Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Noi sopravvissuti ai preti pedofili di Ballarat, a Roma per chiedere al cardinale George Pell la verità”

    “Noi sopravvissuti ai preti pedofili di Ballarat, a Roma per chiedere al cardinale George Pell la verità”

    “Dall’Australia arriverò a Roma con il mio psicologo per assistere all’audizione del cardinale George Pell sui preti pedofili nella sua diocesi. Sarò nella stessa stanza. Voglio guardarlo negli occhi”.

    Le parole di Andrew Collins giungono dall’altro capo del mondo. Partono dalla città di Ballarat dove l’uomo, ora quarantaseienne, è nato e cresciuto. E dove è rimasto vittima di quattro sacerdoti che lo hanno violentato ripetutamente dall’infanzia all’adolescenza.

    “Pregavo Dio perchè fermasse gli stupri, ma non è successo. Le violenze includevano stupro anale, penetrazioni, carezze e molestie. Avevo fede ma me l’hanno strappata dal cuore”, racconta all’Huffington Post. Un orrore che lo ha segnato per sempre: “Un giorno decisi di impiccarmi, è stata mia moglie a tagliare il cappio per salvarmi”.

    Andrew Collins

    Collins è il portavoce del Ballarat Survivors Group, l’associazione che ora chiede alla Chiesa e al governo australiano non solo giustizia ma anche uno schema di welfare pensato proprio per riparare il danno permanente delle vittime di pedofilia: la maggioranza di questi uomini ormai maturi non riesce a lavorare, ha sviluppato malattie mentali o dipendenza da alcol e droga.

    Pregavo Dio perché fermasse gli stupri ma non è successo. Quei sacerdoti mi hanno strappato la fede dal cuore

    “Davvero in Italia non si parla di Ballarat?”, chiede con stupore. “E invece dovete sapere cosa è successo a noi da bambini. E vogliamo anche sentire la verità dalla bocca di Pell. Occupava posizioni di rango a Ballarat quando sono accaduti gli abusi peggiori. Vogliamo sapere cosa ha saputo e quando ne è venuto a conoscenza. Vogliamo anche sapere perché le vittime non sono state prese in seria considerazione e perché la Chiesa ha tentato di insabbiare questi crimini”.

    La vita procede con fatica per Collins, uno dei pochi con moglie e figli: “Avevo una azienda di trasporti ma a un certo punto sono crollato per un esaurimento nervoso. Da allora ci sono giorni nei quali non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto. Il medico ha confermato che soffro di depressione e di sindrome da stress post-traumatico, perciò non potrò mai tornare a lavorare”.

    Gli abusi sono stati commessi dagli anni ’60 agli anni ’80. Innumerevoli: l’ordine dei Christian Brothers, i padri cristiani impegnati nelle scuole e nei seminari della zona come il St Patrick’s College, ha dovuto confrontarsi con 850 denunce per abusi sessuali e pedofilia nei quali sono stati implicati 281 sacerdoti. Fino a oggi l’istituzione ha sborsato 37 milioni di dollari di risarcimento. La macabra conta cittadina è arrivata a 47 suicidi tra le vittime.

    Ballarat è anche la città natale di uno dei personaggi più potenti del Vaticano, George Pell, il responsabile delle finanze della Chiesa di papa Francesco che domenica sera parlerà alla commissione d’inchiesta governativa australiana sugli abusi sessuali nei confronti dei minori, laRoyal Commission into institutional responses to child sexual abuse, istituita nel 2013.

    La vita pastorale di Pell a Ballarat è cominciata nel 1971. Nel 1973 diventò vicario apostolico incaricato di sovrintendere all’istruzione. Nel 1977 entrò a far parte della consulta della diocesi che aiutava il vescovo Mulkearns ad abbinare i preti alle parrocchie, oppure a spostarli. Dal 1996 al 2001 è stato arcivescovo della diocesi. I membri dell’organismo di indagine vogliono sapere come sia stato possibile che decine di preti potessero molestare degli innocenti senza che le autorità ecclesiastiche intervenissero.

    Uno di questi è il pedofilo più noto in Australia, padre Gerald Ridsdale, condannato per un centinaio di abusi sessuali, che agli attoniti giurati della commissione ha ammesso di aver stuprato una bambina nella casa che condivideva con Pell nei primi anni ’70.

    Padre Ridsdale durante il processo nel 1993

    Padre Gerald abusò anche del nipote David, ora attivista nel Ballarat Survivors Group.

    In una audizione David Ridsdale ha raccontato di aver un giorno chiamato per disperazione George Pell, chiedendo un intervento, ma il futuro cardinale avrebbe alluso durante la telefonata a un risarcimento in cambio del suo silenzio “Menzogne”, ha assicurato il potente prelato che per motivi di salute diserterà l’aula della Royal Commission e deporrà all’hotel Quirinale di Roma in una video-conferenza.

