Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Il muro di omertà all’interno della diocesi si è sgretolato, forse più di una “talpa” non ce la fa più a convivere con troppi compromessi tra bugie e verità, valori, fede, vangelo e “omertosa” obbedienza…

    “Siamo stati imprudenti”… “se c’è qualcuno con cui prendersela è Delpini!”.

    Don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano all’epoca dei fatti (dicembre 2011), fatti che riguardano l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, ai danni di un minore, da parte di don Mauro Galli sacerdote a lui affidato e oggi sotto processo, non usa mezzi termini, accusa chiaramente il suo Vescovo, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini:

    “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini perché è Delpini che primo, ha preso molto superficialmente la vicenda“.

    D’altra parte don Carlo lo sa bene, è lui che ha chiamato per primo mons. Delpini, ha telefonato il giorno seguente il presunto abuso parlando direttamente con il Vescovo, lo ha incontrato immediatamente nei giorni successivi, gli ha spiegato bene cosa era successo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 a casa di don Mauro Galli, il neo sacerdote suo collaboratore a cui aveva appena affidato la pastorale giovanile.

    Don Mauro ha portato a letto un ragazzino, a casa sua, a pochi passi dall’abitazione di don Carlo, nella stessa parrocchia di Rozzano, ingannando i genitori facendo loro credere che fosse un’attività di tutto il gruppo di ragazzini che si stava preparando a vivere cristianamente bene il Natale.

    Li aveva ingannati in modo da ottenere il loro consenso per il pernottamento in oratorio senza destare sospetti.

    È don Carlo che racconta personalmente a Delpini la vicenda del presunto abuso sessuale come poi dichiarerà il Vescovo stesso alla polizia quando nel 2014 verrà interrogato.

    “…don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il minore aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano…”

    Don Carlo Mantegazza sapeva ovviamente bene ciò che aveva detto al suo superiore: la questione era seria tanto da dover intervenire subito (Delpini si precipita a Rozzano il 24 dicembre, la vigilia di Natale nonostante i fitti impegni in diocesi per la veglia e la messa di mezzanotte che si sarebbe celebrata poche ore dopo).

    Il Parroco non poteva rimanere altro che sbalordito dalla superficialità con cui Delpini aveva deciso, in pochi giorni, di insabbiare il caso, non riusciva e non poteva rendersi conto, in quel momento, che la fretta di Delpini non era dettata dallo scrupolo di affrontare personalmente la questione seria del presunto abuso da lui segnalato, quanto invece la strategica velocità di mettere a tacere il caso prima che potessero trapelare informazioni scomode da gestire.

    Il parroco era rimasto incredulo e basito (come dirà poi, e in Tribunale riferirà: che il solo fatto di portarsi a letto un minore “…è una cosa un po’ più grave, parecchio più grave” della “leggerezza” rubricata superficialmente da Delpini), non poteva capacitarsi della decisione del suo Vescovo.

    Non era concepibile spostare semplicemente don Mauro in un’altra parrocchia (Legnano), ancora a contatto con i bambini come se nulla fosse, non era accettabile in particolare proprio per don Carlo, perché lui sapeva bene che Delpini era stato adeguatamente informato, lo sapeva con certezza perché lo aveva informato lui personalmente (non potevano esserci scuse o fraintendimenti, don Carlo lo sapeva!).

    Per questo don Carlo non ha dubbi, il responsabile con cui prendersela è sicuramente Delpini, non vi è dubbio.

    Grazie al servizio di Fanpage.it si scopre che don Carlo lo esplicita chiaramente già nel 2015 in presenza anche dei familiari, ben prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano: chissà se aveva informato anche il Vaticano, chissà se nel procedimento canonico a carico di don Mauro, il parroco di Rozzano avrà riferito della grave gestione del suo superiore mons. Delpini.

    Eppure nel 2016, nel processo canonico a carico di don Mauro, vengono ascoltati, oltre al parroco, lo psichiatra del minore (lo ha rivelato spontaneamente la scorsa udienza), i genitori della presunta vittima che, in quella circostanza, già denunciarono il comportamento dei due Vescovi mons. Delpini e mons. Tremolada, o meglio anche in quella sede denunciarono alla “Gerarchia della Chiesa” il comportamento omissivo dei due Vescovi: infatti, in realtà, avevano già presentato formale denuncia anche nel 2015 direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina Della Fede.

    Al procuratore don Desiderio Vajani viene consegnato il materiale comprovante la gestione maldestra dei due Vescovi ma non solo: lettere, documenti, registrazioni audio, una chiavetta USB con tutto quanto a loro disposizione, una documentazione corposa a disposizione, quindi, anche del Vaticano, probabilmente ben più ricca di quella consegnata nel 2014 alla procura della repubblica quando, durante le indagini preliminari, venivano ugualmente interrogati.

    Gli audio inediti riprodotti nel servizio di fanpage, infatti, risalgono al 2015, diversamente da quelli del 2012 acquisiti in aula giudiziale nelle scorse udienze.

    Sarebbe interessante capire “l’anello debole” del sistema, auspicabile che ciascuno avesse il coraggio di contribuire per il proprio ruolo e responsabilità nella ricerca della verità, e sarebbe un forte segnale di cambiamento che lo facessero o potessero fare pubblicamente nella massima trasparenza e coscienza.

    Tuttavia ben venga ugualmente che ci siano sacerdoti che, pur nell’anonimato, in coscienza non riescono più a rimanere indifferenti e compromessi nel terribile silenzio omertoso “imposto” per obbedienza.

    Sacerdoti magari non coraggiosi al punto di uscire allo scoperto, ma comunque combattuti interiormente che si domandano cosa possono/devono fare e cercano di darsi una risposta (certamente non incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche fatta eccezione, per quanto dichiarato da Papa Francesco, che delinea l’identikit del buon prete, quello che sa denunciare con nomi e cognomi).

    Esattamente come è avvenuto, per esempio, con la segnalazione del caso don Mauro alla trasmissione di Quarto Grado, partita appunto da un sacerdote che conosce don Mauro, forse uno dei pochi veri amici che, probabilmente, ritengono sia più utile, cristiano e giusto affrontare la realtà piuttosto che nasconderla e far finta di nulla, magari grazie ad un semplice trasferimento da una parrocchia all’altra come disposto da mons. Delpini.

    Don Carlo rappresenta “il buon prete” descritto dal Pontefice che sa esporsi raccontando la verità?

    Certo è che in Tribunale, nel corso del procedimento penale, solo poche settimane fa, don Mantegazza non aveva fornito la versione svelata dalle registrazioni, non aveva denunciato con nomi e cognomi affermando che “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini”: in quella occasione, viceversa, si era limitato a dire che aveva avvisato i suoi superiori e che aveva saputo subito della nuova destinazione decisa da Delpini, precisando la relativa identica mansione del don Galli, a beneficio del giudice rispondendo alla precisa domanda: (DOMANDA) “Sempre in ambito parrocchiale?” (RISPOSTA) “Sempre in ambito di Pastorale Giovanile come si dice con i ragazzi…”.

    A dispetto di quanto esortato dal Santo Padre, si è quindi guardato bene dal riferire che: “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini…”

    Lo ha omesso perché non gli è stata fatta una precisa domanda nel merito???

    (GIURAMENTO) “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

    Cosa significa “non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”???

    Non erano importanti i particolari di ciò che sapeva don Carlo tanto da ritenere Delpini MOLTO SUPERFICIALE?

