Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    di Irene Fassini – Si è appena tenuta l’udienza del processo penale a carico di un giovane sacerdote dei Teatini. La presunta vittima è un ragazzo all’epoca 20enne. In Italia i preti abusanti sono più di 1.200, ma c’è un sommerso enorme, tra insabbiamenti e nessuna conseguenza né penale né canonica. Abbiamo raccolto numeri e testimonianze. “Il prete aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”, ci viene detto in un’altra vicenda

    La pandemia. L’isolamento forzato. Gli studi interrotti. E la difficoltà ad accettare la propria sessualità in un contesto familiare poco accogliente. A un certo punto, Mirco ha pensato che la sua omosessualità fosse una malattia e voleva guarire. Mirco è il nome di fantasia di un ragazzo che ha 22 anni quando decide di aggrapparsi alla Chiesa. Deluso dalla tradizione moderna, inizia a partecipare alle messe che seguono il rito antico, in latino, in una basilica del centro storico di una città del Sud. Dietro all’altare c’è padre A., quasi 40 anni, appartenente all’ordine dei Teatini. Da novembre del 2022 fino a Natale, Mirco è in chiesa tutte le domeniche. Non sa ancora quello che lo aspetta. Tutto inizia con l’invito a partecipare alla messa, poi arrivano gli inviti alle cene con la comunità e alla fine la proposta di restare “a tempo indeterminato” nel convento di Napoli. Giorno e notte.

    Gli abusi

    All’epoca Mirco è fragile, ha paura di tutto ed è dilaniato dal senso di colpa. I Teatini diventano la sua famiglia, ma è proprio tra le mura del monastero che subisce abusi fisici e psicologici. Con un consenso che, come sostiene Mirco, spesso gli veniva estorto e dipendeva dalla sua condizione di sottomissione. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – faticava a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Dopo diversi mesi entra in crisi e arriva a pensare al suicidio. Ci metterà del tempo per confidarsi con il suo psicologo e denunciare. Con l’udienza di ieri, davanti al tribunale di Napoli, è iniziata la fase dibattimentale del procedimento penale di primo grado a carico di A. Le accuse sono di violenza sessuale tramite l’abuso della debolezza della vittima.

    Non è un caso isolato. L’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha contato dagli anni Duemila a oggi 1.236 casi di abuso e 840 situazioni insabbiate. Non sono dati esaustivi, ma in Italia non esiste un monitoraggio ufficiale. In alcune regioni, come la Lombardia e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. Spesso i procedimenti che si svolgono davanti ai tribunali ecclesiastici regionali non portano a delle condanne e nel frattempo i sacerdoti accusati vengono promossi oppure trasferiti.

    Lo spostamento di sede e la promozione

    È quello che è successo a padre A. In attesa della conclusione delle indagini, i vertici dell’ordine hanno deciso di spostarlo in un’altra sede nel Nord Italia, dove ha continuato a celebrare l’eucarestia, la messa e la penitenza, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”. Nella nuova sede, gli è stato concesso di continuare gli studi religiosi e le lezioni online con i novizi.

    A luglio del 2025 sarebbe arrivata persino una sorta di promozione. Il governo provinciale dell’ordine dei chierici regolari Teatini d’Italia ha eletto padre A. tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. L’ordine dei Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la riforma protestante. Tra i valori fondanti c’è il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    Padre A. è arrivato in Italia dalla Polonia e ha iniziato a esercitare in una parrocchia del centro. Laureato in liturgia, ha proseguito gli studi post-universitari. Con una profonda ammirazione per Benedetto XVI, è stato ordinato sacerdote da uno degli arcivescovi più vicini a Ratzinger. Avrebbe anche ricevuto in dono il suo zucchetto. Un privilegio unico

    Le accuse di abuso fisico e psicologico

    Padre A. è la prima persona che Mirco incontra durante le celebrazioni della messa, mentre fa i conti con le sue insicurezze e il bisogno di approvazione. Durante gli 8 mesi di iniziazione alla vita relgiosa, padre A. è il riferimento per tutti i giovani novizi. Il loro rapporto si fonda su un’alternanza tra rassicurazioni e umiliazioni. A. sembra consapevole del potere che esercita sul ragazzo.

    Mirco è quasi plagiato da questa figura, spesso idealizzata. Dopo alcuni mesi arrivano gli appuntamenti nella camera del prete, dove Mirco sostiene avvenissero gli abusi sessuali. A novembre del 2022, il ragazzo decide di lasciare la comunità, inizia un percorso con uno psicologo e trova il coraggio di denunciare.

