Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Per i periti italiani don Reverberi non potrebbe andare in Argentina

    Per i periti italiani don Reverberi non potrebbe andare in Argentina

    Dal punto di vista cognitivo non ci sarebbero ostacoli alla sua partecipazione ad un giudizio, ma le condizioni fisiche non gli consentirebbero di affrontare il viaggio transoceanico e partecipare di persona ad un processo come quello che lo attenderebbe in Argentina

    Si sarebbero espressi così i periti, nominati dal tribunale di Bologna e chiamati a valutare don Franco Reverberi, sacerdote residente nel Parmense, 88 anni, accusato di diversi crimini contro l’umanità compiuti durante la dittatura civico-militare del 1976-83 nel paese sudamericano.

        Nel 2024 il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva negato l’estradizione per motivi di salute e il processo in Argentina, che il prete lasciò nel 2011, è stato avviato in contumacia.

    Ma nei mesi scorsi l’autorità giudiziaria sudamericana, accogliendo una richiesta della difesa dell’imputato, ha inviato in Italia una richiesta via rogatoria per valutare le condizioni di Reverberi, in ordine alla sua eventuale partecipazione al giudizio.

        La Procura di Bologna, competente distrettualmente, ricevuti gli atti, con il pm Marco Imperato ha chiesto una perizia in incidente probatorio e il Gip Alberto Ziroldi l’ha disposta, nominando il medico legale Matteo Tudini e lo psichiatra Renato Ariatti, che sono andati a visitare il sacerdote nella sua abitazione, in provincia di Parma. Nel procedimento italiano Reverberi è difeso dall’avvocato Franco Magnani.

        Ricevuti gli esiti, il Gip ha ritrasmesso gli atti alla Procura che a propria volta li manderà in Argentina, dove i giudici prenderanno presumibilmente una decisione sulle modalità di partecipazione dell’anziano imputato.

    https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/06/30/per-i-periti-italiani-don-reverberi-non-potrebbe-andare-in-argentina_adcb6865-0b24-4bf6-90f9-b869e934d406.html

  • Desaparecidos, da Nordio no a estradizione di don Reverberi in Argentina

    Desaparecidos, da Nordio no a estradizione di don Reverberi in Argentina

    Don Franco Reverberi, il sacerdote della diocesi di Parma accusato di diversi crimini compiuti in Argentina durante la dittatura civico-militare del 1976-83, non sarà consegnato alle autorità argentine per essere processato.

    A riferirlo è l’onlus 24marzo.it, spiegando che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha respinto per motivi di salute il 10 gennaio l’estradizione in Argentina del sacerdote che era stata concessa dalla Cassazione.

    La conclusione, che giustifica il rigetto della richiesta di estradizione, è che va considerato “complessivamente l’impatto medico-legale della procedura sulle già precarie condizioni di salute di Reverberi, anche in ragione dell’età estremamente avanzata di costui e della conseguente probabile prospettiva di non fare più ritorno in territorio italiano, impatto da cui deriverebbe un rilevante stress psicologico tale da integrare un ulteriore fattore di rischio con riferimento alle verificate patologie cardiologiche da cui lo stesso è affetto”.

    Nel provvedimento il capo del dicastero di via Arenula evidenzia che “la perizia medico-legale disposta dalla Corte di Appello di Bologna ha concluso nel senso che ‘le attuali condizioni di salute di Reverberi sono compatibili con il trasferimento in Argentina’, limitando l’accertamento alle condizioni di salute compatibili con la possibilità di effettuare un viaggio aereo intercontinentale, omettendo tuttavia di valutare l’esistenza di gravi rischi che potrebbero scaturire dalla procedura di estradizione globalmente intesa”.

    La richiesta di estradizione era stata promossa dallo Stato argentino. Reverberi era cappellano ausiliare dell’ottava Squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, accusato di atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come La Departamental.

    Il parroco è accusato di aver assistito a numerose torture alle quali erano sottoposti i prigionieri del regime di Videla prima di essere uccisi e fatti scomparire, nonché all’omicidio nel 1976 del 20enne peronista Josè Guillermo Beron, tuttora disperso. Il religioso uscì dall’Argentina nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità.

