Osservatorio della Rete L'ABUSO

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    Massimiliano Gamalero – Aqui Terme

    Massimiliano Gamalero – Aqui Terme

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  • Il report delle vittime italiane sulla Conferenza Episcopale e le sue omissioni al Motu proprio

    Il report delle vittime italiane sulla Conferenza Episcopale e le sue omissioni al Motu proprio

    “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”

    Matteo Zuppi

    … Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.

    Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, quello documentato attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.

    EXECUTIVE SUMMARY

    • Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
    • Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
    • Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
    • Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
    • Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?

    “La grande farsa italiana della CEI”

    REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

    OSSERVATORIO PERMANENTE della Rete L’ABUSO

    Associazione italiana sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

     

    Relatore Francesco Zanardi

     

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    Un’inchiesta durata più di un anno e decine di documenti che delineano un comportamento inequivocabile da parte delle gerarchie ecclesiastiche italiane, anche senza fare il paragone con quanto è invece stato fatto all’estero, in particolare in Europa.

     Il campione in esame è di 332 casi, ovvero solo i casi che la Rete L’ABUSO ha trattato direttamente, quelli che abbiamo seguito passo passo al fianco delle vittime. Un campione quantitativamente e qualitativamente eccellente, persino eccessivo in quanto 100 casi sarebbero bastati.

     L’arco temporale del campionamento va dal 2010, anno in cui nasce Rete L’ABUSO e inizia la raccolta diretta dei dati forniti dagli stessi sopravvissuti.

    Non manca il dato attuale in quanto, dopo l’apertura degli sportelli diocesani, il riscontro aumenta con il ritorno di coloro che in buona fede si sono rivolti a quegli sportelli e poi insoddisfatti e in balia della rievocazione del trauma che ha funto da riattivatore, hanno cercato aiuto alla Rete L’ABUSO, permettendo all’Osservatorio di esporre anche il dato attuale, ovvero l’effetto del Motu proprio, nell’applicazione italiana.

    Questo rapporto analizza quanto fatto dalla chiesa italiana nelle sedi giudiziarie canoniche che ricordiamo doverosamente, per quanto vengano chiamati tribunali, non sono equiparabili in alcun modo con i tribunali civili in quanto il parametro di valutazione è differente oltre che incompatibile.

    Mentre nel tribunale canonico l’oggetto del procedimento è l’offesa a Dio, le violazioni dottrinali e via dicendo, nel procedimento del tribunale civile l’oggetto è il danno alla persona, cioè la vittima.

    Premetto questo per evitare confusioni che potrebbero sorgere nel testo per via delle varie omonimie; quando si parla di condanna penale detentiva e risarcimenti alla vittima, questi vengono dal tribunale civile dello Stato italiano a seguito di una denuncia.

    I tribunali canonici non infliggono questo tipo di pene in quanto il reato è “dottrinale”, quindi valuta il sacerdote imputato e la sua integrità nel rappresentare il ministero. In questo caso le pene massime sono di sospensione dal ministero fino alla (successiva) riabilitazione. Nei casi più gravi la riduzione dallo stato clericale.

    In questo caso il risarcimento della vittima non è previso in quanto se pur quest’ultima ha subito una violenza, l’oggetto del processo è Dio e la vittima in questo caso è colei che consapevole o meno, ha contribuito all’offesa.

    L’invito indispensabile nella lettura di questo rapporto è quello di fare come è doveroso la differenza tra quello che “è stato detto” e quello che “è stato fatto” concretamente.

     

    -o-O-o-

    Partiamo doverosamente dal 28 maggio 2022 quando, durante la prima conferenza stampa del neoeletto Presidente della CEI Matteo Zuppi, poniamo alcune perplessità sulla “Via italiana” contro gli abusi sessuali del clero illustrata dal Presidente della CEI.

    Una Via italiana deludente in quanto qualitativamente e quantitativamente notevolmente inferiore a quella di tutte le Conferenze Episcopali non solo europee, che hanno utilizzato un arco temporale di indagine di 70 anni, sufficiente a prendere in considerazione (con un “trattamento umano”) tutti i casi dei sopravvissuti ancora in vita. La Via italiana invece risulta penalizzante e discriminatoria in quanto tratterà solo i casi dal 2000 a oggi, tagliando fuori migliaia di persone.

    Altra anomalia della Via italiana di Zuppi è il fatto che, ancora una volta contrariamente alle altre Conferenze Episcopali, la commissione della CEI non sarà indipendente, perché utilizzerà organi esterni alla chiesa ma dipendenti in realtà da essa, e non si avvarrà né del coinvolgimento dello Stato, né di altri organi di controllo.

    In parole povere la Conferenza Episcopale Italiana se la suonerà e se la canterà da sola in un solitario autoreferenziale censimento dei dati “scelti”, come vedremo escludendo persino le stesse le vittime e i moltissimi casi mai denunciati all’autorità ecclesiastica.

    Gli impegni pubblicamente assunti dal cardinale Matteo Zuppi in conferenza.

    Poche settimane dopo lo incontrerò a Bologna. Due incontri riservati, con spirito diplomatico al fine di tentare di avviare in virtù del Motu proprio un dialogo tra i sopravvissuti e la massima gerarchia a livello italiano. Il Presidente dei vescovi, di fatto coloro che hanno controllo sui singoli territori, le diocesi.

    Il risultato fu piuttosto deludente in quanto non solo Zuppi non si spostò di un millimetro da quella linea controcorrente all’Europa e, in realtà anche alla stessa morale cattolica; ovvero la Conferenza Episcopale Italiana sceglie consapevolmente e rinuncia al perdono delle vittime, la maggior parte, quelle antecedenti all’anno 2000, escluse brutalmente dall’indagine interna.

    Confermerà anche a differenza degli altri paesi che non ci sarà da parte della chiesa italiana alcun indennizzo ai i sopravvissuti, che a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare.

    Fu invece molto più “garantista” (come lui stesso si definisce) nei confronti dei sacerdoti accusati, della loro difesa e della loro riabilitazione, dimostrando uno squilibrio notevole verso le vittime. L’impressione è stata che la CEI facesse quasi “una cortesia ad interloquire con noi”.

    Disattesa anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive.

    Dopo la promessa di organizzare un incontro con monsignor Lorenzo Ghizzoni che non ci ha mai contattati, nessuno da parte della chiesa ha più voluto quei nomi.

    Data l’indisponibilità della CEI a un qualunque possibile spazio di dialogo con i sopravvissuti, restammo disponibili ad una loro convocazione, ma non ritenemmo utile chiedere un terzo incontro.

    Tuttavia le strade della Rete e quelle della CEI si incroceranno ancora quando nel 2022 mi reco ad Aversa per incontrare, insieme al padre di un 13nne abusato, il vescovo Angelo Spinillo. I motivi dell’incontro riguardavano in particolare una serie di apprezzamenti molesti fatti sui profili social del ragazzino, successivi alla misura di arresto domiciliare del sacerdote e apparentemente effettuati da un profilo “omonimo” di quello del prete. Le successive indagini della polizia giudiziaria ricondurranno quegli apprezzamenti molesti alla connessione internet della struttura dove il sacerdote è ai domiciliari, ma non venne approfondito dagli inquirenti chi, dei 6 tra ospiti e operatori, dall’interno della struttura avesse materialmente commesso i fatti.

    La richiesta del padre del ragazzino era tuttavia banale; accertare i fatti e impedire al sacerdote l’utilizzo di internet, non solo per evitare altri equivoci, ma per una questione di buonsenso in quanto il prete era ai domiciliari con l’accusa di reati sessuali sul minore, quindi degno di un doveroso controllo da parte di chi si era assunto la responsabilità del controllo, al fine di evitare che potesse reiterare il fatto.

    La risposta di Spinillo non fu di quelle esemplari per un vescovo, che dovrebbe avere l’autorità sui suoi sacerdoti. Rispose che non sapeva che cosa fare in quanto il sacerdote non riconosceva più l’autorità del vescovo…

    Sarebbe stato un buon motivo per avviare un procedimento canonico, ma invece…

    Pochi giorni dopo il rientro a Savona decisi di informare della situazione riscontrata ad Aversa il cardinale Zuppi, fiducioso che almeno in quella singola situazione potesse mettere mano con più autorità di quella che il vescovo Spinillo aveva saputo esercitare. Ma non fu così, anzi, fu il padre del ragazzo in fine ad essere definito “un rompiscatole” dalla Curia di Aversa.

    Nella primavera del 2023 le strade della Rete L’ABUSO e quelle della CEI si incroceranno ancora quando a seguito di alcune segnalazioni pervenute dalla diocesi di San Remo, scriviamo al vescovo Antonio Suetta, nell’intento di segnalare come previsto dal Motu proprio, quanto in nostro possesso. Una segnalazione preventiva che va accertata e che secondo il Motu proprio può essere anche anonima ed effettuata anche non direttamente dall’interessato.

