Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILI E INSABBIATORI?….. CITIAMOLI TUTTI IN GIUDIZIO E COSTRINGIAMOLI A VIVERE NELLE AULE DEI TRIBUNALI INVECE CHE NELLE LORO CHIESE. DEVONO IMPARARE CHE LORO “SONO PRIMA DELLO STATO ITALIANO E POI DI DIO”.

    PEDOFILI E INSABBIATORI?….. CITIAMOLI TUTTI IN GIUDIZIO E COSTRINGIAMOLI A VIVERE NELLE AULE DEI TRIBUNALI INVECE CHE NELLE LORO CHIESE. DEVONO IMPARARE CHE LORO “SONO PRIMA DELLO STATO ITALIANO E POI DI DIO”.

    Diego Esposito e’ l’ennesima vittima di una Chiesa anacronistica soprattutto per gli obblighi di castita’ e di celibato imposti ai suoi appartenenti.
    Finalmente il Clero e’ costretto a fare i conti con l’evoluzione culturale ed economica di molti dei paesi in cui è presente ed esercita, anche se fortunatamente in modo marginale, la sua influenza e comincia a comprendere quanto sia solo nominale e non effettiva l’appartenenza alla organizzazione religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica romana”, da parte di persone battezzate in tenera età, e, quindi, quando erano prive di capacità di intendere e di volere, che nel resto della loro vita avranno solo da ridire e da ridere di quella organizzazione .

    La affrancazione delle Popolazioni dal timore reverenziale verso il clero, la costante e preziosissima attività dei media volta a svelare vizi, intrallazzi, abusi e perversioni di questi “uomini vestiti da donne” ( come li descriveva Mario Mariani), attività di informazione che ha avuto il merito di ridimensionare la figura e la credibilità dei ministri di dio, ha fatto emergere, attraverso le denunce di migliaia di vittime, uno dei fenomeni piu’ infami e riprovevoli legati alla vita di una parte del clero:la pedofilia.

    Molti professionisti esperti e titolati in campo medico, affermano che se il clero è composto da persone misogine, omofobe, obbligate alla castita’ e al celibato, tutte queste caratteristiche messe insieme possono generare i tipi di comportamenti aberranti denunciati oggi a livello mondiale.

    MA CIO’ CHE MAGGIORMENTE IRRITA E’ LA PROTEZIONE, ANCH’ESSA A LIVELLO MONDIALE, DI CUI GODONO QUESTI CRIMINALI.

    Malgrado l’impegno assunto da PAPA FRANCESCO assistiamo, sostanzialmente, ad una attività di insabbiamento dei casi di pedofilia nelle diocesi ed arcidiocesi e questo comportamento illegale ci impone degli interrogativi estremamente inquietanti :
    SE LA PEDOFILIA VIENE PROTETTA dalle autorità dello Stato Vaticano ( si pensi, inoltre, al caso delle dimissioni di Marie Collins dalla commissione per intralcio anche da parte della Congregazione per la dottrina della fede), significa che questo tipo di comportamento criminale non puo’ PIU’ essere impedito? (la copertura data ai pedofili e’ talmente sfacciata da aver costretto Papa Francesco ad emanare la lettera pastorale “Come una Madre amorevole”)
    FORSE è divenuto ormai talmente diffuso all’interno del clero da essere parte di quel sistema di potere?

    Sorge, cioe’, il ragionevole sospetto che la pedofilia per diffusione tra i membri del clero e per numero di casi sia ormai funzionale al potere dello Stato Vaticano ed indispensabile per l’esistenza stessa di quella particolare forma di stato ( nel senso che se si combattesse energicamente la pedofilia, come conseguenza immediata si dimetterebbero gran parte dei chierici la cui particolare natura li porta ad accettare castità e celibato e li vede convinti misogini, omofobi e , comunque, soggetti sessualmente immaturi).
    FORSE SI RISCHIA UNA EMORRAGIA DI PRETI IN CASO DI LOTTA SERIA, COSTANTE E DURATURA ALLA PEDOFILIA?

    A QUESTO PUNTO, NON POSSO FARE A MENO DI INVITARVI AD UNA RIFLESSIONE che lascero’ priva di conclusioni rimettendole, quindi, al lettore:
    Non dimentichiamo che lo stupro e’ sempre stato uno strumento di sottomissione dei popoli( LO ABBIAMO VISTO ANCHE NELLE RECENTI GUERRE CHE SONO STATE COMBATTUTE E SI COMBATTONO IN TUTTO IL MONDO).

    – Gia’ nella antica Roma si usava SODOMIZZARE I VINTI, e i romani erano talmente consapevoli dell’effetto devastante di tale trauma fisico e psichico, cioè del potere che aveva di sottomettere definitivamente e per generazioni coloro che erano stati vittime di quella pratica sessuale, che LA LEGGE ROMANA VIETAVA LA VIOENZA SESSUALE SUI GIOVANI, PERCHE’ SE UN GIOVANE ROMANO FOSSE STATO SOTTOMESSO CON LO STUPRO NON AVREBBE POTUTO SVOLGERE IL COMPITO A CUI ERA DESTINATO, OVVERO DOMINARE IL MONDO.

    Partendo da questa semplice rifessione, corroborata oggi anche dalle nozioni scientifiche che provengono dalla psichiatria e dalla psicologia, si puo’, ma spero ancora di essere contraddetto, forse trovare una chiave di lettura.

    ED IN EFFETTI CON DIEGO ESPOSITO assistiamo all’ennesimo caso in cui la denuncia alle autorità civili e penali è venuta direttamente DALLA VITTIMA E NON DAI VERTICI DEL CLERO O DALLE AUTORITA’ GIUDIZIARIE ECCLESIASTICHE, NONOSTANTE DA OLTRE SEI ANNI AVESSERO AVUTO PRECISE NOTIZIE E PROVE DEGLI ABUSI COMMESSI DAL SILVERIO MURA.

