Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Mario Zanchetti

  • Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    La cronaca di pochi giorni fa ci racconta la vicenda di don Alessandro Raccagni il sacerdote del bergamasco che dopo la messa, parlando ai fedeli ha annunciato di voler abbandonare la tonaca e confessa di essere stato abusato da piccolo nel seminario di Bergamo.

    Alessandro Raccagni non svela il nome del suo molestatore, la diocesi si guarda bene dal fare dichiarazioni, ma come dice il proverbio il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Alla Rete L’ABUSO arrivano centinaia di vittime ogni anno le quali ci mettono a conoscenza di fatti, li documentano e nel caso di Bergamo possiamo dirvi non solo che il prete molestatore è don Aristide Belingheri morto nel 2007, ma possiamo anche dirvi che la diocesi e il seminario erano ben informati sulle tendenze pedofile di don Aristide almeno dal 2004 al punto tale che lo spostarono a Roma.

    Ad aggiungere un pezzo a questa storia è un’altra vittima di don Aristide Belingheri anche lui come Raccagni si chiama Alessandro, un suo compagno di corso.

    Parliamo di Alessandro V. che a differenza di Raccagni non prese mai i voti e lasciò il seminario con un trauma che anni dopo gli rovinerà la vita.

    Alessandro V. si rivolse alla Rete L’ABUSO nel 2010 chiedendo di essere aiutato, in quanto ha dietro le spalle una storia drammatica fatta di traumi ma anche di porte chiuse in faccia dai vari vescovi che si sono susseguiti.

    Alessandro ci fornisce lettere dei primi anni 2000 che aveva inviato alla diocesi, lettere alle quali l’allora vescovo Roberto Amadei rispose. Le lettere manoscritte in questione sono una del 24 agosto 2004, l’altra del 15 marzo 2005 nelle quali Amadei si scusa per la tarda risposta e rassicura Alessandro “Le garantisco che da diversi anni, cioè da quando si è conosciuto qualcosa, la persona da lei indicata è stata messa in condizione di non aver più contatti con i ragazzi”.

    Nella successiva lettera, quella del 15 marzo 2005 Amadei concede ad Alessandro V. un incontro e gli chiede di rivolgersi a don Alessandro Locatelli, suo segretario per fissare una data.

    Ci sono diversi incontri tra Amadei e Alessandro V. nei quali la vittima racconta degli abusi subiti in seminario e del muro di gomma che anche lui si trovò ad affrontare quando denunciò. Parlarono della situazione in cui si trova, delle cure mediche alle quali è sottoposto a causa di quegli abusi. Amadei non si mostra ostile, anzi cerca di venire incontro ad Alessandro e gli promette giustizia e un risarcimento che lo aiuti ad affrontare almeno le spese mediche.

    La cosa però va per le lunghe e nel 2007 il prete abusatore don Aristide Belingheri muore e forse con lui anche un pò dell’interesse della curia a fare silenzio sulla vicenda. Amadei si allontana sempre più da ciò che erano gli impegni presi con Alessandro. Nel 2009 anche il vescovo Roberto Amadei muore.

    Alessandro. V. si rivolge al suo successore, mons. Francesco Beschi nel maggio del 2010 il quale però chiuderà bruscamente il dialogo. Arrivò solo una comunicazione da parte di un assistente legale dell’arcivescovado di Milano (Avv. Mario Zanchetti) nella quale si diceva che a seguito di indagini, nella Diocesi e nel Seminario di Bergamo non era emerso nulla, nessuno ricordava nulla di queste vicende.

    Alessandro non si arrende e denuncia al tribunale di Bergamo ma il 07-06-2013 il fascicolo viene achiviato.

    Chiede anche più volte udienza al rettore del seminario don Pasquale Pezzoli arrivando fino ad incatenarsi nel giugno del 2012, senza ottenere nessuna risposta.

    Nel marzo del 2014 un’altra vittima di quel seminario, un sacerdote Alessandro Raccagni, conferma non solo i fatti, ma nelle sue dimissioni lamenta l’omertà che la chiesa ha avuto anche questa volta, si dissocia con un gesto clamoroso da una chiesa che non condivide.

    Rendiamo noto che giorni scorsi la Rete L’ABUSO ha formalizzato una denuncia sulla vicenda alla Procura della Repubblica di Bergamo inviando anche il materiale in nostro possesso.  Da quello che abbiamo potuto apprendere esisterebbero altre vittime alle quali facciamo un appello, quello di rivolgersi direttamente alla Procura della Repubblica di Bergamo o in qualunque stazione di polizia o carabinieri denunciando.

    Comprendiamo la difficoltà a compiere questo passo, soprattutto se sono passati degli anni e se si deve informare una famiglia che magari ancora oggi è allo scuro di tutto, ma riteniamo sia importante almeno rifletterci.

    La Rete L’ABUSO è a disposizione qualora sceglieste di denunciare anche attraverso l’associazione o per qualunque altra esigenza potete scrivere a lombardia@retelabuso.org .

    Francesco Zanardi

    Rete L’ABUSO

  • Don Domenico Pezzini; la cassazione conferma la condanna a10 anni

    Don Domenico Pezzini; la cassazione conferma la condanna a10 anni

    Pedofilia, confermati dalla Cassazione i 10 anni di reclusione

    VERONA – Nessuno sconto a don Domenico Pezzini, il prete-professore impegnato per un ventennio a tenere lezioni all’università di Verona e travolto da un’inghiacciante inchiesta-choc per pedofilia condotta dalla procura di Milano.

    Dieci gli anni di reclusione che il religioso originario di Borghetto Lodigiano e appartenente alla diocesi di Lodi si era visto infliggere sia in primo che in secondo grado e che, adesso, gli sono stati confermati in toto dalla Corte di Cassazione. «Le conseguenze sui minori dell’abuso sessuale esercitato da un prete sono particolarmente gravi e di lunga durata perché il rapporto esistente tra un prete e un minore – hanno rimarcato nero su bianco i magistrati della quarta sezione della Suprema corte motivando la sentenza numero 14545 (6-27 marzo, presidente Brusco, relatore Iannello) – è condizionato da una posizione di superiorità rinforzata da una visione falsata del suo prestigio pastorale, da un influsso morale, dal fatto di essere considerato dalla vittima una vera e propria “guida spirituale”».

