Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ex parroco alla sbarra per sesso con una minorenne. Pm chiede 6 anni, la difesa assoluzione

    Ex parroco alla sbarra per sesso con una minorenne. Pm chiede 6 anni, la difesa assoluzione

    Attesa in serata la sentenza di primo grado nel processo a carico di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone accusato di atti sessuali con minore, una persona incapace di scegliere consapevolmente, nei confronti di Giada Vitale, una ragazza che all’epoca dei fatti aveva meno di 14 anni. Oggi la 22enne attende il verdetto in tribunale a Larino attorniata dagli avvocati e dalle donne del centro antiviolenza arrivate da L’Aquila per darle sostegno. Assente invece il sacerdote 63enne, la cui posizione era stata archiviata per i fatti riferiti a quando invece la giovane aveva già compiuto 14 anni. La Chiesa invece lo aveva già processato privandolo della possibilità di somministrare i sacramenti.

    Larino. Sei anni di reclusione per atti sessuali con minore. Questa la richiesta fatta oggi pomeriggio, 3 ottobre, nell’aula del tribunale di Larino dove si sta celebrandol’ultima udienza del processo a carico di Don Marino Genova, ex parroco di Portocannone alla sbarra per la presunta violenza sessuale su Giada Vitale, che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto il quattordicesimo anno di età.

    Il pubblico ministero Ilaria Toncini ha chiesto al giudice Russo di condannare il sacerdote, che non è oggi presente in aula, a 6 anni di reclusione senza attenuanti. L’ipotesi di reato per la quale Don Marino Genova è imputato, tecnicamente è il 609 quater, ma oggi la pubblica accusa ha chiesto di considerare il reato a tutti gli effetti una violenza sessuale, equiparandolo perciò al 609 bis. Questo per evitare l’inghippo della improcedibilità, ovvero un tecnicismo che si applica al reato per il quale Don Marino è stato rinviato a giudizio, il 609 quater, che prevede la imprescindibilità della querela di parte entro i sei mesi successivi al fatto. Ma la famiglia di Giada ha sporto denuncia solo 4 anni e mezzo dopo. Ed è a questo particolare che si è affiliata la difesa per chiedere la assoluzione del sacerdote. Il difensore Ciro Intino del foro di Roma, ha sostenuto la improcedibilità e chiesto la assoluzione perché il fatto non sussiste. Il periodo oggetto di contestazione nel filone sopravvissuto alla archiviazione del presunto reato dopo il compimento dei 14 anni, dura appena un mese e mezzo:il mese e mezzo prima che Giada compisse 14 anni.

    In quel periodo Don Marino Genova, che fino al 2012 è stato parroco di Portocannone, ha abusato sessualmente di una ragazzina incapace di scegliere e di comprendere cosa le stesse accadendo? Questa la domanda alla quale si trova a dover rispondere, con l’applicazione delle leggi in merito, il giudice Russo, che alle 18 in punto si è riunito in camera di consiglio per elaborare il verdetto, che verrà letto in aula appena pronto. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Giuseppe d’Urbano, si è uniformata alle richieste della pubblica accusa. Pochi i commenti nell’attesa della lettura. “Siamo fiduciosi” si sente dire da più parti. Presenti in tribunale anche alcune donne del centro antiviolenza dell’Aquila, le stesse già presenti in passato a Larino per portare sostegno alla giovane molisana.

    Una vicenda, quella tra la ragazza e il sacerdote (sospeso ‘a divinis’ dal tribunale ecclesiastico e attualmente in una casa di clausura romana), che ha tenuto banco per anni, finendo anche, in più occasioni, sui media nazionali.

    Nel 2013, esattamente 13 mesi dopo l’insolito abbandono della Casa Canonica di Portocannone dell’allora parroco cinquantottenne, era emerso un particolare sconcertante: la famiglia di Giada aveva presentato denuncia per abusi sessuali a carico di don Marino Genova. E sempre per abusi e violenze sessuali il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e privato della possibilità di somministrare i sacramenti.

    Ora si avvia alla conclusione il processo ordinario, quello della giustizia “laica”. Le indagini erano in realtà state divise in due differenti filoni: il primo relativo ai presunti abusi commessi quando Giada Vitale aveva meno di 14 anni, il secondo per fatti accaduti dopo il quattordicesimo anno di età della ragazza, oggi 22enne.

    In relazione a questo secondo troncone, nel giugno 2016 il giudice del tribunale di Larino Daniele Colucci aveva archiviato la posizione di Don Marino Genova, sebbene più di recente l’avvocato D’Urbano abbia chiesto la riapertura del fascicolo.

    Don Marino non ha mai voluto rilasciare interviste ai giornalisti e alle televisioni, ma ha scelto di fare dichiarazioni spontanee in tribunale. Oggi saprà a cosa lo ha condannato la giustizia civile, dopo la pena inflittagli da quella religiosa.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=26104
  • Canada, mandato d’arresto per il diplomatico vaticano indagato per pedofilia

    Canada, mandato d’arresto per il diplomatico vaticano indagato per pedofilia

    La polizia di Windsor accusa monsignor Carlo Alberto Capella di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, scaricato durante un soggiorno nel paese tra il 24 e il 27 dicembre 2016

    «Possesso e distribuzione di materiale pedopornografico». Con queste accuse la polizia del Canada ha emesso un mandato di arresto per il diplomatico della Santa Sede, monsignor Carlo Alberto Capella, richiamato da Washington – della cui nunziatura era un «senior member» (membro di alto livello) – all’inizio di settembre, attualmente in Vaticano dove è indagato per pedopornografia.

