Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: omertosi

  • Papa Francesco e i cattolici: “Lo avevamo tanto amato” ma non rispettato, la sua tomba la conta lunga

    Papa Francesco e i cattolici: “Lo avevamo tanto amato” ma non rispettato, la sua tomba la conta lunga

    Morto un Papa se ne fa un altro, qualunque sia vien bene anche se è tanto al chilo.

    E così Bergoglio esce di scena come gli altri e l’ipocrisia irrispettosa del fan club ora tifa Leone XIV l’esperto di insabbiamenti, che l’ex fan club di Bergoglio dice siano fake news.

    E mentre i più devoti lacrimano sulla tomba di Francesco, parliamo appunto della tomba e del fatto che ci sarà pure un aldilà al quale pare non credano neppure i cattolici che infatti contano sulla certezza che oramai Bergoglio non si lamenta.

    Nel testamento l’ex Papa uscente aveva espresso la volontà di una lapide di ardesia ligure, come raccontato dal TG3 Liguria alla sua morte – La tomba di Papa Bergoglio sarà in ardesia, pietra della Fontanabuona

    E’ stato lo stesso Pontefice a esprimere questa ultima volontà, a omaggio delle sue origini liguri. “Siamo disponibili e molto orgogliosi di questa scelta”, dice la presidente del distretto.

    Ma poi la materia prima “introvabile in Liguria” tra gli omertosi silenzi stampa e il cattivo gusto per la scelta del colore nero che fa tanto da morto, siccome la certezza che Bergoglio non si sarebbe lamentato, la lapide in ardesia “introvabile e di pessimo gusto” si è trasformata pietra.

    Non è un miracolo no no, è solo la mancanza di rispetto per quel pontefice a chiacchere tanto amato, ma con un pessimo gusto e così, come sempre il TG3 racconta, qualcuno ha deciso di optare per – La pietra di Finale per la tomba di Papa Francesco, sull’ardesia è mistero.

    Mentre il consorzio ligure dell’ardesia attende ancora indicazioni dal Vaticano, per il sepolcro è stata usata la cosiddetta pietra di Finale.

    Alla fine, rispetto a parte è sempre una pietra ligure… è persino umile, più di così si muore…

  • Pedofilia, polemica Cei-Procura Tivoli: “omertosi? Falso” – Zuppi replica ai PM

    Pedofilia, polemica Cei-Procura Tivoli: “omertosi? Falso” – Zuppi replica ai PM

    “La Chiesa italiana non puo accettare accuse di atteggiamenlo omertoso“. Questa la rispsta del cardinale e presidente della Cei, Matteo Zuppi, alle parole del procuratore di Tivoli, Francesco Menditto, che ha definito la condotta dell’autorità ecclesiastica “di omertà ambientale, molto simile a quella mafìosa“.

    Menditto si riferisce alle accuse di abusi a carico di un insegnante di relìgione di Tivoli, pervenute all’autorita ecclesiastica nel 2019 e nel 2021 e di cuì la diocesi non avrebbe tenuto opportunamente conto. Tanto che quando il caso e arrivato all’attenzione delle forze dell’ordine, le ricostruzioni sarebbero state incomplete e inutilizzabili per un’indagine.

    La Procura ha recentemente scoperto, a seguito della denuncia di una delle vittime, oggi maggìorenne, che il professore per anni avrebbe abusato di almeno quattro ragazzi, tutti maschi, di età compresa, all’epoca dei fatti tra i 10 e i 15 anni.

    Tuttavia nelle ultime ore sono emrse le storie più recenti di altre due presunte svittime sulle quali la Procura si è immediatamente messa al lavoro.

    Il docente – che ricopriva anche ruoli apicali in diverse associazioni religiose – è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di violenza sessuale aggravata.

    Il Gip nelle esigenze cautelari ha evidenziato che esse si sono rese necessarie per “il concreto e attuale pericolo di reiterazione delle medesime condotte criminose” . Inoltre aggiunge il Gip, “l’uomo presenta totale incapacitità di contenere gli impulsi.”Alessandro Frateschi  Mirko Campoli

    Da IL FATTO QUOTIDIANO 

  • Racconto di un incubo

    Racconto di un incubo

    Ho conosciuto padre C. R. (anche se non so come lo si possa chiamare tale) nell’autunno del 2007 nell’oratorio della mia parrocchia. Sin dall’inizio notai che mi guardava in un modo molto particolare, che mi pareva diverso dalle altre, mi faceva sentire speciale, come se fossi su un piedistallo.

    Avevo sedici anni all’epoca, con tutte le insicurezze del caso, quindi ero sicuramente appagata da tali attenzioni nei miei confronti. Da subito si insinuò nella mia vita. Entrò a casa mia, anche senza invito, con la felicità di tutta la mia famiglia, ma tutti sapevamo benissimo che lui veniva per me. Entrò anche nella mia camera, e così nella mia intimità. Per me era un confidente, una persona su cui poter sempre contare, che nutriva per me un affetto particolare e questo affetto era del tutto ricambiato.

    Fu solo dieci anni dopo, in agosto, quando già da un anno era diventato il mio padre spirituale e mi ero trasferita in un istituto religioso da lui consigliato per un discernimento vocazionale, guarda caso proprio vicino alla sua parrocchia di Oristano, che lui mi infilò per la prima volta le mani nelle mutande. Stavamo tornando dal mare, avevamo trascorso una serata che si poteva definire piacevole, se non fosse che lui mi aveva baciato, sulla bocca, davanti agli occhi indiscreti e forse inorriditi delle persone circostanti, con mia grande vergogna e imbarazzo, visto i 22 anni di differenza di età.

    Io solo il giorno dopo riuscii a reagire, e la mia reazione fu assolutamente negativa. Pretesi che non succedesse più, ma lui in tutta risposta mi disse che, visto quello che provavamo, visto che, a sua detta, eravamo innamorati, magari ci saremmo dovuti sposare.