    La revoca è stata notificata al difensore del religioso, l’avvocato parmigiano Franco Magnani.

    Don Reverberi attualmente risiede in una canonica a Sorbolo, paese nel parmense dove è nato nel 1937, e aveva come misura cautelare il divieto di allontanamento dal comune con obbligo di firma dai carabinieri.

    Il 19 gennaio è stata fissata un’udienza per l’esecuzione del provvedimento del ministro. Alla luce del provvedimento di Nordio, l’Argentina ha una sola strada da poter percorrere: un eventuale ricorso al Tar di Roma.

    “La Corte di Cassazione nell’ottobre scorso, recependo le argomentazioni dell’avvocato Arturo Salerni, legale dell’ambasciata argentina in Italia, aveva confermato la decisione della Corte di appello di Bologna respingendo il ricorso contro l’estradizione presentato dalla difesa del sacerdote – spiega l’onlus -. Il ministro Nordio aveva 45 giorni di tempo per confermare o meno la decisione. Ebbene, l’ha respinta. Don Reverberi ha 87 anni e come diversi altri individui accusati di essere stati parte attiva nei crimini compiuti durante la dittature del Cono Sur, come per esempio Carlos Malatto, Daniel Cherutti, Jorge Troccoli, grazie al doppio passaporto si è trasferito in Italia molti anni fa e per lungo tempo ha vissuto indisturbato”.

    Intercettato a Sorbolo a fine novembre, il sacerdote si era difeso: “Con quei crimini non c’entro”.

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2024/01/12/news/desaparecidos_associazione_24_marzo_da_nordio_no_a_estradizione_di_don_reeverberi_in_argentina-421867151/?ref=tgpr

  • Andrà a a processo Don Reverberi il sacerdote di Sorbolo accusato di crimini contro l’umanità

    Andrà a a processo Don Reverberi il sacerdote di Sorbolo accusato di crimini contro l’umanità

    L’Italia ha concesso l’estradizione in Argentina dell’ex cappellano militare italo-argentino don Franco Reverberi, accusato di crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura del generale Jorge Jose Videla, in vigore dal 1976 al 1983. La richiesta di estradizione – rende noto il governo argentino in un comunicato – è stata promossa dall’Argentina su istanza della segreteria dei diritti umani della nazione. Reverberi era cappellano ausiliare dell’VIII squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, ed è indagato per atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come «La Departamental». Il religioso, molto malato ma ritenuto in grado di sopportare l’eventuale trasferta in Sudamerica, ha oggi 86 anni e vive a Sorbolo, dove è anche nato nella frazione di Enzano.

    Opera nella nuova parrocchia di San Benedetto. Don Reverberi nel 1948 seguì la famiglia emigrata in Argentina e si stabilì con i genitori a San Rafael, regione di Mendoza a circa mille chilometri da Buenos Aires. Qui arrivò la vocazione, l’ordinazione sacerdotale e l’assegnazione alla parrocchia di Salto de Las Rosas, comunità frequentata da molti immigrati italiani. Tornò in Italia nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità. Nel 2013 venne presentata la prima richiesta di estradizione, ma i tribunali italiani la respinsero perché l’accusa conteneva solo accuse di tortura, reato non imprescrittibile in Italia a meno che non venga associato a condotte punibili con l’ergastolo. Sulla base di nuove testimonianze raccolte a Mendoza, è stato quindi possibile ampliare l’accusa per includere la partecipazione di Reverberi, anche in abiti militari, a sequestri e torture di almeno dieci persone, e all’omicidio del militante peronista José Berón, tuttora disperso. Alcune vittime hanno testimoniato poi che il sacerdote avrebbe invitato a confessare le proprie colpe per ottenere un «sollievo spirituale». La decisione della Corte d’appello di Bologna non è comunque definitiva e l’imputato ha ancora la possibilità di ricorrere davanti alla Corte costituzionale, come ha sottolineato anche l’ambasciatore dell’Argentina in Italia, Roberto Carlés.