    Un comunicato della polizia di Windsor informa che l’inchiesta a cui fa riferimento il mandato d’arresto è stata condotta sul web e sui siti internet coinvolti, dopo una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Dall’indagine è emerso che il «sospetto» avesse scaricato e poi diffuso materiale di natura pedopornografica «mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario» nel periodo tra il 24  il 27 dicembre 2016. La diocesi di London, sempre in Ontario, ha confermato tramite il suo portavoce di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine e che l’assistenza è stata fornita in relazione alle possibili violazioni della legge sulla pornografia infantile fatte da monsignor Capella, il quale avrebbe utilizzato «un computer in una Chiesa locale».

    Dal Vaticano informano che tra le mura leonine si è a conoscenza del mandato ma al momento non risulta pervenuta alcuna richiesta di arresto. Attualmente monsignor Capella risiede nel Collegio dei Penitenzieri, lo stesso appartamento a pochi passi dalla Casa Santa Marta occupato due anni fa dal polacco monsignor Jozef Wesolowski, nunzio nella Repubblica domenicana, morto per problemi cardiaci prima che iniziasse il suo processo per pedofilia.

    La vicenda di Carlo Alberto Capella, 50 anni, ordinato sacerdote nel ’93 nell’arcidiocesi di Milano, in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato prima di divenire il numero tre nella nunziatura Usa, era stata resa nota da un comunicato della Sala Stampa vaticana dello scorso 15 settembre in cui si informava che il Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano, Giampiero Milano, aveva deciso di aprire un fascicolo dopo che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America aveva notificato, per via diplomatica, «la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington».

    Notificazione, questa, avvenuta il 21 agosto scorso ma resa pubblica dopo circa un mese. La Santa Sede aveva quindi richiamato il sacerdote la cui identità è stata presto rivelata dai media statunitensi. Inizialmente l’agenzia Associated Press spiegava che il prelato era sospettato di possedere, ma non di produrre o diffondere, pornografia infantile, comprese immagini di bambini nell’età precedente la pubertà. Ma nel rapporto della polizia del Canada adesso è incluso anche il reato di «distribuzione». Reato che, secondo la Legge dello Stato della Città del Vaticano n. VIII, dell’11 luglio 2013, recante “Norme complementari in materia penale”, è punita con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50mila. Ancora l’AP riferiva che il Dipartimento di Stato americano, il 21 agosto, aveva chiesto al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica del funzionario affermando, però, in seguito che la richiesta era stata respinta tre giorni dopo.

    La Sala Stampa vaticana – chiedendo di mantenere il «massimo riserbo» sull’intera faccenda – sottolineava invece che, una volta ricevute le informazioni dal governo statunitense, la Segreteria di Stato non ha esitato a trasmetterle al Promotore di Giustizia il quale ha aperto un’indagine in merito, avviando anche una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi a questo caso che torna a scuotere i più alti piani della diplomazia pontificia.

    http://www.lastampa.it/2017/09/29/vaticaninsider/ita/vaticano/il-canada-emette-un-mandato-darresto-per-il-diplomatico-vaticano-indagato-per-pedofilia-Iok2A9sFTa5EK4dR3BgCSJ/pagina.html

  • Congresso sulla pedofilia online, alla Gregoriana anche i “big” del web

    Congresso sulla pedofilia online, alla Gregoriana anche i “big” del web

    Rappresentanti di Microsoft, Facebook e Google attesi a “Child Dignity in the Digital World” che si svolge dal 3 al 6 ottobre nell’Ateneo dei gesuiti. Venerdì udienza dal Papa

    Il «primo congresso globale» sulla pedofilia online avrà luogo da martedì 3 a venerdì 6 ottobre prossimi alla Pontificia Università Gregoriana con la partecipazione, tra gli altri, di rappresentanti di Microsoft, Facebook e Google, oltre a accademici ed esperti, esponenti delle forze dell’ordine, delle Ong e delle religioni dei diversi continenti. Venerdì a mezzogiorno i 150 partecipanti saranno ricevuti in udienza da Papa Francesco.

    «Tutti dobbiamo cooperare per un mondo sicuro a misura di bambino. I giovani non si rendono conto dei rischi che corrono», ha detto in occasione di un briefing in Sala Stampa vaticana il gesuita tedesco Hans Zollner, presidente del Centre for Child Protection presso lo stesso Ateneo romano dei gesuiti che ha organizzato l’evento. «C’è tutto un lavoro preventivo da fare. Ovviamente c’è anche un lavoro punitivo per quelli che spacciano immagini di minori e che non mettono in atto le leggi degli Stati degli accordi internazionali».

    La Chiesa «ha fatto dolorosamente esperienza di questo problema ed ha per questo una sensibilità e una consapevolezza del tema», ha spiegato padre Federico Lombardi. «La gioventù ci sta a cuore e ci è sempre stata a cuore», ha proseguito l’ex portavoce vaticano, spiegando che la «convocazione aperta» della Gregoriana, internazionale e interdisciplinare, nasce dall’idea di fondo che «nessuno può affrontare da solo un problema del genere, né governi, né polizie, né educatori, né aziende».

    I bambini e gli adolescenti costituiscono un quarto dei più di 3,2 miliardi di utenti di internet nel mondo. Questa generazione di più di 800 milioni di giovani è esposta al rischio di divenire vittima di sextortion, sexting, cyberbullismo e molestie, spiegano gli organizzatori. Questo problema globale richiede una soluzione globale.