    L’arcivescovo di Milano è dunque molto superficiale? Chissà se emergeranno nuove illuminanti conferme inconfessabili?

    Fortunatamente però ci sono anche altri sacerdoti meno visibili, ma più autentici, che non ce la fanno più a nascondere, ad insabbiare, a omettere, a non dire o far sapere, a non…

    Speriamo dunque che, grazie a queste persone, questi uomini “veri” ancor prima che preti, si possa riempire il puzzle di tutti i tasselli mancanti (se ancora ne mancano) di questa triste vicenda che probabilmente ci riserverà altre sorprese, altre rivelazioni inedite?!?

    Se don Carlo non ha voluto rivelare al giudice i dettagli da lui riferiti a Delpini che lo hanno indotto a non avere dubbi sulla leggerezza del Vescovo stesso, motivo per cui è con lui che bisogna prendersela… perché non gli è stata posta l’esplicita domanda, allora speriamo che lo faccia almeno per dignità…

    Certo comunque non sarebbe ne il primo, ne l’unico a non dire “tutta” la Verità, a non riferire se non esplicitamente domandato, come se non fosse importante o pertinente.

    Emblematico infatti quanto dichiarato da mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo: “…è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: «MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?»”

    Forse anche a mons. Tremolada che ha gestito insieme a Delpini l’insabbiamento, non è mai stato chiesto: “MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?”

    Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che il Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni.

    Chi si credono di essere i genitori della vittima? Non sanno che i Vescovi non si devono giustificare? Come osano chiedere? Come si permettono di voler sapere? Di volere spiegazioni? “PARLERANNO SE MAI QUALCUNO GLI DOMANDERÀ: MA PERCHÉ, PERCHÈ AVETE DECISO DI INSABBIARE IL CASO”???

    Che fortuna per i due vescovi, nessuno di “quelli” evidentemente titolati per chiedere spiegazioni, ha mai posto la fatidica domanda prima che fossero nominati: lui stesso, Tremolada Vescovo di Brescia e Delpini Arcivescovo di Milano….

    Ma ora la domanda nasce spontanea… ma cosa aspettano a chiederglielo? Cosa aspetta la Santa sede a chiedere: “MA PERCHÉ LO AVETE FATTO?”

    Ci permettiamo dunque di suggerire, esortando papa Francesco, di chiederlo a mons. Tremolada: pare che già del 2015 fosse disposto a spiegarlo ma nessuno si preoccupa di chiedere!!! Forse era più opportuno saperlo prima di nominare i due Vescovi per cariche così importanti, fare un passo indietro è sempre fastidioso… possibile che nessun’altro, per esempio la Congregazione per la Dottrina della Fede, o don Carlo Mantegazza stesso, abbia voluto offrire questo servizio al papa e alla Chiesa come lo stesso Pontefice esorta (“nomi e cognomi”, “evidenze”… il Cile insegna, 34 Vescovi dimissionari!)?

    Speriamo che anche Delpini e Tremolada sappiano cogliere positivamente l’umile suggerimento dei loro colleghi d’oltre oceano… a quel punto potrebbero anche non spiegare… sarebbe già abbastanza “evidente”!!!

    Redazione

  • Rozzano, il prete accusato di abusi su un minore spostato in oratorio dai vescovi: “Siamo stati imprudenti”

    Rozzano, il prete accusato di abusi su un minore spostato in oratorio dai vescovi: “Siamo stati imprudenti”

    In attesa della nuova udienza del processo a don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano che, secondo l’accusa, avrebbe abusato di un minore, escono due nuovi audio risalenti al 2015, registrati dai familiari della presunta vittima a colloquio con l’attuale Vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, sono le parole rivolte da don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Fausto, il ragazzo, all’epoca dei fatti minorenne, che sarebbe stato abusato da don Galli. Tremolada si riferisce alla decisione di spostare il sacerdote, ora accusato di abusi, nuovamente a contatto con dei minori, nella parrocchia di Legnano.

    I presunti abusi

    Il sacerdote, la notte tra il 19 e 20 dicembre 2011, ospita Fausto nella sua abitazione e durante la notte, secondo Fausto, avrebbe provato a sodomizzarlo. Nei giorni successivi all’episodio don Galli viene allontanato da Rozzano. Il sacerdote però, scoprono i genitori di Fausto a gennaio, si trova ancora in zona, questa volta a Legnano, e nuovamente a contatto con i minori. La famiglia di Fausto, incredula dopo aver appreso la notizia, viene ricevuta da Tremolada, all’epoca responsabile della formazione del clero. I genitori del ragazzo scoprono che, soprattutto per scelta di monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Angelo Scola, don Galli si trova a Legnano.

    Gli audio inediti
    Degli audio dei primi incontri con Tremolada e Delpini (che risalgono al 2012), registrati dalla famiglia di Fausto, Fanpage.it ha dato conto in precedenza. Nell’inedito del 2015 invece, Tremolada fa capire per la prima volta quanto la scelta di destinare don Galli nuovamente a contatto con minori fosse sbagliata. Nell’audio successivo, è presente anche don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, secondo il quale “se c’è qualcuno con cui prendersela è sicuramente Delpini, perché è Delpini che primo ha preso molto superficialmente all’inizio la vicenda”. L’attuale Arcivescovo di Milano è stato il primo a recarsi a Rozzano, nei giorni precedenti al Natale del 2011, dopo il presunto abuso, sollecitato dai responsabili della parrocchia del paese alle porte di Milano e sarebbe stato anche il primo a decidere di spostare don Galli.

    https://milano.fanpage.it/rozzano-il-prete-accusato-di-abusi-su-un-minore-spostato-in-oratorio-dai-vescovi-siamo-stati-imprudenti/

  • Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

    di Giorgio Gandola

    “Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

    Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

    La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

    È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

    “Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

    Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

    Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

    (Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

  • Perché papa Francesco riceve tutte le vittime di abusi, ma snobba quelle italiane?

    Perché papa Francesco riceve tutte le vittime di abusi, ma snobba quelle italiane?

    Tra pochi giorni papa Francesco riceverà tre nuove vittime, questa volta cilene, e noi ne siamo davvero felici anche se sorge la domanda: perché non riceve mai le vittime italiane?

    È una richiesta piuttosto frequente, non dimentichiamo che le vittime sono tutte cattoliche, il voler incontrare il papa e potergli esprimere il proprio dolore, il proprio dissenso per come la chiesa, ancora oggi, gestisce i preti abusatori, la propria preoccupazione perché quello che è accaduto a loro non accada ad altri, è un desiderio diffuso in molti sopravvissuti.

    Per esempio Giada Vitale, nel 2014 riuscì a consegnare nelle mani di papa Francesco una lettera con scritta la sua storia, ma nessuno le ha mai risposto.

    Anche Diego Esposito ha più volte pubblicamente espresso questo desiderio, ancora poche settimane fa, in un sit-in di due giorni davanti al duomo di Napoli. Diego vuole delle risposte, vuole sapere perché don Silverio Mura, malgrado le molteplici denunce, non sia mai stato processato. Vuole sapere anche perché il cardinale Sepe, che in questi anni ha coperto il prete fino al punto che, un mese fa, si è scoperto che don Mura esercitava, addirittura sotto falso, nome in un piccolo paesino del pavese, non sia mai stato punito con quella linea dura tanto acclamata proprio dal pontefice.