    Ma in questo caso non sarà affatto anonima, anzi è ufficiale, da parte della Segreteria dell’associazione che la manda in copia anche al cardinale Zuppi in quanto i segnalanti lamentavano di aver già informato la chiesa, ma questa non era intervenuta.

    La risposta del vescovo Suetta non si fa attendere e francamente è spiazzante.

    Anziché chiederci come prevede il Motu proprio e, come ci si aspettava, i nominativi, minaccia querela all’Associazione.

    Qualche giorno dopo anche il cardinale Matteo Zuppi risponderà alla collega (Cristina Balestrini, Segretaria dell’Ufficio di Presidenza), ma come il vescovo non pare per nulla interessato neppure a capire il contenuto delle segnalazioni, ma molto più attento ad “interrogare” la collega che ha inviato la missiva. Tenta di manipolare il dialogo con l’associazione e la invita a scrivergli da un indirizzo mail personale e non da quello della Rete L’ABUSO, sottolineando che preferirebbe un dialogo non ufficiale, cosa che ancora una volta nel contesto generale stride non poco con le dichiarazioni di trasparenza, vicinanza alle vittime e di dialogo con loro.

    La collega acconsentirà per cortesia diplomatica solo alla prima richiesta ribadendo l’ufficialità degli scambi epistolari, per poi tornare a scrivere tassativa dalle opportune sedi e con la mail dell’Associazione nel suo ruolo di Segretario.

    Le missive saranno diverse, una decina. Anche questa volta in nessuna l’accenno di voler acquisire quei dati, come fermamente affermato da Zuppi in conferenza, anzi, nell’ultima missiva inviata in copia questa volta al cardinale Zuppi ma indirizzata alla Nunziatura apostolica, alla quale segnaliamo l’accaduto, alleghiamo una delle ultime lettere di denuncia ricevute dalla Rete, circostanziata con dati verificabili, ma anonima, ed è proprio per questo che la alleghiamo.

    Ma ancora una volta vi è un rifiuto da parte di Zuppi che commenta “io le lettere anonime le cestino”.

    Facciamo ora un breve feedback di quanto emerso nella prima parte, in cui vediamo colui che è o almeno dovrebbe essere il maggior “vigile” sui vescovi italiani.

    Abbiamo rigorosamente citato solo i vescovi attori nei casi in cui il Presidente della CEI ha interagito direttamente con noi, ma in realtà la mancata vigilanza e la compiacenza da parte della CEI che non contrasta la disapplicazione nonché l’elusione delle norme da parte dei vescovi, emerge come vedremo ovunque nella penisola italiana.

    Eppure il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?

    …Per questo in premessa ho sottolineato l’importanza di notare la differenza tra quanto viene “detto” e quanto poi in realtà viene “fatto”.

    Nella sostanza siamo di fronte a una serie di norme introdotte e rassicuranti per l’opinione pubblica e i fedeli, ma non troviamo un solo caso di applicazione in Italia; al contrario, ne troviamo a decine, tutti in violazione.

    Mentre negli altri Stati vediamo come accaduto in Spagna la stessa Conferenza Episcopale acquisire neppure dalle vittime, ma da un quotidiano, i nominativi raccolti, in Italia questo non è stato possibile neppure alla presenza del Presidente dei vescovi italiani.

    Mentre vediamo come in Svizzera le istituzioni religiose che denunciano i sacerdoti e cercano le altre vittime, in Italia neppure una associazione di vittime riesce nei fatti a fare una segnalazione, in quanto la chiesa fa ostruzionismo.

    Mentre come in Francia la chiesa è disposta a vendere i suoi beni per indennizzare le vittime, in Italia dice Zuppi che sarebbe un incentivo a denunciare gli abusi alla chiesa.

    La ovvia domanda è; a che servono quindi gli sportelli diocesani se non si vogliono accogliere denunce

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    I DATI SULLE DIOCESI ITALIANE CHE ARRIVANO DALLE VITTIME

    Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, lo daremo sottointeso nei punti che seguono in quanto emerge sistematico nei 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;

    nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;

    nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale;

    nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica;

    nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.

    nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo.

    Queste premesse, che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, sempre in genere molto favorevoli a queste notizie incensanti verso la chiesa.

    Ebbene, nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario.

    Tanto meno la Conferenza Episcopale Italiana, che nel caso l’avrebbe strumentalizzata come consuetudine all’inverosimile.

    Esporremo ora alcuni tra i casi più significativi tra quelli recenti di insabbiamento da parte dei vescovi, ovvero registrati dopo l’entrata in vigore del Motu proprio, particolarmente espressivi delle gravi inadempienze e delle reticenze delle Gerarchie ecclesiastiche, alle quali come abbiamo visto non è estraneo neppure lo stesso Presidente della CEI.

    Utilizzeremo casi di cui ci siamo occupati e noti sui media in quanto offrono la possibilità di essere verificati con facilità da chiunque.


    Il 4 maggio 2022 la diocesi di Milano comunica a Daniela Cultrera, uno dei legali lombardi della Rete L’ABUSO che difende la vittima del sacerdote reo confesso Alberto Lucchina, a cui il tribunale canonico ha inflitto una condanna pari a cinque anni di sospensione, dalla quale sottolinea la curia, va detratto il periodo di indagine (un anno) in quanto – secondo le dichiarazioni – il sacerdote era stato sospeso, già dall’indagine previa .

    Dichiarazioni che scopriremo totalmente mendaci, appurate persino dall’Autorità Giudiziaria, che dopo le indagini, malgrado i riscontri si trovò bloccata dalla prescrizione.

    Si scoprirà in realtà che il sacerdote non ha fatto un solo giorno di sospensione e che all’inizio del processo canonico è stato spostato e gli è stata nuovamente assegnata una parrocchia, a Milano nel quartiere Isola. Ma la nostra assistita e vittima di Alberto Lucchina, non sa che Alberto ha un fratello, Maurizio, anche lui sacerdote. Non sa neppure che alla Rete L’ABUSO abbiamo una denuncia di abusi da parte di un’altra donna vulnerabile, con invalidità, che questa volta accusa il fratello di Alberto, Maurizio Lucchina.

    Anche la Rete L’ABUSO ignora qualcosa che scopriremo solamente durante le indagini. Nel quartiere Isola ci sono due parrocchie adiacenti in una delle quali la chiesa di Milano ha nascosto dopo la condanna Alberto, nell’altra risiede Maurizio, il quale non è mai stato sottoposto neppure ad un’indagine previa, malgrado ci sia una querela all’autorità italiana e il caso sia uscito sui giornali.

    La diocesi e il prete non hanno mai risposto neppure alle richieste di indennizzo avanzate dal legale della Rete L’ABUSO assegnato alla vittima di don Alberto, malgrado sia reo confesso.

    Non risulta alcuna indagine per le violazioni a carico della diocesi da parte delle istituzioni ecclesiastiche.


    A Enna, nel corso del processo a carico di Giuseppe Rugolo, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di alcuni parrocchiani minorenni, emergono dalle intercettazioni della Procura inequivocabili ammissioni da parte dello stesso vescovo Rosario Gisana; ammette di avere insabbiato il caso. Nel 2020 infatti, Antonio Messina, la  vittima, denuncia il prete anche all’autorità giudiziaria, spinto proprio dalle reiterate inadempienze del vescovo Rosario Gisana, che anziché intervenire lo aveva nel frattempo (2019) trasferito  a Ferrara, dopo aver tentato inutilmente di comprare il silenzio della vittima con 25.000€ della Caritas e mentendo in parte anche al collega vescovo, mons. Gian Carlo Perego, al quale nella lettera di presentazione rassicura non ci sia “nulla di particolare da segnalare”.

    Tuttavia va notato che il vescovo di Ferrara non si è lamentato e che una volta pubblica la notizia che il Rugolo fosse indagato con l’accusa di violenza sessuale su minore, neppure lui intervenne cautelativamente. Il sacerdote è stato arrestato dalla polizia giudiziaria nell’aprile 2021 praticamente “in parrocchia” dove continuava a svolgere attività a contatto con i minori.

    Malgrado le omissioni e le leggerezze palesate nell’ampia documentazione, la chiesa non ha anche in questo caso, avviato alcuna indagine nei riguardi dei due vescovi coinvolti.


    Ad Acqui Terme Massimiliano Gamalero denuncia gli abusi subiti da don Carlo Bottero in infanzia. Il sacerdote non solo ammette, ma è disposto a dare un indennizzo di 25.000€, sempre però con il vincolo della riservatezza. Effettivamente Gamalero riceverà un primo bonifico con un acconto di 5.000€, che subito dopo restituirà indignato.

    Malgrado l’indagine previa del vescovo Luigi Testore (che si limitò a Gamalero senza indagare se ci fossero altre vittime, che in realtà l’Associazione documenta) e l’ammissione del Bottero, quando raggiunto dalle telecamere, il sacerdote non pare così affranto, sorride ironico. Risulta sia sempre restato al suo posto, mai sospeso e svolge ancora incarichi a contatto con minori.