    Nel mirino delle autorità giudiziarie argentine ci sarebbe il suo ruolo di cappellano militare nella «Casa departamental» a San Rafael nei primi anni ‘80.

    «Sicuramente faremo ricorso entro i 30 giorni previsti. Già da tempo la Curia vescovile di Parma nel difendere don Franco ha pubblicato due documenti molto chiari – ha commentato il parroco di Sorbolo Mezzani don Aldino Arcari –: uno della Curia di San Rafael, l’altro del ministero della Difesa argentino che attestano “stranamente” che don Reverberi è stato nominato cappellano militare nel settembre 1980, mentre i quattro accusatori argentini parlano del 1976. A chi giova tutto questo accanimento? Senza dubbio a screditare la chiesa, i preti e anche il papa. Sì proprio lui, papa Francesco. Come per dire: vedete, lui che parla tanto di misericordia e di perdono, “copre” addirittura un prete argentino “accusato” di tortura!».

    https://www.gazzettadiparma.it/italia-mondo/2023/07/12/news/andra-a-a-processo-don-reverberi-il-sacerdote-di-sorbolo-accusato-di-crimini-contro-l-umanita-723766/

  • Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    “Per come lo abbiamo conosciuto in questi anni, non possiamo credere che don Franco sia responsabile dei fatti di cui è accusato”: è questo il senso della risposta che da più voci raccolgo nel cortile davanti alla canonica dove vive don Franco Reverberi, a Sorbolo.

    In un bar del centro, qualcuno ricorda il clamore che aveva suscitato, nel 2012, la notizia che il parroco, arrivato da circa un anno in paese, fosse ricercato dall’Interpol per fatti risalenti agli anni della “guerra sporca” di Videla.

    Oggi la vicenda torna a fare parlare dopo che a ottobre è stata emessa una seconda richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote italo-argentino, come riportato nell’inchiesta I fuggitivi pubblicata nei giorni scorsi su La Repubblica.

    Originario di Enzano, classe 1937, a undici anni Reverberi emigra con la famiglia in Sudamerica. Nel ‘67 l’ordinanza sacerdotale lo porta a svolgere la funzione di parroco, per oltre quarant’anni, a Salto de Las Rosas.

    Dopo la fine della dittatura e dopo l’annullamento delle leggi che impedivano di accertare le responsabilità del terrorismo di Stato, quattro sopravvissuti alle sevizie subite nella Casa Departamental, uno dei tanti buchi neri che inghiottirono migliaia di oppositori politici, chiamano in causa don Reverberi nelle loro testimonianze.

    Come emerge dall’inchiesta giornalistica che fa parte del progetto On the run from the past, durante il processo i testimoni riferirono che, mentre venivano torturati, ad assistere vi era il cappellano militare, riconosciuto in Reverberi.

    Vestito a volte con abiti militari, altre volte con l’abito talare, la Bibbia in mano, il sacerdote, ricordano i testimoni, parlava raramente e solo per indurre i prigionieri a collaborare.

    Ma quando, nel giugno del 2011, il procuratore generale di San Rafael, sulla base delle testimonianze raccolte, chiede che Reverberi venga indagato, il sacerdote non è più reperibile avendo lasciato il Paese un mese prima per stabilirsi a Sorbolo. Ai giudici, che dovevano ascoltare il parroco, fu presentato un certificato che attestava problemi cardiaci.

    Nel 2012, a un anno dal suo trasferimento in Italia, una sua foto viene diramata dall’Interpol che emette un mandato di rintraccio nei suoi confronti mentre la richiesta di estradizione avanzata dall’Argentina, in assenza del reato di tortura nel codice penale italiano, viene rigettata prima dalla Corte d’Appello di Bologna, poi dalla Cassazione, nel 2014.

    Il 2 ottobre scorso, come riportato sulle pagine di Repubblica, è stata però presentata una nuova richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote.

    Don Reverberi, come mi dicono in paese, esce raramente e conduce una vita molto ritirata limitandosi a dire messa una volta alla settimana. Nello spiazzo alle spalle della chiesa, delimitato a ferro di cavallo entro gli edifici della canonica, c’è un via vai di bambini accompagnati a catechismo dalle mamme.

