei Giovani, ci annunciava per iscritto, con piacere, che finalmente ora tutta questa vicenda era direttamente nelle tue mani: ci era sorto il dubbio che le decine di lettere che ti avevamo scritto e le risposte del tuo precedente nunzio Apostolico, Cardinale Adriano Bernardini, non ti fossero mai giunte.

    Il comunicato della Diocesi di Milano, da quasi un anno pubblicato sul sito ufficiale www.chiesadimilano.it intitolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” ci spiega che il “povero” Delpini dal 2011 sapeva solo che il prete aveva portato nel letto il minore, descrivendo nel dettaglio il tipo di letto.

    Ma se Delpini sapeva perfettamente dal letto e proprio per questo motivo scelse di spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori e incaricato dalla pastorale giovanile, come si concilia con la spiegazione offerta dal suo consulente in aula?

    Noi non sappiamo se quanto scrivono i giornali … gli scandali che emergono in questo ultimo periodo, le migliaia di persone coinvolte… non sappiamo se tutto sia perfettamente ricostruito, quali siano le reali responsabilità.

    Ma sappiamo per certo che la nostra storia, sofferta, vissuta e non voluta, è tutta vera: in questo caso non abbiamo bisogno dei giornalisti, se non per riuscire a fartelo sapere.

    Lo sappiamo per certo: non perché ci affidiamo alla nostra memoria o eventuali suggestioni dovute all’inevitabile coinvolgimento personale, ma semplicemente perché, ancora una volta, ci eravamo fidati della Chiesa, avevamo preso alla lettera il suggerimento di un sacerdote, padre Aleardo, che ci disse in modo perentorio – sorprendendoci e lasciandoci basiti – di “documentare tutto, registrare tutto, scrivere, archiviare, duplicare i contenuti, fare un diario quotidiano, archiviare sms, chat, incontri…” Allora non capivamo.

    Ora possiamo dire “grazie” per questo misterioso suggerimento: ci restituisce una estrema serenità.

    Possiamo dimostrare tutto oggettivamente, senza commettere errori di interpretazione, grazie quindi alla Chiesa che, se pur in modo aberrante, dobbiamo onestamente riconoscere ci ha spesso risposto inaspettatamente.

    Tutto questo proclamare la “Tolleranza Zero” e poi?

    L’ermeneutica del 2018?

    Quindi quando un Vescovo come mons. Delpini o mons. Tremolada spostano un prete accusato di pedofilia da una parrocchia all’altra, sapendo con certezza che quantomeno il sacerdote si era portato a letto un minore, sta insabbiando il caso oppure semplicemente non se ne vuole occupare?

    Nella “Tolleranza Zero” questi casi si possono semplicemente rubricare come errori accettabili?

    Caro Papa Francesco, noi ti avevamo creduto quando nel 2014 dicevi che i Vescovi avrebbero dovuto rendere conto se non avessero esercitato il loro servizio di pastori per la protezione dei minori:

    “… mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…”

    Non avremmo mai immaginato che solo poco dopo, nel 2018, avresti tollerato che gli stessi Vescovi avessero potuto viceversa scegliere di non occuparsi degli abusi dei loro sacerdoti rendendoti persino orgoglioso.

    Caro Papa Francesco, consentici infine un suggerimento per l’Arcivescovo Delpini ma anche per il Vescovo Tremolada (magari illuminati dall’esempio del Cardinale Wuerl): se è vero che Delpini ti vuole tanto bene, forse potrebbe aiutarti in questa triste vicenda evitandoti di dover rispondere o non rispondere a questa lettera.

    In entrambi i casi ci sarebbe una chiara presa di posizione da parte tua.

    I fatti stessi dimostrano e dimostreranno le tue decisioni e le tue posizioni nel merito. Se davvero ti vogliono bene (come l’8 settembre mons. Delpini ha proclamato commosso in Duomo e tanta gente ha applaudito), potrebbero fare spontaneamente un passo indietro rinunciando alla carica.

    Al di là della sentenza di secondo grado o canonica questo aspetto riguarderebbe esclusivamente il profilo penale rispetto al sacerdote: nulla varierebbe invece rispetto alla condotta del Vescovo che sapeva con certezzo che lo stesso prete aveva quantomeno portato a letto un ragazzino, e lo ha semplicemente spostato come se nulla fosse.

    Gli chiediamo questo coraggioso gesto per rispetto nei tuoi confronti, non per noi”

    Cristina Balestrini, Ettore Battaglia, e zio Giovanni

    UN’ONDA VIOLA CONTRO GLI ABUSI SESSUALI DEL CLERO: I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO TRASPARENZA E GIUSTIZIA

    Un’onda viola – il colore liturgico del dolore, del lutto e della penitenza – contro gli abusi sessuali del clero e il silenzio che troppo spesso li copre. È quella che si è alzata sabato 3 novembre in 37 Paesi del mondo, Italia compresa, in occasione della Giornata mondiale dei sopravvissuti, le persone che, dopo aver subito una violenza da parte di un prete, hanno continuato a vivere. Le associazioni che si occupano di abusi all’interno della Chiesa hanno fatto un flash mob, esponendo un grande striscione in inglese in cui vengono denunciati i crimini sessuali.

    Nel nostro Paese i manifestanti hanno scelto piazza San Marco a Venezia perché il loro richiamo potesse diffondersi in tutto il mondo. A promuovere la giornata è stata l’associazione Rete L’abuso, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero (e della quale fanno parte anche il giovane Alessandro Battaglia e i suoi genitori Ettore Battaglia e Cristina Balestrini), in collaborazione con Eca (Ending clergy abuse, un’organizzazione internazionale di attivisti per i diritti dei bambini e delle vittime che si sono unite in una causa comune per sfidare la Chiesa a proteggere i minori dagli abusi del clero e aiutare le vittime a trovare una giustizia reale nella loro vita).

    La data scelta non è casuale: il 3 novembre si celebra infatti san Martino de Porres, il santo patrono della giustizia sociale. E proprio giustizia e trasparenza sono state le richieste dei manifestanti per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Tre le richieste fatte al Papa: La prima: “Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale”. La seconda: “Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero”. E poi ancora: “Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali”.

    “A Venezia è andata molto bene – racconta Cristina Balestrini –, diverse persone si sono fermate a chiedere informazioni e anche sui social c’è stato un notevole richiamo con interventi un po’ da tutto il mondo. Purtroppo Alessandro non è venuto, sabato non stava benissimo”. Ma i suoi genitori erano in piazza anche per lui, oltre che per tutti coloro che come lui sono stati costretti a soffrire nel silenzio e nella vergogna, ai quali hanno voluto dire: “Tu sei creduto, tu sei amato, noi siamo qui per te”. “Che cosa significa per la mamma di una vittima – si domanda Cristina Balestrini – mettersi in gioco partecipando a eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”. Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendono che denunciare i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture) non è un attacco verso il Papa o verso la Chiesa. ricercare la verità e la giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa, e non è quella che ti aspettavi”.