    Nell’interpretazione dei giudici romani, dunque, «la qualità rivestita dall’imputato ha facilitato la commissione del reato e, pertanto, la pena va commisurata alla gravità». Di qui l’impossibilità di accogliere il triplice motivo di ricorso con cui l’avvocato Mario Zanchetti aveva sollecitato la riapertura del caso di don Pezzini, accusato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino del Bangladesh. Secondo la procura milanese (dell’inchiesta si occupò il pm Cristiana Roveda), il sacerdote avrebbe abusato del giovane tra il 2006 e il 2009, approfittando di lui persino quando aveva meno di 14 anni. Molto conosciuto nella comunità omosessuale, dagli anni ’80 animatore di un gruppo di gay credenti che approfondiscono le tematiche relative all’omosessualità e ai suoi rapporti con il Cristianesimo, l’ormai 77enne don Pezzini nel 2010 ha subito anche l’onta delle manette mentre, adesso, si trova agli arresti domiciliari in una comunità monastica sul lago Maggiore. Fin da subito, il sacerdote si era proclamato innocente affermando di non sapere ancora «il perché di tutto questo, ma il racconto fatto dal ragazzo non corrisponde alla verità».

    Al contrario, però, i giudici non arretrano di un passo perché quella offerta da don Pezzini, scrivono ancora i magistrati della Cassazione, è «un’immagine di totale e disinteressata dedizione al prossimo a priori comunemente riconosciuta in capo a chi ha consacrato la propria vita al ministero di sacerdote dei culto cattolico e dalla quale nella specie è accertato che l’imputato ha tratto vantaggio». Per non parlare del «generale contesto di duraturo tradimento della condizione sacerdotale», rincarano i magistrati della Suprema Corte che puntano, inoltre, il dito sul fatto che «questo tipo di abuso non distrugge solo l’integrità fisica e psicologica del bambino, ma annienta anche la sua dimensione spirituale e il rapporto con la religione: il peso da sopportare è troppo grande, il dolore troppo profondo per riconoscere la causa». Il caso, dunque è chiuso. Senza sconti.
    La. Ted.

  • Materiale pedopornografico nel pc, prete verso la sospensione

    Materiale pedopornografico nel pc, prete verso la sospensione

    Don Giampiero Bracchi è stato sospeso dall’esercizio del ministero. Fonti molto vicine agli ambienti della curia lodigiana assicurano che, dopo le recenti vicende giudiziarie che l’hanno visto protagonista, l’ex parroco di Corte Palasio è stato sospeso e gli atti relativi al suo caso sono stati trasmessi a Roma

    di Matteo Miglietta

    Corte Palasio (Lodi), 23 marzo 2014 – Don Giampiero Bracchi è stato sospeso dall’esercizio del ministero. Fonti molto vicine agli ambienti della curia lodigiana assicurano che, dopo le recenti vicende giudiziarie che l’hanno visto protagonista, l’ex parroco di Corte Palasio è stato sospeso e gli atti relativi al suo caso sono stati trasmessi a Roma. Solo il Vaticano, infatti, ha il potere di decidere se dimettere dallo stato clericale un sacerdote della Chiesa. Purtroppo non è stato possibile avere conferme ufficiali da parte della diocesi, mentre l’avvocato di don Giampiero, Mario Zanchetti, ha detto di non essere a conoscenza di nessun provvedimento nei confronti del prete 57enne.

    Don Bracchi, originario di Sant’Angelo Lodigiano, settimana scorsa ha patteggiato la pena di 4 mesi poi convertiti in una pena pecuniaria di 31.200 euro, perché gli inquirenti avevano trovato sul suo computer 6immagini pedopornografiche e tracce di altre 134 fotografie simili cancellate dalla memoria del pc. Il parroco aveva già un precedente per atti sessuali con un 15enne, e anche in quel caso aveva deciso di patteggiare.  La vicenda risaliva all’aprile 2008 e, secondo l’accusa, aveva avuto come teatro l’oratorio di Corte Palasio, paese dove don Bracchi è stato parroco dal 2003 al 2007. Per evitare lo scandalo la diocesi di Lodi aveva deciso di fargli passare un periodo di “isolamento” a Milano e poi di trasferirlo in una casa di Zinasco vecchio.

    Pur restando incardinato nella diocesi di Lodi, don Bracchi era stato “affidato” a quella di Vigevano perché si pensava che il fatto che quest’ultima fosse guidata dal lodigiano monsignor Claudio Baggini potesse aiutarlo nel suo percorso di riabilitazione. Era stato lo stesso vescovo Baggini, poi, a far tornare in prete in parrocchia nel 2009 affidandogli l’oratorio di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario.  Le forze dell’ordine avevano ricominciato a interessarsi al sacerdote dopo che alcuni residenti avevano detto di averlo visto insieme a un ragazzino di 10 anni lungo una strada di campagna.

    La vicenda si era poi conclusa in una bolla di sapone, ma durante le indagini era stata perquisita l’abitazione di don Giampiero e nel suo computer erano state trovate le immagini pedopornografiche che gli sono costate un nuovo processo penale. La diocesi aveva quindi deciso di allontanare il parroco da Mezzano e assegnarlo all’ospedale “San Martino” e alla Casa di riposo Fondazione istituzioni riunite di Mede. Da novembre don Bracchi ha cominciato un percorso di cura al presidio criminologico territoriale di Milano.

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2014/03/23/1042948-pedofilia-prete.shtml

  • Pedopornografia. Condannato a 4 mesi don Giampiero Bracchi, recidivo.

    Pedopornografia. Condannato a 4 mesi don Giampiero Bracchi, recidivo.