    Lauretta Ponzi, referente Caritas della parrocchia, all’uscita della canonica non si sottrae alle domande. In che modo ha reagito la comunità parrocchiale di fronte alle accuse rivolte nei confronti di don Franco?

    “Guardi, abbiamo già parlato tutti troppo di questo argomento, da diversi anni: più se ne parla e più la gente di Sorbolo scuote le spalle e dice di non volerne più sapere nulla. Noi vediamo l’operato che don Franco sta facendo qui ormai da dieci anni: non abbiamo nessun motivo per poter giudicare. Non conosciamo i fatti, se non quelli che abbiamo letto da voi. Per quello che noi vediamo, non abbiamo elementi per dubitare di lui”.

    Avete mai provato, in un confronto con la comunità, a chiedere risposte in merito alle accuse che gli vengono rivolte?

    “Don Reverberi ha chiarito tutto: anche in Italia è stato assolto perché non si trovava nel luogo in cui dicono che si trovasse al momento dei fatti”, mi risponde. Le dico che non è così: non è stato assolto perché non è stato processato, essendo venuto in Italia a un mese dall’inizio del processo. “Comunque ho visto l’inserto che avete fatto” e scuote il capo.

    Un peso lo hanno anche le parole dei testimoni: don Reverberi non sente il dovere di dare risposte ai giudici, a chi chiede di ricostruire un pezzo buio di storia, anche per chiarire la sua posizione?

    “Potrebbe anche essere, io non lo so, ma prima di tutto credo che debba rispondere davanti a Dio: è un sacerdote, c’è un superiore, c’è un vescovo, dovranno verificare loro. La comunità, mi creda, è stanca. Non possiamo dare giudizi su fatti che non conosciamo, che vengono da lontano e che ci sono stati riportati. Sono fatti rispetto ai quali lui si è difeso a spada tratta di fronte alla comunità parrocchiale”.

    Don Reverberi si è allontanato dall’Argentina per venire a Sorbolo poco prima del processo che lo vedeva imputato…”Probabilmente sì…questo ci può anche stare: ci possono essere stati sacerdoti che hanno lasciato la vita e altri, magari più deboli, che hanno chiuso gli occhi. Questo più che un problema della Chiesa credo sia un problema della persona. Possiamo mettere in dubbio un sacerdote che sta dando alla comunità, per quello che può dato che è molto malato, il suo impegno celebrando la messa e confessando i fedeli? Nel frattempo si sta curando, ha detto che è venuto in Italia per curarsi: ci sta anche che possa essere venuto in Italia in un momento difficile, ma era anche già malato. A che titolo possiamo giudicare?”.

    Cercare risposte, per poi poter giudicare, anche a nome delle vittime del regime di quegli anni. “Sì, sì, la storia la conosciamo…ma quando l’altro giorno ho visto il vostro servizio con don Reverberi in mezzo a quei due…mi è dato un colpo al cuore: non ce lo vedo, lì in mezzo, non posso crederci. La mia risposta da fedele, da cristiana, è questa: se lui è veramente colpevole, parli. Se no, ci dovremo affidare alla giustizia divina. Se intervista qualche altro parrocchiano, qualcuno potrebbe dirle che ha dei dubbi ma la comunità vera, che vive attorno alla parrocchia, non si pone il problema: non è che non vogliamo riconoscere quello che veramente è stato ma non vogliamo pensare che il nostro prete – che non è il parroco, perché è qui solo in appoggio – possa essere coinvolto in una cosa del genere”.

    Da una porta, si affaccia sullo spiazzo don Aldino Arcari, dal 2013 parroco della diocesi. Pochi giorni fa, alla giornalista di Repubblica che gli poneva una domanda sul caso Reverberi, ha parlato di accanimento da parte della stampa, informandola di avere avvertito il vescovo del fatto che in paese fossero tornati giornalisti a chiedere di don Franco.

    Di fronte alla mia domanda di un’intervista, accetta di rispondere. Parlare con don Reverberi, invece, non è possibile: è molto anziano e malato, mi dice.

