Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia nella Chiesa: delitti senza castigo – Panorama seconda puntata

    Pedofilia nella Chiesa: delitti senza castigo – Panorama seconda puntata

    Di Antonio Rossitto

    Monsignori che allertano l’indagato. Vescovi che intercedono con il Vaticano perché conceda la grazia. Prelati che danno dei «coprofagi» ai giornalisti. la seconda puntata di Panorama su come la Chiesa ha coperto i preti pedofili parte dalla diocesi di Como, passa per la curia di Crema e arriva dritta alla Santa sede. Favoreggiamenti, compiacenze, accomodamenti. il canovaccio sembra ripetersi. Ancora una volta, dai documenti riservati e le carte giudiziarie emergono reticenze e tentennamenti. E un odioso rumore di fondo: la cristiana benevolenza che accompagna i carnefici e il generale biasimo per le vittime. il viaggio tra i peccati omissivi della Chiesa continua. E ricomincia da laglio, sul lago di Como. Don Mauro Stefanoni, parroco del paese, il 29 maggio 2008 viene condannato dal Tribunale di Como a otto anni. È colpevole di violenza sessuale su un ragazzo di 15 anni, infermo di mente. il sacerdote dovrà anche risarcire il minorenne e i genitori, rappresentati dall’avvocato Nuccia Quattrone, con 200 mila euro. la sentenza mette in fila i fatti. All’inizio dell’ottobre 2004 il ragazzo si lascia sfuggire, per caso, l’indicibile segreto. i compagni di scuola si vantano: prime conquiste, passioni fugaci, fidanzatine. E il quindicenne, corpo d’adolescente e cervello di bambino, non vuole sentirsi da meno: pure lui, racconta, ha avuto rapporti sessuali. Precisamente, con un sacerdote. i compagni si allarmano. Ne parlano con un’insegnante, che avverte la madre del ragazzo. i genitori, il 21 ottobre 2004, denunciano il parroco di laglio: avrebbe abusato del figlio già dall’estate del 2003. Parte l’inchiesta. i telefoni del prete vengono messi sotto controllo. Ed emerge una clamorosa fuga di notizie. Coinvolge Alessandro Maggiolini, l’allora vescovo di Como, e Oscar Cantoni, in quel momento vicario episcopale della diocesi lariana, poi vescovo di Crema e adesso di Como.

    IL PARROCO AVVERTITO: «ATTENTO, SEI INDAGATO» il 7 febbraio 2008 è lo stesso Stefanoni a spifferare tutto, durante la sua deposizione in tribunale. il pm Maria Vittoria Isella gli chiede di ricostruire che cosa fosse accaduto tra il 16 e il 17 novembre 2004. E lui risponde: «Appena arrivo a casa, vedo lampeggiare la segreteria telefonica. Trovo la chiamata di don Aurelio Pagani, al tempo segretario di monsignor Maggiolini. Mi chiedeva di raggiungere la curia appena possibile». Stefanoni si precipita a Como. «il segretario mi dice: “Guarda, sua eccellenza non c’è, però ti aspetta di là monsignor Enrico Bedetti (allora vicario generale della diocesi, ndr)… Nello studio, c’è anche monsignor Cantoni. Entro e mi dicono: “Dobbiamo darti una notizia un po’ così. il vescovo ci ha detto di riferirti che c’è in ballo una segnalazione per abusi sessuali su un minore… Si tratta di una persona disabile: non sappiamo né di più né di meno». Stefanoni spiega al magistrato di aver visto quella sera anche Maggiolini: «lui sicuramente era un po’ turbato di tutta la faccenda dei preti di Boston, erano giorni che la televisione ne parlava». Don Stefanoni chiarisce al magistrato: «Accennò a una querela… Ricordo anche che disse: “Ma tu non ti senti osservato?”». Durante l’incontro, chiarisce il prete, il vescovo lo invita a lasciare la parrocchia di laglio. lui però insiste per rimanere. il monsignore avrebbe replicato: «Resta, però a una condizione: di questa cosa qui non ne parli con nessuno». Finito il colloquio con Maggiolini, il parroco di laglio chiama un amico. Nonostante sia stato appena informato di essere intercettato, non lesina particolari: «il vicario generale m’ha detto: “Stai attento pure a come usi il telefono, perché sicuramente t’han messo sotto controllo anche quello». Poco dopo, gli investigatori ascoltano una conversazione tra Stefanoni e Cantoni. il vicario episcopale gli chiede: «Com’è andata?». Si riferisce all’incontro con Maggiolini. il sacerdote risponde che il vescovo è stato «abbastanza tranquillo»: «Gli ho parlato mezz’ora, come ho parlato questa mattina con te e monsignor Bedetti». Cantoni replica: «Non so dove lui abbia preso le informazioni…». il 20 maggio 2005, Stefanoni viene arrestato. Dopo un breve periodo ai domiciliari, viene mandato a Colico come viceparroco. E il 4 luglio 2006 il vescovo interviene pubblicamente: «Prego per don Mauro e sono vicino a lui con affetto. la curia ha taciuto perché è assai meglio il silenzio del cicaleccio, quando le vicende sono ancora da chiarire. indizi gravi non sono prove. Un cittadino è innocente fino alla sentenza definitiva. la gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nel ministero sacerdotale».

    ACCUSA ALLA CURIA: FAVOREGGIAMENTO Meglio il silenzio del cicaleccio? il 4 aprile 2008, il pm isella iscrive Maggiolini, Bedetti e Cantoni nel registro degli indagati per «favoreggiamento personale». Un’iniziativa clamorosa, mai avvenuta prima nei rapporti tra Stato e Chiesa. l’articolo 129 del Codice di procedura penale prevede infatti che, nel caso di un’inchiesta su un religioso, venga avvertito il vescovo. Che però, ovviamente, è tenuto al rispetto del segreto istruttorio (vedere il box qui sopra). l’11 novembre 2008 il vescovo Maggiolini muore. E il pm subito isella chiede l’archiviazione: non soltanto per lui, ma anche per gli altri due prelati. Nel decreto, poi accolto il 22 novembre 2008, il magistrato scrive: «Pochi giorni dopo l’avvio delle verifiche, l’indagato veniva chiamato in curia. Dapprima monsignor Cantoni insieme a monsignor Bedetti, e in un secondo tempo lo stesso Maggiolini, lo informarono dell’esistenza di un procedimento penale o comunque di indagini a suo carico per sospetto di abusi sessuali su un minore disabile. in effetti, don Stefanoni era sottoposto a intercettazioni telefoniche e ambientali, ed era in atto osservazione diretta e controllo da parte della polizia». il pm ribadisce: «l’avviso della curia vanificò l’attività investigativa, costrinse a una perquisizione urgente il giorno successivo e soprattutto impose la celebrazione di un difficilissimo e lungo processo indiziario». la scomparsa di Maggiolini, però, «comporta necessariamente una richiesta di archiviazione nei suoi confronti». E i due vicari? Bedetti e Cantoni hanno ammesso l’incontro con Stefanoni, ma hanno aggiunto di avergli chiesto solo la fondatezza delle voci sulle sue «condotte immorali». il pm dubita ancora della veridicità «di quanto dichiarato dagli indagati». Ma anche per i due coindagati arriva l’archiviazione. Maggiolini infatti non ha mai parlato con i pm: e quindi non ha mai ammesso di averli informati. E in un eventuale processo la testimonianza di Stefanoni, resa in un procedimento connesso, avrebbe «uno spessore probatorio sminuito». i monsignori, insomma, sono salvi anche grazie al silenzio del vescovo.

