Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I Focolari e i bambini abusati. Le accuse e i silenzi vaticani

    I Focolari e i bambini abusati. Le accuse e i silenzi vaticani

    In caso di violenza clericale, oltre alla «tolleranza zero» predicata dalla Chiesa, è ormai di rito la richiesta di perdono alle vittime. Una prassi che vale anche per le comunità ecclesiali, come dimostra la «vergogna» espressa dalla presidente dei Focolari, Margaret Karram, al momento della diffusione, il 31 marzo scorso, del primo resoconto sui casi di abusi su minori e adulti vulnerabili e di abusi spirituali o di autorità avvenuti all’interno del movimento. Nel report, in particolare, si dà conto delle segnalazioni delle violenze sui minori pervenute alla Commissione interna per il Benessere e la Tutela della persona (Co.Be.Tu) dal 2014 al 2022. I risultati indicano che dal 1969 al 2012 66 membri del movimento, in tutto il mondo, sono stati accusati di aver abusato di 42 minori (29 fra i 14 e i 18 anni e 13 con meno di 14 anni) e di 17 adulti vulnerabili.

    Fondato nel 1943 da Chiara Lubich e approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari ha la sede centrale a Rocca di Papa ed è diffuso in 182 paesi. I dati ufficiali sui membri che vivono in comunità, sia consacrati (cioè che hanno fatto voto di castità, povertà e obbedienza) che sposati, parlano di 4304 donne e 2540 uomini, a cui si aggiunge un imprecisato numero di aderenti (il sito dei Focolari parla di due milioni ma la cifra non è attendibile perché il movimento, come peraltro la Chiesa, soffre di un costante stillicidio di fedeli).

    A due mesi di distanza dalla pubblicazione dei dati sugli abusi interni, però, non si sa quali provvedimenti siano stati presi nei confronti degli autori delle violenze, né tantomeno si conoscono le circostanze, la portata e la durata nel tempo di questi abusi e, di conseguenza, nemmeno le eventuali responsabilità dei vertici del movimento. Il report comunica soltanto che di questi 66 abusatori (di cui 63 sono uomini), 20 sono stati dimessi (cioè dispensati dai voti presi), 9 sottoposti a sanzioni, 6 sospesi perché in attesa del giudizio dell’autorità ecclesiastica, 9 segnalati all’autorità giudiziaria, mentre 19 casi risultano ancora pendenti e 12 sono stati archiviati (11 in assenza di prove sufficienti e uno per decesso). In sostanza non abbiamo che qualche dato scarno, risultato di segnalazioni pervenute a una commissione interna in un periodo di tempo decisamente insufficiente. Una cosa, però, emerge chiaramente: non si tratta di poche mele marce, ma di un problema sistemico e che ha radici profonde.

    Questo rapporto, più che inaugurare una nuova stagione di trasparenza, sembra la reazione dovuta, tra imbarazzo e omissioni, allo scandalo scoppiato nel movimento dopo la pubblicazione, un anno fa, dell’inchiesta della società Gcps Consulting su un ex membro consacrato francese, Jean-Michel Merlin, responsabile di aver abusato di almeno 37 ragazzi a partire dagli anni ’70. Merlin, nonostante un processo penale a suo carico per violenza sessuale su minori, aveva continuato ad avere ruoli apicali nel movimento fino al 2016, quando era stato infine dimesso dai Focolari. Quanti Merlin ci sono anche in Italia, protetti dalla negligenza, se non addirittura dall’omertà dei vertici? Nel nostro paese, almeno sei casi sono stati considerati «verosimili» dall’indagine interna della Co.Be.Tu, secondo quanto dichiarava il coordinatore della commissione, l’avvocato Oreste Moscatello, in un articolo uscito su Domani il 25 luglio scorso. Quasi un anno dopo, non sappiamo se queste persone continuino ad avere un ruolo nel movimento o siano state segnalate alle autorità dello Stato. Il rapporto non lo dice: tace sui pedofili e rende invisibili le vittime.

    Eppure, dopo decenni di silenzio sul tema, oggi in mano a Margaret Karram e al copresidente Jesús Morán c’è una lista di almeno cinquantacinque nomi di persone le cui responsabilità sono state accertate da una commissione interna. Nomi che però il Movimento ha deciso di non rendere pubblici. «Non li abbiamo rivelatiper garantire la privacy delle persone coinvolte. Siamo presenti in paesi che hanno approcci anche molto diversi sulle sanzioni previste per questo genere di reati: vogliamo trasparenza, ma anche salvaguardare i diritti di tutti», ha dichiarato a Domani Joachim Schwind, sacerdote e responsabile della comunicazione dei Focolari. «In alcuni Stati, per l’abuso sui minori è prevista la pena di morte – ha aggiunto Schwind – davvero vogliamo esporre a tanto i responsabili?». Resta da chiedersi perché non si possano adottare soluzioni diverse a seconda dei paesi, a cominciare dall’Europa. Schwind, che è anche membro del Consiglio generale al Centro Internazionale dei Focolari, ammette che «è un grande problema, perché le persone che frequentano i nostri incontri ci chiedono di essere protette». E come fanno a tutelarsi, se non sanno chi sono i predatori? «Il fatto è che, in assenza di una sentenza che attesti la responsabilità in sede penale, potremmo essere denunciati per diffamazione», sottolinea Schwind. Tutti i casi della “lista”, però, sono ormai prescritti per la giustizia civile e i pochi considerati non risolti sono in attesa di una decisione del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita della Santa Sede, che ha la giurisdizione sulle comunità ecclesiali. Si tratta insomma di bilanciare il diritto alla privacy con il diritto dei bambini e delle famiglie ad essere al riparo da potenziali abusatori. Questa discrezione nel rivelare i nomi non nasconde anche imbarazzanti retroscena o complicità dei vertici del movimento, se non addirittura della stessa Chiara Lubich? Certamente, il divieto di divulgare i nomi dei pedofili rappresenta per i Focolari l’indubbio vantaggio di non dover rispondere delle decisioni prese negli anni in merito a trasferimenti o promozioni.

    «I vertici non hanno parlato apertamente degli abusi sui minori nemmeno ai loro membri – dice Oscar (nome di fantasia), un ex focolarino che ha trascorso 25 anni nel movimento – ma alcuni nomi sono circolati lo stesso nelle chat di chi aveva frequentato la scuola di formazione a Loppiano, vicino a Firenze». Uno di questi, italiano, oggi ottantaseienne, ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità nei Focolari ed è stato vicino alla stessa Lubich. «Faceva parte del sistema e le denunce di abuso lo hanno perseguitato per anni: lo spostavano da una parte all’altra del mondo per toglierlo dai guai – racconta Oscar – Io l’ho conosciuto quando era responsabile dei giovani: ci controllava, faceva commenti su come ci vestivamo – continua Oscar – una volta ammise candidamente di essere influenzato dall’aspetto fisico del candidato alla consacrazione: per lui bastava quasi che un ragazzo sorridesse e fosse ben pettinato per essere ammesso fra i focolarini».

    Chi ha affidato la formazione dei giovani a una persona che aveva già ricevuto segnalazioni di molestie? Chi era al corrente della propensione per i ragazzini di questo infaticabile missionario della parola di Chiara Lubich, che ha attraversato i cinque continenti senza essere fermato? «Non sono a conoscenza di nessun caso di abuso noto ai responsabili del movimento, nè di persone che sono state spostate e hanno continuato ad abusare», commenta Schwind, che però ammette che questa persona è stata dimessa «per gravi motivi». La stessa sanzione è stata inflitta ad altri due membri che avevano incarichi rilevanti nell’Opera, i cui nomi sono stati fatti a Domani da diverse fonti. Uno di questi, ha testimoniato un ex focolarino, aveva l’abitudine di portare i minorenni sul suo letto, dove li abbracciava e si intratteneva con loro. Schwind conferma che sono stati entrambi allontanati dai Focolari già due anni fa.

    «Dove abbiamo riscontrato una verosimiglianza dei fatti, i responsabili sono stati dimessi dal movimento, anche per casi avvenuti decenni fa», precisa Schwind. Per quanto riguarda la segnalazione alle autorità giudiziarie, che secondo il report ha riguardato soltanto nove persone su 66, Schwind spiega che la commissione si è regolata secondo le leggi dei diversi paesi. «Dove non c’è obbligo di denuncia, abbiamo segnalato i responsabili soltanto se erano le vittime a volerlo; dove c’è l’obbligo invece abbiamo interrotto le nostre verifiche per non interferire con le indagini», spiega il sacerdote. «Con le nuove linee guida, entrate in vigore il 31 marzo – aggiunge Schwind – abbiamo stabilito che porteremo tutti i casi a conoscenza delle autorità giudiziarie, anche nei paesi in cui non è espressamente prescritto». Alla domanda se questa decisione riguardi anche i 66 casi evidenziati nel report, Schwind ammette «che non ci hanno ancora pensato», così come non sono ancora riusciti a formare una commissione disciplinare, annunciata un anno fa, che stabilisca le complicità dei vertici del movimento nel caso di Jean-Michel Merlin.