    Corte Palasio (LO). Già condannato a 2 anni per atti sessuali con minori di 15 anni

    Materiale pedopornografico nel pc. L’ex parroco di Corte Palasio condannato a 4 mesi

    Sei immagini pedopornografiche memorizzate e altre 134 cancellate. È ciò che gli investigatori avrebbero trovato nel suo computer e che gli sono costate una condanna per possesso di materiale pedopornografico

    di Matteo Miglietta

    Corte Palasio (Lodi), 12 marzo 2014 – Sei immagini pedopornografiche memorizzate e altre 134 cancellate. È ciò che gli investigatori avrebbero trovato nel suo computer e che gli sono costate una condanna per possesso di materiale pedopornografico. Don Giampiero Bracchi, 57 anni, nato a Sant’Angelo Lodigiano ed ex parroco di Corte Palasio, nell’aprile 2008 aveva già patteggiato la pena di due anni di reclusione per atti sessuali con un ragazzino di 15 anni. Una sentenza che aveva spinto la Diocesi di Lodi a decidere di fargli passare un periodo di “isolamento” al Pime di Milano (Pontificio istituto missioni estere) e poi a trasferirlo in una casa di Zinasco vecchio, nel Pavese, dalla quale ogni tanto il sacerdote si spostava per sostituire i preti assenti nelle parrocchie della zona.

    Ma il parroco ieri mattina è stato condannato dal giudice Luigi Riganti del tribunale di Pavia a quattro mesi di reclusione e al pagamento di 1.200 euro di multa, poi convertiti in una pena pecuniaria di 31.200 euro totali, per detenzione di materiale pedopornografico. Gli investigatori avevano trovato nel suo computer portatile sei immagini raffiguranti minorenni in pose considerate inequivocabili e tracce di altre 134 fotografie che erano state cancellate dalla memoria del computer.

    L’inquietante scoperta era stata fatta nel 2012 quando gli investigatori avevano perquisito l’abitazione dell’allora parroco di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario, in provincia di Pavia. Il prete nel 2009 era stato assegnato alla piccola parrocchia dal vescovo di Vigevano, monsignor Claudio Baggini, dopo che il don era stato allontanato dalla diocesi di Lodi. L’indagine era partita perché alcuni abitanti del piccolo Comune pavese avevano detto di aver visto don Bracchi in auto insieme a un ragazzo che faceva il chierichetto in parrocchia e che aveva appena dieci anni. Considerati i “trascorsi” del prete e visto che da qualche tempo in paese alcuni genitori si lamentavano per il linguaggio troppo scurrile utilizzato dal parroco davanti ai ragazzi dell’oratorio, la polizia locale di Travacò Siccomario aveva cominciato a indagare e aveva poi passato gli atti alla procura di Pavia. Ma la voce aveva cominciato a spargersi in paese.

    Il clamore scatenato dalla vicenda, amplificato anche da una dura lettera aperta scritta dall’ex parroco di Travacò, don Pietro Gariboldi, aveva poi costretto la diocesi di Vigevano a prendere una decisione drastica. Ancora una volta, però, invece di allontanare il prete dalla vita ecclesiastica si era preferito trasferirlo un’altra volta, assegnandolo all’ospedale “San Martino” e alla Casa di riposo Fondazione istituzioni riunite di Mede, sempre in provincia di Pavia ma in Lomellina. Poi, l’ennesimo spostamento: da novembre, infatti, don Bracchi ha cominciato un percorso di cura al presidio criminologico territoriale di Milano. Ieri per tutta la giornata non è stato possibile contattare l’avvocato difensore del sacerdote, Mario Zanchetti, del foro di Milano.

    IL PRESBITERIO – BRACCHI DON GIAMPIERO

    0382- 482.243
    Via Po, 10 – Fraz. Mezzano
    27020 TRAVACO’ SICCOMARIO PV

    Nato il 28/04/1956
    Ordinato il 23/06/1990

    giampiero56@libero.it Scrivi un EMail
    Incarichi:
    Amm. Parr. S.Martino Vescovo

    Curriculum:
    Parroco Corte Palasio (lug.2003-set.2007)
    Vic. Parr. Cerro al Lambro (ago.1993-giu.2003)
    Vic. Parr. San Rocco al Porto (set.1990-lug.1993)

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/cronac…eggia-1.8836529

    Foto pedoporno, sacerdote patteggia

    Le immagini scoperte sul suo computer a Mezzano di Travacò, la pena a 4 mesi convertita in una multa da 30mila euro

