Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: opus dei

  • Francesco e il caso del pedofilo peruviano che risiede a Roma. dovrà decidere se punirlo o rimandarlo a Lima

    Francesco e il caso del pedofilo peruviano che risiede a Roma. dovrà decidere se punirlo o rimandarlo a Lima

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Sulla scrivania di Papa Francesco giace da tempo una cartella pesante. Praticamente un macigno. Si tratta dell’imbarazzante dossier riguardante il fondatore di una associazione religiosa peruviana, pluri accusato di abusi e violenze psicologiche nei confronti dei suoi ragazzi, attualmente residente a Roma, sotto copertura, in un luogo tenuto talmente riservato da essere conosciuto solo dai vertici della Congregazione per i Religiosi e da quelli del Sodalicio di Vida Cristiana, la realtà fondata a Lima, all’inizio degli anni Settanta da Luis Fernando Figari, laico consacrato super conservatore di destra con l’ambizione di tirare su generazioni di ragazzi  «metà monaci e metà soldati».

    L’anno prossimo scade a Figari il permesso di soggiorno, emesso regolarmente dalle autorità italiane (dietro placet vaticano, come avviene per tutti i religiosi del mondo che risiedono a Roma). Ma prima di quella scadenza Papa Francesco dovrà prendere una decisione definitiva su come procedere, se punirlo oppure lasciarlo ancora nel limbo. Per il momento è stato tutto sospeso in attesa che la giustizia vaticana, tramite la Segnatura Apostolica – una sorta di Cassazione – si pronunci per la terza volta, visto che Figari continua a presentare appelli, dichiarandosi innocente.

    Eppure le prove che sono arrivate al di là del Tevere sono brutte e schiacchianti. Episodi e testimonianze che sono state confermate anche dalla relazione ispettiva  del cardinale americano Joseph Tobin, il commissario al quale Francesco ha affidato il compito di setacciare ogni piega del Sodalicio di Vida Cristiana, ascoltando vittime, raccogliendo prove, analizzando bilanci e documenti amministrativi.

    Tobin – figura rispettata e competente – dopo mesi di indagini ha raccolto in sessanta pagine ciò che è avvenuto dietro quelle mura per la condotta ben poco evangelica di Luis Fernando Figari. Abusi, condizionamenti, violenze psicologiche, indottrinamento, lavaggio del cervello. Consegnandola al Papa ha chiesto -assieme ai nuovi vertici dell’istituto peruviano oggi commissariato – di non aspettare le sentenze canoniche ma di procedere d’autorità sollevando Figari dalla sua posizione. Papa Francesco ha preferito attendere e prendere tempo.

    Nel gennaio scorso – in accordo con il cardinale Braz de Aviz, prefetto della congregazione dei Religiosi – aveva ordinato che Figari risiedesse in un luogo appartato, senza avere contatti con i minori, né con i membri della Sodalicio de Vida Cristiana. Veniva anche esplicitamente ordinato a Figari di non fare ritorno a Lima, dove la giustizia peruviana lo attende. La motivazione, nero su bianco, è che se fosse tornato in patria avrebbe potuto arrecare danni ulteriori, anche perchè sembra godere ancora di appoggi influenti. Un aspetto non trascurabile visto gli appoggi non gli sono mai mancati nemmeno in vaticano.

    Figari è stato consultore del pontificio consiglio dei laici, nominato da Papa Wojtyla, su suggerimento del cardinale americano Stafford, suo amico. Nel 2006 ha pure preso la parola  – durante un incontro con i movimenti cattolici in piazza san Pietro – davanti a Benedetto XVI. Si dice che a Lima fosse sulla stessa lunghezza d’onda, almeno politicamente parlando, con il cardinale super conservatore Cipriani, dell’Opus Dei e, in Vaticano, con il cardinale James Stafford. Insomma, un caso imbarazzante per tutti, in primis per il Papa che prima o poi dovrà decidere cosa fare e come eventualmente punire Figari.

    Chi lo ha incontrato recentemente lo descrive come una persona molto depressa, in cura da uno psichiatra, malato di cancro, obeso e incapace di badare a se stesso. Probabilmente è per questo motivo che il Papa non vuole infierire su di lui anche se la misericordia, come concetto cristiano, non sempre riesce proprio a conciliarsi con le regole aministrative, le norme canoniche e la giustizia civile in generale.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/pedofilia_vaticano_papa_francesco_peru_figari_giustizia_abusi_sessuali_tobin_cardinale-3792503.html

  • Molto sodali, poco cristiani. Gli abusi all’interno di Sodalitium Christianae Vitae

    Molto sodali, poco cristiani. Gli abusi all’interno di Sodalitium Christianae Vitae

    38314 LIMA-ADISTA. A Lima si torna a parlare degli abusi sessuali che avrebbe perpetrato contro minorenni della sua stessa comunità il fondatore di Sodalitium Christianae Vitae (Scv), Luis Fernando Figari. L’occasione è stata la presentazione, durante la trasmissione “Cuarto Poder” dell’emittente AmericaTv, il 18 ottobre scorso, del libro Mitad monjes, mitad soldados (“Metà monaci, metà soldati”), scritto a quattro mani dal giornalista-scrittore ed ex-sodalite Pedro Salinas – autore nel 2002 diMateo Diez, in cui in forma romanzata racconta l’esperienza (la sua) vissuta da un giovane in una setta religiosa dove trova fanatismo, sesso e perversione – e dalla giornalista Paola Ugaz. I due hanno raccolto una trentina di testimonianze di vittime di stupri e di soprusi fisici e psicologici perpetrati dai “leader spirituali” della società di vita apostolica. “Leader” al plurale perché, già prima che si sapesse di Figari, erano stati scoperti gli abusi commessi dal numero due della Scv, l’ex vicario generale German Doig, morto il 13 febbraio 2001 e del quale era stato avviato a Roma il processo di beatificazione (poi bloccato). «Conduceva una doppia vita» e era dominato da «cattive condotte sessuali», avevano ammesso i membri di Sodalitium in un comunicato pubblicato a gennaio 2011, a conclusione dell’Assemblea generale del Scv per l’elezione del nuovo superiore generale. Contesto non secondario, perché la carica era vacante in seguito alle dimissioni presentate da Figari solo un mese prima, l’8 dicembre, probabilmente per cercare di evitare accuse di complicità e distrarre dalla sua persona. Anche perché, secondo quanto raccontò in quel periodo un altro giornalista, José Enrique Escardó, che da oltre un decennio andava denunciando abusi e maltrattamenti subiti da lui e da altri “sodali” all’interno della comunità, «non c’era nulla che Doig facesse di cui Figari non fosse al corrente, erano come una sola persona»; perciò «Figari non solo sapeva, ma oscurò gli atti commessi da Doig, e la sua rinuncia – evidenziava – ha a che fare con questo». D’altronde, lo stesso Figari già nel 2011 era stato denunciato al Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, retto dal card. Juan Luis Cipriani, membro dell’Opus Dei, e ai competenti organi del Vaticano da un ex affiliato della “famiglia sodalite” per «abusi sessuali gravi» e «maltrattamenti fisici, psicologici e spirituali». Ma sui risultati di tali denunce nulla si sa.