    Dal primo maggio, la Co.Be.Tu è stata sostituita dalla nuova commissione indipendente centrale, che in realtà di indipendente ha ben poco, visto che i suoi membri saranno scelti direttamente dalla presidente Karram. La nuova commissione, a cui è affiancato un organo di vigilanza di cinque membri esterni, si occuperà soltanto della gestione delle segnalazioni, mentre la formazione verrà coordinata a livello centrale e locale da un altro team di esperti e consulenti. Un’impalcatura che dovrebbe garantire, almeno sulla carta, “la tutela integrale della persona”, come viene definito il piano anti-abusi, ma che per ora lascia trasparire molta approssimazione sulla gestione dei pedofili e vaghi accenni a non meglio precisati interventi disciplinari. Al posto di un chiaro percorso di trasparenza che assicuri giustizia alle vittime, con l’apertura degli archivi e la ricostruzione delle responsabilità personali, si preferiscono la maldicenza e la gogna sotterranea del “lo sanno tutti”, alimentata dalle voci di corridoio e dalle chat di whatsapp.

    In questo quadro, delle vittime sappiamo ancora meno: quante sono, quanti anni avevano al momento degli abusi, quali sono state le conseguenze che hanno dovuto affrontare? L’Oref, Organizzazione ex focolari, un’associazione nata nel 2021 come spazio di ascolto per i sopravvissuti, non è stata coinvolta nell’indagine della Co.Be.Tu, ma Schwind tiene a dire che la presidente ha «speso molto tempo in incontri personali con altre vittime». Sulla “riparazione finanziaria” esiste un protocollo che invita chi lo desidera a farsi avanti ma non stabilisce l’entità dei risarcimenti in caso di abuso accertato: «non abbiamo stabilito cifre perché valuteremo caso per caso, anche a seconda dei paesi in cui è avvenuto il reato – dice Schwind – non sempre si parla di un aiuto economico: a volte chi si rivolge a noi chiede di essere sostenuto in un percorso terapeutico, o di trovare un lavoro o una casa».

    Molti sopravvissuti, in realtà, si sono trovati di fronte a un muro. Silvia Ciccarelli, figlia di due membri attivi del movimento, nel 2016 ha addirittura mandato una lettera personale alla Co.Be.Tu e all’allora presidente dei Focolari, Maria Voce, in cui raccontava di essere stata picchiata senza pietà per anni da suo padre, ritenuto un “uomo di fede”. «Diceva sempre che lo faceva “per volontà di Dio”, così come diceva che mi picchiava in modo da non lasciare tracce o lividi, per “non darmi la soddisfazione di fare la vittima” – si legge nella lettera – Mia madre non si è mai frapposta. Ho visto vestitini nuovi, a cui tenevo, sparire nell’immondizia perché macchiati di sangue». Nè la Co.Be.Tu né Maria Voce, dice Ciccarelli, hanno risposto.

    «Nel movimento continua a esserci una forte omertà sulle violenze strutturali che lo attraversano, che riguardano il sesso, la manipolazione delle coscienze, l’abuso di potere e lo sfruttamento economico – dice Oscar – Per decenni i focolari hanno organizzato happening per giovani, a cui partecipavano anche migliaia di bambini e adolescenti senza precauzioni né controlli: era un bacino di caccia perfetto per i predatori». Il terreno dell’abuso (di potere, in primo luogo) era preparato dall’obbedienza assoluta imposta da Chiara Lubich: le “pope” e i “popi”, come venivano chiamati i suoi seguaci in un linguaggio non a caso infantilizzante, dovevano «tagliarsi la testa», affidandosi totalmente a lei e ai capifocolare che la rappresentavano. «Se si voleva fare la volontà di Dio, bisognava seguire Chiara – racconta Cintia Costa – era richiesta un’obbedienza cieca, non potevi avere dubbi o fare domande». Costa ha fatto parte dai 12 ai 19 anni del movimento Gen, la sezione dei giovani, prima a Belem, in Brasile, e poi a Loppiano, dove ha subito ed è stata testimone di violenze psicologiche pesantissime su ragazzine appena adolescenti. «La nostra responsabile ci insultava senza una spiegazione, eravamo terrorizzate – racconta – io sono stata costretta a lasciare il mio fidanzato, che era in Brasile. Dato che piangevo disperata, lei si è seduta vicino a me e mi ha dettato la lettera per lui, che poi ha spedito con posta prioritaria». Non solo: Cintia racconta che nell’estate del 1992, insieme a una quindicina di altre ragazze, si è ritrovata a cucire le copertine per i diari della Benetton: «eravamo in un capannone, dove i visitatori che arrivavano a Loppiano non potevano vederci, e dovevamo applicare le etichette su queste agende – dice – Ovviamente, come per tutti i lavori che facevamo, non siamo state pagate». Una circostanza confermata anche da Oscar: «negli anni ’80 e ’90 i Focolari prendevano spesso commissioni da aziende per dei lavori, e Benetton era una di queste». Difficile pensare che la partita di agende fatta a mano dalle ragazze fosse un regalo per la multinazionale. «Per ironia della sorte, in quei giorni si vedeva ovunque la campagna pubblicitaria della United Colors of Benetton con la foto di un prete che bacia una suora – commenta Costa – e a noi ripetevano che dovevamo essere pure e che non potevamo nemmeno abbracciare i nostri amici maschi».

    Cintia e moltissime altre ragazze arrivate a Loppiano in quegli anni per fare un’esperienza religiosa si sono ritrovate in realtà alla mercé di persone che le hanno private di ogni libertà, le hanno fatte lavorare gratis e hanno persino interferito con la loro vita intima e famigliare. Silvia Ciccarelli testimonia che da bambina le fu proibito di vedere i nonni, perché considerati “non allineati” alle regole dellla comunità e quindi nocivi; a quattordici anni, inoltre, le fu fatta una visita ginecologica da un medico focolarino per accertare che non avesse già avuto rapporti sessuali. Magda (nome di fantasia), una focolarina slovena che voleva studiare, fu costretta dalla responsabile di zona a lasciare gli studi perché «i libri andavano messi in soffitta». Negli anni Settanta è stata anche molestata dalla sua capofocolare quando era alla scuola di formazione di Loppiano: «una sera, con la scusa di darmi la sua benedizione, è entrata nel mio letto e mi ha baciata – racconta a Domani – ho saputo che in seguito è stata allontanata, ma nessuno mi ha mai detto il motivo».

    Se Rocca di Papa tace, Roma certo non parla: il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, messo al corrente dall’ex focolarina Renata Patti, già alcuni anni, fa di alcune denunce di abuso sessuale nel movimento, non ha mai dato riscontri ufficiali. Il prefetto del Dicastero, il cardinale Kevin Farrell, interpellato in proposito da Domani, non ha mai risposto e la responsabile per la comunicazione Pamela Fabiani ha spiegato che «il Dicastero tratta le segnalazioni che riceve in maniera riservata, nel rispetto dei criteri previsti dall’ordinamento canonico, in generale e specificamente per la Curia Romana, e nel rispetto delle persone coinvolte». Quindi, non soltanto non sappiamo come sono stati trattati questi casi, ma non sappiamo nemmeno se sono stati presi in considerazione o archiviati.

    Per quanto la tendenza alla riservatezza (per non dire l’omertà) accomuni Focolari e Vaticano, fra i due si avverte una certa tensione, se è vero che, come attesta una nostra fonte, il Dicastero sta facendo pressione sul movimento perché metta finalmente mano ai problemi interni. «Siamo in contatto con il Dicastero e la curia romana, ma le indicazioni su cosa fare non sono univoche», ha ammesso Joachim Schwind parlando dell’opportunità di rendere pubblica “la lista”. Lo stesso papa Francesco, d’altronde, durante l’assemblea generale dei Focolari del febbraio 2021 aveva già ammonito le comunità ecclesiali di «evitare ogni autoreferenzialità». La situazione è delicata: all’orizzonte per i Focolari potrebbe esserci addirittura lo spettro del commissariamento, e la trasparenza sugli abusi è una carta importante su cui puntare, ma ci sono certamente diversi equilibri in gioco di cui tenere conto.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-abusi-minori-lista-segreta-degli-le-accuse-contro-il-movimento-dei-focolari-h7n1mjbm

  • L’arcidiocesi di Baltimora ha coperto “orribili e ripetuti abusi” a spese dei bambini, afferma il rapporto

    L’arcidiocesi di Baltimora ha coperto “orribili e ripetuti abusi” a spese dei bambini, afferma il rapporto

    Nel corso di 80 anni, l’arcidiocesi di Baltimora ha nascosto abusi sessuali pervasivi su centinaia di bambini. I funzionari della chiesa hanno convinto i pubblici ministeri a non accusare i sacerdoti di crimini. Hanno trasferito i sacerdoti più volte piuttosto che riconoscere i loro abusi nelle parrocchie e nelle scuole. Hanno ignorato i preti violenti che hanno confessato di aver lottato contro la pedofilia. Hanno dato più peso alla negazione degli abusatori che alle accuse delle loro vittime.

    Un rapporto di 456 pagine pubblicato mercoledì pomeriggio dall’ufficio del procuratore generale del Maryland delinea una “storia lunga e sordida” con un’ampia portata e dettagli atroci. Identifica più di 100 sacerdoti e altro personale dell’arcidiocesi responsabili di “orribili e ripetuti abusi sui bambini più vulnerabili” nella loro comunità mentre la chiesa guardava dall’altra parte. Ma menziona anche la polizia, gli avvocati dello stato e persino un giornalista che ha contribuito a nascondere la verità.

    Il rapporto è stato rilasciato con 37 nomi redatti e caratteristiche identificative di altri 60 rimossi, su indicazione di un giudice che consentirà in seguito il contenzioso sul rilascio di quei nomi.