    di Fabrizio Merli

    TRAVACO’ SICCOMARIO. In seguito a una perquisizione, la polizia gli aveva trovato fotografie pedopornografiche nel computer. Così, don Giampiero Bracchi, 57 anni, ex parroco della frazione Mezzano di Travacò Siccomario, ieri ha patteggiato 4 mesi (convertiti in una multa da 30mila euro) e altri 1.200 euro di multa. Il patteggiamento si è svolto davanti al giudice Luigi Riganti e il pubblico ministero, Giovanni Benelli, ha prestato il consenso al rito. Il caso che ha visto coinvolto il sacerdote risale al 2012, anche se alcune voci avevano accompagnato il suo arrivo a Mezzano: il 30 aprile 2008, infatti, il religioso aveva patteggiato un’altra condanna, questa volta a due anni, per l’accusa di atti sessuali con minore, in relazione a un episodio che si verificò il 20 maggio 2007 a Corte Palasio (Lodi), dove don Bracchi era stato parroco dal luglio 2003 al settembre 2007.Tornando al 2012, nel corso dell’estate un cittadino riferì ai vigili urbani di Travacò di avere visto don Bracchi che, su una strada sterrata, faceva guidare la propria Fiat Gran Punto a un bambino di 10 anni. Questo portò a una segnalazione alla procura di Pavia, che aprì un fascicolo d’indagine. Il bambino faceva il chierichetto alla chiesa di Mezzano e aveva libero accesso a tutti i locali della sacrestia, tanto che gli altri bimbi lo definivano il “cocco” del parroco. Inizialmente si investigò per capire se il sacerdote potesse avere abusato sessualmente di soggetti minorenni. Gli accertamenti furono delegati alla questura di Pavia e furono estremamente capillari. Sulla Gran Punto del sacerdote vennero nascoste delle “cimici”, tramite le quali si ebbe la conferma che il religioso, parlando con i ragazzi, utilizzava un linguaggio a dir poco disinvolto. Oltre a ciò, gli uomini della questura piazzarono anche una telecamera nella stanza da letto del parroco e intercettarono le sue telefonate. L’indagine, alla fine, non portò alla luce elementi importanti, tanto che lo stesso pm chiese e ottenne l’archiviazione. Ma nel corso di tali attività, l’autorità giudiziaria dispose anche, il 22 ottobre 2012, il sequestro del computer “Hp Pavillon” di don Bracchi. Qui, furono trovate 6 immagini pedopornografiche, altre 5 furono rintracciate nei “temporary files” di internet (la traccia elettronica che rimane su un pc dopo la navigazione sulla rete) e 134 «immagini non visibili», quindi, probabilmente, cancellate. Per questo reato, dunque, il sacerdote, ieri mattina, ha patteggiato. Al momento del rinvìo a giudizio, il sacerdote lavorava alla casa di riposo di Mede. Il parroco di Travacò, don Pietro Gariboldi, riferì alla squadra mobile che la situazione “sospetta” di Mezzano fu segnalata più volte alle autorità religiose di Vigevano, curia dalla quale dipende Travacò. Nel dicembre 2010, don Pietro Gariboldi presentò rinuncia alla parrocchia, ma non ebbe risposte. Nel settembre 2011 incontrò l’allora vescovo, Vincenzo Di Mauro, che gli garantì di avere inviato un seminarista al Grest di Mezzano e di avere saputo che don Bracchi «si era comportato bene». Ancora, il 20 giugno 2012 don Pietro sollecitò l’intervento del vicario di Vigevano, sino a quando, poco dopo, parlò al cardinale Dionigi Tettamanzi, all’epoca amministratore apostolico della Curia. In seguito a ciò don Bracchi tenne un atteggiamento più rispettoso. Sino alla perquisizione.

  • Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

    Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

    A Trento sorge la casa madre gestita dai Padri Venturini. Ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri. L’altro centro è Villa Iride, a Verbania: è ancora più chiuso all’esterno. L’accoglienza è il primo passo. “Vogliamo conoscere la persona e poi vedere se siamo in grado di aiutarla”, spiega padre Pastò, il Superiore generale. Poi si passa alla terapia. I problemi che portano qui i condannati sono i più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile. Ma è anche un punto di riferimento per gli avvocati che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari dei religiosi condannati

    NON E’ STATO FACILE, da laici, varcare i cancelli delle comunità terapeutiche dei padri Venturini; in quella oasi di pace e di recupero spirituale di solito le porte si aprono soltanto per accogliere religiosi in crisi. Ogni ospite è gestito nel più assoluto riserbo e neanche i confratelli sanno i motivi dei ricoveri. Superando non pochi ostacoli siamo riusciti a entrare in due centri gestiti dalla congregazione: Villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento. Il Superiore Generale, padre Gianluigi Pastò, ci tiene a sottolineare: “Non dite per favore che siamo una clinica per pedofili, della pedofilia si occupa la Santa Sede. Come si sentirebbero quelli che sono accolti da noi con problemi meno gravi a dover vivere in una struttura etichettata in questo modo?”.

    Il nostro viaggio comincia dalla città di Trento. Arriviamo alla casa madre appena dopo l’ora di pranzo; la comunità non è molto lontana dalla stazione, si sale per alcuni tornanti mentre la città si allontana come un miraggio. Fuori dalla casa, nel giardino e nel vigneto non si vede nessuno. Incontriamo Pastò, un uomo sui settant’anni con un forte accento veneto. È gentile ma non nasconde la sua diffidenza verso i giornalisti: “Sui giornali sono comparse notizie sbagliate, che nessuno di noi aveva dato. Noi come congregazione nasciamo per la santità del prete, ci occupiamo di formazione spirituale, non neghiamo conforto a nessuno, ma non vogliamo etichette né abbiamo specializzazioni particolari; siamo religiosi che accolgono altri religiosi”.

    Il momento fondamentale per i Venturini è l’accoglienza, primo passo della terapia: “Noi solitamente vogliamo conoscere prima la persona, poi vediamo se siamo in grado di aiutarla ma non abbiamo preclusioni particolari”, spiega Pastò. È evidente come in questo caso il modello della comunità religiosa si sovrapponga perfettamente a quello della comunità terapeutica. Trento è l’unica realtà ecclesiastica in Italia che si occupa di seguire i preti offrendo loro un importante sostegno psicologico oltre che spirituale: il terapeuta di riferimento è padre Franco Fornari che offre la sua competenza per curare i fratelli in crisi. I problemi che portano un religioso a Trento possono essere dei più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile.

    A differenza della casa di Trento, il centro venturino di Verbania è molto più chiuso. Il tassista che ci porta a Villa Iride ci racconta che gli è capitato spesso di trasportare religiosi: “Alla villa arrivano diversi preti, li vado a prendere in stazione, tutti hanno almeno una valigia. Dentro non sono mai entrato, li lascio al cancello e me ne vado”. Tra gli abitanti della zona pochissimi hanno sentito parlare della villa, il cancello è sempre chiuso e la casa è ben nascosta, lontana dal centro, immersa in un parco da cui domina il lago Maggiore. Come a Trento, anche qui l’atmosfera da poesia dell’Arcadia con i suoi scenari bucolici e i giardini ben curati si accosta al rigore della vita conventuale. A Villa Iride ci riceve padre Paolo, responsabile della comunità; ci avverte subito che  al  momento non ci sono ospiti: “Arriveranno a estate inoltrata”.

