Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La prefazione di Federico Tulli – FRANCESCO ZANARDI – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Biografia

    La prefazione di Federico Tulli – FRANCESCO ZANARDI – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Biografia

    di Federico Tulli – Entro in punta di piedi in questo libro che narra la vita vissuta fin qui da Francesco Zanardi. Mi ha chiesto lui di scrivere qualche riga e pur non avendo mai avuto particolari problemi davanti al foglio bianco confesso che non è affatto facile. Forse per l’amicizia che ci lega o forse perché so che la sua vita non è stata affatto facile. Ma ci provo, indosso i panni del giornalista e ci provo.

    Ho scoperto solo di recente che lui non si ricordava quando ci siamo conosciuti. Io non posso dimenticarlo. È accaduto tre giorni dopo l’uscita del mio primo libro sulla pedofilia di matrice ecclesiastica. Era la sera del 31 ottobre 2010.

    Quel giorno a Roma, nei giardini di Castel sant’Angelo di fronte a via della Conciliazione si è svolta una storica manifestazione internazionale organizzata da Survivors voice Europe per “ricordare” a Benedetto XVI le promesse che aveva fatto e non aveva mantenuto riguardo azioni concrete di prevenzione della pedofilia all’interno del clero e di giustizia per le vittime, anzi, per i survivors, i sopravvissuti.

    Così infatti si definiscono essendo sopravvissuti a quello che è stato a tutti gli effetti un tentativo (che spesso purtroppo riesce) di omicidio psichico e fisico nei loro confronti da parte dell’adulto violentatore.

    Come spesso mi sarebbe accaduto negli anni successivi in situazioni pubbliche di questo tipo quella sera io ero uno dei pochissimi giornalisti italiani presenti in mezzo a un battaglione di reporter e televisioni straniere. Tra i manifestanti c’era anche Francesco, scambiammo qualche parola tra un’intervista e l’altra che rilasciò a non so quanti media.

    Anche lui è un sopravvissuto e la trama che si sviluppa in questo libro ricostruisce a cosa sia sopravvissuto e come. Scoprirete così  – ma sono sicuro che molti di voi lo sapevano già – che Zanardi non si è limitato a portare avanti la propria battaglia personale per ottenere giustizia ma mettendo a disposizione di altri sopravvissuti, a decine, a centinaia, la propria forza e una perseveranza inusuale per tentare tutti insieme di scardinare il muro dell’omertà, della complicità, dell’indifferenza, dell’anaffettività innalzato lucidamente dalle gerarchie vaticane responsabili degli insabbiamenti dei casi di pedofilia e della tutela sistematica dei preti violentatori. Penso di poter dire che se una breccia in questi dieci anni si è aperta – e lo possiamo riscontrare ad esempio nella recente eliminazione del segreto pontificio sui crimini pedofili da parte di papa Bergoglio – parte del merito sia anche di Zanardi e della Rete l’Abuso da lui fondata nella sua Savona e successivamente collegata a un network internazionale delle associazioni che si occupano delle battaglie per la giustizia e la tutela dei diritti dei sopravvissuti.

    Chiarisco subito che sarebbe riduttivo pensare che la lotta di Francesco Zanardi sia volta solamente contro “l’inerzia” delle autorità ecclesiastiche e sarebbe sbagliato pensare che lui sia spinto dall’odio e cerchi vendetta per quello che ha subito.

    In Francesco non c’è odio cieco ma una legittima, umanissima e profonda indignazione, c’è sdegno per l’ipocrisia, c’è disprezzo per la mentalità criminale di chi protegge i pedofili. Uno dei punti di forza del suo impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero religioso che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino.

    Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro la persona) con il peccato. Sappiamo infatti che la pedofilia, o meglio, lo stupro di un bimbo prepubere altro non è che l’annullamento della realtà umana del bambino. Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto ancora un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, e non la violenza efferata contro una persona.

    Di conseguenza la vera vittima sarebbe Dio e il peccatore (che sotto sotto per certa cultura è anche il bambino… che induce in tentazione quel sant’uomo del sacerdote) secondo la visione degli appartenenti al clero, deve rispondere alla persona che rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte.

    E qui sta un’altra intuizione del “nostro” Francesco: di tutto questo non tiene conto lo Stato italiano nel tenere in vita il Concordato rinnovato nel 1984 con il Vaticano, sebbene dal 1996 in poi la nostra legislazione in materia di reati a sfondo sessuale sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi.

    Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche è facile – purtroppo – immaginarlo. Ma per avere un riscontro concreto basta farsi un giro per il sito di Rete L’Abuso dove quel che accade in Italia è catalogato e documentato costantemente.

    Una delle grandi battaglie di civiltà di Francesco Zanardi (e una delle tante battaglie che ci unisce) consiste nel chiedere l’abolizione del Concordato o per lo meno l’eliminazione degli articoli del trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, che hanno contribuito e contribuiscono a mantenere in piedi il muro di segretezza, omertà e complicità di cui parlavo prima, dietro cui si nascondono i gerarchi della Chiesa protettori dei sacerdoti pedofili (e/o pedofili essi stessi).

    Mi riferisco ad esempio all’eliminazione dell’articolo 4 – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – che segnerebbe la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco.

    Nel 2010 il magistrato irlandese incaricato da Dublino di indagare su decenni di scandali che avevano sconvolto la vita nell’isola disse a conclusione dell’inchiesta che la pedofilia è un fattore endemico nella Chiesa d’Irlanda. Una drammatica presa di coscienza in un Paese a tradizione cattolica che altrove non è stata fatta. Per esempio qui da noi dove sia Francesco che il sottoscritto, ciascuno con la propria competenza, abbiamo documentato l’esistenza di un “sistema” simile a quello irlandese: con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni la storia d’Italia è attraversata da tragiche vicende di pedofilia clericale.

    Ma se proprio non si vuole ascoltare la voce di un sopravvissuto o quella di un giornalista allora andiamo direttamente alla fonte. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista ad AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi».

    Zollner si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania, tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che ci riguarda tutti da molto vicino basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

    Quanto fa il 4-6 per cento di 30mila? E quante sono le loro vittime considerando che il profilo criminale di un pedofilo è equiparabile a quello del serial killer? Non a caso ci sono sacerdoti che hanno “confessato” anche 200 stupri.

    Tra i preti italiani che negli ultimi 50 anni hanno agito indisturbati c’era anche l’aguzzino di Francesco. Il processo si è tenuto a quasi 30 anni dalla violenza e grazie alla prescrizione se l’è cavata con un solo anno di carcere. Io non sono un giustizialista ma penso che sia lecito affermare che una pena così lieve è inaccettabile (anche perché, se pure in carcere fosse stato curato, sicuramente in un solo anno non può essere guarito) ma quanto meno c’è stata una condanna.

    Lì fuori, in giro indisturbati, di pedofili con il collarino bianco ce ne sono ancora centinaia, forse migliaia. Cerchiamoli insieme a Francesco Zanardi e alla sua associazione. Denunciamoli, non voltiamoci dall’altra parte. Pretendiamo che non vengano nascosti e sottratti all’azione penale. Lo dobbiamo a lui, alle vittime, ai sopravvissuti. Lo dobbiamo fare affinché sempre più bambini possano vivere un’infanzia felice.

    Federico Tulli
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  • Biografia di FRANCESCO ZANARDI  – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Video

    Biografia di FRANCESCO ZANARDI – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Video

    Non perché gli stimoli non ci fossero, ma ho impiegato dieci anni prima di scrivere questa biografia, che oggi, diversamente da allora ha un contributo decisamente maggiore nei suoi contenuti, un po’ come accade per le cose che con la stagionatura acquistano maggiore qualità.

    Il ritardo in realtà è dovuto al fatto che non volevo scrivere di me, volevo che fosse qualcun altro a scrivere ciò che vedeva di me e l’attesa ha portato a mio avviso un ulteriore valore aggiunto, perché a scrivere la biografia di un ateo che combatte da dieci anni la pedofilia nel clero, è una donna cattolica, madre di una vittima.

    Il libro infatti è scritto a quattro mani, da Cristina Balestrini (già autrice del libro “Chiesa: perché mi fai male?”) che racconta molte delle tappe e delle difficoltà che la mia vita ha avuto dopo le violenze sessuali, anche alla luce della sua consapevolezza che, purtroppo, con l’esperienza del figlio, pur restando cattolica, ha toccato concretamente prendendo atto di quella che ancora oggi è la triste realtà.