    “L’incredibile pervasività degli abusi stessi sottolinea la colpevolezza della gerarchia ecclesiastica”, afferma il rapporto. [ Leggi il rapporto ]

    “Quando la negazione diventava impossibile, la leadership della Chiesa rimuoveva gli autori di abusi dalla parrocchia o dalla scuola, a volte con la promessa che non avrebbero più avuto contatti con i bambini. I documenti della Chiesa rivelano con inquietante chiarezza che l’arcidiocesi era più preoccupata di evitare scandali e pubblicità negativa che di proteggere i bambini”.

    L’ufficio del procuratore generale chiede all’arcidiocesi di espandere il suo elenco pubblico di sacerdoti e fratelli abusivi per includere diaconi e insegnanti, secondo lo storico rapporto investigativo.

    “L’attenzione è stata comprensibilmente rivolta agli abusi da parte dei sacerdoti, ma un grande danno è stato causato anche da membri non ecclesiastici dell’arcidiocesi, come diaconi e insegnanti”, afferma il rapporto.

    Il rapporto copre lo stupro, il pestaggio, l’accarezzamento, il terrore e la tortura di oltre 600 bambini, a volte per anni alla volta, nel periodo coperto dall’indagine. L’ufficio del procuratore generale ritiene che il numero effettivo sia molto più alto perché solo una piccola percentuale di vittime di abusi si fa avanti. Molti degli aggressori sono morti.

    “Anche se potrebbe essere troppo tardi per le vittime vedere scontata la giustizia penale, speriamo che esporre le trasgressioni dell’arcidiocesi nella misura più ampia possibile porti una certa misura di responsabilità”, afferma il rapporto.

    Un’analisi di Banner ha identificato 32 persone che non erano state precedentemente identificate pubblicamente.

    “Oggi, certamente nel Maryland, è il giorno della resa dei conti”, ha detto ai giornalisti il ​​​​procuratore generale del Maryland Anthony Brown in una conferenza stampa poco prima della pubblicazione del rapporto.

    Brown ha detto che molte persone che si sono fatte avanti durante le indagini lo avevano fatto in passato. Ma per alcuni, ha detto, era la prima volta.

    “Quello che abbiamo appreso è che la storia incontrovertibile scoperta da questa indagine è quella di abusi pervasivi, perniciosi e persistenti da parte di sacerdoti e altro personale dell’arcidiocesi”, ha detto Brown. “È anche una storia di ripetuti insabbiamenti di quell’abuso da parte della gerarchia della Chiesa cattolica”.

    Brown ha rivelato che il suo ufficio aveva precedentemente avviato indagini sull’arcidiocesi di Washington e sulla diocesi di Wilmington. Ha descritto quelle indagini come in corso.

    “Abbiamo emesso citazioni in giudizio. Abbiamo esaminato la questione. E continueremo a farlo”, ha detto Brown.

    La pubblicazione del rapporto arriva mentre altre vittime sembravano sul punto di ottenere il diritto di citare in giudizio la chiesa, creando un futuro potenzialmente pericoloso per l’arcidiocesi che potrebbe essere sopraffatta da cause legali o dover decidere se presentare istanza di protezione dal fallimento.

    Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, i legislatori del Maryland hanno approvato il Child Victims Act, che eliminerebbe i limiti di tempo e di età per i sopravvissuti ad abusi sessuali su minori per citare in giudizio le istituzioni – come chiese e scuole – che consentivano ai loro abusatori. L’atto annulla anche una protezione legale chiamata “statuto di riposo” che alcuni ritengono sia stata inserita di nascosto in un precedente disegno di legge sulle cause legali nel 2017, che ha avuto l’effetto di isolare le istituzioni da rivendicazioni legali precedenti. Dopo essere stato approvato alla Camera dei Delegati la scorsa settimana e al Senato mercoledì pomeriggio, il disegno di legge sarà presto diretto al governatore Wes Moore, che ha promesso di firmare la legislazione in legge.

    Poco prima della pubblicazione del rapporto, Brown ha incontrato privatamente le vittime di abusi nel suo ufficio.

    “Mi sento benissimo, come se un peso fosse stato sollevato”, ha detto Linda Malat-Tiburzi mentre usciva dalla riunione. I sopravvissuti hanno espresso il loro apprezzamento per l’ufficio, ha detto Malat-Tiburzi, e hanno ascoltato una breve introduzione di ciò che è nel rapporto.

    I funzionari hanno spiegato perché alcuni nomi sono stati oscurati e hanno detto che alla fine speravano che un rapporto uscisse senza omissioni o con meno omissioni. Elizabeth Murphy, uscendo dalla riunione, ha detto di sentirsi “grata” per l’ufficio del procuratore generale e per quello che aveva fatto.

    “Penso che la Chiesa cattolica dovrebbe prendersi gli ultimi giorni della Settimana Santa per leggere il rapporto e meditare su di esso”, ha detto.

    In una conferenza stampa nel tardo pomeriggio alla Jenner Law, che rappresenta le vittime, Kit Bateman ha ammesso pubblicamente per la prima volta di essere stato abusato quando aveva 14 anni dal suo insegnante di religione e prete della scuola a Calvert Hall nel 1973. Oggi è stato anche il prima volta che Bateman l’ha detto alla sua famiglia, ha detto.

    “Mi dispiace tanto per quello che ti è successo”, gli disse un fratello, “non l’ho mai saputo”.

    “È una condanna a vita quando succede a te”, ha detto Bateman. “Lo reprimi meglio che puoi e incolpi te stesso il più possibile perché un prete, per un ragazzino cattolico, è la cosa più vicina a Dio. Questo è quello che ci viene detto. Questo è ciò in cui crediamo. Il potere è immenso, anche quando sai che è sbagliato.

    Dopo la pubblicazione del rapporto, l’arcivescovo William Lori ha affermato in una dichiarazione che “il rapporto descrive un periodo riprovevole nella storia di questa arcidiocesi, un periodo che non sarà coperto, ignorato o dimenticato. Il riconoscimento, lo so, è della massima importanza. I miei immediati predecessori e io abbiamo offerto un inflessibile riconoscimento pubblico degli orrori di questa era.

    Ha detto che l’arcidiocesi è cambiata rispetto ai decenni precedenti, quando gli abusi venivano ignorati. “È importante far risplendere la luce di Dio su questi resoconti vissuti di abusi. L’esposizione illustra i cambiamenti radicali che l’arcidiocesi ha iniziato a fare negli anni ’90 per porre fine a questo flagello. Questi sforzi sono stati significativi e l’arcidiocesi è cambiata”.

    Tra i principali risultati del rapporto:

    San Marco

    Il rapporto identifica 11 sacerdoti abusivi – la più grande concentrazione – nella parrocchia di St. Mark a Catonsville. Nove sacerdoti erano stati identificati prima del rapporto, ma le indagini informali dei sopravvissuti ritenevano che fosse più alto.

    Nel maggio 2002, un uomo ha riferito di aver subito abusi sessuali da parte di Robert Lentz, un prete, nella canonica nel 1964. La vittima ha avuto flashback incompleti e ricorda di essersi svegliata con Lentz in accappatoio. L’arcidiocesi ha pagato alla vittima un risarcimento di 35.000 dollari. Nello stesso anno, in ottobre, un altro uomo riferì di essere stato abusato da Lentz a St. Mark nel 1967-1968. È successo dopo che Lentz ha portato la presunta vittima e un altro ragazzo a una partita di hockey. In seguito ha dato loro alcol e ha abusato di entrambi, secondo il rapporto. La vittima ha detto che “Lentz era famigerato nella zona di Catonsville e i bambini sapevano che potevi andare da lui per l’alcol o un passaggio”. Altre tre vittime si sono fatte avanti per denunciare i loro abusi a San Marco da allora.

    Il Rev. Thomas Smith ha ammesso di aver abusato sessualmente di più ragazzi negli anni ’60 dopo che una vittima si è fatta avanti nel 1988. L’abuso non è stato segnalato a nessuno dall’arcidiocesi e Smith è stato autorizzato a continuare il suo incarico. Dopo che un’altra vittima si fece avanti nel 1993, Smith morì suicida. I parrocchiani hanno appreso poco dopo che l’arcidiocesi sapeva che Smith aveva una storia di abusi sessuali su bambini e l’ha gestita in silenzio.

    Si sa che almeno 40 vittime sono state abusate sessualmente da Smith. L’abuso si è verificato in ogni incarico che Smith aveva: St. Jane Frances De Chantal, St. Michael a Overlea, Most Precious Blood e St. Stephen’s a Bradshaw, secondo il rapporto.

    Joseph Maskell e ‘I Custodi’

    Sono emersi alcuni nuovi dettagli sull’entità degli abusi avvenuti alla Archbishop Keough High School, dove il cappellano, Joseph Maskell, ha abusato di 39 persone, incluso lo stupro ripetuto di alcune delle sue vittime nel suo ufficio scolastico.

    Maskell è stato il soggetto della serie di documentari Netflix del 2017 “The Keepers”. Lamentele su Maskell iniziarono a circolare già nel 1966, afferma il rapporto, e il cardinale Lawrence Shehan sapeva di comportamenti inappropriati e lo riassegnò a un’altra parrocchia, prima che fosse mandato alla Keough High School. Il rapporto descrive in dettaglio un altro prete coinvolto negli abusi e afferma che gli amministratori potrebbero aver chiuso un occhio sugli abusi. In un esempio della complicità della chiesa, il rapporto includeva un’intervista del 2019 con l’ufficio del procuratore generale e un altro insegnante, il reverendo John Carney, il quale ha affermato che tra il 1992 e il 1994, Maskell gli aveva confidato che le accuse contro di lui erano vere.

    Quando è stato premuto per ulteriori dettagli, afferma il rapporto, Carney ha detto solo che Maskell era “una persona molto buona” e “gentile con tutti”.