    Il centro di Verbania svolge una duplice funzione: da una parte accoglie religiosi che spontaneamente chiedono di essere ospitati qualche settimana per una pausa rigenerante, dall’altra è un punto di riferimento per gli avvocati di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali, che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari. Qui ha chiesto di essere trasferito don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente, condannato a nove anni e sei mesi per violenza sessuale, induzione alla prostituzione e cessione di cocaina; il giudice per ora ha negato il trasferimento. Dal maggio del 2012 è recluso a Villa Iride don Marco Mangiacasale, condannato per abusi sessuali su parrocchiane minorenni e in attesa della sentenza di Cassazione. Tramite i suoi avvocati Renato Papa e Mario Zanchetti abbiamo chiesto a Mangiacasale un commento sul suo percorso perché ci sembrava importante raccontare un’esperienza terapeutica di questo tipo, ma ciò non è stato possibile. Digitando il nome e cognome del sacerdote sui motori di ricerca di internet si trova il dominio www. marcomangiacasale. it. Sulla homepage compare il nome del prete a caratteri cubitali e una foto panoramica: si può riconoscere il parco e il campanile di Villa Iride con il lago sullo sfondo. Sulle pagine del sito registrato su un provider tedesco si trovano, oltre ad alcune ricette di cucina e ad alcune pagine dell’antologia di Spoon River, citazioni evangeliche. Divise in gallerie, molte fotografie ritraggono oggetti e scenari della vita quotidiana nella comunità. Dopo aver contattato i legali del sacerdote per un incontro, l’homepage del sito è stata rimossa.

    A Verbania la congregazione si avvale della collaborazione di uno specialista laico che, dopo aver tracciato il profilo dei soggetti ospiti, in accordo con l’avvocato difensore e la comunità religiosa promuove terapie mirate al recupero comportamentale. I preti agli arresti sono seguiti da un’equipe esterna guidata dalla criminologa Gessica Marica Marengo e sono inseriti in un programma di recupero studiato su misura. La dottoressa Marengo è una criminologa forense che ha ricevuto diversi incarichi dalla curia milanese come perito di parte in alcuni processi per pedofilia. Spesso si affida alle sue competenze l’avvocato Mario Zanchetti, legale della Curia milanese e difensore di diversi preti accusati di abusi su minori. Il lavoro della Marengo è stato raccolto nello studio “Narciso smarrito e il mostro dell’oratorio accanto“, nel quale viene analizzato il profilo di sei preti pedofili da lei periziati.

    La Marengo spiega che in tutti questi casi i preti erano stati spostati di diocesi in diocesi prima di essere fermati dalla giustizia ordinaria; solo allora i preti venivano mandati nelle comunità in attesa di sentenza: “Non c’era la necessaria attenzione al problema, si spostavano i colpevoli senza ammettere che era necessario un massiccio intervento clinico”. Con i suoi protocolli di cura che integrano alla regola di vita della comunità religiosa scuole terapeutiche diverse, come quella psicodinamica e comportamentista, la dottoressa Marengo sta ottenendo buoni risultati: “È un percorso difficile e doloroso, ti metti davanti a uno specchio e vedi delle cose orribili che non avresti mai voluto vedere. Il rischio suicidario quando le vedi è altissimo. All’inizio i preti arrivano qui come pacchi postali, rifiutano le terapie, non ammettono le loro tendenze. Poi con un percorso molto duro, segnato anche da tappe drammatiche, la consapevolezza incomincia a emergere”. Isolati dal mondo esterno, i sacerdoti iniziano la terapia imparando a integrarsi nella comunità. Parlando di questi centri la dottoressa mette in rilievo l’importanza ambientale nel recupero dei soggetti: “Il concetto di comunità clinica ha i suoi vantaggi perché il contesto relazionale è parte integrante della terapia psicologica e farmacologica”.

    Alcuni psichiatri sono tuttavia scettici sulle possibilità di recupero dei soggetti pedofili, soprattutto se trattati dopo una certa età. Maurizio Marasco, docente di psicopatologia forense all’università “La Sapienza” di Roma, spiega: “Stiamo parlando di un disturbo del comportamento sessuale che, se scoperto precocemente in età adolescenziale, può anche essere trattato con successo; ma quando il soggetto è un adulto con una personalità già strutturata in quella maniera, la possibilità di risolvere questo problema, di curare e debellare definitivamente questa anomalia del comportamento è minima per non dire nulla”. Marasco è d’accordo sulla costituzione di comunità per il recupero di soggetti pedofili, ma lo è meno sul fatto che questi centri siano gestiti da religiosi: “Mi domando se un ambiente così chiuso come quello ecclesiastico possa essere utile ad attivare quelle risorse interne che possono spingere il soggetto verso il reinserimento sociale”.

    Abbiamo cercato di capire cosa succeda ai sacerdoti pedofili una volta usciti dalle comunità. Del loro destino decide l’autorità ecclesiastica, in primis il vescovo.

    Secondo le nuove rigorose linee guida del Vaticano sulla pedofilia, volute da  Benedetto XVI e raccolte da Papa Francesco, i vescovi sono obbligati a denunciare i casi a Roma. La Congregazione per la Dottrina della Fede valuta se aprire un processo canonico che in caso di condanna ridurrà il prelato allo stato laicale. Padre Pastò si è detto personalmente contrario alla laicizzazione dei preti pedofili, convinto che la Chiesa non possa abbandonare a loro stessi questi fratelli smarriti. Da un punto di vista clinico anche la dottoressa  Marengo è contraria alla riduzione allo stato laicale perché questa decisione mette a rischio i faticosi risultati della riabilitazione. E’ rilevante come il Vaticano, dopo decenni di silenzio, abbia scelto una linea tanto radicale sul destino di questi preti. Ma l’idea di cacciare i pedofili fuori dalla Chiesa non è comunque nuova. La sosteneva già negli anni quaranta padre Gerald Fitzgerald, fondatore del primo ordine religioso che si occupò espressamente di preti con problemi comportamentali. In quegli anni Fitzgerald denunciava l’atteggiamento collusivo dei vescovi nei confronti di questi religiosi. Il fondatore dei Servi del Paraclito creò numerosi centri nel mondo che si sono poi specializzati nel trattamento di sacerdoti pedofili, ma era convinto che la soluzione al problema fosse la laicizzazione dei colpevoli o in alternativa la loro segregazione in un monastero o su un’isola gestita dall’ordine dalla quale questi “criminali” non potessero più uscire.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/22/news/preti_pedofili_1_pezzo_principale_riscritto-63453242/