    Più tecniche le parti che io ho editato, frutto non solo della decennale esperienza in materia, ma mi permetto di vantarne le più di 900 vittime, passate in questi dieci anni per l’associazione che ho fondato, l’unica in Italia, la Rete L’ABUSO, che in qualche modo mi hanno aiutato a farmi un’idea molto precisa, purtroppo, di come sia, al di la dei proclami del Pontefice di turno, la reale posizione del Vaticano rispetto alle sue vittime e ai suoi criminali, che preferisce ancora oggi chiamare peccatori.

    La prefazione è di Federico Tulli, caro amico col quale da anni collaboro e che nella sua umiltà si dichiara un giornalista, ma a mio avviso non gli rende onore in quanto ritengo uno dei rari giornalisti di inchiesta sopravvissuti nel nostro paese.

    Agli albori del mio impegno civile in questa battaglia, Federico usciva col suo primo libro in materia, “Chiesa e pedofilia”, pochi anni dopo con un altro testo, più specifico del nostro paese, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” e nel 2019, con la giornalista Emanuela Provera, già autrice del testo “Dentro l’Opus dei”, questa volta anche con una mia testimonianza diretta, partendo proprio dal bagaglio documentale maturato negli anni, con il libro edito da Chiarelettere “Giustizia divina”.

    L’importanza di questo testo, per me, non è quella di raccontare il triste destino di chi ha la sfortuna di subire degli abusi, quello è un dato di fatto, in questo caso vissuto anche nel personale che ho voluto rendere pubblico, non solo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo grande problema sociale, ma per fare comprendere al tempo stesso, quelle che sono e sono state le gravi responsabilità, anche dei Governi, che in Italia si sono succeduti dal 2000.

    L’atteggiamento della chiesa, nel nostro paese, trova la sponda di uno Stato, che a differenza degli altri, in venti anni non ha preso ancora oggi una posizione forte in tutela dei cittadini minorenni e la chiesa si è semplicemente adeguata.

    Mentre nel mondo vediamo i vari Governi prendere provvedimenti in tutela dei propri cittadini, in Italia ricordiamo un unico intervento delle Istituzioni, nel 2010, quando la massima carica istituzionale, Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, a suo seguito il Parlamento, di fronte allo scandalo che proprio nel 2010 investiva l’Europa, diedero sostegno all’allora papa, Joseph Ratzinger, accusando di “complotto ai danni del papa” la stampa, al tempo stesso, senza fare alcun cenno ai cittadini vittime di cui erano responsabili.

    Un lavoro immenso in tutela dei minori che trova conferma dalla pesantissima ammonizione del Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale la Rete L’ABUSO nel gennaio del 2019 – dopo una serie di diffide al Governo – denunciò le gravi inadempienze del Governo con un report , il “Report Giustizia sul “Caso Italia“, al quale le Nazioni Unite, il 28 febbraio del 2019, rispondevano (punto 21 del documento) confermando in toto le inadempienze contestate al Governo che tutt’ora resta latitante.

    In ultimo, come da dieci anni cerco di fare, vorrei che questa storia sia un valore per tutte quelle vittime che oggi vivono e subiscono ancora nell’ombra, la scintilla per fare sì che escano come tanti in questi anni, dal ruolo di vittime e inizino per quanto possibile, a ricostruire come ho fatto io, una loro vita.

    Francesco Zanardi

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  • Pedofilia: card. Pell sapeva da anni ’70

    Pedofilia: card. Pell sapeva da anni ’70

    Emerge da un rapporto del 2017

    (ANSA) – SYDNEY, 7 APR – Il cardinale australiano George Pell era al corrente dei casi si abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici in Australia fin dagli anni ’70 ma non agì per la rimozione dei responsabili. E’ quanto emerge da un dettagliato rapporto consegnato già nel 2017 ma di cui solo adesso emergono integralmente le parti relative alla condotta del cardinale Pell.
    Le omissioni nel testo nel rapporto stilato dalla Royal Commission, erano volute per evitare di influenzare i giudici impegnati nel processo contro il cardinale accusato di pedofilia. Il mese scorso l’Alta Corte australiana aveva assolto l’ex tesoriere del Vaticano il quale era stato scarcerato e ciò ha consentito di rendere pubbliche le parti del rapporto in questione. In particolare emerge dall’inchiesta della Royal Commission che “entro il 1973 il cardinale Pell non solo era consapevole di abusi sessuali su minori da parte del clero, ma che aveva preso in considerazione misure per evitare che si diffondessero chiacchiere a riguardo”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/05/07/pedofilia-card.-pell-sapeva-da-anni-70_7c809f7a-523f-4570-a539-00a99cef3a6b.html

  • “Qui c’è un prete pedofilo” ora è un’app a segnalarlo

    “Qui c’è un prete pedofilo” ora è un’app a segnalarlo

    Di Andrea Gualtieri per “Il venerdì della Repubblica”

    ARRIVARE in un paese o in una città, attivare la geolocalizzazione dello smartphone. E trovarsi davanti, invece di musei e ristoranti consigliati, i luoghi nei quali c’è il rischio di imbattersi in un prete pedofilo.

    L’archivio e la mappa dei casi di cronaca meticolosamente organizzai negli anni sul sito web della Rete L’ABUSO, potrebbe ora diventare un’app grazie e una raccolta fondi.

    “Abbiamo bisogno di 12.800 euro” afferma Francesco Zanardi , fondatore dell’associazione che riunisce vittime dei reati sessuali commessi dai religiosi.

    Ma serve davvero uno strumento simile ?

    “La prevenzione in queste vicende è fondamentale”, rivendicano i promotori della Rete. Assicurano di avere 900 attivisti, in gran parte ex assistiti della Rete, che indicano le chiese, conventi e persino comunità di recupero nelle quali hanno trovato rifugio o copertura i protagonisti degli scandali ecclesiastici.

    Tutti finiranno nella app Priest Advisor, anche se non si può avere certezza che il prete in questione si trovi ancora li, né soprattutto che le denunce  o le relative omissioni riferite al suo caso siano fondate. “Abbiamo centinaia di segnalazioni ma non tutte vengono pubblicate, aspettiamo sempre che ci siano riscontri” garantisce Zanardi. “E’ vero che si fa fatica poi a seguire ogni iter processuale, ma in genere quando arriva un proscioglimento gli avvocati dell’indagato non tardano a contattarci”.

    La Rete L’ABUSO ha classificato le diocesi con una scala di colori; si va dal nero di quelle che ospitano sacerdoti indagati all’estero, al giallo di quelle in cui ci sono casi in attesa di giudizio o dei quali si sono perse le tracce. I vescovi italiani, in realtà, dopo il vertice mondiale convocato un anno fa da papa Francesco hanno ricevuto nuove linee che impongono di denunciare i casi sospetti ai magistrati.

    Ma per Zanardi “si fa ancora poco per impedire che i preti pedofili commettano altri abusi”.

    E allora capiterà, forse, di veder apparire sul cellulare una notifica più inquietante del solito.

    Da “Il venerdì” Andrea Gualtieri – Repubblica del 20 marzo 2020

  • USA. I Legionari di Cristo e i nuovi abusi sessuali in USA e Messico

    USA. I Legionari di Cristo e i nuovi abusi sessuali in USA e Messico

    Volontà di ‘riabilitazione terapeutica’ ma non di ‘riabilitazione economica’

    di Daniele Rosa

    l’Organizzazione Mondiale dei Boy Scouts ha dichiarato in America, dove ha la sede, fallimento ha causa delle cause penali per abusi su minori un’altra Congregazione , questa volta religiosa,  I Legionari di Cristo,ha dovuto pubblicamente chiedere scusa per le nuove denunce in Messico e negli Stati Uniti.

    I Legionari di Cristo e gli abusi sessuali

    I Legionari di Cristo ( in latino Congregatio Legionariorum Christi) sono un istituto maschile di diritto pontificio fondati il 3 gennaio del 1941 a Città del Messico da Marcial Maciel Degollado che ricevette circa 20 anni dopo il pontificio decreto di lode.