    (trascrizione da Settegiorni Alto Milanese del 9 novembre 2018)

  • Papa Francesco frena i vescovi Usa sulle linee guida contro la pedofilia

    Papa Francesco frena i vescovi Usa sulle linee guida contro la pedofilia

    Giunge la richiesta di attendere febbraio, quando ci sarà il summit mondiale dei vescovi. Attacco dei siti cattolici americani, prossimo “incendio” in Italia

    By Maria Antonietta Calabrò

    Colpo di scena a Baltimora all’assemblea generale dei vescovi americani chiamata a votare le nuove misure anti-abusi dopo i recenti scandali sulla pedofilia, dopo il caso Viganò e dopo le sanzioni contro l’ex cardinale Theodore McCarrick. In apertura dei lavori il cardinale Daniel Di Nardo, presidente della Conferenza episcopale americana, ha annunciato che il Papa ha chiesto ai vescovi americani di non votare nuovo linee guida per contrastare gli abusi e di attendere, applicando il criterio della sinodalità, qualche mese cioè il prossimo febbraio, quando ci saranno le conclusioni della riunione sul problema di tutti gli episcopati del mondo convocati in Vaticano.

    All’apertura dei lavori (che proseguiranno con meditazioni e preghiere), Di Nardo ha detto che “alla luce delle notizie di questa mattina, il mio intervento di indirizzo cambia”, pur restando fermo l’impegno a un “programma specifico di maggiore responsabilità episcopale che discuteremo in questi giorni”.

    È cambiata insomma l’agenda dell’Assemblea dei vescovi americani, nonostante in 14 Stati siano state aperte inchieste penali sulle coperture ai preti pedofili e un ordine federale abbia vietato alle diocesi di distruggere gli archivi relativi ai casi di pedofilia. Questo sembra essere comprensibile in un solo modo. Francesco non vuole farsi dettare l’agenda dall’esterno, imporre il ritmo (lo spin) dal susseguirsi delle emergenze (come era avvenuto nei primi anni di pontificato), e intende tenere fermo il timore della barca imponendo una riflessione che è innanzitutto di purificazione spirituale. In ogni caso, Francesco prende su di sé la grande responsabilità di indicare la strada che serva a risolvere una volta per tutte questa piaga.

    Aprendo l’Assemblea, il nunzio – l’ambasciatore del Papa – negli Stati Uniti, arcivescovo Cristophe Pierre, che venerdì scorso era stato ricevuto dal Papa in Vaticano, ha detto che non c’è altro modo di riformare la Chiesa se non “soffrire per essa” e pur ringraziando i media per aver portato alla luce lo scandalo degli abusi del clero, ha criticato l’impressione che la chiesa abbia fatto poco riguardo agli abusi. “Questo semplicemente non è vero”, ha detto, anche se c’è sempre da fare di più.

    “È finita”. Si apre però con queste due parole – che non lasciano dubbi interpretativi – la lettera aperta sugli abusi sessuali del clero che il periodico progressista americano National Catholic Reporter ha indirizzato proprio oggi ai vescovi americani che dovevano riscrivere le linee guida antiabusi fissate a Dallas nel 2002. “È finita – continua il NCR – con la manipolazioni di questi ultimi 33 anni ed è finita con tutti i tentativi di equivocare o deviare da quello che ha condotto la Chiesa a questo momento. Non c’è più niente da nascondere”, è scritto sul durissimo editoriale che apre il magazine cattolico. Il report del Gran Giurì della Pennsylvania con la denuncia di abusi perpetrati su mille bambini, il caso McCarrick, l’apertura di un’indagine penale federale – con cui si è chiesto nei giorni scorsi a tutte le diocesi di non distruggere alcun documento legato agli abusi sessuali del clero – sono tutti dossier sul tavolo della Conferenza episcopale statunitense, mentre di “due possibili punti di svolta” scrive John Allen su Crux sottolineando che oltre all’assemblea dell’episcopato americano, si apre domani (dopo l’ufficio di presidenza di oggi) anche quella della Conferenza episcopale italiana, e che anche in questo caso dovranno essere riviste le linee guida per affrontare i casi di pedofilia, scritte nel 2014.

    Pur assicurando ai vescovi americani di non essere soli e abbandonati, l’editoriale del NCR denuncia “una putrefazione al cuore della cultura affidata alla leadership della comunità cattolica. Un marcio così pervasivo che ha toccato ogni aspetto della vita della comunità, sconvolgendo tutte le certezze e le presunzioni su chi siamo e su chi siete voi che dovevate tenere insieme la comunità”. L’articolo chiama in causa esponenti ecclesiali e intellettuali cattolici di rilievo che non hanno voluto credere ad “una copertura degli abusi così sistematica” e che “hanno denigrato quelli che hanno sollevato le domande difficili e hanno perseguito la verità”. Nella lettera si chiede un’esame di coscienza personale e come corpo dei vescovi a partire da una domanda: “Come abbiamo potuto noi, e i nostri fratelli del passato, voltare le spalle a bambini che erano stati sessualmente torturati dai nostri sacerdoti per proteggere quei preti e la nostra cultura?”. Come risposta si cita la proposta del cardinale di Chicago, Blaise Cupich, di sradicare dalla vita della Chiesa “il privilegio, il potere e la protezione di una cultura clericale e cedere l’autorità su questo fronte”.

    “Tra gli esperti sulla crisi degli abusi, è quasi scontato che uno dei prossimi posti in cui l’incendio sta per scoppiare sarà l’Italia”, sostiene Allen su Crux. Un esempio, citato da Allen è quello dell’arcivescovo Mario Delpini di Milano, che è stato accusato di aver coperto un caso di abuso quando era il vescovo ausiliare e vicario generale dell’arcidiocesi. Viene citata una sua testimonianza resa durante il processo civile su don Galli, che venne trasferito da lui ad altra parrocchia proprio come responsabile della pastorale giovanile nonostante le notizie di abuso. Alla domanda se fosse consapevole di questo, Delpini ha risposto: “Sì, certo che ero consapevole”. “Se non è un incendio che sta per scoppiare questo…”, ha concluso Allen.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/11/12/papa-francesco-frena-i-vescovi-usa-sulle-linee-guida-contro-la-pedofilia_a_23587414/

  • L’Arcivescovo di Milano solidale con Bergoglio. Nel silenzio degli abusi sessuali – di Aberforth

    L’Arcivescovo di Milano solidale con Bergoglio. Nel silenzio degli abusi sessuali – di Aberforth

    Durante il solenne pontificale dell’8 settembre scorso -festa di Santa Maria Nascente, titolare del Duomo di Milano- l’arcivescovo mons. Mario Delpini così commentava le polemiche dopo le sconvolgenti dichiarazioni del collega arcivescovo Viganò: «Noi vogliamo bene al Papa. E questo si esprime ascoltando la sua voce e leggendo i suoi testi. Noi non dipendiamo dai titoli dei giornali». Che in Curia a Milano non condividano il giudizio negativo nei confronti dei metodi bergogliani relativi ai casi di abuso si era già capito senza tante sviolinate nel recente scandalo scoppiato attorno a don Mauro Galli.