    LA DIOCESI CONDANNATA A PAGARE 200 MILA EURO la condanna a otto anni di reclusione per don Stefanoni viene confermata nel novembre 2011 in Appello e nel maggio 2012 in Cassazione. Ma il parroco di laglio non ha ancora pagato il risarcimento alla vittima. Gli avvocati della famiglia, allora, decidono di rivalersi sulla curia di Como, che nel 2016 è obbligata a pagare i danni dal Tribunale civile di Milano. la sentenza è confermata a marzo 2017. Panorama è in grado di rivelarne il contenuto. la diocesi è stata condannata a versare al giovane disabile e ai suoi familiari i 200 mila euro dovuti da Stefanoni, perché «solidamente responsabile della condotta del sacerdote». È solo la seconda volta che succede in italia. Negli Stati Uniti, invece, 17 diocesi hanno addirittura dichiarato fallimento dopo gli enormi indennizzi pagati alle vittime dei sacerdoti. Su don Stefanoni, uscito dal carcere di Bollate qualche mese fa, la giustizia penale e quella civile hanno quindi inequivocabilmente sentenziato. Resta in itinere, invece, il processo canonico. Dal 21 ottobre 2004, quando vennero denunciati gli abusi, sono passati 14 anni. Ma Stefanoni è ancora un prete: nonostante le condanne, rimane un «presbitero», dettaglia laconico il sito della curia. Dal 2016 la diocesi di Como è guidata proprio dall’ex vicario episcopale, Cantoni. Prima, però, il monsignore diventa vescovo di Crema. Ed è in quel periodo che gli scoppia tra le mani un altro dei casi di pedofilia più eclatanti degli ultimi anni. l’11 dicembre del 2012, infatti, è lo stesso Cantoni a comunicare la decisione di Papa Benedetto XVI di ridurre un sacerdote cremasco allo stato laicale: anche lui, travolto da accuse di abusi sessuali sui minori. Si chiama don Mauro Inzoli, è un uomo potente e carismatico: dominus di Comunione e liberazione in provincia di Cremona, rettore di istituti privati cattolici ed ex presidente della Fondazione banco alimentare. la sua passione per le auto di lusso gli è valsa il soprannome di «don Mercedes». Stavolta, quindi, la giustizia ecclesiastica ha anticipato quella penale. Nel febbraio del 2013 don inzoli fa però ricorso alla Congregazione per la dottrina della fede e la sentenza canonica viene ribaltata. il 6 giugno 2014 riceve la grazia da Papa Francesco: rimarrà sacerdote. Sconterà solo una «pena medicinale perpetua». insomma, «una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza». Venti giorni dopo la nuova sentenza  il 26 giugno 2014, Cantoni comunica la notizia ai fedeli comaschi: «l’invito che rivolgo è di considerare il giudizio nei confronti di don Mauro alla luce di un binomio inscindibile: quello della verità e della misericordia. Senza queste due componenti ci ridurremmo a una “mentalità mondana” ben lontana da quello spirito ecclesiale che deve sempre accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, e non deve mai far prevalere giudizi di condanna». Qualche mese più tardi, parte però il processo penale. il procuratore di Cremona, Roberto di Martino, con una rogatoria internazionale, chiede alla Santa Sede gli atti del procedimento ecclesiastico. il Vaticano risponde il 23 gennaio 2015. i documenti sull’«affare» inzoli non possono essere rivelati: sono «sub secreto pontificio». il diniego non fa demordere il procuratore, che va alla ricerca di prove e testimonianze. E il 18 ottobre 2015 «don Mercedes» viene rinviato a giudizio dal Tribunale di Cremona per violenze sessuali sui minori.

    LA SENTENZA «BUONA» TRADISCE PAPA FRANCESCO il sacerdote, intanto, risarcisce le cinque vittime con 25 mila euro a testa. E i suoi avvocati chiedono il rito abbreviato. in primo grado, il 29 giugno 2016, don inzoli è condannato a quattro anni e nove mesi. il giudice Letizia Platè scrive che toccava i ragazzini anche durante le confessioni: per convincerli, citava persino brani del Vecchio Testamento, come la relazione filiale fra Abramo e isacco. le molestie sessuali, dettaglia Platè, sono proseguite dal 2004 al 2008, su cinque ragazzini tra i 12 e i 16 anni: vittime di una «forte sottomissione psicologica». Ma i casi sarebbero molti di più: «Una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni», abusati «sin dalla metà degli anni Novanta». Sono casi ormai prescritti. la condanna sarà confermata definitivamente in Cassazione. il giudizio di primo grado, però, rimette in moto anche la giustizia ecclesiastica, che ribalta la mite decisione che inzoli ha ottenuto nel 2004. il 20 maggio 2017 l’ex presidente del Banco alimentare viene definitamente spretato dal Vaticano. Perché la retromarcia? il 21 settembre 2017 Papa Francesco, ribadita la linea di tolleranza zero sulle violenze sessuali dei sacerdoti, cita «un solo caso» in cui ha accolto una richiesta di grazia. È proprio quello di don inzoli: «C’erano due sentenze» ricorda il pontefice. «Era l’inizio: si trattava di un sacerdote della diocesi di Crema. la sentenza del vescovo era buona, prudente, toglieva tutti i ministeri ma non lo stato clericale. io ero nuovo, non capivo bene queste cose, e ho scelto la più benevola. Dopo due anni lui però è ricaduto: è stata l’unica volta che l’ho fatto e non lo farò mai più». la sentenza «buona e prudente» era quella dell’allora vescovo Cantoni, nominato dallo stesso Papa Francesco un anno prima a capo della diocesi di Como. Che intanto, nell’attesa della sua venuta, era stata coinvolta in un altro devastante scandalo di pedofilia.

    I GENITORI ACCUSANO IL DON MA RESTA IN ORATORIO l’indagine, in questo caso, parte nel marzo del 2012. Don Roberto Pandolfi, parroco della chiesa di San Giuliano, a Como, riceve le confidenze di una giovane, che si dice vittima del suo predecessore, Marco Mangiacasale. le voci aumentano. Don Marco, che nel frattempo è stato promosso economo della curia, avrebbe abusato di altre quattro ragazzine, fra i 12 e i 15 anni. Si parla di masturbazioni, toccamenti, baci. la notizia finisce anche sui giornali locali. E la replica è tranciante. il 5 giugno 2012 il direttore dell’ufficio comunicazione della diocesi, monsignor Angelo Riva, risponde a una lettera sul Settimanale, il periodico della curia, che dirige: «Può darsi che il nostro silenzio abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire coprofagia) di certa informazione noi intendiamo smarcarci». Curiosamente, sarà lo stesso concetto usato da Papa Francesco qualche anno dopo in un’intervista al settimanale belga Tertio sui guasti dei media, che dovrebbero evitare di cadere nella «coprofilia». la giustizia penale, in questo caso, va veloce. il 15 novembre 2012 il Tribunale di Como condanna Mangiacasale, anche lui con rito abbreviato, a tre anni e sei mesi per atti sessuali con minorenni. Al sacerdote vengono concesse le attenuanti generiche: è incensurato, s’è pentito, aveva una «relazione affettiva» con le vittime e le ha risarcite, complessivamente, con 200 mila euro. la sentenza ripercorre i fatti. E, ancora una volta, le omissioni. Già a novembre 2008, scrive il giudice Nicoletta Cremona, i genitori di una ragazzina «denunciano al vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, che don Mangiacasale aveva, in due diverse occasioni e in loro presenza, palpeggiato il seno alla loro figlioletta di 12 anni». la giovane, sentita dal magistrato, aggiunge: «i miei genitori mi hanno detto di aver parlato di quello che era successo al vescovo di Como già nel 2008… lui però non li
    aveva ascoltati fino in fondo e non aveva spostato don Marco né dalla chiesa di San Giuliano né dai giovani: infatti, ha continuato a svolgere funzioni nell’oratorio». Continua il giudice: «la denuncia al vescovo avrà come conseguenza la rimozione di don Marco dalle funzioni di parroco, ma non gli impedirà purtroppo di continuare ad abitare sopra l’oratorio e di essere responsabile delle attività dell’oratorio». il 21 maggio 2013, la Corte d’appello di Milano conferma la condanna a Mangiacasale. Ma mentre la giustizia penale procede spedita, quella ecclesiastica comincia a muovere i primi passi. il 23 settembre 2013 si conclude la fase istruttoria del processo canonico contro il sacerdote «ai sensi dell’articolo 4 del Motu proprio sacramentorum sanctitatis tutela». il caso passa alla Congregazione per la dottrina della fede. l’11 dicembre 2013, Papa Francesco decide la dimissione dallo stato clericale di Mangiacasale. la notizia viene comunicata il 12 febbraio 2014 da Coletti. il vescovo rammenta che «in ossequio alle volontà del pontefice, tali notificazioni e comunicazioni sono classificate come riservate e destinate alle soli parti in causa, vincolate al segreto». Per questo, stigmatizza «l’inopinata diffusione della notizia sui mezzi d’informazione». Ancora una volta: i panni sporchi della Chiesa vanno lavati in casa. lo impone il Vaticano.

    UN PRETE DENUNCIA: «TROPPE COPERTURE» Negli stessi giorni, monsignor Riva, il responsabile della comunicazione della curia, interviene nuovamente sul sito della diocesi in difesa di Mangiacasale: «Non è un pedofilo, non è malato, non è socialmente pericoloso. È un peccatore che ha commesso dei crimini per i quali è stato giudicato. È davvero deprecabile che una certa immagine “mostruosa” dell’imputato abbia finito per diventare di pubblica opinione, ben al di là della sua reale consistenza… la Chiesa di Como sa di volergli ancora bene, e di dovergli porgere, dopo l’aceto aspro della giustizia, il balsamo della misericordia». Una riflessione cui replica caustico lui però è ricaduto: è stata l’unica volta che l’ho fatto e non lo farò mai più». la sentenza «buona e prudente» era quella dell’allora vescovo Cantoni, nominato dallo stesso Papa Francesco un anno prima a capo della diocesi di Como. Che intanto, nell’attesa della sua venuta, era stata coinvolta in un altro devastante scandalo di pedofilia.