    È molto subdola la manipolazione e gli si può dire tutto, ma non che non fosse un bravo manipolatore. Con le sue parole e i suoi gesti riusciva ad ottenere tutto ciò che desiderava. E soprattutto sapeva scegliere bene le sue prede, persone fragili, che anche volendo, come era il mio caso, non sarebbero state capaci di scappare.

    Il suo comportamento, quello che sembrava affetto nei miei confronti, le attenzioni che mi dava, sembravano legittimare ogni suo gesto. Lui mi faceva sentire come se io fossi in debito nei suoi confronti, come se in qualche modo gli appartenessi. Questo fu l’inizio della fine, perché alle pacche sul sedere che non faceva mai mancare, ai baci, alle moine, si aggiunsero tutti i gesti di natura sessuale, a cui a volte rispondevo, ma che per la maggior parte delle volte subivo.

    Tutto questo succedeva per la maggior parte durante gli incontri di direzione spirituale nel suo ufficio, ma anche ogni qual volta ci trovassimo soli in una stanza. Ogni volta lui chiudeva a chiave la porta e quello era il segnale che stava per succedere qualcosa. Durò per 17 mesi, mesi infiniti e non c’è stato un giorno di questi mesi in cui io non piansi.

    Lui lo sapeva, conosceva tutta la mia sofferenza, gliela raccontavo ma reagiva per la maggior parte delle volte con indifferenza. Volevo che finisse tutto, ma non avevo la forza di scappare. Sin dal dicembre del 2017 esternai il bisogno di parlarne con qualcuno, avrei voluto dirlo a un frate amico, che mi conosceva bene e sapevo mi avrebbe potuto aiutare. Ma lui me lo impedì. Mi trovavo rinchiusa, disperata, stavo lentamente morendo.

    Tutto finì quando cambiai padre spirituale e dopo qualche mese riuscii a parlarne. Fu lì che i due si confrontarono e la storia fu troncata. Per me fu una liberazione, anche se lui non cambiava il modo di approcciarsi a me o di guardarmi, ma almeno non allungava le mani.

    Posso dire di essere tornata a vivere una volta abbandonato l’istituto nel 2019. Ho iniziato un percorso di psicoterapia che mi ha salvato e che ancora seguo. Ma ancora non mi do pace.

    Dall’estate del 2020 ho tentato di denunciare questi fatti e per mio garbo ho provato a farlo tramite il tribunale ecclesiastico, fidandomi della chiesa e pensando di trovare persone caritatevoli e giuste. Non ho trovato che porte in faccia. La prima dal tribunale stesso e dal vescovo che, da quanto intuito da una mia fonte, non fece partire un processo per paura di “incrinare” i rapporti con la famiglia francescana.

    Poi dal provinciale stesso, che mi fece tante promesse per darmi un contentino, ma non fece neanche una delle cose dette. Mi sono anche appellata alla Curia generale dei frati cappuccini, alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e al Dicastero per la dottrina della fede ma le risposte parevano un copia e incolla, dicendo che fossero state prese le misure necessarie.

    Ma quali misure?

    Qua c’è bisogno di giustizia e di un serio cambiamento, non solo da parte di padre C., ma da parte della chiesa tutta. La chiesa in cui io credevo, la chiesa di Gesù Cristo, era misericordiosa, libera, giusta.

    Quella che vedo è invece un cumulo di serpi, piena di sotterfugi e omertosi. Se è questa la realtà, io la combatterò fino alla fine.

    Lettera firmata cristiano raspino

  • Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    di Giorgio Gandola – Colpa del superlavoro, del navigatore rotto e del River Plate. Sono i tre motivi che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha elencato davanti al collega Oscar Cantoni per motivare la nomina di quest’ultimo a cardinale e l’ennesima beffa subita.

    Una scena spiacevole avvenuta nel duomo di Como davanti a 500 fedeli in raccoglimento per la cerimonia più solenne: la concessione ufficiale della porpora all’amato vescovo della città. Molti hanno commentato il discorso delpiniano come una “scherzosa protesta”, una “divagazione ricamata sul filo dell’ironia”; in realtà si è trattato di uno sberleffo pubblico che in 400 anni mai era risuonato nella cattedrale intitolata a Santa Maria Assunta.

    Un accadimento che a Como nessuno dimenticherà, un affronto soprattutto a Papa Francesco che ha nominato Cantoni e non Delpini, perché “nemmeno la Trinità conosce cosa pensi un gesuita”. Il giorno dopo il siluro coram populo è permeato  di un silenzio assordante: il neocardinale è molto amareggiato ma, come si rileva nel vescovado lariano, “non ha nessuna intenzione di scendere in polemica e rovinare un momento così speciale per l’intera comunità comasca e valtellinese”. In Vaticano, dove tutti hanno visto il video e letto i report, lo scandalo dell’augurio al confratello trasformato in stand up comica è soffocato in nome della fratellanza della tonaca. Ma nelle sacre stanze c’è chi se l’è legata al dito. Una scena con accenti da Maurizio Crozza, i vescovi che gli facevano ala si sono esibiti in risate di approvazione che hanno aggiunto imbarazzo a imbarazzo. Il solo cardinal Francesco Coccopalmerio è rimasto pietrificato da ciò che stava ascoltando.

    Le tre ragioni elencate dall’arcivescovo di Milano per giustificare la scelta e legittimare il sorpasso sarebbero state: “Il Papa pensa che l’arcivescovo di Milano sia troppo occupato e ha voluto dare un po’ di lavoro anche al vescovo di Como”, “Il Papa pensa che il metropolita bauscia di Milano non sappia nemmeno dove sia Roma e sarebbe meglio non coinvolgerlo nel governo della Chiesa universale”, “Il Papa è tifoso del River Plate (in realtà del San Lorenzo de Almagro, tessera numero 88.235, ndr) che è una squadra che non vince e per affinità ha scelto Como, una città che non ha una squadra di calcio vincente perché lo scudetto è a Milano”. Tutto questo a un metro dal raggelato neocardinale Cantoni. Come ridurre tutto a una macchietta. Chissà perché torna alla mente la frase di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”.