    Don Arcari, a testimoniare ci sono quattro ex prigionieri politici che hanno indicato in Reverberi il parroco che nel 1976 avrebbe assistito alle torture mentre più testimoni riferiscono della sua presenza tra il ‘76 e il ‘78 nel centro di detenzione clandestino di San Rafael. Quale è la vostra posizione rispetto a questa vicenda?

    “Noi abbiamo un foglio della diocesi di San Rafael che dice che lui non era lì, nel ‘76, e lui stesso ha ribadito che non c’era, in quel periodo, essendo diventato cappellano militare solo nell’80. C’è tanto di documento della diocesi! Le accuse che gli vengono rivolte mi sembrano un po’ forzate, conoscendolo! Qui stiamo dando la caccia alle streghe…”.

    Ma i centri di detenzione erano extra-legali e clandestini: è improbabile che si registrassero gli ingressi di chi vi operava…

    “Può anche essere – ribatte don Arcari – io però mi fido di quello che dice. Se poi fosse falsa testimonianza, dovrà risponderne davanti a Dio. Siamo nel campo delle ipotesi. Lui ha già detto che non c’era. Ma io dico: se anche ci fosse stato, che accusa è? Beh, va bene: aveva la Bibbia in mano, dicono, certo: è un prete, non poteva andare là con un mitra….che conforto poteva dare ai condannati? Cosa poteva fare? Come quando durante il fascismo chiedevano a qualcuno di baciare il crocifisso….Che cosa poteva fare, poveretto… Non siamo mica tutti leoni: pensiamo a Don Abbondio”.

    All’esterno fa freddo, pur essendo un pomeriggio di sole. Don Arcari mi invita a entrare assieme a Lauretta Ponzi. Mi ripetono che la comunità non può credere che sia lui il prete riconosciuto dai testimoni, non per come lo conoscono.

    “Ci pensi – così Arcari, rivolgendosi a me -, come mai papa Francesco non è mai andato in Argentina, che è la sua terra? Chiediamoci questo. E’ un problema politico: non lo possono vedere, quel papa lì, in Argentina e lui non ci andrà mai, glielo dico io: sono delle beghe politiche. Non possono vedere papa Francesco e allora dicono: ti torturiamo questo prete argentino che è in Italia. Ci sono delle storie, sotto, che noi non sappiamo…Io, se fossi papa, la prima cosa che farei sarebbe andare nel mio paese natale…”.

    Vi siete confrontati col vescovo recentemente sulla vicenda di cui ora si torna a parlare vista la nuova richiesta di estradizione?

    “Io e il vescovo siamo molto legati. Quando viene qualcuno a chiedere di don Franco, glielo dico: lui mi ha detto di avere allertato Parolin in modo che avverta il papa di questa storia. Sembra che Sorbolo copra il torturatore ma noi non copriamo nessuno: lo abbiamo qui ospite e ce lo teniamo, anziano e malato, poveretto. Celebra messa solo una volta a settimana e confessa i fedeli: più di questo non fa. Che gli è venuto un infarto è vero: l’ho accompagnato io in ospedale. Per lui questa attenzione è una tortura. Altro, non saprei cosa dirle”.

    Arturo Salerni, avvocato che nel caso Reverberi è stato parte civile in Cassazione per la Repubblica Argentina, uno dei principali avvocati difensori delle vittime del maxi-processo Condor nel quale sono stati condannati all’ergastolo 24 responsabili dei crimini commessi durante le dittature sudamericane, raggiunto nel suo studio romano così commenta il caso Reverberi: “La richiesta di estradizione fu respinta dalla Corte d’Appello di Bologna, ritenendo che i reati fossero prescritti. Verso di lui era mossa l’accusa di tortura. Io allora feci per la Repubblica Argentina il ricorso in Cassazione che sostanzialmente ribadì le conclusioni alle quali era arrivata la Corte di appello di Bologna.