    Il processo, in fase di dibattimento, va avanti dall’autunno del 2024. Il 17 settembre, l’ultima udienza. “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”, riferisce a MilanoToday Dossier l’avvocato Massimo Calò, difensore della vittima, che si è costituita parte civile.

    Padre A. e il suo avvocato, raggiunti da MilanoToday Dossier, non rilasciano dichiarazioni in merito, trattandosi di un processo in corso, ma presumibilmente continueranno a sostenere che ci fosse il consenso da parte della vittima. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, dichiara a MilanoToday Dossier padre Adam Marek Kowalczykowski, il nuovo capo della Provincia dei Teatini, attualmente rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, che sostiene di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento.

    “Nella comunità teatina padre A. è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale. Allo stato, vista la pendenza di un giudizio penale, riteniamo opportuno non rilasciare alcuna dichiarazione particolare: i processi si fanno nelle aule di giustizia non nella pubbliche piazze o sui giornali, lasciando all’opinione pubblica il compito di giudicare gli imputati”, replica l’ordine dei Teatini a MilanoToday Dossier.

     Dalla Polonia a Milano in fuga dal prete pedofilo

    “Capisco cosa prova Mirco”, dice a MilanoToday Dossier Giorgio Babicz, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita dopo le molestie sessuali di un prete, che gli aveva fatto da padre. La sua storia inizia a Lublino in Polonia, in una famiglia che definisce disfunzionale: madre anaffettiva, padre alcolista e violento. Le sue fragilità erano simili a quelle di Mirco. Anche in  questo caso, la chiesa diventa un riferimento. E quando il sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia, non ci mette molto ad accettare. “Avevo 13 anni e abitavo nella casa canonica di un piccolo paese”.

    Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni volta che Giorgio rifiutava, il sacerdote lo minacciava di rimandarlo in Polonia. “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, dice. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”, sottolinea. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento.

    I fratelli Lucchina

    “A Milano è abbastanza famosa la storia dei fratelli Lucchina”, racconta Francesco Zanardi, presidente dell’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero a MilanoToday Dossier. Entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. “Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato 3 anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a 5 anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, interrompendo qualunque attività con minorenni”, prosegue Zanardi. Eppure è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solamente alcuni mesi dopo. “Nonostante il provvedimento, era rimasto a contatto con dei minori”. Per il fratello invece, c’è stata l’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo. I pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    I ritardi di denunce e processi

    “È un problema ricorrente”, afferma Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare ormai è troppo tardi”.

    Peraltro è ben diverso un procedimento che prende il via da una denuncia fatta alla magistratura italiana rispetto al processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure sia i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è a Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, spiega Zanardi. In circa 20 anni, sono emersi oltre mille episodi di violenze sessuali e pedofilia che hanno coinvolto il clero. “In altri paesi d’Europa sono molti meno. Perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”.

    “Tra l’altro non si conosce la portata del sommerso che presumibilmente gonfia i numeri che rileviamo noi come associazione”, precisa Zanardi. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia e oltre 100 episodi insabbiati.

    “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”, prosegue Zanardi. “In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la Politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta”.

    di Irene Fassini (MilanoToday, 18 settembre 2025) Alexander Iwasvczonek

    https://www.milanotoday.it/dossier/sociale/prete-abusi-sessuali-promozione.html

  • Shock a Palermo: prete accusato di abusi su minorenni durante le confessioni

    Shock a Palermo: prete accusato di abusi su minorenni durante le confessioni

    Vicenda horror a Palermo. Un frate di 66 anni dell’ordine dei frati minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente nel capoluogo siciliano, è imputato in un processo per violenza sessuale nei confronti di minorenni.

    Ci sono già 5 parti offese

    Sono almeno cinque le parti offese in due procedimenti distinti che sono stati riuniti. Le vittime, che all’epoca dei avevano meno di 14 anni, si sono costituite parti civili con i loro familiari, assistiti dagli avvocati Federica Prestidonato e Marcello Drago. Sono due le associazioni che hanno chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile: la Cotulevi, rappresentata dall’avvocata Girolama Manzella, e Insieme a Marianna, con l’avvocata Alessandra Inguaggiato. Si sono costituite parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati.