    Anche la presunta vittima di don Mauro Galli ha chiesto un incontro, lui e i suoi familiari hanno scritto a papa Francesco una dozzina di volte, vogliono sapere perché, malgrado l’insabbiamento del caso da parte di monsignor Mario Delpini, costui, anzi che essere trattato con la promessa linea dura, sia addirittura stato nominato arcivescovo di Milano.

    Ci sono poi anche gli ex allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona, loro vogliono sapere l’esito della commissione di inchiesta fatta nel 2011, vogliono sapere perché papa Francesco non è intervenuto nel 2014, quando uno di loro gli consegnò in mano una lettera-denuncia nella quale emergevano i nomi di 14 sacerdoti accusati, oggi uno di loro, fuggito in Argentina, è agli arresti per aver abusato di altri bambini, anche questa volta sordi.

    Si vuole capire se papa Francesco abbia reale interesse per le vittime o se è tutta pubblicità, fatta con le vittime di turno, dello scandalo di turno, pubblicità che ha solo l’obbiettivo di far credere che si sta facendo molto e “anche di più”, ma in realtà non si conclude nulla.

    Pochi giorni fa Diego Esposito, una delle vittime italiane, ha più volte telefonato alla Segreteria di Stato e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per cercare di ottenere risposte. Pur avendo seguito tutte quelle che sono le linee guida per le vittime, non ha ottenuto risposte, anzi, ci si accorge che in Vaticano non esiste un servizio dedicato alle vittime. Vengono date risposte a caso: tant’è che gli è stato detto che il suo caso sta procedendo; invece sul sito della diocesi di Napoli si legge che il caso è stato chiuso nel 2016.

    Di Francesco Zanardi

  • L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    E’ il caso don Mauro Galli, sacerdote accusato di aver abusato sessualmente di un minore nel 2011, a tirare in ballo, ancora una volta, l’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, all’epoca dei fatti Vescovo ausiliare della zona in cui è avvenuto il presunto abuso sessuale.

    Sono infatti ora disponibili le trascrizioni dell’udienza penale che si è svolta pochi giorni fa, il 5 Aprile 2018, nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano.

    Questa volta, a confermare le molteplici testimonianze che hanno già coinvolto l’Arcivescovo di Milano, mons. Delpini, è una voce autorevole: l’educatore di professione e capo scout del ragazzo, forse il primo ad aver ricevuto direttamente l’esplicita drammatica confessione dell’abuso.

    Mentre l’Arcivescovo, con una serie di acrobazie, ormai da tempo sta cercando in tutti i modi di “schivare” il caso – non ultimo con il tentativo da parte di alcuni giornali – non può più negare il fatto certo che lui stesso fosse, fin dai primi giorni, a conoscenza del presunto abuso. Tutto questo è emerso chiaramente nel Processo e, peraltro, anche ammesso da Delpini stesso già nel 2014, quando era stato interrogato dalla polizia: il parroco don Carlo Mantegazza nel 2011 “…mi disse al telefono che il ragazzo aveva poi segnalato presunti ABUSI SESSUALI compiuti da don Mauro”. Mons. Delpini tenta dunque, ora, di dare un significato differente al termine “abuso”.

    Il tentativo di manipolare la realtà è quindi passato dalla negazione totale della conoscenza del presunto abuso, (tuttora comunque falsamente rappresentata dal  comunicato ufficiale della diocesi di Milano la quale sostiene che nel 2011/12 “la parola «abuso» si manteneva distante dal racconto della vicenda”), al bieco tentativo di darne un diverso significato:

    “Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato”: come se questo fatto non fosse grave ma un atteggiamento normale. Atteggiamento talmente normale da non richiedere l’avvio dell’indagine canonica prevista per i casi di sospetto abuso, o atteggiamento che ragionevolmente e oggettivamente non poteva destare il minimo sospetto da indagare…

    Ed è proprio qui che a questo punto si pone il problema, perché Delpini aveva solo due cartucce da sparare:

    • O mons. Delpini sostiene che non è stato adeguatamente informato – cosa che ha tentato di fare con il comunicato della diocesi – tentativo ormai fallito perché tutte le prove processuali, le registrazioni e le testimonianze, incluso la sua deposizione giurata, lo smentiscono (deposizione che probabilmente sperava non fosse acquisita agli atti e che quindi potesse rimanere segreta nel fascicolo del PM dato che tramite l’avvocato Zanchetti era riuscito ad evitare l’interrogatorio davanti ai giudici);
    • Oppure mons. Delpini tenta di far credere che la parola “abuso” e “presunto abuso sessuale”, come lui stesso esplicita, si riferisse ad una parola utilizzata impropriamente da tanti, da tutti, da lui stesso nell’accezione “abuso sessuale” soltanto per descrivere il fatto che il don Galli avesse portato il minore nel letto tenendolo abbracciato. Nella sua stessa deposizione (come riscontrato anche da altre testimonianze e dalla deposizione stessa di don Mauro) Delpini dice di aver convocato subito il prete che ammetteva di aver portato a letto il minore “…ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…”.

    Ma anche semplicemente sostenendo questa seconda tesi, di fatto Delpini ammette che sapeva CERTAMENTE che il minore era stato portato a letto dal prete, nella casa dello stesso, nel suo lettone, nonostante avesse a disposizione la camera degli ospiti, c’era stato un contatto fisico e,  nonostante ciò, non avvia alcuna indagine previa propedeutica ad approfondire, ma sposta subito il prete, ancora a contatto con i minori, in un’altra parrocchia.

    “Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie (2).”

    (2) Il can. 1717 del codice di diritto canonico dispone infatti che l’indagine previa abbia luogo quando l’Ordinario abbia notizia «almeno probabile» di un delitto.

    “A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.”

    Papa Francesco precisa inoltre integrando il codice di diritto canonico in forma di “MOTU PROPRIO”:

    “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.”

    Un vero e proprio maldestro pasticcio, ulteriormente aggravato dall’estremo tentativo di distogliere l’attenzione dai fatti certi, quelli certificati dal Tribunale, dalle indagini e dalla polizia: solo un paio di settimane fa, il portavoce ufficiale di mons. Delpini, inviava segretamente una mail a tutti i prelati della Diocesi. In quella mail invitava i sacerdoti a muoversi segretamente, per divulgare il contenuto del Comunicato ufficiale della Diocesi di Milano, per contrastare quanto raccontato dai media presenti nelle aule di giustizia. La comunicazione segreta si concludeva con la raccomandazione firmata da don Davide Milani di non far sapere della comunicazione stessa ma solo indirizzare a leggere il comunicato della diocesi.

    Ma tutto questo, alla luce della testimonianza dell’educatore, capo scout del ragazzo, si complica ulteriormente: emerge sempre più drammaticamente lo scenario e le responsabilità inequivocabilmente consapevoli dell’attuale Arcivescovo.

    Indipendentemente da ciò che poteva immaginare mons. Delpini, rispetto alla narrazione che gli veniva offerta dai suoi collaboratori (don Alberto e don Carlo), indipendentemente dalla sua capacità di attribuire il senso corretto alle parole (d’altronde è solo un professore di Greco e Patristica), chi ha parlato con il minore ha riferito subito, in quei giorni, prima dello spostamento di don Mauro, quanto ascoltato dal minore stesso usando esplicitamente il termine “abuso”: tutti quelli che si sono espressi hanno usato il termine “abuso” e “abuso sessuale”.