    Ma fu proprio la Santa Sede nel 2006, dopo un’indagine, a dichiarare colpevole Degollado di reiterati atti di pedofilia e di adulterio avendo avuto, da sacerdote, tre figli da due donne differenti nel corso di una vita depravata.

    Da questo scandalo la Congregazione è stata riformata ma, evidentemente, non abbastanza.

    E adesso i Legionari stanno facendo Mea Culpa sui 175 giovani che, secondo dati da loro annunciati, sarebbero i minori abusati.

    Nel documento (di circa venti pagine) reso pubblico e chiamato ‘Verso una cultura di abusi zero’ i sacerdoti chiedono perdono per la loro cecità e le loro omissioni.

    ‘Vogliamo riparare con azioni concrete e intendiamo rendere pubblici i nomi dei sacerdoti da noi giudicati colpevoli’

    Il documento è stato presentato nel corso della Giunta organizzata ogni sei anni per disegnare le strategie del futuro della Congregazione.

    I Legionari di Cristo e gli abusi sessuali

    Nel documento vengono riconosciuti i molti errori commessi nel non aver investigato su quanto era successo in maniera approfondita, nel non aver sanzionato i crimini per fare giustizia e nel non aver compreso la sensibilità delle vittime.

    Questa decisione di outing però non è del tutto spontanea e deriva dall’ordine di Papa Francesco dell’anno scorso alle Organizzazioni Cattoliche nel mondo. L’ordine di collaborare con le vittime, riparare ai danni causati e fare piccoli gesti di epurazione. Ma le parole riparare e piccoli gesti sono state interpretate forse non del tutto correttamente

    ‘Obtorto collo’ i Legionari hanno dovuto fare pubblica ammenda, anche perché nel frattempo sono emerse altre denunce.

    Fra i preti pedofili denunciati il  messicano Fernando Martinez, accusato di abusi in varie città messicane. Denunce contro 87 membri della Congregazione e altri due sacerdoti incriminati per pederastia, gli spagnoli Antonio Rodriguez Sanchez e Josè Maria Sabin.

    Ma questo pubblico ‘Mea Culpa’ sembra non convincere molto una delle vittime Ana Salazar che sostiene che questa è solo un’operazione di facciata. E’ solo per lavarsi la faccia. I loro affari con i bambini stanno continuando e le accuse di pederastia si ripercuotono sull’immagine dei loro collegi che sono sparsi in ben 19 paesi nel mondo’.

    Un altro aspetto molto controverso e più volte emerso nelle parole delle tante presunte vittime è che i Legionari parlano solo di ‘riparazione terapeutica’ ma mai di ‘riparazione economica’.

    ‘Per noi vittime non c’è nulla, mentre per i preti colpevoli sono mantenuti a Roma, come Sanchez e Martinez,  vita natural durante’.

    Forse è troppo semplice appellarsi alla giustizia di Dio dimenticandosi che gli uomini pagano anche sulla terra. I Legionari dovrebbero comprenderlo meglio per diventare totalmente credibili.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/usa-i-legionari-di-cristo-i-nuovi-abusi-sessuali-in-usa-messico-655600.html

  • Il lato oscuro degli amish

    Il lato oscuro degli amish

    Si riconoscono facilmente grazie al loro abbigliamento: barba lunga e senza baffi per gli uomini, un abito grigio, lungo appena sopra le caviglie e un cappello per le donne. Si muovono su carrozze trainate da cavalli e conducono una vita apparentemente semplice. Rifiutano, anche se in parte, la tecnologia e la contemporaneità e vivono come contadini e artigiani, in campagna. La loro comunità, soltanto negli Stati Uniti, conta circa 342mila persone, tutte sparse nelle aree rurali della Pennsylvania, dell’Ohio, dell’Indiana, del Kentucky, dello Stato di New York, del Michigan e del Wisconsin. E se in tanti li conoscono per il loro isolamento e le loro abitudini, nelle ultime settimane, in America, agli amish vengono ritenuti responsabili di abusi sessuali perpetrati (negli anni) sui bambini all’interno della comunità e, soprattutto, dentro i nuclei familiari.

    A raccontare i diversi casi di violenza sessuale, omissioni e stupri è un’inchiesta di Sarah McClure che, su Cosmopolitan, ha ricostruito le vicende di alcune vittime, le quali hanno raccontato (nel dettaglio) le loro personali storie di violenza, vissute spesso in silenzio e taciute per anni. La maggior parte degli abusi si sono consumati all’interno delle mura domestiche o dentro gli spazi della comunità: niente denunce alla polizia, né coinvolgimento di persone esterne al gruppo religioso. Il muro di omertà è cresciuto così, sconvolgendo la vita di decine di bambine e bambini che, nel tempo, sono diventati spesso adulti terrorizzati dalla sofferenza e dilaniati dal senso di colpa.

    I 52 casi accertati

    Secondo quanto emerso dal rapporto pubblicato sulla rivista americana, negli ultimi dieci anni, i casi ufficiali di violenze sessuali su minori amish sarebbero 52, tutti avvenuti nei sette stati in cui la comunità vive da secoli. Ma il numero riportato dall’inchiesta non illustrerebbe il quadro completo. Questo perché è necessario considerare il sommerso, ovvero le storie mai raccontate e gli abusi tenuti nascosti per anni. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, praticamente ogni vittima ascoltata (maschio o femmina) avrebbe dichiarato di essere stata dissuasa dalla famiglia o dai leader della comunità dal denunciare le violenze e tutti hanno affermato di essere stati condizionati a non chiedere aiuto all’esterno. In molti hanno fatto sapere di essere stati intimiditi o, addirittura, minacciati di scomunica e le storie raccolte mostrano un’idea diffusa, soprattutto in passato, che le violenze sessuali sui minori (anche da parte delle autorità religiose amish) dovevano rimanere all’interno della comunità, o peggio, della famiglia. E per fare presa sulla coscienza, a molti di loro, per esempio, veniva detto che non era “cristiano” denunciare un parente e, più in generale, una violenza.

    Chi sono gli amish

    La comunità religiosa, nata in Svizzera nel Cinquecento, si trasferì in America nel Settecento. Attualmente, il gruppo più nutrito si trova in Ohio ed è stato calcolato che, in media, per famiglia, ci siano sette figli. Anche per questo motivo, sono tra le popolazioni a maggior incremento demografico al mondo e proprio perché il nucleo familiare è così centrale nelle loro vita è molto più complesso affrontare episodi di sfruttamento o abuso (quando ci sono). La stragrande maggioranza di loro parla, tradizionalmente, un dialetto tedesco chiamato “tedesco della Pennsylvania”, ma una minoranza comunica con due diversi dialetti alemanni. Anche il fattore linguistico, in effetti, ha contribuito a separarli dal resto della società e a rendere più difficile la rottura del silenzio, nei casi in cui gli elementi più deboli, come le donne e i bambini, hanno avuto bisogno di denunciare casi di abuso o di violenza. Mancando di un leader centralizzato, vivono in congregazioni locali o distretti ecclesiali, ciascuno composto da 20 a 40 famiglie.

    Come vivono gli amish

    Gli amish vivono all’interno di una comunità dal tessuto sociale molto robusto, basato proprio sui forti legami familiari e su un’ancora più forte identità religiosa. Per gli elementi della comunità, nel tempo, è stato fondamentale salvaguardare questo tipo di società e le azioni di ogni suo componente sono state votate a questo. Compresi la copertura e l’insabbiamento di violenze sessuali (soprattutto negli anni passati). Così, a partire dall’infanzia, gli amish sono “protetti” da ogni influenza esterna: nessuna intrusione deve arrivare dal mondo e, fino a qualche anno fa, la maggior parte dei componenti di questa comunità vietava l’utilizzo della televisione o l’ascolto della musica pop (e c’è chi lo fa ancora). Niente deve intaccare i principi di una comunità dalle caratteristiche rigide: i bambini amish, infatti, studiano fino a 13 anni sotto la supervisione di un loro insegnante, in una scuola di stanza unica. Le maestre sono, di frequente, donne nubili della comunità, che non possiedono un vero e proprio curriculum professionale ma sono promosse dagli anziani e dai religiosi per le loro virtù morali. Tutto è progettato per uno stile di vita umile, ben disciplinato e, soprattutto, devoto.