    Delpini ha deciso di accendere la miccia, nascondendo la frustrazione dietro il sarcasmo, con una domanda retorica: “Quali sono i motivi che hanno spinto il Papa a imporre la berretta a un vescovo lombardo e non al suo rispettivo metropolita?”. Si è risposto da solo: superlavoro, navigatore rotto e football. Ma questo è folclore, ovviamente.

    Fra le cause del declassamento ce n’è una inconfessabile, che il nostro giornale ha raccontato dall’inizio alla fine: le responsabilità oggettive dell’Arcidiocesi nella gestione del caso di pedofilia sacerdotale che ha visto protagonista don Mauro Galli, condannato in secondo grado a cinque anni e sei mesi per abusi sessuali su un adolescente a Rozzano. La Cassazione ha rimandato il processo in Appello per un vizio di forma e c’è il rischio concreto che la sentenza venga congelata dalla prescrizione.

    Al tempo dei fatti (dicembre 2011) Delpini era vicario episcopale e invece di proporre l’apertura dell’ “indagine previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico per accertare i fatti) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con potenziali giovani vittime. Un atteggiamento che il Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e agli altri prelati, cosiddetti omertosi o insabbiatori. Lo stesso Francesco aveva nominato Delpini arcivescovo nel 2017, quando il caso non era ancora arrivato in tribunale a Milano. E quando i pochi giornali che ne parlavano (noi in prima fila) venivamo additati dalle alte sfere della comunicazione ecclesiastica come dei “divulgatori di fake news”.

    Ecco perché la vicenda comasca non è fine a se stessa ma ci riporta nella terra di mezzo di peccati e peccatori. È difficile che le scelte del Papa non tengano conto del pregresso. L’arcivescovo metropolita lo sa e forse si sente al capolinea. Ma stando a Milano può sempre rivincere lo scudetto.

    (trascrizione da La Verità del giorno 3 settembre 2022)

  • No dei vescovi all’indagine in Italia: l’ira del Papa

    No dei vescovi all’indagine in Italia: l’ira del Papa

    «È inutile fare i mea culpa istituzionali, dobbiamo concentrarci realmente sulle vittime di pedofilia, altrimenti non faremo altro che continuare a morderci la coda». Nei palazzi del Vaticano non si parla d’altro: si respira rabbia, vergogna, ma si usa anche un tono polemico, come chi deve lottare contro l’immobilismo di troppe persone che sulla questione degli abusi stanno ancora a braccia incrociate.

    Dopo l’ennesima bufera sulla Chiesa, questa volta quella tedesca che con una commissione indipendente ha scoperchiato 497 casi di pedofilia nella diocesi di Monaco e Frisinga tra il 1945 e il 2019, tra la residenza di Papa Francesco e i vari uffici preposti della Santa Sede, si studiano i prossimi passi in avanti da fare, per evitare che sul tema «Chiesa e abusi», tutto rimanga ancora fermo per troppo tempo. Le parole d’ordine su cui il Pontefice chiede di concentrarsi sono «vicinanza e tenerezza», soprattutto verso chi è stato abusato. Con una raccomandazione importante: non siano parole da utilizzare soltanto in un sermone, ma che siano messe in pratica davvero, senza indugi. Soprattutto da quei preti che pubblicamente parlano di pedofilia come una piaga ma poi non fanno nulla per combatterla. «A che cosa serve che il Santo Padre continua a invocare questi atteggiamenti teneri e vicini se poi questi non vengono esplicitati in gesti concreti verso chi ha subito abusi?», si interroga un alto prelato vicino a Bergoglio, «Dobbiamo passare a una sorta di «Fase 2», in cui le vittime diventano il centro di tutto e non siano viste soltanto come delle persone da cui scappare e di cui aver paura».

    In effetti, dicono in Vaticano, che c’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto perché, anche in Italia, si fatica a seguire il cammino intrapreso da Francia e Germania per tirare finalmente fuori i propri scheletri dell’armadio. La proposta di istituire una commissione indipendente sugli abusi anche per la Chiesa italiana era stata sollevata nel corso dell’Assemblea Generale straordinaria dei vescovi del novembre 2021 ma la maggioranza dei presenti ha espresso parere negativo: niente commissione per il momento, con grande rammarico, raccontano, del presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni. «Forse è successo per una questione di paura o forse perché ancora non siamo pronti, come lo sono i confratelli francesi e tedeschi, ad affrontare un peso così importante», confida adesso a Il Giornale uno dei vescovi che era presente a quella riunione, «è chiaro che dobbiamo scrollarci di dosso ogni possibile tentazione a essere omertosi e scoprire cosa è successo anche in passato; il Papa e soprattutto i fedeli sarebbero felici se lo facessimo».

    In effetti Francesco, da diverso tempo, ha chiesto e sta ancora chiedendo che si faccia pulizia, che si dialoghi con le vittime e che si possa lavorare insieme a loro per scoperchiare il marcio che ha colpito la Chiesa.

    In occasione della pubblicazione del rapporto sugli abusi in Francia, lo scorso ottobre, il Pontefice aveva usato parole molto chiare, incoraggio e invitando i vescovi e i superiori religiosi a continuare a compiere tutti gli sforzi «affinché drammi simili non si ripetano». E aveva parlato di «prova salutare», invitando i cattolici francesi ad assumersi le proprie responsabilità per garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti. Per quanto riguarda il rapporto pubblicato ieri in Germania, Papa Francesco, da quanto spiegano in Vaticano, attenderà la prima occasione utile per manifestare vicinanza alle vittime.