    Il capo scout dichiara al Giudice che ricorda benissimo che il giorno 6 gennaio 2012, in occasione di un campo con i ragazzi nel quale era presente anche il minore, vedendo quest’ultimo visibilmente triste e silenzioso, aveva notato che stava male quindi gli ha chiesto se voleva parlare.

    “…l’ho guardato e gli ho detto: tu non stai bene, c’è qualcosa che non va?”

    Il ragazzino gli dichiara immediatamente e lo ripete esplicitamente che è stato abusato da don Mauro quindi inizia a piangere.

    “…il ragazzo guardandomi mi dice: Sono stato abusato, è successa una cosa brutta sono stato abusato e si mette a piangere subito.”

    Forse Delpini vuole farci credere che anche il ragazzo ha sbagliato ad esprimersi, non conosce il significato del termine abuso, lo ha usato impropriamente??? Forse voleva dire “…è successa una cosa brutta: ho dormito!!!”

    TUTTI SBAGLIANO AD ESPRIMERSI E A CAPIRE, SOLO DELPINI NON HA ALCUN DUBBIO!

    “…La fortuna vuole che Don Alberto sta salendo per dire messa al nostro campo e quindi parlo anche con lui di questo.”

    Il capo scout attendeva quella stessa sera l’arrivo di don Alberto Rivolta al campo dei ragazzi per celebrare la messa: una volta arrivato gli racconta subito quanto confessato dal minore ponendosi anche per primo (e forse unico) il problema della denuncia alle autorità civili ritenendo che la confessione ricevuta direttamente dal minore fosse relativa ad un fatto grave, da denunciare.

    Il capo scout invece riceve indicazioni diverse da don Alberto e rassicurazioni circa la gestione della situazione.

    Don Alberto riferisce in quella circostanza, all’educatore, che il caso è già presidiato, ne sono già a conoscenza lui stesso, i genitori, il parroco e il Vicario episcopale mons. Delpini, riferisce che lui stesso ha incontrato la neuropsichiatra del minore la quale gli ha riferito personalmente che il ragazzino non era, in quel momento, in grado di sostenere psicologicamente la denuncia.

    “…Mi è stato detto sia dei genitori che anche da Don Alberto che la psicologa riportava in questo momento troppo fragile per il minore per poter affrontare una denuncia e di aspettare un attimo che ci si stava muovendo, che erano già stati informati tutti i livelli della chiesa quindi il parroco, il vicario…”

    Don Alberto disse al capo scout che don Mauro sarebbe stato spostato a breve, ma nessuno poteva immaginare che sarebbe stato ancora con i minori.

    “…Don Mauro doveva essere spostato il prima possibile dalla parrocchia di Rozzano. Questo è quanto c’era detti…”

    L’educatore in seguito si accorge, rimanendo basito, che il Galli era ancora con i minori, ancora una volta ne parla con don Alberto.

    “…poi ho visto tramite Facebook che Don Mauro era in un oratorio e ho chiamato Don Alberto per chiedergli “cos’è sta storia? Perché è ancora in un oratorio?”

    E’ poi emerso che la testimonianza rilasciata durante l’interrogatorio era coincidente con quanto in precedenza dichiarato alla polizia quando nel febbraio del 2016 veniva interrogato.

    Quindi certamente almeno il 6 gennaio 2012 arriva la notizia esplicita dell’abuso all’interno del clero, decisamente ben prima della incredibile e inopportuna decisione di Delpini di non avviare alcuna indagine canonica ma di trasferire il Galli ancora con i minori.

    Sappiamo oramai dal Processo che don Alberto si incontra in quei giorni più volte con don Carlo, mons. Delpini e mons. Tremolada, proprio per esplicitare i fatti, e quindi consentire a Delpini di prendere le decisioni.

  • Tieni la bocca chiesa

    Tieni la bocca chiesa

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    Un ragazzo di quindici anni che denuncia abusi sessuali da parte di un sacerdote, tre anni di bugie e di depistaggi, un tentato suicidio, un risarcimento da 150.000 euro. Poi, davanti al tribunale di Milano, comincia un processo a porte aperte, dove decine di cronisti ascoltano e prendono appunti. Emergono, carte alla mano, le responsabilità dei vertici della Chiesa, che hanno mentito e cercato di insabbiare lo scandalo di don Mauro Galli, prete novello in quel di Rozzano, nel Milanese. Ma sulla vicenda cala l’imbarazzante silenzio di tutti i media, salvo piccole eccezioni. Un articolo sulle pagine locali de “Il Giornale”, un servizio su “Fanpage” e un gruppo di giornalisti inviperiti per aver subito la censura. Fine. Eppure i nomi coinvolti sono altisonanti, a cominciare da monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano e all’epoca del fatti vicario episcopale. È lui a gestire l’emergenza, a decidere di spostare don Mauro a Legnano, in un altro oratorio a pochi chilometri di distanza, di nuovo a contatto coi ragazzini. È lui a mentire alla famiglia della vittima, premurandosi però di ringraziarla per non essersi rivolta all’autorità giudiziaria. Ed è sempre lui a contattare il prete accusato di pedofilia, procurandogli un avvocato e raccomandandogli di stare «attentissimo», di non parlare al telefono.

    Una figura poliedrica e controversa, quella di monsignor Delpini. Che nel luglio 2017, quando lo scandalo è noto persino in Vaticano, viene nominato da Papa Francesco arcivescovo di Milano, con un chiosa che sembra non lasciare dubbi circa il suo profilo: «È l’uomo giusto al posto giusto». Delpini, in effetti, sa come muoversi, tesse rapporti e proietta all’esterno una precisa immagine di sé, quella del sacerdote in mezzo alla gente. Da capo della Chiesa ambrosiana, si fa fotografare mentre esce dalla Curia in sella alla sua bici, tra i flash dei fotografi e la gloria terrena, il giorno dopo, su tutti i giornali. Quando i politici parlano, lui ascolta. E se risponde, come al leader della Lega, Matteo Salvini, che in campagna elettorale giura sulla Bibbia, lo fa con prudenza: «Nei comizi si parli di politica». Segue un democristianissimo consiglio ai neo diciottenni, che lascia aperta ogni possibilità: «Fate del vostro voto il segnale di un’epoca nuova». Per Delpini, gli applausi a scena aperta sono tanti e sono noti. I fischi dietro le quinte, invece, vengono soffocati. Anche se le critiche piovono da tutte le parti, dai superiori e dai sottoposti. Don Giorgio De Capitani, un prete scomodo, lo definisce «la mummia imbalsamata» e si chiede se la diocesi più grande del mondo «riuscirà mai a uscire a testa alta da questa insostenibile situazione». Il cardinale Angelo Scola lo definisce «maldestro» nella gestione dell’ennesimo caso di pedofilia. Mentre don Carlo Mantegazza e don Alberto Rivolta, parroci a Rozzano, dove si sarebbe consumato l’abuso, parlano così al telefono: «Aspettiamo cosa, che ci arrestino tutti per pedofilia? (…) Lui (Delpini, ndr) la fa sempre facile (…) Sì, è un minimalista del cazzo».