  • Don Marco davanti al giudice. Deve rispondere di cinque violenze

    Don Marco davanti al giudice. Deve rispondere di cinque violenze

    Mercoledì 03 Ottobre 2012
    Domani l’udienza preliminare. Possibile la scelta dell’Abbreviato
    Don Marco Mangiacasale, ex economo della Diocesi di Como ed ex parroco della parrocchia di San Giuliano, in pieno centro città, comparirà domani davanti al giudice.
    Il pubblico ministero Simona De Salvo ha infatti chiesto al gup Nicoletta Cremona il rinvio a giudizio, e la questione verrà dibattuta a partire dalle 9 della mattina nel corso dell’udienza preliminare in programma nel palazzo di giustizia lariano. In aula non ci sarà il prete, che è agli arresti domiciliari in una struttura religiosa protetta del Piemonte, ma ci saranno i suoi avvocati, il legale del foro di Como Renato Papa e quello del foro di Milano Mario Zanchetti. La difesa, anche se la scelta verrà formalizzata solo di fronte al giudice, dovrebbe chiedere il rito Abbreviato che porterà a uno sconto di pena di un terzo.
    Si chiude così la prima parte di una vicenda che ha scosso nel profondo la comunità comasca, e non solo quella dei fedeli. Don Marco Mangiacasale, prete e uomo conosciuto e stimato, è infatti finito in carcere lo scorso 7 marzo con un’accusa terribile: violenza sessuale continuata su cinque ragazzine minorenni appartenenti alla parrocchia di San Giuliano.
    Da quanto è stato possibile apprendere, tutte le vittime sarebbero già state risarcite prima dell’approdo in aula del fascicolo. Un passaggio che, nei mesi scorsi, uno dei due legali del religioso – Renato Papa, che ieri non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione – spiegava in questo modo: «Il risarcimento non vuole rappresentare una mercificazione del dolore ma è un ulteriore attestato concreto della volontà di alleggerire la sofferenza delle vittime e dei loro familiari. Non si tratta di dare un valore economico al dolore, che non ha un prezzo. Non abbiamo pattuito alcuna cifra non perché stiamo facendo una trattativa commerciale, ma perché procediamo con attente valutazioni per capire come definire l’importo». Non va dimenticato, tra l’altro, che già nel primo interrogatorio subito dopo l’arresto dello scorso marzo (manette che scattarono mentre il sacerdote era a un incontro con altri religiosi ad Abbadia Lariana) don Mangiacasale ammise le sue responsabilità, anticipando anche alcune situazioni che non gli erano ancora state contestate e che sono poi emerse nell’ambito dell’inchiesta. Le indagini, infatti, furono aperte dalla denuncia di una giovane vittima di don Marco, convinta a riferire tutto ai genitori (di quanto avveniva nella casa del prete) nel corso di una confessione. Ma il fascicolo aperto dal pm De Salvo portò nelle prime settimane di intenso lavoro a far lievitare le denunce contro l’ex economo della Diocesi fino al numero di cinque. Le stesse che vengono oggi contestate dalla Procura lariana che ha chiesto il rinvio a giudizio di don Marco. Dopo l’arresto, il religioso fu subito sospeso dal vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, da ogni incarico ecclesiastico. E fu proprio la guida della Diocesi lariana uno dei primi a presentarsi al quinto piano del palazzo di giustizia per riferire quanto di sua conoscenza.
    Per la cronaca, i fatti finiti nell’avviso di conclusione delle indagini sono cinque, tutti avvenuti tra il 2008 e il 2012, pochi giorni prima dell’arresto. Le vittime, all’epoca delle violenze subìte, avevano 15 anni (una), 13 anni (tre giovani) e una, addirittura, appena 12 anni.
    Palpeggiamenti e molestie che avvenivano nella casa del sacerdote e non solo, anche nelle attività oratoriali compiute da San Giuliano fuori dalla provincia.
    La festa di San Giuliano e il Vangelo
    Questi ultimi sei mesi sono stati senza dubbio i più difficili per la comunità di San Giuliano, finita agli onori delle cronache cittadine e nazionali per fatti di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Domenica scorsa, tra l’altro, San Giuliano ha festeggiato i 90 anni di fondazione della parrocchia, con ospite proprio il vescovo – monsignor Diego Coletti – che non ha voluto far mancare la propria presenza a una comunità tanto flagellata da quanto accaduto.
    La sorte ha però riservato un ulteriore spunto di riflessione: il messale della domenica, infatti, aveva previsto un passaggio del Vangelo di Marco (guarda caso il nome di don Mangiacasale) dalle parole pesanti, quelle del capitolo 9 (versetti 38-42) che recitano testualmente: «Chi infatti non è contro di noi è per noi. E chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua perché siete di Cristo, io vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Ma chiunque sarà occasione di scandalo a uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli appendessero al collo una macina da mulino e lo gettassero in mare».

    Mauro Peverelli

  • Molestò bimba di 7 anni Prete di Arese condannato

    Molestò bimba di 7 anni Prete di Arese condannato

    di Roberta Rampini

    Arese, 27 settembre 2012 – Condanna confermata. Beneficio della condizionale incluso. Anche i giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Milano hanno ritenuto don Marco Redaelli, prete salesiano di Arese ormai ottantenne, responsabile di violenza sessuale ai danni di una bambina che all’epoca dei fatti aveva sette anni. Martedì pomeriggio nel processo d’appello è stata confermata la condanna a due anni e mezzo di carcere per il religioso. L’arriga di due ore dell’avvocato Mario Zanchetti, legale del sacerdote che negli ultimi anni si è occupato di una quindicina di casi di religiosi accusati di pedofilia, non ha convinto i giudici dell’innocenza del sacerdote.