    Quando Collins e il gruppo degli ex ragazzi abusati hanno saputo che Pell non sarebbe volato in Australia sono rimasti di sasso. Non solo loro. La parlamentare Catherine King ha dichiarato al parlamento australiano, rivolgendosi a Pell: “Queste non sono azioni da uomo coraggioso”.

    A Ballarat è stata dunque lanciata una colletta – qualcuno dirà: crowdfunding – per permettere a questi uomini di essere presenti all’audizione in Italia: dovevano raccogliere circa 40mila dollari, ne sono arrivati 200mila.

    Grazie a quel denaro 16 appartenenti al cerchio delle vittime stanno viaggiando verso Roma insieme a tre psicologi incaricati di tamponare l’inevitabile crisi emotiva. “Non sarà semplice vedere i simboli del cattolicesimo ovunque: le tonache, i crocifissi”, confida Collins mentre prepara le valigie: “La nostra preoccupazione è quella di non dormire: tutti noi abbiamo sviluppato grossi problemi con il sonno”, scrive nella chat alle 4 del mattino.

    In Australia persone come Andrew Collins sono chiamate “sopravvissuti”. Sopravvissuti agli agguati sessuali dei preti pedofili (“a un certo punto ero contento se l’insegnante portava via un mio compagno di classe e non me”), sopravvissuti a maestri con la tonaca che violentavano i bambini senza che nessuno intervenisse, nemmeno i genitori: quando Andrew parlò in famiglia di quelle aggressioni non venne creduto, un ulteriore trauma. La foto profilo che ha scelto per i social è un uomo avviluppato a un albero con il viso nascosto e imprigionato da miriadi di fili. Un’immagine di angoscia.

    Tocca al cardinale Pell scegliere se vuole essere ricordato come l’uomo che insabbiò le violenze sessuali sui bambini a Ballarat

    Il 25 febbraio Robert Mulkearns, ex vescoco della diocesi sospettato di aver coperto il pedofilo Ridsdale spostandolo semplicemente in una parrocchia diversa, ha chiesto scusa durante la sua deposizione: “Posso solo dire che mi spiace moltissimo per il fatto di non aver agito in maniera diversa nell’interesse di tutti. L’ho fatto anche per proteggere la chiesa dagli scandali”. Mulkearns si è ritirato proprio perché ha ammesso: “Non sapevo più come gestire il problema della pedofilia”.

    La commissione australiana ha dovuto ascoltare testimonianze ributtanti come quella di Stephen Woods, 53enne di Melbourne, ex alunno della ormai famigerata scuola elementare St. Alipius di Ballarat, l’epicentro infernale. L’abusatore di Stephen, padre Robert Best, è uno dei cinque esponenti del clero in quell’istituto poi processati e condannati.

    “Avevo 11 anni e mi trovavo in fondo all’aula, seduto. Mi si avvicinò e si sedette vicino a me e cominciò a far scivolare la mano fino al sedere”. “Quando ha visto che mi ritraevo diventò aggressivo”. “Mi chiedeva di spogliarmi lentamente mentre si masturbava dietro la cattedra. E mentre faceva questo mi diceva che era colpa mia, che ero cattivo, un ragazzo malvagio”.

    Stephen Woods

    Woods è stato violentato da altri due sacerdoti, e anche due fratelli più grandi hanno subìto la sua stessa traumatica esperienza. “I miei genitori sono morti pensando che non erano stati abbastanza bravi a proteggerci”, dice all’Huffington Post poco prima di prendere l’aereo per Roma. “Per me come per gli altri sopravvissuti agli abusi sessuali questo è un viaggio per la verità e la giustizia”.

    Non è la prima volta che la Royal Commission australiana sugli abusi sessuali dedica la sua attenzione a Ballarat. Ma nelle due sessioni precedenti si è concentrata sulle vittime. Ora ha deciso di alzare gli occhi e chiedere conto alle autorità ecclesiastiche. Come dice Woods: “Non è soltanto Pell, molti vescovi e sacerdoti hanno coperto i preti pedofili”.

    E’ invece la prima volta che il cardinale viene chiamato a rispondere pubblicamente sulle atrocità di Ballarat. Un appuntamento cruciale, specialmente ora che l’alto esponente della gerarchia cattolica è indagato dalla polizia di Victoria perché sospettato di avere abusato in prima persona di almeno cinque bambini.

    La notizia, risalente al 19 febbraio, è scoppiata come una bomba. Pell rifiuta con veemenza le nuove accuse, così come negli anni scorsi ha sempre negato di avere saputo che la zona pullulasse di sacerdoti pedofili nonostante i suoi incarichi via via più prestigiosi.