    Intanto alcune copie del dossier che conta mille pagine ed è suddiviso in tre tomi, sono già state recapitate in Vaticano, anche perché il 94enne Papa emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, tirato in causa nel report, possa analizzarlo e fare tutte le valutazioni del caso.

    https://www.ilgiornale.it/news/politica/no-dei-vescovi-allindagine-italia-lira-papa-2003820.html

  • Biografia di Francesco Zanardi – La recensione di Michele Del Gaudio

    Biografia di Francesco Zanardi – La recensione di Michele Del Gaudio

    di Michele del Gaudio – “Francesco Zanardi – biografia di Cristina Balestrini… Lo trovi su AMAZON – EDITORE

    “Lasciate che i bambini vengano a me” (Luca 18,16) dice il mio amico Gesù ed io vedo Francesco, anche oggi, nei suoi cinquantun’anni, fra quei bambini.

    Consiglierei però a Gesù nel prossimo Vangelo di rivolgersi a bambine e bambini, perché la Costituzione ha sancito la parità di genere! Anche se in tanti la calpestano.

    Non c’è da meravigliarsi che Gesù sia mio amico: gli parlo tutti i giorni! Non perché sia Dio, ma perché credo profondamente nel suo insegnamento e tento di praticarlo, anche se non riesco a credere che sia Dio.

    Sono un non credente come Francesco! Anche se David Maria Turoldo afferma: “Molti credenti non sanno di non essere credenti. Molti non credenti non sanno di essere credenti”. Allora anche Francesco ed io forse siamo credenti! E possiamo dialogare con Gesù!

    Il Nazareno è protagonista in questo libro: un sacerdote distrugge la vita di Francesco, ma è un altro sacerdote a ricostruirla e a dimostrare che, se c’è Giuda, c’è anche Pietro! Il male e il bene competono nelle giornate di tutte, tutti noi; il male aggredisce soprattutto nel buio, ma neanche il bene riposa e… anche alla notte più tenebrosa segue sempre il giorno.

    L’autrice è Cristina Balestrini, collaboratrice, colonna, madre, figlia di Francesco, il quale autografa direttamente alcuni capitoli. Il figlio di Cristina ha subito lo stesso calvario di Francesco… e di Gesù… il tormento è identico qualunque sia la causa e la forma.

    Il racconto scorre agile, comprensibile, trasparente, pur contenendo eventi atroci e riflessioni psicologiche, sociologiche, filosofiche, giuridiche… che però non ledono il coinvolgimento della lettrice, del lettore, che assaporano anche una poesia invadente e discreta, cruenta e quieta, prepotente e catartica.

    Francesco è una persona “scomoda”, si è arrampicato per vie inesplorate, già impervie ma incattivite dagli omertosi, insanguinate da coscienti aguzzini, puntellate da presunti cherubini.

    La tribù egoista e superficiale evita la scabrosità, predilige l’inerzia del silenzio, a volte assassino, la navigazione subacquea che non specchia, se non sbrigative maldicenze.

    Eppure si incontrano personaggi straordinari, come Stefano Milano, che rappresenta la tragedia di Francesco, e delle “sue figlie”, e dei “suoi figli”, più di novecento, accanto agli scaffali dei “suoi ospiti” cartacei, lampanti ed enigmatici, oppure nella piazze assolate ed assetate di saperi, ideali, sentimenti. (Pag. VI)

    E la magistrata Maria Monteleone (Pag. 128-130), stimatissima amica, con la quale ho condiviso il maestro, il giudice Mario Almerigni, che ci ha insegnato a combattere anche perdendo, perché è nell’impegno la “beatitudine”, a prescindere dal raggiungimento dell’obiettivo.

    E Luisa Bonello, che, “nell’esercizio della professione… si imbatte in alcune vittime… e come medico accoglie tutto il loro malessere, come cattolica accoglie tutto il loro dolore” (Pag. 75 ss..); giunge al sacrificio supremo, causato dalle sue denunce… ma chi la trafigge di lingua o di spada resterà negletto… mentre l’eroina è sì morta per la vita, ma è viva per la morte… viva finché è nel pensiero, nelle conversazioni, nelle scritture…

    La citazione di Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”, giunge a proposito, perché un vanto di Francesco è il rifiuto della maschera. Fino a trent’anni è stato costretto ad indossarla, anzi ad indossarne diverse: è il bravo chierichetto per don Carlo Rebagliati, l’amante in catene per don Nello Giraudo, il bambino introverso per la madre, il figlio adottivo imposto per il padre, l’amico di giochi, il compagno di scuola, il riparatore… prima di oggetti… oggi di viventi.

    La storia di Francesco è articolata, crudele, spietata, tormentata, implacabile, ineluttabile, intransigente, inattesa, lenta, graduale, inimmaginabile, imprevista, sorprendente, progressiva, tangibile, altruista, straordinaria, utopistica… la sintetizzo in pochi flash che non ne abbracciano l’immensità.

    Abbandonato alla nascita, inizia una vita in salita. (Pag. 14)

    Il padre adottivo non vuole figli ed abolisce le gioie infantili, compresi i compleanni.

    La madre, succube, con una fede ossessivo compulsiva, anche in tutti i preti, suicida. (37)

    La parrocchia torturatrice, ma con lo stanzino nel sottoscala ove esplora, smonta e rimonta.

    Il sacerdote che gli fa da papà, don Carlo.

    Il sacerdote carnefice, don Nello: “… è qualcosa che ti rimane fisso nel cervello, qualcosa che, anche se vuoi e ci provi con tutte le tue forze, rimane un ricordo indelebile, ogni particolare di ogni abuso sessuale ti rimane stampato nella memoria, e negli incubi notturni ricorrenti.

    Rimani completamente gelato, immobile, non puoi sfuggire, non hai scampo”. (Pag 26)

    Nei campeggi… “i bambini tra loro non ne parlavano, era un tacito macabro segreto, tutti sapevano cosa succedeva al “prescelto” della notte…”. (27) “È difficile spiegare tutto quello che crea nella testa di un ragazzino”. (30)

    Il bimbo cresce in fretta. (6)

    Il lavoro a sedici anni e la fine dell’incubo fisico, non mentale. (28)

    Germana, la fidanzatina asfaltata da una moto a diciassette anni. (13)

    L’omosessualità scoperta a trent’anni.