    Il giovane sacerdote di 39 anni originario di Cislago è stato recentemente condannato a 6 anni e 4 mesi di carcere dal tribunale di Milano per aver abusato su un ragazzo di 15 anni nel 2011 nella sua canonica a Rozzano. All’epoca dei fatti l’arcivescovo era il card. Angelo Scola, mentre mons. Delpini era vicario. Il giovane secondo l’accusa accolta dalla recente sentenza, si è trattenuto per la notte in casa del giovane sacerdote per dormire con lui nel suo letto dopo un’iniziativa in oratorio. Durante la notte si sarebbe accorto delle eccessive ed esplicite attenzioni di don Mauro. L’indomani avrebbe raccontato alla sua famiglia ciò che con la luce del giorno pareva essere sempre di più una vera e propria molestia. La famiglia, convinta che il pernottamento del figlio in oratorio fosse condiviso anche dagli altri ragazzi dell’oratorio, si rivolge immediatamente al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza esponendogli la gravità dei fatti. Il parroco consulta subito il vicario mons. Delpini che prende in carico la delicata faccenda e giunge a Rozzano la vigilia di Natale per discutere immediatamente del caso. Come quasi sempre avviene si sceglie la via del silenzio e dell’insabbiamento: complice il fatto che la famiglia del giovane fosse credente e ben inserita in parrocchia, il vicario si sarebbe prodigato in fumose rassicurazioni con promesse di provvedimenti. Nel 2012 don Mauro viene però trasferito a Legnano, in un’altra parrocchia a contatto ancora con giovani e bambini. La famiglia viene rassicurata che il sacerdote sarebbe stato controllato in maniera rigorosa ma ciò non basta. La famiglia tenta un abboccamento col card. Scola ma viene ricevuta dal vescovo mons. Pierantonio Tremolada, allora responsabile dei sacerdoti da poco ordinati (come don Galli) e attualmente vescovo di Brescia e successivamente da mons.  Mario Delpini, allora vicario di zona. La famiglia –astutamente- registra i colloqui avvenuti con i presuli. La testimonianza e le registrazioni si possono ascoltare qui:

    Mons. Delpini si difende dicendo di non aver bene compreso la gravità del fatto così come era stata presentata. Nel comunicato ufficiale della diocesi viene infatti riportato:

    “…Nell’immediatezza dei fatti ora oggetto di indagine – siamo nel dicembre 2011 – era emerso soltanto che don Mauro Galli aveva ospitato presso la sua abitazione il ragazzo (con il consenso previo dei genitori del minore) dormendo quella notte nello stesso letto a due piazze…” La deposizione stessa dell’imputato (agli atti), esplicita su precisa domanda che si trattava di un letto matrimoniale non a due piazze…

    E ancora… “…Un atteggiamento – quello del sacerdote – di sicuro gravemente imprudente, ma che – stando alla conoscenza dei fatti dell’epoca – di certo impediva di ipotizzare qualsivoglia reato…”

    Questa versione è stata però smentita dal parroco di Rozzano:

    “…io ho parlato in quei giorni li, prima di natale, dopo natale, sia con Delpini in diretta, sia con Tremolada per telefono per diverse volte, va be, se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini. Se Delpini viene a dirvi, a settembre, che lui quelle robe li non le ha mai sentite, è un gran figlio di puttana, lo dico seriamente perché questo noi gli abbiam detto dal primo giorno, al giorno in cui finalmente ci ha detto, va bene lo spostiamo…”

    E ancora: “…e poi se vanno là a chiedere che cosa hanno detto al parroco di là perché… voglio dire, io poss.. posso anche dire: “lo metto io da un’altra parte” se lo affido a una persona che so che è il massimo che c’è sul mercato, posso anche dire: “guarda te lo metto li, lui dovrebbe fare un percorso… però so che ci sei tu che me lo blindi”… cazzo poi dopo scopri che invece al parroco quasi non gli han detto niente!!!…”

     

    Mons. Delpini rivendica la scelta di trasferire don Galli a Legnano (in una parrocchia ancora più grande, come sempre avviene in questi casi) e ringrazia la famiglia per non essersi rivolta alla magistratura. Nel 2014 però la famiglia del giovane decide di sporgere denuncia in seguito ad un ulteriore trasferimento di don Mauro Galli a Roma per studi (Roma è infatti un noto toccasana per curare certe tendenze!) e dopo aver saputo che nel tempo libero poteva tornare liberamente in diocesi a Milano esercitando il ministero pastorale.

    Mons. Delpini viene dunque interrogato fornendo una versione subito smentita dalle intercettazioni. La giovane vittima invece subisce sempre di più un tracollo psicologico, arrivando a ben 4 tentativi di suicidio. I famigliari cominciano con lui un percorso psichiatrico e psicoterapico per far emergere i fatti di quella notte in canonica. Decidono perciò di prendere il toro per le corna e sporgere denuncia. Il processo inizia nel 2017, anno in cui mons. Delpini viene nominato arcivescovo di Milano e mons. Tremolada vescovo di Brescia. L’istituzione ecclesiastica, ancora una volta, ha scelto la strada fumosa del riserbo e dell’insabbiamento. Non ha svolta alcuna indagine preliminare nemmeno davanti al solo sospetto di un abuso. Ha preferito trasferire il sacerdote incriminato in posti ancora più pericolosi per il suo ministero sacerdotale e non è riuscita a fornire risposte degne alla famiglia. Hanno perso tutti: la comunità diocesana, la famiglia (cattolica e praticante), il ragazzo abusato e il sacerdote abusante. Nessuno ha ricevuto le risposte e i mezzi adeguati per poter guarire. Non ci si stupisce allora del fatto che anche la festa della natività di Maria diventi occasione di sviolinare la corte imperiale di Santa Marta, la quale ha nominato i due presuli coinvolti promuovendoli in quel di Milano e di Brescia. La fedeltà deve pur essere pagata.