    La storia di “Sadie”

    Nell’inchiesta pubblicata dal sito americano emerge, fra le altre, la storia di Sadie, una ragazza amish stuprata da bambina, il cui nome è stato modificato e che oggi ha 32 anni, un marito e cinque figli. Dal 2013, è uscita definitivamente dalla comunità. Un percorso di terapia l’ha aiutata a gestire la rabbia, la paura e la diffidenza, ma a chi la intervistava ha dichiarato di avere ancora delle difficoltà nel vedere degli uomini adulti vicino ai suoi bambini. Tra i primi ad approfittarsi della sua infanzia, quando era piccola, era stato uno dei suoi fratelli che, in base ai suoi racconti, si introduceva nel suo letto, nel cuore della notte, per abusare di lei. Poi un altro che, la mattina, all’alba la afferrava, dopo che aveva finito di dare da mangiare ai maiali, e la violentava. E anche se lei, piccola e minuta, avesse voluto liberarsi da quella morsa, farlo era impossibile vista la stazza dei suoi familiari, tutti più grandi e più forti di lei.

    Abusata dai fratelli e dal padre

    La 32enne ha raccontato di aver subito il primo stupro da uno dei suoi fratelli a nove anni. Il padre, invece, abusò di lei tempo dopo, quando di anni ne aveva 12. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, l’uomo, un chiropratico della comunità, l’avrebbe penetrata con le dita sullo stesso tavolo in cui era solito visitare i pazienti. Davanti allo sguardo perplesso della figlia, forse alla ricerca di una motivazione che non poteva esserci, le disse che la stava toccando per “tastare il suo utero”, al fine di garantire la sua fertilità. Appena diventata adolescente, a 14 anni, altri tre fratelli l’avrebbero violentata più volte alla settimana. Di quegli episodi, in seguito, sarebbe stata lei a vergognarsi, senza un motivo reale ma tutto culturale. Secondo quanto riportato da Sadie, le sue sorelle, che con lei condividevano la camera e qualche volta anche il letto, non si sarebbero mai opposte a quel tipo di violenza e tempo dopo la 32enne sarebbe venuta a sapere che anche loro venivano abusate con una certa regolarità.

    L’intervento delle autorità (e il silenzio)

    Tra le virtù richieste agli appartenenti a questa comunità, in particolare in passato, c’erano l’adesione alle regole e, in particolare, il silenzio, perciò nessuna di loro pensò mai di raccontare ad altri quegli episodi. E così, a lungo, nessuno disse nulla. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, il giorno in cui le forze dell’ordine si presentarono a casa di Sadie (allora ancora 12enne) per interrogare il padre a proposito dei presunti abusi sulle figlie, lei non disse nulla. Così come il resto della famiglia. E la stessa cosa accadde tempo dopo, quando il genitore venne condannato da un giudice a soli cinque anni di libertà vigilata. Rimase zitta anche quando durante uno stupro da parte di uno dei suoi fratelli, che la accantonò nella dispensa e la violentò sul lavandino, probabilmente ebbe un aborto spontaneo, visto che il sangue, dopo quel rapporto forzato, le scese lungo la gamba.

    La “punizione” per chi abusa

    Dopo che gli abusi del padre di Sadie erano diventati di dominio pubblico, i dirigenti della chiesa locale decisero di infliggergli una punizione. Così venne “evitato” per sei settimane, una forma comune di disciplina in cui l’accusato è socialmente ostracizzato e gli è proibito mangiare allo stesso tavolo dei membri della chiesa, per esempio. Dopo questa forma di allontanamento, è previsto che la persona confessi in chiesa il suo peccato e che la comunità sia costretta a perdonarlo, “dimenticando” così il peccato. Che, a quel punto, è come se non fosse mai accaduto. Nella vicenda di Sadie raccontata nell’inchiesta, dopo quel procedimento, a casa sua tutto tornò alla “normalità”, cioè prima delle accuse. Quando la polizia tornò a casa di Sadie per fare altre domande a suo padre, lui rispose che il problema era stato superato, anche se aveva confessato di avere fatto sesso con due dei suoi figli almeno tre volte ciascuno, insistendo però di non averli feriti e di non aver fatto loro del male.

    Il volere della famiglia

    Nel caso della famiglia di Sadie, un parente aveva ricordato che la madre, in seguito a quanto accaduto, aveva detto agli assistenti sociali di mettere in pratica ogni strategia possibile per impedire che il marito fosse incarcerato. E la cosa funzionò, in effetti. Il padre di Sadie, nel 2001, si dichiarò colpevole di abuso sessuale ma non di incesto, proprio perché la famiglia non voleva fosse messo in un penitenziario. Così, invece di scontare una pena che (all’epoca) poteva durare almeno cinque anni, ottenne la libertà vigilata. La 32enne, oggi, sostiene che da quel momento il padre abusò di lei per altri cinque anni.

    Un “segreto” condiviso da generazioni

    In base ai dati forniti dalla giornalista, dopo aver interpellato quasi circa 36 persone amish, oltre a polizia, giudici, avvocati, operatori, specialisti e studiosi della questione, sarebbe emerso che l’abuso sessuale all’interno di questo tipo di comunità rappresenta una sorta di “segreto condiviso“, che coinvolge intere generazioni. Così le vittime, tempo dopo, raccontano storie di avvicinamenti inappropriati, rapporti ambigui, carezze, esposizione ai genitali degli adulti, penetrazioni digitali, sesso orale coatto, sesso anale e stupri di ogni genere da parte di familiari e leader religiosi con un minimo comune denominatore: l’occultamento e il silenzio assoluto. Perché chi decide di parlare, spesso viene deriso o, addirittura, incolpato. E perché l’idea di non dire nulla è radicata.

    Cosa si sta muovendo oggi

    Eppure, siccome da qualche anno, di violenza sulle donne si parla con maggiore frequenza, anche la parte femminile della comunità ha imparato a confrontarsi con le denunce, anche se con lentezza. Linda Crockett, fondatrice e direttrice di Safe Communities, un’organizzazione che si adopera per prevenire l’abuso sessuale sui minori ha fatto notare come questo movimento di denuncia da parte delle donne amish sia meno visibile ma che, comunque, negli ultimi dieci anni sia anche cresciuto. Secondo la direttrice, infatti, le vittime (o ex vittime) si sentono e si sostengono reciprocamente, proprio all’interno delle comunità stessa. Secondo quanto testimoniato da Craig Stedman, ex procuratore distrettuale della contea di Lancaster, in Pennsylvania, che ospita circa 40mila amish, e che ha fatto parte di un gruppo che collega la comunità alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, di frequente, però, sono gli uomini a chiamare al posto delle loro mogli, per esempio.

    Perché gli abusi nelle comunità amish

    Tra gli elementi che favoriscono la diffusione degli abusi dentro la comunità come quella degli amish esistono una serie di fattori oggettivi, come un’impostazione sociale profondamente patriarcale, uno stile di vita isolato in cui le vittime hanno poche occasioni di esporsi al mondo esterno, un sistema educativo che finisce all’inizio dell’adolescenza e non fornisce alcun insegnamento legato alla sessualità o al corpo, una cultura legata al senso di inadeguatezza, vergogna e biasimo della vittima, un limitato accesso agli strumenti tecnologici che possono consentire la comunicazione o, almeno, una certa consapevolezza sociale e, soprattutto, una religione che privilegia il perdono rispetto all’effettiva punizione. Inoltre, i leader amish tendono anche a diffidare dalle forze dell’ordine, preferendo gestire le proprie controversie in autonomia.

    La storia di Lizzie Hershberger

    Oltre alla storia di Sadie, il cui nome è stato cambiato per ragioni di riservatezza, dall’inchiesta di Cosmopolitan è emersa anche la vicenda di Lizzie Hershberger, che a a 14 anni venne assunta da una famiglia di amish per aiutare il nucleo con il loro quattro figli nei lavori contadini. La donna ha raccontato che a quell’età, una notte, dopo aver munto le mucche, il capofamiglia 27enne la baciò, la spinse contro ai sacchetti di cibo e le tolse i vestiti che lei, faticosamente, cercava di tenersi addosso. Le avrebbe detto “rilassati”, prima di violentarla, e lei per molto tempo non riuscì a capire la ragione per cui, durante quello stupro, sentisse dolore e sangue tra le gambe. Nessuno le aveva mai parlato di come funzionava un rapporto sessuale, delle mestruazioni, né della rottura dell’imene. Per molte ragazzine violentate, raccontare un abuso diventa ancora più difficile proprio per la scarsa conoscenza che le giovani hanno del loro corpo e della loro sessualità.