    Le violenze

    Le violenze si sarebbero verificate durante le confessioni delle giovani. Nei confronti di un ragazzino la violenza sarebbe avvenuta durante un ritiro spirituale. Le indagini della squadra mobile della Questura di Palermo sono state coordinate dai pm Maria Bambino e Mario Calabres. padre bernardino

    https://qds.it/palermo-prete-accuse-abusi-minorenni-confessioni/

  • Frate a processo a Palermo per abusi su cinque minorenni

    Frate a processo a Palermo per abusi su cinque minorenni

    (ANSA) – PALERMO, 30 GIU – Un frate di 66 anni dell’ordine dei frati minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente a Palermo, è imputato in un processo per violenza sessuale nei confronti di minorenni. Sono almeno cinque le parti offese in due procedimenti distinti che sono stati riuniti.

    Le vittime, che all’epoca dei avevano meno di 14 anni, si sono costituite parti civili con i loro familiari, assistiti dagli avvocati Federica Prestidonato e Marcello Drago.

    Sono due le associazioni che hanno chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile: la Cotulevi, rappresentata dall’avvocata Girolama Manzella, e Insieme a Marianna, con l’avvocata Alessandra Inguaggiato. Si sono costituite parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati. Gli episodi di violenza si sarebbero verificati durante le confessioni delle giovani. Nei confronti di un ragazzino la violenza sarebbe avvenuta durante un ritiro spirituale.

    Le indagini della squadra mobile della Questura di Palermo sono state coordinate dai pm Maria Bambino e Mario Calabrese. (ANSA).

    https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/cronaca/2025/06/30/frate-a-processo-a-palermo-per-abusi-su-cinque-minorenni_3aaf36ea-bfe1-4a0f-82f7-8992d27d8735.html

  • Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    L’appello di Papa Leone ai vescovi ai quali raccomanda essere; “fermo e deciso nell’affrontare le situazioni che possono dare scandalo ed ogni caso di abuso, specialmente nei confronti di minori, attenendosi alle attuali disposizioni“.

    Fantastico nelle parole che però stridono con i fatti, soprattutto quelli che riguardano direttamente proprio colui che fa l’appello e che prima di diventare Papa, era a capo del Dicastero dei vescovi, che si occupa della loro condotta.

    Proprio l’Ufficio al quale nel marzo del 2024 Antonio Messina (vittima di don Giuseppe Rugolo condannato in 1° grado a quattro anni e sei mesi) consegnò il fascicolo sulle presunte coperture che il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe fornito al Rugolo. Coperture che lo stesso Gisana – intercettato al telefono dagli inquirenti – ammette in una telefonata.

    Accuse che all’indomani della condanna in 1° grado di don Rugolo vedono lo stesso vescovo Gisana imputato dalla giustizia italiana per aver mentito in aula durante il processo.

    Questo è quanto sta facendo la giustizia italiana!

    Ma quella tanto acclamata dalla chiesa, che ha visto proprio Robert Prevost – colui che oggi è diventato il Papa – che, da capo del dicastero dei vescovi già avrebbe dovuto intervenire nel 2024 sul caso, che tutt’ora invece ancora vede il vescovo Rosario Gisana al suo posto, dichiarare stile “influencer” quanto riportato dai media, non solo sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma visto dai sopravvissuti, in questo particolare caso dalla stessa vittima Antonio Messina che, malgrado la delusione del mancato intervento di Prevost alla DDF, diventato Papa leone gli ha comunque rinnovato fiducia sollecitando ulteriormente un suo intervento, certo non da una grande immagine di serietà, ancor meno di coerenza.

    Messaggio che alla luce dei fatti va doverosamente preso per mera e disonesta propaganda alla quale si aggiungono le critiche di Hans Zollner che proprio ieri ha commentato così l’operato della chiesa; ‘no alle indagini-elemosina’.

    Propaganda contro la quale si era già scontrato Papa Francesco, anche lui sul caso di monsignor Rosario Gisana, che proprio alla vigilia della requisitoria su don Rugolo definì in un contesto totalmente fuori dalla realtà con la frase; “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo”.

    Frase che oggi pare quasi ripetersi nelle parole di Papa Leone XIV.

  • Sesso in chat con ragazzini: “Nuove prove”, ex prete chiede la revisione

    Sesso in chat con ragazzini: “Nuove prove”, ex prete chiede la revisione

    Il sacerdote, dunque, tornerà in un’aula di giustizia. Il suo legale, l’avvocato Giovanni Di Trapani, ritiene che ci siano nuove prove a favore dell’imputato, mentre alcune del passato non sono state erroneamente perse in considerazione.

    Nei mesi scorsi la Cassazione ha reso definitiva la condanna ed Esposito si trova ai domiciliari dopo essere stato per un periodo in carcere. Originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni.

    In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.

    Conosceva l’età delle vittime?