    Intanto a Brescia circolano sulle scrivanie dei parroci alcune lettere anonime scritte da uno o forse più sacerdoti. Lamentano la rivoluzione Tremolada realizzata in soli pochi mesi dal suo insediamento, l’eccessiva clericalizzazione della curia (ma non era l’ora dei laici?), dell’utilizzo indebito dello slogan sinodale di fronte a scelte prese sempre più dall’alto e della cattiva oculatezza nella scelta dei parroci: chi combina disastri economici o pastorali viene infatti promosso sovente in parrocchie più grandi. Sono tutti elementi distintivi di questo pontificato e non c’è da stupirsi che vengano realizzati in piccolo anche nelle diocesi italiane. Colpisce in queste missive la citazione esplicita dei fatti di Rozzano:

    “il Bello del Vivere [titolo della lettera pastorale di mons. Tremolada, ndr] è recepire al convegno del clero che la questione della pedofilia è seria e che se qualcuno ha delle difficoltà le può dire a lui [al vescovo, ndr]. Infatti mons. Tremolada di esperienza ne ha avuta alquanto con don Galli che da Rozzano finisce a Legnano, in quel di Milano, complice l’attuale non eletto cardinale a Milano. Ancora non definite in appello ed in cassazione rimangono la questione penale (per ora ci si deve accontentare di sei anni e quattro mesi) e le implicanze dei superiori suoi del tempo.”

    Insomma: se il Potere continua sfacciatamente a tirar dritto per la propria strada, scegliendo il no-comment Bergogliano come metodo di risposta a problemi di assoluta gravità che invece attendono parole chiare e decise come quelle fornite a più riprese da mons. Viganò, il popolo di Dio pare voler scendere sempre più da questa giostra perversa e sceglie la via della Verità. Con buona pace della facciata sempre più traballante di una chiesa in estrema crisi e sull’orlo del collasso.

  • Vittima di abuso, Alessandro al papa: “Adesso mantieni la promessa”

    Vittima di abuso, Alessandro al papa: “Adesso mantieni la promessa”

    Alessandro Battaglia è una delle tante vittime di abuso sessuale compiute in questi anni da esponenti della Curia. Il ragazzo in un primo momento ha mantenuto il riserbo su quanto capitatogli, ma quando è andato ad un incontro di vittime in Germania ha capito che gli abusi vanno denunciati il prima possibile. In quella occasione, infatti, si è imbattuto in una parete composta da nomi di persone, chiese di cosa si trattasse e scopri che si erano i nominativi di ragazzi che si erano tolti la vita in seguito ad abusi subiti: “Lì ho capito di non essere più una vittima, ma un sopravvissuto”.

    La sua storia è anche l’ennesima dimostrazione che non esistono solo i sacerdoti che approfittano della propria posizione, ma anche una forma di omertà vigente all’interno di tutta l’istituzione Chiesa su simili reati che bisogna scardinare. La sua denuncia, insieme a quella di altre vittime, ha condotto ad un indagine ed alla condanna di don Mauro Galli, ma Alessandro adesso richiede che a pagare per quanto successo sia anche l’allora arcivescovo della diocesi di Milano Mario Delpini, il quale, informato degli abusi del sacerdote, decise di non denunciarlo e di spostarlo a Legnano.

    Il papa è stato informato del coinvolgimento di Delpini, Alessandro gli ha chiesto di intervenire

    Nel corso di questi anni la famiglia di Alessandro Battaglia ha mandato numerose lettere alla curia di Milano ed al Vaticano per chiedere giustizia nei confronti del figlio e far sì che nessuno potesse fingere di non essere a conoscenza di quanto successo. In una delle ultime risposte ricevute, il Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig ha fatto sapere alla famiglia Battaglia che pure il papa è stato informato della situazione: “Desidero informarla che sono giunte al Santo Padre le diverse istanze da Ella indirizzate”. E’ possibile dunque che sia stata aperta un’indagine interna ai danni di monsignor Mario Delpini, anche se al momento non ci sono riscontri ufficiali in tal senso né tanto meno provvedimenti.

    Dopo tale informazione, Alessandro chiede direttamente al Santo Padre che vengano presi dei seri provvedimenti nei confronti dell’arcivescovo, visto e considerato che papa Francesco da tempo ribadisce l’assoluta necessità di eradicare tali crimini all’interno della Chiesa: “Caro Papa Francesco, sicuramente non avrai difficoltà a farti consegnare le intercettazioni telefoniche e i verbali di Polizia a disposizione dello studio legale che assiste la Diocesi di Milano. Sincerati di persona del comportamento dell’arcivescovo da te nominato, se ti interessano le vittime e non vuoi di nuovo incorrere in altri fastidiosi errori (…) Basta ipocrisie! Non è più tempo di mentire. Tu stesso ci spiegavi: nessuno sconto per i preti e per chi li copre. E dunque?”.

    Luca Scapatello

    https://www.lalucedimaria.it/vittima-abuso-alessandro-papa-promessa/

  • Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

    Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

    I familiari della vittima dell’abuso sessuale subìto da Alessandro Battaglia a Rozzano, nel 2011, da parte di don Mauro Galli, in questi anni hanno scritto decine di lettere a tutti i vertici della chiesa cattolica sia nella Diocesi di Milano che in Vaticano, includendo tra i destinatari anche direttamente il Santo Padre Papa Francesco. Per non lasciare nulla di intentato hanno deciso di affidare uno scritto molto dettagliato al quotidiano online “ilfattoquotidiano.it” destinato al Sommo Pontefice.

    Una Lettera Aperta che ripercorre tutta la dolorosa vicenda intrisa di vergognose menzogne, depistaggi e coperture omertose, messe in opera da parte di alti prelati citati ad uno ad uno, per essere certi di raggiungere a qualunque costo papa Francesco.

    Analizzando la copiosa documentazione, la corrispondenza intercorsa, le risposte ufficiali fornite ai familiari dei più stretti collaboratori di Papa Francesco e tutti gli articoli di cronaca pubblicati da alcune testate giornalistiche come LaVerità, senza contare poi i servizi televisivi di Quarto Grado che hanno svelato un inquietante precedente e gli altri servizi televisivi delle diverse reti, senza contare il Dossier presentato dall’associazione Rete L’ABUSO alle Nazioni Unite e la relativa inchiesta avviata dall’ONU, l’esposto/denuncia da parte della medesima Associazione unitamente alla più ampia associazione internazionale ECA a cinque Procure della Repubblica Italiana, alle conferenze stampa internazionali, agli innumerevoli articoli scritti sul caso dalla stampa estera in decine di paesi nel mondo, è difficile ipotizzare che proprio solo il Pontefice potesse essere all’oscuro di tutto.