    Il senso di colpa

    Dopo quello stupro, Hershberger iniziò a provare un forte senso di colpa, dovuto principalmente al fatto di non essersi allontanata prima da quella stalla. Secondo quanto riportato dall’inchiesta, dai diari della donna e dai documenti del tribunale, il 27enne la stuprò altre 25 volte, per circa cinque mesi. Accadeva nel fienile, all’esterno e, persino, all’intero di casa sua. In base a quanto testimoniato da Hershberger qualcuno vide quelle scene, ma nessuno la aiutò o allontanò il suo persecutore. Che, alla fine, confessò. Venne evitato, come il padre di Sadie, per sei settimane e la chiesa lo perdonò. Hershberger, invece, a lungo è stata additata come una schlud o una hoodah, termini olandesi utilizzati in Pennsylvania che stanno per troia o puttana. Derisa, bullizzata e incolpata, secondo quanto riportato dalla donna, nessuno le chiese come si sentisse. La comunità sostenne che fosse affetta da disturbo mentale ed è comune che le vittime amish siano viste colpevoli almeno quanto gli aggressori, perché ritenuti “partner consenzienti” che commettono adulterio (anche se si tratta di bambini). Ci si aspetta che le vittime condividano certe responsabilità e che, dopo il perdono della chiesa, arrivi anche il loro.

    Gli amish in tribunale

    In base a quanto ricostruito, quando un caso, raramente, è finito in tribunale, gli amish hanno parteggiato (in maniera palese) per chi abusa. Secondo quanto testimoniato da vittime e forze dell’ordine, i colpevoli, infatti, entrano nelle aule di giustizia accompagnati quasi con le loro intere congregazioni dietro di loro. Così, quasi nessuno difende chi è abusato e la maggioranza si schiera con gli stupratori. In alcuni casi le giovani vittime sarebbero state costrette a perdonare il padre e i fratelli dopo la violenza, addirittura con l’obbligo di scrivere lettere di supplica al tribunale per impedire l’incarcerazione dei familiari. Accordi come questi, probabilmente, hanno contribuito a salvare gli imputati da quelle che avrebbero potuto essere condanne da 25 a 30 anni di reclusione.

    La “struttura” per problemi mentali

    Secondo quanto raccontato, poi, esisterebbero delle strutture (gestite da amish o da mennoniti) per la riabilitazione delle vittime di stupro. Luoghi in cui, secondo le testimonianze, non si approfondisce per davvero il trauma, ma si lavora sugli stati emotivi delle vittime e le consulenze sono basate sui testi biblici. Nessuno possiede una licenza per ciò che fa e le aggressioni sessuali non sembrano essere trattate nel modo più adeguato. Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, le vittime sarebbero state costrette, in alcuni casi, all’assunzione di farmaci e tranquillanti, e sarebbero tornate a casa come sotto effetto di sostanze stupefacenti. In base a quanto testimoniato dalle cartelle cliniche di una vittima di violenza sessuale, in uno di quei centri, le era stata prescritta l’olanzapina, un farmaco antipsicotico che tratta solitamente malattie mentali come la schizofrenia. E rifiutarsi di prendere quelle medicine non è un’opzione contemplata, né consigliabile. Solitamente, poi, i certificati di rilascio consigliano alle vittime di stupro di “sfidare i pensieri malsani utilizzando pensieri positivi e buoni”. In base alla testimonianza di una delle vittime (comparsa sempre nell’inchiesta di Cosmopolitan), i leader amish utilizzerebbero questi soggiorni coatti per mettere a tacere le donne che, negli ultimi tempi, hanno deciso di parlare e di non tenere nascosti abusi ed episodi di violenza.

    Voci di speranza

    Ma siccome la sopportazione di certe situazioni si è fatta più complicata, anche grazie all’evolversi della società, più sensibile a certe tematiche, negli ultimi anni si sono formati gruppi e strutture in grado di ascoltare e accogliere le vittime di stupro. Circa due anni fa, Lizzie Hershberger e Dena Schrock (entrambe ex componenti della comunità amish) hanno lanciato Voices of Hope, unìassociazione per donne maltrattate. Altre persone, invece, trovano uno spazio in “The Plain People”, uno spettacolo lanciato nel 2018 che racconta episodi accaduti nelle comunità di amish e mennoniti di soprusi e violenza. Intanto, in Pennsylvania, in diversi stanno lavorando per riformare la cultura amish. Nella contea di Lancaster, infatti, esiste una task force, composta da polizia, procuratori e agenzie di servizi sociali che incontra, alcune volte l’anno, i leader religiosi. Anche se, come riportato dall’inchiesta, nessuna donna è inclusa tra i rappresentanti amish del gruppo.

    La volontà di cambiare

    Tuttavia, la sensibilità legata a questo tema sembra stai trasformando le abitudini di queste comunità e alcuni amish hanno avviato iniziative per combattere questi fenomeni. In diversi Stati, infatti, i loro comitati si mettono in contatto con le autorità locali per riferire e perseguire i casi di stupro. Secondo quanto testimoniato da diversi leader amish, l’urgenza è quella di informare ed educare le famiglie e l’atteggiamento sembra essere cambiato anche nei confronti del concetto di perdono. Processo molto complesso, quando non impossibile.

    https://it.insideover.com/religioni/il-lato-oscuro-degli-amish.html

  • Legionari di Cristo: “Il sacerdote e preside della mia scuola mi ha violentato e mi ha fatto vedere come ha abusato di altre bambine”

    Legionari di Cristo: “Il sacerdote e preside della mia scuola mi ha violentato e mi ha fatto vedere come ha abusato di altre bambine”

    Lo scorso dicembre i Legionari di Cristo hanno pubblicato un rapporto in cui riconoscono che tra il 1941 e il 2019 i membri della loro congregazione hanno violentato 175 bambini.

    Secondo il documento, il suo fondatore, il messicano Marcial Maciel, ha abusato di 60 minori.

    In questi giorni, come ogni 6 anni, i legionari sono riuniti per otto settimane a Roma.

    Oltre a nominare i loro nuovi leader, discuteranno, tra le altre questioni, “la strada da seguire per prendersi cura delle vittime di abusi sessuali, possibili insabbiamenti, abbandono o omissioni in relazione a loro in passato”.

    -175 casi di abusi sessuali su minori (60 di padre Marcial Maciel): il rapporto storico dei Legionari di Cristo,

    ciò è stato confermato dalla BBC Mundo Pablo Pérez de la Vega, direttore della comunicazione di questa organizzazione in Messico.

    Cita anche una dichiarazione della Santa Sede nel 2010 rilasciata dopo una visita ai legionari in cui si descrivono i comportamenti di Marcial Maciel, fondatore di questa congregazione, come “veri crimini” e affermano che la sua vita è stata “senza scrupoli”.

    “Questa vita era sconosciuta a gran parte dei legionari, soprattutto a causa del sistema di relazioni costruito da Maciel, che aveva sapientemente saputo creare alibi, ottenere la fiducia, la familiarità e il silenzio di coloro che lo circondavano”, ha affermato la dichiarazione.

    Un altro dei preti accusati è Fernando Martínez, che, dopo essere stato pubblicamente denunciato da alcune delle sue vittime in Messico, ha ammesso di aver commesso abusi.

    Biani López Antúnez sarebbe stata violentata dagli 8 ai 10 anni .

    A quel tempo López Antúnez scrisse una lettera in cui disse alla sua insegnante che il prete e direttore della scuola dava a lei e alle sue compagne “baci sempre più vicini alla bocca” e “le avvicinava tra le gambe” .

    Questa è la testimonianza della museografa ormai 37enne narrata in prima persona.

    Quando avevo 8 anni, la mia famiglia si trasferì da Città del Messico a Cancun. I miei genitori mi hanno messa in una scuola dei Legionari di Cristo, senza poter immaginare che terribili abusi avrei subito dalle mani del direttore e sacerdote Fernando Martínez.

    Ero una dei primi studenti del Cumbres Institute di Cancun nel 1991. La scuola era ancora in costruzione quando abbiamo iniziato le lezioni.