    Sodalitium, dopo i servizi televisivi e di altri media sul libro di Salinas-Ugaz, ha diffuso un comunicato (19 ottobre), in cui esprime innanzitutto «dolore e vicinanza a tutte quelle persone che hanno sofferto e soffrono per azioni o omissioni commesse da alcuni membri della nostra comunità». Poi precisa che, «sulle testimonianze che sarebbero state presentate al Tribunale Ecclesiastico di Lima o a Roma, non essendo stati informati dei loro contenuti né da coloro che le hanno presentate né dalle predette istanze, non possiamo che assicurare la nostra preghiera e la nostra disposizione ad accogliere ogni testimonianza con rispetto, responsabilità e discrezione».

    Si informa anche che dal 2010 (da subito dopo le dimissioni?) «Luis Fernando Figari vive a Roma in una comunità sodalite», lontano dalla vita pubblica e «da qualsiasi ingerenza con il governo della comunità». Chissà perché poi, visto che non si ha notizia di qualsivoglia punizione nei suoi confronti. Comunque, pare non si sia comportato bene neanche ultimamente. Aggiunge infatti il comunicato: «Nel corso del 2014, il superiore generale attuale, dopo aver ricevuto una serie di testimonianze di diversa indole (sic!), ha disposto che intensificasse questa vita di ritiro».

    Figari, laico consacrato, già consultore del Pontificio Consiglio dei Laici, su nomina nel 2002 diGiovanni Paolo II, membro del Sinodo sull’eucarestia nel 2005 per volere di Benedetto XVI, ha fondato Sodalitium Christianae Vitae l’8 dicembre 1971. Noto per le sue simpatie naziste e franchiste, prima di quella data aveva partecipato alla fondazione in Perù di Tradizione, Famiglia e Proprietà, l’associazione legata alle più feroci dittature latinoamericane.

    Ecco come, nel dicembre 2010, Salinas  descriveva la Scv: un «gruppo religioso» che «si regge sull’autoritarismo assoluto, dispotico e dittatoriale», cresciuto – aggiungeva contestualmente il quotidiano (Perù21, 26/12) – «sotto l’ala destra della Chiesa alimentata da conservatorismo, adesione ad idee vecchie, difesa di idee obsolete» (per ulteriori informazioni, v. Adista Notizie nn. 12 e 71/11).

    * Il simbolo di Sodalitium Christianae Vitae. Immagine di SajoR, tratta dal sito Wikimedia Commons, immagine originale e licenza. L’immagine è stata tagliata, le utilizzazioni in difformità della licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/55595

  • Chiesa e pedofilia: il grande bluff di papa Francesco

    Chiesa e pedofilia: il grande bluff di papa Francesco

    Una 14enne violentata da un prete, vittima rimasta senza verità e senza giustizia da parte della Chiesa cattolica e del suo capo, che ha preferito tacere e non agire.

    Una delle novità del pontificato di Bergoglio più diffusamente riprese dai media italiani e stranieri sono le telefonate che il nuovo papa compie a persone comuni di qualsiasi ceto sociale e condizione, uomini, donne, ragazze e ragazzi, sia che scrivano al capo della chiesa cattolica, sia che non gli si rivolgano, ma siano da lui stesso cercati per le ragioni le più diverse. Questa pratica fa indubbiamente parte dell’ampia gamma di strategie di propaganda e informazione messe in atto dal nuovo pontificato per rispondere alla profondissima crisi del cattolicesimo istituzionale contemporaneo. A questo proposito, non sono neppure da trascurare le conseguenze dell’assunzione presso la Segreteria di Stato come advisor alla comunicazione (già durante il pontificato di Ratzinger) del giornalista americano dell’Opus Dei Greg Burke.

    In quest’ottica, a mio parere, vanno inquadrate iniziative quali la diffusione delle prediche quotidiane tenute da Bergoglio a S. Marta (sull’esempio delle famose “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt a partire dagli anni trenta negli Stati Uniti). Oppure l’insistenza su temi come il ritorno all’evangelizzazione degli albori del cristianesimo, immagine che allo stesso tempo rimanda indirettamente alla situazione critica, specialmente in occidente, della religione cattolica. Da questo punto di vista, è possibile paragonare, con tutte le differenze del caso, Bergoglio alla figura di Gorbacëv, ma in un senso diverso da come è stato fatto da parte di molti commentatori: come lo statista sovietico cercò, senza successo, di rinnovare il comunismo tornando alla spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, così Bergoglio tenta di richiamare i fedeli alla “spinta propulsiva” (per rimanere nel linguaggio marxista) dell’invito evangelico di Cristo ai suoi seguaci di annunciare la fede.

    Ovviamente, perché tale paragone funzioni è necessario possedere un’autentica visione storica di questi eventi: Gorbacëv non ebbe alcuna intenzione di abbandonare il comunismo, ma cercò di rinnovarlo e “aggiornarlo” in una situazione di assoluta emergenza del sistema, in preda a una crisi strutturale oramai irreversibile, tornando alle origini leniniste (posizione assai chiara nei suoi discorsi e nelle politiche da lui perseguite). Nell’Europa occidentale la sua azione fu invece letta come una proposta di trasformazione radicale dell’Unione Sovietica, dando così vita al mito del Gorbacëv democratico che ha intenzionalmente prodotto il crollo del comunismo. Così Bergoglio a più riprese ha insistito sulla volontà di rispettare l’attuale struttura istituzionale e clericale della chiesa cattolica, presentandosi come “figlio della Chiesa”, operando solo alcuni minimi cambiamenti, spesso più d’immagine che reali, e promuovendo il ritorno all’evangelizzazione senza mettere in discussione il sistema cattolico, ma agendo totalmente entro di esso. Come del resto è naturale per una persona educata, cresciuta e promossa da tale struttura, membro, egli stesso, del governo della chiesa a livello locale e designato come capo dell’intera chiesa cattolica dai suoi colleghi cardinali.

    Anche in questo caso si è diffuso il mito di un papa “democratico”, nel senso di rivoluzionario o riformatore radicale, innovatore e promotore di un sistema e di una struttura differenti, immagine ampiamente sfruttata sia dalla sfera clericale (ma anche laica) della chiesa, sia da molti commentatori e organi d’informazione laici, a tutto vantaggio e interesse della prima (anche se con declinazioni non sempre coincidenti). Diversi segnali fanno tuttavia ritenere che la conclusione potrebbe essere analoga a quella della vicenda del leader sovietico, seppur non con uguale tempistica: l’implosione del sistema clericale e istituzionale che governa la chiesa cattolica di fronte alle esigenze di libertà, dignità, trasparenza e diritti umani che ovunque emergono in maniera sempre più pressante e insistente. Questa divaricazione tra l’immagine propagandata, quella percepita e l’azione reale di papa Francesco appare evidente proprio se si analizzano attentamente le “telefonate papali”, mezzo efficace di promozione del mito. Infatti, a meno di pensare a fantomatiche “intercettazioni” da parte di giornalisti esterni al Vaticano, quando non sono rivelate dagli stessi protagonisti queste chiamate telefoniche del papa a illustri sconosciuti sono abilmente diffuse dall’interno stesso del governo centrale della chiesa cattolica, con una selezione attenta della tipologia dei destinatari e un significativo silenzio sulle chiamate non fatte, sempre in funzione dell’immagine pubblica da coltivare e proiettare.