    Il dossier della commissione d’inchiesta ha però ricostruito fatti inoppugnabili che riguardano anche la diocesi di Melbourne, dove Pell divenne vescovo ausiliare nel 1987. In quegli anni tre parrocchie erano gestite da sacerdoti poi condannati per pedofilia: uno di questi, padre Peter Searson di Doveton, usava la pistola per terrorizzare e stuprare i bambini. Un altro, padre Kevin O’Donnell, venne bollato dalla polizia come “two-a-day man”, l’uomo che ne molestava due al giorno. Per decenni. Anche di questa supposta ignoranza totale dei vertici ecclesiastici di Melbourne dovrà rispondere il cardinale in diretta da Roma.

    I Christian Brothers hanno già sborsato risarcimenti da 37 milioni di dollari dopo aver ricevuto 850 denunce di pedofilia

    Gli ex bambini di Ballarat che arrivano nella Capitale sanno cosa si aspettano dall’incontro romano, dove è probabile che potranno confrontarsi a quattr’occhi con il cardinale a margine dell’audizione: “Per anni ho tentato di incontrarlo ma si è sempre rifiutato”, confessa Woods con rotta emozione.”Pell è stato legato a doppio filo con la St Patrick’s College School e, da prete, alla diocesi locale. Ora deve guardare le facce della gente di Ballarat e dare risposte. Non può scappare e nascondersi in Vaticano”.

    Bandiere italiane nel profilo Facebook e una festa per la partenza: così Ballarat supporta il viaggio dei sopravvissuti

    Agli occhi degli abusati, Pell si è macchiato di un comportamento ostile e poco sensibile specialmente per avere congegnato nella diocesi di Melbourne un programma di risarcimenti molto bassi per le vittime (50mila dollari). “Ha battagliato contro i sopravvissuti in tribunale affinché non potessero avere un compenso maggiore. Non se n’è interessato minimamente”, accusa Collins.

    Se all’audizione romana non rispondesse alle domande, confessa il portavoce, “allora rimarremo delusi”. Tuttavia è convinto che ora “la scelta è sua”: “Sarà lui a decidere come vuole essere ricordato. Può essere l’uomo che ha detto la verità per aiutare a cambiare il sistema di supporto alle vittime, o può essere l’uomo che ha mentito e coperto quei crimini”.

    Da giorni Ballarat è letteralmente ricoperta di nastrini colorati annodati alle ringhiere, alle scale dei palazzi, nei cortili delle scuole che un tempo hanno rappresentato l’inferno in terra per centinaia di bambini. Su Facebook il gruppo dei sopravvissuti pronti per volare in Italiasono ribattezzati “Rome Team”, la squadra di Roma. Qualcuno ha cambiato la foto profilo mettendo la bandiera italiana. “Il supporto e la solidarietà sono pazzesche”, annuisce Collins.

    Dopo anni di cure psichiatriche, frustrazioni e silenzio ora questi uomini sentono di vivere un momento importante. “Siamo così felici di venire a Roma, sarà un gesto molto forte nei confronti di Pell e della chiesa cattolica”, continua Woods. “Per noi sarà come dire che puoi anche scappare ai quattro angoli della terra ma dovrai sempre rispondere delle tue azioni”. Prende una pausa: “Per noi è un messaggio fondamentale: dalle persone con un brutto passato possono nascere cose buone”.

    “Veniamo a Roma per far capire alla Chiesa che puoi nasconderti anche in Vaticano ma dovrai sempre rispondere delle tue azioni”

    Peter Saunders, l’ex membro della Pontificia Commissione sugli abusi sui minori che recentemente ha lasciato il Vaticano accusando papa Francesco di non fare nulla contro i preti pedofili, ha dichiarato che Pell dovrebbe dimettersi.

    La Royal Commission australiana non potrà fare domande che riguardano la nuova indagine sul cardinale Pell. Ma potrebbe sollecitare l’intervento dei giudici se il prelato dovesse ammettere di essere venuto a sapere delle aggressioni sessuali senza prendere adeguati provvedimenti.

    David Marr, autore di un libro-inchiesta sul prelato intitolato “The Prince”, scrive sul quotidiano britannico Guardian che “questa è l’ultima occasione” per Pell di rispondere alle domande, compresa quella più scomoda e che riguarda la parziale ammissione di aver saputo dell’esistenza di preti pedofili a Melbourne: “Perché non ha chiamato la polizia?”.

    Domenica la parola passa a uno degli uomini più potenti della Chiesa.

    Pochi minuti prima di prendere l’aereo per Roma, un gruppo di sopravvissuti posa per un selfie. La foto è stata postata su Facebook da David Ridsale (il primo a destra)

    Il Cardinale George Pell

    http://www.huffingtonpost.it/2016/02/24/pedofilia-ballarat-george-pell_n_9303916.html?utm_hp_ref=italy

  • Vaticano, l’ex vittima di abusi: “Il Papa contro i pedofili non fa nulla”

    Vaticano, l’ex vittima di abusi: “Il Papa contro i pedofili non fa nulla”

    L’accusa è delle più gravi e arriva da un’intervista alla Bbc, in cui Peter Saunders, che Papa Bergoglio aveva voluto nella commissione vaticana contro i preti pedofili si scaglia contro la Santa sede, accusando Francesco di non fare abbastanza per arginare il fenomeno.

