Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il liceo cattolico dell’Oklahoma ha fatto causa per 75 milioni di dollari per presunti abusi sessuali

    Il liceo cattolico dell’Oklahoma ha fatto causa per 75 milioni di dollari per presunti abusi sessuali

    Sala stampa di Washington, DC, 19 maggio 2022 / 19:28 (CNA). – Dieci studenti attuali ed ex, insieme a sei genitori o tutori, hanno citato in giudizio una scuola superiore cattolica in Oklahoma, una scuola che secondo loro “ha incoraggiato e consentito una cultura dello stupro” e “tollerato molestie e aggressioni sessuali” da parte di studenti maschi, insegnanti e allenatori da più di 10 anni, secondo la denuncia.

    La causa, depositata il 16 maggio presso il tribunale distrettuale della contea di Oklahoma, elenca la Mount St. Mary Catholic High School di Oklahoma City come imputato. Elenca anche coloro che hanno autorità sulla scuola: il consiglio di fondazione, l’arcidiocesi di Oklahoma City e le Sisters of Mercy.

    La causa accusa tre dirigenti scolastici, che nel frattempo si sono dimessi, di svolgere un ruolo centrale nella “commissione di aggressione e molestie” e di insabbiarla: l’ex preside Talita DeNegri, l’assistente preside Wendy Faires e la consulente di orientamento Mallory Tecmire.

    “Nonostante sia stato informato in modo effettivo e costruttivo di centinaia di episodi di aggressione sessuale e molestie … MSM [Mount St. Mary’s] non ha adottato misure ragionevoli per denunciare o fermare la dilagante cultura dello stupro e gli abusi sessuali in corso che si trovano appena sotto la superficie”, si legge nella causa. “Piuttosto, MSM ha svergognato donne e ragazze che hanno denunciato, inclusi i querelanti studenteschi e altre vittime, e ha permesso a uomini e ragazzi di continuare a molestare e aggredire donne e ragazze, compresi i querelanti studenteschi”.

    La causa denuncia violazione del contratto, negligenza, inflizione intenzionale di stress emotivo, discriminazione sulla base del sesso e molestie in ambiente educativo ostile, disturbo pubblico e calunnia. I querelanti chiedono più di $ 75 milioni di danni.

    Uno studente maschio che ha frequentato la scuola superiore dal 2017 al 2022 – identificato come “XR” – è accusato nella denuncia di aver violentato o aggredito numerose donne, tra cui tre querelanti. Una donna lo ha accusato di palpeggiarla e baciarla mentre guidava, afferma la denuncia, mentre un’altra ha detto che l’ha aggredita in un’aula buia.

    I leader di Mount St. Mary hanno appreso di questi incidenti, sostiene la causa, ma non hanno fatto nulla per XR fino a quando i media non hanno riferito di accuse di abusi sessuali nella scuola. XR è stato o sarà accusato penalmente, afferma la causa.

    In risposta alla causa, il Mount St. Mary’s ha condiviso una dichiarazione con la CNA della direttrice entrante della scuola, Laura Cain.

    “Sono stato informato della causa, ma non sono in grado di commentare le situazioni legali in sospeso”, ha affermato Cain, che fungerà da preside a partire dal 1 luglio. “Quello con cui posso parlare è la fiducia che ho nella direzione della Mount St. Mary Catholic High School. Come ex-allieva ed ex genitore, conosco il dolore che la comunità della nostra scuola ha dovuto affrontare negli ultimi sei mesi. Dobbiamo assicurarci di mantenere un ambiente compassionevole in cui gli studenti possano crescere ed eccellere. Il nostro futuro offre un’opportunità non solo per educare, ma per migliorare”.

    L’arcidiocesi di Oklahoma City e le Sisters of Mercy non hanno risposto con commenti al momento della pubblicazione.

    Quando l’arcidiocesi ha appreso delle accuse l’anno scorso, il personale ha contattato la polizia, ha affermato Page Hauser, coordinatore dell’ambiente sicuro dell’arcidiocesi, ha riferito l’Associated Press.

    “Hanno anche lavorato con il consiglio di amministrazione della scuola per assumere un investigatore indipendente per esaminare le accuse, con conseguente dimissioni di tre membri del personale”, ha detto Hauser in una dichiarazione mercoledì.

    Oklahoma Catholic high school sued for $75M over alleged sex abuse 

  • Disattese le prescrizioni del papa contro la pedofilia. Con qualche eccezione

    Disattese le prescrizioni del papa contro la pedofilia. Con qualche eccezione

    41075 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Il protocollo per la gestione degli abusi sessuali nella Chiesa, sancito dal motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi a maggio 2019, e stabilito ad experimentum per tre anni, è arrivato al capolinea e il bilancio non sembra positivo. Il protocollo richiede ai metropoliti di tutto il mondo di creare, nelle diocesi o eparchie, singolarmente o insieme, «entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico». Si applica anche alle «azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso» accusato di abusi, e prescrive l’obbligo, per il prete o il religioso che abbia notizia o fondati motivi» per sospettare di un abuso, di denunciare al vescovo. Quest’ultimo chiede tempestivamente al Dicastero competente l’incarico per avviare l’indagine e il Dicastero, al massimo entro 30 giorni dal ricevimento della segnalazione, provvede a fornire indicazioni su come procedere.

    Mons. Scicluna: “Non abbiamo dati”

    In questi tre anni, però le cose non sono andate proprio così. Lo testimonia, in un’intervista al quotidiano francese La Croix (10/5), il sottosegretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, incaricato della lotta alla pedocriminalità, mons. Charles Scicluna. Che mette le mani avanti, cercando di trasmettere una valutazione positiva, ma lasciando trapelare l’inefficacia, almeno relativa, del documento: «Oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti. Ma quello che sappiamo è che questa legge di papa Francesco è stata ampiamente applicata, e che molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Se rallentamenti ci sono stati, dice, vanno imputati alla pandemia; «tocca ora ai nunzi, che rappresentano il papa nei Paesi, ricordare ai vescovi gli obblighi derivanti da Vos estis lux mundi, compreso il fatto di creare questo luogo dove le vittime possano essere ascoltate e a cui hanno diritto». Luogo che non è così diffuso: «La creazione di un ufficio per la segnalazione in ogni diocesi è un obbligo non negoziabile che deve essere rispettato. Non dipende dalla volontà personale di ciascun vescovo». E poi, anche i fedeli «si aspettano che la Chiesa si assuma le sue responsabilità a livello locale», e «le stesse comunità si aspettano che le richieste del Papa vengano messe in pratica d’ora in poi». D’ora in poi.

    La realtà è che diversi vescovi non hanno ancora «la consapevolezza dell’importanza di questo argomento», ammette Scicluna: «In ogni caso, i vescovi non hanno scuse per non attuare questo motu proprio. Posso capire che in alcuni Paesi di missione, specialmente quelli che attraversano crisi, carestie, guerre o disastri naturali, questo è difficile. Ma penso che a livello nazionale sia sempre possibile costruire competenze, nell’ambito della Conferenza episcopale. È anche un’area in cui possono aver luogo scambi tra i vescovi di diversi Paesi» (già, ma il problema è che il documento non è stato tradotto in tutte le lingue). Per quanto riguarda il futuro del protocollo, e il rinnovo o meno, dopo i tre anni ad experimentum, «la decisione finale spetta al papa. Da parte mia, spero che sarà così. Sono convinto che queste misure siano irreversibili e soprattutto non dovrebbero esserci segni di arretramento. Diverse sono le opzioni aperte al papa, tra cui quella di un rinnovo dell’esperimento per tre anni, o la sua estensione alle comunità religiose».

    Una serie infinita di colli di bottiglia

    Se Scicluna afferma che un bilancio ancora non è disponibile, un’idea chiara è possibile farsela grazie all’inchiesta condotta da La Croix (9/5) su tutte le Conferenze episcopali del mondo, con una decina di domande rispetto all’applicazione di quanto prescritto dal motu proprio. Che, nella povertà delle risposte – già di per sé un segnale – evidenzia un’interminabile serie di ostacoli e di carenze.