    Contro la sentenza, che è in linea con le richieste del procuratore generale Daniela Meliota, non è escluso che il difensore del sacerdote faccia ricorso anche in Cassazione. I fatti risalgono al 24 settembre 2007, quando don Marco aveva attirato la piccola nel proprio ufficio nella parrocchia dei santi Pietro e Paolo, con la promessa di darle delle caramelle. Rimasto solo con lei, l’avrebbe molestata, costringendola a subire atti sessuali, «non particolarmente invasivi».

    La bimba aveva raccontato quanto successo alla nonna, che ne aveva a sua volta parlato al padre, facendo scattare la denuncia. «È stata fatta giustizia – commenta Giacomo C., padre della bambina che oggi ha 12 anni – anche se abbiamo dovuto assistere ancora una volta a una vergognosa arringa dell’avvocato difensore, che anziché smontare l’impianto accusatorio, basato soprattutto sulle testimonianze di mia figlia, ha cercato di screditare la mia figura, dicendo che mi ero inventato tutto per estorcere denaro».

    A convincere i giudici della colpevolezza del sacerdote sono state le dichiarazioni della bambina fatte in sede di incidente probatorio e ritenute credibili da periti e psicologi. La bambina aveva raccontato che «don Marco era sempre stato bravo con lei, ma quel giorno aveva fatto una cosa brutta». Lui, in primo grado, in lacrime aveva negato le accuse. Di fatto, don Marco non finirà in carcere, ma il collegio lo ha trasferito altrove, interdetto dagli uffici di tutela e curatela e gli ha posto il divieto di assumere incarichi nelle scuole e in altre strutture frequentate da minori.

    di Roberta Rampini

    http://www.ilgiorno.it/rho/cronaca/2012/09/27/778127-arese-rho-prete-pedofilo-condannato.shtml

  • Prete lodigiano abusò di 14enne Confermati 10 anni di reclusione. La sentenza d’appello

    Prete lodigiano abusò di 14enne Confermati 10 anni di reclusione. La sentenza d’appello

    Pedofilia: scarcerato don Pezzini, domiciliari dai monaci

    A Don Pezzini da mesi sono stati concessi i domiciliari in un convento. In Appello la pena è stata ribadita. I giudici della corte d’assise non hanno dunque cambiato il verdetto pronunciato a dicembre 2010 con rito abbreviato dal gup Maria Vicidomini

    L’avvocato di Don Pezzini: “Si aspettava assoluzione” I preti lodigiani: “La condanna di don Pezzini? Un macigno” Pedofilia, don Pezzini condannato a 10 anni Il retroscena: Don Pezzini «Incastrato dalle intercettazioni» Lodi, nuova denuncia per abusi a carico di don Pezzini

    Borghetto Lodigiano, 27 maggio 2012 – Confermata in Appello la pena a dieci anni di carcere per don Domenico Pezzini, il prete lodigiano accusato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino del Bangladesh. I giudici della corte d’assise d’appello non hanno dunque cambiato il verdetto pronunciato a dicembre 2010 con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare Maria Vicidomini, che era andata oltre le richieste del pubblico ministero. Da un anno il sacerdote 74enne, figlio di un fabbro e di una contadina di Borghetto Lodigiano, è agli arresti domiciliari in una comunità monastica.

    Avrebbe abusato del giovane tra il 2006 e il 2009, anche quando il ragazzo aveva meno di 14 anni. In primo grado il pm Cristiana Roveda aveva chiesto per lui otto anni e mezzo di reclusione, mentre l’avvocato Mario Zanchetti, che lo difende, ne aveva sollecitato l’assoluzione. Al ragazzino, costituitosi parte civile con l’avvocato Laura De Rui, il giudice concesse una provvisionale di 50mila euro come risarcimento danni. Il pg Elena Visconti, pubblico ministero in appello, aveva chiesto proprio la conferma del primo verdetto. Don Pezzini è un prete molto conosciuto nella comunità omosessuale, dagli anni ’80 animatore di un gruppo di gay credenti che approfondiscono le tematiche relative all’omosessualità e ai suoi rapporti con il Cristianesimo. È stato anche docente di linguistica inglese all’Università di Verona. Le violenze sarebbero avvenute nella sua abitazione di Milano. In particolare, secondo l’accusa, il religioso avrebbe avvicinato in un parco il ragazzo, che viveva in una situazione di indigenza e degrado, offrendogli una possibilità di aiuto.

    In realtà, poi, avrebbe abusato più volte di lui per circa tre anni. Nel corso delle indagini era arrivata in Procura anche un’altra denuncia per abusi sessuali a carico del prete, presentata da un uomo straniero che raccontò di aver subito violenze una quindicina di anni prima, quando era minorenne. Fatti prescritti, ma che l’accusa usò come ulteriore elemento per confermare il quadro probatorio nel processo. I giudici del tribunale della libertà, che nel corso delle indagini avevano confermato per don Pezzini il carcere, scrissero che il prete avrebbe avuto «l’astuzia» di accreditarsi «agli occhi dei genitori del ragazzo e degli operatori sociali» come «un sacerdote animato da propositi di aiuto verso il minore». I magistrati descrissero le modalità di approccio con il ragazzo, sostenendo che «non appaiono affatto occasionali» e segnalando anche che l’uomo «ha molteplici contatti con giovani uomini extracomunitari, attestati anche dalle intercettazioni telefoniche e dalle dichiarazioni dei vicini di casa».