    Loyola Blakefield

    Molteplici accuse sono state mosse contro il sacerdote gesuita padre Robert Cullen, che ha lavorato per 25 anni come insegnante alla Loyola Blakefield High School nella contea di Baltimora. Il primo caso segnalato risale agli anni ’60, quando una madre sorprese Cullen a depredare sua figlia nella loro casa nella contea di Baltimora. Nonostante la famiglia abbia denunciato l’abuso ai gesuiti e ai funzionari dell’arcidiocesi, la chiesa non ha informato le autorità, non ha lavorato per identificare altre vittime o ha limitato il suo accesso ai bambini.

    Dopo il presunto abuso, Cullen ha continuato a lavorare a Loyola Blakefield fino al 1982. Ha poi lavorato per parrocchie in West Virginia, North Carolina e Pennsylvania prima di tornare a Loyola Blakefield nel 1996, dove ha trascorso altri sei anni come insegnante. Nel corso del quarto di secolo trascorso a Loyola Blakefield, secondo il rapporto, Cullen avrebbe abusato di più vittime. L’arcidiocesi lo ha elencato come accusato credibilmente nel 2019.

    100 vittime

    Lee O’Hara, un diacono affiliato a Sant’Atanasio e Santa Rosa da Lima a Baltimora, è stato accusato nel 1987 di 16 accuse di reati sessuali di vario grado e 16 accuse di abusi su minori a Ocean City. Una nota interna del 2004 affermava che O’Hara ha ammesso di aver molestato più di 100 bambini dal 1953, ma non è stato accusato perché “l’ufficio del procuratore dello Stato non è stato in grado di identificare alcuna vittima specifica”. Non è stato indicato come accusato in modo credibile dall’arcidiocesi.

    I funzionari della chiesa hanno spostato gli aggressori

    Il rapporto usa padre Lawrence Brett come un esempio di un prete che è stato spostato dopo che sono emerse accuse contro di lui come un modo per nascondere e consentire abusi. Si diceva che Brett fosse stato inviato per “cure” nel New Mexico dopo aver ammesso alla diocesi di Bridgeport nel 1964 di aver abusato e aggredito un ragazzo mentre prestava servizio nel Connecticut. È arrivato nell’arcidiocesi di Baltimora dopo il “trattamento” ed è stato collocato a Calvert Hall, una scuola cattolica per ragazzi, dove il rapporto rileva che ha abusato di più di 20 ragazzi dopo il 1964.

    Insabbiamento degli abusi da parte dell’ufficio del procuratore della città di Baltimora

    Padre Robert Newman ha ammesso di aver abusato sessualmente di bambini tra il 1971 e almeno il 1986, e i registri dell’arcidiocesi includono un elenco di 12 ragazzi di età compresa tra 9 e 15 anni. Newman si è dimesso da parroco della parrocchia del Preziosissimo Sangue lo stesso giorno in cui ha condiviso la sua storia di abusi sessuali. In una lettera scritta ai parrocchiani sulle dimissioni di Newman da parte di qualcuno il cui nome è stato cancellato dal rapporto, “ragioni di salute” sono state elencate come le ragioni per cui si è dimesso, ed è stato elogiato per il suo “ottimo ministero”. L’abuso sessuale di Newman sui bambini non è stato rivelato ai parrocchiani. Newman non è mai stato accusato di reati di abuso sessuale di minori, e un rapporto della polizia del 1987 indica che ha ricevuto un “autorizzazione eccezionale” dall’ufficio del procuratore della città di Baltimora a condizione che ricevesse un “certo” trattamento.

    Abuso fisico

    Almeno sette adolescenti hanno riferito che John Joseph Mike Jr., che ha servito diverse chiese nell’area di Baltimora, ha abusato fisicamente di loro tra il 1975 e il 1987. Una vittima è stata sottoposta a un “test di tortura” in cui Mike ha rimosso i vestiti del ragazzo, gli ha mani e il suo corpo a un albero e lo frustarono. In un altro caso, la schiena e il petto della vittima sono stati tagliati così gravemente che “non è stato in grado di fare la doccia”. Dopo che i genitori hanno denunciato l’abuso all’arcidiocesi nel 1987, gli psicologi hanno diagnosticato a Mike una “perofilia sadomasochistica [sic]”. L’arcidiocesi ha denunciato le accuse di abuso all’ufficio del procuratore dello stato della contea di Howard. La polizia lo ha accusato di un conteggio di abusi fisici su minori, aggressione e percosse, e Mike si è dichiarato colpevole.

    Giovanni Francesco Shine

    Nel 2002, il figlio di una vittima riferì che suo padre aveva subito abusi sessuali dal fratello Marius, noto anche come John Francis Shine, alla St. Mary’s Industrial School nel 1947 o 1948, dove era stato mandato a vivere. Ha confermato l’abuso all’arcidiocesi. La vittima ha detto che Shine portava un ragazzo diverso nella sua stanza ogni notte. La notte in cui la vittima è stata selezionata, Shine ha abusato sessualmente della vittima e ha cercato di respingere Shine. Shine lo ha battuto con una cintura.

    La vittima è scappata dalla scuola, solo per essere restituita. La vittima lo ha raccontato ai suoi genitori, che hanno denunciato l’abuso al preside della scuola, un fratello saveriano, e all’arcidiocesi. I genitori lo hanno allontanato dalla scuola. Shine è stato indicato come accusato in modo credibile nel 2019. Tra il 1921 e il 1973, Shine è stato assegnato ad almeno 10 luoghi diversi, comprese scuole e chiese nel Maryland, Michigan, Wisconsin, Kentucky e Massachusetts.

    L’ufficio del procuratore generale ha avviato le sue indagini nel 2018 e ha citato in giudizio centinaia di migliaia di documenti; ha intervistato ex sacerdoti, impiegati della chiesa, testimoni e sopravvissuti ad abusi sessuali; e ha compilato il documento, che si chiama “Clergy Abuse in Maryland”.

    L’ufficio ha successivamente accettato di riformulare il documento per rimuovere i nomi, i titoli e altre informazioni identificative di 60 persone.

    Taylor ha incaricato i pubblici ministeri di oscurare i nomi di altre 37 persone e informarli della loro inclusione nel rapporto. Avranno la possibilità di rivedere a porte chiuse le parti che li riguardano e rispondere in tribunale.

    L’indagine del gran giurì ha portato a un atto d’accusa: Neil Adleberg, 74 anni, di Randallstown, l’ex capo allenatore di wrestling alla Mount Saint Joseph High School, è accusato presso il tribunale del circuito della contea di Baltimora di abuso sessuale di un minore e reati correlati . Dovrà essere processato il 20 giugno, secondo i documenti del tribunale online .

    Le forze dell’ordine non chiedono ulteriori accuse penali, secondo i documenti del tribunale.

    I giornalisti di Baltimore Banner Hallie Miller, Brenna Smith, Kristen Griffith, Jessica Calefati, Jasmine Vaughn-Hall, Penelope Blackwell, Cadence Quaranta, Clara Longo de Freitas e Ryan Little hanno contribuito a questo rapporto.

    dylan.segelbaum@thebaltimorebanner.com

    https://www.thebaltimorebanner.com/community/religion/grand-jury-report-released-archdiocese-of-baltimore-6ZDV4TWH5RGJXPRP4CNRLEFW4M/

  • Conferenza stampa di “Adultxs por los Derechos de la Infancia” – Sala della Stampa Estera di Roma

    Conferenza stampa di “Adultxs por los Derechos de la Infancia” – Sala della Stampa Estera di Roma

    Sono tante le accuse di omissioni in casi di pedofilia rivolte a papa Francesco, alle quali non ha mai replicato.

    Per esempio i sordi dell’istituto Provolo, che a mano gli consegnarono (da papa) i nomi di 27 presunti pedofili. Che ignorò. In parte poi condannati nella sua terra natale, ma non dalla chiesa che pur sapendo si è ancora difesa ignorando le vittime.

    Silvia Piceda e Sebastián Cuattromo, sono due sopravvissuti argentini. Si sono incontrati, sposati e da dieci anni fondatori di “Adultxs por los Derechos de la Infancia”, della città di Buenos Aires, in Argentina.

    Per gli abusi sessuali subiti Sebastián, chiese udienza all’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Begoglio. Ma non lo ricevette mai.

    Venti anni dopo la giustizia Argentina condanna padre Fernando Picciochi per diversi abusi, colui di cui l’arcivescovo non volle sentir parlare.

    Silvia e Sebastian sono in viaggio da giorni, varie tappe in tutto il mondo e saranno nostri ospiti presso l’Associazione della Stampa Estera di Roma, la mattina del 9 marzo, ore 11,30. Ci documenteranno la loro storia. L’ennesima che tra gli ultimi papi, ancora una volta accusa quello in carica, non tanto per il passato, ma per il presente.

    Ad introdurli Francesco Zanardi, Portavoce della Rete L’ABUSO – co-founder e rappresentante per l’Italia di ECA Global.

    Per info; info@retelabuso.org – adultxsporlainfancia@gmail.com

  • Rete l’Abuso: «Report deludente, utile solo alla Cei»

    Rete l’Abuso: «Report deludente, utile solo alla Cei»

    «È un report assolutamente deludente, serve alla Cei solo per poter dire di aver fatto qualcosa. Nulla di paragonabile con quello realizzato da altri episcopati in altri Paesi europei, come ad esempio in Francia».

    È molto severo il giudizio di Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole dal tribunale, anche se diversi reati sono caduti in prescrizione grazie alle complici omissioni del suo vescovo che lo ha protetto per anni.