    “Child Dignity in the Digital World” (La dignità del minore nel mondo digitale), questo il titolo dell’evento, è il primo congresso globale del suo genere e raccoglierà gli stakeholder e i leader internazionali provenienti dai settori pertinenti. «Tutti coloro che abbiamo invitato hanno accettato di partecipare», ha sottolineato Zollner.

    Il pomeriggio di martedì 3 ottobre sarà aperto, alle 16, da un saluto introduttivo di padre Zollner, del rettore della Gregoriana Nuno da Silva Goncalves e del superiore della Compagnia di Gesù, Arturo Sosa. Interverranno poi il presidente del Senato Pietro Grasso e la ministra italiana alla Pubblica istruzione Valeria Fedeli. Il professor Ernesto Caffo, fondatore del Telefono Azzurro e professore dell’università di Modena e Reggio Emilia, illustrerà poi il programma del congresso. Da ultimo prenderanno la parola il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, e la baronessa Joanna Shields, fondatrice della organizzazione britannica WeProtect Global Alliance.

    Da martedì mattina avranno luogo le diverse sessioni su tematiche specifiche: i risultati della ricerca sugli abusi sessuali dei minori online, un approfondimento sul profilo degli abusatori, la pornografia su internet e il suo impatto sui bambini, le possibili risposte al problema della pedofilia online, le politiche e le legislazioni nazionali in materia, il ruolo dei media, delle aziende internet, della società e della Chiesa. Il congresso si concluderà con una dichiarazione finale, che, il giorno dopo, venerdì alle 12, verrà consegnata al Papa.

    L’evento verrà presentato alla Gregoriana – che nel 2012 ospitò un congresso sulla pedofilia nella Chiesa intitolato “Towards Healing and Renewal – Verso la guarigione e il rinnovamento” – il prossimo lunedì 2 ottobre a mezzogiorno con una conferenza stampa alla quale partecipano i membri dello Steering commiteedel congresso: oltre ai gesuiti Zollner e Lombardi, Ernesto Caffo, Ernie Allen, capo dell’International Advisory Board di WeProtect Global Alliance e la baronessa Shields.

    Il congresso ha una sala stampa, un sito internet, childdignity2017.org , e un hastag, #ChildDignity, e le sessioni plenarie, mattutine, saranno trasmesse in streaming sul canale You Tube del sito. Ai workshop pomeridiani, a porte chiuse, si discuterà dei temi emersi in mattinata in composizione mescolata, ossia ogni gruppo sarà composto da partecipanti diversi per competenza e provenienza geografica. La lingua ufficiale sarà l’inglese.

    http://www.lastampa.it/2017/09/29/vaticaninsider/ita/vaticano/congresso-sulla-pedofilia-online-alla-gregoriana-anche-i-big-del-web-MwQgmqX5lgUM1qLQGbi3tJ/pagina.html

  • Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

    Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

    Don Ruggero Conti, condannato in via definitiva nel 2015 a una pena di 14 anni e due mesi, è evaso da una clinica di Genzano alle porte di Roma, dove si trovava ai domiciliari. L’ex parroco di Selva Candida si trovava nella struttura per ragioni di salute. Era stato arrestato nel giugno del 2008 poco prima di imbarcarsi con alcuni piccoli parrocchiani su un volo per l’Australia dove si celebravano le Giornate della gioventù.

    Ecco una sintesi della vicenda che è conclusa con la condanna per pedofilia più pesante mai inflitta a un sacerdote della Chiesa cattolica in Italia.

    Con l’accusa di aver abusato di sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia, don Ruggero Conti, allora potentissimo parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima” a Selva Candida, viene fermato il 30 giugno 2008 dai carabinieri mentre con i ragazzi della parrocchia era in procinto di partire per Sidney, dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù in programma dal 12 al 21 luglio. I grandi scandali europei del 2009-2010 dovevano ancora scoppiare pertanto, di norma, per non far innervosire la Conferenza episcopale di Ruini e Bagnasco i media italiani non davano mai grande risalto alle storie di pedofilia clericale. Ma – forse per la prima volta – il caso Conti non rimase a lungo relegato nelle pagine di cronaca locale. Sin da subito lo abbiamo seguito su Left ma come raramente accade in questi casi, ha trovato spazio anche su altri media nazionali. Risultò difatti impossibile ignorare che a fronteggiarsi in sede civile si sarebbero trovati a un certo punto niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo.

    Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo Conti verteva su diversi punti. Non solo perché don Ruggero fino a poche settimane prima dell’arresto – e dunque nel periodo che comprendeva gli stupri a lui imputati – era stato il garante della famiglia del candidato sindaco di Roma (poi vincitore) Gianni Alemanno. Oltre a questo, per la prima volta un tribunale riconobbe l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non fu operata dal Comune di Roma, quindi dal sindaco Alemanno, ma da un cittadino, il futuro segretario dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, esercitò “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. E questo fu il caso del Campidoglio che espresse la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ammise la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune.

    In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiarava «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combinava con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Il resto è cronaca nera.

    Nel febbraio del 2011 Ruggero Conti viene condannato a quindici anni e quattro mesi per prostituzione minorile e per aver abusato di sette bambini tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi. Secondo il Pm Francesco Scavo, il sacerdote aveva indotto due dei ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il Pm a definì «di inaudita gravità», perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato di situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso, un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre; ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definirono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

    Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione.