    Nessun procedimento noto da parte della chiesa né per il prete né per il vescovo.


    Nell’aprile 2022 a Carpineto Romano è stato arrestato il sacerdote colombiano di 40 anni Carlos Alberto Pérez Arco, accusato di pedofilia. (attualmente condannato in Italia in primo e secondo grado)

    La cattura è avvenuta a causa di due denunce di abusi sessuali , avanzate lo scorso dicembre dai genitori di due bambini di Carpineto Romano ma in realtà, il sacerdote era stato spostato dalla Colombia già a seguito di accuse di abusi su minori che in Italia ha reiterato.

    In un documento della chiesa del 31 agosto 2018 in nostro possesso, il fondatore dell’Istituto Missionario San Juan Eudes, monsignor Humberto Lugo Argüelles, avvertiva del comportamento inappropriato del sacerdote in missione in Africa.

    Neppure in questo caso, malgrado la consapevolezza della chiesa colombiana che lo ha trasferito, la chiesa italiana che lo ha accolto non ha attuato qualora informata, alcuna misura preventiva al fine di evitare reiterasse e non risulta qualora non sapesse abbia avviato indagini per chi ha omesso la grave segnalazione, permettendo altre 2 vittime.

    Anche se sono parecchi di più, questi alcuni esempi di casi attuali nei quali vediamo la chiesa italiana non intervenire nei confronti dei vescovi, in assoluta violazione al Motu proprio.

     

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    Va anche notato, come evidenzieremo subito dopo con qualche esempio, che la chiesa si fa in qualche modo carico dei sacerdoti puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi.

    Neppure la vittima!

    In alcuni casi abbiamo documentato che quando il prete è indagato, il vescovo attivamente provvede alla scelta del difensore, organizzando l’incontro con l’imputato.

    Si fa anche garante quando necessario di una dimora per gli arresti domiciliari (l’inchiesta completa sui 23 centri per preti pedofili in Italia su “Giustizia Divina” Emanuela Provera – Federico Tulli “Chiarelettere”), della loro riabilitazione e del reinserimento nelle parrocchie, che avviene puntualmente senza restrizioni o un adeguato monitoraggio, anche dopo aver scontato il carcere.

    Una prevenzione anche qui sulla carta e un altro evidente squilibrio in discriminazione delle vittime che non hanno alcun tipo di assistenza. Questo non solo a fronte delle dichiarazioni di vicinanza e soccorso della chiesa, anche queste solo sulla carta, ma un abominio in quanto la stessa è poi l’organismo che equamente dovrebbe giudicare e spesso a farlo sono gli stessi vescovi che in precedenza hanno coperto il prete.

    Qui sarebbe interessante che il Presidente della CEI si pronunciasse e ci spiegasse come applica o dove vede applicato equamente quel “garantismo” di cui si fece tanto forte nei nostri incontri !

    A fronte dell’impegno per la difesa dei preti pedofili, nessuna garanzia per le vittime.

    Neppure per quelle che hanno ottenuto un risarcimento in sede giudiziaria, verso le quali la chiesa dovrebbe intervenire.

    Vittime invece che si trovano come nel caso di don Luciano Massaferro, dopo il carcere reintegrato furtivamente dalla diocesi e dagli stessi parrocchiani che ne hanno omesso per più di un anno la presenza. Un prete che ha avuto l’onore della difesa di avvocati come Coppi, che difficilmente poteva permettersi.

    Oggi per mano della stessa chiesa Massaferro non ha più stipendio (si spera che non sia per pagare il legale in quanto la chiesa non ha motivato), dal quale la vittima poteva almeno prelevare il quinto dello stipendio per il risarcimento deciso dal Tribunale italiano.

    Per il prete non preoccupatevi, non è alla fame e tantomeno sotto un ponte, come lui stesso vanta nell’affermarlo, è responsabile di 3 parrocchie.

    Potrei proseguire con casi come quello di don Luigi Gabbriellini, Don Silverio Mura, Mauro Galli e tanti altri che non elenchiamo in quanto non cambierebbero la palesata gravità della situazione della chiesa italiana, che emerge positivamente solo nei comunicati autoreferenziali ai media, per autoacclamazione e puntualmente senza il contraddittorio dei sopravvissuti o di chi li tutela.

    Anche l’editoria non ha certo brillato molto nelle inchieste giornalistiche o negli approfondimenti televisivi, mentre i media stranieri (malgrado la notizia sia per loro “di nicchia”) hanno già prodotto 3 documenti sulla grave situazione della penisola.

    Documenti che naturalmente non sono circolati in Italia, ma li proponiamo qui di seguito e sono;

    “LA PREDA. I casi di pedofilia insabbiati dal Vaticano in Italia” prodotto da TFILM;

    “I peccati nascosti dell’Italia” prodotto da BBC.

    Il terzo è stato prodotto invece per una TV (non italiana) da una troupe belga e sarà pubblicato in Europa nei primi mesi del 2024.


    IL SISTEMA DELLE GERARCHIE e le “FACOLTA’” dei gerarchi “privilegiati”

    Forse superficialmente quanto detto prima è più che sufficiente ad una valutazione. Vogliamo ancora spendere intellettualmente qualche passaggio rispondendo alla più ovvia e spontanea delle domande; PERCHE’ questo è possibile malgrado il Motu propio ?

    E’ vero che il pontefice fa le leggi e le raccomandazioni ma poi le gerarchie hanno una loro autonomia nell’applicarle. Autonomia concessa, in quanto in ogni paese le esigenze della chiesa sono differenti e lo scopo delle gerarchie è proprio quello di gestirle al meglio, in favore del Vaticano.

    Cosa che abbiamo visto negli anni, per esempio, nelle varie linee guida emesse dalle Conferenze Episcopali, diverse in ogni nazione, dove la chiesa ha adattato i suoi parametri/esigenze alle leggi degli Stati. In altri come l’Italia invece, controcorrente o quanto meno indifferente anche di fronte agli appelli della Santa Sede, non ha fatto nulla in quanto la carenza legislativa e l’assenza dello Stato italiano glielo hanno permesso.

    Un anno abbondante di indagini dell’osservatorio della Rete L’ABUSO ha documentato in Italia, in più occasioni oltre quelle citate sopra, attraverso molte testimonianze anche di sacerdoti oltre che sopravvissuti, quello che accade nel mondo “sommerso” delle diocesi. In questo caso dei vescovi e della stessa Conferenza Episcopale, responsabile degli stessi e dell’applicazione di quanto legiferato dal Pontefice, che tuttavia non si intromette.

    Come in precedenza approfondito nell’articolo “Motu proprio vos estis lux mundi; 4 + 1 = 12 …I conti non tornano”, più fonti mi spiegano;

    “Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”.

    Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”

    “Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”

    “Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.

    Sembrerebbe quindi venire a mancare in molti casi anche la comunicazione da parte delle diocesi alla CDF nonché la stessa collaborazione vantata da Zuppi pubblicamente. Un fatto già appurato alla presentazione del Report della CEI, che dai venti anni annunciati si è ridotto poi a due e senza i dati di CDF.

    Report che tuttavia, tenendo conto che i due anni censiti erano durante l’emergenza COVID, che ha limitato l’accesso agli uffici e che i dati provenivano da soli 30 centri di ascolto diocesani su 166 diocesi che li hanno attivati (su un totale di 226), il dato non era proprio insignificante.

    68 persone denunciate.

    Se prendiamo per esempio il dato della commissione francese che ne censisce 3000 (la Francia ha un totale di circa 20.000 preti, l’Italia circa 50.000) e lo dividiamo per 70, ovvero l’arco temporale del censimento, fa una media di 42 sacerdoti l’anno.

    In Italia il dato CEI di cui non si conosce neppure la località dove sono avvenuti i fatti, di cui si ignora cosa la chiesa abbia fatto per quelle vittime e per i colpevoli e dal quale sono stati omessi; procedimenti in corso; dati delle diocesi (esclusi i 30 sportelli); dati delle associazioni; dati della CDF e lo dividiamo per i due anni che la CEI ha campionato, fa 34 casi ogni anno, contro i 42 della Francia.

    Guardiamo per un solo attimo il risultato ottenuto nel concreto dalla CEI e senza andare troppo lontano lo paragoniamo a quanto hanno fatto le altre Conferenze Episcopali nella sola Europa tra commissioni d’inchiesta indipendenti, ricerca delle vittime dei preti, soccorso ai sopravvissuti e indennizzi economici, prevenzione e allontanamento dei soggetti pericolosi.

    …Dire che non è stato fatto nulla dalla CEI, è persino un complimento molto generoso.

    Fine del report

    Francesco Zanardi

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  • Rete L’ABUSO NEWS – Puntata ZERO del 2 settembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Puntata ZERO del 2 settembre

    • 1-Francesco Zanardi; Presentazione

    Buongiorno a tuti e benvenuti a questa prima edizione del TG news.