    I GENITORI ACCUSANO IL DON MA RESTA IN ORATORIO l’indagine, in questo caso, parte nel marzo del 2012. Don Roberto Pandolfi, parroco della chiesa di San Giuliano, a Como, riceve le confidenze di una gio
    don Pandolfi, il parroco di San Giuliano che ha raccolto le denunce su Mangiacasale: «Non so a quale parte della Chiesa di Como si riferisca il monsignore. Forse a quella che frequenta lui, quella dei passi felpati nei sacri palazzi. Forse a quella di coloro che pensano che bisogna coprire, nascondere, tacere. Forse a quella che ritiene che lo scandalo non siano gli abusi sessuali di un sacerdote sulle ragazzine, ma l’averli portati alla luce». il 27 febbraio 2014, sei anni dopo le prime accuse, arriva però il rammarico del vescovo Coletti: «Grava sul mio animo la tristezza di non essere riuscito a far pervenire con chiarezza la mia sollecitudine» scrive nel messaggio di quaresima. «Rinnoviamo alle giovani vittime e alle loro famiglie la domanda umile e accorata di perdono per tutto il male che hanno dovuto subire». il cerchio si chiude a ottobre del 2015. Dopo aver denunciato Mangiacasale e attaccato le coperture della curia comasca, don Pandolfi viene trasferito a Grandate, un paesino di 3 mila anime a qualche chilometro da Como. Due mesi fa, nella riflessione settimanale per i fedeli della parrocchia, ha scritto: «Parliamoci chiaro: denunciare espone a tanti rischi. Bisogna mettere in conto l’ostracismo da parte della stessa comunità ecclesiale, le calunnie più tremende messe in giro per screditare i denuncianti, la disapprovazione di preti, laici e suore per aver suscitato scandalo, le accuse di incuria per i genitori e di immoralità per i minori coinvolti. in ogni caso, certe situazioni hanno goduto di fin troppe coperture, a tutti i livelli. È tempo di dare una svolta. Parlare e denunciare è l’unico modo per iniziare a guarire».

    PANORAMA del 28.11.18

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-chiesa-coperture-inchiesta/

  • All’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il report “Italia” del marzo 2018 di “National Secular Society” che include anche i report della Rete L’ABUSO

    All’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il report “Italia” del marzo 2018 di “National Secular Society” che include anche i report della Rete L’ABUSO

    Nella sezione del 22 e 23 gennaio 2019, salirà sul “banco degli imputati” la Repubblica Italiana, la cui posizione sarà esaminata dal Comitato Onu per la Tutela del Fanciullo.

    Anche secondo le accuse recentemente formulate dal poll legale della Rete L’ABUSO (Diffida del 19.2.18 e esposto denuncia del 18.10.18), lo Stato italiano, oltre ad essere inadempiente di fronte a trattati internazionali e convenzioni di vario genere, attuerebbe nei confronti del fenomeno, politiche omissive che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento al fenomeno stesso.

    Di seguito, uno dei report sull’Italia agli atti delle Nazioni Unite, report che sarà incluso nella consultazione del prossimo 22 e 23 gennaio 2019, un report che contiene anche la documentazione e le ricerche della Rete L’ABUSO.
    Di seguito il documento di “National Secular Society” Report in lingua originale


    CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUI DIRITTI DEL BAMBINO

    RELAZIONE ALTERNATIVA SULL’ITALIA

    (report sul caso Italia)

    PREPARATO DALLA National Secular Society (UK)

    PRE-SESSIONE ALLA 80ª SESSIONE

    MARZO 2018

    NON ESISTE L’INDICE IN QUANTO IL MATERIALE SI RIFERISCE AL CLUSTER 4.

    4 Diritti civili e libertà (articolo 19)

    Autori

    1. Questo report è stato preparato dalla UK National Secular Society (“NSS”)

    Il presidente, Keith Porteous Wood e membro del Consiglio NSS Josephine Macintosh che ha parlato per l’NSS al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (“UNHRC”). Sig Porteous Wood ha lavorato presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e presso il Comitato per il Diritti del fanciullo, per assicurare che la Santa Sede sia stata esaminata dal Comitato, come non lo era stato per molti anni, e che il Comitato avesse tutto le informazioni necessarie per aiutarlo a compilare le sue osservazioni conclusive (1)

    Metodologia e approccio generale

    1. La National Secular Society lavora per la separazione tra religione e stato, e per uguale rispetto per i diritti umani di tutti, in modo che nessuno sia avvantaggiato o svantaggiato a causa delle proprie convinzioni. Dal 2016 siamo considerate un organismo consultivo speciale presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.
    2. Il nostro lavoro menzionato sopra, relativo alla Santa Sede e altrove, per esempio con la Chiesa anglicana, ci ha portato a concludere che l’abuso del clero è molto più diffuso di quanto non ci si accorga, e spesso nascosto da decenni. Questo occultamento è spesso dovuto a voti di segretezza e azioni legali aggressive adottate dal clero. Cerchiamo quindi di sensibilizzare e suggerire i modi in cui può essere ridotto al minimo.
    3. Abbiamo cercato le informazioni più affidabili e disponibili e, pur riconoscendo che ciò potrebbe non essere completo, abbiamo incluso informazioni validate da fonti diverse. Evidentemente l’assenza di informazioni ufficiali non significa l’assenza di un problema, anzi è probabile che sia il contrario, specialmente in Italia dove la cultura del clericalismo e il potere della Chiesa cattolica filtra la società civile, rendendo insensibile la capacità di quest’ultima di ritenere la Chiesa la causa.
    4. Riconosciamo che molti abusi (violenze sessuali e di altra natura da parte di adulti) nei confronti di minori avvengono in famiglia e molti si verificano anche in ambienti istituzionali non ecclesiastici. Chiaramente, le accuse credibili dovrebbero essere perseguite con tutta la forza della legge.
    5. Riconosciamo anche che l’abuso nelle organizzazioni ecclesiastiche non è limitato al cattolicesimo o ad organizzazioni cristiane, ma si estende a tutte le confessioni e le religioni a vari livelli. L’enfasi sugli abusi nelle organizzazioni cattoliche, in questo rapport, è in funzione del gran numero di istituzioni sotto l’egida della Chiesa cattolica e da parte degli Stati sono state riscontrate prove di abusi su scala significativa.
    6. Le organizzazioni ecclesiastiche sono suscettibili di attrarre in modo sproporzionato coloro che sono dediti a tali abusi; la dinamica del potere religioso/spirituale offre maggiori opportunità per perpetratori di abusare e nasconderlo; inoltre, tali organizzazioni possono più facilmente nascondere questo abuso, ad esempio attraverso la negoziazione di concordati (cfr in basso) che consentono espressamente la non divulgazione.
    7. Lo scopo di questa presentazione è di creare, nell’interesse delle vittime di tali abusi, una maggior parità di condizioni affinché tali istituzioni non godano dei privilegi che infatti permettono che molti abusi restino impuniti.