    Torniamo alle grane processuali dell’ex parroco. Il 31 maggio 2013 l’uomo di cui si era fidato anche Alemanno è stato condannato in Appello a quattordici anni e due mesi di reclusione per violenza sessuale continuata e aggravata. La pena inflitta al prelato in primo grado venne ridotta in secondo grado (e poi confermata in via definitiva nel 2015) perché nel frattempo tre degli episodi contestati sono risultati prescritti. Per quanto riguarda la curia guidata dal vescovo Gino Reali, dopo l’arresto non prese alcun provvedimento. Tanto meno si mosse il Vaticano. E così è stato per tutta la durata del processo di primo grado. Solo dopo la prima condanna a quindici anni e quattro mesi don Ruggero è stato sospeso a divinis.

    Vale la pena soffermarsi su mons. Reali perché in qualche modo avrebbe potuto mettere il sindaco di Roma sul chi vive. Nel corso del dibattimento il ‘superiore’ di don Conti è stato infatti accusato di non aver dato importanza alla lettera di denuncia che era stata presentata alla diocesi dai genitori di alcuni bambini. Lui si è difeso facendo presente di aver inviato a don Conti una nota di ‘scorrettezza’ nella quale lo invitava a «un corso di esercizi spirituali e a una costante frequenza al sacramento della Penitenza». Quindi sapeva. E in seguito è stato accertato che l’ex parroco continuò ad abusare dei bambini fino a tre mesi prima di essere arrestato. Proprio mentre collaborava con Alemanno, contribuendo, grazie al potere di cui godeva nel quadrante nord-ovest della Capitale, a farlo diventare il sindaco del “decoro” e “antidegrado”.

    di Federico Tulli

    https://left.it/2017/09/29/chiesa-e-pedofilia-chi-e-lex-parroco-ruggero-conti-evaso-da-una-clinica/

  • Canada, mandato d’arresto per monsignor Carlo Capella

    Canada, mandato d’arresto per monsignor Carlo Capella

    È indagato per pedopornografia. All’inizio di settembre è stato richiamato in Vaticano. 

    Nuove spine per il Vaticano: la polizia canadese ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del diplomatico della Santa Sede monsignor Carlo Alberto Capella, che si trova in Vaticano dove è già indagato per pedopornografia, dopo essere stato richiamato da Washington all’inizio di settembre.

    ACCUSATO DI DISTRIBUZIONE DI MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO. La polizia di Windsor, scrivono i media locali, lo accusa di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, scaricato durante un soggiorno che il prete ha fatto in Canada tra il 24 e il 27 dicembre. In Vaticano, spiegano fonti qualificate, si è a conoscenza dell’esistenza del mandato, ma al momento non risulta pervenuta alcuna richiesta ufficiale di arresto. In ogni caso, confermano le stesse fonti, per ora il prelato rimane ai domiciliari Oltretevere, in attesa che vengano fornite le prove dell’accusa fatta dalla polizia canadese.

    LA DIOCESI HA COLLABORATO. L’inchiesta a cui fa riferimento il mandato d’arresto è iniziata con una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. La diocesi di London, in Ontario, ha reso noto attraverso un comunicato del suo portavoce di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine. Assistenza che è stata data, in relazione alle possibili violazioni della legge sulla pornografia infantile fatte da monsignor Capella usando «l’indirizzo di un computer in una chiesa locale». Il portavoce ha aggiunto che la diocesi non farà ulteriori commenti.

    MASSIMO RISERBO DALLA SANTA SEDE. La vicenda di monsignor Capella è emersa il 15 settembre, quanto si è venuto a sapere che il promotore di giustizia vaticano ha aperto un fascicolo nei confronti del diplomatico in servizio presso la nunziatura di Washington, dopo che lo scorso 21 giugno il Dipartimento degli Stati Uniti aveva notificato il possibile reato. Sull’indagine finora la Santa Sede ha mantenuto il massimo riserbo. Il reato di pedopornografia è previsto dalla Santa Sede nella legge numero VIII del 2013. Il Promotore di giustizia del Vaticano ha già reso noto nei giorni scorsi che, con l’apertura dell’indagine, è «stata già avviata una collaborazione a livello internazionale, al fine di raccogliere elementi relativi al caso».

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2017/09/29/canada-mandato-darresto-per-monsignor-carlo-capella/214173/

  • In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    I documenti usciti dalle Mura Leonine sono l’inizio di un’altra faida interna che si combatte a colpi di rivelazioni vere e false. E che partono dall’era Marcinkus e arrivano fino a oggi

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il documento su Emanuela Orlandi, un presunto resoconto economico per l’“allontanamento domiciliare” della ragazzina scomparsa nel 1983 che l’estensore attribuisce al defunto cardinale Lorenzo Antonetti, apocrifo (come sembra) o totalmente inventato che sia è solo uno dei report che rischiano di agitare il Vaticano nel futuro prossimo venturo. Perché, con l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, le guerre intestine dentro la Santa Sede non sono affatto terminate e molti temono che la pubblicazione di nuovi documenti segreti rischi di infiammare, a breve, una nuova stagione di Leaks.

    La nota spese sulla Orlandi, piena di errori formali ma costruita con mani scaltre da soggetti che conoscevano molto bene uomini, vicende e circostanze del pontificato di papa Giovanni Paolo II, era infatti finita nell’armadio blindato della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, il cui custode era Lucio Vallejo Balda, segretario della Prefettura dal 2011 al 2015. Una cassaforte che fu scassinata a fine marzo del 2014 da misteriosi ladri mai identificati, che portarono via una serie di faldoni su vicende delicate che riguardano, almeno a detta di testimoni oculari che in quelle stanze lavoravano, alcuni episodi significativi, passati e recenti, della storia del Vaticano.