    “La Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, spiega Saunders, riferendosi al periodo successivo all’elezione al Soglio pontificio del Papa argentino. Vittima di molestie da parte di un sacerdote, Saunders sostiene di essere “una spina nel fianco del Vaticano” e di esserlo stato fin dal momento in cui è entrato nella Commissione, da cui è stato sospeso a febbraio.

    Pensai che il nostro lavoro sarebbe stato quello di prendere delle decisioni contro i singoli sacerdoti abusatori e invece l’obiettivo è creare politiche e linee guida per stabilire quali sono le migliori pratiche per evitare gli abusi”, accusa Saunders, secondo cui la Commissione è solo una “questione di pubbliche relazioni”.

    “Gli dissi che bisognava espellere tutti gli abusatori – ricorda con rammarico -. In quel momento ebbi la sensazione che mi stava prendendo sul serio. Ma oggi so che non mi stava ascoltando”.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vaticano-lex-vittima-abusi-francesco-non-ha-fatto-nulla-1228433.html

  • Caro Bergoglio, qui c’è puzza di imbroglio. (Contiene mappa dei casi italiani)

    Caro Bergoglio, qui c’è puzza di imbroglio. (Contiene mappa dei casi italiani)

    Noi lo sostenevamo da tempo che il clamore costruito intorno all’immagine di Bergoglio non era altro che una farsa, una mera campagna mediatica finalizzata ad una sponsorizzazione del Vaticano che lasciasse intendere, sulle nostre spalle, un intervento di protezione e assistenza per le vittime di pedofilia e alla volontà di arginare il fenomeno. D’altra parte non potevamo non accorgercene dati i continui riscontri negativi che arrivavano dalle vittime italiane in carico all’associazione. Guarda il video

    Ora a confermare le nostre impressioni è una voce autorevole della chiesa, Peter Saunders, Ex Membro Dell’organismo Vaticano Anti-Abusi il quale in una intervista alla BBC ha dichiarato senza mezzi termini che “Papa Francesco Non Ha Fatto Nulla Contro La Pedofilia”.

    Ma facciamo una breve panoramica di quella che è la situazione in Italia.

    Il caso di Diego Esposito è solo l’ultimo della lunga lista di promesse farlocche fatte da ministri del clero a nome di Papa Francesco, dico farlocche perché la nostra addetta stampa Francesca Lagatta ha telefonato a monsignor Angelo Becciu il quale ha ammesso che per ora, non è stato istruito alcun processo canonico nei confronti di don Silverio Mura, come confermano anche dalla Diocesi di Napoli. Ha anche ammesso che dal Vaticano non è stato avviato nulla di che riguardo alla causa “Abbiamo solo dato lo stimolo per abbreviare i tempi”  l’intenzione era quella di far desistere Diego dallo sciopero della fame.

    Ma quello di Diego non è l’unico caso, Giada Vitale, un’altra delle vittime seguite dalla Rete L’ABUSO e che nei giorni scorsi ha iniziato il suo processo penale nei confronti di Don Marino Genova, si è vista non solo riabilitare il suo carnefice, inizialmente sospeso a divinis e da pochi giorni nuovamente reintegrato a tutte le funzioni religiose, ma si è anche sentita rispondere che don Marino, non era stato sospeso per via delle presunte molestie oggetto del procedimento penale, ma perché aveva celebrato il funerale di un parente nella parrocchia di Portocannone, dalla quale sarebbe dovuto stare lontano in vista delle inchieste in corso.

    Poi ci sono le rassicurazioni, questa volta fatte direttamente da Bergoglio in persona a Luisa Bonello la quale consegnò al Pontefice un corposo dossier sui casi savonesi. I giornali titolarono “Gli occhi del Papa su Savona”. Di quei fascicoli non si è più saputo nulla tranne che uno di quei preti, Pietro Pinetto, che anche secondo il vescovo di Savona Vittorio Lupi, avrebbe dovuto subire un processo canonico, non è stato processato ma bensì trasferito nella parrocchia di San Francesco da Paola (SV) che conta qualche centinaio di bambini.

    C’è poi il caso di Erik Zattoni, il figlio concepito dallo stupro di don Pietro Tosi ai danni di una 14enne. La vittima e la famiglia chiesero che il sacerdote venisse processato e ridotto allo stato laicale, richiesta perfettamente in linea con le dichiarazioni di Bergoglio, ma comunque negata. Don Tosi è morto, da prete.