    In effetti, questa strategia di propaganda entra in crisi e mostra tutte le proprie debolezze nel momento in cui si dimostra incoerente: quando cioè non viene fatta una telefonata che invece moltissimi cattolici (e non solo) si attendevano che avvenisse, anche in tempi celeri. Crisi tale che richiede il silenzio su questo “non evento”, altrettanto significativo quanto gli altri “eventi”. Mi riferisco alla vicenda di don Pietro Tosi. Come è noto, don Tosi, il prete violentatore di una ragazza di 14 anni, è morto impunito a metà gennaio scorso. Ed è morto da sacerdote perché, a norma del diritto canonico e delle norme specifiche vigenti, non è stato ridotto allo stato laicale. In realtà, è sempre possibile per le autorità religiose cattoliche, volendolo, spretare simili criminali, ma ciò, in questo come in altri casi, non è avvenuto. A quanto risulta dalle notizie diffuse, il funerale è stato concelebrato da circa una ventina di sacerdoti, circostanza certamente non consueta. Durante la cerimonia è stata letta una vergognosa lettera del prete violentatore, in cui don Tosi si rivolgeva al proprio vescovo e si diffondeva in considerazioni sulla funzione consolatoria del suo sacerdozio.

    Lettera quanto mai significativa, perché indirizzata alla gerarchia e imbevuta della consapevolezza di essere membro della casta che lo aveva, di fatto, difeso e protetto nonostante il suo crimine. E anche perché piena della convinzione di dover rendere conto solo ai suoi superiori religiosi e al soprannaturale, non a quella ragazza che aveva violentato, né a suo figlio nato dalla violenza, esseri umani devastati nella loro dignità e offesi in modo permanente senza alcuna riparazione. E neanche a tutti i parrocchiani e i fedeli per anni ingannati da un sacerdote abusatore di una minorenne, lasciata completamente da sola senza alcun aiuto economico ad affrontare una terribile violenza e una maternità all’età di 14 anni. Sempre secondo le cronache, don Andrea Turazzi, celebrante principale del funerale e qualche giorno dopo consacrato vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro, durante l’omelia si è riferito al presunto incontro tra il prete Tosi e dio nel “dolore” e nella “polvere”.

    Tralasciamo il fatto che dolore e polvere sono, se mai esistite, conseguenze della scoperta pubblica del crimine compiuto, non del crimine stesso al momento in cui fu commesso. Ciò che colpisce in queste affermazioni è l’assoluta mancanza di consapevolezza della gravità delle violenze e di tutto quanto ne è seguito. Come anche, in filigrana, la persistente volontà di assolvere i criminali solo perché preti. Prova evidente di ciò è il comunicato emesso dal vescovo di Ferrara in occasione della morte di don Tosi. Negri infatti, pur riferendosi alle enormi sofferenze causate da Tosi, ha ricordato anche le opere di bene compiute dal prete. Affermazione sconcertante, se si tiene conto del fatto che proprio quel presunto bene ha consentito a don Tosi di potersi mascherare da persona onesta, compiere indisturbato il crimine ripugnante della violenza su una minorenne, negarlo proteggendosi dietro quella maschera e l’istituzione che per trent’anni l’ha coperto, rimanere impunito per decenni e fino alla morte, una volta che l’abuso è stato pubblicamente provato. Inoltre, il silenzio e l’omertà delle autorità religiose locali e centrali ha impedito di approfondire altre eventuali circostanze: è stato quello l’unico abuso compiuto da quel prete o, come accade in questi casi quasi sempre, ve ne sono altri? La Santa Sede, governo centrale della chiesa cattolica, è stata informata di questo crimine, come farebbero pensare le ripetute dichiarazioni di alcuni protagonisti della vicenda di aver sempre seguito le istruzioni che provenivano da Roma? E soprattutto, si può parlare di dolore e polvere per un simile criminale che ha sempre negato le proprie responsabilità? Ha senso farlo di fronte al vero dolore delle vittime e alla giustizia loro negata?

    Proviamo a immaginare per un momento quale sarebbe stata la reazione della cosiddetta opinione pubblica di fronte ad affermazioni del genere (ha provocato grandi sofferenze, ma anche procurato molto bene) se, invece di un sacerdote, si fosse di un violentatore laico. Ora, le considerazioni sul significato di questa vicenda e di questa morte da impunito di un prete violentatore sono numerose e tutte rilevanti. La storia di don Tosi dimostra che nella chiesa cattolica (come è accaduto in altri casi quali quello di padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, di padre Murphy e dei religiosi dell’Istituto Provolo di Verona violentatori di bambini e bambine sordi e muti) chi stupra una minorenne può morire rimanendo prete. Il fatto che esistano altri casi in cui alcuni sacerdoti vengono invece ridotti allo stato laicale, spinge ad altre considerazioni.

    Se si analizzano attentamente quei casi, è possibile parlare non solo e non tanto di eccezioni, ma anche di decisioni opportunistiche in relazione al contesto locale o nazionale, alla preoccupazione per lo scandalo pubblico, all’età dei criminali coinvolti (criterio per cui praticamente sempre si cerca di attendere la morte dei sacerdoti già anziani riconosciuti colpevoli, piuttosto che spretarli), al potenziale coinvolgimento di altri personaggi oggettivamente complici delle violenze (in particolare dei vescovi e delle autorità religiose non solo locali). Ossia: i criteri in base ai quali la chiesa cattolica decide della gravità o meno di una violenza sono molto diversi da quelli vigenti nelle società democratiche, per quanto imperfette, incomplete e lacunose possano essere le leggi corrispondenti di queste ultime. Inoltre, vicende come quella di don Tosi costituiscono, nel caso specifico, l’ennesimo esempio della violenza contro le donne (con tutte le sue conseguenze) e sui minori da parte di una struttura patriarcale e maschilista mai messa in discussione, come la chiesa cattolica di fatto è. Non vi è dubbio, infatti, che vi sia una responsabilità istituzionale senza la quale un prete violentatore non sarebbe rimasto impunito così a lungo. E’ proprio grazie alla considerazione, allo status sociale garantito dall’essere sacerdote e dall’istituzione di cui ha fatto parte, all’omertà istituzionale di cui ha goduto che don Tosi ha potuto cavarsela e ricevere l’omaggio di un simile funerale al momento della sua morte.