    LE NOSTRE PREOCCUPAZIONI

     

    A – Il livello di abuso clericale dei minori

    1. Non esistono informazioni ufficiali definitive sulla portata dell’abuso clericale dei minori in Italia, tuttavia, tre fonti di informazione sono contenute nell’appendice che fornisce un tentativo di evidenziarne la portata.
    2. L’Esempio 1 (vedi Appendice) mostra un estratto da un rapporto di RMIT University (Melbourne, Australia) Abuso sessuale infantile nella Chiesa cattolica: una rassegna interpretative della letteratura e dei rapporti di inchieste pubbliche scritti da due cattolici accademici. Concludono che “c’è stata la costante sottovalutazione del flagello dell’abuso clericale infantile da parte della Chiesa cattolica in Italia”.
    3. Questo rapporto attira l’attenzione su seri problemi di comportamento del Vaticano che è ragionevole presumere debba prevalere anche in Italia. Un esempio è “se un sacerdote è accusato dovrebbe pentirsi, e se si pentisse dovrebbe essere perdonato e ricollocato nella sua posizione. […] La preoccupazione dei funzionari della Curia Romana presenti all’incontro era di proteggere l’innocente sacerdote, per la loro convinzione che molte delle accuse erano false. […] Né potevano considerare l’idea che il ritorno i preti abusatori al ministero ha comportato un “rischio inaccettabile” per i bambini. Per colpa del loro approccio totalmente legalistico, non consideravano gli obblighi della Chiesa verso le vittime. […] per la Congregazione per la Dottrina della Fede, per esempio, gli abusi sessuali su minori sono classificati sotto l’etichetta “dei reati più gravi”, che includono reati come dissacrare un ostia, celebrare la messa con solo pane o solo vino, e concelebrare la Messa con sacerdoti non cattolici [apparentemente per quanto riguarda il primo come di uguale gravità per gli ultimi due]. Il sacerdote era una persona privilegiata sotto la legge canonica; la vittima non lo era.”
    4. L’Esempio 2 (Appendice) proviene da un’organizzazione italiana che cerca di sottoporre alla giustizia i preti cattolici pedofili in Italia. Mostra 120 condanne definitive per sacerdoti che hanno abusato di bambini negli ultimi 10 anni. Sono contrassegnati su una mappa dell’Italia, indicata da spilli rossi.
    5. L’Esempio 3 (Appendice) utilizza le informazioni statistiche sull’incidenza dell’abuso del clero prodotto nel 2009 dalla Santa Sede in evidenza al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite(2). Si stima che tra l’1,5% e il 5% del clero cattolico è stato coinvolto nei casi di abuso sessuale. Se questo è estrapolato in Italia, sasrebbe pari a ben 3.400 casi, e non meno di 1.000.
    6. Permettendo all’abuso endemico negli ambienti ecclesiastici di continuare indefinitamente e su scala così ampia, è inconcepibile che ciò non sia noto nelle istituzioni. Il Comitato sui diritti dell’infanzia ha scritto, nel 2014, sugli abusi su larga scala nelle istituzioni della Chiesa cattolica, molte delle quali presenti in Belgio. Ha affermato, nelle sue osservazioni conclusive alla Santa Sede, che “è ben noto che chi ha compiuto abusi sessuali su minori è stato trasferito di parrocchia in parrocchia o in altri paesi nel tentativo di coprire tali crimini, una pratica documentata da numerosi cittadini, commissioni d’inchiesta “e che” pone ancora i bambini in molti paesi ad alto rischio di abusi sessuali” (l’intero paragrafo si trova nell’Esempio 3 nell’Appendice).
    7. Restiamo convinti che la segnalazione obbligatoria – se organizzata e fatta in modo appropriato – è uno strumento prezioso, anzi essenziale, per aiutare a ridurre questo endemico abuso. Secondo Mandate Now, un’organizzazione rispettabile con sede nel Regno Unito: (4) “Un recente sondaggio su 62 nazioni ha coinvolto 33 nazioni sviluppate e 29 Nazioni in via di sviluppo. L’indagine ha rilevato, in generale, che, secondo Daro, D, (ed), World Perspectives on Child Abuse, 7 ed, International Society for the Prevention of Child Abuse and Neglect, Chicago, 2006, p 26 .: L’81,8% delle nazioni sviluppate aveva una qualche forma di segnalazione obbligatoria; Il 78,6% delle nazioni in via di sviluppo aveva una qualche forma di segnalazione obbligatoria; mediamente, l’80,3% delle nazioni partecipanti aveva una qualche forma di obbligatorietà nella segnalazione.”
    8. Pur riconoscendo che nessuna delle informazioni di cui sopra è conclusiva, prese congiuntamente forniscono sufficienti motivi di preoccupazione affinché il Comitato cerchi di richiedere allo Stato coinvolto di raccogliere informazioni per formulare raccomandazioni sulle “migliori pratiche” citate di seguito.

    B – Non c’è alcun obbligo per la Chiesa cattolica di denunciare gli abusi

    1. L’articolo 4 del Concordato Lateranense, come modificato nel 1984, afferma che “gli ecclesiastici non sono tenuti a divulgarli informazioni con i magistrati o con altri funzionari dell’autorità su persone o cose a loro rese note attraverso l’esercizio delle loro ministero”. Maggiori dettagli sono riportati nella Sezione B dell’Appendice, tra cui un articolo di conferma da Catholic News.

    LE NOSTRE RACCOMANDAZIONI

    1. Viene richiesto allo Stato coinvolto:
    2. di fornire informazioni supplementari e attuali sul livello di abuso del clero nello Stato;
    3. di stabilire un meccanismo per monitorare il livello delle accuse degli abusi clericali in futuro, compresa la registrazione degli anni in cui il presunto abuso ha avuto luogo;
    4. di stabilire quali misure sta prendendo lo Stato per garantire che il numero di sacerdoti contro i quali erano state mosse plausibili accuse di abuso di minori, sono stati consegnati alla giustizia;
    5. di dichiarare quali misure procedurali sta prendendo lo Stato per aumentare la futura incidenza di procedimenti giudiziari vincenti per abuso del clero.
    1. Il Comitato raccomanda allo Stato coinvolto:
    2. dove un individuo ha una posizione di fiducia personale verso i bambini e mentre questi bambini sono affidati alle sue cure, l’individuo ha ragionevoli motivi per conoscere o sospettare che sia stato commesso un abuso, o abuso fisico o sessuale, per negligenza intenzionale verso tali bambini, si rende obbligatorio denunciare questo alle autorità designate per proteggere i bambini entro sette giorni. Se, tuttavia, il bambino è considerato in pericolo di danno o danno significativo, la questione dovrebbe essere immediatamente segnalata alla polizia. Il mancato rispetto di tale rapporto costituisce un reato per il quale dovrebbe essere prevista un’appropriata sanzione.
    3. agire per rendere obbligatorio, anche in ambienti clericali, per tutti gli accusati di abusi sessuali su minori, noti e sospetti, di essere rimossi dai luoghi o da contatti con i bambini, e la questione segnalata con urgenza a livello regionale o statale all’autorità come descritto in a. sopra.
    4. Adottare misure appropriate per promuovere il recupero fisico e psicologico e il reinserimento sociale di un bambino vittima di: qualsiasi forma di negligenza, sfruttamento, o abuso; tortura o qualsiasi altra forma di trattamento crudele, inumano o degradante o punizione, come previsto dall’articolo 39 della Convenzione sui diritti dell’infanzia. Noi raccomandare che ciò includa un adeguato risarcimento.

    APPENDICE

    Questa appendice contiene fonti di informazioni che suggeriscono un problema significativo di abusi sessuali del clero contro minori.

    A – Il livello di abuso clericale dei minori

     

    ESEMPIO 1

    Desmond Cahill e Peter Wilkinson, “Abuso sessuale infantile nella Chiesa cattolica: una rassegna interpretative della letteratura e dei rapporti di inchieste pubbliche”, Center for Global Scuola di Ricerca di Studi Globali, Urbani e Sociali, RMIT University, Melbourne, Agosto 2017. (5)

    Estratto da pp. 92-93

    Pagina 92

    “[…] Elemento costitutivo dei numerosi malintesi con autorità della Santa Sede è stata la costante sottovalutazione del flagello dell’abuso clericale dei bambini da parte della Chiesa cattolica in Italia anche se diversi libri hanno documentato la questione in una certa misura (Agnoli 2011; Andreoli 2010; Cucci & Zollner 2010; Introvigne 2010, Introvigne e Marchesini 2014), di cui uno di un autore anonimo nel 2010 intitolato Il Peccato Nascosto: Lo Scandalo dei Preti Pedofili e I Silenzi della Chiesa (The Hidden Sin: The Scandal of Preti pedofili e i silenzi della Chiesa) (Anonimo 2010). […] Quanto è grave il problema in Italia è impossibile da dire, perché non ci sono fonti affidabili. Gli articoli sui giornali continuano a diffondersi, come documentato sul sito web di bishops.accountability (6) ma non è ancora stato definito un insieme di eventi per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sulla questione. La popolazione cattolica italiana è sempre stata consapevole dei peccati sessuali dei suoi sacerdoti.