    Presento subito i giornalisti che hanno dato vita a questo progetto;

    Ludovica Eugenio – Redattrice di Adista

    Pierelisa Rizzo – ANSA Sicilia

    Federica Tourn – Giornalista indipendente

    Federico Tulli, giornalista ed autore di diversi libri in materia

    Alessio Di Florio – Redattore Word News

    Antonio Messina – Sopravvissuto

    Ed io, Francesco Zanardi – Sopravvissuto e Portavoce della rete

    Chiameremo questa puntata zero, in quanto abbiamo voluto cercare nell’ottica di una continuità di informazione, di dare un punto di partenza. Quindi le notizie di oggi saranno particolarmente attuali e ampie, in modo di potere avere un quadro di quella che è attualmente la situazione italiana, ma che al tempo stesso vuole confrontarsi con quella degli altri paesi, per rendere ancora più chiara la nostra, che ha portato nei fatti, per la prima volta al mondo, un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero cattolico a produrre autonomamente questo TG.

    Un canale di controinformazione che dia voce ai sopravvissuti. Voce che in Italia è puntualmente prevalicata da quella della chiesa, che attraverso i media fa sapere a loro nome che tutto va bene, che le vittime sono soddisfatte, che le parrocchie oggi sono finalmente diventati luoghi sicuri, grazie alla tolleranza 0

    Affermazioni spesso facili da fare quando si escludono le vittime dal contraddittorio.

    Ma le cose stanno davvero così ?

    Questo è l’obbiettivo di Rete L’ABUSO NEWS, informare in modo che ogniuno possa maturare la propria idea sui fatti.

    Lascio ora la parola ai colleghi e alla prima edizione.

    Edizione che trovate con gli approfondimenti e con gli speciali, oltre che in formato video, anche in versione Podcast gratuita su Spotify; Apple Podcast; Google Podcast e Amazon Music

    Ci rivediamo a fine TG negli SPECIALI, l’approfondimento di questa edizione – Lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella


    • 2- Ludovica Eugenio; Troppe cause legali per abusi: arcidiocesi di san Francisco in bancarotta

    L’arcidiocesi di San Francisco in California ha dichiarato bancarotta a causa di circa 500 cause legali intentatele per abusi sessuali del clero su minori. Lo ha annunciato il 20 agosto l’arcivescovo, Salvatore Cordileone, affermando di aver presentato un’istanza di amministrazione controllata al tribunale fallimentare secondo il capitolo 11: un dispositivo del diritto statunitense che consente al debitore di elaborare un piano di riorganizzazione, bloccando nel frattempo tutte le cause in corso.

    Il New York Times il 21 agosto sottolinea come il provvedimento abbia lo scopo di proteggere l’arcidiocesi dalle numerose cause civili intentate contro di essa ai sensi di una legge statale del 2019 che ha aperto per 3 anni una “finestra di deroga alla prescrizione” per abusi su minori altrimenti prescritti. Analoghe finestre sono state aperte lo stesso anno da 24 diocesi e 3 territori d’oltremare; per la California è la seconda, dopo quella del 2003 che ha portato a risarcimenti ai sopravvissuti per 70 milioni di dollari, grazie alla vendita di proprietà e a fondi assicurativi. Maine e Vermont hanno aperto “finestre permanenti” per consentire la denuncia, a prescindere dal momento del presunto abuso.

    Ora San Francisco, 450.000 cattolici, è la terza arcidiocesi californiana a presentare istanza di fallimento quest’anno, dopo Oakland e Santa Rosa ed entro la fine dell’anno sarà la volta di San Diego. Nello Stato di New York, sei delle otto diocesi hanno già dichiarato bancarotta.

    Secondo un database citato dal NYT, curato da Marie Reilly, docente della Penn State Law, attualmente sono 12 le diocesi e arcidiocesi negli Stati Uniti coinvolte in procedure di fallimento; una trentina in totale quelle che ne hanno avviata una e 17 hanno ormai completato il processo. E non solo: il database mostra che a dichiarare bancarotta sono anche alcune congregazioni religiose.

    Fonte: New York Times


    • 3- Federico Tulli; Pedofilia: in Italia è vietato indagare sulla Chiesa

    L’Italia è l’unico tra i Paesi di tradizione cattolica in cui la Chiesa e le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che purtroppo è diffuso in tutta la Penisola quanto meno da decenni: la pedofilia.

    In tanti sicuramente avrete visto il film Spotlight, premio Oscar nel 2016, che ricostruisce la lunga inchiesta dei giornalisti del Boston Globe su centinaia di casi di pedofilia insabbiati dall’arcivescovo Bernard Law. L’indagine valse il Premio Pulitzer al team investigativo ma soprattutto dette a tantissime vittime la forza di denunciare, facendo realizzare numerose inchieste sulla Chiesa cattolica non solo negli Stati Uniti. L’elenco è lungo. Il 27 febbraio 2004 una ricerca indipendente commissionata dalla Conferenza episcopale americana scoprì che tra il 1950 e il 2002, negli Stati Uniti, erano stati oltre 4mila i preti pedofili. Gli studiosi hanno contato 10.667 vittime ma si stima che furono un numero compreso tra 40 e 60mila.

    Cinque anni dopo scandali analoghi esplosero anche in Europa. In Irlanda il Rapporto Ryan raccolse le testimonianze di circa 2.500 vittime, ma ne stimò almeno 30.000, e fu accertato che i responsabili dei crimini furono circa 800, tra sacerdoti e suore. «La violenza e gli abusi sono endemici nella Chiesa d’Irlanda», con queste parole il giudice Sean Ryan chiuse l’inchiesta che prende il suo nome.

    A febbraio 2010, scoppiò il “caso Germania”. Per farsi un’idea senza dare cifre ecco cosa disse il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato dalla Conferenza episcopale di indagare sulle diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona: «C’è stato un insabbiamento sistematico da parte delle gerarchie. Non c’è mai stata una reale volontà di far luce e i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti». Non finisce qui. Nei mesi e anni successivi emergono decine di migliaia di casi in Austria, Svizzera, Olanda, Belgio, Inghilterra. E poi ancora, fino ai nostri giorni, Australia, Francia, di nuovo in Germania, Spagna, Portogallo. Latitudini diverse, diocesi diverse, prassi identica: omertà delle gerarchie, tutela dei pedofili, silenzio sulle vittime e sulla loro sorte. Centinaia di migliaia di vittime. E in Italia? La pedofilia è notoriamente un crimine seriale e la moderna psichiatria ha definito lo stupro di un minore prepubere «un omicidio psichico», eppure, da noi, come detto, le istituzioni laiche e quelle religiose fanno fronte comune insieme alla stampa mainstream per impedire che si indaghi seriamente. Con il risultato che l’opinione pubblica non ha mai avuto un quadro d’insieme della situazione nel nostro Paese e nessuno si sente in dovere di attivare tutto ciò che è necessario per prevenire nuove violenze e per garantire assistenza psicologica gratuita alle vittime. Vi pare giusto?

    Fonti: Adista, Ansa, Domani, Left, Chiesa e pedofilia (L’Asino d’oro ed., 2010), New York Times, www.vatican.va


    • 4- Federica Tourn

    A- Diocesi offre 25mila euro alla vittima con la clausola del silenzio

    Erano ormai quasi vent’anni che Massimiliano Gamalero bussava alla porta della Chiesa per denunciare il prete che aveva abusato di lui quando era ragazzo: nessuno gli aveva mai dato retta. Oggi che don Carlo Bottero, reo confesso, ha compiuto 74 anni, ecco che alla vittima arriva una proposta di risarcimento firmata dallo stesso sacerdote, a titolo di riparazione per le violenze subite. Il prete si impegna a versargli venticinquemila euro in cinque anni, in comode rate di cinquemila euro ciascuna. A farsi portatore dell’offerta è monsignor Luigi Testore, vescovo della diocesi di Acqui, a cui don Bottero appartiene. Ma c’è il trucco: infatti l’accordo contiene una clausola di riservatezza e, in caso di divulgazione da parte della vittima, l’impegno del prete verrà meno.

    Insomma: ti paghiamo, ma tu non dirlo a nessuno.

    Questo non è l’unico caso in cui alle vittime di abuso clericale è stato offerto un risarcimento in cambio del silenzio e la cifra si attesta quasi sempre sui 25mila euro. Gamalero ha rifiutato la proposta della diocesi ma molti altri, spinti dal bisogno o dalla vergogna, hanno accettato.

    B- Parroco accusato di pedofilia ritrovato in un’altra parrocchia sotto falso nome

    Diverso il caso di don Silverio Mura, 64 anni, un sacerdote originario di Ponticelli (Napoli): nel 2010 è accusato da Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, di averlo ripetutamente stuprato quando era ragazzino: i fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto; tuttavia a novembre 2021 il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali. Don Mura, con il falso nome di don Saverio Aversano, ha esercitato per quasi due anni come parroco a Montù Beccaria (Pavia), prima di essere riconosciuto da una parrocchiana e scomparire. Attualmente risulta ancora irreperibile.