    Anche il caso di don Riccardo Seppia, conclusosi in una bolla di sapone. Malgrado la condanna il prete è ancora prete e dalla Diocesi di Genova fanno sapere che potrebbe rientrare in servizio presto. D’altra parte come don Luciano Massaferro (Diocesi di Albenga), anche lui condannato in terzo grado dalla giustizia civile ma mai ridotto allo stato laicale. Per ora sta scontando la sua pena affidato ai servizi sociali.

    Sempre ad Albenga, il caso di don Francesco Zappella, il missionario pedofilo, già condannato nel 1992 e ora al centro di un nuovo scandalo. Anche qui per ora non si ha notizia di sospensione a divinis o di processi canonici avviati, il prete non esercita più ma non per imposizione della chiesa, ma per sua libera scelta.

    Ci sono poi i vari casi come quello di don Mauro Inzoli,  dell’ex nunzio Jozef Wesolowski dove pubblicamente il Vaticano ha promesso collaborazione con l’autorità giudiziaria, negando successivamente le rogatorie da parte della magistratura.

    Anche nel recente caso del ministro delle finanze vaticane Gerorge Pell, accusato in Australia di pedofilia e di aver coperto diversi casi, pare sarà costretto a “subire” la stessa sorte di Wesolowsky & C. , ovvero restare ben protetto in Vaticano.

    Va ancora aggiunto che, malgrado le rassicurazioni del Vaticano alle vittime e malgrado le richieste fatte dall’ONU, per le quali il Vaticano dovrà rispondere a breve, ad oggi la Santa Sede non ha risarcito spontaneamente una sola vittima, gli unici risarcimenti sono arrivati dai tribunali civili. Nei confronti delle vittime che si sono rivolte alla Santa Sede non è stato fornito alcun aiuto, quasi nessuna di loro ha ricevuto neppure una risposta alle missive inviate.

    Ci sarebbe parecchio altro da dire, preferiamo limitarci a citare i casi più noti e commentare il resto con questa mappa interattiva realizzata dalla Rete L’ABUSO nella quale sono citati tutti i casi avvenuti in Italia nell’ultimo decennio.

    Quasi 200 casi, quelli noti ovviamente, di cui 113 condanne in via definitiva e circa 70 casi attualmente aperti o di cui non si è saputo più nulla.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

    mappa dei casi

  • “Papa Francesco non ha fatto nulla contro la pedofilia”. L’accusa di Peter Saunders, ex membro dell’organismo vaticano anti-abusi

    “Papa Francesco non ha fatto nulla contro la pedofilia”. L’accusa di Peter Saunders, ex membro dell’organismo vaticano anti-abusi

    Papa Francesco lo scelse per entrare nella commissione vaticana contro i preti pedofili. A distanza di due anni, Peter Saunders lancia a Jorge Bergoglio una accusa feroce: “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, dichiara alla Bbc in una sferzante intervista. “E lui è parte del problema”.

    Saunders, britannico vittima delle molestie sessuali di un sacerdote, nei primi giorni di febbraio è stato formalmente sospeso dalla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. L’organismo si è insediato nel 2014 per esplicito volere di papa Francesco, che ha sempre giudicato pubblicamente “una mostruosità” le attenzioni pedofile degli appartenenti al clero.

    Ora alla Bbc l’uomo spiega la sua delusione: “Sono sempre stato una spina nel fianco del Vaticano fin dal primo momento del mio ingresso nella Commissione”. “Pensai che il nostro lavoro sarebbe stato quello di prendere delle decisioni contro i singoli sacerdoti abusatori e invece l’obiettivo è creare politiche e linee guida per stabilire quali sono le migliori pratiche per evitare gli abusi”. Nel frattempo, continua Saunders, “ogni giorno ascoltiamo storie di abusi da parte dei preti. E’ terribile”.

    Nessun intervento concreto, dunque, bensì un organismo politico che secondo Saunders non porterà a nulla anche per problemi formali: i quattro membri della segreteria della Commissione “sono molto vicini al Vaticano” e quindi, sempre secondo quanto dichiarato da Saunders alla Bbc, poco indipendenti.

    Inoltre “l’organismo si trova nel Vaticano e invece avrebbe dovuto lavorare a Roma”. Saunders non risparmia nulla al pontefice: la Commissione “è soltanto una questione di pubbliche relazioni” dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso principalmente i fedeli. Un lavoro perfetto “per il miglior pr che la Chiesa potesse avere”, e cioè Bergoglio.

    Saunders ricorda il dialogo avuto proprio con papa Francesco: “Gli dissi che bisognava espellere tutti gli abusatori. In quel momento ebbi la sensazione che mi stava prendendo sul serio. Ma oggi so che non mi stava ascoltando”.

    La Commissione contro gli abusi, continua imperterrito l’ex membro, non sarebbe stata nemmeno una idea di papa Francesco bensì dell’arcivescovo di Boston, Sean Patrick O’ Malley, al centro di una bufera mediatica proprio per i numerosi casi di abusi sessuali nella diocesi americana, al centro anche del recentissimo film “Il caso Spotlight”.