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2012/05/27/719186-lodi-pedofilia-prete-pezzini-abuso-14-anni-confermata-condanna.shtml

  • Don Mangiacasale Una vittima ha 12 anni

    Don Mangiacasale Una vittima ha 12 anni

    22 maggio 2012

    COMO La Procura ha chiuso l’inchiesta nei confronti di Marco Mangiacasale, l’ex parroco di San Giuliano in carcere con l’accusa di violenza sessuale aggravata. Il cosiddetto avviso di conclusione dell’indagine preliminare è stato recapitato in queste ore alle parti, cioè ai due avvocati che lo difendono, il penalista comasco Renato Papa e l’avvocato milanese Mario Zanchetti, e ai legali che rappresentano le vittime.
    Cinque vittime
    L’avviso identifica, come noto, cinque ragazze: una di appena 12 anni molestata nell’agosto del 2008 a Roseto degli Abruzzi, in occasione della cena conclusiva del Grest della parrocchia, quindi due tredicenni e una quindicenne.
    Il canovaccio è sempre più o meno lo stesso: secondo le accuse, il sacerdote approfittava di momenti di vita comunitaria per avvicinarsi alle sue vittime, per “agganciarle” e per abusare di loro, in un caso anche spingendosi fino ad aprire le porte di casa. Ma al di là degli atti sessuali, che l’avviso di conclusione ricostruisce nei dettagli, ricorre un’aggravante che, in casi analoghi, la Procura ha perseguito con rigore: il fatto cioè che l’indagato abbia in qualche modo abusato delle veste che indossava, facendo leva sul proprio ruolo di parroco e su quello di confessore di alcune delle ragazze. Nessuna di loro fu in grado di opporsi, e non soltanto per la differenza d’età: nell’inverno del 2008, durante una serie di incontri serali organizzati in parrocchia, Mangiacasale si sedette accanto a una delle vittime, che all’epoca aveva soltanto 13 anni, si nascose con una coperta e la costrinse ai primi rapporti, che si protrassero poi fino allo scorso febbraio. La ragazzina non ebbe mai la forza di sottrarsi, così come non la trovò nessuna delle altre, che per mesi, per anni, tennero per se quel segreto.
    In un altro caso, sempre con una parrocchiana che aveva 13 anni, il sacerdote aprì anche le porte di casa, costringendola a subire rapporti lontani da occhi indiscreti dalla primavera del 2008 al luglio 2010.

    Leggi l’approfondimento su La Provincia in edicola martedì 22 maggio

  • Materiale pedopornografico nel pc. L’ex parroco di Corte Palasio condannato a 4 mesi

    Materiale pedopornografico nel pc. L’ex parroco di Corte Palasio condannato a 4 mesi

    Sei immagini pedopornografiche memorizzate e altre 134 cancellate. È ciò che gli investigatori avrebbero trovato nel suo computer e che gli sono costate una condanna per possesso di materiale pedopornografico

    di Matteo Miglietta
    Un agente della polizia postaleUn agente della polizia postale

    Corte Palasio (Lodi), 12 marzo 2014 – Sei immagini pedopornografiche memorizzate e altre 134 cancellate. È ciò che gli investigatori avrebbero trovato nel suo computer e che gli sono costate una condanna per possesso di materiale pedopornografico. Don Giampiero Bracchi, 57 anni, nato a Sant’Angelo Lodigiano ed ex parroco di Corte Palasio, nell’aprile 2008 aveva già patteggiato la pena di due anni di reclusione per atti sessuali con un ragazzino di 15 anni. Una sentenza che aveva spinto la Diocesi di Lodi a decidere di fargli passare un periodo di “isolamento” al Pime di Milano (Pontificio istituto missioni estere) e poi a trasferirlo in una casa di Zinasco vecchio, nel Pavese, dalla quale ogni tanto il sacerdote si spostava per sostituire i preti assenti nelle parrocchie della zona.

    Ma il parroco ieri mattina è stato condannato dal giudice Luigi Riganti del tribunale di Pavia a quattro mesi di reclusione e al pagamento di 1.200 euro di multa, poi convertiti in una pena pecuniaria di 31.200 euro totali, per detenzione di materiale pedopornografico. Gli investigatori avevano trovato nel suo computer portatile sei immagini raffiguranti minorenni in pose considerate inequivocabili e tracce di altre 134 fotografie che erano state cancellate dalla memoria del computer.

    L’inquietante scoperta era stata fatta nel 2012 quando gli investigatori avevano perquisito l’abitazione dell’allora parroco di Mezzano, frazione di Travacò Siccomario, in provincia di Pavia. Il prete nel 2009 era stato assegnato alla piccola parrocchia dal vescovo di Vigevano, monsignor Claudio Baggini, dopo che il don era stato allontanato dalla diocesi di Lodi. L’indagine era partita perché alcuni abitanti del piccolo Comune pavese avevano detto di aver visto don Bracchi in auto insieme a un ragazzo che faceva il chierichetto in parrocchia e che aveva appena dieci anni. Considerati i “trascorsi” del prete e visto che da qualche tempo in paese alcuni genitori si lamentavano per il linguaggio troppo scurrile utilizzato dal parroco davanti ai ragazzi dell’oratorio, la polizia locale di Travacò Siccomario aveva cominciato a indagare e aveva poi passato gli atti alla procura di Pavia. Ma la voce aveva cominciato a spargersi in paese.

    Il clamore scatenato dalla vicenda, amplificato anche da una dura lettera aperta scritta dall’ex parroco di Travacò, don Pietro Gariboldi, aveva poi costretto la diocesi di Vigevano a prendere una decisione drastica. Ancora una volta, però, invece di allontanare il prete dalla vita ecclesiastica si era preferito trasferirlo un’altra volta, assegnandolo all’ospedale “San Martino” e alla Casa di riposo Fondazione istituzioni riunite di Mede, sempre in provincia di Pavia ma in Lomellina. Poi, l’ennesimo spostamento: da novembre, infatti, don Bracchi ha cominciato un percorso di cura al presidio criminologico territoriale di Milano. Ieri per tutta la giornata non è stato possibile contattare l’avvocato difensore del sacerdote, Mario Zanchetti, del foro di Milano.

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2014/03/12/1037868-pedofilia-condanna.shtml