    È stato accertato che parte di quei report trafugati sia tornata in un plico anonimo in Prefettura un mese dopo il furto: dentro ci sarebbero stati fogli su presunti finanziamenti della Chiesa al sindacato polacco Solidarność, carteggi dei banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona in merito al crac del Banco Ambrosiano, missive che documentano liti intorno a eredità contese dell’ex nunzio di Francia Mario Tagliaferri, morto nel 1999, e altri dossier economici contenuti nell’armadio di quella che è stata, fino al 2015, la Corte dei Conti della Santa Sede.

    Ma è certo, pure, che nell’autunno del 2015, in concomitanza con l’arresto della pr Francesca Chaoqui e di Balda (entrambi membri di Cosea dal luglio del 2013, sono entrambi stati condannati nel processo vaticano per fuga di notizie riservate), gli uomini della Gendarmeria guidati da Domenico Giani hanno cercato di capire se esistesse o meno una cassa di documenti fotocopiati dall’archivio. E finita nelle mani di uno o più “corvi”.

    Nei faldoni del processo VatiLeaks 2 esistono verbali di interrogatorio secretati che parlano senza giri di parole di un baule pieno di carte (tra queste era presente anche la presunta nota sulla Orlandi), che però – nonostante le ricerche dei poliziotti del papa – non è mai stata ritrovato.

    Ora è possibile che, in un futuro non troppo lontano, coloro che hanno conservato documenti riservati vogliano uscire dall’ombra e colpire ancora tornando a volare sopra il Cupolone. Per svelare misteri mai chiariti, forse. O per mandare nuovi messaggi, prendersi rivincite e chiudere conti in sospeso ancora aperti. «Chi pensa che ci siano solo pesci piccoli dietro i VatiLeaks, si sbaglia di grosso», chiosa un prelato molto anziano: «Ci tengo a far presente che i primi hanno contribuito alle dimissioni di un pontefice dopo secoli: non si crederà davvero che un’operazione di tale entità sia stata messa in piedi solo dal maggiordomo Paolo Gabriele? Ammetto che sono preoccupato».

    È un fatto che il pontificato di Francesco viva, da qualche tempo, un momento difficile. Se Bergoglio è amatissimo dal suo gregge, ed è considerato un papa rivoluzionario dai media laici di tutto il mondo, all’interno della Santa Sede i suoi nemici, invece di diminuire, in questi primi quattro anni e mezzo di pontificato sono cresciuti. Di numero e di forza. Le aperture dottrinarie a favore della comunione ai divorziati risposati, il progressismo audace, almeno a parole, verso gli omosessuali e le famiglie non tradizionali, la lotta (seppur difficile) contro la corruzione dentro le mura leonine, hanno compattato un fronte eterogeneo. Che è sempre più critico verso Bergoglio sia da un punto di vista pastorale («ormai non si capisce più nulla», ripetono gli antipatizzanti) sia per lo stile di governo pugnace. Di sicuro poco incline alla mediazione con l’ala tradizionalista, ancora riottosa al cambiamento portato dall’ex arcivescovo di Buenos Aires.

    I “corvi”, veicolando all’esterno il falso della Orlandi, tornano a volare in un periodo particolarmente complicato. Dopo la pubblicazione del dossier apocrifo oggi molti scuotono ancora la testa inveendo nuovamente contro le nomine di alcuni membri della commissione pontificia Cosea, mentre altri stanno ancora cercando di capire i motivi che hanno portato Francesco a promuovere a capo della segreteria dell’Economia il cardinale George Pell. La scelta di chiamare a Roma “il ranger” australiano fu presa nonostante il porporato fosse già assai chiacchierato in patria e fuori, da quasi un decennio, per essere stato accusato da alcune vittime di aver protetto, quando era vescovo di Sydney e Melbourne, alcuni preti pedofili. All’inizio dell’estate Pell è stato addirittura incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria con l’accusa di aver lui stesso abusato, molti anni fa, di cinque minorenni. Così Bergoglio a fine dello scorso giugno, dopo averlo a lungo protetto, è stato costretto ad abbandonarlo al suo destino sospendendo il suo incarico in attesa dell’esito del processo.

    Se coloro che speravano in una riforma dell’economia e degli enti vaticani più incisiva e più aderente alle promesse si sono man mano aggiunti alla schiera dei delusi, il gruppo dei cardinali conservatori è sul piede di guerra da tre mesi, da quando Bergoglio ha deciso di “licenziare” Gerhard Müller, l’ex capo della Congregazione per la dottrina della Fede, a cui non è stato confermato il secondo mandato. Il cardinale è stato silurato, secondo alcuni, per le presunte divergenze che avrebbe avuto con Francesco in merito al contenuto di “Amoris Laetitia”, l’esortazione post sinodale su matrimonio e famiglia. Per altri, invece, ha semplicemente pagato il fatto di aver contrastato troppo blandamente il tema della pedofilia ecclesiastica.

    Insomma il mare, oltretevere, è mosso. Ed è in questo scenario che si agitano le nuove (o, più probabilmente, vecchie) gole profonde vaticane. Non sappiamo se e quando verranno pubblicati, come avvenuto durante gli ultimi due ultimi VatiLeaks, nuovi documenti imbarazzanti. Né se siano in arrivo report veri o altri apocrifi, costruiti ad arte proprio per minare, forse, la credibilità di documenti originali che il Vaticano sa essere in circolazione. È un fatto che nessuna carta pubblicata negli scandali del 2012 e del 2015 sia mai stata smentita dalla Santa Sede, e che le inchieste giornalistiche abbiano costretto la Santa Sede – come nel caso della ristrutturazione dell’appartamento di Tarcisio Bertone pagato con i soldi del Bambin Gesù – ad aprire fascicoli penali per tentare di mettere una pezza agli scandali provocati dai whisteblower.