    Malgrado cio’ ABBIAMO UN OTTIMO MOTIVO PER CONTINUARE A LOTTARE, perchè questa crescente e coraggiosa tendenza alla denuncia da parte delle vittime, che vengono sempre piu’ sostenute e concretamente aiutate da MOLTE associazioni come LA “RETE L’ABUSO” DI FRANCESCO ZANARDI”, ci fa sperare in una rapida diffusione A LIVELLO NAZIONALE delle querele e delle azioni legali per giungere, nel giro di pochi anni, ad una definitiva E TOTALE condanna della chiesa cattolica con provvedimenti SEVERI che possano andare ben oltre la punizione dei singoli responsabili, visto e considerato che anche i preti non pedofili, che dovrebbero rappresentare la parte sana del clero, NON SOLO NON DENUNCIANO il fenomeno, pur essendone pienamente a conoscenza, MA ADDIRITTURA aiutano I PREDATORI sia col loro silenzio sia spostandoli e fornendo loro alloggi in varie regioni d’Italia e d’Europa sottraendoli alle indagini delle vittime e dell’autorità giudiziaria, MACCHIANDOSI, COSI’,ANCH’ESSI DI UN REATO, QUELLO CIOE’ DI FAVOREGGIAMENTO; reato che assume una connotazione odiosissima se si pensa che i trasferimenti dei preti pedofili consentono a questi ultimi di continuare a fare i predatori in istituti scolastici o altre strutture per l’infanzia e ,quindi, di continuare ad adescare e traumatizzare giovani vittime.
    Voglio sperare ancora che qualcuno possa contraddire questa mia semplice analisi basata sulla constatazione dei fatti, tuttavia ritengo che allo stato attuale della conoscenza del fenomeno ed in mancanza di una totale e trasparente collaborazione da parte del Vaticano, anche questa ipotesi sia legittima, e se dovesse risultare sgradita a qualche alto prelato, penso che gli potrò tranquillamente rispondere che “chi è causa del suo mal pianga se stesso!”
    ORMAI SOLO GLI STOLTI NON SI PONGONO QUESTE DOMANDE!
    Se la verità non viene dal Vaticano, allora invito tutti a prendere contatto con l’ ASSOCIAZIONE “RETE L’ABUSO” PER DENUNCIARE E CITARE IN GIUDIZIO I PREDATORI. NOI VI ASSISTEREMO DURANTE TUTTO IL CAMMINO VERSO LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA e sono certo che anche i magistrati e i pubblici ministeri non vi abbandoneranno al vostro doloroso destino.

    Avv. Carlo GREZIO

    info@retelabuso.org 

  • Abusi sessuali. La troppa misericordia del papa, arbitro e giudice unico

    Abusi sessuali. La troppa misericordia del papa, arbitro e giudice unico

    Le dimissioni della irlandese Marie Collins dalla pontificia commissione per la tutela dei minori, lei che a 13 anni fu anch’essa vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote, hanno preso in contropiede i media, che ne hanno dato notizia in ordine sparso e con giudizi molto variegati.

    C’è chi ha dato la colpa di tutto, sull’onda di alcune dichizrazioni della stessa Collins, alle “vergognose” resistenze della curia romana contro le proposte della commissione e contro papa Francesco che l’ha costituita.

    C’è chi ha concentrato il fuoco sulla congregazione per la dottrina della fede e sul suo prefetto cardinale Gerhard L. Müller, come primi colpevoli dello sconquasso.

    Ma c’è anche chi – come l’ultrabergogliano Alberto Melloni – ha rovesciato proprio sulla Collins e su talune azzardate proposte della commissione, inevitabilmente respinte dalla curia, la colpa di mettere volutamente nei guai papa Francesco.

    In realtà, fin da subito c’è stata una voce insospettabile che ha richiamato a giudizi più prudenti: quella di Hans Zollner, lo stimato gesuita tedesco, presidente del Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana, che è stato l’ideatore della commissione e il valorizzatore della stessa Collins, oggi a suo parere troppo “impaziente” rispetto a un “cambiamento culturale” che necessariamente richiede tempo e fatica, non tanto nella curia ma nella Chiesa mondiale.

    Anche il cardinale Müller ha detto la sua, spiegando perché non hanno potuto essere accolte alcune proposte della commissione: in particolare quella di istituire presso la congregazione per la dottrina delle fede, già dotata di un tribunale supremo sui casi di pedofilia ad opera di ecclesiastici, uno speciale tribunale in più per i vescovi implicati in simili casi.

    C’è però un punto che è finito praticamente sotto silenzio. E sono le critiche che Marie Collins ha rivolto contro papa Francesco in persona.

    Le più acuminate di queste sue critiche risalgono a due anni fa.

    Quando il 10 gennaio del 2015 Francesco promosse alla diocesi di Osorno in Cile il vescovo Juan de la Cruz Barros Madrid, la Collins e altri membri della commissione protestarono vivacemente.

    Sul nuovo vescovo, infatti, pesavano le accuse circostanziate di tre vittime di abusi sessuali, che gli imputavano di essere stato complice del sacerdote Fernando Karadima, per molti anni una celebrità della Chiesa cilena ma alla fine condannato a “preghiera e penitenza” dalla Santa Sede per le sue accertate innumerevoli malefatte.

    L’ingresso in diocesi del nuovo vescovo fu pesantemente contestato. Ma il
    Il 31 marzo la congregazione vaticana per i vescovi fece sapere di “aver studiato attentamente la candidatura del presule e non aver trovato ragioni oggettive che ne ostacolassero la nomina”.

    In aprile, la Collins e altri membri della commissione per la tutela dei minori si recarono quindi a Roma per chiedere al presidente della commissione cardinale Sean Patrick O’Malley (nella foto) di premere sul papa perché revocasse la nomina.