    Tutto ha inizio il 19 dicembre 2011. Davide – nome di fantasia – viene invitato a passare la notte in parrocchia da don Mauro, suo padre spirituale, che da sei mesi è incaricato di gestire la Pastorale giovanile. Gli impegni in vista del Natale sono molti e il sacerdote chiede ai genitori del ragazzo di lasciarlo dormire in oratorio. La famiglia accetta, pensando che la proposta sia estesa a tutti gli adolescenti. Ma così non è. Dopo cena i ragazzi se ne vanno e Davide scopre di essere l’unico ad aver ricevuto l’invito per la notte. La casa è grande. C’è una stanza degli ospiti, un soggiorno con divano letto e una camera matrimoniale. Eppure don Mauro e il quindicenne dormono nello stesso letto.

    Il giorno dopo la madre di Davide riceve una chiamata dalla scuola, suo figlio sta male. Quando la donna arriva, lo trova in stato di choc: non parla e ha lo sguardo perso nel vuoto. Una volta in macchina, la mamma riesce a ottenere una reazione: «È successo qualcosa stanotte?», chiede. «Quello che puoi immaginare», risponde Davide. I genitori allarmati chiamano i parroci, don Alberto e don Carlo. Quest’ultimo incontra don Mauro, che ammette di aver passato la notte con il giovane nello stesso letto e di averlo abbracciato per evitare che cadesse. Nega di aver avuto rapporti sessuali con lui. I sacerdoti allertano i loro superiori. È la vigilia di Natale e Delpini, all’epoca vicario di zona, si precipita a Rozzano. Alla Polizia, che lo interroga tre anni dopo, racconterà: «Don Carlo mi disse al telefono che Davide aveva segnalato presunti abusi sessuali commessi da don Mauro». A Delpini, dunque, viene riferita ogni cosa. Ma lui decide – e rivendicherà poi la scelta – di spostare don Mauro a Legnano, dove lo nomina, il primo marzo 2012, vicario nella parrocchia di San Pietro e responsabile della Pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. Sembra più una promozione che una punizione, se si considera che gli oratori da gestire non sono più due, bensì quattro.

    Mentre la Curia si adopera per archiviare lo scandalo, i genitori di Davide vengono a sapere cinque mesi dopo, quasi per caso, che don Mauro è ancora a contatto con gli adolescenti. Così chiedono un incontro ai vertici della Diocesi. Parlano prima con monsignor Pierantonio Tremolada (responsabile della formazione permanente del clero) e poi con Delpini, divenuto nel frattempo vicario generale.

    La famiglia registra gli incontri di nascosto e gli audio finiscono nelle carte del processo. Dai colloqui emerge un particolare inedito sullo spostamento di don Mauro. Ai parrocchiani di Legnano viene raccontato che questo giovane prete ha bisogno di cambiare aria: a Rozzano ha accolto in oratorio Davide, un ragazzo difficile scappato di casa. Da allora i genitori dell’adolescente lo perseguitano, accusandolo di assecondare il comportamento del figlio. Una colossale bugia per tenere nascosti i presunti abusi. Le voci però circolano e arrivano all’orecchio di un parroco, don Piero Re. Il sacerdote indaga e svela le menzogne raccontate dalla Curia ai parrocchiani legnanesi. Tremolada lo rimbrotta: «Doveva tenere il segreto, non avrebbe potuto dirlo». I genitori di Davide non sono soddisfatti, chiedono spiegazioni più convincenti e il 24 settembre 2012 vengono convocati da Delpini. Il registratore è sempre acceso. L’allora vicario generale li mette in guardia: «Basta una notizia di un abuso per farlo diventare un titolo sul giornale. Questa è una cosa che ci ferisce molto, perché noi preti non ci sentiamo tutti pedofili». Poi ringrazia la famiglia per «aver scelto questa strada invece che l’altra», cioè il dialogo al posto della denuncia. Poco dopo quest’incontro don Mauro lascia Legnano e viene trasferito al Seminario Pontificio Lombardo di Roma.

    Rassicurata la famiglia, per Delpini il caso è chiuso. Ma le condizioni di Davide peggiorano e il 10 luglio 2014 il giovane tenta il suicidio. Sul posto, oltre ai medici, arrivano anche i Carabinieri. Agli uomini dell’Arma il ragazzo confida: «Sono stato abusato da un prete». Parte, finalmente, la denuncia. Mentre Davide è ricoverato, trova la forza di confidarsi anche con mamma e papà. Chiede di non essere interrotto né guardato, tira il lenzuolo sopra la testa e racconta: «Di notte, mentre lui credeva che io dormissi, mi ha lentamente tolto i pantaloni del pigiama e le mutande”. Poi il quindicenne descrive ogni dettaglio, anche il più scabroso. E conclude: “È andato avanti per almeno due ore».

    Iniziano le indagini della Procura e le intercettazioni telefoniche. Agli amici don Mauro confida l’interessamento dell’attuale Arcivescovo di Milano per levarlo dagli impicci: «Ho ricevuto una mail da Delpini, che diceva: “Sei da queste parti? Telefonami, scrivimi, che ho bisogno di vederti”. Allora io, anche se ero all’estero, l’ho chiamato subito. Mi ha detto: “No, dai, fissiamo un appuntamento. Così ci vediamo giovedì, che ho bisogno di dirti delle cose”. La prima domanda che gli ho fatto è stata: “Mi devo preoccupare? Ho combinato ancora qualcosa?”. E lui: “No no, il problema non è quello che hai combinato tu, ma quello che hanno combinato gli altri (la telefonata arriva un mese dopo la denuncia, ndr). Non è il caso che ne parliamo per telefono. Dobbiamo stare molto attenti”. Ha chiuso così». Don Mauro tradisce un certo nervosismo: «Sono cazzi amari». Ma Delpini non lo abbandona. Anzi, gli fissa un appuntamento con l’avvocato della Curia, Mario Zanchetti, che già difende diversi sacerdoti accusati di molestie sessuali, tuttora suo legale di fiducia.

    A dispetto delle bugie, la fede non vacilla. La famiglia di Davide, cattolica fervente, non smette di credere che, dentro la Chiesa, qualcuno possa fare giustizia. Decine di lettere vengono spedite alla Curia di Milano e al Vaticano. Giungono le risposte, alcune nette e rassicuranti, ma alle parole non seguiranno i fatti. Il 16 novembre 2015 il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano prima di Delpini, informa che don Mauro sarà sottoposto a processo ecclesiastico, del cui esito non si avranno mai notizie. Scola non spiega invece perché, dal 2011 al giorno della denuncia, nessun provvedimento venga assunto nei confronti del prete sospettato di pedofilia, sospeso soltanto dopo lo scoppio dello scandalo. L’allora arcivescovo, tuttavia, non lesina critiche a Delpini: «Non è stato valutato con adeguato rigore il fatto già di per sé assai grave che don Mauro abbia passato la notte con un minore condividendo lo stesso letto. Improvvida è stata la scelta di trasferire don Mauro in un contesto pastorale che gli consentisse ancora una volta il contatto coi minori».

    Ma anche in Vaticano sanno tutto. La prova è in una lettera del 22 marzo 2016, firmata dal nunzio apostolico del Papa, Adriano Bernardini, che risponde alla famiglia di Davide: «Le vostre missive sono regolarmente giunte alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Inoltre, circa le accuse mosse ai collaboratori dell’arcivescovo (Delpini e Tremolada, ndr) esse saranno debitamente esaminate». Eppure, nonostante bugie e depistaggi siano acclarati, il 2017 è anno di promozioni: Tremolada viene nominato vescovo di Brescia e Delpini arcivescovo di Milano. Papa Francesco ha sempre mostrato i muscoli, quando c’è di mezzo la pedofilia. Viene da chiedersi perché abbia promosso Delpini, elogiandolo: finge di essere all’oscuro oppure non è stato informato dai suoi più stretti collaboratori?