    C- Diocesi e parrocchia di Bolzano condannate a pagare 700mila euro di risarcimento per un caso di pedofilia

    A Bolzano, la sezione civile del tribunale della città aveva condannato ad agosto 2013 la diocesi e la parrocchia San Pio X di Bolzano al risarcimento di complessivamente 700.000 euro, oltre agli interessi legali, per il caso di don Giorgio Carli. Nel 2009 il sacerdote bolzanino era stato prosciolto per prescrizione in Cassazione dall’accusa di abusi sessuali nei confronti di una parrocchiana minorenne all’epoca dei fatti. In secondo grado era invece stato condannato a sette anni e sei mesi di reclusione.

    (Fonti per i casi di Bottero e Mura: Domani; per il caso di Carli: Ansa)


    • 5- Alessio Di Florio; Processo a prete per violenza sessuale, cronista davanti al Gup

    ANSA – PALERMO, 21 AGO – La Procura di Enna chiede l’archiviazione della giornalista Pierelisa Rizzo, la cronista denunciata da Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”, ma i legali del prelato presentano opposizione e il gup fissa l’udienza camerale il prossimo 21 marzo.

    La vicenda, prende l’avvio dalla pubblicazione di alcune chat a sfondo sessuale, contenute nella prima ordinanza, tra il sacerdote e alcuni giovani. Dopo la denuncia di Rugolo per diffamazione e diffusione di atti processuali, i legali del sacerdote chiedono l’oscuramento del post e il sequestro di tutti i supporti informatici della Rizzo.

    Il Gip di Enna, Michele Martino Ravelli, accoglie in parte la richiesta e decide solo per l’oscuramento del post che, però non viene mai oscurato per decisione della Cassazione dopo il ricorso della Procura.

    Lo scorso giugno il Pm Stefania Leonte chiede l’archiviazione, forte anche della pronuncia della Cassazione. Lo scorso luglio, però, i legali di Rugolo depositano una richiesta di opposizione e il Gup l’udienza camerale per la decisione finale sul rinvio a giudizio della giornalista.

    La vicenda di Enna è simile a quanto sta avvenendo a Savona, dove Rugolo ha denunciato il presidente di Rete l’Abuso, l’associazione che si occupa di sopravvissuti a violenze clericali, Francesco Zanardi, per diffamazione.

    Anche lì la Procura di Savona aveva chiesto l’archiviazione, ma i legali del sacerdote hanno fatto opposizione e il Gup ha fissato l’udienza per il prossimo 4 ottobre.

    AGI – il 30 ago. Un’altra querela per la giornalista, sempre dai legali di don Rugolo per la quale prendono posizione anche la Fnsi e l’Associazione siciliana della stampa che esprimono solidarieta’ alla giornalista ennese Pierelisa Rizzo dopo la nuova querela ricevuta dal sacerdote don Giuseppe Rugolo attualmente a giudizio per violenza sessuale su minori.


    • 6- Pierelisa Rizzo; Accusati di stupro di gruppo, tutti assolti: “Hanno errato sul consenso”

    Il Tribunale di Firenze lo scorso marzo ha assolto, al termine del rito abbreviato, due ragazzi appena maggiorenni accusati di stupro di gruppo. Un terzo ‘partecipante’, minorenne, era già stato giudicato dal tribunale minorile. Le motivazioni della sentenza, che giunge 4 anni dopo i fatti, fanno discutere. Secondo i giudici, la condotta di questi ragazzi, non integrerebbe il reato perchè avrebbero, di fatto, avuto una percezione sbagliata sulla volontà della ragazza. Dunque, la violenza sessuale c’è stata ma, per come sarebbe stato acquisito una sorta di “falso consenso” da parte dei giovani, “impedisce di ritenere penalmente rilevante la loro condotta”. Secondo i magistrati l’agire dei ragazzi sarebbe stato condizionato “da un’inammissibile concezione pornografica delle loro relazioni con il genere femminile, forse derivante da un deficit educativo e, comunque, frutto di una concezione assai distorta del sesso”. A pesare su questa sentenza ci sarebbe il fatto che la ragazza avrebbe avuto in passato rapporti con uno dei giovani, anche in presenza di altre persone. Dunque, era scontato, per il gruppo, che era una che acconsentiva. La violenza si sarebbe consumata in una festa, con alcool e fumo in abbondanza, festa alla quale erano presenti decine di persone, nei pressi di Rufina, un comune di poco più di 7 mila anime, nell’hinterland di Firenze. Acclarato dai giudici, che la giovane, appena maggiorenne sarebbe stata in una condizione psicofisica alterata e, dunque, non in grado di esprimere un vero e proprio consenso. E nonostante i magistrati abbiamo accertato , sono parole del giudice che ha assolto i giovani, “atti sessuali non pienamente voluti” sono state messe in dubbio le dichiarazione della ragazza definite “non pienamente  credibili e di  “scarsa attendibilità”. Una sentenza quella di Firenze che riporta allo stupro di gruppo, avvenuto nella notte tra il 6 e 7 luglio a Palermo.  La ragazza conosceva solo uno dei suoi aggressori, lo stesso che poi ha ripreso le violente scene con il cellulare. Anche lei, volontariamente, si era seduta al tavolo con i sui carnefici ed era stata fatta, appositamente, ubriacare per bene. Sollevata di peso e trascinata, è stata violentata dopo essere stata colpita da calci e pugni, in un cantiere abbandonato del Foro Italico Era convita che quei ragazzi l’avrebbero riaccompagnata a casa.

    “Quello che ci colpisce e ci fa infuriare della sentenza di Firenze, è che, nonostante venga riconosciuto l’atto di violenza lo si giustifichi spostando sulla ragazza, la vittima, la responsabilità di non aver dissentito abbastanza”. Commenta così all’Adnkronos, Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna.

    “In realtà – prosegue Ercoli – sembra che questo dissenso ci sia stato e quindi ci viene da pensare che ai due ragazzi venga riconosciuta una maggiore credibilità rispetto alla vittima”.

    Pierelisa Rizzo

    Fonti.firenzetoday.it, Adnkronos


    • 7- Alessio Di Florio; Tonache in chat

    Alcuni recenti fatti di cronaca hanno riportato l’attenzione sul web, sulla diffusione di materiale online legati a stupri e abusi sessuali.

    Su internet e la sua moralità da tempo prendono ripetutamente posizione i moderni “guardiani della moralità”, dal vaticano in giù. Ci si aspetterebbe quindi una loro totale lontananza da quel che condannerebbero.

    La realtà, come spesso accade, è ben diversa dalle prediche. Ci sono state in passato notizie di chat e di adescamenti online, anche di minori, che hanno coinvolto preti. E basta un secondo di ricerca con il principale motore di ricerca per trovare oltre 9 milioni e mezzo di risultati, nella prima pagina la quasi totalità sono notizie legate a chat sessualmente esplicite e anche di reati sessuali e pedofilia.

    Fonte: Alessio Di Florio


    • 8- Antonio Messina; Nuova Zelanda – Seconda lettera aperta a Papa Francesco

    L’associazione SNAP, dei sopravvissuti agli abusi del clero in Nuova Zelanda, lo scorso giugno ha inoltrato una nuova lettera a Papa Francesco, dopo che le precedenti missive non hanno ottenuto alcuna risposta. 
Nella lettera a sua santità, la SNAP torna a denunciare la delusione per le mancate risposte da parte del Vaticano.

    ” Siamo preoccupati che i vescovi della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda, che stanno arbitrando le denunce a danno dei sopravvissuti alle violenze e agli abusi clericali, siano essi stessi accusati di gravissime violazioni sessuali contro i bambini e della tortura psicologica di quei bambini” dicono. Si tratta dunque, di una storia senza fine per i sopravvissuti a gravi aggressioni e ad altri reati perpetrati dai vescovi, sacerdoti e religiosi fratelli e suore in Nuova Zelanda che vengono nuovamente maltrattati e, quello ancora più grave che  i predatori sessuali di bambini, clericali e religiosi, rimangono impunemente al loro posto. L’assurdo è che gli imputati spesso sono giudici di processi in cui sono accusati. L’associazione dei sopravvissuti agli abusi della Nuova Zelanda sono preoccupati, anche per le ingenti somme di denaro dei fedeli spesi per pagare gli avvocati dei preti pedofili. Ci sono orde di avvocati cattolici che lavorano al soldo dei vescovi e dei leader delle congregazioni che, di fatto, hanno ostacolato le indagini sulle denunce di abusi sessuali su minori contro sacerdoti cattolici e i progressi della Commissione reale d’inchiesta neozelandese sugli abusi mentre, invece, affermano di collaborare.

    “Crediamo – scrivono in una nota stampa – che queste false dichiarazioni debbano finire”. Da qui, questa seconda lettera aperta a Papa Francesco per chiedere ai vescovi e leader congregazionali in Nuova Zelanda di farsi da parte dall’arbitrato su denunce in cui sono anche accusati e di chiederne conto per non aver rispettato le richieste di apertura e trasparenza nel trattare le denunce dei sopravvissuti.