    Gli amori. (19 ss..)

    La droga. (30-31)

    Cacciato di casa. (33)

    Lo accoglie don Carlo, “l’unico padre che riconosce”. (40)

    Un prete lo devasta, un prete lo salva. (41)

    La comunità. (42) “Francesco non si sente come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto”. (Pag. 46)

    Al termine è di nuovo accolto da don Carlo.

    Le vicissitudini ecclesiali e giudiziarie. (52 ss..)

    Don Nello viene finalmente condannato! 61

    Prende vita il gruppo La COLPA. Otto ragazzi che hanno in comune almeno tre cose: la sciagura mai sopita, il bisogno di fare qualcosa di concreto, il desiderio che non accada ad altri. (69) Inizia lo screening delle vittime. (70)

    Quando il martirio eterno varca i confini del fenomenico, e si annida nella sterpaglia della psiche, è sordo, costante, pneumatico, con una qualità però: riconoscerne un altro e fare squadra e partorire un’energia fanciulla che si evolve in confronto adulto fino a renderlo nuova linfa.

    Certo la sofferenza non marina mai l’esistenza, ma accanto vi cammina un brio esile, convinto, consapevole…

    Le  atrocità sono inesauribili, ma “Negli uomini, le cose da ammirare sono più di quelle da disprezzare” sostiene Albert Camus, “La peste”, e di questo Francesco si è cibato passo dopo passo, disillusione dopo disillusione, sconfitta dopo sconfitta.

    Ma a volte perdendo si vince. Di una vittoria esangue, sì, ma foriera di nuova umanità.

    “La verità vi farà liberi”. Giovanni 8, 32. “Ancora con Gesù! – mi direte -. Ma sei fissato!”.

    Sì, sono inchiodato a Gesù falegname, non alla sua deità! Ed anche Francesco testimonia Gesù nel suo agire, ed anche la Costituzione. “Ricercare la Verità e la Giustizia è… un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa e non è quella che ti aspettavi” (Pag. 115).

    Francesco, il “cercatore”, le estrae dai guadi, dalle miniere, dalle caverne dell’anima e le stende al sole, come panni puliti e profumati, perché le verità non possono essere nascoste. In genere chi ostenta certezza si allontana dalla verità, mentre chi rincorre il dubbio le si avvicina; ma negli itinerari di Francesco la verità annienta il dubbio.

    Francesco la diffonde sul mare triste e soffia sulle onde la speranza. 

    Francesco offre sostegno, rifugio, come punto di partenza per ricominciare a sorridere e sentirsi parte integrante, non scarto… “cosa si può dire ad un amico… un fratello… quando semplicemente, in modo genuino e così umile ti “consegna” un dramma (XVI)… la sua vita ha davvero qualcosa da dire: restituisce dignità e coraggio a chi ha perso la forza di lottare”. (VII).

    Nascono “Rete L’ABUSO” e poi “Rete L’ABUSO Human Rights Connect”.

    Essere sempre forti davanti a tutto e tutti ha, però, un costo emotivo non indifferente, bisogna proteggersi con una corazza… (99) sia pure ornata con bontà e generosità.

    Francesco è vittima e contemporaneamente assiste le vittime; come volontario ha l’equilibrio per analizzare e valutare le situazioni con “freddezza” e trasmettere sicurezza alle persone spesso sgomente che gli si rivolgono. Come vittima ha la capacita di entrare in empatia, facendo sentire l’altra vittima “a casa”. (99)

    L’Associazione monitora gli spostamenti dei sacerdoti, offre difesa legale alle vittime attraverso avvocati su tutto il territorio nazionale, contrasta l’isolamento che destabilizza fino all’alcolismo, alla droga ed altri comportamenti di evasione dalla sventura.

    Se non si muore di cirrosi, overdose, suicidio, si sopravvive in condizioni accettabili… non serve…  fare cose eccezionali, basta vivere onestamente, soprattutto con sé stessi, e inevitabilmente si produrrà qualcosa di positivo e di valore per l’intera società. (130-132)

    L’instancabile dedizione consente a Francesco l’approdo, come relatore, alla Camera dei Deputati e all’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite: l’Alto Commissariato per i diritti umani rivolge delle “raccomandazioni” allo Stato italiano riprendendo molti concetti dell’intervento di Francesco.

    Manca solo papa Francesco, uno dei pochi alti prelati che può scagliare pietre. Francesco papa ha la tenerezza per entrare nel cuore più torturato, come quello di Francesco crocefisso bambino, e saprà trovare, in uno dei suoi angoli reconditi, Gesù fanciullo, rintanato di stracci e sputato d’ingiurie, ma vivo, oserei dire risorto!

    In queste righe non compare il sostantivo pedofilia, perché il libro recensito non è sulla violenza ma sulla resurrezione. Francesco è risorto assieme alle sue figlie e ai suoi figli… assieme a Gesù!

    Michele Del Gaudio – http://www.micheledelgaudio.com/

  • Nonostante le premesse, in Vaticano vige ancora il segreto sugli abusi

    Nonostante le premesse, in Vaticano vige ancora il segreto sugli abusi

    La svolta storica annunciata da Francesco nove mesi fa non si è mai realizzata. Le richieste di accesso agli atti dei processi cadono nel vuoto. Come accade ai legali della vittima del caso don Galli a Milano

    di Giorgio Gandola

    Parole in libertà. Ci sono due termini che il Vaticano ha fatto propri, irradiandoli come se fossero stati colpiti da una lama di sole nella penombra di una chiesa: inclusione e resilienza. Oggi abbelliscono ogni discorso come le palline di Natale, danno un superficiale senso di profondità a ogni concetto. Non più espressioni, ma simboli. Ecco, per le vittime degli abusi sessuali da parte dei sacerdoti le due parole contano zero, sopraffatte dai loro contrari: esclusione dagli atti, fragilità nel concretizzare gli annunci di papa Francesco. Lui vorrebbe accelerare, la Chiesa rimane graniticamente ferma.