    Non da ultimo, la grave situazione della chiesa italiana, in cui continuano a emergere casi di abusi su minori compiuti dal clero, nella persistente volontà dei suoi vertici di non procedere ad alcuna denuncia una volta che se ne abbia conoscenza. Per tornare al discorso con cui si è aperto questo articolo, è importante prendere in considerazione un altro aspetto di questa vicenda: il grande silenzio di Bergoglio, direttamente chiamato in causa da Erik Zattoni, il figlio della vittima di don Tosi, e anche dal vescovo Negri, nel tentativo, in realtà maldestro, di allontanare le responsabilità dai vescovi che lo precedettero e di rifugiarsi nell’applicazione rigorosa delle norme canoniche previste in questi casi. Si tratta, a mio parere, di un abituale gioco delle parti tra autorità religiose locali (i vescovi) e autorità suprema (il papa), tipico di una struttura altamente gerarchizzata e priva di qualsiasi riferimento efficace ai diritti umani. Ma anche di una smentita clamorosa dell’immagine che il papa sta cercando di presentare di se stesso e della propria istituzione. Infatti, Bergoglio telefona a preti, suore, seminaristi, laici e laiche, amici, persone comuni che spesso gli presentano i propri problemi e le difficoltà che attraversano, ma non a Erik. Papa Francesco, apparentemente così disponibile verso tutti, non ha trovato il tempo di chiamare personalmente il figlio di una ragazza violentata da un prete all’età di 14 anni che reclamava il proprio diritto a una forma di giustizia, per quanto imperfetta, con la riduzione allo stato laicale di quel sacerdote. Di tempo il papa ne ha avuto, essendo stata resa pubblica la richiesta di Erik diversi mesi prima della morte di don Tosi.

    Eppure, è mancato qualsiasi intervento pubblico del capo di una chiesa che a livello locale, ma anche centrale, ha una chiara responsabilità in vicende come questa, se non altro proprio per la mancanza di un simile intervento. Tuttavia, Bergoglio ha trovato invece il tempo di promuovere uno dei vescovi a pieno titolo responsabili della copertura di don Tosi, cioè Paolo Rabitti, a membro della Congregazione dei vescovi. Quale sarà mai la competenza dimostrata da don Rabitti per meritare questa carica? E soprattutto, quali i criteri che utilizzerà nella scelta, insieme ai suoi colleghi, dei candidati all’episcopato (la principale competenza di questa Congregazione)? Forse la fedeltà istituzionale, ossia l’omertà e il silenzio di fronte ad analoghi crimini? Evidentemente, intervenire pubblicamente sulla vicenda di don Tosi, secondo queste strategie di propaganda, avrebbe significato esporsi oltre ogni limite in una questione così delicata per la chiesa cattolica come gli abusi commessi dai suoi preti e dalle sue suore. Anche solo operare in silenzio la riduzione allo stato laicale di quel prete, sarebbe stata una manifestazione di attenzione “esagerata” e un precedente pericoloso, che magari avrebbe aperto la strada ad altre richieste di giustizia in tanti altri casi. Vengono in mente le parole che De Andrè mise in bocca al ladrone sulla croce accanto a Gesù: «ma forse era stanco, forse troppo occupato e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano».

    Con una grande differenza: qui non c’è nessun ladrone, nessun dio e nessun cristo crocefisso, ma solo due vittime (una ragazza di 14 anni violentata da un prete rimasto impunito e coperto dai suoi superiori, divenuta madre a causa dello stupro, e suo figlio, rimasto di fatto senza padre per la vigliaccheria, l’arroganza e l’impunità del sacerdote criminale), un colpevole (il prete violentatore) e molti complici (tutti coloro che a diversi livelli lo hanno coperto e protetto). Le vittime sono rimaste senza verità e senza giustizia da parte della chiesa cattolica e del suo capo, il papa, che ha preferito tacere e non agire.

    Tommaso Dell’Era, Fondazione Critica Liberale

  • Abusi su minori: rimosso il vescovo peruviano Gabino Miranda

    Abusi su minori: rimosso il vescovo peruviano Gabino Miranda

    LIMA – Abusi sessuali su minori: questo sospetto è costato il posto al vescovo ausiliare di Ayacucho (Perù), Gabino Miranda Melgarejo, 53 anni e membro dell‘Opus Dei. Il prelato è stato rimosso dal Vaticano dalle sue funzioni. La Procura di Ayacucho ha aperto un’inchiesta.

    Luis Bambarén, vescovo emerito di Chimbote, ha confermato la destituzione di Miranda e ha spiegato che “non è possibile tollerare che un vescovo ausiliare di Ayacucho abbia abusato di minorenni” e che la Chiesa stessa ha chiesto l’intervento della giustizia locale.

    Il ministro per le Donne del governo peruviano, Ana Jara, si è rallegrata con la Chiesa per la presa di posizione nel caso Miranda.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/abusi-minori-rimosso-vescovo-peruviano-gabino-miranda-1672519/

  • Emanuela Orlandi? Forse ha ragione padre Amorth

    Emanuela Orlandi? Forse ha ragione padre Amorth

    Emanuela Orlandi? Forse ha ragione padre Amorth

    Si fa un gran parlare in questi giorni di colui che è divenuto il quinto indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana sequestrata nel 1983. Oltre ai quattro della banda della Magliana, infatti, nelle indagini figura un insospettabile. Un ecclesiastico: è monsignor Piero Vergari, rettore di Sant’Apollinare all’epoca dei fatti, rimosso dall’incarico nel 1991, un anno dopo aver perorato la causa dell’”indegna sepoltura” in Sant’Apollinare del boss “Renatino” De Pedis con una lettera al cardinal Poletti in cui descrisse il gangster romano come “grande benefattore”.

    Ne “L’ultimo esorcista”, il libro che padre Gabriele Amorth ha scritto con Paolo Rodari (in libreria dallo scorso gennaio) Amorth conferma la pista vaticana, così:

    NOTA SUL CASO ORLANDI di padre Gabriele Amorth

    Non ci sono prove per dire che in Vaticano ci sia Satana, nel senso che non ci sono prove per dire che ci sono persone che in Vaticano svolgono riti satanici. Persone che sono volutamente schiave di Satana e che lavorano per instaurare il suo regno di buio, morte e distruzione in questo mondo. Io, almeno, non ho prove.

    Però voglio dire due cose. La prima riguarda papa Paolo VI. È il 29 giugno 1972. È l’omelia per la festa dei santi Pietro e Paolo. Paolo VI se ne esce con questa terribile denuncia. Dice: «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fi da della Chiesa… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza… Crediamo in qualche cosa di preternaturale (il Diavolo) venuto nel mondo proprio a turbare, per soffocare, i frutti del Concilio ecumenico e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno di gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé». E ancora, ecco cosa disse il 15 novembre 1972 durante l’udienza generale: «Uno dei bisogni maggiori della Chiesa è la difesa da quel male che chiamiamo demonio. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa… Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifi uta di riconoscerla esistente… È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero e con proditoria astuzia agisce ancora: è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana».

    Infine il 3 febbraio 1977, ancora durante l’udienza generale: «Non è meraviglia se la scrittura acerbamente ci ammonisce che “tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno”».