    Alle accuse di Saunders il Vaticano risponde senza entrare nel merito, ma ricordando che la Commissione non è stata istituita per perseguire singolarmente i sacerdoti che si sono macchiati di pedofilia e abusi sessuali, bensì per trovare una soluzione generale al problema che tocca la Chiesa nel suo profondo. In due anni, scrive sempre il Vaticano, sono stati espulsi 880 sacerdoti.

    Tra questi, però, non figura Juan Barros, vescovo della diocesi di Osorno in Cile, che secondo le vittime ha coperto gli abusi sessuali di Fernando Karadima Fariña, sacerdote sospeso proprio per questi reati. In una intervista a Daily Beast, Saunders aveva parlato anche dello scandalo che aveva coinvolto un cardinale molto vicino a papa Francesco, Francisco Javier Erràruriz, cileno:

    Erràruriz aveva chiamato “il serpente” uno degli attivisti più famosi contro la pedofilia in Cile, Juan Carlos Cruz, in una email a un altro cardinale poi pubblicata sui media cileni. Cruz a quel tempo era candidato per la Commissione papale: ma la sua nomina non andò avanti. “Quello che il papa e gli altri cardinali dissero fu terribile”, ha dichiarato Saunders al Daily Beast.

    Sempre al Daily Beast, Saunders spiega come mai è stato letteralmente cacciato dalla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori:

    “Il giorno prima della mia espulsione (5 febbraio), stavano parlando della necessità che i vescovi riportassero (i casi di abusi, ndr) e O’Malley lo considerava un dovere morale”, dice Saunders. “Così ho presentato un programma per discutere sulla maggiore apertura e trasparenza. E’ stato bocciato. Ma la segretezza è il primo motivo per il quale esiste questa piaga!”.

    Lo scandalo della pedofilia sta toccando uno degli esponenti più importanti del Vaticano, il cardinale Pell. Il responsabile delle finanze dovrà testimoniare il 29 febbraio alla Royal Commission australiana che indaga sulle presunte coperture che il cardinale avrebbe messo in atto per proteggere i sacerdoti della diocesi di Ballarat e Melbourne, accusati e in alcuni casi condannati di continue aggressioni sessuali sui minori.

    Pell ha addotto motivi di salute per non viaggiare in Australia, suo Paese natale, e dunque la Royal Commission ha approntato una video-conferenza alla quale assisterà un gruppo di vittime di pedofilia di Ballarat che per l’occasione sarà a Roma nella stessa stanza del cardinale durante la testimonianza.

    Nei giorni scorsi il quotidiano Herald Sun ha pubblicato la notizia di una inchiesta della polizia di Victoria che vedrebbe implicato proprio Pell, indagato per abusi sessuali. Il cardinale ha risposto con veemenza: “Menzogne”.

    http://www.huffingtonpost.it/2016/02/23/papa-francesco-pedofilio-saunders_n_9296966.html

  • Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Il film di Tom McCarthy, “Il caso Spotlight”, arriva in Italia in uno dei periodi più controversi della lotta alla pedofilia clericale annunciata dalla Chiesa di Bergoglio.

    di Federico Tulli

    Massima trasparenza e tolleranza zero. Da tre anni sono le parole d’ordine di papa Bergoglio quando c’è di mezzo la storica e drammaticamente attuale questione della pedofilia nel clero cattolico. Ma queste parole corrispondono a fatti concreti? L’occasione per capire a che punto è l’opera di rinnovamento della Chiesa guidata dal pontefice gesuita è venuta in questi giorni da due vicende scollegate tra loro, almeno in apparenza.

    Della prima è stato protagonista nella totale indifferenza dei media italiani un alto esponente della Compagnia di Gesù, monsignor Tony Anatrella. «I vescovi non sono obbligati a denunciare gli abusi sui minori compiuti da preti» ha tuonato il prelato francese dal pulpito del Pontificio Consiglio per la Famiglia di cui è consulente in qualità di psicoterapeuta. Di fatto negando uno dei capisaldi della Lettera circolare pubblicata il 3 maggio 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede con l’obiettivo di suggerire la traccia da seguire da parte di tutte le diocesi del mondo nelle rispettive Linee guida antipedofilia. «L’abuso sessuale di minori – si legge al punto 1e) della Lettera della Cdf – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile.

    Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    L’esternazione di mons. Anatrella è stata rilanciata dalla stampa in (quasi) tutto il mondo occidentale – dal Guardian al Washington post – proprio nelle ore in cui si consumava una clamorosa rottura all’interno della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori creata da papa Francesco nel 2014. Dopo diversi mesi da separato in casa, uno dei membri laici, il britannico Peter Saunders, è stato messo in “aspettativa” per “meditare” sul contributo che può portare alla Commissione. Qual è il compito specifico di questo organismo lo ha spiegato lo stesso Francesco all’atto della fondazione: «…. sarà quello di propormi le iniziative più opportune per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, sì da realizzare tutto quanto è possibile per assicurare che crimini come quelli accaduti non abbiano più a ripetersi nella Chiesa».