    Ma l’effetto che ottennero fu opposto. Un mese dopo, in maggio, papa Francesco parlò, interpellato da un ex portavoce della conferenza episcopale cilena incontrato in piazza San Pietro. E se la prese con gli accusatori del vescovo, con espressioni quanto mai risentite.

    Il video dell’incontro fu successivamente reso pubblico. E queste furono le parole testuali del papa:

    “È una Chiesa [quella di Osorno] che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo vent’anni di servizio. Per cui, che pensino con la loro testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa.

    “Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. [La diocesi di] Osorno soffre, certo, perché intontita, perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle stupidaggini che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare ‘lío’, confusione, che cercano di calunniare…”.

    I “sinistrorsi” – “zurdos” nel gergo argentino – che avevano irritato particolarmente il papa comprendevano i 51 deputati cileni, per la maggior parte del partito socialista della presidente Michelle Bachelet, che avevano firmato una petizione contro la nomina di Barros a vescovo di Osorno.

    Ebbene, quando il video con le parole di Francesco fu reso pubblico, Marie Collins si disse “scoraggiata e intristita” al vedere “le proteste delle coraggiose vittime di Karadima trattate in questo modo” dal papa.

    Quello del vescovo di Osorno non è l’unico caso in cui Jorge Mario Bergoglio ha avocato a sé il giudizio, annullando o scavalcando le procedure canoniche.

    In Italia ha suscitato clamore l’atto di “misericordia” con cui egli ha graziato don Mauro Inzoli, sacerdote di spicco del movimento di Comunione e Liberazione, ridotto allo stato laicale nel 2012 dalla congregazione per la dottrina della fede per aver abusato di numerosi giovani, ma restituito al sacerdozio attivo da Francesco nel 2014, con la raccomandazione di condurre una vita di penitenza e preghiera. In sede civile Inzoli è stato condannato a 4 anni e 9 mesi di prigione.

    Anche contro simili indulgenze Marie Collins ha protestato: “La misericordia è importante, ma anche la giustizia lo è. Se si mostra qualche debolezza nelle sanzioni, si invia il messaggio sbagliato a chi abusa”.

  • Pretendere che i sacerdoti non abusino di minori è contrario alla fede? Lo chiedo alla Congregazione che dovrebbe difenderla

    Pretendere che i sacerdoti non abusino di minori è contrario alla fede? Lo chiedo alla Congregazione che dovrebbe difenderla

    Che cosa pretende un credente da un sacerdote della sua Chiesa? A nessuno qualche anno addietro sarebbe venuto in mente di dire: «Che non commetta crimini». Si tratta di una cosa talmente scontata che a precisarla ti saresti sentito un po’ pazzo e un po’ blasfemo, comunque irrispettoso della tua Chiesa. Oggi, se sei cattolico, lo devi precisare. Oggi, se si cattolico, devi gridare a gran voce che non vuoi che un sacerdote della tua Chiesa abusi sessualmente di minori, tra i crimini, probabilmente il più viscido, il più disonorante, il più oltraggioso. Laceri un’anima per sempre. Ti servi del corpo di un bambino per il piacere di un istante che se non fossi depravato non riusciresti nemmeno a provare.

    È dal gennaio del 2002 che il tema dei preti pedofili è sui media: The Boston Globe iniziò un’inchiesta che vide coinvolti 89 sacerdoti, di cui 55 vennero rimossi dall’incarico. Questo nella sola Boston, la città più europea degli States, quella della grande aristocrazia bianca, talmente europea e talmente bianca da delirare quanto quella del Vecchio Continente sul proprio superomismo ancor prima che Nietzsche fosse in età di leggere e scrivere, quella delle jamesiane Olive Canchellor e Verena Tarrant, quella di Ralph Waldo Emerson e di Benjamin Franklin.

    Bene, ieri, a quindici anni dalla scoperta della vergogna che costò il fallimento per risarcimento a tre diocesi e le dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law e che si protrasse per anni rivelando lo scempio in Irlanda, Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera, Francia e Malta, ieri, mercoledì delle ceneri, si è dimessa la sola vittima di abusi rimasta nella pontificia Commissione per la protezione dei minori istituita nel 2014 da Francesco per contrastare le pedofila nel clero: Marie Collins.

    Nella sua lettera resa pubblica indirizzata al Papa si legge: «la mancanza di collaborazione, in particolare del dicastero coinvolto più da vicino con i casi di abusi, è stata vergognosa». Sta parlando della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, fabbrica di torture e condanne inappellabili, dal carcere a vita al rogo, per decenni e decenni, per secoli.

    Mi sono chiesto più volte come ha potuto una Chiesa arroccata nei propri privilegi eleggere al soglio pontificio un riformatore come Papa Francesco, e la risposta è che il monarca della Città del Vaticano è un re fantoccio. Può fare di tutto tranne ciò che vuole.

    A presto.

    http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2017/03/02/pretendere-che-i-sacerdoti-non-abusino-di-minori-e-contrario-alla-fede/25252/

  • Re-intitolare il viale Luigi Cadorna a chi?

    Re-intitolare il viale Luigi Cadorna a chi?

    Riceviamo e pubblichiamo volentieri il comunicato di Raffaella Mauceri e le sue osservazioni sulla re-intitolazione di Viale Luigi Cadorna in Viale papa Wojtyla.

    A proposito del viale Luigi Cadorna, apprendo dall’articolo a firma di Salvatore Maiorca pubblicato su Libertà del 26 febbraio, che la circoscrizione di S. Lucia ha inoltrato una petizione al Comune di Siracusa per cambiare la denominazione del viale.

    Condivido pienamente l’iniziativa perché è inaudito che nella nostra città si onori la memoria di un criminale come Luigi Cadorna. Non posso umanamente condividere, invece, la proposta della citata Circoscrizione sul personaggio cui re-intitolare il viale in questione: papa Wojtyla. E mi spiego.