    Paolo VI parla spesso del demonio. E spesso lega la sua fi gura alla Chiesa. Perché? Forse perché vuole semplicemente ammonire la Chiesa, chiederle di essere prudente, di fuggire le tentazioni di Satana. Ma, a mio avviso, c’è di più. Paolo VI in qualche modo si accorge che Satana è dentro la Chiesa, forse addirittura dentro il Vaticano. E lancia l’allarme.

    La seconda cosa che voglio dire riguarda un libro. Nel 1999 è uscito un libro che s’intitola Via col vento in Vaticano. L’autore, anonimo, era un monsignore della curia romana. Presto tutti seppero il suo nome, Luigi Marinelli. Prima della pubblicazione del libro Marinelli venne più volte a confi darsi con me. Era indeciso se pubblicare il libro o meno. Perché questa indecisione? Perché il libro è una collezione di aneddoti piccanti. Storie di carriere, arrivismi, avventure amorose. E anche riti e pratiche poco chiare, che si avvicinano al satanismo.

    Certo, non tutto quello che c’è scritto in quel libro è vero, ma in gran parte lo è. Questo è il mio parere. Ora, questo libro, appena uscito, sparì dai banchi delle librerie. Il Vaticano fece comperare tutte le copie. E poi, cosa ancora più curiosa, l’uscita fece pochissimo chiasso sui giornali. Perché? Come fu possibile che rivelazioni così esplosive non scatenassero il solito can-can dei media? Diffi cile rispondere. Di certo c’è un fatto: questo libro conferma che quando Paolo VI parlava in qualche modo della presenza del demonio nella Chiesa non aveva tutti i torti. Doveva essere un allarme per la Chiesa, ma non lo fu.

    Vorrei, in proposito, fare un esempio. Parlare di una vicenda relativamente recente nella quale, a mio avviso, quella parte minoritaria che dentro le sacre mura lavora per il male e non per il bene può aver preso il sopravvento. È la vicenda che prende il nome di Emanuela Orlandi.

    Emanuela Orlandi è una ragazza di quindici anni, figlia di un dipendente del Vaticano, precisamente di un dipendente che lavora nella prefettura della casa pontificia, uno insomma che nel suo lavoro ha occasione spesso di vedere da vicino il Papa. Emanuela è una ragazza solare e vivace.

    Improvvisamente il 22 giugno del 1983 scompare. Ancora oggi non è stata trovata. Scompare dopo essere andata a lezione di musica. Emanuela, infatti, suona il fl auto presso la chiesa di Sant’Apollinare in Classe dove c’è una sorta di con servatorio. Secondo le ultime informazioni raccolte prima della sua scomparsa, Emanuela sale su una macchina nera. Ma non è certo. È sicuro che alle 19.15 è stata vista per l’ultima volta da due compagne di scuola, in corso Rinascimento. Dopo di che di Emanuela non si sa più nulla, sparisce.

    Pochi giorni dopo appaiono molti manifesti con l’immagine di Emanuela per tutta Roma e con l’appello perché chiunque l’abbia vista nelle ore precedenti o successive alla sua sparizione si faccia avanti.

    Nei giorni successivi, e ancora nei mesi e negli anni successivi, si dice di tutto riguardo a questo rapimento.

    Le tesi sulla scomparsa della povera Emanuela restano molteplici. Non voglio elencarle. Voglio soltanto dire cosa penso io. Premetto però che non parlo perché sono a conoscenza di fatti, ma parlo riportando quelle che sono le mie sensazioni. Le sensazioni che da subito ho provato quando ho saputo della scomparsa della giovane Emanuela.

    Io penso che una ragazza di quindici anni non sale su una macchina se non conosce bene la persona che le chiede di salire. Credo che occorrerebbe indagare dentro il Vaticano e non fuori. O comunque indagare intorno alle persone che in qualche modo conoscevano Emanuela. Perché secondo me solo qualcuno che Emanuela conosce bene può averla indotta a salire su una macchina. Spesso le sette sataniche agiscono così: fanno salire su una macchina una ragazza e poi la fanno sparire.

    Il gioco è facile purtroppo. Fanno salire in macchina la loro preda, la narcotizzano con una siringa e poi fanno di questa ragazza ciò che vogliono.

    Beninteso, mi auguro che le cose non stiano in questo modo. Mi auguro che se davvero, come penso, di setta satanica si tratta, almeno questa setta non abbia nulla a che vedere con il Vaticano. Mi auguro che questa storia che sembra non fi nire mai fi nisca presto. Ma non mi esimo dal dire che spesso in tutto il mondo scompaiono giovani donne in questo modo. Può sparire una ragazza così vicina a un luogo che dovrebbe essere santo come è il Vaticano? Purtroppo sì. Perché Satana è ovunque.

    www.ilfoglio.it/palazzoapostolico/6439

    “Le gravi ipotesi di padre Amorth sono ignorate dal Vaticano”

    PIETRO ORLANDI
    Intervista con Piero Orlandi alla vigilia della Marcia per Emanuela in programma a Roma. L’esorcista aveva parlato di festini e adescamenti da parte di un gendarme

    GIACOMO GALEAZZI
    CITTÀ DEL VATICANO
    Pietro Orlandi, lei domenica guiderà un corteo a Roma per chiedere la verità sulla scomparsa di sua sorella Emanuela. Come si svolgerà la manifestazione?

    «L’appuntamento è per domenica 27 a piazza del Campidoglio alle 9.30. Verrà appesa la gigantografia di Emanuela sulla facciata del palazzo del Campidoglio e dopo alcuni interventi, tra i quali quelli di Alemanno, Zingaretti e Veltroni, inizierà la marcia che ci porterà a S.Pietro. Marceremo in silenzio per Emanuela e per tutte quelle persone alle quali la giustizia è stata negata. La presenza di tanti comuni d’Italia è la dimostrazione che c’è un Paese onesto con un forte senso della giustizia che crede che valori come verità, giustizia e rispetto della vita siano fondamentali in una società civile. Credo che anche una semplice marcia può determinare l’inizio di un cambiamento nelle coscienze di chi ci governa e nella nostra chiesa».

    La procura di Roma ha indagato l’ex rettore della basilica di Sant’Apollinare, monsignor Piero Vergari e sta interrogando persone informate dei fatti. Come valuta le novità dell’inchiesta?

    «In maniera positiva. Mi auguro che questa collaborazione tra Vaticano e magistratura, dalla mia famiglia richiesta da anni perché decisiva per arrivare alla verità, sia dettata da una sincera e trasparente volontà di fare chiarezza».

    In tutto il mondo i mass media stanno seguendo il caso Orlandi: spera che questa mobilitazione spinga a parlare chi in Italia e in Vaticano finora non lo ha fatto?

    «Me lo auguro di cuore. Certo, la pressione dell’opinione pubblica in quest’ultimo periodo è stata determinante. Il tentativo portato avanti per anni nel cercare di far dimenticare e seppellire questa vicenda mi pare definitivamente fallito. Se c’è determinazione e volontà credo ci siano elementi, costituiti da anni di indagine, che possono portare quanto prima a conoscere tutta la verità su quanto accaduto a mia sorella. Quella della Santa Sede dovrebbe essere una collaborazione attiva, hanno le capacità per farlo. Emanuela è una cittadina vaticana e il primo Stato interessato a pretendere chiarezza deve essere il Vaticano».