    Il prete sapeva che i ragazzini erano minorenni? Secondo l’accusa, che ha retto nei tre gradi di giudizio, la riposta è sì. Secondo la difesa, no. Esposito sarebbe stato in una condizione di “ignoranza inevitabile”.

    “Alcune testimonianze genuine e spontanee acquisite in dibattimento nel contraddittorio delle parti, che escludevano la responsabilità dell’imputato, ignaro della minore età dei ragazzi – sostiene l’avvocato Di Trapani – sono state inspiegabilmente ed immotivatamente ritenute inattendibili, tanto da dover indurre il Tribunale ad acquisire ed utilizzare ai fini della decisione le sommarie informazioni rese dagli stessi testimoni in fase d’indagine; una delle quali, tra l’altro, favorevole ad Esposito”.

    “Si evinceva chiaramente come lo stesso Esposito fosse stato addirittura indotto in errore da questi ultimi, i quali avevano taciuto lo loro reale età anagrafica spacciandosi per maggiorenni”, aggiunge il legale.

    L’ex sacerdote risiedeva in un’altra regione e “non aveva avuto modo di vederli di presenza se non in una sporadica occasione e per pochi minuti dinanzi ad un ipermercato”. “Lui sapeva che ero maggiorenne perché gliel’ho detto io”, disse una delle vittime. “Non gli ho mai detto di essere minorenne”, ha aggiunto un altro dei ragazzi.

    L’ipotesi corruzione

    Nel corso del processo, si è anche parlato di “un asserito tentativo di corruzione dei giovani testi ad opera del fratello del prelato”. Sul punto Di Trapani è tranciante: “Vi è un’unica annotazione non supportata da alcuna intercettazione agli atti, e peraltro per nulla dimostrativa nel merito, quanto al suo letterale contenuto, dell’ipotizzato pactum sceleris”.

    “D’altro canto, non vi è mai stato, ad oggi, a distanza di anni dal presunto accadimento di corruttela, alcun procedimento penale né a carico del fratello di Esposito – conclude- per il reato ipotizzato di intralcio alla giustizia, né in danno dei giovani che dallo stesso sarebbero stati corrotti per deporre a favore del sacerdote e avrebbero, quindi, commesso il delitto di falsa testimonianza”.

    Sesso in chat con ragazzini: “Nuove prove”, prete chiede la revisione

  • Antonio Messina: «Io vittima di abusi ho scritto tre volte al Papa, non mi ha mai risposto. Per il Vaticano resto un fantasma»

    Antonio Messina: «Io vittima di abusi ho scritto tre volte al Papa, non mi ha mai risposto. Per il Vaticano resto un fantasma»

    «Che dolore ho provato nel vedere che il Papa rispondeva immediatamente alla lettera di Carlo Conti per il festival di Sanremo mentre a me, vittima della pedofilia quando ero minorenne, non ha mai replicato. Silenzio assoluto. Eppure gli ho scritto tre volte. E’ evidente che per il Vaticano resto un fantasma». Misura le parole al telefono e la voce arriva pacata, non c’è rabbia. Si intuisce però che Antonio Messina soffre realmente per la situazione tipica che si viene a creare quando non si viene creduti  nonostante vi sia la sentenza di condanna di un tribunale della Repubblica Italiana contro un sacerdote per violenza sessuale su minore (quattro anni e sei mesi di reclusione).

    Persino il vescovo della diocesi è stato rinviato a giudizio per falsa testimonianza. Tra l’altro nelle intercettazioni, monsignor Rosario Gisana – secondo gli atti processuali – riferiva di avere insabbiato il cas. I magistrati di Enna scrivevano: «ometteva con ogni evidenza qualsivoglia doverosa seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori nonostante la titolarità di puntuali poteri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitava l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione. Sarebbe stato doveroso da parte della autorità religiosa alla guida della diocesi non solo segnalare alle autorità religiosa queste denunce secondo le procedure esistenti nel diritto canonico».

    A riaprire la ferita di Antonio, oggi trentenne, è l’episodio del festival di Sanremo, con quel video contro la guerra sui bambini che il pontefice ha realizzato dopo che Conti gli aveva mandato a gennaio una lettera. «Anche io ho scritto a Papa Francesco: tre volte.

    Eppure non ho mai avuto repliche. E questo a me genere confusione, perplessità, amarezza. Perchè tutto questo?».