    Intanto a Milano comincia il processo, con una prima sorpresa: 150.000 euro vengono versati alla famiglia di Davide, che il 12 dicembre ritira la costituzione di parte civile. Di questi soldi, 50.000 euro sono il risarcimento per le spese legali e mediche già sostenute. Le difficoltà sono molte, i conti da pagare salati. Davide e i suoi cari, al loro fianco, hanno “Rete l’Abuso”, l’unica associazione italiana che da anni si batte per tutelare le vittime dei preti pedofili. Da notare che alla somma di 150.000 euro si arriva dopo un’estenuante trattativa, perché all’inizio sul tavolo vengono messi 15.000 euro e non un centesimo di più. Poi una perizia quantifica i danni subiti dal ragazzo in 416.000 euro. Così l’offerta si moltiplica per dieci. Ma chi ha pagato? La Curia nega di aver scucito un quattrino. A risarcire è stato don Mauro in persona, consegnando un assegno circolare, cioè denaro contante, emesso da una filiale UBI Banca di Cislago, in provincia di Varese, dove il prete è nato e cresciuto, nonché ancora residente. Curioso che il sacerdote, identificato come “nullatenente” nell’interrogatorio del 14 dicembre 2016, sia riuscito ad accumulare una tale liquidità nel volgere di un solo anno.

    Tanto più che don Mauro non sembra condurre una vita propriamente monastica. Dai fatti del 2011 a oggi è impossibile ricostruire tutti i suoi spostamenti: Legnano nel 2012 e Roma nel 2013, ma anche Milano, prima come cappellano all’ospedale Niguarda e poi alla clinica San Giuseppe, infine di nuovo Roma, dove ha sede quella che dovrebbe essere la sua attuale dimora: il Seminario Pontificio Lombardo. Condizionale d’obbligo, perché da qualche mese non risulta più lì. Risultano invece le sue vacanze sia in Italia nell’Alto Lazio sia all’estero, al mare in Croazia e in Romania. E, dalle telefonate, spuntano le serate mondane. Una volta al concerto di Max Gazzé a Milano, un’altra al ‘Verve’ di Solaro, nel Varesotto. Oppure in Brianza, al ‘Pork ‘N’ Roll’ di Carnate. Qui però il sacerdote declina l’invito, ma solo per ragioni tecniche: non ha la macchina e gli servono i mezzi pubblici per tornare. Troppo complicato.

    In ore e ore di intercettazioni telefoniche, tra don Mauro e tanti altri sacerdoti, non si sente una parola di conforto, o anche solo di solidarietà, per Davide e il suo dramma. L’impressione è che Santa Romana Chiesa sia impegnata nella solita ‘grande’ missione: salvaguardare se stessa e il suo buon nome agli occhi del mondo. Il resto sono seccature.

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    per FQ MILLENNIUM aprile

  • IL DESIDERIO DI GIUSTIZIA PER LA VITTIMA – Diego Esposito e non solo …

    IL DESIDERIO DI GIUSTIZIA PER LA VITTIMA – Diego Esposito e non solo …

    Prima di scrivervi ho riflettuto a lungo, ma non riesco a non scrivere. La vicenda di Diego Esposito scuote, non può lasciare indifferenti: una presunta vittima, una vita in salita, mille difficoltà, un infinito desiderio di giustizia.

    Mi piacerebbe approfondire il concetto di “desiderio di giustizia” per una vittima. Una vittima di un abuso sessuale sa perfettamente, nel suo intimo, che non può tornare indietro nel tempo, non può cancellare tutto quello che ha subìto, non può “rifarsi una vita” come se niente fosse … sa perfettamente che dovrà convivere per tutta la vita con quel ricordo … può solo sperare, per sé, di imparare a “gestire” tutto quello che comporta convivere con i frequenti incubi di quel ricordo … può solo sperare, per sé, di avere attorno persone che, col tempo – tanto tempo – possano restituirgli un frammento di fiducia negli altri … questa è la vita di una vittima …

    E dunque cosa rappresenta il “desiderio di giustizia”?

    Al di là del discorso del “risarcimento” – che è un sacrosanto diritto: se viene riconosciuto che hai un danno causato da qualcuno, è corretto che vi sia un risarcimento, come per qualsiasi altro danno biologico permanente e temporaneo causato, per esempio, da un incidente – il desiderio più grande, per una vittima, è che “tutto quello che a lui è capitato NON CAPITI AD ALTRI” … niente più …

    E la vittima non riesce a comprendere, NON RIESCE PROPRIO A COMPRENDERE, come sia possibile, per esempio, che il sacerdote che gli ha fatto così tanto male, possa essere messo nella condizione di fare lo stesso male anche ad altri bambini o ragazzini … come dargli torto? Non è umanamente comprensibile, non c’è spiegazione che tenga. E dunque non è comprensibile che vi sia qualcuno, proprio nella Chiesa, che possa perpetuare questo meccanismo.

    Spesso la vittima prende coscienza di quello che gli è successo quando il reato, per lo Stato Italiano, è ormai prescritto … non ha nemmeno la possibilità di chiedere giustizia in questo ambito.

    Questo profondissimo desiderio di giustizia rappresenta l’unico mezzo per “ricominciare a risalire”: è necessario e importante che alla vittima sia riconosciuto il suo “status” di vittima, che il “mondo” sappia quello che gli è successo, che il “mondo” prenda coscienza che questo dramma deve essere affrontato.

    E per la vittima di un prete pedofilo il “mondo più vicino” è proprio la Chiesa, quella Madre cui tutti si rivolgono per chiedere giustizia, quella Madre a cui la vittima in qualche modo si aggrappa per essere capita … e la vittima spesso scrive, si rivolge direttamente al Santo Padre … in questi giorni è drammaticamente commovente leggere e sentire gli appelli che Diego Esposito rivolge al Papa.

    E Papa Francesco è finora latitante … nessuna risposta a Diego, nemmeno quando aveva intrapreso uno sciopero della fame durato 15 giorni, a fine gennaio … nessuna telefonata o intervento del Papa … forse Diego Esposito, vittima di un prete pedofilo, non è meritevole di una attenzione del Papa? …

    Diego aveva chiesto una riapertura del suo caso presso il Tribunale Ecclesiastico … aveva chiesto “di esistere” … spesso dichiara “se perdo io, perdiamo tutti” … è molto vera questa frase: la sua non è una lotta per se stesso, è una lotta insieme a tutte le altre vittime, una lotta per una Chiesa più pulita e santa. Qualche giornale, nei giorni scorsi, ha riportato la notizia che Papa Francesco aveva riaperto il caso di Diego Esposito … una bella “bufala”: il comunicato della Diocesi di Napoli parla chiaro.

    E dunque? In Cile il Papa sta dichiarando che si è forse sbagliato nel suo giudizio, che non gli erano arrivate corrette le informazioni … attendiamo di vedere quali decisioni prenderà, ora che HA AVUTO LE INFORMAZIONI CORRETTE, dopo l’indagine del Card. Scicluna … ma attendiamo i fatti prima di esultare per l’ennesima richiesta di scuse del Papa …

    E per il caso di Diego Esposito: siamo sicuri che al Papa siano arrivate le informazioni corrette? Quali garanzie vi sono? Nessuno sa quali documenti sono stati inviati alla Congregazione per la Dottrina della Fede da parte della Diocesi di Napoli … non vi è trasparenza nei processi canonici … la vittima non ha diritto ad un avvocato che la rappresenti e che garantisca la correttezza del procedimento … i processi canonici sono così.