    Come riporta Repubblica, la decisione di allontanare Saunders, che in patria svolge la professione di avvocato di vittime di sacerdoti pedofili, è legata alle sue critiche nei confronti del cardinale George Pell. Dalla scorsa primavera il super ministro vaticano dell’Economia è accusato da Saunders di sottrarsi con dei certificati medici agli interrogatori della Commissione governativa australiana che deve far luce sugli abusi nel suo Paese d’origine, riguardo alla gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di pedofilia nella diocesi di Melbourne, quando Pell ne era l’arcivescovo. Tuttavia l’avvocato inglese non è stato il solo a puntare il dito contro la scarsa propensione di Pell a fare chiarezza sugli scandali pedofili di cui si è macchiata la Chiesa cattolica australiana. Emiliano Fittipaldi nel suo libro inchiesta “Avarizia” (Feltrinelli) racconta di diversi mal di pancia scoppiati nell’entourage di papa Francesco quando il pontefice argentino ha chiamato Pell a ripulire l’immagine internazionale della Chiesa sporcata da decenni di gestione opaca (in alcuni casi criminale) delle finanze vaticane. Data la fama che si porta appresso dall’emisfero australe, per alcuni confidenti di Bergoglio Pell non sembra la persona più indicata a riflettere nel mondo l’immagine di pulizia e trasparenza che richiede un ruolo del genere.

    Tutti elementi inducono a pensare che, sebbene la commissione antipedofilia sia stata presentata urbi et orbi come un chiaro segnale di discontinuità rispetto ai pontificati precedenti, la Santa Sede ha ancora delle notevoli contraddizioni interne da risolvere.

    A cominciare proprio dalla svolta rispetto al passato, come si evince da un’affermazione di Saunders: «Nulla è cambiato in questi anni in termini di trasparenza quando in Vaticano si devono affrontare casi di abusi su minori» ha detto l’avvocato durante la conferenza stampa di “commiato” dalla Commissione che si è svolta a Roma il 6 febbraio.

    Con questo scenario sullo sfondo va sottolineata la tempistica con cui la Bim distribuzione porta nelle sale italiane “Il caso Spotlight”. Candidato a sei Oscar e tre Golden globe, il film di Tom Mc Carthy esce giovedì 18 febbraio. Spotlight era il nome della squadra di giornalisti del Boston Globe che nel 2001 indagarono su alcuni casi di pedofilia segnalati in precedenza anche al giornale e mai finiti nel mirino dell’autorità giudiziaria. Per mesi i coraggiosi giornalisti, guidati da un direttore per nulla intimorito dalle pressioni più o meno velate di illustri abitanti della città più europea e cattolica degli Stati Uniti, intervistarono le vittime, passando in rassegna migliaia di pagine di documenti fino a scoprire anni di insabbiamenti da parte delle gerarchie cattoliche guidate dal potente arcivescovo Bernard Law. Il 6 gennaio 2002 la svolta. Dopo aver sistemato tutti i tasselli, il Globe apre con il primo articolo dall’eloquente titolo a nove colonne: “Church allowed abuse by priest for years”. Alla fine del 2002 si conteranno altri 600 articoli, in cui furono ricostruiti circa 1000 casi di abusi psicofisici nei confronti di altrettanti bambini da parte di 70 preti della diocesi di Boston. Su tutti spicca padre Geoghan, ucciso in prigione nel 2003 dove si trovava per una condanna a dieci anni, al quale sono attribuiti ufficialmente 130 stupri.

    Lo scoop, che nel 2003 fruttò il Pulitzer al Boston Globe, fu per la Chiesa cattolica americana l’equivalente del Watergate. Non solo costò il posto a mons. Law che ammise di aver nascosto per anni gli abusi dei suoi sacerdoti, ma dette la forza a migliaia di vittime rimaste in silenzio e isolate dalla Chiesa di cui si fidavano ciecamente (questo genere di abusi avviene quasi sempre all’interno di ambienti profondamente religiosi) di denunciare quanto subito alle autorità civili. Emerse così che l’insabbiamento delle segnalazioni e il trasferimento dei sacerdoti sospettati di pedofilia erano la norma negli Usa. Ben presto, grazie alla lezione universale di giornalismo realizzata dall’inchiesta Spotlight e magistralmente ricostruita da Mc Carthy, si scoprirà che lo stesso accadeva da decenni anche in Europa, Australia, Sud America e Africa.