    Nella nuova edizione del libro “Mia sorella Emanuela” che lei ha scritto con Fabrizio Peronaci compare la trascrizione integrale del colloquio avuto con Alì Agca nel 2010. Quali indicazioni le ha fornito l’attentatore di Giovanni Paolo II?

    «Ha fornito uno scenario che io credo sia giusto approfondire, se non altro per poter poi scartare questa pista senza lasciare dubbi in sospeso. Agca sostiene che mia sorella sia stata rapita da elementi del Vaticano, con la collaborazione del Sismi per il prelevamento e della Cia, per la gestione del sequestro. Parla anche di un ruolo dell’Opus Dei, mi ha indicato Villa Tevere, come loro sede, e consigliato di parlare con il cardinale Giovanni Battista Re».

    Lei l’ha fatto?

    «Sì, l’ho incontrato. Ha allargato le braccia dicendo di non saperne nulla. Poi mi fatto una sua ipotesi, legata ai servizi segreti dell’Est: che Emanuela sia stata rapita per evitare che Agca facesse i nomi dei mandanti dell’attentato al Papa».

    Chi ritiene possa fornire elementi utili all’inchiesta? Si aspetta rogatorie alla Santa Sede per qualche ecclesiastico o gendarme vaticano?

    «Non dovrebbero essere necessarie rogatorie. La collaborazione dovrebbe essere spontanea, dettata da quei valori che ci ha insegnato Gesù: verità e rispetto della vita».

    Quale messaggio si sente di rivolgere alle tante persone che, a partire dai comuni italiani, la sostengono nella sua ricerca della verità?

    «Grazie a tutti, di cuore. Questa solidarietà mi dà la forza di andare avanti. Non la dimenticherò mai».

    Crede alla pista dell’adescamento sessuale indicata dal capo mondiale degli esorcisti, padre Gabriele Amorth?

    «Credo che sia giunto il momento che le persone convinte che i fatti siano andati in un certo modo comincino a fare i nomi. Non basta dire: io credo, io ho sentito. Le dichiarazioni di padre Amorth sono pesantissime a prescindere che siano legate o meno a Emanuela. Parla con sicurezza dell’esistenza di festini e adescamenti da parte di un gendarme, e queste valutazioni dovrebbero essere subito preso in considerazione dal Vaticano. E’ una questione morale che riguarda la credibilità della Chiesa. Sono rimasto colpito e imbarazzato difronte alle dichiarazioni recenti del segretario generale della Cei, secondo il quale i vescovi non essendo pubblici ufficiali non sono tenuti a denunciare fatti legati alla pedofilia. Queste parole non fanno bene alla Chiesa».

    L’ispezione nella tomba del boss della Magliana, Renatino De Pedis a Sant’Apollinare ha aiutato l’indagine sulla scomparsa di sua sorella?

    «Siamo in attesa che terminino le analisi sulle ossa. Qualora fossero negative, come spero con tutto il cuore, avremo tolto un dubbio che ci assillava da anni.

    Quali sviluppi si attende? Crede che i cinque indagati saranno rinviati a giudizio?

    «Mi aspetto che le indagini vadano avanti a 360 gradi e non escludo nulla. Valuterà la magistratura, nella quale continuo a confidare».

  • Il vescovo di Kansas City incriminato per concorso in pedofilia

    Il vescovo di Kansas City incriminato per concorso in pedofilia

    Il vescovo di Kansas City incriminato per concorso in pedofilia
    Secondo l’accusa, non ha comunicato all’autorità la presenza di immagini pedopornografiche sul computer di un sacerdote della sua diocesi, anche lui sotto inchiesta: E’ la prima volta che un alto prelato va sotto processo da circa 25 anni, dopo gli scandali legati agli abusi sessuali su minori di quell’epoca.
    Robert Finn, il vescovo incriminato (ap)
    KANSAS CITY – Il Grand Jury di Kansas City ha deciso di incriminare il vescovo della città, Robert Finn, affiliato all’Opus Dei, con l’accusa di aver ritardato la denuncia e coperto un prete sospettato di abusi e accusato di aver posseduto foto oscene di bimbe. E’ la prima volta che un alto prelato va a processo da circa 25 anni, dall’epoca in cui la Chiesa americana venne coinvolta negli scandali legati alla pedofilia.

    Il vescovo Finn è accusato di aver coperto abusi che sarebbero stati commessi l’anno scorso, ben dieci anni dopo l’approvazione, da parte dei vescovi americani, di un documento in cui ci s’impegnava a riportare ogni sospetto di abuso alle autorità giudiziarie.

    Padre Finn ha riconosciuto di essere al corrente delle foto lo scorso dicembre, ma non ha denunciato il fatto alla Polizia sino al maggio seguente. Durante tutti quei mesi, si legge nel capo d’accusa, il vescovo Finn avrebbe dovuto avere il ragionevole sospetto che il prete in questione, Shawn Ratigan, potesse essere autore di abusi su minori. Secondo l’accusa, avrebbe dovuto agire immediatamente dopo aver scoperto nel computer del sacerdote centinaia di foto porno di minori e non aspettare lunghi mesi.

    L’incriminazione è stata presentata oggi dal procuratore della Jackson County, Jean Peters-Baker. E’ stata tenuta riservata sin dal 6 ottobre, tenuto conto che il vescovo era fuori dal Paese ed è rientrato solo ieri. “Il nostro obbiettivo – ha sottolineato Peters-Baker, il Grand Jury – è proteggere i bambini”.

    Il vescovo, presentandosi alla Corte, s’è dichiarato innocente: “Affronteremo la vicenda con ferma volontà e una difesa vigorosa. La diocesi – ha aggiunto in un comunicato – ha sempre assicurato completa collaborazione agli inquirenti”.

    Pedre Ratigan è stato arrestato in maggio con l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Ma il suo caso ha avuto una coda: ad agosto ha subito altre denunce, alla luce del fatto che tra il dicembre e il maggio, quando è stato fermato, ha partecipato a una serie di feste di bambini, ha trascorso weekend a casa dei suoi parrocchiani e ha officiato, con il permesso del vescovo, prime comunioni di tante bambine.

    La vicenda ha provocato proteste furiose da parte delle famiglie, che da tempo chiedono al vescovo di dimettersi.
    Il parrocchiani hanno perfino creato una pagina Facebook dal nome chiarissimo: “Bishop Finn Must Go”. Ma c’è un fatto che ha aggravato la rabbia della gente: solo tre anni fa Robert Finn aveva patteggiato con 10 milioni di dollari ben 47 casi di abusi sessuali e s’era detto d’accordo nell’adottare una lunga lista di misure preventive. Tra queste c’era appunto l’impegno a riferire immediatamente alle autorità di Polizia ogni caso sospetto. Proprio quello che, secondo l’accusa, stavolta non avrebbe fatto.
    (14 ottobre 2011) © RIPRODUZIONE RISERVATA

    http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/14…filia-23251972/

  • L’OPUS DEI E IL “CASO PEDOFILIA” A SAVONA

    L’OPUS DEI E IL “CASO PEDOFILIA” A SAVONA

    Le città liguri dove operano i seguaci di Josemarìa Escrivà de Balaguer

    Ricci, soprannumerario: “Troppo fango medatico” – L’ex presidente della Fondazione “De Mari” chiede più rispetto delle persone in attesa di giustizia.