    Se prima della nomina di mons. Delpini ad Arcivescovo di Milano, nel luglio 2017, e mons. Tremolada Vescovo di Brescia, i collaboratori di Francesco gli avessero raccontato un’altra “verità”, pur scrivendo essi stessi contemporaneamente ai familiari della vittima riferendo che le loro missive di denuncia erano lì giunte regolarmente e che tutto era in mano direttamente al Pontefice, ora, nel 2018, prima della nomina dello stesso mons. Delpini rappresentante del Sinodo dei Vescovi sui giovani (ottobre 2018) è davvero impossibile credere che ancora il Papa non sappia nulla.

    In particolare da quando è iniziato il processo penale a porte aperte (giugno 2017), che si è concluso in primo grado il 20 settembre 2018 con la condanna del prete a sei anni e quattro mesi, risulta difficile credere che in Vaticano ci sia ancora qualcuno che possa sostenere di non essere a conoscenza della denuncia che gli stessi familiari hanno fatto pervenire in Vaticano, già dal maggio 2015,  rispetto allo specifico comportamento omissivo dei due vescovi mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada.

    L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Cardinale Müller, già nel 2015 rispondeva in meno di 24 ore che avrebbe analizzato personalmente tutta la documentazione comprovante la fondatezza della esplicita denuncia.

    Nella recente lettere aperta indirizzata a Papa Francesco, pubblicata da “ilfatto quotidiano.it” il 19 ottobre 2018, di seguito riportata (clicca qui – Lettera aperta a Papa Francesco), si leggono i nomi e i ruoli di alcune persone informate sui fatti a cui con fiducia i familiari si erano rivolti: “Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni, a partire dall’allora parroco don Carlo Mantegazza, al nuovo parroco don Roberto Soffientini, all’attuale Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, al Cardinale Angelo Scola all’epoca Arcivescovo di Milano, a tutti i Vescovi, Cardinali, Monsignori, Nunzi Apostolici… a cui abbiamo scritto nelle diverse e più alte Istituzioni della Chiesa, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, all’attuale Prefetto e al precedente, al Segretario, ai diversi membri, al Tribunale Ecclesiastico, Giudici, Notai, Procuratori, al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, nelle sue più alte cariche, ai diversi Segretari di Stato che si sono susseguiti, alla Congregazione dei Vescovi e al suo Prefetto, al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al Presidente per l’esame dei ricorsi della Congregazione per la Dottrina della Fede, al Prefetto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, a tutti i suoi membri, ai tuoi Segretari, al Papa Emerito ecc. ecc.”

    Oggi il Santo Padre non può più  sostenere di non sapere, oggi è venuto il tempo della coerenza, dei provvedimenti, è giunto il momento in cui la credibilità è messa alla prova nei fatti.

    Gli ultimi avvenimenti di questi giorni non lasciano ben sperare, tenendo conto che tutta la documentazione relativa alla denuncia esplicita sul caso Delpini e Tremolada è di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede. A meno che il Santo Padre non decida personalmente di intervenire perché scopre, improvvisamente, di essere stato male informato dai suoi collaboratori come nel caso cileno del Vescovo Barros oggi sospeso.

    Ma quanti maldestri collaboratori dovrebbero saltare?

    Il Prefetto, Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, a cui sono giunte ormai una decina di copie di tutto il dossier sul Caso Delpini, recapitato più volte sia dai familiari della vittima che da tutti gli uffici curiali da essi contattati, come confermato per iscritto anche dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, dai diversi Nunzi Apostolici, dallo stesso Cardinale Scola già nel 2015, dal Tribunale ecclesiastico ecc.: è di fatto colui (Il prefetto Cardinale Ladaria) che governa l’istituzione ecclesiastica preposta a giudicare l’operato dei Vescovi, l’eventuale condotta omissiva nei casi di abuso sessuale da parte di clerici a loro affidati.

    Il Cardinale Ladaria è quindi la persona giusta che ha il dovere e la facoltà di decidere se “rinviare a giudizio” ecclesiastico i diversi vescovi denunciati come mons. Delpini e mons. Tremolada, colui che governa, che analizza le carte, le prove, i comportamenti ecc.

    Lo stesso Cardinale però è da anni accusato di aver a sua volta esplicitamente insabbiato almeno un caso di pedofilia, quello relativo Vescovo Barbarin che chiedeva consiglio rispetto all’abuso di un sacerdote a lui affidato.

    Il Vescovo Barbarin si era rivolto alla Congregazione per capire come comportarsi e il Cardinale Ladaria gli suggeriva scrivendogli di non dare pubblico scandalo insabbiando di fatto il caso.

    La giustizia penale Francese da alcuni anni sta invano tentando di recapitare la convocazione a comparire in tribunale in quanto accusato per presunta complicità nell’insabbiamento.

    Il Vaticano ha comunicato ufficialmente il 17 settembre 2018 alle autorità Francesi, in particolare al Ministero per gli affari Esteri in una nota resa pubblica il 18 ottobre 2018 da LaStampa Vatican Insider che il Vaticano, per il Cardinale Ladaria, ha invocato l’immunità diplomatica di cui gode il Cardinale stesso in quanto il  diritto internazionale riconosce «l’immunità penale ratione materiae agli agenti pubblici per atti compiuti in nome del sovrano Pontefice».

    Pertanto il comportamento esercitato da sua Eccellenza mons. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non può essere giudicato se semplicemente il Vaticano non ritiene sia il caso.

    Questo significa che non importa la verità, non importa se tutto ciò è aberrante, se il Papa ha raccontato un sacco di storie sulla “Tolleranza Zero”, sul giudizio dei Vescovi definiti addirittura “Caca”, non importa se non c’è posto nella chiesa per chi abusa e per chi protegge gli abusatori qualunque grado gerarchico essi occupino nella nostra Madre Chiesa, come una Madre amorevole… (forse il Papa si era semplicemente dimenticato di specificare che questo era valido per tutti eccetto che per i diplomatici).

    Non importa se un Cardinale insabbia, o concorre ad insabbiare un caso di pedofilia: in quanto diplomatico può legittimamente farlo, esercitando il suo sacrosanto diritto di insabbiare e sottraendosi al giudizio, purché lo faccia in nome e per conto del Pontefice.

    Alla luce di queste rassicuranti prese di posizioni ufficiali da parte del Vaticano, risulta difficile pensare che proprio il Cardinale Ladaria Ferrer decida di “rinviare a giudizio” il Vescovo Delpini o il Vescovo Tremolada che, per loro sfortuna, non potrebbero invocare e godere dell’immunità diplomatica, pertanto è certamente meglio non rispondere ad alcuna missiva.

    Certamente più saggio non sottoporre nessuno al giudizio ecclesiastico mentre tutto questo, incredibilmente, avviene alla luce del sole senza che il Santo Padre Papa Francesco, che ora sa tutto, muova un dito, preferendo viceversa, nei fatti, optare per i proclami plateali, rivolgendo scuse quasi quotidiane alle vittime che sono stufe marce anche solo di sentirle pronunciare.