    Infatti, solo 26 Conferenze episcopali hanno accettato di rispondere alle domande, un quinto degli episcopati, tra cui Francia, Polonia, Madagascar, Taiwan, Giappone e Russia. La Germania ha replicato che avrebbero risposto solo alla Santa Sede.

    Cosa emerge dalle risposte? In primo luogo che il documento è stato ampiamente diffuso: oltre che in francese, inglese, italiano e spagnolo, è stato tradotto dalle Conferenze episcopali in russo, ungherese, giapponese, indonesiano, tamil e mandarino. Detto questo, solo la metà degli episcopati che hanno risposto indica che il documento è disponibile sul loro sito web; l’edizione cartacea esiste solo in un Paese su quattro.

    Riguardo all’ufficio dedicato alle segnalazioni di abusi da attivare presso le diocesi entro un anno, dunque entro il 1 giugno 2020, un quarto delle Conferenze episcopali che hanno risposto non l’ha ancora creato. Alcuni Paesi, come la Repubblica Centrafricana o il Guatemala, hanno tuttavia assicurato che questi uffici saranno creati entro la fine dell’anno.

    I fedeli che vogliano contattare questi uffici, devono informarsi su internet, dal momento che raramente si trovano informazioni nelle parrocchie. In due Paesi africani che hanno risposto, «la modalità è a dir poco sorprendente», commenta La Croix: «Chiunque voglia accedere a questo ufficio deve chiedere al proprio parroco i mezzi per contattare l’ente segnalante. Tale provvedimento non sembra poter consentire la libera segnalazione, il che mette in discussione la rilevanza di questi uffici».

    La segnalazione il più delle volte può avvenire telefonicamente o via Internet. In alcuni Paesi, come Austria e Polonia, è prevista anche la possibilità di un incontro di persona, mentre in altri, come Papua Nuova Guinea o Burundi, gli incontri “faccia a faccia” sono l’unica possibilità: anche in questo caso, una modalità che non favorisce la denuncia.

    Riguardo ai dati effettivamente raccolti finora, molte Conferenze episcopali non hanno risposto. «Non abbiamo informazioni su questo argomento perché il sistema opera a livello diocesano», ha spiegato la Conferenza episcopale ungherese. Stessa risposta da parte della CEI: «La Conferenza episcopale non è a conoscenza di questi elementi perché rientrano nella competenza dell’Ordinario diocesano».

    «L’indagine mette così in luce un altro punto cieco nella prevenzione degli abusi: il predominio del vescovo», commenta il quotidiano francese. «Pertanto, gli uffici di segnalazione, le risorse stanziate e il trattamento riservato ai fatti denunciati dipendono in gran parte dal vescovo locale. Egli è così padrone nella sua diocesi del luogo concesso alla prevenzione e alla lotta agli abusi».

    Alcune Conferenze episcopali, tra cui la Francia, dichiarano di non disporre di un dato complessivo per il numero delle vittime identificate. Altri sì, come la Bulgaria, dove non è stato individuato nessun caso. Nella Repubblica Centrafricana e in Guatemala, meno di cinque file sono stati trasmessi al Dicastero per la Dottrina della Fede, mentre in Polonia, tra il 1 luglio 2018 e il 31 dicembre 2020 sono state fatte ben 368 denunce.

    Un altro collo di bottiglia è la risposta da Roma ai casi segnalati. Molti dei Paesi che hanno inviato rapporti dichiarano di non aver ancora ricevuto feedback dalla Santa Sede, o almeno non su tutti i casi; i vescovi polacchi hanno ricevuto una risposta solo per 186 casi su 368. Scarsità di risorse nella seconda sezione del Dicastero della Dottrina della Fede? Se ogni anno arrivassero 500 fascicoli, secondo l’agenzia specializzata I.Media, «i tempi di elaborazione potrebbero durare mesi, in certi casi anche anni».

    https://www.adista.it/articolo/68046

  • “CHIEDIAMO AI VESCOVI VERITÀ, GIUSTIZIA e PREVENZIONE” – CONFERENZA STAMPA

    “CHIEDIAMO AI VESCOVI VERITÀ, GIUSTIZIA e PREVENZIONE” – CONFERENZA STAMPA

    In occasione della 76.ma Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, in programma dal 23 al 27 maggio p.v., il Coordinamento #ItalyChurchToo chiederà, in una “LETTERA AI VESCOVI”, precise misure necessarie e improrogabili nell’ambito della lotta agli abusi nella Chiesa cattolica, che allineino l’operato della Chiesa italiana a quello di altre Conferenze episcopali e dissolvano i dubbi relativi alle reticenze e alle resistenze dell’episcopato italiano riguardo all’emersione della reale portata del fenomeno in Italia.

    Alla lettera – che verrà inviata alla Conferenza Episcopale Italiana il 23 maggio e contestualmente diffusa sui media nazionali ed esteri – i vescovi sono chiamati a rispondere entro la data della Conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, che avverrà

    venerdì 27 maggio ore 11,00

    Associazione Stampa Estera via dell’Umiltà 83/c – ROMA

    Il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica ItalyChurchToo è espressione delle vittime di abusi, del laicato cattolico, della cittadinanza e di alcuni media sensibili, ed è nato il 15 febbraio 2022 come strumento di pressione sulle istituzioni religiose e laiche per ottenere verità, giustizia e prevenzione per le vittime di abusi – minori, adulti, adulte, persone vulnerabili, religiose – perpetrati da persone a vario titolo impegnate nella Chiesa.

    Per informazioni o accrediti:

    Francesco Zanardi

    e-mail portavoce@retelabuso.org

    tel. 392 703 0000

    Ludovica Eugenio

    e-mail ludo@adista.it

    tel. 335 345469

  • Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, 5 maggio 2022 – «Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo”. Con queste parole, nel 2020, una donna accusò l’allora parroco di Inzago, don Alberto Lucchina, di averla violentata negli anni Novanta, quando era un giovane sacerdote nel Varesotto. Il procedimento davanti al Tribunale ecclesiastico della Lombardia nei confronti del religioso, che si è autosospeso quando la lettera della donna è stata pubblicata dall’associazione Rete L’Abuso e larcidiocesi di Milano ha avviato un’indagine, si è concluso con una condanna a cinque anni di esercizio del sacerdozio solo presso una casa di riposo per anziani, con sospensione dalle attività con minori.

    Ascoltata dal Tribunale ecclesiastico la donna, assistita dall’avvocato Daniela Cultrera, ha confermato le violenze sessuali. E il procedimento ha segnato anche un inedito, dal punto di vista giuridico. “Per la prima volta è stato concesso alla nostra assistita la presenza di un nostro avvocato ad affiancarla – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione che si occupa di abusi sessuali in ambienti ecclesiastici – mentre in altri casi chi ha subito le violenze si è trovato solo in aula, senza neanche un supporto”. Le decisione di sospendere don Alberto Lucchina per cinque anni “conferma la credibilità della vittima e la veridicità di quanto raccontato nella denuncia”.

    Anche il fratello di don Alberto, il sacerdote milanese don Maurizio Lucchina, è accusato di abusi sessuali, nei confronti di un’altra donna. Episodi non collegati fra loro. Il caso è approdato in Procura, dopo che la vittima ha denunciato episodi risalenti al 2016. Il pm ha chiesto l’archiviazione, in quanto la denuncia è stata presentata oltre il limite temporale. Istanza alla quale si è opposto il legale della donna che ha chiesto l’imputazione coatta del sacerdote 65enne, indagato per violenza sessuale.