    Zanardi quali sono i limiti dell’indagine commissionata dalla Cei?

    Il report già nasceva male, perché avrebbe dovuto coprire un arco temporale limitato, ovvero dal 2000 a oggi, analizzando i dati provenienti dal Dicastero per la dottrina della fede e dalle diocesi. Ma quello che è stato presentato oggi (ieri per chi legge, ndr) è peggiore del previsto: non venti ma due anni, 2020 e 2021, e solo sulla base dei dati dei servizi diocesani per la tutela dei minori, fra l’altro in piena emergenza Covid, per cui non so quanti abbiano potuto recarsi agli sportelli. E anche sull’indipendenza della commissione si potrebbe discutere.

    È stato realizzato dall’università cattolica del Sacro Cuore di Piacenza…

    Appunto. Si dice che non si tratta della Chiesa, quindi è indipendente. Ma di chi è l’università cattolica?

    Quali sono gli altri punti deboli?

    Sono esclusi dal report tutti i casi segnalati al Dicastero per la dottrina della fede, che peraltro abbiamo scoperto non essere poche decine, ma oltre seicento, in vent’anni: ce li faranno sapere, ma non si sa né come né quando. Poi non sono state prese in considerazione le denunce alla magistratura. E non sono stati utilizzati i dati in possesso delle associazioni delle vittime: solo con la Rete l’Abuso abbiamo segnalato 370 casi in quindici anni.

    Non siete stati interpellati?

    No. Mesi fa ho incontrato il presidente della Cei cardinale Zuppi, mi avrebbe dovuto contattare monsignor Ghizzoni, ma sto ancora aspettando la telefonata.

    Cosa ne pensano le vittime?

    Semplicemente non esistono. Non si parla di indennizzi e solo il 14% delle diocesi ha avviato un sostegno psicologico per le vittime, a fronte di 23 case per preti pedofili, dove dicono di curarli, spesso sottraendoli alla giustizia. Inoltre dei casi elencati, non si dice dove sono accaduti, chi sono le persone coinvolte e dove stanno adesso. Contro i preti si possono prendere dei provvedimenti canonici. Ma nei confronti dei laici? Andrebbero denunciati alla magistratura. È stato fatto? Direi di no, quindi sono invisibili.

    L’obbligo di certificato antipedofilia potrebbe aiutare?

    È quello che chiediamo da anni, come strumento di prevenzione. Ma il volontariato, e quindi le strutture ecclesiastiche e religiose, sono esentate. In questo modo gli spazi ecclesiali sono una sorta di zona franca dove un pedofilo che è già stato denunciato ha libero accesso, a differenza di altri luoghi, come ad esempio la scuola. A questo poi va aggiunto che, siccome negli ambienti religiosi si ha paura dello scandalo pubblico, paradossalmente per un pedofilo sono spazi protetti, perché sa che, anche se scoperto, difficilmente verrà denunciato.

    Insomma il report è tutto da buttare?

    No. Nonostante tutte le lacune, dal report emerge un dato sicuramente in difetto ma comunque di grandi dimensioni: si tende a minimizzare, ma 89 casi denunciati in appena due anni non sono affatto pochi.

    https://ilmanifesto.it/report-deludente-utile-solo-alla-cei

  • Google oscura la mappa sugli abusi sessuali del clero della “Rete l’abuso”.  Violerebbe anti-bullismo e minacce

    Google oscura la mappa sugli abusi sessuali del clero della “Rete l’abuso”. Violerebbe anti-bullismo e minacce

    SAVONA-ADISTA. Il sito dell’associazione “Rete l’abuso”, che si presenta come “associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero”, è uno strumento fondamentale per chi, dentro e fuori la Chiesa cattolica, intenda approfondire il fenomeno degli abusi del clero sui minori attraverso un database di nomi, fatti, circostanze costruito sin dal 2010 da una realtà che resta tuttora l’unica in Italia ad occuparsi della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili.

    Strumento tanto più prezioso in un Paese, quale l’Italia, tra i pochi al mondo in cui le istituzioni laiche (cioè governo e parlamento) ed ecclesiastiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta pubblica e indipendente su scala nazionale per far luce su un fenomeno ormai chiaramente endemico. All’interno del sito, anche una mappa che ricostruisce i casi recenti di pedofilia nelle oltre 220 diocesi italiane, attualmente più di 360.

    A corredo di questo database, una ricchissima rassegna stampa, con gli articoli su tutti casi di pedofilia clericale, le testimonianze di vittime e sopravvissuti, un contatore con il numero delle denunce, dei casi passati in giudicato, numero e ubicazione delle strutture riservate dove la Conferenza episcopale italiana invia i sacerdoti che hanno commesso reati nonché la mappa delle diocesi considerate non sicure (cioè le diocesi in cui si è verificato almeno un caso di violenza su bambini).

    Ebbene, la mappa che localizzava (attraverso “google maps”), preti condannati e indagati, in Italia e all’estero, e le comunità di recupero dove alcuni di essi sono riparati è stato oscurato nella notte tra il 17 e 18 ottobre scorso: la mappa non è più consultabile perché, come ha denunciato il presidente di Rete l’abuso, Francesco Zanardi, a parere di Google «violerebbe le Norme relative a “molestie bullismo e minacce”».

    Una decisione che ha sorpreso gli animatori del sito perché quello di “Rete l’abuso” – l’unico database italiano degli abusi sessuali del clero – è online da ben 12 anni. Probabilmente, spiegano, qualcuno dei preti segnalati sul database ha chiesto e ottenuto la cancellazione del proprio caso segnalando a Google un presunto stato di pericolo e/o discriminazione. Forse qualcuno che non essendosi potuto appellare al diritto all’oblio per ottenere la cancellazione dal sito degli articoli che lo riguardano, ha trovato il modo di renderne più difficoltoso l’accesso e la consultazione oscurando la mappa che li linkava.

    Da parte sua, “Rete l’abuso” ricorda che in altri Paesi, «per esempio, negli Stati Uniti, sono gli organi di Stato, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini.

    Un manifesto a tutela della comunità che si basa sul dato scientifico che il predatore sessuale non è un malato, ma una persona con una grave devianza della personalità a cui non si può chiedere un autocontrollo. L’unico modo per poterlo integrare evitando che stupri altre persone è quello di dire alle potenziali vittime di stare attente».

    Per questo, scrive Zanardi, «Reputiamo grave quanto accaduto arbitrariamente per mano di Google, verosimilmente a seguito di una segnalazione, almeno si presume, per la quale però non vi è stata possibilità di legittima replica, tanto meno di conoscere la natura effettiva del contenzioso, data l’infamante accusa ai sopravvissuti italiani, che nei fatti vedono etichettato il loro diritto costituzionale al reclamo di giustizia (non concesso in Italia) come fosse “Bullismo; molestie; minacce” a chi lo ha stuprato, ed è stato graziato dai vuoti legislativi italiani e dalle continuate omissioni dei Governi». (valerio gigante)

  • GOOGLE chiude la mappa delle “DIOCESI italiane NON SICURE” della Rete L’ABUSO: arbitraria censura su dati di pubblico interesse

    GOOGLE chiude la mappa delle “DIOCESI italiane NON SICURE” della Rete L’ABUSO: arbitraria censura su dati di pubblico interesse

    Scompare dal web dopo 12 anni la mappa italiana dell’associazione Rete L’ABUSO. Uno dei pochi strumenti che i cittadini avevano nel vuoto delle Istituzioni italiane, per tentare di tutelare altri minori e i propri figli.

    Un oscuramento da parte di Google dell’unico database italiano degli abusi sessuali del clero che non stupisce, visti i precedenti tentativi di rimozione falliti. Anzi, fa riflettere: perché Google, infatti, se ne accorge dopo ben 12 anni dalla sua pubblicazione?

    Dando un’occhiata a quanto Google segnala, è verosimile pensare che qualche sacerdote abbia cercato di ottenere la cancellazione del proprio caso segnalando a Google e “reclamando” un presunto stato di pericolo e/o discriminazione (inesistente, in quanto attualmente non risultano casi con effettiva segnalazione).

    Va ricordato a questo proposito che, per esempio, negli Stati Uniti, sono gli organi di Stato, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini. Un manifesto a tutela della comunità che si basa sul dato scientifico che il predatore sessuale non è un malato, ma una persona con una grave devianza della personalità a cui non si può chiedere un autocontrollo. L’unico modo per poterlo integrare evitando che stupri altre persone è quello di dire alle potenziali vittime di stare attente.

    La nostra richiesta a GOOGLE di revisione del reclamo (sulle cui motivazioni non abbiamo alcun dettaglio), per ora, è superata dalla scomparsa della mappa delle “Diocesi non sicure”, vista oramai da milioni di persone in 12 anni dalla sua creazione.

    Più di 360 casi di pubblico interesse scomparsi in una notte, che quantificavano, anche se per difetto, il vuoto dell’Italia, unico paese dell’UE a non aver mai indagato l’entità del problema: una ricerca richiesta dal 2019 anche dal Comitato per i diritti dell’infanzia dell’ONU, interrogata sul fenomeno con questa istanza.

    Come emerge dalla proiezione di Mark Vincent Healy’, l’Italia sembrerebbe il paese dell’UE con il più alto potenziale di abusi d’Europa.

    L’unico che però non ha mai messo in agenda un tavolo per valutare, visto i dati allarmanti che arrivano dagli altri Stati membri, ultima la Francia, che conta 330.000 vittime di 3000 preti pedofili, con una media di 72 bambini a sacerdote pedofilo.