    La Redazione

  • Denunciato il Governo italiano per omissioni e favoreggiamento alla pedofilia. Sono cinque le procure interessate

    Denunciato il Governo italiano per omissioni e favoreggiamento alla pedofilia. Sono cinque le procure interessate

    SAVONA – A seguito dell’interrogazione parlamentare del novembre scorso, dopo la diffida dello scorso febbraio, è stato depositato questa mattina presso la Procura della Repubblica di Savona, il fascicolo prodotto dalla Rete L’ABUSO di cui è titolare l’avvocato Mario Caligiuri, nel quale si contestano al Governo italiano gravi inadempienze; preventive, legislative e esecutive, in materia di pedofilia.

    Una denuncia molto circostanziata e sottoscritta unitamente al Presidente della Rete L’ABUSO, da decine di vittime e dai Funzionari e dai fondatori di ECA Global – l’associazione internazionale di cui la Rete L’ABUSO è fondatrice, presente in 42 paesi in quattro continenti.

    Un documento di 29 pagine, e più di 250 allegati, nel quale si chiede alla magistratura di verificare la fondatezza delle accuse di omissione, favoreggiamento e inadempienze attribuibili allo Stato italiano. Partendo proprio dalla mancata risposta delle istituzioni competenti alla diffida del 19 febbraio scorso, un silenzio che, sulla base delle priorità e della formulazione giuridica di quella diffida, già di per sè configurerebbe il reato di omissione di atti d’ufficio.

    Rome, Italy. 2nd October, 2018. Lieve Halsberghe from Belgium, member of ECA Global, lawyer Mario Caligiuri, Francesco Zanardi from Italy, president of Rete L’ABUSO, Matthias Katsch from Germany, member of ECA Global, and Marek Lisinski from Poland, member of ECA Global pose during the press conference of Rete L’ABUSO and ECA Global about the Italian situation of sexual abuse by clergy at the headquarter of the foreign press on 2 October 2018, in Rome, Italy. © Simone Padovani / Awakening / Alamy Live News

    Tra le altre contestazioni, vi è la mancata applicazione di alcune leggi ratificate dal nostro paese, come il Trattato di Lanzarote: si contestano in modo particolare due punti, uno dei quali è il certificato anti pedofilia (già contestato nell’interrogazione parlamentare del 27 novembre scorso) che esenta dall’esibirlo la fascia da sempre più a rischio, il volontariato, alla quale anche i sacerdoti appartengono. Il secondo punto è rappresentato dall’audizione delle vittime nei processi canonici che, secondo il Lanzarote, risulterebbe irregolare, in quanto vengono meno non solo le garanzie costituzionali del cittadino/vittima, che in quella sede si vede negare sia il sostegno di psicologi qualificati che la supportino ma, addirittura, anche il diritto di avere al suo fianco il proprio difensore di fiducia, non ammesso nei processi canonici.

    A livello di direttive europee e convenzioni che l’Italia ha ratificato, come per lo Stato del Vaticano, anche all’Italia si contesta la violazione della Convenzione ONU per la Tutela del Fanciullo, in quanto sta permettendo ad uno Stato estero (il Vaticano) di violarla anche sul suolo italiano rendendosi così complice. Contestazione che, anche dietro alla nostra diffida dello scorso febbraio, ha fatto si che le Nazioni Unite aprissero un’indagine sull’Italia. La mancanza del fondo per le vittime di reati gravi, ratificato ma inesistente, come i consultori per le vittime di abuso sessuale e il database dei c.d. predatori sessuali.

    Altro punto importante, segnalato anche nel rapporto delle Nazioni Unite, è la revisione dei Patti Lateranensi che l’avvocato Mario Caligiuri tratta ampliamente nel documento, soprattutto la parte che solleva i vescovi dall’obbligo della denuncia. Sembra paradossale ma in Italia, nel 2018, il concordato prevede ancora che il clero possa tacere di fronte alla legge, semplicemente appellandosi al segreto del confessionale, obbliga invece la magistratura ad informare il clero qualora venga aperto un fascicolo su un sacerdote.

    Il nostro paese, ad oggi, non solo risulta privo dei più basilari strumenti di prevenzione ma, addirittura, è privo di qualunque politica a contrasto del fenomeno e, malgrado le ratifiche, anche di qualunque politica di sostegno alle vittime. Praticamente un paese, c.d. civile, del terzo mondo.

    A prova della fondatezza delle accuse, i casi che la Rete L’ABUSO ha ribattezzato “i 4 casi Viganò italiani”, tutti procedibili in quanto non sono ancora intervenuti i termini prescrittivi e, tutti passati per le mani di Bergoglio, un capo di Stato e un leader religioso, che di fatto risulta inattendibile.

    Dei quattro casi, due vedono già aperti dei fascicoli e sono i casi dell’Istituto veronese Antonio Provolo, che vede stralciate le responsabilità del vescovo Zenti e le attribuiscono alla congregazione di diritto pontificio Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordi e quello  del sacerdote napoletano don Silverio Mura, che interessano rispettivamente le Procure di Verona e Pavia/Napoli.

    C’è poi il caso dei chierichetti del papa, qui la competenza territoriale tecnicamente apparterrebbe al Vaticano, in quanto i presunti abusi sarebbero avvenuti li, ma sulla competenza territoriale ci riserviamo eventualmente il così detto “asso nella manica” che dovrebbe, senza troppi problemi, mantenere il procedimento penale in Italia, per la precisione a Como.

    Infine il caso di don Mauro Galli, condannato poche settimane fa in primo grado a 6 anni e quattro mesi. In questo procedimento, anche grazie ad un accordo tra le parti che ha permesso alla diocesi di Milano di tirarsi fuori dal processo, è stata stralciata tutta la parte che vedrebbe le responsabilità dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del collega Pierangelo Tremolada, parte che, a nostro avviso, vede gravi omissioni e leggerezza da parte di coloro che lo hanno gestito e di Bergoglio che, informato, in barba ai suoi stessi proclami, ha di fatto con la nomina, promosso i due.

    Non mancano nella denuncia anche le false informazioni divulgate dalla Santa Sede e riportate per giorni dai giornali italiani, informazioni infondate che poi si sono tutte rivelate farlocche, oltre a mera pubblicità del Vaticano, squallidamente fatta sulla pelle dei bambini potenzialmente a rischio e delle vittime.

    Con questo documento la Rete L’ABUSO vuole stimolare, come accaduto in altri paesi, la magistratura italiana a procedere, sulla base della propria autonomia, chiedendo che le varie Procure competenti facciano capo alla Procura Generale della Repubblica, che potrebbe gestire o assegnare a quella di Savona il fascicolo.