    Mai prima d’ora, la chiesa cattolica ha sollevato l’indignazione di milioni di italiani stante che a loro volta hanno sollevato il pesante velario dietro il quale sono stati accuratamente nascosti non soltanto gli orrendi crimini commessi nel corso della sua storia bimillenaria, ma anche e soprattutto la dilagante pedofilia clericale portata in superficie da quella (piccola) parte dei media coraggiosa cui sta a cuore la verità. Una verità tanto spaventosa quanto scabrosa e infinitamente scandalosa: migliaia e migliaia di bambine e bambini “uccisi” nel corpo e nell’anima, marchiati a fuoco dagli abusi sessuali e mai guariti da un male troppo grande, troppo profondo e assolutamente inguaribile se non, a volte, con il suicidio.

    Ormai tutti lo sanno. Tutti lo sappiamo e non possiamo far finta di nulla senza renderci complici di questi orrendi reati che nemmeno Gesù Cristo perdonava: “Chi di voi tocca uno di questi fanciulli – diceva – meglio sarà per lui che si metta una pietra al collo e si butti in mare”.

    Tutti i papi invece hanno coperto e protetto i pedofili per non dire di quelli che lo sono stati essi stessi. Addirittura ad alcuni hanno fatto fare carriera. Come ha fatto Bergoglio con tre dei 12 ultimi ordinati cardinali, tutti e tre celebri pedofili e protettori di pedofili.

    Ne deriva che mai prima d’ora, nella storia, la chiesa cattolica è stata sotto il fuoco incrociato delle vittime che non sono più disposte a subire in silenzio, della stampa che sbatte i pedofili in prima pagina, dei tribunali che li processano, degli specialisti che smentiscono il presunto disturbo mentale, e perfino di una parte della stessa chiesa che, tramite i suoi studiosi/teologi/filosofi, prende le distanze dalla morbida e generica definizione di “atti impuri” riferita al gravissimo reato della pedofilia, e tutti insieme inchiodano il Vaticano alle sue responsabilità.

    Insomma, il momento storico non è dei migliori per intitolare una via ad un papa. Al contrario, provocherebbe una vibrata protesta stante che Wojtyla non ha fatto accezione alla regola adottata da tutti gli altri papi: proteggere i mostruosi pedofili con la tonaca che spietatamente e vigliaccamente hanno abusato tante, troppe vittime piccole e indifese. E continuano. A loro, piuttosto, a questi bambini andrebbe intitolata la via ex-cadorna: Viale dei bambini vittime di pedofilia.

    “La pedofilia – scrive Federico Tulli, giornalista autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato e tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi”.

    Raffaella Mauceri

  • Il cardinale Müller: “Tolleranza zero sui preti pedofili, i vescovi li obblighino ad autodenunciarsi”

    Il cardinale Müller: “Tolleranza zero sui preti pedofili, i vescovi li obblighino ad autodenunciarsi”

    La linea del capo della Congregazione per la dottrina della fede: “La Chiesa non copre gli abusi. Può essere capitato in alcuni casi per ingenuità ma mai sistematicamente”

    CITTÀ DEL VATICANO – Nelle stanze dell’ex Sant’Uffizio ci accoglie l’attuale prefetto della Dottrina della Fede, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller. Smentisce la vulgata che lo vuole guardiano “a destra” delle aperture “a sinistra” di Francesco. E, insieme, accetta di parlare – in occasione dell’uscita del suo libro “Indagine sulla speranza”, Cantagalli – delle sfide della Chiesa. Fra queste l’annoso problema della pedofilia nel clero: “La Chiesa, a differenza di tante altre istituzioni, sta davvero lavorando per la tolleranza zero. La strada è chiara a tutti: se un vescovo viene a sapere con certezza morale del verificarsi di alcuni casi di abuso su minori nella sua diocesi, deve dire alle vittime o ai genitori delle vittime di denunciare all’autorità competente quanto accaduto e, insieme, deve obbligare l’accusato ad auto denunciarsi”.

    I casi di abusi sessuali su minori purtroppo non mancano, anche in Italia.
    “L’Italia non è diversa dagli altri Paesi e pertanto non condivido la visione che propongono coloro che mostrano un Paese dove il clero abusa e i vescovi coprono. Non è così, nonostante casi dolorosi si siano verificati anche qui. Non dimentichiamo che in Italia, come negli altri Paesi, ci sono tanti buoni sacerdoti – e sono la maggioranza – che dedicano la loro vita per il bene dei fedeli”.

    Non ritiene che se la Chiesa obbligasse sempre a denunciare tanti casi non si verificherebbero?
    “I sacerdoti sono cittadini come tutti e in questo senso se commettono dei crimini devono rispondere davanti alle autorità civili e penali. Inoltre, le autorità religiose devono svolgere i loro processi canonici che possono arrivare come massima pena alle dimissioni dallo stato clericale. Gli abusi sessuali sui bambini sono dei delitti, dei crimini, e insieme anche dei peccati gravi. E quando un vescovo o un sacerdote viene a sapere di questi abusi deve dire alle vittime di andare a denunciare e anche all’accusato di presentarsi alla polizia perché è questa l’unica strada per evitare che i casi si ripetano. La Chiesa, ad ogni modo, non copre nulla. In alcuni casi può essere capitato per ingenuità, ma non sistematicamente. Quasi tutte le conferenze episcopali hanno scritto delle linee guida in merito. Certo, va detto che ordinare un prete con problemi di quel tipo può sempre essere possibile, perché, per quanto ci si impegni nel discernimento, non si può sempre leggere esattamente nella coscienza di un candidato se questi non si mostra sincero e disponibile; non sono pochi gli esperti, poi, che sostengono che spesso il predatore si accorge di essere tale soltanto nel momento in cui commette il crimine. Questo per dire che non è sempre facile prevenire sia per le autorità civili sia per quelle religiose. Fra l’altro, mentre spesso la prescrizione assolve chi ha commesso crimini all’interno del proprio Paese, la Chiesa è una delle poche istituzioni che invece non ammette sconti su questi crimini. Anche dopo anni possono arrivare sentenze dure”.