    Per una vittima non è concepibile che chi protegge i preti pedofili possa continuare a ricoprire una carica importante nella Chiesa: per una vittima una Chiesa così non è credibile … possiamo dargli torto? …

    E arrivano le “mamme di Montù Beccaria”, mamme coraggiose, mamme che hanno percepito la complessità di quello che è avvenuto, di quello che hanno rischiato i loro figli … mamme che si sono esposte anche per i figli degli altri: perché aspettare che avvenga qualcosa per intervenire? Anche queste mamme hanno scritto al Papa, eppure non sono mamme di vittime! Grazie alle mamme di Montù Beccaria per la loro testimonianza! Risponderà a loro il Papa?

    A noi non ha risposto … e le nostre lettere indirizzate al Papa sono state finora una dozzina … attendiamo …

    Mamma della vittima (non riesco a scrivere “presunta” anche se il processo penale è in corso) di don Mauro Galli

  • Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Gli ha toccato i genitali e poi ha provato a penetrarlo”

    Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Gli ha toccato i genitali e poi ha provato a penetrarlo”

    Nuova udienza del processo che vede imputato don Mauro Galli, sacerdote di Rozzano (Milano) accusato di aver abusato di un ragazzino di 15 anni nel 2011. Uno degli psicoterapeuti che ebbe in cura il ragazzo ha raccontato: “Il sacerdote lo aveva portato nella camera da letto, il ragazzo notò la presenza di un solo letto e capì che avrebbero dormito assieme”. Nelle precedenti udienze erano stati acquisiti anche gli audio degli incontri tra la famiglia della presunta vittima e monsignor Delpini, accusato dalla madre del ragazzo di aver coperto il sacerdote.

     

    Nuova udienza a Milano del processo su don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano che nelle notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 avrebbe abusato di un minore, all’epoca dei fatti quindicenne. Una sordida vicenda che coinvolge anche l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, chiamato in causa dalla famiglia della presunta vittima perché avrebbe coperto il sacerdote accusato degli abusi. Nell’udienza odierna uno degli psicoterapeuti che ebbe in cura il ragazzo ha raccontato, davanti al collegio presieduto dal giudice Moccia, cosa avvenne la notte del presunto abuso, sulla base di quanto il minore gli aveva riferito nel corso di una seduta nel 2016: “Il sacerdote lo aveva portato nella camera da letto e il ragazzo notò la presenza di un solo letto e capì che avrebbero dormito assieme”. A letto, continua il medico, “Don Galli ha iniziato a toccarlo e lui ha usato la strategia di restare immobile, come paralizzato, facendo finta di dormire. Si è poi avvicinato, ha toccato i genitali e poi ha provato a penetrarlo”. Il ragazzo si trovava a casa del sacerdote per una seduta di preghiere in occasione del Natale. La famiglia del ragazzo, a cui don Galli aveva chiesto l’autorizzazione per poterlo ospitare in oratorio, era convinta che anche altri ragazzi avrebbero partecipato all’incontro di preghiera.

    Acquisiti gli audio degli incontri tra i famigliari del ragazzo e monsignor Delpini
    I giudici hanno ascoltato in qualità di teste anche il caposcout del ragazzo, che nel gennaio 2012, poche settimane dopo il presunto abuso, lo aveva visto particolarmente inquieto in occasione di un’uscita. In quella circostanza il  caposcout si era avvicinato al ragazzo, che gli aveva rivelato di essere stato abusato da don Mauro Galli, senza entrare nei particolari. Il caposcout aveva però deciso di non fare ulteriori domande al ragazzo, ma si era confrontato con i responsabili della parrocchia che avevano ammesso di essere a conoscenza dell’episodio.

    Nel corso dell’udienza odierna è stata ascoltata anche la neuropsichiatra che tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 raccolse i primi racconti della presunta vittima: “Mi aveva raccontato che il prete gli aveva messo una mano sul petto”, nel corso della notte. La teste aveva deciso di non denunciare il fatto alle autorità giudiziarie perché secondo lei, sulla base di quanto appreso direttamente, non si configurava un reato, ma ha precisato tuttavia che non aveva voluto forzare il ragazzo nel racconto, anche se sapeva che il minore ne aveva comunque parlato anche ad altri. Nel corso delle precedenti udienze del processo erano state acquisite anche alcune registrazioni audio di incontri tra la famiglia del ragazzo e i monsignori Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Angelo Scola, e Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia e all’epoca collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (Ismi), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, e quindi anche di don Galli. Gli incontri, avvenuti nell’estate 2012, erano stati sollecitati dalla famiglia dopo aver scoperto che a poche settimane dal presunto abuso don Galli era venuto nuovamente a trovarsi a contatto con dei minori, questa volta a Legnano. Alcuni degli audio relativi a quegli incontri sono stati diffusi da Fanpage.it, che aveva incontrato la madre della presunta vittima.

    https://milano.fanpage.it/prete-a-processo-per-abusi-su-un-ragazzino-gli-ha-toccato-i-genitali-e-poi-ha-provato-a-penetrarlo/

  • Don accusato di pedofilia, lo psichiatra della vittima: “Paralizzato dagli abusi”

    Don accusato di pedofilia, lo psichiatra della vittima: “Paralizzato dagli abusi”

    Don Mauro Galli è accusato di abusi sessuali. Lo psichiatra della presunta vittima rivela: “Il prete iniziò a toccarlo e lui fece finta di dormire, era bloccato, paralizzato”

    Nel processo a don Mauro Galli, accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzino di 15 anni nel 2011, è intervenuto come teste uno psichiatra dell’ospedale San Paolo di Milano.

    Il racconto
    Il medico di fronte ai giudici della quinta sezione penale del Tribunale ha spiegato che “il ragazzo mi ha raccontato che, quando erano sdraiati nel letto, il prete iniziò a toccarlo e lui fece finta di dormire, era bloccato, paralizzato”. Lo psichiatra ha conosciuto il ragazzo nel 2014, ma solo nel 2016 si è confidato con lui sugli abusi subiti il 19 dicembre 2011.

    “Era ad un ritiro spirituale con altri ragazzi – ha raccontato il teste – e mi ha raccontato che il prete quella sera lo portò nella sua camera, c’era un letto solo e questa cosa gli era sembrata strana, anche se si comportò facendo finta di non dare peso a questo fatto”. Il medico ha sottolineato inoltre come il sacedote avrebbe cercato di aver un rapporto sessuale con il ragazzo, come riportato su Leggo.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/don-accusato-pedofilia-psichiatra-vittima-paralizzato-dagli-1512895.html

  • Prete accusato di abusi, Scola contro Delpini

    Prete accusato di abusi, Scola contro Delpini

    Scola rimproverò Delpini: ecco la lettera

    Nell’inchiesta che imbarazza la Chiesa di Milano spuntano le scuse dell’allora arcivescovo ai familiari della vittima. Il porporato definì “improvvida” la scelta di colui che gli succederà di trasferire don Mauro, il cui comportamento fu “di per sé assai grave”

    di Giorgio Gandola

    La forza di una lettera. È il 23 aprile 2015 quando l’allora arcivescovo di Milano, Angelo Scola, decide di scrivere per “chiedere scusa per alcune scelte maldestre” dei suoi collaboratori. Lo fa con la solennità e la gravità della sua firma preceduta dalla croce. Lo fa per risarcire un papà e una mamma disarmati, forse disillusi, davanti a una vicenda più grande di loro, che s’è abbattuta sulla famiglia e l’ha sconvolta: quattro anni prima a Rozzano, dove vivono, nell’imminenza del Natale il loro figlio di 15 anni era stato attirato nell’abitazione di un giovane prete, don Mauro Galli, ed era stato invitato a dormire con lui “nel lettone”, nonostante ci fossero una camera per gli ospiti e un divano letto.