    Fonte: SNAP New Zealand


    GLI SPECIALI – Questa settimana

     

  • Abusi e omertà, fact cheking alla “dottrina Zuppi”

    Abusi e omertà, fact cheking alla “dottrina Zuppi”

    In chiusura del festival Tempi radicali a Modena, il 2 aprile, è stato ospite di Domani anche il cardinale Matteo Maria Zuppi. Un’importante occasione di dialogo, a cui bisogna dare atto che il presidente della Cei si è prestato volentieri, pur potendo immaginare che sarebbe andato incontro anche a domande scomode.

    Intervistato dal direttore Stefano Feltri, si è infatti mostrato sicuro e a suo agio sui temi di cui è abituato a parlare, dalla sinodalità alle periferie esistenziali care a papa Francesco fino addirittura a confrontarsi sui diritti lgbtq e il fine vita, ma ha cambiato passo ed è apparso sulla difensiva appena si è affrontato il tema degli abusi clericali. Ha fatto però in proposito affermazioni molto interessanti: proviamo quindi a riprenderle punto per punto.

    Prima di tutto, eludendo la domanda esplicita sull’avvio di un’indagine indipendente anche in Italia, Zuppi ha cominciato a criticare l’inchiesta che Domani porta avanti da ormai un anno sulla violenza nella Chiesa cattolica, sostenendo che sono state pubblicate cose non vere: «non abbiamo mai cercato di comprare qualcuno, come avete scritto», ha detto il presidente della Cei. In almeno due casi, però, abbiamo documentato che sono stati offerti 25mila euro alle vittime in cambio del silenzio sulla trattativa economica: è successo in provincia di Alessandria a Massimiliano Gamalero, vittima di don Carlo Bottero, reo confesso, e ad Antonio Messina, abusato a Enna da don Giuseppe Rugolo (oggi sotto processo per violenza sessuale su minori). Entrambi hanno ricevuto una proposta di “risarcimento” da parte della Chiesa: nel caso di Messina dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, come si evince dalle intercettazioni agli atti, e in quello di Gamalero è arrivato addirittura un bonifico da parte del prete con la mediazione del vescovo di Acqui Luigi Testore. Sappiamo poi che altri casi di trattativa economica “privata” fra la Chiesa e le vittime sono andati a buon fine.

    «I primi che hanno consapevolezza e interesse a contrastare gli abusi siamo noi», ha poi sottolineato Zuppi, aggiungendo però che, «per evitare che a qualcuno venga il dubbio che ce l’avete con noi», Domani dovrebbe fare inchieste anche sulla famiglia e sulla scuola, responsabili, secondo il cardinale, del «95% degli abusi che ci sono in Italia». In primo luogo, sorprende questa percentuale: qual è la fonte di Zuppi, visto che non ci sono dati pubblici? Nel merito dell’affermazione, bisogna poi dire che la Chiesa non può in alcun modo essere messa sullo stesso piano della scuola e della famiglia: non solo per la levatura morale e il ruolo sociale che l’istituzione religiosa rappresenta e vanta, ma perché la gerarchia ecclesiastica ha fino ad oggi considerato l’abuso sessuale, anche sui minori, come un peccato che riguarda colui che lo commette, e non un reato. Senza contare che il pedofilo nella Chiesa ha finora potuto contare su un’organizzazione che in molti casi lo ha protetto con l’omertà e lo spostamento in altra diocesi, in certi casi agevolandone la fuga con vari espedienti, come è successo a don Silverio Mura, prete napoletano ritrovato in provincia di Pavia con il nome di don Saverio Aversano.

    Molto ci sarebbe poi da dire sul «rigore estremo» con cui papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno affrontato il problema. Papa Francesco, in questi dieci anni sugli abusi ha detto molto ma fatto poco e finora non è riuscito a scardinare quel sistema di potere che rende la violenza clericale endemica. Nonostante Bergoglio abbia tolto il segreto pontificio sulle cause degli abusi (invece ribadito da Ratzinger nel 2001), di fatto vige ancora la massima riservatezza su decreti, testimonianze e carte processuali.

    Il presidente della Cei ha poi annuciato che i nuovi report sugli abusi nella Chiesa saranno pronti il prossimo novembre (ricordiamo che il 17 novembre 2022 è stato presentato il primo rapporto della Cei, che prendeva in esame l’attività dei Servizi diocesani e le segnalazioni arrivate ai centri di ascolto delle diocesi nel biennio 2020-2021) e riguarderanno «non solo i numeri ma anche il tipo di reati commessi negli ultimi vent’anni». Zuppi ha spiegato che la ricerca si limita a vent’anni (e non i tradizionali settanta, come la maggior parte delle indagini commissionate negli altri paesi) «perché di questo periodo abbiamo i dati su cui lavorare e evitiamo il rischio di avere soltanto delle proiezioni». Il cardinale ha omesso di esplicitare che anche questo report, come il precedente, sarà redatto non da una commissione indipendente ma da un’istituzione legata alla Chiesa, che non garantisce la necessaria terzietà. Senza contare che i dati ecclesiastici sono parziali (la Cei ha parlato di 613 fascicoli depositati al Dicastero per la dottrina della fede) perché non tengono conto di chi non si è rivolto all’autorità ecclesiastica per denunciare le violenze. Inoltre, limitare l’indagine a vent’anni esclude a priori le vittime emerse in precedenza e non tiene proprio conto di quanti non hanno ancora maturato la consapevolezza di aver subito un abuso: è noto infatti che molti hanno bisogno anche di trenta o quarant’anni per elaborare il trauma subito.

    Zuppi è poi entrato nel cuore del problema, sostenendo che le linee guida della Chiesa sono severissime e che i casi di abuso vanno denunciati alle autorità dello Stato. «Il problema però – ha poi precisato – è che a volte le persone non vogliono rivolgersi alla giustizia penale. A me personalmente è capitato due volte: due persone che mi hanno fatto segnalazioni ma non volevano andare al commissariato», sottolineando che in questi casi «vengono fatte firmare delle dichiarazioni alle vittime», che sollevino dalla responsabilità la Chiesa. Incalzato dal direttore, che gli chiedeva se a quel punto è il vescovo che fa la denuncia all’autorità dello Stato, Zuppi ha ribadito: «no, se la persona non vuole, no. Esiste però una giustizia ecclesiastica che funziona benissimo e non bisogna dire che è connivente (con gli abusatori, ndr)». Questo è un passaggio cruciale, perché dalle parole del presidente della Cei si evince che, nonostante l’obbligo morale sancito dal motu proprio papale Vos Estis Lux Mundi, che esorta il clero alla trasparenza e alla denuncia dei responsabili all’autorità civile, i vescovi continuano a rivolgersi solo ai tribunali interni. Sul fatto che questi ultimi funzionino bene, c’è solo la parola del cardinale, visto che gli esiti delle indagini ecclesiastiche non vengono rese note nella maggior parte dei casi nemmeno alle vittime. Su come sono condotte queste indagini, invece, da quel che trapela dai documenti a nostra disposizione c’è poco da stare allegri: nel sopracitato caso di don Rugolo, per esempio, monsignor Gisana viene ripreso durante la fase delle indagini preliminari proprio sul modo in cui ha condotto l’investigatio previa, che viene definita «monca» dal pm che lo interroga. Il vescovo, infatti, non solo non si era preoccupato di convocare diversi testimoni, ma nemmeno aveva sentito il prete accusato.

    Interpellato infine sul mancato coinvolgimento delle vittime nel processo di indagine sugli abusi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che, invece, alcune di loro sono state ascoltate e ha citato un’udienza avvenuta al Consiglio permanente della Cei. Decisamente poco, se si aggiunge che Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, ricevuto due volte in udienza privata proprio da Zuppi, ha definito gli incontri «deludenti» e l’atteggiamento del cardinale «autoritario». La Cei non si è poi nemmeno data la pena di rispondere alle lettere del coordinamento Italy Church Too, nato nel 2022 proprio per dare voce ai sopravvissuti alla violenza clericale. Anche a Modena, non una parola è venuta da Zuppi sul dolore delle vittime e sulla necessità che ricevano un risarcimento (trasparente) per quanto hanno subito, come accade invece in Francia e in Germania.

    «E poi c’è sempre la giustizia ecclesiastica e Roma: un po’ di meccanismi di certezza del diritto per la vittima ci sono», ha concluso Zuppi, riferendosi ovviamente al ruolo di garante del papa. Purtroppo, pensando alla vicenda complessa e tutt’altro che chiara di Rupnik, e del ruolo per nulla trasparente avuto da Bergoglio nella scomunica del gesuita accusato di abusi su diverse suore, sorgono molti dubbi sulla «certezza del diritto» garantita dalla Santa Sede. Roma giudica, in effetti, come ha detto il presidente dei vescovi, ma a noi ancora rimane da capire in che modo.