    [pagina 93]

    L’autore anonimo suggerisce che il problema dell’abuso sessuale da parte del clero è “tanto numeroso quanto è sconosciuto”. Dopo aver documentato cinque casi studio irlandesi di preti, l’anonimo ne documenta cinque Casi italiani: don Ruggero Conti, sacerdote di 56 anni dell’arcidiocesi di Roma; Don Giorgio Carli, un prete della diocesi di Bolzano; Don Mauro Stefanoni della Diocesi di Como; don Pierino Gelmini, noto prete per aver fondato una comunità per combattere la droga; e don Luciano Alloisio, amministratore di un istituto salesiano a Torino. Per quanto riguarda l’assistenza residenziale, non ci sono informazioni. “

    ESEMPIO 2

    The Local, “Centinaia di preti pedofili italiani emergono in una mappa scioccante”, 3 marzo 2016 (7)

    “Un’organizzazione italiana che cerca di assicurare alla giustizia i preti cattolici pedofili in Italia ha sviluppato una mappa dettagliata che mostra tutti i casi segnalati negli ultimi 10 anni. La mappa dell’Italia sottostante dipinge un’immagine molto inquietante. Solo nell’ultimo decennio, ci sono state 120 condanne definitive, segnate sulla mappa da spilli rossi, contro i pedofili tra il clero. Spille gialle indicano casi di abuso che sono stati confermati da un tribunale, ma il perpetratore non è stato condannato, più comunemente a causa di cause giudiziarie cadute in prescrizione. Spille nere segnano casi in cui sacerdoti stranieri in Italia, che sono sotto inchiesta all’estero, e sono protetti dal Vaticano. I casi possono essere trovati in tutte le aree del paese.

    Foto: L’Abuso

    L’Abuso, un’associazione italiana per le vittime della pedofilia da parte di sacerdoti, ha raccolto le cifre dai dati dai tribunali. Ma i casi mostrati sulla mappa sono solo la punta dell’iceberg, ha dichiarato a The Local il Presidente dell’Associazione, Francesco Zanardi. “L’effettiva portata del problema è sconosciuta e abbiamo solo dati per l’ultimo decennio – ma dà un’idea di quanto sia diffuso.”

    Zanardi spera che la mappa aiuti a convincere gli italiani della necessità di condurre finalmente i chierici che abusano di bambini ad essere giudicati dal sistema di giustizia civile. “Il governo italiano ha un trattato con il Vaticano, il che significa che i preti non sono obbligati a segnalare abusi sessuali su minori. In altri paesi questo è un crimine grave di per sé – ma in Italia è solo la norma.”

    La maggior parte delle indagini sull’abuso di bambini da parte della Chiesa in Italia si svolgono quindi dietro a un muro di segretezza nei tribunali ecclesiastici vaticani.

    Una volta giudicato colpevole da una corte vaticana, i preti abusatori non vengono ridotti allo stato laicale e incarcerato. Vengono invece inviati in una nuova diocesi dove l’abuso può ripetersi.

    Questo processo fu persino incoraggiato attivamente dall’istituzione stessa quando il cardinale Joseph Ratzinger inviò una lettera a tutti i vescovi, nel 2001, incoraggiandoli solo a segnalare I casi sospetti di abusi ai tribunali ecclesiastici, a pena di scomunica. Ratzinger divenne Papa Benedetto XVI quattro anni più tardi prima di dimettersi nel 2013.

    Ma gli italiani stanno diventando più critici rispetto agli sforzi della Chiesa per affrontare la pedofilia dal suo interno, grazie alla notevole copertura mediatica del problema.

    In primo luogo, le indagini in corso sul capo della finanza del Vaticano George Pell, che sta ancora lavorando per la Chiesa nonostante ci siano molte prove che suggeriscono che egli ha  coperto anni di abusi mentre operava come sacerdote nello stato australiano di Victoria.

    In secondo luogo, il successo degli Oscar di domenica del film “Spotlight”, che ha ottenuto due riconoscimenti come miglior film e miglior sceneggiatura. Il film racconta la storia di una squadra di giornalisti che lavorando per il Boston Globe ha denunciato per la prima volta l’abuso a livello endemico di bambini in America nel 2003.

    “Sono lieto che le indagini in corso sul cardinale Pell e il recente successo di Spotlight hanno fatto sì che i media italiani parlino di più del problema, ma c’è ancora molto da fare”, ha ditto Zanardi, aggiungendo che dubitava che papa Francesco avrebbe fatto qualcosa per cambiare le leggi rispetto alla segnalazione di abuso.

    Da quando è diventato pontefice nel 2013, Jorge Mario Bergoglio ha cercato di migliorare l’immagine della Chiesa cattolica, ma i critici dicono che non ha affrontato sufficientemente il problema degli abusi sui minori e non ha fatto abbastanza per creare un dialogo con le vittime.

    “È davvero ridicolo,” aggiunse Zanardi.

    “Conosciamo gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica da 15 anni ed è ora di affrontarli. La Chiesa deve essere costretta a portare nei tribunal civili coloro che abusano dei bambini  – ma se ciò accade sarà un miracolo, nessun gioco di parole.”

    ESEMPIO 3

    Alla dodicesima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (8), l’ International Humanist and Ethical Union ha attirato l’attenzione sulla diffusione degli abusi di minori da parte di religiosi cattolici e ha accusato la Santa Sede di “diffusi tentativi di coprire casi di presunti abusi sui minori perpetrati da membri del suo clero e ordini religiosi” (9).

    L’oratore era Keith Porteous Wood, un coautore di questo rapporto.

    Il rappresentante della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra ha rilasciato una dichiarazione come un diritto di replica a quanto sopra che leggi, in parte:

    “Dalle ricerche disponibili ora sappiamo che negli ultimi cinquanta anni tra l’1,5% e il 5% del clero cattolico è stato coinvolto in casi di abuso sessuale.” (10)

    Secondo una fonte ci sono circa 68.000 sacerdoti e religiosi di sesso maschile in Italia. 5% di questo equivale a 3.400. Anche l’1,5% di esso equivale a oltre 1.000.

    B – Non c’è alcun obbligo per la Chiesa cattolica di denunciare gli abusi

    Concordat Watch (fonti note sulla pagina Web(11))

    Nel maggio 2012, la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha dichiarato nelle sue linee guida sulla protezione dei minori (12) che ai sensi degli articoli 2.1 e 4.4 di questo concordato i suoi preti non hanno alcun obbligo di riferire sospetti abusi alla polizia.

    Per il Concordato Lateranense modificato nel 1984:

    “Articolo 4.

    Gli ecclesiastici non sono tenuti a divulgare ai magistrate, o a qualsiasi altro funzionario competente, alcuna informazione su persone o fatti a loro noti attraverso l’esercizio del loro ministero”

    Quanto sopra è confermato qui sotto:

    Carol Glatz, “Nessuna segnalazione obbligatoria nelle norme italiane per la gestione delle accuse di abuso”, Catholic News Service, 4 aprile 2014 (13)

    “ROMA (CNS) – La conferenza episcopale italiana ha incoraggiato i suoi membri a collaborare con autorità civili in caso di abusi sessuali da parte del clero, ma ha affermato che i vescovi non hanno alcun obbligo legale di segnalare denunce di abusi alla polizia o ad altre autorità civili. [grassetto aggiunto]

    Inoltre, le nuove norme della chiesa italiana dicono che i vescovi “sono esonerati” dal rilasciare documenti statali in loro possesso o informazioni connesse a casi di abuso..

    Le Linee Guida prevedono che poiché un vescovo non è un pubblico ufficiale e non è incaricato di “pubblico servizio”, non ha l’obbligo giuridico – salvo per un dovere morale di contribuire al bene comune – di riferire alle autorità giudiziarie civili notizie che ha ricevuto in merito questioni illecite” di abuso sessuale.

    Le linee guida sono le prime norme nazionali pubblicate dalla conferenza episcopale italiana per trattare gli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti. Le linee guida sono state pubblicate sul sito web della conferenza il 28 marzo dopo essere state approvate dai vescovi a gennaio.

    Le direttive, di circa cinque pagine, affermano che “il triste e serio fenomeno degli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti richiede un rinnovato impegno da parte della chiesa, chiamata ad affrontare la questione con spirito di giustizia, in linea con il presente linee guida”.

    “Il vescovo che riceve una denuncia di abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari”, hanno detto le norme, assicurando loro che il caso sarà trattato in modo giusto, offrendo loro sostegno spirituale e psicologico e rispettando la libertà della vittima di intraprendere “azioni giudiziarie”.

    I vescovi hanno promesso che sarebbe stata data maggiore attenzione allo scambio di informazioni quando i candidati alla vita sacerdotale o religiosa sono trasferiti da un seminario all’altro o da una diocesi o istituto religioso a un altro. Non ha suggerito lo stesso tipo di scambio di informazioni nel caso del trasferimento di uomini già ordinati.

    “Il vescovo tratterà i suoi sacerdoti come un padre e un fratello”, hanno detto le norme, “prendendosi cura della loro formazione permanente e in modo tale che possano apprezzare e rispettare la castità e il celibato”.

    Le linee guida dicevano che durante ogni indagine canonica, il vescovo ha il diritto di fare tutto ciò che ritiene necessario per evitare il rischio di possibili ulteriori abusi. “Il semplice trasferimento del sacerdote in genere finisce per essere inadeguato” come risposta, affermano le norme, a meno cheil trasferimento non comporti “il sostanziale cambiamento delle sue funzioni”.