    Dal punto di vista dei processi, in Italia non ci sono attualmente altri elementi. Quello che evidenziamo è che don Reverberi si è sottratto alla giustizia argentina oltre al fatto che ci sono diversi e convergenti elementi di accusa: ci sono precisi riconoscimenti, che sono stati raccolti, tutti convergenti nell’indicare in lui ‘il prete’, il sacerdote che assisteva alle torture in maniera benevola non nei confronti dei torturati ma dei torturatori, con atteggiamento di complicità e spingendo i prigionieri a confessare. Da più parti – conclude il legale – in alcuni casi anche da parte della Chiesa, viene la richiesta che Reverberi si sottoponga alla giustizia terrena, prima di arrivare alla giustizia divina”.

    Lucia De Ioanna

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/01/20/news/sorbolo_il_caso_don_reverberi_la_comunita_e_stanca_non_giudichiamo_fatti_che_non_conosciamo_-283389240/?fbclid=IwAR0rqWtQc52SapVME10yvb_xAaSCZVLGSjY_OHqyC5lMBK4WKzH-bS47vWQ

     

  • Pedofilia: card. Ouellet, servono più donne formazione preti

    Pedofilia: card. Ouellet, servono più donne formazione preti

    ‘Più prudenza nella scelta dei vescovi’

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 17 SET – Coinvolgere maggiormente figure femminili nella formazione dei preti in seminario: potrebbe essere una delle vie per combattere il fenomeno della pedofilia. Lo ha detto il Prefetto della Congregazione dei Vescovi, il cardinale canadese Marc Ouellet. “Penso che sia necessario fare qualcosa di più all’interno della Chiesa e con la formazione di sacerdoti e certamente più prudenza nella scelta dei vescovi. Direi che avremmo bisogno della partecipazione di più donne – ha detto Ouellet, a margine dell’assemblea dei vescovi europei a Poznan (Polonia), secondo quanto riferisce il portale cattolico Zenit – nella formazione di sacerdoti per l’insegnamento e per il discernimento dei candidati. Penso che abbiamo bisogno di più riflessioni in questo senso”.

    https://www.gazzettadiparma.it/news/italia-mondo/539286/pedofilia-card-ouellet-servono-piu-donne-formazione-preti.html

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Sesso con minori: niente carcere per Corrado Fumagalli e don Diego Rota

    Sesso con minori: niente carcere per Corrado Fumagalli e don Diego Rota

    L’inchiesta sulla prostituzione minorile per i quattro imputati giudicati con rito abbreviato si è chiusa con la condanna di tutti a 2 anni di reclusione con sospensione della pena. Questi i nomi: Francesco Bellone, Corrado Fumagalli, Sergio Madureri, Diego Rota

    Adescavano i ragazzini nelle chat virtuali. Li compravano con cene, gelati, ricariche del telefono, giornate da trascorrere nei parchi divertimento o con qualche mancia. Per quattro imputati dell’inchiesta sulla prostituzione minorile condotta dai Carabinieri di Brescia  la vicenda processuale si è chiusa mercoledì mattina. Un epilogo positivo, a giudicare dai volti sorridenti dei rispettivi avvocati. Una dozzina in tutto gli imputati, di cui 6 avevano già scelto di patteggiare una condanna compresa tra i 14 e i 24 mesi.

    Francesco Bellone, 46enne incensurato di Muggiò (Monza e Brianza), Corrado Fumagalli, volto televisivo e presentatore del Sexy Bar, Sergio Madureri, imprenditore 58enne di Parma, e Don Diego Rota, il 45enne ex parroco di Solza, sono stati condannati a due anni di reclusione con pena sospesa: tutti e quattro schivano quindi il carcere e possono rifarsi una vita.

    Due dei tre ragazzini con i quali il prete, l’imprenditore, il conduttore e l’incensurato avrebbero avuto rapporti sessuali a pagamento si sono costituiti parte civile nel processo. A loro il giudice ha riconosciuto una provvisionale compresa tra gli 8 e i 16mila euro.  Una cifra di denaro che il legale di parte civile, l’avvocato Sara Mazzoleni, ha definito “insoddisfacente per il tipo di danno creato ai ragazzi. Agiremo in sede civile affinchè venga riconosciuto un risarcimento maggiore.