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/abusi-nella-chiesa-e-coperture-fact-checking-alla-dottrina-zuppi-peg7zezb

  • La chiesa compra il silenzio delle vittime

    La chiesa compra il silenzio delle vittime

    Federica Tourn per DOMANI – Da quasi vent’anni Massimiliano Gamalero bussa alla porta della Chiesa per denunciare il prete che aveva abusato di lui quando era ragazzo. E nessuno gli ha mai dato retta. Ma oggi che don Carlo Bottero, reo confesso, sta per compiere 74 anni, ecco che fa arrivare alla vittima una proposta di risarcimento per le violenze subite.

    Il prete si impegna a versargli venticinquemila euro in cinque anni, in comode rate di cinquemila euro ciascuna. A farsi garante dell’offerta è Luigi Testore, vescovo della diocesi di Acqui (provincia di Alessandria) a cui Bottero appartiene. Ma c’è il trucco: l’accordo contiene una clausola di riservatezza e, in caso di divulgazione da parte della vittima, l’impegno del prete verrà meno. Insomma: ti paghiamo in cambio dell’oblio.

    Questo è il vero buco nero della Chiesa italiana: quanti casi simili conosce? Quanti abusi sessuali dei sacerdoti sono stati seppelliti sotto la clausola di riservatezza? E questo è anche il problema del nuovo presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), il cardinale Matteo Zuppi che, come vedremo, sull’argomento è costretto a fare lo slalom tra ambiguità e contraddizioni.

    Quando iniziano le violenze, Massimiliano ha sedici anni e il prete venti più di lui. Don Carlo conosce bene il ragazzo: per otto anni è stato parroco a Mombaruzzo, il paese in provincia di Asti dove Massimiliano abita con la famiglia; è lui che lo ha cresimato soltanto due anni prima ed è stato anche il suo insegnante di religione alle superiori. «C’era un rapporto di fiducia fra di noi – ricorda Gamalero – ero stato rimandato in tre materie e mia madre gli chiese di aiutarmi in storia e letteratura in vista degli esami di riparazione». Tutti i giorni di quell’estate dell’84 Massimiliano prende il treno che da Mombaruzzo lo porta ad Acqui Terme per farsi dare lezioni di ripetizione nel Seminario vescovile di cui don Bottero è stato appena nominato rettore. Superato il grande portone d’ingresso, Massimiliano, i libri sotto il braccio, aspetta che il prete venga a prenderlo.

    «Mi portava in una stanza e lì, mentre leggevo, cominciava a toccarmi e io cercavo di sfuggire alla sua presa serrando le gambe, nella speranza che la smettesse – ricorda Gamalero – le braccia invece rimanevano inchiodate sul banco, come per far finta di niente o forse per paura di una reazione violenta». Il prete, però, continua. «Era come trasfigurato: più io tentavo di resistere, più lui usava la forza per costringermi. Cercava a tutti i costi di masturbarmi e ottenere la mia eccitazione. Alla fine è riuscito a spogliarmi e a portarmi su un divano, dove mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia».

    Nel racconto emerge a questo punto un particolare che da solo racconta dell’ambiente clericale più di molte ammissioni di colpevolezza. Durante una di queste lezioni, mentre don Bottero sta come di consueto palpeggiando il ragazzo, all’improvviso entra nella stanza un altro prete. Il nuovo arrivato non si scandalizza, anzi, comincia a scherzare con il rettore che, senza alcun imbarazzo, continua a toccare Massimiliano. «Don Carlo era lì che armeggiava con il mio corpo e con naturalezza si mise a parlare con questo prete, senza neppure tentare di nascondere quel che stava facendo», precisa oggi la vittima. Massimiliano per i due preti non è che una cosa, un oggetto inanimato a cui non è necessario prestare attenzione.

    Che cosa accadeva abitualmente nel Seminario vescovile di Acqui, se gli abusi su un minore – a maggior ragione se commessi dal rettore, esempio e guida per i seminaristi – venivano considerati normali e il sacerdote non avvertiva neanche bisogno di dissimularli? Che genere di preti può aver formato un luogo simile, dove la violenza su un ragazzo non era considerata degna di rilievo? E soprattutto, la Chiesa che cosa fa di fronte a vicende come questa che conosce in ogni particolare?

    Don Carlo Bottero rimane al suo posto di rettore del Seminario di Acqui per ben nove anni, dal 1983 fino al 1992, quando viene destinato dall’allora vescovo Pier Giorgio Micchiardi alla parrocchia di Spigno Monferrato, nell’alessandrino.

    Per Massimiliano inizia il periodo della rimozione dell’abuso: «Per vent’anni ho nascosto l’accaduto a tutti, anche a me stesso – commenta – mi vergognavo profondamente e mi sentivo in colpa per non essere riuscito a difendermi». Sono anni difficili, in cui non riesce ad avere relazioni sentimentali soddisfacenti e anche l’inserimento nel mondo del lavoro è problematico: è demotivato e sfiduciato nei confronti della vita e delle persone che incontra. Nel ’93, arrivano i primi episodi di depressione e le crisi di panico, ma dovranno passare ancora dieci anni prima che trovi la forza di denunciare. A quel punto sono trascorsi quasi vent’anni dagli abusi, troppi per poter ricorrere alla giustizia dello Stato; ma non per quella ecclesiastica, che fissa proprio a vent’anni la prescrizione per questo genere di delitto.

    Gamalero sente l’urgenza di essere ascoltato, ma non sa che stanno per scadere i termini per la denuncia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Lo sa invece il vescovo Micchiardi: «Mi disse di stare tranquillo – racconta Gamalero – e di non preoccuparmi del prete, che ci avrebbe pensato lui». Infatti il vescovo ci pensa, guardandosi bene dall’avviare un’indagine su don Bottero, che viene però prontamente trasferito da Spigno a Canelli, nell’astigiano, dove diventa parroco della chiesa di San Leonardo. Mentre il vescovo fa melina, scatta la prescrizione anche per il processo canonico: «Micchiardi mi ha fatto perdere l’ultima occasione che avevo per portare don Carlo davanti a un tribunale», puntualizza amaro Gamalero. Se il vescovo tace, il parroco di Mombaruzzo don Pietro Bellati, a cui Gamalero chiede aiuto, non è da meno e gli suggerisce di dimenticare tutto: «Mi disse testualmente che non voleva “andare a fare del can can”».

    Intanto ansia, depressione e deliri di persecuzione continuano ad assillare la vittima: sviluppa disturbi della personalità e gli viene diagnosticata anche la fibromialgia, una malattia debilitante che comporta dolori diffusi e stanchezza cronica. A causa dei problemi fisici e psicologici causati dal trauma subito, per due anni non riesce nemmeno ad andare a lavorare. Nel 2017, sentendosi abbandonato dalle istituzioni, va a suonare alla porta di don Bottero, che nel frattempo è stato nominato responsabile della formazione degli aspiranti diaconi e direttore dell’Asilo infantile Cristo Re di Villanuova di Canelli, dove è sempre a contatto con i bambini. «Gli ho rinfacciato tutto quello che mi aveva fatto – racconta la vittima – e lui non ha negato, anzi, voleva che lo perdonassi». Don Bottero ammette quindi le violenze e di lì a poco si dimette anche da parroco, scegliendo un profilo più basso in parrocchia.

    Gamalero, non soddisfatto, a marzo di quest’anno torna alla carica con il nuovo vescovo Luigi Testore, che nel frattempo ha sostituito Micchiardi alla guida della diocesi di Acqui. Segretario particolare del cardinale Carlo Maria Martini dall’80 all’86, Testore è un esponente di spicco della diocesi ambrosiana e della stessa Cei, dove è membro del Consiglio per gli affari economici. Testore si dice subito pronto a ricevere Gamalero e, di fronte al racconto della vittima, si impegna a incontrare il prete e ad avviare la canonica “investigatio previa”. Indagine che si svolge velocemente tanto che, due mesi dopo, il 13 maggio scorso, il vescovo invia i risultati al Dicastero per la dottrina della fede (ex Congregazione): è vero che i fatti sono ormai prescritti, ma il Dicastero, se lo ritiene opportuno, ha la facoltà di derogare ai termini. Un mese dopo, monsignor Testore scrive a Gamalero che Bottero si è dichiarato colpevole. «Preferivo attendere istruzioni da Roma prima di comunicarglielo e Le sarei grato se Lei tenesse la cosa per sé fino a quando mi arriveranno precise indicazioni», scrive il vescovo, e aggiunge: «Ho sentito il mio predecessore, che mi ha confermato quanto da Lei riferito».