    Tutta la documentazione sarà trasmessa in copia all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite di Ginevra che sta valutando la posizione dell’Italia.

    L’Ufficio di Presidenza

    L’esito della valutazione alla nostra contestazione e la legnata all’Italia. Al punto 21 del report

    “Sfruttamento e abuso sessuale

    21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.“

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • La Chiesa cattolica italiana sta negando gli scandali sugli abusi sessuali del clero?

    La Chiesa cattolica italiana sta negando gli scandali sugli abusi sessuali del clero?

    Finora, il paese con il maggior numero di preti cattolici al mondo – l’Italia – è stato risparmiato da uno scandalo di sacerdoti pedofili. L’anomalia potrebbe riflettere l’incapacità di Papa Francesco di ripulire la Chiesa – o la riluttanza della società italiana ad affrontare la questione.

    Alvise Armellini and Lena Klimkeit

    Roma (dpa) – I preti pedofili – e la tendenza della Chiesa a coprire i loro crimini – hanno generato la più grave crisi del pontificato di Papa Francesco di cinque anni.

    Gli scandali di abusi sessuali sono emersi negli Stati Uniti, in Cile, in Germania, in Australia e altrove. Ma in Italia – il paese che circonda il Vaticano – la situazione è tranquilla.

    Com’è possibile che un paese che ospita 35.000 preti cattolici – più di ogni altra nazione al mondo – non abbia dovuto affrontare un singolo scandalo internazionale per gli abusi sessuali del clero?

    “La chiamo crisi globale, [ma] sembra che non sia una crisi italiana – eppure,” Matthias Katsch, un membro tedesco di Ending Clergy Abuse (ECA), un gruppo di pressione internazionale, ha dichiarato a Roma il 2 ottobre.

    Il giorno dopo aver parlato, un gruppo di circa trenta sopravvissuti agli abusi del clero italiano ha inscenato una protesta nei pressi della Cattedrale di San Pietro.

    Alessandro Battaglia, 22 anni, era uno di loro. A 15 anni è stato abusato dal suo parroco, padre Mauro Galli, che il mese scorso è stato condannato a 6 anni e quattro mesi di reclusione.

    “Gli ho affidato la mia vita, gli ho parlato di cose di cui non avrei parlato con i miei genitori, i miei amici e mi ha distrutto la vita”, ha detto Battaglia a dpa.

    Ex-boy scout e attivista parrocchiale della periferia di Milano, Battaglia ha dichiarato di aver tentato il suicidio più volte e di aver perso due anni di scuola e la sua fede cattolica a causa dell’abuso.

    Ha detto che la sua famiglia ha cercato una condanna penale contro Galli dopo aver compreso che i superiori cattolici, dei quali inizialmente si sono fidati nel trattare il caso, si sono dimostrati riluttanti a prendere provvedimenti efficaci.

    Dopo che il caso di Galli fu riferito al vescovo locale, il sacerdote fu trasferito in una parrocchia vicina. Ma invece di essere tenuto lontano dai bambini, è stato lasciato a gestire quattro oratori giovanili cattolici, ha detto Battaglia.

    Battaglia era particolarmente arrabbiato con papa Francesco perché promosse l’arcivescovo di Milano, il funzionario della chiesa che aveva a che fare con Galli, monsignor Mario Delpini.

    Il giorno in cui Battaglia prese parte alla protesta di Roma, Francesco aprì un vertice di vescovi cattolici, o sinodo, che avrebbe dovuto discutere di questioni giovanili, compresa la protezione dell’infanzia.

    Ma Battaglia e i suoi coetanei, che indossavano magliette con slogan come “Abusato a 9 anni” e “Rompete il muro di omertà del Vaticano”, non sono riusciti a dare un’impressione. Le persone hanno camminato casualmente per la loro manifestazione, la polizia li ha allontanati dal Vaticano, e le loro rimostranze si sono appena registrate nei media italiani.

    Rete l’Abuso, il gruppo delle vittime che ha organizzato la protesta, ha detto che il sistema giudiziario italiano ha trattato circa 300 casi di preti e suore predatori e ha accumulato 150-170 condanne dall’inizio degli anni 2000.

    Un numero simile di preti – circa 250 – sono stati implicati nel Boston Globe che ha denunciato lo scandalo clandestino del 2002 per il clero degli abusi sessuali negli Stati Uniti, che è stato in seguito rappresentato nel film premio Oscar “Spotlight”.

    In Italia, il problema è per lo più limitato alle notizie locali.

    “Non avremo mai un caso ‘Spotlight’, o almeno lo vedremo come molto, molto, molto, remoto”, ha detto Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’Abuso, all’evento di Roma in cui ha parlato anche Katsch.

    Secondo Emiliano Fittipaldi, un giornalista investigativo che ha pubblicato due libri sugli scandali vaticani, la situazione italiana è un riflesso del fallimento di Francesco nel ripulire la chiesa.

    “Non ha cambiato nulla, al contrario: ha sistematicamente promosso vescovi e cardinali insabbiatori”, ha detto.

    Fittipaldi ha citato i cardinali George Pell, Oscar Maradiaga, Francisco Errazuriz e Luis Ladaria, che hanno tutti posti di lavoro vaticani e si trovano ad affrontare abusi o accuse di insabbiamento.

    Alcune figure della chiesa hanno puntato il dito contro la Chiesa cattolica italiana. Uno è Hans Zollner, un sacerdote tedesco e esperto di protezione dell’infanzia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

    “L’Italia non ha ancora vissuto un momento di verità sull’abuso sessuale e sullo sfruttamento del potere nel passato”, ha detto Zollner al SIR, un’agenzia di stampa della Conferenza episcopale italiana (CEI), in agosto.

    In una successiva intervista con dpa, Zollner ha dichiarato di sospettare che la società italiana nel suo insieme – non solo la sua Chiesa cattolica – stia negando le questioni dell’abuso sessuale.

    Come prova, Zollner ha sottolineato che il movimento #MeToo non ha avuto successo in Italia, e all’indulgenza generale riservata all’ex premier Silvio Berlusconi, che è stato processato per adescamento sessuale di una prostituta minorenne nel famigerato affare “bunga bunga””. Berlusconi è stato assolto in appello per mancanza di prove e rimane politicamente attivo.

    “Se vogliamo parlare della situazione all’interno della Chiesa [italiana], dovremmo anche considerare la situazione nella società nel suo insieme, dove un ex capo di governo è stato accusato di abusare di minori”, ha detto Zollner.

    In un’implicita ammissione dell’inadeguatezza dello status quo, la CEI sta lavorando per rafforzare le sue linee guida contro gli abusi sui minori, per includere una maggiore attenzione alla prevenzione.