    Questo giovane siciliano, cresciuto in una famiglia di forti radici cattoliche, dice di non essersi mai allontanato dalla fede, nonostante questa esperienza. «So che Dio c’è e mi ama, il Vangelo è e resta un faro per il mondo, e ho la grande fortuna di avere una comunità alla quale appoggiarmi, una famiglia solida alle spalle». Ciò che non si capacità resta l’atteggiamento ambiguo della Chiesa. «Per esempio Papa Francesco: trova il tempo per tutti, telefona a chiunque, riceve tante persone e persino oggi che purtroppo ha questa forma di bronchite che lo tormenta continua a ricevere gente».

    La prima lettera con tutta la sua orribile vicenda Antonio la ha inviata a Santa Marta cinque anno fa. Era il 2020, poco prima di decidersi a fare la denuncia al Tribunale di Enna. «Naturalmente non accadde nulla». La seconda lettera al Papa è del marzo 2024, spedita dopo la sentenza di primo grado contro il sacerdote abusatore don Giuseppe Rugolo. «Ho allegato a Papa Bergoglio tutto il fascicolo dibattimentale, in modo che potesse farsi una idea personalmente, senza filtri. La stessa documentazione assai corposa la ho inviata, separatamente, anche al dicastero della Fede, a quello per il Clero e per i Vescovi». Anche in questo frangente dal Vaticano nessuno si è mai fatto vivo. «Mi hanno ignorato, sono un fantasma, come se valessi meno del niente». L’ultima lettera personale è stata consegnata – brevi manu – da una persona di fiducia a Papa Francesco durante il viaggio apostolico a Bruxelles, a settembre. «Silenzio anche stavolta».

    Di recente il Vaticano ha spedito nella diocesi siciliana interessata al caso di abuso un visitatore apostolico per capire meglio la dinamica dei fatti e per redigere un rapporto. «Una misura che era dovuta ma, spiace dirlo, anche questa iniziativa da parte della istituzione vaticana arriva tardiva. La visita apostoica è, infatti, stata predisposta solo dopo il rinvio a giudizio del vescovo Gisana da parte del Tribunale». A complicare il quadro un particolare non indifferente. L’anno scorso Papa Francesco si era speso pubblicamente a favore di questo vescovo. In Vaticano, durante l’udienza ad un gruppo di fedeli siciliani, Bergoglio aveva commentato che Gisana era «bravo, questo vescovo è bravo. È stato perseguitato, calunniato ma lui fermo, sempre, giusto, un uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo vescovo».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/antonio_messina_vittima_pedofilia_papa_francesco_abusi_vescovo_gisana_vaticano-8654862.html

  • I parenti dei ragazzi  abusati dal clero  fanno rete  “Non lasciateci soli”

    I parenti dei ragazzi abusati dal clero fanno rete “Non lasciateci soli”

    Si sono sentiti soli e traditi. Il pi delle volte derisi e additati come se fossero loro i colpevoli e c’è voluto tantissimo tempo per trovare la forza di combattere e provare a recuperare i brandelli dellinfanzia e delladolescenza dei loro figli, violati da sacerdoti che sedevano alla loro stessa tavola.

    Sono le mamme e i papà di bambini e ragazzi, vittime di abusi sessuali in parrocchia, in seminario, durante le ore di catechismo o dei giochi alloratorio che, adesso, hanno deciso di fare rete.

    Il primo coordinamento nazionale delle “Famiglie dei sopravvissuti”, come si definiscono, costola della rete “Labuso”, raccoglie gi una trentina di genitori in tutta Italia, una decina di voci arrivano dalla Sicilia. Dai dati più recenti emerge che in 15 anni sono state 90 le vitti me di abusi sessuali sullIsola: 27 da parte di sacerdoti e 6 da laici che gravitavano nellambito della chiesa.

    Michele Messina, pap di Antonio che a Enna fra gli animatori del comitato “Non accetto prediche da chi copre un abuso” dopo avere denunciato gli abusi subiti quando era minorenne da don Giuseppe Rugolo, condannato a quattro anni per violenza sessuale aggravata su minori, sa che la sua battaglia andrà avanti fino allultimo dei suoi giorni.

    «Abbiamo perso linfanzia e ladolescenza di nostro figlio persempre — dice Messina — Nessuno dovrebbe mai subire quello che ha dovuto subire lui. Lo appoggerò fino alla fine dei miei giorni. Non è una ferita che si
    può rimarginare. Allinizio ho potuto affidarmi soltanto a me stesso. Mio figlio minorenne non era pronto, si senti
    va in colpa e mi sono sentito tradito da chi, invece, avrebbe dovuto stare al nostro fianco. Quando si decide di denunciare si resta soli e si sta male due volte».

    Per il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, accusato di aver taciuto o negato in aula, sotto giuramento, quanto sapeva sullo scandalo sessuale che ha investito la sua diocesi culminato con la condanna in primo grado Rugolo, il 26 maggio comincerà il processo per falsa testimonianza.