  • I vescovi italiani lottano contro gli abusi

    I vescovi italiani lottano contro gli abusi

    Francesco Zanardi aveva undici anni quando tutto ebbe inizio. Quando fu maltrattato per la prima volta da un prete della sua città natale, Savona. L’abuso è continuato per quattro anni. Nel 1985 lo spettro era finito. Successivamente, Zanardi è stato temporaneamente dipendente dalla droga. Il risultato del suo trauma, dice.

    Solo anni dopo è riuscito ad affrontare il suo passato: con “Rete l’abuso” ha fondato una rete di persone colpite che vuole attirare l’attenzione sugli abusi nella Chiesa italiana. Perché c’è “un problema abbastanza grosso” in questo senso, Zanardi si lamenta: “Perché è come se il problema non esistesse affatto: la stampa non ne parla, la televisione non lo riporta da anni, soprattutto la stato uno”.

    320 sacerdoti italiani imputati o condannati

    Zanardi e colleghi elencano 320 sacerdoti italiani che sono stati condannati per abusi sui minori o che sono attualmente indagati sul sito di Rete l’abuso – con i loro nomi e spesso con una foto. Ma questa è solo una piccola parte, crede Zanardi. La maggior parte delle vittime non voleva parlare, dice, perché temeva di non essere ascoltata, che gli sarebbe stato chiesto perché ci sono voluti anni prima che ne venisse fuori.

    Hans Zollner ritiene inoltre possibile che il numero di casi di abuso non denunciati in Italia sia elevato . Il sacerdote gesuita della diocesi di Ratisbona dirige il centro di protezione dell’infanzia “Istituto di Antropologia” presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel complesso, tuttavia, l’Italia è “molto indietro quando si tratta di affrontare gli abusi in un’ampia varietà di settori, non solo nella chiesa”.

    La magistratura italiana scoraggia le persone colpite

    Dal punto di vista di Zollner le ragioni sono diverse: gli italiani, per esempio, non volevano fare brutta figura, non volevano fare brutta figura. Pertanto, la società tende a nascondere tali incidenti.

    Anche il sistema giudiziario in Italia non rende facile per le vittime testimoniare in un ambiente protetto, i processi richiedono molto tempo e questo scoraggia le persone colpite. Inoltre, a nessuno interessa parlare di violenza sessualizzata. L’argomento è stato brevemente nei media, ma è scomparso di nuovo dopo pochi giorni, afferma Zollner.

    Francesco Grana è uno di quelli che vogliono continuare a portare l’argomento sui media italiani. Il giornalista è un esperto vaticano del quotidiano “Il fatto quotidiano”, per il quale scrive anche di abusi ecclesiastici. Tuttavia: “Nei pochi casi di abusi sui minori che sono stati sui media, si è sempre trattato di preti. Quindi non c’è mai stato un arcivescovo o cardinale pedofilo”, dice Grana.

    Scandalo abusi italiani come a Ettal o al Collegio Canisius

    Anche i genitori italiani sono poco sensibili all’argomento, anche se c’è anche un caso in Italia che ricorda i grandi scandali di abusi tedeschi come quello di Ettal o del Collegio Canisius: in un istituto per sordomuti a Verona, bambini e giovani detenuti da preti pedofili da anni subiscono abusi. “Si è scoperto che molti di questi sacerdoti sono stati trasferiti in Argentina con la conoscenza della Chiesa e anche di questo istituto”, racconta Grana. “Là fondarono istituti simili, dove continuarono a insegnare ai bambini sordi”.

    Uno degli autori è stato condannato in Argentina. Secondo la legge italiana, le aggressioni più note in Italia sono prescritte. Ma ci sono anche casi di abusi più recenti, dice Zanardi. Fondamentalmente si lamenta che la Chiesa non affronta davvero il problema, né la Conferenza episcopale italiana né il Vaticano.

    Causa prete pedofilo: “Ratzinger non ha mai risposto”

    Secondo Zanardi, questo vale anche per Joseph Ratzinger durante il suo incarico di capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (1981-2005). Secondo Zanardi, Ratzinger è stato informato nel 2003 dal cardinale Domenico Calcagno, allora vescovo di Savona, del sacerdote che aveva abusato di Zanardi. “Calcagno ha scritto a Ratzinger: abbiamo questo prete pedofilo, cosa dobbiamo fare? Ratzinger non ha mai risposto al vescovo”.

    Il sacerdote, che lo ha abusato negli anni ’80, ha abusato di nuovo di un ragazzo nel 2005. Dopotutto, è stato condannato per questo.

    Mancanza di personale nell’autorità vaticana responsabile

    Zollner del centro per la protezione dell’infanzia conferma anche che le cose non vanno sempre lisce quando si denunciano casi di abuso: “Fino a circa cinque anni fa, l’autorità competente presso l’ex cosiddetta Congregazione per la Dottrina della Fede aveva pochissime persone . E non potevano davvero rispondere a tutte le lettere a causa del carico di lavoro e non potevano nemmeno tenere informate le persone”. Ora c’è un po’ più di personale, oltre a tentativi di strutturare meglio il lavoro.

    Ma resta la domanda su cosa stia facendo la Conferenza episcopale italiana per prevenire e affrontare gli abusi in Italia. L’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, che alla Conferenza episcopale è responsabile della protezione dei minori, afferma di essere impegnata da diversi anni per una maggiore prevenzione. Fa riferimento a nuove linee guida per trattare con autori e vittime, che mettono al centro il benessere delle vittime. Inoltre, nelle diocesi è stata istituita una rete di referenti.

    I vescovi italiani voteranno sulla rivalutazione a fine maggio

    In un’assemblea generale di fine maggio, la conferenza episcopale vuole decidere se ci debbano essere inchieste anche sui casi di abuso del passato: in un primo momento, si vuole guardare agli ultimi due anni, per poi tornare più indietro nel tempo – fino agli anni ’60. Sono previsti questionari per le diocesi, da valutare accademicamente. “Per rendere la nostra indagine trasparente e scientifica”, dice Ghizzoni.

    Tuttavia, non è ancora chiaro se i vescovi siano davvero favorevoli a un’indagine. Secondo il giornalista vaticano Francesco Grana, la proposta era già stata presentata all’Assemblea Generale lo scorso novembre ed è stata respinta.

  • Catturano in Italia un sacerdote colombiano denunciato per pedofilia

    Catturano in Italia un sacerdote colombiano denunciato per pedofilia

    Il sacerdote colombiano Carlos Alberto Pérez Arco , 40 anni, che fa parte dell’Istituto Missionario San Juan Eude, è stato arrestato dai carabinieri lo scorso Venerdì Santo a Carpineto Romano, in provincia di Roma, in Italia, con l’accusa di pedofilia.

    Monsignor Humberto Lugo Argüelles, fondatore dell’Istituto, ha avvertito il 31 agosto 2018 il superiore generale della comunità, padre  Jesús Amaya, circa il comportamento dei religiosi nei confronti dei minori , avendo sentito “commenti” che l’indicato, “sarebbe hanno commesso questo crimine contro i bambini”.

    “ Mi sono già rivolto, come vedete nella lettera, ai vescovi della Colombia ai quali corrisponde , come è diritto diocesano, agire sulla causa. Il 29 di questo mese abbiamo compiuto esattamente due mesi dalla mia consegna di questa lettera nella Curia di Bogotà e dall’invio di due copie ai vescovi che corrispondono a tale materia.

    Fino ad oggi non ho avuto risposta, ma nell’affrontare una questione così delicata aspetterò ancora un po’ per rispetto dei vescovi, per rivolgermi direttamente alla Santa Sede”, ha detto in una lettera quattro anni fa.

    In un altro passaggio della lettera svelata da Blu Radio, monsignor Lugo si lamenta con  padre Jesús Amaya , “che in queste materie il  papa chiede tolleranza zero e ricorda di aver informato i vescovi della Colombia delle presunte irregolarità che c’erano nell’istituto”.