    Avevo 8 anni e sono entrata in terza elementare. I miei genitori avevano deciso che dovevamo andare in quella città, che era ancora molto piccola, in modo da crescere in un ambiente più sano e vicino alla natura.

    Il direttore della scuola era il sacerdote Fernando Martínez. Ora sappiamo che Martinez era stato nominato nonostante fosse già stato accusato di abuso sessuale in altre scuole a Città del Messico e Saltillo.

    Lui stesso aveva riconosciuto un’accusa del 91 e aveva persino chiesto di non essere trasferito a Cancun perché non si sentiva “sicuro” ad accettare quella responsabilità dopo le accuse.

    Tuttavia, i legionari hanno messo a capo della mia scuola un predatore sessuale, che ha continuato il suo comportamento criminale a proprio agio.

    Martinez stava guadagnando la nostra fiducia e aumentando gradualmente i suoi abusi.

    Ha iniziato con i baci sulla guancia che ci ha dato sempre più bocca in bocca, come per caso.

    E così, è salito di tono, con abusi più gravi, fino a quando è venuto a violentarci. Lo ha fatto in più occasioni.

    Era colluso con una insegnante, che ci prendeva in gruppo di tre ragazze dalle nostre classi e ci portava in direzione o alla cappella. Lì’, chiudevano le tende, le porte e ci facevano tutti i tipi di cose orribili.

    A volte ci faceva leggere la Bibbia, ci dava le ostie o ci faceva giocare con oggetti sacri per distrarci, confonderci e abusare di noi.

    Le ragazze uscirono piangendo e nessuno disse nulla.

    Mi ha abusato per due anni, dagli 8 ai 10 anni. Inoltre, mi ha fatto vedere come ha abusato di altre ragazze.

    È stata una cosa terribile. Ero molto piccola e non capivo cosa stesse succedendo. All’inizio era una figura di totale autorità. Era il sacerdote della scuola, che apparentemente rappresentava Dio.

    Inoltre, era la massima autorità della scuola. Come poteva quell’uomo fare qualcosa di sbagliato?

    Ho pianto molto . Abbiamo pianto tutte. Ricordo di essermi chiusa nel bagno della scuola per piangere e piangere. Tornai in classe, mi sdraiai sul banco e continuai a piangere.

    A poco a poco mi sono resa conto di essere stata abusata. Non potevo con le mie emozioni e con il mio corpo.

    Ho ricordi molto vividi di alcuni abusi. Ricordo molto bene una volta che mi fece vedere come aveva violentato un’altra ragazza più piccola di me, nella cappella della scuola. Lì mi resi conto che questa bambina soffriva e che dovevo fare qualcosa per proteggerla.

    In un’occasione, una maestra di scuola è entrata nel bagno e ha scoperto il gruppo di ragazze che piangevamo. Ci ha chiesto cosa non andava in noi, ma gli abbiamo detto che non potevamo dirglielo.

    Ci ha chiesto di scrivere una lettera.

    L’ho scritta, ma l’ho inviata alla mia insegnante, Lorena.

    Oltre ai baci, ho potuto articolare che ci attirava tra le gambe .

    Nella nostra mente infantile era difficile discernere che la Maestra Aurora era la sua complice e che ci portava con sé sapendo cosa ci stesse facendo.

    Quindi le abbiamo detto cosa stesse succedendo. Ci ha detto che avrebbe risolto il problema, ma di non dirlo ai nostri genitori. Invece e’ proprio quello che abbiamo fatto.

    Ho detto a mia madre e ho parlato con altre mamme delle ragazze che sapevo fossero state abusate.

    Loro parlarono con Eloy Bedia Diez , che era il nuovo direttore territoriale dei legionari, era il giugno 1993.

    Ora sappiamo che nel dicembre 1992 Ana Lucia Salazar, che era un anno più giovane di me, aveva detto ai suoi genitori che Martinez l’aveva abusata ripetutamente. È stata violentata da sola.

    Quando parlarono con Martinez, disse loro che la ragazza “aveva frainteso tutto”.

    Andarono anche da Bedia e dal vescovo Jorge Bernal, che non fecero nulla. Sicuramente pensavano che la lamentela di una ragazza singola non avrebbe causato loro problemi.

    I suoi genitori la portarono via da scuola e tornarono a vivere a Monterrey.

    Quando anche noi quattro lo abbiamo accusato, Bedia ha informato i genitori degli studenti che Martinez non era più a Cancun. Sappiamo che lo hanno portato fuori dal paese e lo hanno portato a Salamanca, in Spagna, e lo hanno messo in un noviziato, anche li’ in contatto con dei minori.

    Bedia ha recentemente scritto che dopo l’incontro con le nostre mamme ha incontrato tutti i genitori della scuola.

    Ciò che non specifica è che non ha invitato le madri delle vittime a quel secondo incontro. E ha raccontato loro una storia diversa . Disse loro che Martinez doveva lasciare il Messico a causa di un problema cardiaco e che lo avrebbero operato a Miami.

    Con Martinez fuori dal paese, i miei genitori non potevano nemmeno denunciarlo legalmente .

    “Marchiata e svergognata”

    E attorno all’argomento si è formato un grande scandalo. Alcuni sapevano che Martinez se ne era andato per abuso sessuale. La gente si chiedeva chi fossero le ragazze che erano state violentate.

    Sebbene non fossero attacchi diretti contro di me, li ho ascoltati parlare. Non sapevano che ero io, ma stavano parlando di me. Mi sentivo additata e mi vergognavo.

    È ciò che fa la società: indica sempre le vittime e non il violentatore.

    Alcuni addirittura difesero il prete dicendo che le accuse erano calunnie. “Come puoi dire qualcosa del genere di un padre così gentile e di una brava persona, che ha dato la prima comunione ai nostri figli”, hanno detto.

    Non sappiamo quante vittime c’erano nella nostra scuola. Ma sicuramente il tuo rapporto non è all’altezza.

    Riconosci solo coloro che li accusano pubblicamente. E dice che alcune altre accuse sono false.

    Ad esempio, Martinez è stato accusato di abusi sessuali per la prima volta 50 anni fa, nel 1969 . Ed è stato in contatto con i bambini per molti anni.

    Denunce pubbliche

    L’anno scorso a maggio, è stata di nuovo Ana Lucia, che ora è una conduttrice radiofonica e televisiva, che ha iniziato a denunciare Fernando Martínez, ma ora pubblicamente.

    È uscita su molti giornali parlando dei terribili abusi.

    Quindi mi è sembrata molto coraggiosa, ma non ci sono riuscita.

    A seguito delle sue denunce, nel novembre dello scorso anno, Martinez ha inviato una lettera ad Ana Lucia chiedendo perdono.

    “Mi dispiace in ginocchio”

    “Sono inorridito e voglio con questo breve messaggio fare appello al tuo cuore generoso e chiederti perdono in ginocchio. Nessuno tranne Dio e te puoi darmi la pace “, dice.

    “So che il mio comportamento in quel momento non era degno del mio status di sacerdote che dovrebbe portare anime affidate a lui a Dio e specialmente nel caso di un educatore, di una persona con nuove responsabilità con le persone a lui affidate. No ho giustificazione e deploro cio’ che ho fatto “, continua.

    Lì parla anche delle sanzioni che gli sono state imposte: non avere un ministero sacerdotale pubblico, non indossare una tonaca e mantenere una vita di preghiera.

    Mi sembra che queste punizioni siano una risata per qualcuno che ha sistematicamente e ripetutamente abusato di bambini. Un predatore sessuale, un pedofilo confesso.

    “Mostri del passato”

    Quando ho iniziato a vedere Ana Lucia sui giornali, ricordavo il suo nome, ma non mi ricordavo di lei perché non eravamo della stessa classe.

    Fu allora che un altro conoscente della scuola mi contattò. Mi disse che era stata violentata e voleva sapere se era anche il mio caso.

    Sono rimasta scioccata. Mi sono resa conto che non eravamo le sole vittime quelle che conoscevo. Che c’era di più.

    Quel giorno abbiamo finito per parlare di quattro vittime di Martinez. All’improvviso, ricordando gli abusi, tutti i mostri del passato tornarono. Non che abbia subito di nuovo il trauma, piuttosto l’ho vissuto di nuovo.