    Una mamma e un pap di Randazzo, nel Catanese, ancora non riescono a perdonarsi il fatto di non avere subito denunciato gli abusi di cui il figlio minorenne stato vittima per colpa di un sacerdote, considerato parte della famiglia. Il ragazzo, a 18 anni, ha deciso di fare da sè .

    «Sedeva alla nostra tavola — raccontano i genitori — Pensavano fosse una persona fragile da accogliere, invece,
    aveva delle mire su nostro figlio.

    Non siamo stati subito pronti a aiutarlo, quando abbiamo cominciato a parlare siamo stati presi in giro: “Forse vostro figlio si innamorato di lui”, diceva qualcuno. Pensavamo di risolvere tutto nellambito della chiesa, ma ci chiudevano le porte in faccia. Quando abbiamo denunciato siamo diventati la pecora nera del paese, ci hanno abbandonato tutti».

    Il neonato coordinamento della rete “Labuso” nasce per rompere il muro di solitudine e abbandonano con sui spesso si scontrano i genitori delle vittime. Basta mandare una mail allindirizzo coordinamento@retelabuso.org per farne parte.

    «A parte rarissime eccezioni, quasi tutti siamo passati da considerare la parrocchia come la seconda casa allessere allontanati come persone sgradite, soprattutto dopo aver denunciato — dice Cristina Balestrini, coordinatrice del gruppo genitori — Qualcuno è stato anche minacciato: vittime due volte quindi. Molti di noi hanno perso amici, siamo stati giudicati proprio da chi consideravamo una famiglia».

    Il dramma di un abuso sessuale crea una vittima, ma anche tante altre vittime nelle persone che stanno attorno. Il gruppo serve a parlare la stessa lingua, a sostenersi, ma anche del ripetersi delle storie con le stesse tragiche dinamiche. «Il dolore dei familiari incompreso — dice Balestrini — Essere accanto a un familiare che soffre un dolore doppio.

    Anche noi famigliari siamo dei sopravvissuti».

    REPUBBLICA Palermo

  • Caso Rugolo: il vescovo Gisana indagato per falsa testimonianza

    Caso Rugolo: il vescovo Gisana indagato per falsa testimonianza

    PIAZZA ARMERINA (EN)-ADISTA. È formalmente indagato per falsa testimonianza dalla Procura di Enna mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, assurto agli onori delle cronache nel caso del prete don Giuseppe Rugolo, condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi ex articolo 609 bis e quater del codice penale per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie nn. 10/24). A denunciare il prete di Enna alle autorità civili, dopo un tentativo infruttuoso con le autorità della Chiesa, la vittima, Antonio Messina, sedicenne all’epoca degli fatti, avvenuti dal 2009 al 2013. La falsa testimonianza del vescovo, secondo l’accusa (v. La Repubblica Palermo, 13/12) sarebbe stata commessa nel corso dell’inchiesta e anche durante il processo; ugualmente indagato con la medesima contestazione anche il vicario giudiziale della diocesi, mons. Vincenzo Murgano.

    Già nelle motivazioni della sentenza di condanna, pubblicate in 222 pagine lo scorso luglio, a 137 giorni dalla sentenza di primo grado – che sanciva anche la responsabilità civile della diocesi, condannandola a pagare un risarcimento alla vittima Messina (v. Adista Notizie n. 29/24) – il vescovo di Piazza Armerina era stato fatto oggetto di pesanti accuse, come quella di aver agevolato l’attività predatoria di Rugolo. Il documento citava «elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo monsignor Rosario Gisana, che rendono vieppiù legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo». Gisana infatti «già nel 2016 e negli anni successivi in cui l’imputato seguitava a perpetrare abusi sessuali» ai danni degli altri due adolescenti vittime di Rugolo «era pienamente consapevole del fatto che p. Rugolo era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con altri ragazzi giovanissimi». Le motivazioni del Tribunale confermavano quanto raccontato nel podcast “La Confessione” dai giornalisti Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn, che aveva ricostruito tutto il sistema di insabbiamenti del caso Rugolo sulla base dei documenti e delle registrazioni telefoniche messe agli atti e in seguito nella disponibilità delle parti, presentando, come spiegato da Feltri stesso, una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano».