    Secondo i media locali di quel Paese, Il Messaggero, il sacerdote Carlos Pérez ha ricevuto due denunce di abusi sessuali , presentate nel dicembre 2021 dai genitori di alcuni minori residenti nella città di Carpineto Romano, che hanno raccontato come si è avvicinato ai minori fuori parrocchia e ha fatto avances “di natura sessuale”.

    Pérez è detenuto in carcere, in attesa di spiegare la sua versione dei fatti in tribunale. E finora la Conferenza episcopale della Colombia non si è pronunciata sulle denunce.

    https://www.publimetro.co/noticias/2022/04/22/capturan-en-italia-a-sacerdote-colombiano-denunciado-por-pedofilia/

  • Clericalismo e abusi, i precedenti della Commissione francese. Un articolo

    Clericalismo e abusi, i precedenti della Commissione francese. Un articolo

    Ludovica Eugenio – Una “eccessiva sacralizzazione della persona del sacerdote” e una “perversione dell’obbedienza” sono elementi messi in luce sia dal Rapporto Sauvé sugli abusi nella Chiesa in Francia, sia da un altro Rapporto francese, che ne costituisce in qualche modo il precedente: quello  – siamo nel 1992 – commissionato dall’allora arcivescovo di Lione card. Albert Decourtray allo storico René Rémond sull’”affare Touvier”, il miliziano lionese antisemita che, durante la Seconda guerra mondiale, represse la resistenza e perseguitò gli ebrei insieme ai tedeschi e che, condannato a morte durante la Liberazione, sfuggì alla giustizia grazie alla complicità all’interno della Chiesa.

    Su questo tema e sulla attuale crisi degli abusi sessuali come elemento che mina profondamente «un’organizzazione basata su una casta specializzata», verte un interessante articolo dello storico dell’Università di Reims Frédéric Gugelot, docente di Storia contemporanea, pubblicato il 14 aprile sulla rivista accademica internazionale online The Conversation.

    Riportiamo l’articolo in una nostra traduzione dal francese.

    Abusi sessuali nella Chiesa cattolica: una lunga storia

    All’inizio di aprile, la Commissione per il riconoscimento e le riparazioni ha annunciato una scala da 1 a 7 per i risarcimenti fissata per le persone che hanno subito abusi sessuali da parte di membri della Chiesa cattolica in Francia. Gli importi varieranno da 5.000 a 60.000 a seconda di criteri diversi.

    Queste decisioni fanno seguito a diverse indagini intraprese dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE). Al di là dell’eco ricevuta dalla stampa e dall’opinione pubblica, questa Commissione ha voluto conciliare l’ascolto delle vittime, l’accertamento dei fatti nel corso di 70 anni e il controllo delle risposte fornite dall’istituzione. I contributi dell’indagine Sauvé coincidono con altri lavori già realizzati all’estero.

    Le relazioni del Gran Giurì in Pennsylvania (USA) e in Germania nel 2018, nonché le dimissioni dei 34 vescovi cileni nel 2019 avevano già messo in luce l’entità dei crimini commessi all’interno della Chiesa cattolica e il numero considerevole di vittime.

    Una cronologia degli atteggiamenti

    Al di là delle spaventose cifre che riguardano vittime, abusatori e testimoni, emerge l’ aspetto “massiccio” e “sistemico” della violenza sessuale all’interno della Chiesa. Qui si stabilisce una cronologia degli atteggiamenti: così negli anni Cinquanta e Sessanta si trattava di preservare la Chiesa allontanando i criminali e mettendo a tacere le vittime, poi la questione è scomparsa e, negli anni Novanta, timidamente, comincia ad emergere l’attenzione alle vittime seguita da un riconoscimento parziale a partire dagli anni 2010.

    Mentre una delle principali associazioni di vittime, quella degli abusi di padre Preynat, fondata a Lione nel 2015, si chiama “La Parole Liberée”, la pubblicazione parallela di una raccolta, intitolata “Da vittime a testimoni” , segna il cambiamento di prospettiva avviato.

    Per la prima volta, si riconoscono e rendono pubbliche le parole delle vittime, che contrastano con il lungo silenzio e la lunga cecità rispetto alla portata degli abusi. Mentre cresce la preoccupazione per la questione degli abusi sessuali, l’istituzione si è mostrata per lungo tempo favorevole a una risoluzione interna degli abusi, opponendosi spesso alla magistratura e promuovendo su larga scala una politica di trasferimento dei religiosi colpevoli. Inoltre si è dedicata più ai preti colpevoli che alle vittime, laddove la Chiesa risulta essere al secondo posto in Francia per violenza sessuale sui bambini, dopo la famiglia.

    Un’altra commissione pionieristica

    L’appello a una commissione che affrontasse un profondo divorzio tra l’opinione e l’immagine della Chiesa non è una novità. La scelta della CIASE, commissione voluta dai vescovi e diretta da un cattolico riconosciuto, è ispirata dal successo di un’altra identica commissione diretta dallo storico René Rémond.

    Nel 1992, fortemente contestato dai media, il primate francese mons. Decourtray decise di dar vita a una commissione d’inchiesta “indipendente” sull’“affare Touvier”. Paul Touvier, capo miliziano a Lione, represse la resistenza e perseguitò gli ebrei insieme ai tedeschi. Partecipò all’arresto dei coniugi Victor e Hélène Basch, uccisi poco dopo, e scelse personalmente gli ebrei giustiziati a Rillieux-la-Pape nel giugno 1944.

    Condannato a morte durante la Liberazione, sfuggì alla giustizia grazie alla complicità all’interno della Chiesa. Una somma di iniziative individuali più che una politica volontaria e uno sgradito miscuglio di misericordia, ignoranza delle questioni politiche e, talvolta, vicinanza ideologica controrivoluzionaria, favorirono la sua fuga. Lo storico René Rémond ha aggiunto che una concezione eccessivamente clericale aveva bloccato i religiosi in un supporto criminale che dimenticava le vittime.

    Tuttavia, il fatto che le autorità ecclesiastiche siano prigionieri di logiche interne che, dimenticando la vittima, privilegiano l’attenzione sui chierici colpevoli opera anche negli abusi sessuali e favorisce l’ampiezza della portata dei delitti. Svelando la storia delle protezioni concesse al miliziano Touvier, il Rapporto Touvier ha permesso alla Chiesa di porre fine allo scandalo.

    La presentazione di una relazione del genere nel contesto di uno scandalo che mette in discussione l’istituzione permette di creare un anno zero, un prima e un dopo. I vescovi speravano di rinnovare il successo del rapporto Touvier con la CIASE?

    Una relazione che produce uno shock, e dopo?

    Se è troppo presto per identificare appieno l’impatto del rapporto CIASE sui fedeli, al di là della sofferenza di essere associati a una comunità macchiata da questi crimini e tradita da chierici che dovrebbero guidarla verso la salvezza, sembrano però emergere tre atteggiamenti: reale resistenza da parte di alcuni credenti, che si rammaricano per l’istituzione della commissione, mentre altri si interrogano sul posto e sul ruolo del clero. Emergono quindi dei “cristiani senza Chiesa” . Senza rompere con la fede, questi credenti, per obiezione di coscienza, si distaccano dai riti e dall’istituzione. Non si tratta necessariamente di una contestazione della fede, ma di un rifiuto di iscriversi in una certa forma di organizzazione della fede.

    Questa terza via darà alla luce un “terzo uomo”? Con questo termine, il gesuita François Roustang evocava nel 1966 l’emergere di credenti che avevano adottato un “disinteresse” istituzionale per vivere meglio la loro fede in modo più spirituale.

    Se il riconoscimento delle vittime non sembra più in discussione, queste posizioni riflettono interpretazioni divergenti. Se i preti abusivi sono casi isolati, basta escluderli. Le mele marce non mettono in discussione né la santità della Chiesa né la sua organizzazione e dottrina. Se gli abusi sono “sistemici”, come dimostra la CIASE, sorgono almeno interrogativi sull’autorità e sul suo esercizio all’interno dell’organizzazione. La sfida, al di là del Rapporto Sauvé, è discutere una certa idea di Chiesa.