    “È importante che il vescovo collabori con le autorità civili” quando sono in procinto di condurre un’indagine o un processo penale, affermano le norme. Tuttavia, “i vescovi sono esonerati dall’obbligo di consegnare o mostrare documenti riguardanti ciò che sapevano o che sono in loro possesso” a causa delle disposizioni dei Patti Lateranensi, un trattato formale tra l’Italia e la Santa Sede.

    L’accordo tra i due stati, firmato nel 1929 e modificato nel 1984, afferma che l’Italia riconosce la “piena libertà della Chiesa cattolica di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritatevole” e il ministero, e rispetta la sua giurisdizione nelle questioni ecclesiastiche. Il patto stabilisce inoltre che, a causa della natura particolare del loro ministero, i ministri della chiesa non devono fornire alcuna informazione ai giudici o alle autorità statali.

    Le autorità giudiziarie possono chiedere informazioni su quali procedure canoniche sono state eseguite, ma non possono disporre che tali documenti o gli archivi completi dei vescovi siano  “mostrati o sequestrati”. Tuttavia, secondo le norme, i vescovi possono volontariamente comunicare singole parti di informazione.

    Le linee guida stabilivano anche che la Santa Sede e la conferenza episcopale italiana nel suo complesso “respingevano ogni responsabilità, diretta o indiretta, per eventuali casi di abuso”.

    Le linee guida sono state redatte dopo che la Congregazione per la Dottrina della Fede del Vaticano ha ordinato che i vescovi di ogni nazione e regione abbiano procedure chiare e coordinate per proteggere i bambini, assistere le vittime di abusi, occuparsi di preti accusati, formare il clero e cooperare con le autorità civili.

    I vescovi italiani hanno presentato brevi orientamenti alla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2012. La Congregazione ha dato una serie di suggerimenti e cambiamenti, che si riflettono nelle norme finali, hanno detto i vescovi italiani.

    Descrivendo l’abuso sessuale dei minori come “un crimine perseguito dalla legge civile”, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha detto che i vescovi dovrebbero seguire le leggi locali quando richiedono di denunciare casi di abusi sessuali alla polizia..

    Il Vaticano ha insistito sul fatto che la legge ecclesiastica impone ai vescovi e ai superiori religiosi di obbedire leggi locali sulla segnalazione di crimini sospetti; tuttavia, ha anche detto che dove la segnalazione non è obbligatorio e la vittima non vuole andare alla polizia, i desideri della vittima devono essere rispettati.

    Alcuni paesi hanno norme più severe, per esempio “nei casi in cui vi è un sospetto giustificato” di abuso, i vescovi della Svizzera hanno detto che la chiesa dovrebbe andare alla polizia, “a meno che la vittima o il suo rappresentante non si oppongano”.

    Tuttavia, hanno aggiunto, se sembra che ci sia un “pericolo immediato” di un funzionario della chiesa che abusa sessualmente di un bambino, la polizia deve essere informata.

    Il cardinale Sean P. O’Malley di Boston, membro della nuova Pontificia Commissione per La Tutela dei Minori, istituita da Papa Francesco, ha detto che uno dei compiti della commissione è formulare raccomandazioni sulla cooperazione dei funzionari della chiesa con le autorità civili “.

    FINE RAPPORTO

    https://tbinternet.ohchr.org/_layouts/treatybodyexternal/Download.aspx?symbolno=INT%2fCRC%2fNGO%2fITA%2f31110&Lang=en

  • Bareggio, un asilo intitolato al vescovo che coprì un pedofilo. Il sindaco leghista: “Solo congetture”

    Bareggio, un asilo intitolato al vescovo che coprì un pedofilo. Il sindaco leghista: “Solo congetture”

    Monsignor Alessandro Maggiolini – vescovo di Carpi (1983-1989) e di Como (1989-2007) – è un personaggio controverso. Morì nel 2008 da indagato per favoreggiamento di un sacerdote condannato a 8 anni con sentenza definitiva. L’alto prelato, che si rifiutò di essere interrogato dal pubblico ministero, difese in pubblico il prete e lo trasferì in un oratorio in provincia di Lecco, di nuovo a contatto con gli adolescenti

    di Ersilio Mattioni

    È noto alle cronache come “il vescovo leghista” per via della sua amicizia con Umberto Bossi e per via di alcune affermazioni che, al Carroccio, sono sempre piaciute molto. Sui valori e sulle tradizioni, certo. Ma anche sui i gay, definiti “gente da curare”. Oppure sulla libertà sessuale, descritta come “femminismo lercio”. E infine sulle unioni civili, che sarebbero “un preludio ai matrimoni tra uomini e cavalli”. Monsignor Alessandro Maggiolini – vescovo di Carpi (1983-1989) e di Como (1989-2007) – è un personaggio controverso. Morì nel 2008 da indagato per favoreggiamento di un prete pedofilo, assiduo frequentatore di chat per omosessuali con il nickname ‘sborraboy’, che aveva abusato di un 14enne con un ritardo mentale e che, per questo, fu condannato a 8 anni con sentenza definitiva. Maggiolini, che si rifiutò di essere interrogato dal pubblico ministero, difese in pubblico il sacerdote e lo trasferì in un oratorio in provincia di Lecco, di nuovo a contatto con gli adolescenti. Poi gli telefonò e lo convocò in Curia per informarlo dell’inchiesta e, secondo il pm Maria Vittoria Isella, per dargli la possibilità di “mantenere un comportamento tale da sviare le indagini”. Ma nessuno si ricorda più di questo ‘dettaglio’ nella vita del monsignore. Tanto che oggi gli vogliono dedicare un asilo a Bareggio, nel Milanese, dove Maggiolini nacque nel 1931 e dove tutti lo chiamano ancora, con affetto, don Sandro.

    Il neo sindaco, Linda Colombo (Lega), ha forzato le procedure e la legge, perché intitolare un istituto scolastico è una decisione dei docenti, che necessità dell’avvallo del ministero della Pubblica istruzione e del prefetto. Solo al termine dell’iter burocratico interviene l’amministrazione comunale. Invece giovedì 26 settembre il primo cittadino ha portato in Consiglio un ordine del giorno per mettere tutti di fronte al fatto compiuto. Unico voto contrario quello del Pd, che preferisce l’intitolazione di un parco. Tra i voti favorevoli, oltre alla maggioranza formata da Lega e Forza Italia, c’è stato pure quello del Movimento 5 Stelle. Decisione che è rimbalzata fino a Roma e non è piaciuta ai vertici del partito. Ma il capogruppo ‘grillino’, Flavio Ravasi, interpellato da ilfattoquotidiano.it, riferisce di “aver appreso della questione giudiziaria solo dopo il consiglio comunale”. E aggiunge: “È ovvio che questo cambia le nostre valutazioni e credo pure quelle della dirigenza scolastica. Se il sindaco era a conoscenza dell’episodio che ha coinvolto l’ex vescovo di Como, considero grave averlo taciuto ai consiglieri comunali, i quali non hanno potuto valutare avendo tutte le informazioni”.

    Il sindaco, in effetti, lo sapeva. O meglio, dice di essersi documentata “velocemente, leggendo Wikipedia”. Ma quelle tre righe sulla celebre enciclopedia online le sono bastate. Tanto che il primo cittadino liquida la faccenda con una dichiarazione tranchant: “Alla fine erano congetture e poi Maggiolini è morto. Non mi pare il caso di tirare fuori questa storia adesso, anche perché la famiglia del monsignore ha già sofferto abbastanza per le polemiche politiche”. E la famiglia di quel 14enne, abusato da un sacerdote che l’ex vescovo di Como avrebbe pure aiutato a depistare le indagini, non ha forse sofferto? “Non conosco la vicenda nei dettagli e poi dell’intitolazione se n’è occupata Silvia Scurati, meglio parlare con lei”. Già, ma Scurati – consigliere leghista a Bareggio e neo eletta in Regione Lombardia – non risponde al telefono ed è irreperibile da due giorni. Intanto il dirigente scolastico, Giuliano Fasani, non si esprime. Parlano comunque i fatti: il consiglio d’istituto si è riunito per discutere l’intitolazione dell’asilo a monsignor Maggiolini, ma ha rinviato la decisione a data da destinarsi.