    Chiusura delle indagini

    Ora, a seguito di un nuovo esposto della parte civile, il procuratore Ennio Petrigni, si legge su Repubblica, intende approfondire la posizione di Gisana e per questo nei giorni scorsi i pubblici ministeri «hanno firmato un provvedimento di chiusura dell’indagine, che è stato notificato dalla squadra mobile». Ora, davanti a questo nuovo passo Gisana – che ha sempre negato di avere insabbiato alcunché e il cui avvocato ha sempre insistito sul fatto che le frasi estratte dalle intercettazioni che lo incolpavano erano «decontestualizzate» – e il vicario Murgano hanno trenta giorni di tempo per depositare una memoria oppure per chiedere di essere interrogati.

    Le richieste di dimissioni

    La notizia dell’indagine su mons. Gisana e mons. Murgano arriva dopo mesi di tensione in diocesi, segnati da iniziative della base cattolica, costituitasi in un comitato di protesta contro la curia diocesana che chiede le dimissioni di Gisana. Dimissioni, si dice, a cui avrebbe dovuto già pensare papa Francesco ma che invece non sono mai arrivate, complice anche il favore di cui Gisana gode presso il papa stesso che, a processo in corso, ebbe a dire che era stato «perseguitato e calunniato», ma che era «un vescovo giusto». Il 22 agosto, in due chiese di Enna, la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove a celebrare erano sacerdoti i cui nomi compaiono nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, al loro ingresso in chiesa, un folto gruppo di fedeli si è alzato ed è uscito, in segno di protesta, riunendosi sul sagrato con cartelli con citazioni evangeliche e lo slogan dell’iniziativa: «Non accetto prediche da chi copre un abuso». Anche a Piazza Armerina, della cui diocesi Enna fa parte, si è svolta una protesta silenziosa, davanti alla cattedrale (v. Adista 30/24). Alla fine dello scorso novembre, poi, in occasione della celebrazione a Pietraperzia (Comune nella diocesi di Piazza Armerina) della patrona dell’Arma dei Carabinieri Virgo Fidelis, per la quale la Fanfara dell’Arma del XII Reggimento “Sicilia” di Palermo avrebbe dovuto esibirsi in un concerto seguito da un corteo e dalla celebrazione della Messa presieduta da Gisana. È arrivata al comando generale dell’Arma dei carabinieri una lettera firmata da Antonio Messina; si riteneva «inaudito che l’Arma dei carabinieri richieda, in occasione delle celebrazioni che vedono le forze dell’ordine protagoniste, la presenza del vescovo che, come rassegnato dal tribunale penale di Enna nella sentenza emessa in 5 marzo, all’esito del noto processo a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo, “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”». «Vi chiedo – era l’appello di Antonio Messina – di valutare l’opportunità della presenza del vescovo Rosario Gisana alle celebrazioni dedicate alla “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri che, come tutte le altre forze di polizia, deve rispondere alla procura della Repubblica e al tribunale, istituzioni che hanno severamente condannato l’operato dell’ordinario diocesano».

    L’appello non era caduto nel vuoto; il Comune di Pietraperzia (che patrocinava l’evento) e l’Arma dei Carabinieri hanno comunicato, a 48 ore dalla celebrazione, «che a causa di problemi organizzativi dell’Arma dei Carabinieri, l’esibizione della Fanfara dei Carabinieri è rinviata a data da destinarsi».

    https://www.adista.it/articolo/73007

  • LA FANFARA DEI CARABINIERI DI PALERMO HA RINUNCIATO ALLA FESTA RELIGIOSA DELLA “VIRGO FIDELIS” PRESIEDUTA DAL VESCOVO ROSARIO GISANA

    LA FANFARA DEI CARABINIERI DI PALERMO HA RINUNCIATO ALLA FESTA RELIGIOSA DELLA “VIRGO FIDELIS” PRESIEDUTA DAL VESCOVO ROSARIO GISANA

    La locandina dell’evento, patrocinato dal Comune, è stata diffusa su vari profili Facebook, compreso quello del parroco Osvaldo William Brugnone della chiesa madre di Pietraperzia, in provincia di Enna, ma all’improvviso tutto è stato rimandato a data da destinarsi, ufficialmente “per ragioni organizzative”.

    A quarantotto ore dalla festa della “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri, con l’esibizione della fanfara del XII reggimento Palermo e la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, prevista per domenica mattina nella chiesa madre di Pietraperzia, è arrivata al comando generale dell’Arma dei carabinieri una lettera di “indignazione”.

    A firmarla, Antonio Messina, fra gli animatori del comitato “Non accetto prediche da chi copre un abuso”, che ha denunciato gli abusi di don Giuseppe Rugolo, subiti quando aveva 16 anni. Rugolo è stato condannato lo scorso marzo a quattro anni e mezzo per violenza sessuale aggravata su minori.