    Ma i beninformati ipotizzano pure che il rischio di polpette avvelenate sia dietro l’angolo. Se qualcuno, dopo la pubblicazione della nota spese taroccata forse copiando pezzi di documenti reali rammenta il caso di Dino Boffo, dove una velina per delegittimare l’ex direttore di Avvenire venne costruita con un documento giudiziario vero e un report di un anonimo circolato tra i vescovi italiani, altri ricordano come Balda, condannato nel luglio del 2016 a 18 mesi di reclusione per aver diffuso report interni segreti (Chaoqui ne ha avuti 10 con pena sospesa) sia finito nell’occhio della gendarmeria anche per uno strano viaggio a Dubai. «In Medioriente, lo scrisse pure “Repubblica”, il monsignore cercò di incontrare uomini dei servizi segreti cinesi per consegnare loro una falsa cartella clinica del papa, da lui stesso contraffatta attraverso la falsificazione delle analisi dell’anziana madre», attacca l’anziano prelato che ha passato una vita in segreteria di Stato.

    Per la missione, in effetti, Balda si fece accompagnare dall’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno: i gendarmi scoprirono le velleità spionistiche del monsignore attraverso l’analisi del suo computer, e ipotizzarono che il viaggio avvenne tra il dicembre del 2014 e il gennaio del 2015. Non si è mai capito perché il prelato avesse deciso di mettere in piedi quella messinscena. Il Vaticano non ha mai fatto sapere gli esiti dell’inchiesta d’intelligence, né si è mai capito come mai i corvi di VatiLeaks 2 modificarono un documento (probabilmente originale ma senza intestazioni) su Monte dei Paschi di Siena inserendo una timbratura fasulla.

    A oggi, naturalmente, non sappiamo quali siano i documenti riservati ancora in circolazione. Fonti della Prefettura spiegano che l’archivio aperto tre anni fa con una fiamma ossidrica era stracolmo di dossier di diversi periodi storici, e che i ladri (o altri soggetti che nulla c’entrano con l’effrazione del marzo 2014) potrebbero aver preso (o fotocopiato) di tutto. Sia documenti conservati lì da fine degli anni Settanta, come le lettere scritte a mano del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra nel 1982 (le missive di Calvi sarebbero decine); sia certificazioni di altri dicasteri ottenuti dai membri della Cosea durante il loro lavoro di screening degli enti economici vaticani. Come, per esempio, quelli sui conti all’Apsa da chiudere (dopo una due diligence della società di revisione Promontory l’Apsa ha chiesto ai prelati che avevano un conto personale, come l’ex presidente Agostino Cacciavillan, di spostare i loro denari allo Ior: ne sono nate proteste vibranti perché l’Apsa garantiva interessi migliori); e i conti deposito dell’Istituto delle opere di religione, in passato aperti a favore di laici che non ne avevano alcun diritto. Due anni fa il Vaticano ha annunciato urbi et orbi di averli chiusi tutti, ma non ha mai consegnato – come aveva informalmente promesso all’autorità antiriciclaggio della Banca d’Italia – la lista dei presunti evasori e riciclatori che avevano nascosto i loro soldi dentro il torrione Niccolò V.

    Ma i timori di una nuova fuga di notizie sono stati segnalati anche da ambienti ecclesiastici vicini a Santa Marta, come ha evidenziato lo scorso giugno Massimo Franco sul Corriere della Sera. Subito dopo le dimissioni di un altro uomo novus del corso bergogliano, l’ex primo revisore generale dei conti Libero Milone, qualcuno ha detto al giornalista che per «il papa è un momento delicato, non vogliamo precipitare in un terzo VatiLeaks». Milone era il braccio destro di Pell, finito sui giornali a ottobre del 2015 per aver denunciato alla gendarmeria la violazione del suo computer personale. Anche il suo ufficio era situato al quarto piano del palazzo della Prefettura, e anche di quella vicenda non si è saputo più nulla.

    L’economo, a sorpresa, ha scelto di andare via tre anni prima della scadenza naturale del suo incarico: se qualcuno ipotizzò semplici diatribe sulla retribuzione, la nota della sala stampa spiegò che era stato l’ex presidente di Deloitte chiamato da Pell per mettere mano nei bilanci, segretissimi, della segreteria di Stato, dei dicasteri e dei vari enti della città santa, ad aver dato le dimissioni, subito accettate da papa Francesco. «Ci aspettiamo una nuova mareggiata, da un momento all’altro», conclude una fonte autorevole. In Vaticano credono che la pubblicazione del presunto report sull’allontanamento della ragazzina che suonava il flauto, insomma, sia solo l’inizio di una battaglia a colpi di carte. E di veleni.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/09/27/news/vaticano-la-fabbrica-dei-dossier-1.310790
  • Pedofilia nella Chiesa, i numeri dello scandalo

    Pedofilia nella Chiesa, i numeri dello scandalo

    Ogni anno quasi 600 denunce all’attenzione del Vaticano. E 900 preti ridotti allo stato laicale in un decennio. Solo la Chiesa Usa spende 3 miliardi tra terapie e spese legali. L’allarme di papa Francesco

    Francesco non ha lasciato spazio a dubbi: «La Chiesa è stata tardiva nell’affrontare il problema della pedofilia». E, ha aggiunto, «da parte mia non ci sarà mai una grazia per i protagonisti di questa vergogna». La piaga degli abusi sui minori all’interno del clero, d’altra parte, si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano. Era il 2004, ma anche negli ultimi anni i casi sottoposti all’ex sant’Uffizio si aggirano intorno ai 600 l’anno.