    Era dicembre 2019 quando tutti i media italiani e internazionali diedero ampio risalto a una decisione del Pontefice che, secondo le entusiastiche conclusioni dei commentatori, avrebbe cambiato per sempre i rapporti con le vittime di violenza facendo esaltare un terzo termine chiave: trasparenza. Il Santo Padre decise di abolire il “segreto pontificio” per i casi di abusi sessuali sui minori e di rendere disponibili gli atti (anche solo il verdetto) del processo canonico a carico dei preti accusati di pedofilia. Dopo la svolta arrivata a mettere il punto esclamativo sul convegno internazionale in Vaticano dedicato al delicatissimo tema, numerose vittime hanno chiesto l’accesso ai documenti attraverso i loro legali ma non hanno ottenuto nulla, né dossier né risposte.

    Un esempio concreto è quello legato al procedimento giudiziario e alla condanna in primo grado (sei anni e quattro mesi) a Milano di don Mauro Galli per l’abuso di Alessandro Battaglia, minore al tempo della vicenda avvenuta nel dicembre 2011 a Rozzano. Un caso molto dibattuto per l’opaca gestione da parte della diocesi ambrosiana e soprattutto dell’allora vicario episcopale Mario Delpini, attuale arcivescovo di Milano, che invece di proporre l’apertura dell’ “Indagine Previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con adolescenti. Un atteggiamento che lo stesso Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e ai chierici cosiddetti omertosi o insabbiatori.

    Attraverso l’avvocato Fulvio Gaballo, la famiglia della vittima ha fatto richiesta alla Congregazione per la dottrina della fede della documentazione relativa al processo canonico e di quella relativa a eventuali provvedimenti presi a carico di monsignor Delpini e di monsignor Pierantonio Tremolada (allora responsabile dei giovani sacerdoti). Silenzio assoluto da quasi tre mesi, come se il segreto pontificio fosse ancora in vigore. Silenzio assoluto anche per le altre numerose vittime italiane e straniere come sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’Abuso.

    “Purtroppo quella dell’accesso trasparente agli atti è un’altra Papa-bufala. Nove mesi dopo l’annuncio tutto è rimasto come prima; come ci confermano diversi nostri assistiti che hanno avanzato domanda di accesso, non solo non hanno ottenuto i documenti promessi, ma neppure gli hanno risposto”. Un piccolissimo passo avanti va comunque segnalato: in un paio di casi nei quali a fare la richiesta è stata l’autorità giudiziaria, la risposta è arrivata, accompagnata da scarni dossier. Precisa Zanardi: “Tranne poche carte di nessuna importanza come la consacrazione del sacerdote e qualche altro appunto, nulla di rilevante”.

    Da qualche tempo il Vaticano mira a evitare le denunce mettendo a disposizione risarcimenti in denaro con assoluto vincolo di riservatezza. All’estero la media è di 50.000 euro, in Italia nella prima fase si va da 5.000 a 25.000. E se nell’inchiesta c’è il rischio del coinvolgimento di alti prelati, si superano anche i 100.000 euro. Una brutta china.

    Eppure papa Francesco aveva puntato molto sulla rimozione del segreto pontificio per dare un segnale mondiale di trasparenza e al tempo stesso di discontinuità. Doveva essere un gesto di grande liberalità, a conferma della volontà di collaborazione della Chiesa nel combattere una battaglia giusta contro uno dei crimini più odiosi. Allora il Pontefice disse solennemente: “Dobbiamo ascoltare il grido dei piccoli che chiedono giustizia, non con semplici e scontate condanne ma con misure concrete ed efficaci per contrastare un male che affligge la Chiesa e l’umanità”. Un invito che nove mesi dopo si rivela un colpo di vento.

    La melina vaticana sui risultati dei processi canonici è determinata da un prevedibile risvolto legale: in caso di condanna, gli abusati avrebbero un’arma in più per portare nei tribunali laici i sacerdoti colpevoli.

    In ogni caso il silenzio suscita diffidenza perché, nel caso di don Galli, un’eventuale assoluzione canonica gli consentirebbe in teoria di essere assegnato a una parrocchia nonostante la condanna di un tribunale italiano. La vicenda specifica non è finita, si attende il processo d’Appello. Rete l’Abuso ha chiesto ufficialmente un sollecito perché il dibattimento venga messo in calendario dal tribunale di Milano; all’orizzonte del 2021 – in assenza di resilienza, trasparenza e inclusione – c’è il concreto rischio di prescrizione.

    (trascrizione da La Verità del 30 settembre 2020)

  • Fedeli sconvolti, il vescovo buonista ha reintegrato il prete delle orge in canonica

    Fedeli sconvolti, il vescovo buonista ha reintegrato il prete delle orge in canonica

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il prete padovano che aveva organizzato orge in canonica assieme ad un altro prete che aveva costretto alla prostituzione una decina di ragazze è stato reintegrato dal vescovo. In pratica don Roberto Cavazzana potrà continuare a celebrare la messa, dispensare i sacramenti, confessare i fedeli, impartire i battesimi, benedire i matrimoni come se niente fosse. La notizia del reintegro ha creato parecchio sconcerto nella Chiesa, tanto che la vicenda è al centro di un attento editoriale sul sito vicino al Vaticano, Il Sismografo, diretto da Luis Badilla.

    «Da giorni, perlustrando il web, troviamo molte notizie piuttosto laceranti che analizzano e commentano molto negativamente l’incredibile decisione del vescovo di Padova, Claudio Cipolla, che lo scorso 7 marzo, all’inizio della Quaresima, ha comunicato al suo clero, alla diocesi e alla Chiesa tutta di aver perdonato il presbitero Roberto Cavazzana e di averlo reintegrato nelle mansioni del ministero sacerdotale dal quale era stato sospeso».