    Savona – L’Opus Dei non è una “massoneria bianca” e non ha nulla di segreto? Nel gennaio 2010, dalle colonne de “il Letimbro”, mensile cattolico di informazione fondato nel 1892, un’intera pagina dal titolo “Tutti i misteri dell’Opus Dei. L’esponente savonese Gianfranco Ricci svela storia, struttura e missione della prelatura personale fondata da Josemarìa Escrivà de Balguer. L’attività principale è dare, a chi lo desidera, gli aiuti spirituali per vivere da buoni cristiani in mezzo al mondo”.

     D- Professore, sappiamo di parlare con una persona retta, schiva, che non ha mai coltivato i segreti del potere, anche nei rapporti con i media. Quando era al vertice della Fondazione coltivava la trasparenza e non sembrava interessato al “palazzo”. Conosce e frequenta i componenti dell’Opus Dei della provincia di Savona?

    R- A Savona credo che siamo poco più di una ventina, ma non ho grande conoscenza del resto della provincia. Siamo presenti ad Albenga, mentre a Varazze c’è un’attività di formazione iniziata quasi tre anni fa. Io aveva avuto rapporti di stima con il compianto albenganese Gian Mario Roveraro. (Nello stesso periodo aveva un ruolo di primo piano l’avvocato Gian Paolo Ferrari, legale di fiducia per anni della Curia Vescovile, stroncato da un male tre anni fa, ndr).

    Prosegue Ricci: “L’Opera è presente a Genova, Sanremo, Chiavari, Rapallo, La Spezia e Sarzana. E’ strutturata in due sezioni, una maschile ed una femminile che lavorano in modo autonomo. I “numerari”, vivono allo stato celibe o nubile, praticando il triplice voto di povertà, castità e obbedienza. Solitamente ospitati in apposite strutture. Molti sono sacerdoti.

    In questi mesi la diocesi di Savona-Noli è finita nella tempesta giudiziaria e mediatica per vecchie vicende di pedofilia, il vescovo Vittorio Lupi tra i bersagli, nella veste (immeritata?) di presunto insabbiatore. Incolpato da un personaggio che don Giampiero Bof, teologo e scrittore, definisce con una domanda: “un eroe senza macchia e senza paura, o un vile”. Un risultato evidente c’è già stato: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sui ripetuti cicloni che da molto tempo si abbattono nella diocesi confinante di Albenga-Imperia, retta da 20 anni da Mario Oliveri.

    Nelle due diocesi, per quanto si è saputo, nessun esponente dell’Opus Dei risulterebbe coinvolto in storie poco edificanti, al centro di indagini.

    Opus Dei, organizzazione tra le più potenti e controverse della Chiesa, come ha scritto nel libro “Opus Dei Segreta”, Ferruccio Pinotti? Ad esempio, si è parlato, spesso a sproposito, di Marco Simeon che Trucioli Savonesi, solitario, non ha mai identificato come punta di diamante in Liguria. Uomo Carige, ovvero potere finanziario, Simeon, 33 anni, sanremese, ha finalmente chiarito al vice direttore de Il Secolo XIX, Alessandro Cassinis, ad una specifica domanda (“E’ membro dell’Opus Dei”): “Non faccio parte dell’Opus Dei. L’equivoco nasce dal fatto che nell’Opera ci sono persone con incarichi importanti che mi hanno sostenuto e aiutato in un percorso di formazione umana e professionale, ma lasciandomi libero di aderire o no”.

    Marco Simeon, vicino al centro destra e al cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una carriera fulminea rimarca Cassinis.

    Simeon citato da Report- Rai di Milena Gabanelli, tra i manager pubblici con troppi incarichi. E’ direttore dei rapporti istituzionali ed internazionali della Rai, consigliere di Banca Carige. E responsabile di Rai Vaticano.

    Certamente meno impegnativa e rampante la “carriera” di un componente di lunga data dell’Opus Dei di Savona: Gianfranco Ricci, professore universitario, da anni acuto osservatore della realtà locale, già presidente della Fondazione De Mari nei momenti caldi e tempestosi del passaggio della Cassa di Risparmio di Savona alla Carige di Genova.

    Ricci, ideologia democristiana, non ha più rinnovato la tessera dell’Udc. Poco entusiasta della realtà politica savonese.

    I soprannumerari, ai quali appartengo, restano nelle nostre case, facendo vita di famiglia, attivi nelle chiese locali. Attraverso la nostra Prelatura, collaboriamo con i nostri vescovi, i nostri parroci alla vita diocesana e parrocchiale. Ci sono inoltre i cooperatori, persone che seguono con simpatia l’attività dell’Opus Dei.

    D) La diocesi di Savona-Noli da parecchi mesi occupa intere pagine di cronaca locale e non, per inchieste giudiziarie, storie di parroci e di preti non proprio edificanti. Una china scandalistica, fomentata da un personaggio discusso e discutibile che per 12 anni ha vissuto dall’interno la vita della curia e del vescovado. “Il personaggio che cercano di screditare è Francesco Zanardi. Solo nel 2012 la Procura della Repubblica di Savona darà ragione a Zanardi”. Aveva accesso all’archivio e al sistema informatico. Fatti, vicende, che lasciano il segno, creano sgomento, indignazione, smarrimento, interrogativi. A chi giova? Quale sarà il finale?

    R) Non è mia abitudine personalizzare e generalizzare. Certi avvenimenti dovrebbero essere trattati con carità e rispetto che non vuole dire coprire o avere un atteggiamento di connivenza, di silenzio omertoso. Lasciamo intanto che l’autorità giudiziaria svolga il suo compito. Un po’ più di discrezione dovrebbe accomunare tutti. Invece emerge una gara allo scoop, sbatti il mostro…poi si vedrà.

    D) Converrà che si parla di reati delicati. A suo avviso eccesso di scandalismo, abuso di informazione e di conseguenza diseducazione…disprezzo generalizzato.

    R) Sono del parere che di fronte a certe vicende al vaglio della giustizia…parlarne troppo e a sproposito sia un cattivo servizio alla maggioranza di tante brave persone e di chi pratica un ottimo apostolato, nella coerenza. Nello stesso tempo si fa pubblicità indiretta a comportamenti deplorevoli, abominevoli. Il silenzio non significa far finta di niente, coprire, sottovalutare, insabbiare. Si attenda la verità giudiziaria, anziché esercitarsi nei processi di piazza e di stampa.

    D) Cosa l’ha colpita della “campagna mediatica”?