    L’INTERVENTO DI PAPA RATZINGER. Queste dunque le denunce di tipo “canonico”, secondo i dati forniti dal Vaticano nel 2013, ma restano poi le inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile. Uno scandalo enorme, che ha visto oggi il forte intervento di Papa Francesco, è che portò Benedetto XVI, già da cardinale con la responsabilità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’istituzione vaticana che si occupa della materia) ad alzare i tappeti sotto i quali era nascosta la ‘polvere’ e a decidere per la ‘tolleranza zero’.

    NOVECENTO PRETI RIDOTTI ALLO STATO LAICALE. Linea confermata e rafforzata da Bergoglio, che ha assunto in questi anni di pontificato una serie di decisioni molto forti. Anche quella di voler processare in Vaticano un nunzio, un alto esponente della diplomazia, come nel caso di Jozef Wesolowski. In 10 anni, dal 2004 al 2013, sono stati circa 900 i preti ridotti allo stato laicale. Praticamente ‘cacciati’ dalle gerarchie e impossibilitati a proseguire nel loro ministero sacerdotale. Questi sono gli ultimi dati diffusi dallo stesso Vaticano, nel 2014, in occasione dell’inchiesta aperta in sede Onu nel Comitato contro la tortura.

    LA CHIESA AMERICANA HA SBORSATO 3 MILIARDI. Ma enorme non è solo il numero dei casi e di Paesi coinvolti nello scandalo della pedofilia da parte di uomini di Chiesa. Gigantesche sono state anche le cifre già sborsate in alcune realtà per i reati commessi da ecclesiastici. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha già pagato nell’ultimo decennio, quando le denunce sono venute alla luce e sono state coinvolte anche le Corti di Giustizia, quasi 3 miliardi di dollari, tra patteggiamenti, terapie e spese legali. In questo contesto emblematico è proprio il caso di Boston, raccontato nel film Il caso Spotlight che ha vinto l’Oscar.

    IN AUSTRALIA SOTTO ACCUSA IL 7% DEI PRETI. L’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto da papa Francesco per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, dopo aver ‘ereditato’ la difficile situazione creata dal suo predecessore, Bernard Francis Law, decise di vendere il palazzo vescovile e scelse per sé una residenza ordinaria, proprio al fine di risarcire le vittime di pedofilia. Anche in Australia – dove è ancora in corso la vicenda che riguarda il cardinale George Pell, il ministro dell’Economia vaticana al momento in ‘congedo’ dall’incarico – il caso ha assunto dimensioni drammatiche: il 7% dei preti cattolici australiani è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime, 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto, fra il 1980 e il 2015, 4.444 persone hanno denunciato abusi di preti o religiosi di 93 entità della Chiesa australiana.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/09/21/pedofilia-nella-chiesa-i-numeri-dello-scandalo/213851/

  • Scozia, fossa comune con i corpi di 400 bambini in orfanotrofio

    Scozia, fossa comune con i corpi di 400 bambini in orfanotrofio

    A Smyllum Park. Morti tra il 1864 e 1981, nuovo caso dopo quello irlandese

    Almeno 400 tra bambini e neonati sono morti tra il 1864 e il 1981 nell’ex orfanotrofio scozzese Smyllum Park gestito da suore cattoliche: i loro corpi sono stati sepolti in una fossa comune anonima. E’ quanto emerge, riportano i media britannici, da un’indagine del programma ‘File on Four’ di BBC Radio 4 e del domenicale Suday Post.

    Il caso richiama quello emerso nel marzo scorso in Irlanda, dove in un ex orfanotrofio cattolico e’ stata confermata l’esistenza di una fossa comune con i resti di circa 800 bambini.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/09/10/scozia-fossa-comune-con-i-corpi-di-400-bambini-in-orfanotrofio-_99effb64-a22a-4625-b14e-be2d97d7283a.html

  • Scozia, fossa comune in orfanotrofio: sepolti 400 bimbi

    Scozia, fossa comune in orfanotrofio: sepolti 400 bimbi

    L’istituto Smyllum Park era gestito da suore cattoliche: i piccoli, morti tra il 1864 e il 1981, erano in un’area anonima di un cimitero a Lanarkshire. Il caso, scoperto dal Sunday Post, richiama quello emerso nel marzo scorso in Irlanda: in quel caso erano stati trovati i resti circa 800 bambini

    Una fossa comune anonima con i corpi di almeno 400 tra bambini e neonati, morti tra il 1864 e il 1981, mentre erano ospitati nell’ ex orfanotrofio scozzese Smyllum Park, gestito da suore cattoliche, è stata individuata nel vicino cimitero a Lanarkshire.

    È quanto emerge, riportano i media britannici, da un’indagine del programma ‘File on Four’ diBBC Radio 4 e del domenicale Suday Post. Il caso richiama quello emerso nel marzo scorso in Irlanda, dove in un ex orfanotrofio cattolico è stata confermata l’esistenza di una fossa comune con i resti di circa 800 bambini.