    Vent’anni dopo, dunque, monsignor Micchiardi, ormai emerito, ammette di essere sempre stato a conoscenza dell’abuso, ma non una parola viene spesa dai due vescovi sulla mancata denuncia alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. «Quando gli ho chiesto cosa pensasse del vescovo precedente, che mi aveva tenuto buono per anni impedendomi di chiedere giustizia, mi ha risposto che monsignor Micchiardi non aveva un intento malevolo ma soltanto l’intenzione di aiutarmi», commenta Gamalero. Un aiuto “spirituale” che evidentemente non poteva prescindere dal mantenere il silenzio sulla vicenda e che ha messo il prete pedofilo al riparo da indagini interne che potessero verificarne l’attitudine a occuparsi di bambini e adolescenti. Perché la conseguenza (voluta) degli insabbiamenti è proprio questa: lasciare che un pedofilo continui a venire in contatto con i minori, con la possibilità tutt’altro che infrequente che ripeta gli abusi.

    Il verdetto del Dicastero per la dottrina della fede arriva a fine estate: il vescovo Testore il 14 settembre scorso convoca Gamalero e gli riferisce che il suo caso non è stato ritenuto abbastanza grave da permettere una deroga per aprire un processo a don Bottero. «Il Dicastero ha considerato non superabile la prescrizione e che non fosse quindi possibile adottare alcun provvedimento canonico», dichiara il vescovo a Domani. Il motivo? Lo ha spiegato con parole più chiare lo stesso monsignor Testore alla vittima: «Il vescovo mi disse che il Dicastero riapre casi prescritti soltanto di fronte a situazioni estreme, come gli abusi avvenuti durante la confessione», riporta Gamalero. Par di capire cioè che per la Chiesa è gravissima la molestia sessuale durante la confessione, meno grave la pedofilia durante una ripetizione di latino. Sottigliezze teologiche sulle quali sarebbero benvenuti gli autorevoli commenti del papa Bergoglio.

    La faccenda però non si chiude qui, anzi. In mancanza di una sentenza di colpevolezza, il vescovo Testore non può sanzionare il sacerdote, per quanto reo confesso, ma propone alla vittima un risarcimento. Don Carlo Bottero è infatti pronto a mettere mano al portafoglio per poter compensare in qualche modo la sofferenza causata. Gamalero allora fa un rapido calcolo delle sole sedute di psicoterapia dal 2008 ad oggi, senza includere i farmaci, e arriva a una cifra che si aggira intorno ai 36500 euro, sottolineando che rappresentano una minima parte del danno subito. Il primo ottobre arriva, sempre tramite il vescovo, la proposta di don Bottero, in cui la somma richiesta è già drasticamente ridimensionata. Il prete, dopo aver ribadito le sue scuse per «i fatti avvenuti nel 1984», si impegna infatti a versare venticinquemila euro in cinque rate annuali «per sovvenire alle spese mediche affrontate, pur consapevole che queste siano state negli anni ben superiori». L’impegno però verrebbe meno in caso di morte o di divulgazione dell’accordo. «Il vescovo mi disse che la proposta di risarcimento di don Bottero era un atto di gratuità, perché ormai non potevo più ricorrere alle vie legali», sottolinea Gamalero.

    Un gesto che in realtà tanto gratuito non era, considerato il vincolo della clausola di riservatezza. «Desiderei che questo scritto fosse considerato strettamente privato e personale, per questo ritengo che una eventuale divulgazione farebbe venir meno l’impegno da me sottoscritto», precisa infatti il prete nel documento. «Si tratta di un atto unilaterale di grande sensibilità, che la persona ha assunto per iscritto senza averne alcun obbligo. Egli ha indicato che si trattava di “scrittura privata”, il cui contenuto andava quindi considerato confidenziale», ribadisce dal canto suo a Domani monsignor Testore.

    Il primo bonifico è già pronto a partire ma Gamalero, via mail, rifiuta la clausola di segretezza, che bolla come «falsa e immorale» perché a questo punto, persa o negata la possibilità di un processo, «non ci sarebbe nulla di ufficiale sull’ammissione di colpevolezza» di don Bottero. «Bisogna però tener conto – gli risponde il vescovo – che non si tratta di una transazione ma di un impegno unilaterale che esprime davvero un desiderio di riparazione da parte del Bottero. E che quindi va considerato e apprezzato». Gamalero però è inamovibile e ribadisce che accetterà il risarcimento «solo ed esclusivamente se reso pubblico»; chiede inoltre al vescovo copia dei documenti relativi all’indagine previa e alla risposta del Dicastero, che gli vengono negati. «L’unico documento che ho visto in tutta questa vicenda è quello di don Bottero, che pretende un inaccettabile silenzio sull’abuso in cambio di 25 mila euro, una miseria in confronto al danno psicofisico che ho subito», commenta amaramente Massimiliano Gamalero.

    Questo non è certo l’unico caso in cui la Chiesa cerca di chiudere la bocca ai sopravvissuti alla violenza clericale attraverso dei risarcimenti vincolati al silenzio. Quanti avranno avuto la determinazione (o la possibilità economica) di respingere un’offerta simile? Quanti, abusati dai preti da piccoli, una volta adulti hanno accettato questi accordi?

    «Sono transazioni note da da anni – conferma Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso – io sono a conoscenza di una quarantina di casi ma sono certamente molti di più. La somma proposta non supera mai i venticinquemila euro, ma fino a una decina di anni fa era anche più bassa, oscillava fra i cinque e i venticinquemila. Si tratta di cifre ridicole ma la vittima spesso vive in condizioni psicofisiche estreme e non è in grado di rifiutare». Queste scritture private non sono contrarie alla legge, sia chiaro: il problema si pone su un piano etico, perché si realizzano in un contesto in cui la vittima è in condizione di fragilità psicologica a causa di quello che ha passato. «Spesso le persone che hanno subito violenza, pur prendendosela con il singolo prete, si fidano del contesto ecclesiastico e non si fanno nemmeno assistere da un legale», conferma l’avvocata Daniela Cultrera, che si è occupata di queste transazioni nel contesto clericale. «Lo schema è sempre lo stesso. Il confidente spirituale o una persona che riveste un ruolo di rilievo nella comunità spinge la vittima ad accettare l’accordo, presentandolo come un gesto di riconciliazione. Siamo di fronte a una vera e propria manipolazione di queste persone, che alla fine si sentono in colpa a rifiutare un gesto che è fatto “per il loro bene”. L’obiettivo invece è difendere la Chiesa».

    Eppure il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si è sempre mostrato tiepido nei confronti di qualsiasi tipo di indennizzo alle vittime e proprio a Zanardi, durante un colloquio privato avvenuto l’estate scorsa, ha ribadito di essere contrario ai risarcimenti non per la clausola di riservatezza ma perché potrebbero incentivare le denunce a scopo di profitto. Dunque la “via italiana” della Cei alla lotta agli abusi sessuali dei sacerdoti passa attraverso questi “atti unilaterali di grande sensibilità” con vincolo di riserbo? Quanti di queste scritture private sono note alla Cei? Interpellato in proposito da Domani, il presidente della Cei si è limitato a citare le linee guida (contraddittorie) approvate dall’assemblea dei vescovi nel 2019: «La valutazione di eventuali clausole di riservatezza che potrebbero essere inserite nei contratti relativi al risarcimento del danno va fatta in relazione ai casi concreti, e in ogni caso non può di certo incidere sulla libertà della vittima di un abuso di ricercare la verità e di perseguire la giustizia negli ambiti civili e canonici». Però, precisa ancora Zuppi, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». Due affermazioni incompatibili: infatti, se il silenzio sugli abusi è inaccettabile per la Cei, logicamente lo devono essere anche le clausole di riservatezza.

    Il senso di queste transazioni è chiaro: pagare le vittime perché tacciano la violenza subita. Dimenticare, nascondere, non far sapere: questo l’imperativo della Chiesa, che bada innanzitutto a non fare del “can can”. Un sistema che ignora la sofferenza delle vittime e la loro legittima richiesta di giustizia e, al contrario, agevola i pedofili che, protetti dalla negligenza dei loro superiori, rimangono liberi di continuare a molestare ragazzini da una parrocchia a un’altra. Nei corridoi delle curie spesso si conoscono i casi nei dettagli molto prima che arrivino (se arrivano) agli sportelli di ascolto diocesiani. Per quanto riguarda Acqui, il vescovo Testore ha assicurato a Domani che non risultano altre vittime nella sua diocesi, eppure a quanto pare don Bottero non era l’unico: il parroco di Mombaruzzo don Bellati ha confidato a Gamalero che in zona c’era un altro prete pedofilo, un’altra famiglia in preda alla disperazione. Nascondere gli abusi infatti non significa solo non voler sapere, come chiosa lo stesso Gamalero: «I preti non parlano ma le cose le sanno, eccome se le sanno».

    La storia finisce con un nuovo colpo di scena: nonostante il fermo rifiuto di Gamalero, i primi 5 mila euro del prete pedofilo sono stati accreditati sul suo conto. i primi cinquemila euro. «Ho detto al vescovo Testore di lasciarmi in pace perché sto male – taglia corto lui – e i soldi li ho già restituiti a don Bottero. Il mio silenzio non si compra».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/preti-pedofili-pagamenti-silenzio-vittime-ec52nkag