    Una concezione clericale della Chiesa

    Quest’ultima ha già subito un gran numero di riforme per quanto riguarda il clero. La più importante è forse quella avvenuta al Concilio di Trento (1545-1563) in risposta alla Riforma protestante, che aveva, tra l’altro, denunciato l’indegnità di alcuni chierici. Il papato scelse quindi di affidarsi al clero per realizzare la riforma cattolica e la riconquista spirituale dell’Europa.

    Questa scelta rifiuta la concezione protestante del sacerdozio – il sacerdozio universale dato a tutti mediante il battesimo – ed esalta l’esemplarità del sacerdote.

    Se il rapporto della Ciase non mette in discussione il cattolicesimo come fede, il fallimento della Chiesa docente mina una certa concezione della Chiesa stessa. Tra le spiegazioni avanzate, la commissione Sauvé, come il rapporto Rémond, fa emergere infatti una “eccessiva sacralizzazione della persona del sacerdote” e una “perversione dell’obbedienza”. La crisi degli abusi sessuali segna una possibile messa in discussione di un’organizzazione basata su una casta specializzata senza che sia possibile determinare fino a che punto si spingerà la “svalutazione del sacerdozio”.

    Quale reputazione per la Chiesa?

    La Chiesa è una delle fonti morali riconosciute della società. A causa del suo diritto di primogenitura, che è un diritto di anzianità storica, il cattolicesimo continua ad affermare la sua superiorità numerica e storica e pretende di ispirare la vita sociale.

    La posta in gioco di questo “riconoscimento” è la ricomposizione dei rapporti tra le espressioni religiose nel Paese e il loro posto nelle istituzioni pubbliche (esercito, scuola, ospedali, carceri). Quando il cappellano si rivela un abusatore, si può mantenere la fiducia nel suo datore di lavoro?

    I cattolici pretendono di partecipare allo sviluppo delle norme e dei valori della convivenza. Ma questa affermazione socio-etica al centro delle battaglie guidate dalla Chiesa cattolica negli ultimi anni – i movimenti per la vita e il rifiuto dell’aborto, il rifiuto del matrimonio omosessuale, l’opposizione alla procreazione medicalmente assistita e all’adozione da parte delle coppie omosessuali – è messa in discussione dal rapporto della Ciase. In Francia, il Manif pour Tous nel 2012-2013 ha incarnato questa esigenza. La sua difesa della famiglia, illustrata dallo slogan “Papà, mamma e figli, è naturale”, va in pezzi di fronte allo svelamento dei crimini “familiari” e al silenzio che li ha circondati.

    https://www.adista.it/articolo/67964

  • Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web – Paula Merelo, laica, insegnante di scuola secondaria e membro dell’Equipe Pedagogica Provinciale dei Clarettiani, ha appena scritto un libro che sta facendo colpo. “Adulti violati nella Chiesa” si riferisce a un tipo di abuso di cui si parla poco: quelli in cui una persona della Chiesa, di solito un chierico, ma non sempre, abusa di un’altra persona maggiorenne usando la sua posizione di potere e la sua spiritualità ascendente. Raramente vengono denunciate e raramente le vittime vengono ascoltate e credute . 

    Di cosa si parla quando si parla di adulti vulnerabili nella Chiesa? Chi sono le vittime? 

    Una vittima adulta è una persona maggiorenne, che aveva già almeno 18 anni quando si sono verificati gli eventi. Essendo relazioni tra adulti, si presume che ci sia consenso e, quindi, non vi sia abuso. Ma essere maggiorenne non implica il consenso. L’abuso si verifica perché c’è un’asimmetria nelle relazioni,come accade con un medico, un capo, l’insegnante o il terapeuta. Le relazioni asimmetriche non sono cattive di per sé, ma non siamo su un piano di parità, quindi chi è in una posizione di potere ha la responsabilità di prendersi cura dell’altro. All’interno della Chiesa non dovrebbero esserci casi di abuso, ma purtroppo capita molte volte, ad esempio, con il parroco, i superiori delle comunità religiose, i formatori, i catechisti e, cosa ancora più grave, con il direttore spirituale. Questa persona è usata per me come riferimento a Dio e come aiuto per il mio cammino spirituale e quella persona, che è responsabile del mantenimento della relazione di cura, se supera qualsiasi altra linea, sta abusando, a causa di quella situazione iniziale di disuguaglianza. Non si parla sempre di aggressività fisica, ma di una relazione in cui,

    Parlo nel titolo di “adulti vulnerabili” in risposta al Codice di Diritto Canonico che fa riferimento agli “adulti vulnerabili” come persone che soffrono di problemi fisici o psichici che li equiparano ai minori e solo in questi casi vengono riconosciuti abusi.  Non possiamo pensare che gli abusi avvengano perché la vittima ha una caratteristica che facilita o incoraggia l’aggressione. In effetti, siamo tutti adulti vulnerabili. L’aggressione si verifica perché c’è un aggressore che prende la decisione di attaccare. Quindi c’è un adulto vulnerabile.

    In questi casi c’è sempre un abuso di coscienza, spirituale, di potere. Tutti gli abusi sessuali sono preceduti da questi altri abusi. Ecco perché, per me, l’attuale Commissione d’inchiesta sulla Chiesa è insufficiente, perché si concentrerà solo sui minori e sugli abusi sessuali. Purtroppo, nonostante si parli poco di questi casi, l’abuso di adulti è molto più frequente di quello di minori. Ci sono autori che suggeriscono che i casi di abuso su adulti quando le vittime sono uomini sono doppi, mentre possono essere fino a quattro volte più frequenti quando le vittime sono donne.

    La prima cosa che sorprende è sapere che molti degli abusatori sono di riconosciuto prestigio come compagni spirituali…

    A volte sono persone molto prestigiose, non solo come compagni spirituali, ma anche come relatori, insegnanti, persone carismatiche, con grandi capacità sociali. E di solito si aggiunge un certo narcisismo. Ciò rende più facile che l’asimmetria diventi più acuta e, maggiore è l’asimmetria, maggiore è il rischio che possa essere abusato. Ci sono caratteristiche che si ripetono nella figura dell’aggressore: il loro prestigio sociale, che dà loro grande sicurezza e rafforza il loro orgoglio, la loro arroganza. E c’è il narcisismo, che è la centralità del sé. Gli altri cessano di essere fine a se stessi e diventano un mezzo per soddisfare i propri desideri e bisogni, in un processo che si sviluppa lentamente.

    Come funziona quel meccanismo di abuso?

    Generalmente si inizia con un processo di corteggiamento o, come è noto nel mondo anglosassone, di “grooming”, per generare, a poco a poco, un rapporto di dipendenza, che sarà favorito se la persona sta attraversando un brutto momento o un momento particolarmente delicato. L’abusante si presenta come l’unico compagno in quel momento delicato, l’unico che la comprende, e si genera una grande dipendenza affettiva. La vittima vive innanzitutto nello smarrimento, in un groviglio emotivo, nella mescolanza di quell’accompagnamento spirituale con il rapporto sessuale in cui è coinvolto anche Dio ed è difficile per lui riconoscere che qualcuno di cui si fida e da cui si aspetta solo cure può essere danneggiandola L’aggressore spesso la incolpa, “guarda cosa mi hai fatto fare”, e si sente in colpa di fronte a quella persona di riferimento. Inoltre, la paura gioca molte volte,La smentita finale della vittima, il “non voglio questo”, non è immediata, è difficile uscire da quella realtà di dipendenza, segretezza e colpa.

    Quanti casi vengono segnalati e perché molti non vengono segnalati?