    Per capire il senso della lettera, il preambolo è fondamentale. Nei giorni successivi la storia diventa pubblica, raccontata dallo stesso giovane sotto shock, e assume contorni cupi che oggi sono le architravi di un processo (domani c’è l’udienza) in atto presso il tribunale di Milano.

    Il parroco di Sant’Ambrogio, don Carlo Mantegazza,e il responsabile della pastorale giovanile del paese, don Alberto Rivolta, avvertono subito l’arcidiocesi e la vigilia di Natale 2011 si riuniscono con il vicario episcopale arrivato da Milano per fare il punto della complicata situazione. Dopo quell’incontro, l’emissario della Curia non decide di muovere i passi necessari per l’apertura di un procedimento canonico (indagine previa) come da indicazione di due Papi (Wojtyla e Ratzinger, ai quali si affiancherà Bergoglio), ma si limita a organizzare il trasferimento di don Mauro a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti.

    INGANNO

    Dicembre 2011. Don Mauro Galli chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni il permesso affinché possa dormire nella parrocchia di Rozzano, con gli amici all’oratorio. Il figlio però sarà l’unico ospite.

    SHOCK

    Il giorno dopo il giovane è traumatizzato e racconta di aver dormito nello stesso letto del prete (in seguito parlerà di abusi). La famiglia si rivolge al parroco, don Carlo Mantegazza e a don Alberto Rivolta.

    DENUNCIA

    Monsignor Delpini nel 2012 sposta a Legnano don Mauro, che resta così a contatto con i minorenni. Dopo tre anni di scarsa collaborazione da parte della Curia, nel 2014 i genitori si rivolgono alla giustizia italiana.

    COPERTURA

    Dal 2014 la Procura controlla il telefono del prete ma Delpini lo avverte.

    GRAVI RESPONSABILITA’

    A quel tempo il vicario episcopale di Milano, Mario Delpini, che il 24 ottobre 2014 (interrogato in questura quale persona informata dei fatti) spiega a verbale: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, che mi aveva riferito di un ragazzo che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Don Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il giovane aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Aggiunge l’ex fidanzata del giovane durante il processo: “Don Mauro lo aveva abbracciato da dietro e a seguito di ciò si era svegliato urlando ed era stato male”. Il prete ammette l’abbraccio, ma lo contestualizza diversamente: “Ha avuto un incubo, è finito sul bordo del letto. Ho dovuto abbraccialo per impedire che cadesse”. Nell’immediato, i genitori del ragazzo non denunciano il presunto abuso all’autorità giudiziaria. È una famiglia molto devota, fa parte della comunità oratoriana, chiede giustizia sottovoce a santa madre Chiesa. Incontra don Pierantonio Tremolada (allora responsabile della formazione dei sacerdoti, oggi vescovo di Brescia), poi don Delpini, e invita tutti ad adottare misure per tenere don Mauro lontano da bambini e adolescenti. Non sa, la famiglia, che quel prete è stato spostato da un paese con due oratori a una città come Legnano, dove di oratori con ragazzi ignari ne frequenta quattro.

    Quando nel 2014, attraverso conoscenti, vengono informati della beffa, i genitori decidono di denunciare tutto alla polizia, di costringere l’arcidiocesi (che nel frattempo aveva pur tardivamente allontanato don Mauro da ambienti giovanili) ad alzare il sipario.

    Anche perché, a distanza di tempo, quel figlio è attraversato da paure ricorrenti e incubi autodistruttivi, che gli psicologi ascrivono agli accadimenti di quella notte. L’inchiesta prende forma, qualche raggio di luce comincia a infiltrarsi fra i tendaggi color porpora. E un giorno, a Rozzano, in quella casa sconvolta, arriva la lettera dell’arcivescovo Scola. Parole che chiariscono molto e creano all’arcidiocesi e a monsignor Delpini più di un imbarazzo.

    “Carissimi, ho letto e riletto con molta cura la vostra dettagliata lettera del 20 marzo 2015 (…). Anzitutto rinnovo le mie scuse e quelle dei miei collaboratori per alcune scelte maldestre. Gli anni trascorsi hanno provocato una certa confusione nella ricostruzione dei fatti, che vi ha arrecato ulteriori sofferenze. In ogni caso non volevo in alcun modo giustificare la correttezza della reazione iniziale da parte dell’autorità diocesana. Non è stato valutato con adeguato rigore il fatto già di per sé assai grave che don Mauro abbia passato la notte con un minore, condividendo lo stesso letto”. Dopo essersi informato e aver preso in mano la faccenda, Scola non fa sconti. È evidentemente ispirato da quel Cristo capace di dire “Sì sì, no no” e non ha nessuna intenzione di far scivolare la polvere sotto il tappeto. In nome di verità e giustizia – dopo aver ammesso ricostruzioni traballanti che hanno portato “ulteriori sofferenze” in quella famiglia – sottolinea una certa superficialità nel valutare quel gesto, comunque gravissimo, da parte di Delpini.

    NUOVE TESTIMONIANZE

    Nella frase successiva l’arcivescovo emerito cala, come si direbbe di un colpo di scena in arrivo, il carico da undici. “Improvvida è stata la scelta di trasferire don Mauro in un contesto pastorale che consentisse ancora una volta il contatto con minori”. E con questa affermazione, Scola mette la parola fine alle più curiose ricostruzioni temporali, a comunicati stampa che anche oggi continuano a non tenere conto delle oggettività processuali. E calpestano con suole chiodate quell’umana pietas che sempre dovrebbe albergare nei cuori di chi la chiede costantemente agli altri. Nel prosieguo dello scritto, Scola mostra di avere dato un’accelerazione all’indagine canonica con ben altro vigore e di avere determinato il destino di don Galli, sospendendolo cautelativamente dall’esercizio del ministero.

    Si può aggiungere che bene ha fatto, poiché alcune settimane fa, durante il programma di approfondimento giornalistico Quarto Grado (Rete 4) che ricostruiva la complessa e triste vicenda, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha ricevuto una sorprendente telefonata.

    Un telespettatore, che si definiva compaesano di don Mauro, ha rivelato: “Ho avuto modo di vedere la sua trasmissione sulle molestie del prete. Dieci anni fa avevo 16 anni e durante una gita con l’oratorio fui costretto a dormire in un letto matrimoniale con lui. Ci furono atteggiamenti molto strani da parte sua e fortunatamente per me decisi di andarmene in un’altra stanza con una scusa”. L’uomo si è messo a disposizione della giustizia e saranno il giudice Ambrogio Moccia e il pm Lucia Minutella a decidere se e come utilizzare il suo contributo. Anche alla luce di quest’ultimo episodio le “scelte maldestre” di cui parla il cardinale Scola non sembrano marginali.

    (La Verità, 4 aprile 2018)