    L’ex primo ministro, Jack McConnell, a nome del governo scozzese, ha assicurato che verrà fatto il possibile per conoscere la verità: “È straziante scoprire che molti bambini sono stati sepolti in queste tombe anonime. Dopo tanti anni di silenzio, ora dobbiamo conoscere la verità di quanto è successo qui”.

    http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/10/news/scozia_fossa_comune_in_orfanotrofio_sepolti_corpi_di_400_bimbi-175079520/

  • La violenza silenziosa: in Italia 35mila bimbe infibulate

    La violenza silenziosa: in Italia 35mila bimbe infibulate

    Il nostro Paese tollera ancora la pratica delle mutilazioni genitali sulle immigrate provenienti dai Paesi musulmani. L’integrazione mancata comincia a scuola

    La tollerantissima Gran Bretagna è talmente tollerante che tollera perfino che 65.790 donne inglesi abbiano subìto mutilazioni genitali.

    Idem per la Francia: anche lei molto tollerante, riesce a sopportare che in 61mila siano state sottoposte alla stessa pratica. L’Italia, che pare un po’ meno tollerante, riesce comunque a non fare un plissé di fronte al fatto che 35mila donne siano state costrette a sottoporsi a questa umiliazione. I dati sono dell’Unicef e si riferiscono al 2015; raccolgono i numeri di diverse ricerche nazionali che, per quanto riguarda l’Italia, parlano di almeno altre mille donne a rischio mutilazione ogni anno. Qui il discorso si fa estremamente delicato, ma bisognerebbe chiedersi il motivo dell’abissale distanza tra lo scandalo che provoca lo stupro commesso da immigrati e l’indifferenza più assoluta di fronte a una pratica ugualmente violenta e ugualmente compiuta contro la volontà della donna. Probabilmente perché la mutilazione genitale femminile, che comunque è perseguibile per legge, è una pratica organica a una cultura e, se si accetta l’idea che ogni cultura va accolta così com’è occorre di conseguenza, tollerarne anche gli aspetti più odiosi e inaccettabili.

    Ma la cultura si forma a scuola e quella dei Paesi del Mena (Medio Oriente e Nord Africa), dove la pratica della mutilazione genitale femminile coinvolge fino al 90% delle donne, rivela tutta la sua debolezza. Il grafico pubblicato in queste pagine mostra il numero di anni che mediamente un adulto dei vari Paesi dell’area Mena ha trascorso sui banchi di scuola. In Yemen, Sudan Mauritania, Marocco, Oman, Iraq, Siria, Kuwait, Egitto e Tunisia non si raggiungono i 7 anni di studio. Ed è da notare un fatto importante: è vero che tra questi ci sono Paesi tra i più poveri del mondo per di più martoriati da anni di guerra, ma altri sono Paesi non solo pacifici, come Marocco e Tunisia, ma anche ricchi, anzi, ricchissimi, come l’Oman (26esimo Stato più ricco del mondo), l’Arabia Saudita (14esimo), Emirati Arabi (nono) e Kuwait (sesto). Significa che l’educazione non è affatto solo una questione di possibilità economiche ma è soprattutto un tema di priorità politica. Se un adulto europeo (Europa a 22) ha studiato in media 9,6 anni, non è solo perché l’Europa se lo può permettere, ma è perché l’Europa ha da sempre considerato l’educazione come strategica.

    E, in questo senso dovrebbe far riflettere (molto) la smania del ministro Valeria Fedeli di abbassare il numero di anni di formazione. Alla Fedeli, che ha deciso di far partire una sperimentazione a livello nazionale per portare gli anni di liceo da 5 a 4, si è aggiunta la sottosegretaria Angela d’Onghia che, al grido «ce lo chiede l’Europa», ha evocato la possibilità di tagliare, invece, la scuola media (da 3 a 2 anni). In questo modo l’Italia, dove la sola scuola dell’obbligo dura 8 anni e dove mediamente un adulto va a scuola per 13,2 anni, si avvicinerebbe agli standard della Libia (7,35 anni) rinunciando a raggiungere la media britannica di 14,2.

    Violenza sulle donne, scarsa alfabetizzazione e, anche, criminalità giovanile. Se sia possibile mettere in relazione i tre fenomeni è argomento da simposio, ma si guardano i numeri pubblicati dal sito Truenumbers.it sul numero dei minori che, in un Paese a noi molto vicino politicamente e geograficamente come la Turchia, fanno avanti e indietro dalle carceri si resta francamente impressionati. I dati provengono dai rapporti della polizia turca che segnala un aumento senza sosta del numero di ingressi di minorenni nelle carceri turche. Nel 2016 ci sono stati 218mila ingressi di minorenni maschi e 115mila di minorenni femmine. Attenzione: il rapporto segnala gli ingressi, non il numero di persone: significa che ai 333mila ingressi totali non corrispondono a 333mila minori (una persona può essere entrata ed uscita più volte nel corso dell’anno), ma resta il fatto che il numero complessivo registrato l’anno scorso è superiore del 10% rispetto a quello del 2015 ed è in costante crescita dal 2010. Il dettaglio drammatico è che il 21,9% dei ragazzini entrati in carcere ha meno di 11 anni. Secondo la polizia il primo motivo dell’incarcerazione è «attacco armato» mentre il secondo motivo è, sia per i maschi che per le femmine, «abusi sessuali». Tutto torna.

    http://www.ilgiornale.it/news/violenza-silenziosa-italia-35mila-bimbe-infibulate-1436877.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Link&utm_content=La%2Bviolenza%2Bsilenziosa%3A%2Bin%2BItalia%2B35mila%2Bbimbe%2Binfibulate%2B-%2BIlGiornale.it&utm_campaign=Facebook+Page