    Non è noto quanti casi siano segnalati. Non ci sono quasi dati di prevalenza nei casi di abuso, per questo ho fatto un sondaggio con i miei mezzi e alla fine ho ottenuto 300 risposte. Tra i risultati, la prima cosa che spicca è che il tredici per cento ha dichiarato di essere a conoscenza di casi di abuso di adulti nella Chiesa. Di questi casi, le vittime erano per lo più donne e gli autori, principalmente religiosi. Questi dati vengono a rafforzare altri studi che parlano del fatto che, mentre nei casi di abusi sui minori le vittime sono per lo più bambini, tra gli adulti le vittime sono fondamentalmente donne. Si ritiene generalmente che il 90% degli abusi sessuali nella società non venga denunciato, a causa del tabù sessuale e della vergogna che comporta per le vittime.Nella Chiesa si aggiunge un altro fattore, ovvero che quando le vittime vengono a denunciare, in genere, sono state ignorate o nuovamente vittimizzate, assumendo il consenso: «voi siete adulti, sapevate quello che stavate facendo». Cioè se riesci ad ascoltarlo. C’è anche una grande mancanza di conoscenza del diritto canonico tra le persone che dovrebbero occuparsi di questi casi. E inoltre, l’interpretazione della legge è stata favorevole all’autore e all’ente. Il “la verità ti renderà libero” non ha preso piede, pensano di difendere l’istituzione contro una persona che ha già vissuto l’inferno; Ci sono state persone che si sono suicidate per questo problema.

    Nei pochi casi in cui la persona ha trovato la forza di recarsi presso un vescovato o dal Superiore responsabile di una congregazione, trova che il corporativismo è spaventoso e non viene ascoltato. Questo è vittimizzante, straziante. Se ciò viene segnalato, non sono sorpreso che le vittime non vengano a denunciare. Cosa stiamo facendo con queste persone? Le vittime si rivolgono ai media perché non sappiamo come accoglierle e ascoltarle a casa, anche nel caso dei minori. E mi tolgo il cappello perché molte delle vittime continuano a sentirsi parte della Chiesa. Ma tutti abbiamo una responsabilità nei loro confronti. C’è chi guarda dall’altra parte, chi raccomanda il silenzio, chi rimprovera “già sapevi, eri più grande”. Ma tutti abbiamo la responsabilità di ascoltare, accogliere e non ferire.

    Perché non si crede alle vittime ? 

    Ci sono quelli per i quali questo è troppo grande, è difficile guardare in faccia tanta sofferenza, è più facile negarlo. In un ambiente clericale, inoltre, si tende a credere al prete: come sarà questo, che è un prete così buono, che predica così bene… Molte persone sono arrabbiate con lui, è così atroce che si tirano fuori le palle, si pensa che sia qualcosa del passato, o si ricorre all’argomento che fuori dalla Chiesa accade di più. C’è anche quella di salvaguardare l’immagine della Chiesa. Ma, come dice Francesco, preferisco una Chiesa ferita e macchiata andando incontro a una Chiesa immacolata, senza macchiarsi e senza rispondere alle realtà del mondo. Non c’è macchia più grande che proteggere coloro che commettono questi atti atroci. La risposta della Chiesa dovrebbe essere coraggiosa e riconoscere ciò che c’è. Credo che quanto si sta facendo in merito agli abusi (protocolli,Ma ciò che non può accadere in alcun modo è il trattamento attuale delle vittime per la sofferenza che provoca e perché la cultura dell’occultamento favorisce e alimenta il ripetersi di questi eventi . Spesso l’imputato viene separato o allontanato per un certo tempo, ma non si prendono misure drastiche e nascondendo i fatti si favorisce la loro ripetizione.

    Affermi che il nome degli aggressori deve essere pubblicato, cosa che oggi non si fa…

    Non si tratta di aprire il telegiornale con il nome di un aggressore, ma di farlo conoscere nelle congregazioni e nell’ambiente in cui si sono verificati i fatti. È una forma di giustizia con la vittima, è convalidare la sua testimonianza, da un lato, ed è anche un modo per proteggerci: questa persona può essere un insegnante meraviglioso, ma devi proteggerti da lui e hai conoscere nell’ambiente in cui si muove. C’è chi parla di seconde possibilità e di misericordia, ma la misericordia non va confusa con la giustizia. Quando qualcuno ruba, c’è un processo e lui va in prigione e sconta la pena. Quindi, se si è pentito, preoccupiamoci che possa riavere la sua vita. IlIl percorso con gli aggressori non può essere avviato senza che questi riconoscano pienamente quanto accaduto e la loro responsabilità. Bisogna riconoscere la gravità e la profondità delle sofferenze provocate e da lì, se ciò accade, si potrebbe pensare anche di accompagnare gli aggressori.Il nome degli aggressori deve essere noto per giustizia e per precauzione. Ed è responsabilità delle istituzioni farlo, non gettare quel peso sulle vittime. Ci sono vittime che, dopo la loro denuncia pubblica, hanno subito ricadute nei loro processi. Quindi non è giusto che, oltre a tutto quello che hanno vissuto, debbano essere loro stessi costretti a esporsi per rendere pubblico il nome degli aggressori. In altri paesi ci sono elenchi pubblici di sacerdoti e persone su cui sono state accertate denunce – la stragrande maggioranza lo sono – e si dice cosa sia successo a quella persona e dove si trovi. Ci sono carceri ecclesiali, luoghi remoti, lontani dalla vita pastorale pubblica. In Spagna non è così. Nel caso della vittima di cui presento la testimonianza nel libro, la congregazione dell’abusante non vuole presentare pubblicamente il suo nome,

    Ma, dici, dobbiamo nascondere il nome della vittima…

    La vittima ne ha abbastanza di quanto accaduto, non dovrebbe vergognarsi, ma spesso il peso del tabù e del pregiudizio sociale ricade su di lei, oltre al proprio senso di colpa e vergogna per quanto accaduto. E inoltre, con i nostri commenti attacchiamo facilmente qualcuno che sta già vivendo atroci sofferenze, dalle quali ciascuno guarisce come meglio può. Inoltre c’è un maschilismo ambientale e le vittime sono per lo più donne. Vorrei che potessimo creare degli spazi nella Chiesa dove le vittime potessero parlare senza paura, perché ci sensibilizzerebbero, ci insegnerebbero e ci avvicinassero a quel Gesù che è sempre stato con le vittime. Per questo affermo che le vittime stanno aiutando la Chiesa.Vogliono aiutare la Chiesa anche se a volte sono trattati come demoni che vogliono danneggiare l’immagine della Chiesa e aggredirla. E ci aiuterebbero molto di più se li ascoltassimo davvero, con il cuore.

    Dobbiamo guardare alla cultura interna della Chiesa come causa di questo maltrattamento della vittima dopo gli eventi?

    Sì, fondamentalmente al clericalismo e all’occultamento. Lo stesso papa Francesco attacca il clericalismo: i ministri sono scelti da Dio, e fanno parte non di un circolo di servi, come dovrebbero essere, ma di un circolo di eletti, che si proteggono e si esaltano a vicenda. Ci sono anche molti laici dipendenti che si aspettano riconoscimento e guida dal clero come se fosse chiaramente la parola di Dio. E c’è una tendenza a proteggersi a vicenda, che sono -come capiscono- le persone importanti nella Chiesa, che li porta a coprire questi casi di abusi, a spazzare via. Forse non si rendono conto che in questo modo stanno danneggiando tutti quegli altri sacerdoti, la stragrande maggioranza, che sono brave persone.

    Se un vescovo o un superiore nasconde l’accaduto e protegge l’aggressore, sta trasmettendo alla popolazione il messaggio che tale comportamento è normale o, quantomeno, tollerato e, quindi, resta il sospetto che possa continuare a verificarsi.