    Il Sismografo ricorda che l’anno scorso, di questi tempi, lo stesso Papa Francesco, «tramite una lunga telefonata invitò il vescovo di Padova ad essere forte, fermo e deciso in questa orrenda vicenda che la stampa chiamò le orge in canonica e che ha coinvolto, seppure con modalità e responsabilità diverse don Roberto Cavazzana e soprattutto Andrea Conti, allora anche lui sacerdote».

    Il reintegro del prete è al centro di una lacerante riflessione relativa alla coerenza che i fedeli richiedono alla Chiesa e ai suoi pastori. «Con quali criteri di buon senso e di rispetto per i fedeli della chiesa e con quale discernimento di opportunità, Claudio Cipolla, ordinario diocesano di Padova, ha preso e amplificato una tale decisione? Come mai ha agito con questa modalità pur sapendo benissimo che l’opinione pubblica più informata non ha dimenticato chi è e cosa ha fatto padre Roberto Cavazzana, denunciato nel 2017 per aver partecipato in orge organizzate dall’ex prete Andrea Conti, accusato anche di aver fatto prostituire almeno 15 donne».

    Monsignor Cipolla, conclude Il Sismografo, deve essere di manica larga nell’esercitare il perdono. «Non abbiamo nessun dubbio sulle buone intenzioni del vescovo Cipolla, che tempo fa perdonò un altro sacerdote con le mani sporche in oscuri traffici finanziari, ma come cattolici dobbiamo dire con sincerità: lui, come tantissimi altri vescovi in giro per il mondo, sembrano di non aver preso piena coscienza che gli abusi sessuali nella Chiesa sono ancora più gravi e repellenti per l’opinione pubblica nella misura in cui vengono occultati, insabbiati o perdonati come se niente fosse. Si dovrebbe capire che il Popolo di Dio, e anche chi non è credente, è più inorridito per alcune comportamenti omertosi e poco trasparenti di membri della gerarchia cattolica che per la gravità stessa della pedofilia e delle condotti sessuali disinvolte di alcuni membri del clero». Insomma, un bruttissimo segnale.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_orge_prete_abusi_canonica_padova_vescovo-4363360.html

  • Il Papa fa tornare Scicluna (il cacciatore di pedofili) in Vaticano. Ma negli Usa è alta tensione

    Il Papa fa tornare Scicluna (il cacciatore di pedofili) in Vaticano. Ma negli Usa è alta tensione

    Città del Vaticano – Mentre negli Stati Uniti non si placano le polemiche delle vittime degli abusi, Papa Francesco prova a recuperare il terreno perduto nella lotta contro la pedofilia nominando segretario aggiunto della Congregazione della Dottrina della Fede l’ex promotore di giustizia Charles E. Scicluna, un prelato che era stato allontanato dal suo ruolo nel 2012 con una decisione che creò a suo tempo sconcerto per i modi con i quali fu deciso l’incomprensibile spostamento. Divenuto successivamente arcivescovo di Malta, Scicluna venne in seguito mandato in Cile da Papa Francesco come suo inviato per fare chiarezza sulle coperture garantite da alcuni vescovi al pedofilo seriale, padre Fernando Karadima. Dall’inchiesta di Scicluna il Papa ha rimosso ben 5 presuli cileni sugli oltre 30 che hanno offerto le dimissioni a Francesco.

    Monsignor Scicluna che ha fama di grande fermezza – come testimonia anche la sua accusa di omertà rivolta ai vescovi italiani – manterrà il suo incarico di arcivescovo di Malta ma intanto si prepara ad aiutare a gestire l’incontro tra tutte le conferenze episcopali del mondo di febbraio, un incontro che si annuncia un po’ come una specie di mini concilio, sebbene ritagliato sulle misure da adottare per debellare nella Chiesa la piaga degli abusi e i comportamenti omertosi di tanti vescovi. A suo tempo Scicluna si disse favorevole all’istituzione di un tribunale speciale per i vescovi insabbiatori ma la proposta fu accantonata in curia perchè ritenuta eccessiva e non in linea con il diritto canonico.

    La nomina di Scicluna – resa nota stamattina – non sembra però placare il clima di irritazione generale che si respira nella Chiesa cattolica americana, impegnata ultimamente ad individuare una serie di misure concrete da adottare nelle diocesi. Ad alzare la tensione è stata anche la richiesta da parte del Vaticano, di chiedere ai vescovi americani di rinviare il voto di queste nuove misure antipedofili, e di aspettare fino a febbraio, quando ci sarà la riunione di tutti gli episcopati del mondo. Le vittime negli Stati Uniti hanno vissuto questo rinvio come l’ennesima batosta che, ai loro occhi, dimostra la difficoltà della Chiesa a fare luce sui comportamenti poco trasparenti dei vertici.

    Lo stesso cardinale Daniel DiNardo non è stato affatto contento di questo rinvio. Non se l’aspettava. In una conferenza stampa non ha nascosto sconforto. «Stiamo lavorando molto bene per passare all’azione e lo faremo. Abbiamo solo un dosso sulla strada». Di Nardo ha riferito che non sa se sia stato lo stesso Papa Francesco a chiedere il rinvio a febbraio. Molto probabilmente, ha aggiunto, potrebbe essere stata la Congregazione dei Vescovi da sempre contraria all’istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare il comportamento dei vescovi insabbiatori. Quindi ha ipotizzato che un motivo della richiesta potrebbe essere legata alla necessità di modificare il diritto canonico.