    Nella lettera Messina trova “inaudito che l’Arma dei carabinieri richieda, in occasione delle celebrazioni che vedono le forze dell’ordine protagoniste, la presenza del vescovo che, come rassegnato dal tribunale penale di Enna nella sentenza emessa in 5 marzo, all’esito del noto processo a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo ‘ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione’”.

    […] Infine un appello: “Vi chiedo di valutare l’opportunità della presenza del vescovo Rosario Gisana alle celebrazioni dedicate alla “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri che, come tutte le altre forze di polizia, deve rispondere alla procura della Repubblica e al tribunale, istituzioni che hanno severamente condannato l’operato dell’ordinario diocesano”.

    L’appello non deve essere caduto nel vuoto, se quasi alla vigilia di una festa religiosa così importante tutto è stato rinviato “a data destinarsi”, come fa sapere lo stesso comando provinciale dei carabinieri di Enna. […]

    https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/musica-finita-vescovo-ndash-fanfara-carabinieri-415828.htm

  • Pedopornografia online: maxi operazione tocca anche Venezia. Arrestato anche un prete

    Pedopornografia online: maxi operazione tocca anche Venezia. Arrestato anche un prete

    Operazione “La Croix” della Polizia Postale: maxi-blitz contro la pedopornografia online, 33 perquisizioni in tutta Italia. Tre le persone arrestate, tra cui un prelato e un appartenente alle forze dell’ordine.

    Pedopornografia online

    Nelle ultime ore, la Polizia di Stato, sotto la guida del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, ha avviato un’importante operazione su scala nazionale per contrastare la diffusione di materiale pedopornografico online. L’operazione, denominata “La Croix”, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino e ha portato all’esecuzione di 33 decreti di perquisizione in diverse città italiane.

    Le indagini

    L’indagine, iniziata oltre sei mesi fa, è stata condotta dal Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica di Torino. Gli investigatori, anche grazie ad operazioni sotto copertura, sono riusciti a identificare numerosi individui coinvolti nella distribuzione e promozione di contenuti illeciti realizzati attraverso lo sfruttamento sessuale di minori.

    Il “giustiziere virtuale”

    Al centro dell’inchiesta vi è un utente che, pur essendo coinvolto nella ricerca di materiale pedopornografico, svolgeva il ruolo di un improbabile “giustiziere”. Quest’ultimo, infatti, condivideva nei gruppi chiusi online informazioni e tracce digitali raccolte durante le sue interazioni con altre identità virtuali. Questo comportamento ha consentito agli inquirenti di approfondire le indagini e risalire agli altri soggetti implicati.

    Chat segrete

    Le comunicazioni tra gli utenti avvenivano tramite chat segrete, utilizzando un linguaggio in codice per mantenere l’anonimato e verificare la reciproca partecipazione a contenuti legati all’abuso sessuale. I partecipanti disponevano di materiale illegale di diversa natura, tra cui video che mostravano anche veri e propri atti di violenza sessuale.

    33 utenti coinvolti

    L’operazione ha richiesto un meticoloso lavoro di infiltrazione all’interno delle reti virtuali utilizzate dagli utenti coinvolti. Grazie a un accurato monitoraggio delle tracce informatiche lasciate durante le interazioni online, gli investigatori sono riusciti a risalire all’identità di 33 sospettati.

    L’esecuzione dei decreti di perquisizione ha coinvolto le sedi della Polizia Postale di Roma, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Palermo, Catania, Bari, Venezia e Trieste, in un’operazione congiunta che ha coperto gran parte del territorio nazionale.

    Arrestati un sacerdote e un appartenente alle forze dell’ordine

    Tra le persone coinvolte, si trovano individui di ogni età, provenienza geografica e posizione lavorativa: professionisti, operai e studenti. In particolare, tra gli arrestati, residenti nel milanese, cagliaritano e beneventano, figurano un appartenente alle forze dell’ordine e un prelato.

    Il coinvolgimento di giovani e giovanissimi in questi crimini è un aspetto allarmante dell’indagine. Questo fenomeno sembra essere facilitato dalla crescente familiarità delle nuove generazioni con le tecnologie, in particolare con le piattaforme di condivisione peer-to-peer. Proprio per questo, la Polizia Postale ha sottolineato l’importanza di intensificare gli sforzi sul piano della prevenzione, per arginare il pericoloso fenomeno della dipendenza dalle tecnologie digitali e dalla ricerca di contenuti illeciti online.

    Pedopornografia online: maxi operazione tocca anche Venezia. Arrestato anche un prete