    Se la giunta di Bareggio si fosse informata, avrebbe scoperto con relativa facilità cosa accadde tra l’agosto 2003 e il dicembre 2004. Don Mauro Stefanoni, 40enne parroco di Laglio, nel Comasco, abusò sessualmente di un ragazzo dell’oratorio. Dopo mesi il 14enne, afflitto da un ritardo mentale, trovò la forza di confidarlo prima ai suoi compagni di scuola e poi ai magistrati. Furono avviate le indagini e, in virtù del Concordato tra Stato e Chiesa, la Procura dovette comunicarlo al vescovo. Così Maggiolini, come attestano alcune intercettazioni telefoniche, approfittò di queste notizie riservate per informare il suo sacerdote in piena fase istruttoria, consentendogli di danneggiare l’inchiesta. Per questo fu indagato per favoreggiamento e convocato dal pm, davanti al quale oppose il silenzio. Ma il monsignore non si limitò a questo: dopo aver spostato don Mauro in un altro oratorio, diffuse un comunicato stampa: “Non si riesce a capire il perché di questa insistenza nell’accusare un prete che non è ancora stato condannato e c’è da augurarsi che non lo sia. La gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nell’attività del ministero sacerdotale. Il resto è chiacchiera”. I giudici condannarono don Mauro per “violenza aggravata dall’età della vittima e dalla condizione di inferiorità psicofisica del ragazzo”. Sentenza confermata in appello con parole durissime: “L’imputato non merita nessuna clemenza (…) È arrivato fino alla denigrazione dei testi e a una vera e propria manipolazione degli atti istruttori raccolti”.

    Quando la condanna diventò definitiva in Cassazione, la madre del 14enne abusato pubblicò un libro con l’editore siciliano Bonfirraro: ‘Mio figlio e il parroco. Il peccato che grida al cielo’. Un capitolo, fra gli altri, è degno di nota: quello dedicato alla stampa locale, ai fedeli e alla Diocesi di Como, tutti molto comprensivi con il parroco pedofilo e molto poco con la vittima. A Bareggio invece la Chiesa non sembra insensibile all’episodio. Anni fa qualcuno propose di dedicare a Maggiolini un oratorio, ma due sacerdoti considerarono l’iniziativa inopportuna, proprio perché il monsignore era stato coinvolto in quella brutta storia di pedofilia. Oggi la politica ci riprova. Tanto per il sindaco “sono solo congetture”.

    (Ha collaborato Francesca Ceriani)

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/04/bareggio-un-asilo-intitolato-al-vescoco-che-copri-un-pedofilo-il-sindaco-leghista-solo-congetture/4661783/

  • Calunnia a un parrocchiano: condannato don Mauro

    Calunnia a un parrocchiano: condannato don Mauro

    (m.pv.) Condanna in Appello per don Mauro Stefanoni nel processo “bis”.
    L’ex parroco di Laglio – già condannato in via definitiva per abusi su un minore che all’epoca dei fatti era minorenne (otto anni di pena) – doveva ancora definire il fascicolo per calunnia intentato contro il religioso da un parrocchiano. Procedimento che in primo grado si era chiuso con l’assoluzione davanti al giudice Gianluca Ortore.

    La Procura non aveva appellato la decisione del giudice, cosa invece fatta dalla parte civile (avvocato Monica Lurati). E quest’ultima alla fine ha avuto ragione in quanto il secondo grado, in parziale riforma della sentenza di Como, ha condannato don Mauro Stefanoni al pagamento in favore del parrocchiano della somma di 10mila euro come chiesto nelle conclusioni dalla parte civile.
    Una somma a risarcimento dei danni patiti dopo la denuncia di falsa testimonianza fatta dal religioso pur sapendo che il parrocchiano era innocente.
    Ovviamente, trattandosi dell’appello della sola parte civile e non della Procura, la Corte di Milano ha potuto intervenire sulle sole questioni civili.
    Il “don Mauro bis” nacque nel corso della deposizione di un testimone nel pieno del processo per violenza.
    La persona che, a detta di don Mauro, aveva consegnato al sacerdote una cesta di videocassette, una delle quali a carattere pornografico poi rinvenuta in una perquisizione dalla polizia. Il parrocchiano se ne assunse la paternità con un foglio scritto e firmato in calce.
    Davanti ai giudici del processo, tuttavia, lo stesso disse sì di aver firmato quella sorta di “liberatoria”, ma non nella versione esibita dalla difesa. E soprattutto il teste ribadì di non aver mai consegnato a don Mauro la cassetta dello scandalo. Da qui nacque prima un fascicolo per falsa testimonianza (archiviato) e poi il contropiede del testimone che a sua volta denunciò l’ex parroco di Laglio per calunnia.

  • Causa civile: gelo tra Diocesi e parenti della vittima di don Mauro

    Causa civile: gelo tra Diocesi e parenti della vittima di don Mauro

    I familiari chiedono il pagamento di quanto disposto dal giudice e mai corrisposto dal religioso
    (m.pv.) Nessuna apertura. Anzi, da quanto è stato possibile intuire, un vero e proprio muro contro muro cui spetterà al giudice civile di Como attribuire torti e ragioni. È andata in scena ieri mattina la prima udienza della vertenza che vede opposti da una parte i familiari della vittima di don Mauro Sfefanoni (ex parroco di Laglio che abusò di un ragazzo dell’oratorio, vicenda chiusa con la condanna definitiva a otto anni di carcere), dall’altra la Diocesi di Como e la parrocchia. Alla base del contendere il fatto che mai fino ad oggi don Mauro Stefanoni ha versato un solo euro dei 180mila fissati dal giudice come risarcimento del danno alla vittima, e dunque la stessa cifra è stata chiesta in solido a chi aveva “dato lavoro” al prete, ovvero la parrocchia e soprattutto la Diocesi.

    Il primo faccia a faccia – avvenuto ieri mattina al quarto piano del palazzo di giustizia – non ha portato alcun frutto. La Diocesi di Como (avvocato Vittorio Rusconi) e la parrocchia di Laglio (avvocati Silvio e Livia Zanetti) hanno ritenuto come non dovuta ogni richiesta della vittima di don Mauro (rappresentata dal legale Nuccia Quattrone). Per la verità in aula era attesa anche la parte dell’ex parroco che tuttavia non si è presentata. L’appuntamento è stato poi fissato a giugno.
    «Il comportamento della Diocesi è sempre lo stesso – ha commentato l’avvocato Quattrone – Anche qui, e non solo nel caso di Marco Mangiacasale (l’ex parroco di San Giuliano dimesso dal Papa dallo stato clericale proprio per episodi di violenza su alcune parrocchiane, ndr) esiste una vittima, ma a noi nessuno ha mai chiesto scusa in tutti questi anni nonostante la sentenza sia già definitiva. Ma ormai, purtroppo, conosciamo bene il comportamento della Curia e non ci aspettavamo altro».
    La Diocesi viene chiamata in causa in quanto il rapporto tra don Mauro e l’allora vescovo Alessandro Maggiolini, prevedeva una subordinazione gerarchica in cui il vescovo stesso avrebbe dovuto avere compiti di vigilanza sull’operato del proprio prete. Per questo motivo i familiari della vittima chiedono che il risarcimento del danno (mai pagato da don Mauro) venga corrisposto dalla Diocesi e anche dalla parrocchia di Laglio, quest’ultima – in quegli anni – rappresentata in tutti i suoi aspetti proprio da Stefanoni. «Ma la parrocchia non è responsabile né moralmente né giuridicamente per i fatti per i quali il parroco è stato condannato – replica l’avvocato Livia Zanetti – Anzi, i parrocchiani potrebbero ritenersi a loro volta parti lese di questa vicenda».
    Sul finire del 2013 aveva fatto scalpore una vicenda simile a Bolzano in cui la Diocesi era stata chiamata dal Tribunale civile a risarcire una vittima di abusi da parte di un prete. Una sentenza storica, che aveva stabilito il principio secondo cui un vescovo è equiparabile a un qualsiasi datore di lavoro e dunque responsabile indirettamente per i danni provocati da un religioso della sua Diocesi. Decisione contro la quale la Curia di Bolzano si è appellata e che, dunque, non è ancora definitiva.