    A complicare il quadro e a rendere più teso il clima è arrivata ai vescovi americani una lettera dell’ex nunzio Viganò che ha lanciato all’episcopato un appello a ignorare il rinvio vaticano e a votare le misure antipedofilia individuate: «Non comportatevi come pecore spaventate ma come pastori coraggiosi, non temete di alzarvi e di fare la cosa giusta per le vittime, per i fedeli e per la vostra salvezza. Il Signore renderà ad ognuno di noi secondo le nostre azioni e omissioni».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vaticano_abusi_usa_chiesa_scicluna_vescovi_vittime_giustizia-4104853.html

  • “Giusto tacere”, dice l’altro Viganò. Quello che fabbricava fake news

    “Giusto tacere”, dice l’altro Viganò. Quello che fabbricava fake news

    Al coro del “silenzio” sui fatti scoperchiati dall’ex-nunzio, si unisce l’esperto di comunicazione del Vaticano famoso per aver taroccato una lettera di Benedetto XVI. Il popolo dei fedeli intanto attende ancora la verità

    di Giorgio Gandola

    Undici campanili. Dalla terrazza a sbalzo sul presepe d’acqua davanti al santuario della Madonna del Soccorso, dove quell’altro ramo del lago di Como diventa magico e silenzioso, se ne contano undici. Piccole pievi dove la fede è ancora pietra angolare. Li ha innalzati il popolo di Dio in duemila anni di cristianità e da qui è più facile osservare l’orizzonte, andare oltre la canea delle polemiche che mettono in imbarazzo la Chiesa.  Non è ai cosiddetti cani mediatici che il Papa nega una risposta, una parola di verità sul memoriale Viganò, ma a questi uomini e donne, a questi fedeli perplessi, che continuano a salire fin qui sotto il sole a picco per confrontarsi con la bellezza assoluta.

    Lobby gay, pedofilia, torbidi maneggi curiali denunciati con puntualità. È troppo facile sbarazzarsi dell’ansia di verità con la formuletta dei benedettini, quel “silenzio e preghiera” fuori dal tempo che oggi – nella società della comunicazione – significa omertà. È troppo comodo lasciare che la violenza continui a scorrere nelle penombre vaticane additando chi solleva il tappeto per mostrare la polvere come nemico da abbattere a colpi di alabarda. È troppo riduttivo seguire il grido indignato di Avvenire, che da giorni fa la lista dei buoni e dei cattivi. I buoni sono coloro che custodiscono il silenzio turbato del Papa, i cattivi sono coloro che chiedono di illuminare il problema, di accendere la luce che lo stesso Pontefice auspica quando apre le imposte di quella finestra a San Pietro, ogni mercoledì.

    Lo scritto di Viganò ha colto nel segno, per il bene della Chiesa. Non si tratta solo di fare luce sull’omosessualità praticata da numerose tonache che si autoassolvono andando contro il dettato di castità, ma di estirpare la mala pianta della pedofilia troppe volte coperta quando si tratta di un nome, una vittima, una storia scabrosa. Mentre i cani da guardia consigliano ai fedeli di guardare altrove, i fatti si ostinano a smentire i princìpi astratti.

    Perché è un fatto che il cardinale Theodore McCarrick abbia imperversato nonostante Francesco. È un fatto che monsignor Battista Ricca, pur con un imbarazzante curriculum coperto dalla lobby gay, continui a far parte del cerchio magico del Pontefice. È un fatto che mille bambini negli Stati Uniti sono stati vittime di violenze sessuali da parte di 300 preti, come ha rivelato il procuratore della Pennsylvania, Josh Shapiro, aggiungendo: “Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi”. È un fatto che, anche in conseguenza di questo, oggi sono molti gli alti prelati americani che sottoscrivono il memoriale Viganò sul sito lifesitenews.com. Vescovi del Texas, Wisconsin, California, Hawaii, Arizona, Illinois, Oklahoma, Colorado, Virginia, Ohio, Rhode Island chiedono trasparenza. Adottare la furbesca arte del silenzio come impone Avvenire significa sfiorare il grottesco, mettersi nei panni di Ugo Tognazzi nel Federale quando, tornato nella Roma liberata, si ostina a ripetere: “Quanti prigionieri americani ci sono in giro!”. La forza della verità è sempre stata il motore del popolo cattolico. Ed è a quel popolo che si devono risposte.

    Perché è ancora un fatto che l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, perseguito per omissione su casi di pedofilia, rischia un processo. È un fatto che il procuratore francese vorrebbe ascoltare sul tema il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per due volte ha inviato Oltretevere l’invito a comparire. Ma per due volte gli è tornato indietro.

    È un fatto – e che fatto – che monsignor Mario Delpini cercò di chiudere lo scandalo di un giovane prete che aveva portato un minorenne “nel lettone” (in seguito il ragazzo tentò più volte il suicidio) mandando il sacerdote a occuparsi di adolescenti in un’altra parrocchia. Delpini è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da Francesco nel 2017.

    Eppure Bergoglio, firmando il motu proprio intitolato Come una madre amorevole, aveva sottolineato la possibilità di rimuovere dall’ufficio ecclesiastico vescovi colpevoli di comportamenti omertosi.

    La conferma che una parola di verità fuori dal copione sia liberatoria arriva, per contrapposizione, da un prete chiacchierato, uomo di potere e di curia, il Viganò sbagliato che di nome fa Dario e che proprio ieri ha deciso di rompere il suo doveroso silenzio. “Alimentare questo circolo del detto e non detto è sbagliato, lo stile giusto è silenzio e preghiera”, ha suggerito il presunto esperto di comunicazione della Santa Sede costretto alle dimissioni per quella lettera di sostegno a papa Francesco da parte di Benedetto XVI, poi risultata manipolata.

    Come una madre amorevole. E allora si torna alla fine del bosco in quel centro lago manzoniano, percorso dai pellegrini di ogni nazionalità. Prima di salire al santuario della Madonna del Soccorso si toccano 14 cappelle; la quinta è dedicata alla disputa di Gesù con i dottori del tempio. Con il potere. I fedeli si fermano a tergersi il sudore e pregano. Pregano anche per il Papa, come chiese lui. Per la sua santità e perché quel silenzio finisca.

    (trascrizione da La Verità del 7 settembre 2018)