    I legionari hanno risposto alle accuse dicendo che avrebbero fatto un’indagine speciale sugli abusi di Martinez.

    Volevano dire che sono una legione rinnovata e trasparente e che sono preoccupati per le vittime. E hanno assunto una società americana per il controllo dei danni, chiamata Praesiduim.

    Per il loro rapporto non hanno contattato Ana Lucia, hanno contattato solo uno dei nostri conoscenti. Ha dato loro le mie informazioni e ho accettato di vederli, ma sono andata con alcuni avvocati.

    “Ricerche fatte a modo”

    In cambio della mia testimonianza, ho chiesto loro di garantire che non l’avrebbero condivisa con i legionari in modo che ciò non influisse sul mio caso. Ma non mi hanno mai più contattato.

    Di sei vittime con cui siamo in contatto, hanno intervistato una sola persona.

    Quando ho visto quell’indagine, il mio sangue ribolliva perché si trattava di un’indagine condotta in un modo in cui tutti i crimini sono imputati al fondatore Marcial Maciel.

    Maciel è l’unico da incolpare perché è già morto. Perché sappiamo tutti che era un criminale e nessuno si preoccupa di accusarlo di altri tre o cento reati.

    Ma, ad esempio, sappiamo che l’attuale direttore generale dei legionari Eduardo Robles Gil, era a conoscenza degli abusi dal 2014 e non ha avviato un’indagine.

    Dicono di aver provato a presentare una denuncia a Quintana Roo. Ma non rilasciano nemmeno un foglio della denuncia. Dicono che non ha proceduto perché era gia’ scattata la prescrizione. Ma sono trasparenti e vogliono collaborare con le autorità civili.

    Nel rapporto chiedono scusa alle vittime. Quello che pensavo fosse il vomito. Perché non ci è mai importato davvero.

    Quando il suo rapporto è venuto alla luce, i media lo hanno pubblicato ampiamente. Hanno parlato di una “indagine storica” e hanno dato la versione della legione, che presumibilmente si e’ rinnovata e sta cercando di servire le sue vittime.

    Mi sembrava così grave che tutti lo applaudissero, che decisi di parlare pubblicamente per sostenere Ana Lucia.

    “Il danno non va mai in prescrizione”

    Vogliamo che i crimini sessuali contro i bambini non si prescrivano. Perché il danno non si prescrive mai: è ancora lì ed è permanente. Non puoi prevedere il periodo di tempo per riuscire a raccontare qualcosa di così terribile e così difficile persino a parlarne.

    È un abuso che rompe lo sviluppo dell’infanzia e dei bambini.

    Ora Martinez ha 80 anni e viene tenuto in una casa a Roma , scontando una punizione apparentemente dura per lui. Ma i suoi insabbiatori stanno dirigendo la legione.

    Questa è la nostra lotta. Che non siano più responsabili di bambini che potrebbero essere loro vittime.

    Hanno molte scuole private in Messico e in altre parti del mondo e sono una delle loro principali fonti di reddito. Quindi i genitori che mettono i loro figli lì, oltre a metterli in pericolo, stanno finanziando un’istituzione criminale.

    I legionari furono fondati da un criminale, da un pedofilo. Se lo sai già e se la legione non ha fatto nulla contro coloro che hanno coperto quei crimini, allora come istituzione non ha motivo di esistere.

    L’unica cosa che impedirà loro di commettere abusi sarà che li mettano in prigione.

    “Da vittima a vittimizzatore”

    Abbiamo anche appreso dal rapporto che il nostro stupratore era stato abusato da Marcial Maciel, il fondatore dei legionari.

    È un brutto discorso, molti dicono che se sei una vittima diventi un abusatore. Ma per me è persino offensivo. Sono stata una vittima e non ho mai abusato di nessuno. Nessuno delle mie amiche lo ha fatto.

    Non ho compassione per lui. Penso che lo abbiano reso pubblico solo per giustificarlo. Ma penso che sia il contrario. Che in cambio del suo silenzio, i legionari lo hanno protetto e coperto per 50 anni di abusi.

    Nel 1997, nove ex legionari hanno inviato una lettera a Giovanni Paolo II denunciando Marcial Maciel di abusi sessuali e reso pubbliche le accuse. E Martínez non è tra questi.

    Dei bambini non gli importa davvero nulla. Significano solo un business da cui ottenere denaro e per abusare.

    Ma quegli abusi ti segnano per la vita. Per ogni vittima in modo diverso.

    Ho lasciato quella scuola il prima possibile. E poi ho cambiato città e poi paese. Ho sempre cercato di mettere sempre più distanza, come se volessi scappare. Ho sempre cercato di iniziare una nuova vita in un altro posto dove nessuno mi conosceva.

    Inoltre, ho concluso che il mio trauma non mi ha permesso di avere figli. Fisiologicamente sono sana. Ma ho un blocco. Mi spaventa pensare di avere una bambina che può essere violentata.

    Capisco le vittime che non hanno parlato pubblicamente. Ognuno ha i suoi tempi, li elabora in modo diverso. Lo rispetto. Forse vogliono presentare una denuncia tra qualche anno. O forse non vorranno mai farlo. Anche questo è da rispettare. So che sono distrutti, perché lo sono anche io.

    https://www.bbc.com/mundo/noticias-51306686?SThisFB&fbclid=IwAR3aoxC8bV7h38TJNHuS2pQh4ANClbLsguTk1JLIpTUbxy3Q6AGOosqFdk0

  • Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Sessantasei sacerdoti riuniti a Roma per eleggere il nuovo superiore e riflettere sul futuro della Congregazione. Una settimana fa spretato padre Martínez, responsabile di violenze su minori negli anni ’90

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. L’ombra degli abusi torna ad avvolgere e travolgere i Legionari di Cristo, a tredici anni dalla condanna al fondatore Marcial Maciel Degollado, il potente e controverso sacerdote messicano dalla doppia vita del quale emersero solo dopo decenni (e anche post mortem) i reati e le malefatte compiute. La Congregazione di diritto pontificio, fondata nel 1941, ha aperto ieri il Capitolo generale ordinario del 2020, il massimo organo di governo di un ordine religioso, per fare il bilancio degli ultimi sei anni, eleggere il nuovo superiore generale ed analizzare le sfide e le questioni urgenti per i prossimi anni. A cominciare dalla «via da seguire nella cura delle vittime di abusi sessuali, possibili insabbiamenti, negligenze o omissioni in relazione ad essi nel passato», come si legge in una nota pubblicata sul sito ufficiale.

    Ai partecipanti al Capitolo – 66 sacerdoti in rappresentanza di nove territori – è stata presentata una indagine interna dal titolo “Radiografia di otto decenni per sradicare gli abusi”, l’inchiesta pubblicata per volontà della Congregazione lo scorso dicembre, nello stesso giorno in cui il Papa aboliva il segreto pontificio per i casi di abusi. I risultati avevano fatto grande scalpore, soprattutto in America Latina dove i Legionari sono proprietari di una rete di istituti, scuole primarie e secondarie, università, presidi sanitari: per la prima volta nella storia la Legione ammetteva gli abusi commessi al suo interno dalla fondazione fino al dicembre 2019.

    In particolare colpivano i numeri: 175 minorenni, di un’età compresa tra gli 11 e 16 anni, vittime di aggressioni sessuali da parte di 33 sacerdoti appartenenti all’organizzazione religiosa (18 dei quali ancora all’interno), dove ricoprivano incarichi di responsabilità. Proprio la posizione di potere ha reso difficile o a volte ha direttamente ostacolato la possibilità di denunciare i crimini e i loro autori, dal momento che nella Congregazione per anni è rimasto in vigore il “quarto voto” che impediva ad ogni appartenente di criticare e commentare i comportamenti negativi di un superiore e tantomeno di parlarne con qualcuno. Motivo per il quale il cardinale Velasio De Paolis, insigne giurista morto due anni fa, nominato da Benedetto XVI nel 2010 commissario dei Legionari, arrivò a dire che trovare la verità «non fosse così semplice».

    È a causa di questo clima di censure e occultamenti che per decenni si è mantenuto in piedi il sistema che ha garantito l’impunità di Maciel, tossicodipendente, abusatore di seminaristi e anche delle mogli e dei figli avuti nel segreto, acclamato invece come un santo da molti, anche all’interno della Curia romana e delle alte sfere del Vaticano. Dei 175 casi di minori abusati resi noti dalla indagine, sessanta sono stati compiuti da Maciel.