    Anche Claudio Tonoli, l’uomo da cui l’inchiesta è cominciata sarà processato con rito abbreviato. Il 56enne sieropositivo è accusato non solo di aver frequentato minori, ma di aver potenzialmente procurato “lesioni gravissime”.

    http://www.bresciatoday.it/cronaca/prostituzione-minorile-fumagalli.html

  • Prostituzione minorile a Brescia: 12 indagati, tra accusati un parmigiano e un prete

    Prostituzione minorile a Brescia: 12 indagati, tra accusati un parmigiano e un prete

    Sono 12 gli accusati dopo l’inchiesta per prostituzione minorile di Brescia e Bergamo. In attesa di processo anche il parmigiano Sergio Madureri, 59 anni.
    I fatti, accaduti dal 2014 al 2015, riguardano tre ragazzi fra i 16 e i 17 anni che, tramite annunci sui social network Badoo o Facebook, offrivano prestazioni sessuali i cambio di denaro, da 20 a 100 euro, o regali. Stando alle indagini sarebbero 21 le parti offese in tutto, ragazzi dai 15 ai 32 anni, ma uno solo si è costituito parte civile.
    Alcuni appuntamenti sarebbero avvenuti di alcune delle persone sotto accusa mentre gli altri erano incontri in macchina nei parcheggi di supermercati e del cimitero delle due città.
    Il pm di Brescia Ambrogio Cassiani lo scorso aprile aveva chiuso l’inchiesta che a febbraio aveva portato all’emissione di 12 ordinanze di custodia cautelare. Tutti gli indagati erano sotto gli arresti domiciliari e a giugno le prime 4 sentenze per alcuni bresciani: due patteggiamenti, una condanna ed un rinvio a giudizio.
    Oggi, 7 novembre, nel corso dell’udienza preliminare il pm Cassiani ha chiesto condanne da un minimo di due anni e otto mesi ad un massimo di tre anni e sei mesi per quattro adulti ritenuti responsabili. I quattro imputati sono il presentatore televisivo Corrado Fumagalli, il parroco bergamasco Don Diego Rota, Sergio Madureri di Parma e Francesco Bellone. La sentenza è attesa per l’udienza del prossimo 30 novembre.
    Gli accusati, come riferisce L’Eco di Bergamo, sono: Don Diego Rota, 46 anni, ex parroco di Solza (dopo l’arresto sostituito dalla Curia con un amministratore parrocchiale); Cristian Zilli, 43, di Treviglio, ex allenatore delle giovanili dell’Acos Treviglio; Corrado Fumagalli, 48, di Pognano, presentatore di programmi tv a luci rosse; Egidio Bosio, 53, di Albino, ex guardia giurata e agente della polizia locale di Boltiere; Pier Luigi Rossi, 49, assicuratore di Bergamo; Ettore Tucci, 40, sardo residente a Bergamo, impiegato ed ex volontario del gruppo cinofilo di Fiorano al Serio; Francesco Bellone, 46, di Muggiò; Sergio Madureri, 59, di Parma; Renato Ernesto Messina, 52, di Vigevano; Gerardo Morana, 47, di Cinisello Balsamo; Claudio Tonoli, 55, di Collebeato (Brescia); Massimo Zoli, 46, di Milano.
    http://www.parmapress24.it/2016/11/07/prostituzione-minorile-brescia-12-indagati-accusati-un-parmigiano-un-prete/
  • Processo prostituzione minorile Chieste quattro condanne

    Processo prostituzione minorile Chieste quattro condanne

    Nel corso dell’udienza preliminare il pm di Brescia Ambrogio Cassiani ha chiesto condanne da un minimo di due anni e otto mesi ad un massimo di tre anni e sei mesi per quattro adulti ritenuti responsabili di prostituzione minorile nei confronti di ragazzi, che in cambio di soldi, ricariche telefoniche, pranzi, cene e regali offrivano prestazioni sessuali. I quattro imputati sono il presentatore televisivo Corrado Fumagalli, il parroco bergamasco Don Diego Rota, Sergio Madureri di Parma e Francesco Bellone. La sentenza è attesa per l’udienza del prossimo 30 novembre.

    http://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/processo-prostituzione-minorilechieste-quattro-condanne_1209940_11/