  • Pedofilia. Causa civile contro diocesi di Como e don Mauro Stefanoni

    Pedofilia. Causa civile contro diocesi di Como e don Mauro Stefanoni

    La vicenda di don Mauro: causa civile contro la Diocesi

    La famiglia della vittima non conferma e rimane in silenzio. L’udienza sarebbe però già stata fissata in marzo. Citati anche il religioso e la parrocchia
    Nuova grana per la Chiesa lariana: chiesto il risarcimento del danno per quanto commesso dall’ex parroco di Laglio

    Non c’è pace per la Diocesi di Como. Dopo lo scontro interno alla Chiesa lariana successivo alla “dimissione dallo stato clericale” di Marco Mangiacasale voluto da Papa Francesco – vicenda che ha portato il parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi, a chiedere le dimissioni di monsignor Angelo Riva, vicario episcopale che aveva nuovamente difeso l’ex don definendolo «buon prete» – dal palazzo di giustizia emerge a sorpresa una nuova questione. Nuova in quanto dovrà essere affrontata per la prima volta nell’ormai prossimo marzo, meno nuova per il tema del contendere che riporterà tutti alla storia di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio condannato in via definitiva dalla Cassazione a 8 anni di pena per abusi su un minore dell’oratorio. Mesi fa – anche se si è saputo solo in queste ore – la famiglia della vittima, dopo aver atteso inutilmente il pagamento del risarcimento del danno patito ad opera del prete (che il Tribunale aveva riconosciuto complessivamente in 180mila euro), avrebbe chiesto che a corrispondere la stessa cifra sia la Diocesi di Como. E per farlo avrebbe intentato una causa civile allargata pure allo stesso don Mauro e alla parrocchia di Laglio, anche se i motivi e le cifre esatte su questi ultimi due fronti non sono noti. I familiari del ragazzo e l’avvocato Nuccia Quattrone che ne cura gli interessi, contattati telefonicamente, rimangono in silenzio e non confermano le indiscrezioni, che tuttavia sarebbero più che semplici voci.

    Tanto che appunto, come detto, ci sarebbe già una udienza civile fissata in Tribunale per marzo.
    Non si conoscono nemmeno le motivazioni precise della chiamata in causa della Diocesi di Como, in un atto che comunque non ha precedenti sul Lario e ne ha pochissimi in Italia. Uno di questi è fresco di qualche mese, quando sul finire del 2013 fece scalpore una vicenda simile a Bolzano in cui la Diocesi fu chiamata dal Tribunale civile della città altoatesina a risarcire una vittima di abusi da parte di un prete. Una sentenza storica, che aveva stabilito il principio secondo cui un vescovo è equiparabile a un qualsiasi datore di lavoro e dunque responsabile indirettamente per i danni provocati da un religioso della sua Diocesi.
    Decisione contro la quale la Curia di Bolzano si è appellata e che, dunque, non è ancora definitiva. Ora un caso simile sbarca in riva al Lario. La cifra chiesta sarebbe la stessa che i giudici dei tre gradi di giudizio del processo penale avevano riconosciuto come congrua per risarcire i danni provocati da don Mauro Stefanoni alla giovane vittima e ai suoi familiari, ovvero 180mila euro. Nella causa, come detto, sarebbero stati citati anche lo stesso don Mauro e la parrocchia di Laglio.

    Mauro Peverelli

  • Molestie sessuali su cinque ragazzine tre anni e mezzo a sacerdote di Como

    Molestie sessuali su cinque ragazzine tre anni e mezzo a sacerdote di Como

    Don Marco Mangiacasale finì sotto accusa per aver molestato una minorenne e in sede di interrogatorio
    di garanzia aveva denunciato altri quattro casi analoghi. Ora è ai domiciliari in un convento del Piemonte.

    E’ stato condannato a tre anni e mezzo con il rito abbreviato don Marco Mangiacasale, l’ex parroco di Como-San Giuliano reo confesso di aver molestato sessualmente cinque ragazzine e ora agli arresti domiciliari in un convento del Piemonte. Il pm aveva chiesto quattro anni. L’inchiesta ebbe inizio il 28 febbraio scorso, quando in Procura fu presentata la denuncia nei suoi confronti dai genitori di una minorenne. Pochi giorni dopo, il pm Simona De Salvo inviò gli uomini della polizia giudiziaria ad arrestare don Marco, che all’epoca non era già più parroco di San Giuliano ma rivestiva l’incarico di economo della diocesi.

    Durante il successivo interrogatorio di garanzia, il parroco non solo ammise quell’episodio ma raccontò anche di altri quattro. Per sua stessa ammissione gli abusi sessuali si sarebbero protratti per diversi anni prima che la ragazzina li raccontasse all’attuale parroco di San Giuliano, il quale riferì tutto ai familiari della giovane. La condanna inflitta al religioso 38enne è la seconda che riguarda un prete della provincia di Como e sempre per abusi sessuali ai danni di minorenni. Il precedente caso fu quello di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio e Brienno condannato a otto anni per aver abusato di un ragazzino 14enne con disabilità mentali.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/11/15/news/molestie_sessuali_su_cinque_ragazzine_tre_anni_e_mezzo_a_sacerdote_di_como-46715232/

  • Che dite, spreteranno finalmente “sborra boy”?

    Che dite, spreteranno finalmente “sborra boy”?

    Il comunicato della Diocesi sulla vicenda di don Mauro: “Conforto umano e sostegno per le vittime”
    Mercoledì 23 Maggio 2012
    Il prete questa mattina si è costituito spontaneamente nel carcere di Bollate, scelto dopo essersi consultato con i propri legali

    In merito alla condanna di don Mauro Stefanoni, ecco il comunicato stampa della Diocesi di Como giunto in redazione: “La Diocesi di Como prende atto delle decisioni assunte dalla Corte di Cassazione nel giudizio di terzo grado relativo alla vicenda che riguarda don Mauro Stefanoni. In questo momento la paterna sollecitudine del Vescovo si rivolge a tutte le persone coinvolte nella complessa vicenda. In particolare a coloro che il dispositivo della sentenza penale ha riconosciuto come vittime del comportamento addebitato a don Mauro. Sinceri sono il conforto umano e il sostegno nella preghiera”. E si legge ancora: “Per chi è stato riconosciuto responsabile, accanto al rigoroso rispetto della sentenza emessa dalla giurisdizione civile, non può venir meno il senso di vicinanza fraterna da parte di tutta la comunità diocesana. Verranno fatte le opportune valutazioni per la ripresa del procedimento canonico già avviato a carico di don Mauro Stefanoni. L’intera Chiesa locale è chiamata alla preghiera umile e fiduciosa, che ottenga dal Signore una grazia rinnovata di penitenza, di amore alla giustizia e di perdono. Don Mauro intanto si è presentato spontaneamente nel carcere di Bollate fin da questa mattina, senza attendere a casa l’arrivo dei carabinieri. Una struttura scelta in precedenza dopo essersi confrontato con i propri legali.

  • Don Mauro già in carcere a Bollate

    Don Mauro già in carcere a Bollate

    Mercoledì 23 Maggio 2012

    Si è costituito spontaneamente questa mattina nel carcere milanese di Bollate, don Mauro Stefanoni, 40enne ex parroco di Laglio, condannato in via definitiva ieri in cassazione a 8 anni di reclusione per molestia sessuale su un ragazzino minorenne del paese del centro lago dove lui ha esercitato anni fa. Una presenza volontaria in carcere la sua, che ha evitato così che i carabinieri lo accompagnassero direttamente nella cella dove ora rimarrà per i prossimi anni. Ha già scontato 5 mesi don Mauro Stefanoni gli restano 7anni 6mesi e 8 giorni da scontare. Non avrà l’indulto quindi dovrà farli interamente. Lui, per la cronaca, si è sempre professato innocente ha sempre negato ogni addebito. Questa mattina con grande amarezza ha salutato i propri familiari ed è andato da solo proprio in carcere dove lo attendevano gli agenti di polizia penitenziaria.

  • Ricorso respinto, per don Mauro otto anni di cella

    Ricorso respinto, per don Mauro otto anni di cella

    Mercoledì 23 Maggio 2012

    Tutto confermato. Il ricorso di don Mauro Stefanoni, 40enne canturino, ex parroco di Laglio, è stato ritenuto inamissibile dai giudici della Cassazione di Roma (nella foto a lato il suo ingresso). Che solo a tardissima ora – praticamente nella notte – hanno emesso il verdetto dopo che i legali del religioso, attualmente sospeso da ogni incarico dalla Diocesi, avevano chiesto la riapertura del caso. Tutto confermato, come detto. Restano gli otto anni da scontare per don Mauro, ritenuto colpevole in due gradi di giudizio di violenza sessuale su un ragazzino minorenne di Laglio quando lui era parroco nel paese del lago. Circostanze che Stefanoni ha sempre respinto.

    Lui, l’ex parroco di Laglio, è rimasto a Cantù ad aspettare il verdetto. Chi lo ha visto sostiene con ormai la certezza di finire in carcere. Cosa che avviene oggi. Stamane, infatti, i carabinieri sono andati a casa sua: la sentenza a suo carico, a questo punto, è definitiva ed immediatamente esecutiva. Otto anni di carcere per la violenza denunciata dal ragazino a casa del religioso.

    www.ciaocomo.it/notizie-como/cronac…i-di-cella.html