    Francesco ha nella curia romana degli oppositori?
    “Tutti i cardinali hanno studiato teologia, tutti conoscono la dottrina del papato e dell’episcopato. Siamo sacerdoti competenti che conoscono bene la missione del Papa, la sua importanza per tutti. Viviamo una collegialità affettiva ed effettiva con Francesco. Purtroppo alcuni media notano di più le legittime diversità di opinione e non la grande armonia. Il Papa è il 266esimo successore di Pietro, e ognuno, lui compreso, ha una sua storia. Questa individualità è la forma nella quale ognuno compie la sua missione. Francesco ha la particolarità di venire da un continente non europeo. Questa sua differenza è preziosa per noi”.
    Soprattutto sul web non manca chi contrappone i suoi interventi sulla dottrina a quanto dice il Papa… “Sono piccole fazioni di destra e di sinistra che litigano fra di loro usando me e il Papa. Sono posizioni ideologiche che non condivido in nulla. Fra l’altro, fra non molto, uscirà proprio un mio libro sul Papa e sul papato… Tutti serviamo l’opera del Papa. Lavoriamo insieme per servire la sua missione”.

    Pensa che sulla comunione ai divorziati risposati Francesco chieda un passo nuovo?
    “Abbiamo il messaggio di Gesù e la Bibbia che dicono parole chiare sul fondamento del matrimonio nella volontà salvifica di Dio. Le condizioni sociologiche cambiano ma occorre anche tenere presente che vi sono diverse antropologie che non accettano la nostra, fondata nella Parola di Dio. Occorre annunciare il Vangelo senza tradirlo. Francesco vuole far sentire la vicinanza del Buon Pastore al popolo di Dio con la predicazione e la testimonianza della vita cristiana”.

    Cosa significa vivere la misericordia?
    “Dio non è un freddo legislatore, ma un Dio presente, vicino. Già nell’Antico Testamento Dio ha dimostrato la sua vicinanza verso il suo popolo liberandolo dalla schiavitù e donandogli latte e miele. Gesù era misericordioso verso i bisognosi, i malati… Vivere la misericordia è vivere il Vangelo nella sua interezza”.

    C’è il rischio che insistere sull’amore porti in secondo piano il fatto che la verità per i credenti ha un nome, Gesù Cristo?
    “Non c’è contraddizione. Dio è creatore di tutti gli uomini e ama tutti. Ognuno però ha una sua identità e va rispettata. Gesù non viene messo in secondo piano, anzi insistendo sull’amore, è la lingua stessa di Gesù che viene parlata. Recentemente Francesco ha incontrato i rappresentanti di altre culture. A loro ha detto: “Anche se non parliamo la stessa lingua possiamo capirci perché parliamo la lingua dello Spirito Santo che è l’amore””.

     http://www.repubblica.it/vaticano/2017/02/26/news/il_cardinale_mu_ller_tolleranza_zero_sui_preti_pedofili_i_vescovi_li_obblighino_ad_autodenunciarsi_-159271395/
  • Ponticelli, prete pedofilo. La vittima: «altri bambini abusati, ma c’è omertà dalla Curia»

    Ponticelli, prete pedofilo. La vittima: «altri bambini abusati, ma c’è omertà dalla Curia»

    Capelli neri, occhi scuri e corporatura massiccia. «Ho messo su più di 10 chili da quando è venuta fuori questa storia. Non ne posso più. Sono distrutto». Quando arriva, a bordo di una Punto, mostra tutti i segni del suo stato d’animo Diego. Il nome è di fantasia. Anche se da largo Donnaregina qualcuno ha ben pensato, circa due settimane fa, di rendere nota la vera identità di Diego. «Attraverso i legali della Rete L’Abuso guidata da Francesco Zanardi – spiega – abbiamo già denunciato la Curia. Per me è stata un’ennesima sofferenza». Diego oggi ha 41 anni, è padre di tre figli ed è nonno. Quando arriva in via Fratelli Grimm, parcheggia l’auto davanti alla pasticceria La Rocca e in pochi attimi si rinnova tutto il suo dolore nel ripercorrere le macabre tappe di quella terribile vicenda. «Ecco, vedi – indica – lui abitava lì, dove ora ci sono quei teloni alle finestre. Viveva con la mamma e con una sorella che poi morì. Ma ormai non c’è più nessuno». Lo sguardo dell’ex bambino di 12 anni diventa scuro quando ritorna al passato. Un passato con cui deve fare i conti tutti i giorni. «Sono appena tornato dalla visita con lo psicologo – spiega – ma ogni volta ne esco devastato. E’ terribile e ricordare ogni volta è come tornare indietro nel tempo e rivivere tutto». Nel 2010, quando è partita la denuncia contro il presunto prete pedofilo, don S. M., ex docente di religione alla scuola media Borsi 2 di Ponticelli, Diego ha rivisto dopo tanti anni il suo aguzzino. «Ebbi il coraggio di affrontarlo – dice – e registrai un video che poi ho dato il consenso a mandare in onda a “Chi l’ha visto?” su Rai 3. Quando gli dissi che stavo male per colpa sua e di ciò che mi aveva fatto lui mi parlò del diavolo e mi disse di non buttare via i miei soldi andando dai medici. Non ha mai negato. Mi sarei aspettato che, di fronte alla mia rivelazione, saltasse dalla sedia. Invece rimase impassibile». Trema mentre parla Diego. E soffre al pensiero che anche altri bambini siano stati abusati da quel prete con gli occhiali, «ma non denunciano per paura, come un mio coetaneo che un giorno mi toccò nelle parti intime e io capii che aveva subito anche lui le molestie. Ma c’è omertà soprattutto da parte della Curia, che sa e resta in silenzio». E il pensiero di Diego corre inevitabilmente a quel sacerdote che, secondo le ultime segnalazioni giunte alla Rete L’Abuso, si sarebbe ritirato a vita privata in un convento vicino Perugia.