    Come racconta una vittima, il superiore permette che quella persona che mi ha aggredito con le mani e mi ha ferito nel profondo, continui a consacrare con quelle stesse mani. Quando non c’è stato alcun riconoscimento dei fatti, è abbastanza grave rimuoverli dal ministero pastorale. Tuttavia, nascondendolo, si perpetua all’interno della Chiesa una struttura di male, una struttura di peccato che genera e permette che questo peccato si perpetui. Lo stesso Hans Zollner, sj, afferma che, in molte occasioni, il peccato è strutturale perché si trova nelle strutture e nei processi stessi. E questo è molto più grave e più difficile che combattere un singolo peccatore. Ecco perché abbiamo tutti una responsabilità nel trattamento che diamo alla questione e nell’attenzione alle vittime.

    Nel libro critichi l’approccio alla materia che si fa nel diritto canonico per essere centrato sull’aggressore…

    Il Codice di diritto canonico non è preparato ad affrontare questi casi, nonostante alcuni progressi. I processi sono molto oscuri. E come è possibile che le denunce siano mediate dalla stessa istituzione dell’aggressore? Si va dall’Ispettore a denunciare ea volte si decide che l’istruttore del caso è un compagno di comunità dell’aggressore. Che neutralità è? La vittima non è nemmeno parte del processo,riceve informazioni solo su sua insistenza e, se è fortunata, la buona volontà di qualcuno, ma il diritto canonico non la riconosce come parte processuale. Il processo canonico si concentra sugli aggressori e soprattutto sulla violazione delle norme all’interno del sacramento della riconciliazione, dove la Dottrina della Fede ha potere nei casi degli adulti. Sembra che ci sia più preoccupazione che il sacerdote salti le norme sacramentali, ad esempio dando l’assoluzione a un “amante”, perché è un delitto contro la sacralità dei sacramenti, ma la centralità della vittima, lesa nella sacralità, è non riconosciuto della sua persona.

    Ci sono stati dei miglioramenti nel Codice, ora è possibile perseguire i laici, i catechisti, le persone consacrate, ecc., e non solo i sacerdoti, e il concetto di adulto vulnerabile è stato ampliato, ma è ancora insufficiente. Il Codice di Diritto Canonico dovrebbe essere più chiaro e risonante nell’opzione preferenziale per le vittime, come è chiaro nel vangelo.

    Cosa manca nella Chiesa per un approccio sufficiente a questo terribile problema? 

    Si stanno compiendo dei passi, ma, come indica Zollner nella prefazione al mio libro, la Chiesa è come una grande nave che fa fatica a cambiare rotta, anche se quando cambia rotta colpisce molte persone. Quello che serve è che i tentativi di Francesco di cambiare le cose diventino davvero un cambiamento culturale all’interno della Chiesa. Dobbiamo continuare il cambiamento verso un Codice più chiaro, verso il riconoscimento e l’ascolto delle vittime;dobbiamo conoscere e ascoltare il loro dolore, e non farli sentire in colpa, cosa che li spinge fuori dalla Chiesa. Occorre che si sappia la verità di quanto accaduto, e per cercare di ripararlo – è un danno che forse non si rimargina mai del tutto – anche con un risarcimento. Le vittime non vengono a chiedere soldi, ma molte fanno terapie costose, altre hanno dovuto lasciare il lavoro, servono anche soldi. E i processi devono essere trasparenti. In breve, giustizia e riparazione.

    Dici che il libro è “analogicamente interattivo”…

    Alla fine del libro ho lasciato un link al sondaggio che ho utilizzato per ottenere i dati che offro nel libro, al quale invito i credenti che si sentono vicini alla Chiesa, come mi sento io stesso, a rispondere. Nel mio studio, ci sono il tredici per cento delle persone che affermano di essere a conoscenza di casi di abusi su adulti nella Chiesa. Sarebbe bello avere più dati su questa realtà dolorosa e messa a tacere. Più risposte, più peso possono avere i risultati. E voglio sottolineare il fatto che le risposte delle persone che conoscono i casi sono importanti quanto quelle che non hanno mai incontrato nessuno che abbia subito abusi. La domanda iniziale è “Conosci qualcuno che, da adulto, ha subito abusi sessuali all’interno della Chiesa?” ed è per questo che sia il sì che il no sono preziosi. Questo è il link:https://forms.gle/Laxyh3N3mR1gNxx47 .

    E c’è anche un indirizzo email, adultvulnerados@gmail.com , a cui puoi rivolgerti e che apro in esclusiva. La vittima la cui scioccante testimonianza è presentata nel libro non perde la speranza che appaiano altre vittime dello stesso abusatore, e questa è una possibilità di contatto indiretto con lei.

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web

    https://alandar.org/portada-destacado/todo-abuso-sexual-en-la-iglesia-viene-precedido-de-un-abuso-de-poder-y-de-un-abuso-espiritual-y-de-conciencia-%EF%BF%BC/

  • Un numero crescente di sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del personale religioso si fa avanti in America Latina

    Un numero crescente di sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del personale religioso si fa avanti in America Latina

    Sono trascorsi due decenni da quando negli Stati Uniti sono stati denunciati per la prima volta abusi sui minori nella Chiesa cattolica. Da allora scandali simili sono scoppiati in Nord America, Oceania e, più recentemente, in Europa.

    Ora, un numero crescente di sopravvissuti dall’America Latina, patria della più grande popolazione cattolica del mondo, si fa avanti e intraprende azioni legali contro vescovi e sacerdoti cattolici.

    Uno di loro è Eneas Espinoza, un attivista cileno di 49 anni.

    Aveva 5 anni quando iniziò a frequentare una scuola cattolica gestita dai Fratelli Maristi a Santiago, la capitale del Cile. Poco dopo, ha detto che uno dei sacerdoti di nome Adolfo Fuentes Corral lo aveva molestato. Questo è stato il primo di una serie di abusi che sono continuati nel corso di tre anni, fino a quando Fuentes Corral è stato trasferito in un’altra scuola in un’altra città.

    “Ero così confuso”, ha detto. “Perché questi sacerdoti erano visti come persone rispettate, potenti, persino divine all’interno della mia famiglia. Non sembravano abusatori tradizionali”, ha detto.

    Espinoza non ha condiviso la sua esperienza con nessuno in quel momento e ha continuato a frequentare la scuola per altri sette anni. Ma tre anni dopo, fu di nuovo abusato sessualmente da un altro sacerdote di nome Cristian Precht.

    Ci sono voluti quattro decenni a Espinoza per farsi avanti e raccontare la sua storia.

    “È stato quando ho saputo che sarei stato il papà di un bambino. Questo [mi ha colpito] e sapevo che non potevo più contenere questo segreto.

    Espinoza ha affermato che il tabù di parlare contro gli abusi sessuali sui minori, soprattutto se coinvolge la chiesa, è un’enorme barriera per i sopravvissuti in America Latina.

    “Mia madre lavorava come volontaria per i fratelli Maristi”, ha detto. “Quindi, continuavo a sentire il nome dell’aggressore a casa, anche dopo aver finito la scuola, chiamava mia madre e mi mandava i saluti”.

    Espinoza ha fondato il Cile’s Survivors Network per sostenere altri che hanno subito abusi sessuali su minori da parte di istituzioni cilene, inclusa la Chiesa cattolica.

    I membri di questo gruppo hanno incontrato Papa Francesco nel 2018 quando ha visitato il Paese. Il Papa argentino si è scusato con le vittime e ha promesso un’indagine formale, ma finora nessuno è stato ritenuto responsabile.

    Espinoza ha detto che i suoi aggressori sono tutti liberi.

    Cristian Pretch è stato espulso dalla chiesa dal Papa nel 2018, ma non è stato perseguito. Adolfo Fuentes Corral ha continuato ad essere un prete cattolico e alla fine è stato trasferito in Perù, ha detto.

    Secondo Victor Sande, coordinatore della campagna del Child Rights International Network nel Regno Unito, il trasferimento di un prete in una città o paese diverso è stata una pratica comune utilizzata dalla Chiesa cattolica per nascondere questo tipo di crimine. Il gruppo ha pubblicato un rapporto che documenta oltre 1.000 casi di abusi sessuali da parte del personale in 19 paesi dell’America Latina.