    R) Si è sconfinati nella generalizzazione, non è corretto per tante ragioni…Se ci sono persone che nell’esercizio pastorale si sono comportate non male, ma malissimo, non si può mettere sotto accusa, di fatto, l’intera struttura…; il Sante Padre ha sempre tenuto un atteggiamento di grande rigore e di grande carità nei confronti di religiosi… che non vuole dire coprire, ma neppure criminalizzare… La salvezza è personale. Per chi crede e cerca di vivere nella comunità dei credenti esiste un’idea di Misericordia…

    D) Quando è entrato nell’Opus Dei e cosa prova oggi a leggere storiacce che investono una piccola minoranza del clero diocesano?

    R) Sono entrato negli anni ottanta, con una preparazione che risale ai tempi dell’Università.

    Sono quasi in imbarazzo a riferire ciò che ho provato nel mio intimo per il “caso Savona”. Certamente sofferenza, sgomento. Ma in questo momento difficile ci dovremmo sentire ancora più vicini alla nostra Chiesa, offrendo al Signore questo dolore…affinché pure le anime purganti riescano ad arrivare alla luce e serenità di fronte al Signore…Vorrei aggiungere che se ci sono stati casi da condannare, riprovevoli, tante  altre persone lavorano, si prodigano esercitano un apostolato esemplare.

    D) In provincia di Savona soltanto Loano, fino ad oggi, ha dedicato uno spazio pubblico (nuovi giardini) al fondatore dell’Opus Dei, Josemaria Escrivà, morto a Roma nel 1975 e santificato nel 2002. Una scelta del sindaco Angelo Vaccarezza…che con la parrocchia di San Giovanni Battista ha qualche problema…e con il suo parroco, don Pino Zunino, per via di danni mai risarciti da un privato conseguenti ad un nuovo edificio attiguo alla chiesa monumentale… autorizzato dal Comune, nonostante le segnalazioni di allarme…

    R) La decisione del sindaco mi pare sia stata molto apprezzata; per ora è l’unica, speriamo ne seguano altre. E’ un modo per ricordare il nostro fondatore, sentirlo più vicino. Non conosco il contenzioso e non mi riguarda. L’Opus Dei non c’entra.

    L.C.

    http://www.truciolisavonesi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1255:gianfranco-ricci

  • Vita segreta dei legionari di Cristo Padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dell’ordine

    Vita segreta dei legionari di Cristo Padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dell’ordine

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…42472girata.asp

    2/4/2009 (7:29) – RETROSCENA
    Vita segreta dei legionari di Cristo
    Padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dell’ordine

    Sesso, denaro e tesori spariti.
    Il Vaticano ha aperto un’ispezione:
    sospetti sul fondatore Maciel
    G. GALEAZZI, G.A. ORIGHI
    Padre Marcial Maciel Degollado, il defunto fondatore dei Legionari di Cristo? Un tombeur des femmes che spremeva le sue amanti, latino-americane, spagnole e anche italiane. E forse con altri figli oltre alla madrilena di 30 anni che, come sostiene «El Mundo», starebbe ricattando per l’eredità l’Ordine insieme alla madre, una donna sposata e ricchissima. Non solo: persino la figlia di una sua ex fiamma, la messicana Flora Garza, ha confessato al settimanale «Proceso»: «Maciel, dopo aver ricevuto 50 milioni di dollari e un rapporto durato 20 anni, abbandonò mia madre». Agli ospiti danno ancora da baciare la sua immaginetta, ma ora nella preghiera che i conservatori Legionari di Cristo recitano ogni sera la devozione al fondatore è attenuata. La Santa Sede ha disposto un’ispezione sull’ordine religioso in più forte crescita nel mondo per accertare gli scandali su «relazioni con donne» divampati dopo la conferma che padre Maciel Degollado, morto lo scorso anno a 87 anni e accusato di pedofilia, aveva un’amante fissa e una figlia. Come richiesto anche dal cardinale George Pell, gli ispettori (vescovi ed ecclesiastici indicati dal Papa) dovranno far chiarezza sui Legionari e sul ramo laico «Regnum Christi» per presentare poi un rapporto al segretario di Stato, Tarcisio Bertone.

    A rivelare le sacrileghe love story del Rasputin azteco, nel libro «El Ilusionista», è il suo nipote (ed ex legionario) Alejandro Spinosa. La lista delle amanti è lunga e composta da signore che nuotavano tutte nell’oro. Talita Retes, la prima «dama benefactora» negli Anni 40. Poi Pachita Gandarillas, Edmé de Galas, Guillermina Dikins, la paperona Josefita Pérez, figlia di una stirpe di petrolieri che gli donò persino una villa a Cannes, Consuelo Fernández, sposa di un diplomatico di Madrid. Infine la ancor misteriosa amante spagnola. «El Mundo» sostiene che la figlia ha frequentato l’università Francisco de Vitoria (Madrid), dell’Ordine. «Io sono stato testimone di alcune delle sue conquiste, di cui si vantava», assicura Spinosa. I Legionari sono un movimento tradizionalista, retto da un ordine ferreo al suo interno, con sedi in 40 paesi del mondo, 650 sacerdoti e 2.500 seminaristi. A Roma gestiscono l’ateneo pontificio «Regina Apostolorum» e il collegio «Maria Mater Ecclesiae». Un ordine religioso che dal Messico è sbarcato in Spagna e in Irlanda prima di arrivare in Italia e che, alla generalizzata crisi delle vocazioni, oppone una clamorosa crescita nel numero di sacerdoti e chierici che si preparano nei suoi 25 seminari e noviziati sparsi nei cinque continenti.

    Nei loro ranghi figurano personaggi quali l’imprenditrice spagnola Alicia Koplowitz, una delle donne più facoltose del mondo. Nelle università occidentali come nelle comunità parrocchiali delle zone rurali e indigene dell’America Latina, i Legionari predicano un’etica dell’economia ispirata più al liberismo cattolico statunitense che al terzomondismo dei teologi progressisti. Entrare nella Congregazione richiede 14 anni di studio e apostolato, tanto che la rivista americana «Time» ha equiparato i Legionari ai Gesuiti per la disciplina e la complessità del percorso formativo. Dall’antologia di scritti del loro discusso fondatore emerge la convinzione che i laici siano investiti di una missione assimilabile a quella sacerdotale. Il loro grande «sponsor» Karol Wojtyla li ha esortati a testimoniare nella società la loro solidarietà, ben sapendo che, a partire da un territorio missionario grande quanto la Svizzera assegnato da Paolo VI nella penisola messicano dello Yucatán, i Legionari sono riusciti a fondare centinaia di istituti superiori e università in tutto il mondo. Ogni dieci anni raddoppiano le vocazioni e migliaia tra i 70 mila membri del «Regnum Christi» lavorano a tempo pieno come assistenti spirituali al servizio delle parrocchie. Come già accaduto per Opus Dei e Comunione e Liberazione, la crescita tumultuosa dei Legionari è stata accompagnata da diffidenze e ostilità, come quella del capo del Sant’Uffizio, Ottaviani, bilanciata però dal favore di vescovi sudamericani e potenti cardinali. Pio XII li ricevette, col loro fondatore Marcial Marciel, con le parole: «Siate come un esercito schierato».