    L’Italia ha più del doppio dei sacerdoti francesi, verosimilmente il doppio anche delle vittime. Eppure in Italia nessuno è preoccupato. Per primi i Governi.

    Reputiamo grave quanto accaduto arbitrariamente per mano di GOOGLE, verosimilmente a seguito di una segnalazione, almeno si presume, per la quale però non vi è stata possibilità di legittima replica, tanto meno di conoscere la natura effettiva del contenzioso, data l’infamante accusa ai sopravvissuti italiani, che nei fatti vedono etichettato il loro diritto costituzionale al reclamo di giustizia (non concesso in Italia) come fosse “Bullismo; molestie; minacce” a chi lo ha stuprato, ed è stato graziato dai vuoti legislativi italiani e dalle continuate omissioni dei Governi.

    “Le varie Convenzioni ratificate negli anni dall’Italia, in particolare quella delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, nella fattispecie di reati come quelli oggetto, inquadra la questione prevalendo il c.d. “Interesse superiore”, ancora più quando questo potrebbe coinvolgere soggetti minori. Pertanto insopprimibile ad ogni altra comparazione.”

    Ecco perché parliamo di arbitraria censura su dati di pubblico interesse da parte di GOOGLE


    P.s. In alternativa alla visualizzazione mappa, i quattro database storici separati, fonte della mappa oscurata da GOOGLE

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webposservatorio-permanente/database-abusi/

  • Il cardinale George Pell citato in giudizio dal padre di un corista australiano

    Il cardinale George Pell citato in giudizio dal padre di un corista australiano

    L’uomo chiede il risarcimento del danno mentale subito dopo aver appreso delle accuse, hanno detto i suoi avvocati. Nel 2018 il cardinale Pell è stato condannato per aver abusato di due ragazzi del coro negli anni ’90.

    Ma la corte suprema australiana in seguito ha annullato le condanne. Il cardinale Pell ha sempre sostenuto la sua innocenza. Il religioso australiano aveva trascorso più di un anno in prigione quando è stato rilasciato nel 2020 a seguito di un appello andato a buon fine.

    Uno dei padri dei ragazzi del coro ha ora intentato una causa civile contro il cardinale Pell e l’arcidiocesi cattolica di Melbourne presso la Corte Suprema di Victoria.

    Né l’uomo né suo figlio – morto nel 2014 – possono essere nominati per motivi legali. Suo padre ha citato in giudizio il cardinale Pell per un importo non ancora noto per compensare lo “shock nervoso” che ha subito a causa della perdita del figlio e della conoscenza delle accuse un anno dopo.

    Lo shock nervoso è un termine legale per un disturbo mentale riconosciuto, una lesione o una malattia causata dalle azioni o dalle omissioni di un’altra parte.

    Nella dichiarazione di reclamo, sostiene che anche la Chiesa è responsabile in quanto ha violato il suo dovere di diligenza. L’arcidiocesi cattolica di Melbourne è stata contattata per un commento. La corte giovedì ha fissato un’udienza per la causa il mese prossimo.

    Chi è il cardinale Pell?

    È salito alla ribalta nella Chiesa come un forte sostenitore dei valori cattolici tradizionali, spesso assumendo opinioni conservatrici e sostenendo il celibato sacerdotale.

    Il cardinale Pell è stato convocato a Roma nel 2014 per ripulire le finanze del Vaticano ed è stato spesso descritto come il terzo funzionario della Chiesa.

    Ha lasciato il Vaticano nel 2017 per combattere le accuse contro di lui nel suo stato d’origine, Victoria.

    Nel dicembre 2018, una giuria lo ha ritenuto colpevole di aver abusato sessualmente dei due ragazzi del coro di 13 anni a metà degli anni ’90. Era la figura cattolica di più alto rango a ricevere una tale convinzione.

    Ma nel suo appello all’Alta Corte d’Australia, il religioso ha sostenuto che il verdetto della giuria si era basato troppo sulle prove dell’ex corista sopravvissuto. I suoi avvocati non hanno cercato di screditare quella testimonianza, ma hanno sostenuto che altre prove non erano state adeguatamente considerate.

    I sette giudici della corte si sono pronunciati all’unanimità a suo favore , affermando che altre testimonianze avevano introdotto “una ragionevole possibilità che il reato non fosse avvenuto”.

    https://www.bbc.com/news/world-australia-62158819
  • Subito una commissione d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa e apertura degli archivi segreti delle diocesi: la lettera del Coordinamento ItalyChurchToo alla Conferenza episcopale

    Subito una commissione d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa e apertura degli archivi segreti delle diocesi: la lettera del Coordinamento ItalyChurchToo alla Conferenza episcopale

    «Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a una indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes», che faccia luce sulle violenze di matrice pedofila compiute «dal clero in Italia» che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali; in questa prospettiva, rigettiamo anticipatamente qualsiasi ipotesi di lavoro condotto con strumenti e risorse interne alla Chiesa stessa, che non avrebbe le caratteristiche di terzietà necessarie e risulterebbe non credibile, carente e in ultima analisi inutile, se non dannosa».

    È questa la prima delle richieste avanzate dal “Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo” tramite una lettera recapitata alla Conferenza episcopale italiana – e per conoscenza al segretario di Stato vaticano, card. Parolin – che dal 23 maggio è riunita in assemblea in vista, tra l’altro, della nomina del nuovo presidente (l’unico al mondo scelto direttamente dal papa), successore del card. Bassetti. Le strategie di lotta contro la pedofilia all’interno della Chiesa italiana saranno oggetto di discussione al sinodo della Cei di questi giorni e il Coordinamento “ItalyChurchToo” espressione delle vittime di abusi, del laicato cattolico, di istanze del dialogo interreligioso, della cittadinanza e di alcuni media sensibili (oltre, naturalmente a Left, c’è Adista), chiede ai vescovi italiani di inoltrarsi una volta per tutte sul percorso della verità e della giustizia per le vittime di violenze, abusi e soprusi – minori, adulti, adulte, persone vulnerabili, religiose – perpetrati da persone a vario titolo impegnate nella Chiesa.

    L’Italia è rimasto l’unico grande Paese a tradizione cattolica nel quale a livello istituzionale – laico e religioso – non si è nemmeno mai parlato della possibilità di realizzare un’indagine su scala nazionale per far luce sull’entità del fenomeno criminale della pedofilia di matrice clericale. L’inchiesta non solo restituirebbe giustizia e verità a migliaia di vittime fino a oggi ignorate e inascoltate, ma darebbe fondamentali informazioni alle istituzioni preposte nell’ottica della prevenzione. Chi è il pedofilo? Cos’è la pedofilia? Cosa contraddistingue quella di matrice ecclesiastica? Quali sono le conseguenze per una vittima? Quanti sono i preti pedofili in Italia? Quante sono le loro vittime? Cosa fare quando si viene a conoscenza di una violenza subita da un bambino? A chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare? Sono tutte domande che troverebbero risposta grazie a un’inchiesta seria.

    Alla necessità di realizzare un’indagine indipendente il nostro settimanale ha dedicato negli anni decine e decine di pagine, conducendo questa battaglia di civiltà a fianco delle vittime e dei sopravvissuti. E’ nata così l’idea di realizzare in collaborazione con Rete L’Abuso (onlus che fa parte del Coordinamento ItalyChurchToo) un Database che non si “limita a documentare i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana (ad oggi ne abbiamo accertati 90 – con 269 vittime – in 20 anni).

    Si tratta della prima indagine permanente realizzata da un giornale in Italia per far luce su questo orrendo fenomeno criminale in tutti i suoi aspetti per fornire all’opinione pubblica un quadro d’insieme della situazione italiana e fare pressione sulla politica e le istituzioni affinché pongano in essere tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un crimine seriale – e per garantire tutta la necessaria assistenza psicologica alle vittime.

    L’archivio è quindi corredato oltre che di un numeratore dei casi accertati e delle vittime, anche da inchieste, interviste, analisi e riflessioni con il contributo di esperti di varie discipline per spiegare con linguaggio chiaro e divulgativo cosa è la pedofilia, in particolare quella di matrice ecclesiastica, chi è il pedofilo, quali sono le conseguenze per la vittima, cosa fare nel caso in cui si venga a conoscenza di una presunta violenza subita da un bambino, a chi rivolgersi e a chi NON rivolgersi per denunciare.

    Un altro punto chiave della lotta contro la pedofilia è la trasparenza. «Chiediamo che siano aperti e resi disponibili gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, parrocchie, centri pastorali, istituzioni scolastiche ed educative cattoliche» è scritto al secondo punto della lettera di ItalyChurchToo che implicitamente fa riferimento ai luoghi dove notoriamente vengono custodite le informazioni “personali” sui presunti responsabili di violenze, mai consegnate alle istituzioni laiche. Il Coordinamento chiede inoltre, appunto, «che siano posti in essere canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano perché i colpevoli di crimini contro i minori vengano perseguiti». «Non siamo disposti – scrivono i componenti di ItalyChurchToo – ad accogliere sinergie con istituzioni statali che non contemplino una seria indagine sul passato, un coinvolgimento diretto delle vittime e una riparazione proporzionata al danno arrecato. È necessario che le responsabilità personali dirette, così come omissioni e indebite coperture, causa di rivittimizzazione delle vittime, siano accertate e rese note, a tutti i livelli, ai fini di una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni, alle quali tutte e tutti siamo chiamati».