    Ciò che ha detto Zollner “è un incentivo per la CEI ad andare avanti”, ha detto a dpa il vescovo di Ravenna Lorenzo Ghizzoni, che siede sul pannello che sta riformulando le linee guida.

    Ma è improbabile che i vescovi italiani pubblichino dati sugli abusi passati o introducano la segnalazione obbligatoria dei presunti sacerdoti predatori alle autorità italiane, come richiesto dagli attivisti anti-abuso.

    Nel frattempo, i politici stanno prestando scarsa attenzione al problema.

    Giuseppe ‘Pippo’ Civati, un ex parlamentare di sinistra, lo scorso anno ha presentato una mozione parlamentare sollecitando il governo a fare pressioni sul Vaticano sulla questione della segnalazione obbligatoria. “Nessuno ci ha supportato su questo”, ha detto Civati.

    “Presto o tardi, esploderà uno scandalo”, predisse Fittipaldi, il giornalista. “È difficile curare la ferita se non la pulisci prima.”

    (traduzione con Google)

    http://www.dpa-international.com/topic/italy-catholic-church-denial-clergy-sex-abuse-scandals-181014-99-360920

    Is Italy’s Catholic Church in denial on clergy sex abuse scandals?

    So far, the country with the world’s largest number of Catholic clergy – Italy – has been spared a major paedophile priest scandal. The anomaly may reflect Pope Francis’ failure to clean up the Church – or Italian society’s reluctance to confront the issue.

    Alvise Armellini and Lena Klimkeit

    Rome (dpa) – Paedophile priests – and the Church’s tendency to cover up their crimes – have spawned the most serious crisis of Pope Francis’ five-year pontificate.

    Sex abuse scandals have surfaced in the United States, Chile, Germany, Australia and elsewhere. But in Italy – the country that surrounds the Vatican – the situation is quiet.

    How is it possible that a country hosting 35,000 Catholic priests – more than any other nation in the world – has not had to weather a single international clergy sex abuse scandal?

    “I call it a global crisis, [but] it seems it is not an Italian crisis – yet,” Matthias Katsch, a German member of Ending Clergy Abuse (ECA), an international advocacy group, said in Rome on October 2.

    The day after he spoke, a group of about 30 Italian clergy sex abuse survivors staged a protest in the vicinity of St Peter’s Cathedral.

    Alessandro Battaglia, 22, was one of them. When he was 15, he was abused by his parish priest, Father Mauro Galli, who last month was sentenced to 6 years and four months’ imprisonment.

    “I entrusted my life to him, I talked to him about things that I would not talk about with my parents, my friends. And he destroyed my life,” Battaglia told dpa.

    A former boy scout and parish activist from the outskirts of Milan, Battaglia said he attempted suicide several times and lost two years of school and his Catholic faith as a result of the abuse.

    He said his family sought a criminal conviction against Galli after realizing that the Catholic higher-ups they initially trusted to deal with the case proved unwilling to take effective action.

    After Galli’s case was reported to the local bishop, the priest was moved to a nearby parish. But rather than being kept away from children, he was left running four Catholic youth clubs, Battaglia said.

    Battaglia was especially angry with Pope Francis because he promoted the church official who dealt with Galli, Monsignor Mario Delpini, to Archbishop of Milan.

    On the day that Battaglia took part in the Rome protest, Francis opened a summit of Catholic bishops, or synod, that was due to discuss youth issues, including child protection.

    But Battaglia and his peers, wearing t-shirts with slogans such as “Raped at 9 years of age” and “Break the Vatican’s code of silence” failed to make an impression. People casually walked by their demonstration, police pushed them further away from the Vatican, and their grievances barely registered in the Italian media.

    Rete l’Abuso, the victims’ group that organized the protest, said the Italian justice system has treated about 300 cases of predator priests and nuns and netted 150-170 convictions since the early 2000s.

    A similar number of priests – about 250 – were implicated in the Boston Globe’s expose of the landmark 2002 clergy sex abuse cover-up scandal in the United States, which was later depicted in the Oscar-winning film “Spotlight.”

    In Italy, the issue is mostly confined to local news.

    “We will never have a ‘Spotlight’ case, or at least I see it as very, very, very, remote,” Francesco Zanardi, founder of Rete l’Abuso, said at the Rome event where Katsch also spoke.

    According to Emiliano Fittipaldi, an investigative journalist who has published two books on Vatican scandals, the Italian situation is a reflection of Francis’ failure to clean up the church.

    “He has not changed anything, on the contrary: he has systematically promoted cover-up bishops and cardinals,” he said.

    Fittipaldi mentioned cardinals George Pell, Oscar Maradiaga, Francisco Errazuriz and Luis Ladaria, who all have Vatican top jobs and face abuse or abuse cover-up accusations.

    Some church figures have pointed a finger against the Italian Catholic Church. One is Hans Zollner, a German priest and child protection expert at Rome’s Pontifical Gregorian University.

    “Italy has not yet experienced a moment of truth about sexual abuse and the exploitation of power over the past,” Zollner told SIR, a news agency of the Italian Bishops’ Conference (CEI), in August.

    In a later interview with dpa, Zollner said he suspected that Italian society as a whole – not just its Catholic Church – was in denial about sex abuse issues.

    As evidence, Zollner pointed to the #MeToo movement failing to gain traction in Italy, and to the general indulgence reserved for former premier Silvio Berlusconi, who was tried for soliciting sex from an underage prostitute in the notorious “bunga bunga” affair. Berlusconi was acquitted on appeal for lack of evidence and remains politically active.

    “If we want to talk about the situation inside the [Italian] Church, we should also look at the situation in society as a whole, where an ex-head of government has been accused of abusing minors,” Zollner said.

    In an implicit admission of the inadequacy of the status quo, CEI is working to strengthen its guidelines against child abuse, to include a stronger focus on prevention.

    What Zollner said “is an incentive for CEI to move forward,” Ravenna Bishop Lorenzo Ghizzoni, who sits on the panel that is redrafting the guidelines, told dpa.

    But Italian bishops are unlikely to publish data about past abuses or introduce the mandatory reporting of suspected predator priests to Italian authorities, as requested by anti-abuse campaigners.

    Meanwhile, politicians are paying scant attention to the problem.

    Giuseppe ‘Pippo’ Civati, a left-wing former lawmaker, last year filed a parliamentary motion urging the government to put pressure on the Vatican on the mandatory reporting issue. “Nobody supported us on this,” Civati said.

    “Sooner or later, a scandal will explode,” Fittipaldi, the journalist, predicted. “It’s hard to heal the wound if you don’t clean it up first.”

    http://www.dpa-international.com/topic/italy-catholic-church-denial-clergy-sex-abuse-scandals-181014-99-360920