    Un’altra vicenda emblematica – forse la peggiore dopo quella del fondatore – è quella di padre Fernando Martínez Suárez, 79 anni, prete messicano abusato e abusatore che circa una settimana fa è stato dimesso dallo stato clericale con un provvedimento della Congregazione per la Dottrina della Fede, a seguito di «un attento studio» sottoposto all’attenzione del Papa. Martínez, vittima di Maciel nel 1954, all’età di 15 anni, è ritenuto colpevole di ripetuti abusi nei confronti di sei bambine tra i sei e i nove anni, all’inizio degli anni ’90, nell’Istituto Cumbres di Cancun, dove insegnava. È accusato anche di altri abusi, tra cui uno a danno di un bambino di circa 4 anni nell’Istituto Cumbres Lomas di Città del Messico nel 1969.

    Lo scandalo è deflagrato a novembre quando i Legionari hanno confermato ogni accusa al sacerdote chiedendo «umilmente perdono» alle vittime. Una di queste, Ana Lucía Salazar, presentatrice televisiva, aveva reso noto tramite i social di essere stata costretta a subire le violenze di Martínez quando aveva solo otto anni, nell’Istituto Cumbres. A ridosso del Capitolo generale ha rilasciato una infuocata intervista tv in cui ha raccontato nel dettaglio come questa scuola privata, frequentata da figli di famiglie facoltose, con rette altissime, si fosse trasformata in un inferno per lei e le compagne che padre Ferdinando faceva chiamare in sagrestia e toccava nelle parti intime mentre leggeva passi della Bibbia. «È chiaro che dopo tutto questo la vita per noi bambine non fu più la stessa. Il passato è passato, ma è difficile dimenticare», ha detto Ana Lucía, oggi 36enne e madre di tre figli.

    Con le altre sopravvissute e le rispettive famiglie oggi chiede giustizia e il risarcimento dei danni. Nei mesi scorsi le donne hanno annunciato anche la presentazione di una denuncia penale collettiva e hanno chiamato in causa padre Eloy Bedia, candidato a vicario capitolare dei Legionari, accusato di aver insabbiato i misfatti di Martinez. Nei mesi scorsi il sacerdote ha ricevuto una lettera in proposito del Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monterrey. Secondo le vittime, Bedia aveva assicurato di occuparsi del caso, di fornire un accompagnamento ai minori abusati e ai loro familiari, di ritirare il prete pedofilo dal ministero attivo, ma le sue sono state tutte «false promesse». Lo dimostra il fatto che a Martínez, dopo le accuse, fu affidato un altro incarico a Salamanca, sempre a contatto con minori.

    Padre Bedia continua a ribadire la sua estraneità ai fatti adducendo la colpa del trasferimento ad una decisione dello stesso Maciel. Tuttavia, nel polverone generale, ha chiesto di essere dispensato dalla partecipazione al Capitolo generale per rispetto ai sopravvissuti: «Tramite una lettera mi hanno riferito che la mia partecipazione causerebbe grande dolore… Comprendo che sentano la mia presenza come una nuova ferita», scrive in un comunicato. «Spero con tutto il cuore che la mia richiesta possa alleviare in qualche modo la sofferenza delle vittime e che come Congregazione possiamo andare verso l’incontro con loro e contribuire a una guarigione delle ferite».

    La tensione rimane comunque alta in Messico, patria natale di Maciel, dove, peraltro, la settimana scorsa il capo della Financial Intelligence Unit (FIU) del Ministero delle Finanze, Santiago Nieto, ha rivelato che è in corso un’indagine contro l’organizzazione religiosa per presunti casi di riciclaggio e per i legami con Martha Sahagún, moglie dell’ex presidente Vicente Fox.

    Da Roma i partecipanti al Capitolo recepiscono tutte le preoccupazioni e cercano di tirare le somme per il futuro, riflettendo anche sulla missione e l’identità della Congregazione. In più occasioni, nel passato, si è parlato di una chiusura della Legione che, tuttavia, nonostante gli scandali avvicendatisi quasi ciclicamente negli anni e l’emorragia di appartenenti, ha continuato a mantenere un numero elevato di vocazioni e di appartenenti al ramo laico del Regnum Christi.

    Negli ultimi anni, dopo la riforma avviata dalla Santa Sede, la Congregazione ha iniziato a vivere ed esercitare l’autorità secondo le nuove Costituzioni, ad elaborare un rapporto per rinnovare il processo formativo dei membri, ad attuare politiche di ambienti sicuri per la cura e la protezione dei minori, e la configurazione canonica di tutto il Regnum Christi. Un compito svolto sotto la guida dell’assistente pontificio, il gesuita Gianfranco Ghirlanda.

    Il Capitolo in corso a Roma – al quale undici sacerdoti partecipano per la prima volta – dovrà valutare questi temi nelle prossime settimane. Soprattutto dovrà eleggere il nuovo superiore generale che prenderà il posto di padre Eduardo Robles-Gil, nell’incarico dal 2014, e dei suoi consiglieri.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/21/news/legionari-di-cristo-al-via-il-capitolo-generale-2020-tra-gli-scandali-per-gli-abusi-1.38363768?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&refresh_ce
  • «È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

    «È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

    “il manifesto” – Luca Kocci

    «Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».

    È il commento alla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia di Francesco Zanardi, presidente della rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole ma diversi reati sono caduti in prescrizione, grazie alle complici omissioni del proprio vescovo che lo ha protetto per anni.

    «Quando a maggio uscì l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, il motu proprio “Vos estis lux mundi” – spiega al manifesto Zanardi –, io fui molto critico nei confronti di papa Francesco, perché si faceva ancora riferimento al segreto pontificio, e quindi nessun documento poteva essere trasmesso ai magistrati che lo richiedevano».

    Ed ora?

    «Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Del resto l’abolizione del segreto pontificio è una delle cose che avevamo chiesto espressamente alla Santa sede, insieme alle altre associazioni internazionali delle vittime».

    Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…

    «È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. E questa è una grave lacuna».

    Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?

    «Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alla magistratura. Ovvero che un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, non lo protegga, ma sia obbligato a denunciarlo immediatamente. E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».

    Cosa significa prendersi cura delle vittime?

    «Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psico-somatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».

    Si tratta tuttavia di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…

    «È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, non dei reati».

    https://ilmanifesto.it/e-un-primo-passo-ora-serve-lobbligo-di-denuncia/

  • Papa Francesco: rescritto per Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, tolto “segreto pontificio” su abusi, resta “segreto d’ufficio”

    Papa Francesco: rescritto per Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, tolto “segreto pontificio” su abusi, resta “segreto d’ufficio”

    Gli abusi sessuali commessi da membri del clero su minori non sono più coperti da “segreto pontificio”. Rimane, invece, il “segreto d’ufficio” per garantire “la sicurezza, l’integrità e la riservatezza” delle varie fasi del processo e “tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. È la novità principale contenuta nel rescritto del Papa con cui si promulga l’Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, che entra in vigore immediatamente, dopo la pubblicazione su L’Osservatore Romano.

    D’ora in poi, stabilisce il Santo Padre, “non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni” riguardanti i “delitti” contro il sesto comandamento del Decalogo, che – come si legge nell’articolo 1 del Motu proprio “Vos estis lux mundi”, emanato dal Papa il 7 maggio 2019 – consistono: “nel costringere qualcuno, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, a compiere o subire atti sessuali; nel compiere atti sessuali con un minore o con una persona vulnerabile; nella produzione, nell’esibizione, nella detenzione o nella distribuzione, anche per via telematica, di materiale pedopornografico, nonché nel reclutamento o nell’induzione di un minore o di una persona vulnerabile a partecipare ad esibizioni pornografiche”.

    Sono punibili, inoltre, stabilisce il Motu Proprio del maggio scorso, anche le “azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso”. Per quanto riguarda le cause e i processi, l’Istruzione – diffusa oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede ma firmata dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il 6 dicembre scorso – dispone che “le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza, al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. “Il segreto d’ufficio – si precisa però nel rescritto del Papa – non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”. “A chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa”, si dispone infine nell’Istruzione.