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    È difficile stimare l’entità degli abusi del personale in America Latina, secondo Sande, perché molti casi non vengono denunciati. Ha detto che ci sono enormi barriere affinché i sopravvissuti in America Latina si facciano avanti e trovino giustizia.

    “La separazione tra la Chiesa e lo Stato non esiste così tanto in America Latina”, ha detto. “Quindi, le decisioni del governo potrebbero essere influenzate dal non voler creare alcuna tensione tra la Chiesa e lo Stato”.

    Sande ha affermato che un altro grande ostacolo per le vittime di abusi sessuali infantili nell’accesso alla giustizia in America Latina sono i termini di prescrizione per questo tipo di reati. In Venezuela, l’abuso deve essere denunciato entro 10 anni.

    Questo è stato un problema per José Leonardo Araujo, 33 anni.

    È tra i primi sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Venezuela a parlare pubblicamente della sua esperienza. Dopo aver affrontato per anni una grave depressione, si è finalmente sentito emotivamente pronto ad intraprendere un’azione legale, 17 anni dopo l’abuso. Il tempo era scaduto per lui per chiedere giustizia.

    L’aggressore di Araujo non è stato ritenuto responsabile ed è stato trasferito in Messico dove, ha detto, ha continuato ad abusare sessualmente di altre persone.

    Araujo ha affermato che in Venezuela non c’è abbastanza sostegno per le vittime di abusi sessuali su minori.

    “Tutto quello che ho trovato è stata un’organizzazione che aiuta le vittime di violenza domestica, ma non era esattamente il mio caso, quindi mi sentivo come se non fossi abbastanza in forma”, ha detto.

    Spera che più vittime si mobilitino e si facciano avanti.

    “In Venezuela, le persone hanno dovuto affrontare altri problemi urgenti come la carenza di cibo, l’iperinflazione e la repressione politica”, ha affermato. “Quindi, le conversazioni su abusi sessuali o violenza domestica non sono state una priorità per i politici”.

    Araujo si è infine trasferito in Messico, uno dei pochi paesi in cui le autorità stanno finalmente discutendo se una prescrizione debba continuare ad applicarsi ai casi di abusi sessuali su minori.

    È in contatto con altre vittime dello stesso aguzzino e tutte sperano di trovare giustizia. Ma con così tanti ostacoli, alcuni sono scettici sul fatto che gli abusi sessuali del clero in America Latina saranno mai perseguiti.

    “Qualcosa che accade spesso è che la chiesa annuncerà la propria commissione d’inchiesta”, ha detto Sande, il coordinatore della campagna. “Questa è probabilmente una tattica per distogliere l’attenzione dalle richieste di un governo o di uno studio legale. Ed è anche un modo per mantenere il controllo della discussione e dei fatti”.

    Per Sande, i media internazionali potrebbero essere determinanti nell’esporre la verità, perché aiutano a influenzare la copertura nazionale in diversi paesi.

    “Spesso ci sono testate giornalistiche in America Latina, che per qualsiasi motivo, che sia [una] mancanza di risorse o non vogliano sfidare la chiesa, non indagheranno in modo approfondito sui casi di abusi del clero”.

    Il mese scorso, il quotidiano spagnolo El Pais ha annunciato la prima indagine in assoluto su denunce di abusi all’interno della Chiesa cattolica in America Latina.

    Ha creato un indirizzo e-mail per i sopravvissuti per inviare le loro richieste. Finora, stanno scavando in più di 1.000 accuse.

    L’incentivo sta dando qualche speranza ai sopravvissuti come Eneas Espinoza, che pensano che l’America Latina potrebbe diventare la prossima regione a livello globale ad essere testimone di rivelazioni di massa di abusi sessuali da parte del clero.

    “È la punta dell’iceberg”, ha detto.

    https://theworld.org/stories/2022-04-25/growing-number-clerical-sexual-abuse-survivors-are-coming-forward-latin-america

  • L’avvertimento inascoltato sul sacerdote colombiano arrestato in Italia per pedofilia

    L’avvertimento inascoltato sul sacerdote colombiano arrestato in Italia per pedofilia

    Lo scorso Venerdì Santo, a Carpineto Romano , una cittadina in provincia di Roma, in Italia , è stato arrestato il sacerdote colombiano di 40 anni Carlos Alberto Pérez Arco , accusato di pedofilia.

    La cattura, secondo i media italiani , avvenuta a causa di due denunce di abusi sessuali , avanzate lo scorso dicembre dai genitori di due bambini di Carpineto Romano.

    Pérez, che fa parte dell’Istituto Missionario San Juan Eudes , una comunità religiosa nata in Colombia, è stato arrestato e ora si trova in carcere, in attesa di spiegare la sua versione dei fatti in tribunale.

    “I genitori di due minori del paese hanno denunciato la cosa alla Polizia poco prima di Natale . I bambini sarebbero stati avvicinati fuori dalla parrocchia e il missionario avrebbe fatto insinuazioni di natura sessuale ”, dice a riguardo il giornale. Il Messaggero.

    BLU Radio ha appreso di un documento del 31 agosto 2018, in cui il fondatore dell’Istituto Missionario San Juan Eudes, monsignor Humberto Lugo Argüelles , deceduto a causa del Covid-19 l’anno scorso , ha avvertito del comportamento inappropriato del sacerdote in missione in Africa.

    L’avvertimento è stato inviato al superiore generale della comunità, padre Jesús Amaya , e si inserisce in una serie di osservazioni sulla presunta cattiva gestione di situazioni legate ai problemi dei sacerdoti nella comunità, oggi presente in diversi paesi del mondo.

    In essa monsignor Humberto Lugo, di Estelí, Nicaragua, chiedeva all’attuale superiore generale della comunità religiosa perché padre Pérez fosse a Carpineto Romano, teatro degli eventi, quando a Sao Tomé e Príncipe c’erano “commenti” di essere incorso in reati contro minori e si chiede se monsignor Lorenzo Loppa, vescovo di Anagni-Alatri , diocesi di cui fa parte Carpineto Romano, sia stato informato di questa situazione.

    “In comunicazione con monsignor Antonio do Santos, vescovo di São Tomé e Príncipe , quando ho appreso della situazione, ha risposto che era un rammarico aver chiuso la missione, perché lei l’aveva specificamente maltrattata. Successivamente, tramite commenti, ho appreso che potrebbe trattarsi di un presunto reato con minori da parte di padre Carlos Alberto Pérez Arco . La cosa insolita è che ce l’hanno a Carpineto Romano. L’hanno detto a monsignor Loppa, Vescovo di Anagni – Alatri? ”, si legge nella lettera del 18 agosto 2018.

    In un’altra sezione, monsignor Lugo si lamenta con padre Jesús , che in queste materie il papa chiede tolleranza zero e ricorda di aver informato i vescovi della Colombia delle presunte irregolarità che esistevano nell’istituto.

    “Mi sono già rivolto, come vedete nella lettera, ai vescovi della Colombia che sono responsabili, come è diritto diocesano, di agire sulla causa . Il 29 di questo mese abbiamo esattamente due mesi dalla mia consegna di questa lettera alla Curia di Bogotá e dall’invio di due copie ai vescovi che ne sono responsabili. Fino ad oggi non ho avuto risposta, ma in caso di una questione così delicata, aspetterò ancora un po’ per rispetto dei vescovi, per rivolgermi direttamente alla Santa Sede”, si legge nel documento.

    Consultato dai media italiani, monsignor Loppa si è limitato a dire di questo caso: «Ho saputo della notizia dalle forze dell’ordine perché la famiglia si è rivolta ai tribunali ordinari. Secondo me è stata un’imprudenza molto grave, non credo sia altro. Abbiamo fiducia nella giustizia ordinaria” .

    https://www.bluradio.com/sociedad/religion/la-advertencia-no-escuchada-sobre-sacerdote-colombiano-detenido-en-italia-por-pedofilia-ex40