    GIULIANA COVELLA

    http://www.metropolisweb.it/news/ponticelli-prete-pedofilo-la-vittima-altri-bambini-abusati-ma-c-omert-dalla-curia/26087.html

  • Rione Incis, viaggio nell’Inferno di Diego: qui il prete-prof era Satana

    Rione Incis, viaggio nell’Inferno di Diego: qui il prete-prof era Satana

    La fermata Madonnelle della Circumvesuviana è un cantiere aperto. Lo stesso corridoio è destinato al passaggio di chi entra ed esce dalla stazione. Tutt’intorno è solo deserto, fino a quando non ci si immette su viale Madonnelle, percorrendo il quale per pochi metri ci sono la scuola che porta lo stesso nome e una pizzeria che esiste dagli anni ottanta. Siamo nel Rione Incis, a Ponticelli. Lo stesso che nel lontano 1983 fece gridare allo scandalo per la tragica fine di due bambine di 8 e 10 anni. Si chiamavano Barbara Sellini e Nunzia Munizzi. Dopo essere sparite in un sabato sera dei primi di luglio, le piccole furono ritrovate il giorno dopo, di domenica, in un canalone. Erano state violentate, uccise e poi bruciate. Quel massacro fa ancora rabbrividire chi abita da queste parti. E non solo. Ma l’infanzia negata nel quartiere è anche quella di un bambino di 12 anni che, per un quinquennio, ha dovuto subire le molestie sessuali di un sacerdote, suo professore di religione sui banchi della scuola media. Il viaggio nel rione comincia da qui. Da questo scabroso episodio che, secondo la testimonianza della vittima (che oggi ha 41 anni), si sarebbe consumato nel lontano 1987 e perpetrato ai danni del minore fino al 1992. Eppure tra le strade del Rione Incis nessuno parla. Tutti o quasi hanno le bocche cucite. Come se fosse la cosa più assurda del mondo anche solo ipotizzare che un uomo di chiesa possa aver commesso un simile abominio. «Non sappiamo nulla. Ma lei chi è?», risponde con una domanda un’anziana mentre fa la spesa dal fruttivendolo ad angolo con via Fratelli Grimm. Una strada, quest’ultima, che è un lungo viale che taglia via Madonnelle all’altezza di una rotonda. Nemmeno in uno dei più noti bar della zona sanno nulla di questa «brutta storia», come la definisce a voce bassa qualcuno. Finanche della scuola media frequentata dalla vittima all’epoca, la Borsi 2, molti sembrano non sapere nemmeno che sia mai esistita. «Sì, forse è quella che oggi si chiama Bordiga», si affretta a precisare una giovane barista dietro al bancone. Ma nulla di più. Di quel che avveniva in quell’appartamento all’interno dell’isolato E, che oggi corrisponde al civico 22 di via Fratelli Grimm, nessuno sa né ha mai visto nulla. «Lo sanno, eccome – commenta un pensionato che si attarda davanti a un’edicola di giornali – solo che c’è omertà perché la gente ha paura di esporsi. Ma lo sapevano tutti che quel prete con gli occhiali dalla montatura dorata aveva quel “difetto”». Davanti alla palazzina dove abitava il presunto pedofilo c’è il citofono, dove ancora si legge il cognome di quel sacerdote che parlava di Cristo ai bambini. Quegli stessi bambini che, spesso, invitava a fargli visita dopo la scuola con il pretesto – dicono – di «fare i compiti». E oggi, paradossalmente, quelle finestre sono chiuse, quasi a voler nascondere la vergogna di quanto avveniva in quelle mura domestiche a chi si fidava del suo professore di religione.

    GIULIANA COVELLA

    http://www.metropolisweb.it/news/rione-incis-viaggio-nellinferno-di-diego-qui-il-prete-prof-era-satana/26086.html

  • GIADA VITALE TORNA IN TV SUGLI ABUSI DI DON MARINO: “CHIEDO GIUSTIZIA”

    GIADA VITALE TORNA IN TV SUGLI ABUSI DI DON MARINO: “CHIEDO GIUSTIZIA”

    Portocannone. La ragazza di Portocannone coinvolta nel caso degli abusi da parte don Marino Genova, il quale ora si trova nel monastero di Santa Scolastica, a Subiaco alle porte di Roma, è tornata a raccontare nuovamente la sua storia in tv. In collegamento dallo studio del suo legale, Giuseppe D’Urbano, a Guglionesi, nel corso della trasmissione Pomeriggio 5 condotta da Barbara D’Urso. La 21enne ha ripercorso la vicenda e ha lanciato due appelli. Il primo rivolto al Santo Padre: «Ho scritto diverse volte al Papa, ma non ho mai ricevuto risposta. Lui chiede scusa per i preti pedofili ma perché non li caccia a calci nel sedere?». Il secondo è rivolto alla giustizia italiana: «Io il mio fascicolo è stato diviso in due tronconi e per la legge italiana dopo i 14 anni ero consenziente archiviando così tre anni di soprusi. Io chiedo che venga riaperto perché sono stata abusata per 4 anni non per due mesi». In diretta trasmesso anche uno sms di Don Marino che confessa gli abusi commessi.

    Giada Vitale, la ventunenne molisana coinvolta nel caso di abusi sessuali da parte dell’ex parroco di Portocannone don Marino Genova, è tornata a raccontare la sua storia in televisione. Ospite della trasmissione “Pomeriggio 5”, condotta da Barbara D’Urso, la giovane era in collegamento video dallo studio del suo legale difensore Giuseppe D’Urbano.
    La ragazza di Portocannone, incalzata dalla conduttrice, ha iniziato a raccontare sin dall’inizio la sua storia partendo da quell’aprile del 2009 quando «ero di ritorno da una ripetizione pomeridiana – all’epoca la Vitale frequentava la terza media e si stava preparando per gli esami – tornando a casa incontrai don Marino vicino alla chiesa. Aprì la porta, intrecciò le sue mani con le mie facendomi entrare in chiesa e poi conducendomi all’interno della sacrestia. Chiuse la porta e…iniziò tutto».