    Infine il riferimento ai centri diocesani di ascolto, presentati dalla Conferenza episcopale italiana come luoghi di attenzione alle vittime e di sensibilità alle loro necessità quando in realtà, come è stato ricostruito da Left, sono stati istituiti nelle diocesi per intercettare le vittime prima che vadano a denunciare alle autorità laiche quanto subito da un sacerdote: «Chiediamo che si affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani di ascolto esistenti, elaborando una proposta alternativa che offra figure professionali neutrali e competenti, per rendere meno psicologicamente gravosa e più agevole e rigorosa la raccolta di storie e testimonianze». Come è noto ai nostri lettori questi centri sono dei veri e propri sportelli aperti in un centinaio di diocesi presso i quali chi ha subito una violenza da un sacerdote può recarsi per raccontare la propria storia e chiedere “giustizia” (…ai superiori del presunto violentatore…). Per farsi un’idea, nella sola diocesi di Bolzano nell’ultimo decennio sono arrivate un centinaio di segnalazioni di casi di pedofilia e non risulta che una sola di essi sia poi stata inoltrata alla magistratura italiana affinché indagasse concretamente.

    La lettera del Coordinamento ItalyChurchToo alla Conferenza episcopale italiana si conclude con la sollecitazione ad affrontare un altro punto cardine della lotta contro il crimine violentissimo della pedofilia: la prevenzione. Questa, scrive il Coordinamento deve certamente partire dalla «formazione al ministero ordinato» nei seminari, con particolare attenzione all’educazione psico-affettiva dei seminaristi e dei/delle candidati/e alla vita religiosa e al ripensamento delle dinamiche della cura pastorale. Ma quel che è altrettanto importante è l’estensione «anche al clero e al volontariato attivo nella Chiesa l’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal Governo italiano, al fine di restituire maggiore trasparenza alle istituzioni ecclesiastiche». Queste richieste – conclude il Coordinamento ItalyChurchToo – sono intese ad allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre Conferenze episcopali e singole diocesi, e a spazzare via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione della reale portata» del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica in Italia.

    *

    I primi firmatari della lettera alla Conferenza episcopale italiana

    Francesco Zanardi – Rete L’Abuso – ECA
    Mario Caligiuri – avvocato – Rete L’Abuso
    Cristina Balestrini – Sezione Vittime e Famiglie Rete L’Abuso
    Beppe Pavan – Comunità cristiane di base
    Paola Lazzarini – Donne per la Chiesa
    Giovanna Bianchi – Donne per la Chiesa
    Agnès Théry – Donne per la Chiesa
    Michelangelo Ventura – Noi siamo Chiesa
    Vittorio Bellavite – Noi siamo Chiesa
    Angelo Cifatte – Noi siamo Chiesa
    Paola Cavallari – Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne – OIVD
    Clelia Degli Esposti – OIVD
    Marzia Benazzi – OIVD
    Piera Baldelli – OIVD
    Maria Teresa Milano – OIVD
    Marco Campedelli – teologo e narratore – OIVD
    Paolo Cugini – presbitero e teologo – OIVD
    Doretta Baccarini – OIVD
    Ludovica Eugenio – giornalista – Adista
    Eletta Cucuzza – giornalista – Adista
    Giampaolo Petrucci – giornalista – Adista
    Ivana Santomo – Associazione Officina Adista
    Federico Tulli – giornalista – Left
    Federica Tourn – giornalista indipendente
    Comité de la Jupe
    Chantal Götz – Voices of Faith
    Lorita Tinelli – presidente Centro Studi Abusi Psicologici (CeSAP)
    Luigi Corvaglia – CeSAP – direttivo FECRIS
    I membri dell’Organizzazione internazionale Ex Focolari – OREF
    Carlo Bolpin – presidente Associazione Esodo
    Giuseppe Deiana – Associazione Puecher
    Emanuela Provera – numeraria Opus Dei dal 1986 al 2000
    Renata Patti – membro interno del Movimento dei Focolari dal 1967 al 2008
    Giuseppe Lenzi
    Piero Cappelli – giornalista e scrittore
    Francesco Antonioli – giornalista
    Federica Roselli – avvocato
    Maria Armida Nicolaci – biblista
    Mauro Concilio – educatore
    Laura Verrani – teologa
    Ugo Gianni Rosenberg – baccalaureando in Teologia
    Roberto Fiorini – responsabile rivista PretiOperai
    Antonietta Potente – religiosa domenicana e teologa
    Mauro Castagnaro – giornalista
    Francesco Peloso – giornalista vaticanista
    Giorgio Saglietti – Tempi di Fraternità
    Franco Barbero – biblista e teologo
    Giulia Lo Porto – biblista

  • “Una commissione indipendente sugli abusi”: l’appello ai vescovi dal comitato anti-pedofilia. “Aprite gli archivi e aiutate verità e giustizia”

    “Una commissione indipendente sugli abusi”: l’appello ai vescovi dal comitato anti-pedofilia. “Aprite gli archivi e aiutate verità e giustizia”

    “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes, che faccia luce sugli abusi compiuti dal clero in Italia, che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali”. È la richiesta rivolta alla Conferenza episcopale italiana (Cei) dal Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo, nato a febbraio scorso per chiedere “una Spotlight italiana” a nome delle vittime di abusi, del laicato cattolico, di istanze del dialogo interreligioso, della cittadinanza e di alcuni media sensibili. L’appello è contenuto in una lettera consegnata il 10 maggio scorso al presidente uscente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, a tutto l’episcopato italiano, al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, al prefetto della Congregazione per il clero, Lazzaro You Heung-sik, e al segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Mario Grech.

    Le esperienze in Europa – Il documento viene reso pubblico nel giorno in cui si apre l’assemblea generale della Cei, chiamata a scegliere il nuovo presidente dell’episcopato italiano. Ma durante i lavori – che come ormai tradizione saranno aperti dal Papa – è prevista anche una comunicazione sulle attività e sulle proposte di contrasto agli abusi promosse dal Servizio nazionale per la tutela dei minori. Da mesi, infatti, la Cei discute sulla possibilità di avviare una commissione indipendente sulla pedofilia del clero anche in Italia, sulla scia delle esperienze analoghe realizzate all’estero. Per esempio la commissione Sauvè in Francia, che a ottobre 2021 ha consegnato un rapporto in cui stima 216mila vittime di abusi da parte di 3.200 sacerdoti a partire dal 1950. O il rapporto tedesco choc sull’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, retta dal papa emerito Benedetto XVI tra il 1977 e il 1981: almeno 497 vittime e 235 abusatori nel periodo 1945-2019. O ancora la commissione governativa che sarà istituita in Spagna dopo la maxi-inchiesta di El Paìs, che da sola ha svelato oltre trecento casi di abusi negli ultimi cinquant’anni. In questo senso da ItalyChurchToo mettono le cose in chiaro: “Rigettiamo anticipatamente qualsiasi ipotesi di lavoro condotto con strumenti e risorse interne alla Chiesa stessa, che non avrebbe le caratteristiche di terzietà necessarie e risulterebbe non credibile, carente e in ultima analisi inutile, se non dannosa”.

    “Fino a un milione di potenziali vittime” – “Una vera commissione indipendente sarebbe rivoluzionaria, ma anche molto scomoda. Perché dimostrerebbe che l’Italia è il Paese col più alto numero di preti pedofili al mondo”, dice al fattoquotidiano.it Francesco Zanardi, 51 anni, sopravvissuto agli abusi di don Nello Giraudo – il parroco savonese condannato per violenze su minori – e presidente della Rete l’Abuso, l’associazione delle vittime del clero italiano. “Basta usare la statistica”, spiega: “In Francia i preti sono 22mila e la commissione ha individuato più di tremila pedofili e più di duecentomila abusi. Poiché in Italia i preti sono 52mila, in base a studi indipendenti è ragionevole pensare che i pedofili potrebbero essere il triplo, nove o diecimila. E gli abusati fino a un milione“. Domenica, sul sito di Rete l’Abuso, Zanardi ha criticato la recente partecipazione della Cei all’Osservatorio ministeriale per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia, definita “un lifting generosamente offerto dal governo italiano al clero”: “La pedofilia ecclesiastica non si può paragonare a quella delle persone comuni, perché è coperta da una gerarchia potente. Per questo l’Osservatorio non basta, ma serve una commissione d’indagine ad hoc composta da esperti qualificati, a cui partecipino anche rappresentanti delle vittime. E che sia seguita da una commissione parlamentare in grado di predisporre strumenti legislativi di prevenzione, ad esempio l’obbligo di denuncia per chiunque assista a un abuso, che già esiste in Francia, Germania e Svizzera”, afferma.

    Aprire gli archivi – Le richieste del Coordinamento ai vescovi italiani sono in totale sette. “Chiediamo che siano aperti e resi disponibili gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, parrocchie, centri pastorali, istituzioni scolastiche ed educative cattoliche; che siano posti in essere canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano perché i colpevoli di crimini contro i minori vengano perseguiti”, si legge nella lettera. “Non siamo disposti ad accogliere sinergie con istituzioni statali che non contemplino una seria indagine sul passato, un coinvolgimento diretto delle vittime e una riparazione proporzionata al danno arrecato. È necessario che le responsabilità personali dirette, così come omissioni e indebite coperture, causa di rivittimizzazione delle vittime, siano accertate e rese note, a tutti i livelli, ai fini di una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni, alle quali tutte e tutti siamo chiamati”.

    L’obbligo di denuncia – E ancora: “Chiediamo che si affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani di ascolto esistenti, elaborando una proposta alternativa che offra figure professionali neutrali e competenti, per rendere meno psicologicamente gravosa e più agevole e rigorosa la raccolta di storie e testimonianze. Chiediamo che le vittime e le loro famiglie siano ascoltate, accolte e risarcite, anche finanziariamente, per i danni biologici, psicologici, morali ed economici subiti, pur nella consapevolezza che nulla potrà mai compensare la sofferenza subita. E che siano contestualmente contemplati percorsi di assunzione di responsabilità degli autori di reato davanti alle vittime, in un’ottica di giustizia riparativa. Chiediamo l’applicazione rigorosa delle norme stabilite da Papa Francesco, in particolare contenute nel motu proprio Vos estis lux mundi, che sancisce in primo luogo l’obbligo, morale e giuridico, di segnalazione degli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili, o contro qualunque persona con violenza, minaccia o abuso di autorità”.

    La prescrizione – Infine, il Comitato chiede ai vescovi di farsi “promotori dell’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi, come già sta avvenendo in altri Paesi: la maturazione della coscienza dell’abuso richiede alle vittime, come ormai attestato anche in sede scientifica, tempi molto lunghi che fatalmente, oggi, rendono prescritta la maggior parte delle denunce”. Per Zanardi, l’estinzione di questi reati “è in contraddizione con la Convenzione Onu del sui diritti dell’infanzia e l’adolescenza, ratificata dall’Italia: in media le vittime hanno tempi di reazione lunghissimi prima di denunciare, anche venti o trent’anni. Così le gerarchie ecclesiastiche sono incoraggiate a tenere nascosti i casi più a lungo possibile, e quando vengono alla luce i magistrati sono costretti a chiedere l’archiviazione”. Infine, la lettera chiede “di estendere anche al clero e al volontariato attivo nella Chiesa l’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal Governo italiano, al fine di restituire maggiore trasparenza alle istituzioni ecclesiastiche”.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/23/una-commissione-indipendente-sugli-abusi-lappello-ai-vescovi-dal-comitato-anti-pedofilia-aprite-gli-archivi-e-aiutate-verita-e-giustizia/6600770/
  • Disattese le prescrizioni del papa contro la pedofilia. Con qualche eccezione

    Disattese le prescrizioni del papa contro la pedofilia. Con qualche eccezione

    41075 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Il protocollo per la gestione degli abusi sessuali nella Chiesa, sancito dal motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi a maggio 2019, e stabilito ad experimentum per tre anni, è arrivato al capolinea e il bilancio non sembra positivo. Il protocollo richiede ai metropoliti di tutto il mondo di creare, nelle diocesi o eparchie, singolarmente o insieme, «entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico». Si applica anche alle «azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso» accusato di abusi, e prescrive l’obbligo, per il prete o il religioso che abbia notizia o fondati motivi» per sospettare di un abuso, di denunciare al vescovo. Quest’ultimo chiede tempestivamente al Dicastero competente l’incarico per avviare l’indagine e il Dicastero, al massimo entro 30 giorni dal ricevimento della segnalazione, provvede a fornire indicazioni su come procedere.

    Mons. Scicluna: “Non abbiamo dati”

    In questi tre anni, però le cose non sono andate proprio così. Lo testimonia, in un’intervista al quotidiano francese La Croix (10/5), il sottosegretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, incaricato della lotta alla pedocriminalità, mons. Charles Scicluna. Che mette le mani avanti, cercando di trasmettere una valutazione positiva, ma lasciando trapelare l’inefficacia, almeno relativa, del documento: «Oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti. Ma quello che sappiamo è che questa legge di papa Francesco è stata ampiamente applicata, e che molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Se rallentamenti ci sono stati, dice, vanno imputati alla pandemia; «tocca ora ai nunzi, che rappresentano il papa nei Paesi, ricordare ai vescovi gli obblighi derivanti da Vos estis lux mundi, compreso il fatto di creare questo luogo dove le vittime possano essere ascoltate e a cui hanno diritto». Luogo che non è così diffuso: «La creazione di un ufficio per la segnalazione in ogni diocesi è un obbligo non negoziabile che deve essere rispettato. Non dipende dalla volontà personale di ciascun vescovo». E poi, anche i fedeli «si aspettano che la Chiesa si assuma le sue responsabilità a livello locale», e «le stesse comunità si aspettano che le richieste del Papa vengano messe in pratica d’ora in poi». D’ora in poi.

    La realtà è che diversi vescovi non hanno ancora «la consapevolezza dell’importanza di questo argomento», ammette Scicluna: «In ogni caso, i vescovi non hanno scuse per non attuare questo motu proprio. Posso capire che in alcuni Paesi di missione, specialmente quelli che attraversano crisi, carestie, guerre o disastri naturali, questo è difficile. Ma penso che a livello nazionale sia sempre possibile costruire competenze, nell’ambito della Conferenza episcopale. È anche un’area in cui possono aver luogo scambi tra i vescovi di diversi Paesi» (già, ma il problema è che il documento non è stato tradotto in tutte le lingue). Per quanto riguarda il futuro del protocollo, e il rinnovo o meno, dopo i tre anni ad experimentum, «la decisione finale spetta al papa. Da parte mia, spero che sarà così. Sono convinto che queste misure siano irreversibili e soprattutto non dovrebbero esserci segni di arretramento. Diverse sono le opzioni aperte al papa, tra cui quella di un rinnovo dell’esperimento per tre anni, o la sua estensione alle comunità religiose».

    Una serie infinita di colli di bottiglia

    Se Scicluna afferma che un bilancio ancora non è disponibile, un’idea chiara è possibile farsela grazie all’inchiesta condotta da La Croix (9/5) su tutte le Conferenze episcopali del mondo, con una decina di domande rispetto all’applicazione di quanto prescritto dal motu proprio. Che, nella povertà delle risposte – già di per sé un segnale – evidenzia un’interminabile serie di ostacoli e di carenze.

    Infatti, solo 26 Conferenze episcopali hanno accettato di rispondere alle domande, un quinto degli episcopati, tra cui Francia, Polonia, Madagascar, Taiwan, Giappone e Russia. La Germania ha replicato che avrebbero risposto solo alla Santa Sede.

    Cosa emerge dalle risposte? In primo luogo che il documento è stato ampiamente diffuso: oltre che in francese, inglese, italiano e spagnolo, è stato tradotto dalle Conferenze episcopali in russo, ungherese, giapponese, indonesiano, tamil e mandarino. Detto questo, solo la metà degli episcopati che hanno risposto indica che il documento è disponibile sul loro sito web; l’edizione cartacea esiste solo in un Paese su quattro.

    Riguardo all’ufficio dedicato alle segnalazioni di abusi da attivare presso le diocesi entro un anno, dunque entro il 1 giugno 2020, un quarto delle Conferenze episcopali che hanno risposto non l’ha ancora creato. Alcuni Paesi, come la Repubblica Centrafricana o il Guatemala, hanno tuttavia assicurato che questi uffici saranno creati entro la fine dell’anno.

    I fedeli che vogliano contattare questi uffici, devono informarsi su internet, dal momento che raramente si trovano informazioni nelle parrocchie. In due Paesi africani che hanno risposto, «la modalità è a dir poco sorprendente», commenta La Croix: «Chiunque voglia accedere a questo ufficio deve chiedere al proprio parroco i mezzi per contattare l’ente segnalante. Tale provvedimento non sembra poter consentire la libera segnalazione, il che mette in discussione la rilevanza di questi uffici».

    La segnalazione il più delle volte può avvenire telefonicamente o via Internet. In alcuni Paesi, come Austria e Polonia, è prevista anche la possibilità di un incontro di persona, mentre in altri, come Papua Nuova Guinea o Burundi, gli incontri “faccia a faccia” sono l’unica possibilità: anche in questo caso, una modalità che non favorisce la denuncia.

    Riguardo ai dati effettivamente raccolti finora, molte Conferenze episcopali non hanno risposto. «Non abbiamo informazioni su questo argomento perché il sistema opera a livello diocesano», ha spiegato la Conferenza episcopale ungherese. Stessa risposta da parte della CEI: «La Conferenza episcopale non è a conoscenza di questi elementi perché rientrano nella competenza dell’Ordinario diocesano».

    «L’indagine mette così in luce un altro punto cieco nella prevenzione degli abusi: il predominio del vescovo», commenta il quotidiano francese. «Pertanto, gli uffici di segnalazione, le risorse stanziate e il trattamento riservato ai fatti denunciati dipendono in gran parte dal vescovo locale. Egli è così padrone nella sua diocesi del luogo concesso alla prevenzione e alla lotta agli abusi».

    Alcune Conferenze episcopali, tra cui la Francia, dichiarano di non disporre di un dato complessivo per il numero delle vittime identificate. Altri sì, come la Bulgaria, dove non è stato individuato nessun caso. Nella Repubblica Centrafricana e in Guatemala, meno di cinque file sono stati trasmessi al Dicastero per la Dottrina della Fede, mentre in Polonia, tra il 1 luglio 2018 e il 31 dicembre 2020 sono state fatte ben 368 denunce.

    Un altro collo di bottiglia è la risposta da Roma ai casi segnalati. Molti dei Paesi che hanno inviato rapporti dichiarano di non aver ancora ricevuto feedback dalla Santa Sede, o almeno non su tutti i casi; i vescovi polacchi hanno ricevuto una risposta solo per 186 casi su 368. Scarsità di risorse nella seconda sezione del Dicastero della Dottrina della Fede? Se ogni anno arrivassero 500 fascicoli, secondo l’agenzia specializzata I.Media, «i tempi di elaborazione potrebbero durare mesi, in certi casi anche anni».

    https://www.adista.it/articolo/68046