    Il racconto è proseguito elencando altri aneddoti ed episodi: «Mi ero operata al ginocchio e lui venne due volte a casa a trovarmi e per due volte si infilò nel mio letto, ero totalmente plagiata da lui. Controllava la mia mente». La conduttrice a questo punto chiede se avesse provato a confidarsi alla madre: «Si l’ho fatto ma mamma, in un primo momento non mi ha creduto, pensava che il mio stare male fosse dovuto alla scomparsa di mia nonna». Abusi che, stando al racconto, continuarono per quattro anni nei quali «ho cercato – ha spiegato Giada – di allontanarmi da lui: ho abbandonato il coro e anche la scuola e gli amici ma lui riusciva, con i suoi modi dolci e subdoli, sempre a tenermi vicino. Oggi, però, mi ritrovo senza diploma e senza amici: mi ha rovinato la vita per sempre».
    All’epoca Giada riuscì a trovare la forza di raccontare la sua storia a una corista la quale ricevette un sms di conferma, sulla questione degli abusi subiti da Giada, proprio da Don Marino: «Ciao xxxx, quello che ho fatto è imperdonabile la colpa è solo mia e non ci sono scusanti perché lei è minorenne e poi perché io sono sacerdote. Vi chiedo perdono, perché ho fatto del male a lei, che invece di proteggere e aiutare a crescere l’ho rovinata e ho fatto del male a te perché ho sconvolto la tua vita ma soprattutto la tua anima e il tuo spirito. Ma una cosa è certa: stavo male ogni volta che stavamo insieme perché mi rendevo conto di tutto e dell’incoerenza nella mia vita e pregavo per lei perché potesse incontrare un bravo giovane e per me chiedevo al Signore e alla Mamma celeste la forza di superare questa situazione e imploravo ogni giorno la sua misericordia. Da quando il Signore mi ha dato la grazia di essere più forte e non cedere alla tentazione ho continuato a pregare invocando il suo perdono per noi due. Ed ora chiedo perdono a te per il male che ti ho fatto. Come posso mancarti di rispetto se ti ritengo una persona eccezionale e che il Signore ti ha scelto per aiutare la ragazza in questo momento difficile e far prendere ancora coscienza a me del male che le ho fatto? Ti sono e ti sarò sempre grato per aver trovato la forza di parlarmi e per preghiera che hai fatto in questo tempo per me. Ti benedico e prego per te».

    La D’Urso ha inoltre ricordato di come Giada abbia scritto più volte al Santo Padre affinché prendesse a cuore la sua storia. Lettere che però non hanno mai ricevuto risposta. «Ho scritto diverse lettere al Papa, una glielo ho consegnata anche di persona – ha raccontato la Vitale – ma non ho mai ricevuta risposta. Il Papa, pubblicamente, chiede sempre e solo scusa per gli atti di pedofilia commessi da preti ma in concreto non fa nulla. Ma perché, invece, non li caccia dalla chiesa a calci nel sedere?». All’appello si è associata anche la D’Urso che ha aggiunto: «non è tollerabile che un prete che confessa di aver abusato di una ragazza possa continuare a celebrare le proprie funzioni religiose come nulla fosse successo». Funzioni che non è chiaro se abbia ripreso a svolgere, se dopo una sospensione di due anni abbia ripreso a celebrare messa. Dallo studio della trasmissione è partito un servizio che ha condotto l’ inviata della trasmissione fino al monastero di Santa Scolastica. L’inviata ha incontrato un confratello dell’ex parroco di Portocannone, al quale chiede se lo conosce e cosa faccia durante il giorno. «Certo, lo conosco – ha spiegato – durante il giorno volge alcuni lavoretti e rimane chiuso nella sua stanza». A questo punto, la giornalista ha chiesto di incontralo per potergli parlare e chiedere se abbia ripreso a celebrare messa, ma don Marino non c’è. « In questo momento non c’è: è fuori con l’Abate a fare alcuni commissioni» ha concluso il confratello.

    Alessandro Corroppoli

    http://www.primonumero.it/attualita/news/1487189211_portocannone-giada-vitale-torna-in-tv-sugli-abusi-di-don-marino-chiedo-giustizia.html

  • Non è Lussuria

    Non è Lussuria

    Cecilia M. Calamani

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi» (Federico Tulli, giornalista autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”, L’Asino d’oro 2014).

    In effetti la Chiesa cattolica ancora annovera l’abuso di minore tra le violazioni del VI comandamento («Non commettere atti impuri») al pari di qualsiasi atto di piacere sessuale non finalizzato alla procreazione (inclusi masturbazione, prostituzione, rapporti tra adulti consenzienti). Atti ‘lussuriosi’ appunto, non orrendi crimini contro minori da denunciare alle autorità civili. È per questo che il titolo dell’ultimo libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Lussuria” (Feltrinelli, gennaio 2017), lascia sgomenti ancor prima di iniziarne la lettura. La grancassa mediatica che accompagna il giornalista dell’Espresso processato in Vaticano lo scorso anno per “Avarizia”, infatti, ci ha informato ben prima dell’uscita del volume quale fosse, nonostante il titolo, il tema di indagine.

    Ma violentare un bambino, per di più sfruttando l’autorevolezza spirituale che deriva dall’indossare una tonaca, non può essere etichettato, se pur da un titolo che deve dare continuità a una serie, un atto di ‘lussuria’. È come se un libro sulla violenza maschile contro le donne esercitata con finalità distruttive quando non omicide si intitolasse “Passione”, termine barbaramente utilizzato dai media nostrani per descrivere il ‘motivo’ che porta un uomo a uccidere una donna. La passione, come aspetto dell’amore, non può portare ad ammazzare una persona così come la ricerca smodata del piacere dei sensi non può portare all’abuso di un fanciullo. Non si tratta di disattenzioni lessicali: il linguaggio costruisce la realtà stessa che si vuole comunicare e veicola il messaggio finale inserendolo in uno schema culturale diffuso. Finché il paravento del peccato continuerà in qualche modo a salvare nell’immaginario collettivo i predatori di bambini e quel sistema omertoso di protezione che per decenni ne ha impedito la consegna alla giustizia civile, saremo ben lontani dal risolvere un fenomeno sistematico che affonda le sue radici profonde nella stessa cultura cattolica.
    Il sottotitolo di “Lussuria” è in questo senso anche più grave del titolo: “Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”. Come a dire, i preti sono uomini, non santi, e quindi possono peccare come tutti. Il che rafforza quel concetto subdolo e inaccettabile, brandito sistematicamente dalle gerarchie cattoliche, secondo cui l’abuso di minore è soprattutto un’offesa a Dio e di conseguenza all’istituzione che lo rappresenta.

    Quanto al contenuto, il volume propone una carrellata di casi e documenti per lo più noti riportati dalla stampa italiana ed estera, dai rari libri-inchiesta finora pubblicati in Italia e anche dai siti delle associazioni dei sopravvissuti (una per tutte Rete l’Abuso). Ha tuttavia il pregio innegabile di fornire al grande pubblico una visione di insieme di un fenomeno che, frammentato dalle cronache, non appare mai nella sua profonda gravità di vero e proprio sistema strutturale. A partire dai violentatori per finire ai vertici ecclesiastici, e senza risparmiare responsabilità all’attuale papa e al suo predecessore, Fittipaldi ricostruisce i fatti inserendoli in quel reticolo gerarchico di omissioni, insabbiamenti e coperture che a tutti i livelli svela una Chiesa più preoccupata di difendere la sua immagine che di tutelare le vittime. Con l’avallo, almeno in Italia, dello Stato, che al contrario di Paesi come l’Australia, l’Irlanda, gli Usa, il Belgio e l’Olanda non ha ancora istituito una commissione governativa per indagare sulla diffusione di un crimine che non può essere gestito nel segreto dei tribunali ecclesiastici – se e quando i casi arrivano a un processo canonico – o con lo spostamento di diocesi in diocesi degli abusatori. Una mancanza, per altro, già denunciata negli ultimi anni dalle associazioni di vittime, dal radicale Maurizio Turco, dal collega Federico Tulli e da poche altre, inascoltate, voci.

    Se da una parte le accuse alla Chiesa del giornalista sono durissime e senza possibilità di replica (basti pensare ai curricula di insabbiatori di abusi dei tre più fidi uomini di Bergoglio, i cardinali Pell, Maradiaga ed Errázuriz, o alle accuse, sempre rivolte a Bergoglio, di tradire nei fatti la tolleranza zero che declama a parole), dall’altra quel filo ambiguo che si evince dal titolo permane in tutto il libro, a suggerire una confusione tra peccato e reato che può trarre in inganno, in alcuni tratti, il lettore meno accorto. Il problema, sembra banale rimarcarlo, non è morale ma penale. Eppure nel testo varie ambiguità inquinano il messaggio e ribaltano la prospettiva criminale nella quale si colloca dando l’idea che la pedofilia sia un problema interno alla Chiesa perché insito nel tradimento dei suoi valori. Torniamo, cioè, all’infrazione del VI comandamento, che pericolosamente accomuna pedofili, omosessuali e preti che nonostante il voto di castità non vogliono rinunciare ai piaceri della carne.
    Passaggi come «condannato a più di quattro anni da un pm italiano che ha individuato più di un centinaio di peccati capitali» o «gli investigatori stanno indagando su una sessantina di possibili atti di lussuria» o ancora definire «preti lussuriosi» pedofili o frequentatori di saune gay o ricattatori a sfondo sessuale, sono licenze che confondono il lettore portandolo a inserire nella stessa categoria etica stupratori di bambini, libertini o comuni delinquenti. Ma soprattutto, rendono labile quel confine, ben netto invece, tra codice penale e regole religiose.

    Questo quadro bivalente in cui la ferrea denuncia si alterna alla confusione tra il piano della moralità e quello del crimine, culmina con il quarto e ultimo capitolo del libro, “La lobby gay”, in cui Fittipaldi riporta le prove di un sistema di potere interno, basato sulla comunanza di gusti sessuali, per il controllo politico ed economico del Vaticano. Sistema la cui esistenza sarebbe stata ammessa persino da Ratzinger e Bergoglio. Cosa ha a che fare con la pedofilia clericale? Ovviamente nulla. Ma parlarne in questa sede suggerisce una pericolosa quanto antiscientifica conclusione, per altro quella che la Chiesa ha sempre insinuato per dare dignità alla sua dottrina omofoba e giustificare al tempo stesso gli abomini commessi dai chierici sui più piccoli: tra omosessualità e pedofilia c’è un legame palese. Tesi che lo stesso autore critica aspramente pur rinunciando, nei fatti, a dipanare ogni dubbio nei suoi lettori.

    Cecilia M. Calamani

  • Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano l’inferno

    Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano l’inferno

    In “Lussuria” di Emiliano Fittipaldi un’indagine sulla pedofilia nella Chiesa

    di PAOLO CENDON

    II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria”(Feltrinelli, pagg. 208, euro 16,00), tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

    Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.

    Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

    Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».

    Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

    E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

    I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

    Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.

    E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima. Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento? Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?

    Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2017/02/09/news/orchi-in-parrocchia-le-vittime-di-abusi-raccontano-l-inferno-1.14853287