    Una lezione ignorata a tutti i livelli in Italia se pensiamo che la Conferenza episcopale in piena sintonia con mons. Anatrella e ignorando il suggerimento della Cdf di cui si è parlato all’inizio, nelle proprie Linee guida antipedofilia stabilisce che i vescovi italiani non sono obbligati a denunciare i sacerdoti pedofili alla magistratura. Perché? «Per tutelare la privacy delle vittime» ha spiegato senza imbarazzo il capo della Cei, card. Bagnasco, il 30 marzo 2014. Una presa di posizione che finalmente la Pontificia commissione antipedofilia si è decisa a criticare, con inspiegabile ritardo, proprio in queste ore. “Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società” si legge in una nota diramata il 15 febbraio dall’organismo presieduto dal cardinale di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley.

    A tal proposito, tra i tanti meriti de “Il caso Spotlight”, nel cui cast troviamo Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Stanley Tucci, c’è quello di aver reso con estrema precisione l’idea di quanto sia importante la trasparenza nella gestione dei casi di abusi clericali e al tempo stesso quanto sia distruttiva per la salute psico fisica delle vittime qualsiasi strategia “istituzionale” che non vada in questa direzione. In questo contesto, occorre ribadirlo, la pellicola di Tom Mc Carthy dimostra quanto sia decisivo il ruolo di un’informazione libera e indipendente. Ma non solo.

    La chiave per capire come i giornalisti di Spotlight siano riusciti a sbaragliare il potentissimo avversario sta nel fatto che si sono posti con un approccio laico, affettivo, nei confronti dei loro interlocutori sopravvissuti alle violenze. Vale a dire senza innalzare la barriera del giudizio morale che scatta con il pensiero religioso fondato sulla convinzione violentissima che sia il bambino (cioè il diavolo che sarebbe la sessualità umana) a indurre in tentazione l’uomo di fede. Una idea perversa che annulla la realtà del bambino (che non ha sessualità, la dimensione psicofisica che si realizza nella consapevolezza di sé con la pubertà), e che da un lato ha sempre alimentato il senso di colpa e di oppressione delle vittime riducendole al silenzio e dall’altro ha fornito alla Chiesa cattolica la giustificazione ideologica su cui poggia la garanzia di impunità ai pedofili in tonaca e crocifisso al collo.

  • Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    18 dicembre 2015, sacerdote arrestato in un paesino della Piana di Gioia Tauro per abusi a carico di minori. 28 gennaio 2016, prete arrestato a Brindisi e condannato a tre anni e otto mesi di reclusioneper atti sessuali su minori. 11 febbraio 2016, un sacerdote tra gli undici arrestati con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa e andando a ritroso la media è di un caso al mese, quantomeno per quelli che diventano di dominio pubblico.

    Gli abusi sono talmente tanti che a raccontarli non si rende l’idea della vastità del problema, motivo per cui la onlus Rete l’Abuso ha stilato una mappa che indica caso per caso gli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero, raggruppando tutti quelli noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.

    È in questo contesto che arriva in sala un film potente e necessario, che dimostra ancora una volta che la settima arte, così come il giornalismo, sono un bene imprescindibile per la società civile. Candidato a 6 premi Oscar tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale, Il Caso Spotlight racconta la storia del team di giornalisti investigativi delBoston Globe soprannominato appunto Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto il capoluogo della contea di Suffolk con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, lasciando ai posteri una lezione del miglior giornalismo possibile, a cui oggi, specialmente in Italia, non siamo più abituati.

    L’avvio dell’indagine giornalistica e, nel film, della narrazione parte dall’arrivo nell’estate del 2011 di Marty Baron, a cui presta il voltoLiev Schreiber, atterrato da Miami per prendere le redini delGlobe. Senza indugiare un giorno il neodirettore incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi a cui si espongono mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa Cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, interpretato da un immenso Michael Keaton, i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) iniziano ad andare a fondo con le indagini sul caso.

    Non appena i giornalisti del team di Robinson iniziarono a parlare con l’avvocato delle vittime,Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci, a intervistare gli adulti molestati da piccoli e a cercare di accedere agli atti giudiziari secretati, iniziò a emergere con sempre maggiore chiarezza che l’insabbiamento dei casi di abuso era ben più ampio e sistematico di quanto si potesse immaginare e che il fenomeno era molto più grave ed esteso.

    I più alti funzionari del clero, tra cui il Cardinale Law, arcivescovo di Boston, tentarono in tutti i modi di ostacolare il loro lavoro con svariate intimidazioni. Un disperato tentativo per non far pubblicare il dossier che, nonostante tutto, venne reso pubblico dal Globe nel 2002 e che scoperchiò letteralmente un vaso di Pandora, aprendo finalmente la strada a tante analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.

    Presentato fuori concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film diretto da Tom McCarthy è arrivato fino alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che l’ha visionato in una proiezione privata. La Commissione è quella istituita da Papa Francesco nel 2014, la stessa attorno cui i giorni scorsi si erano scatenate le polemiche per l’allontanamento di uno dei suoi componenti, Peter Saunders, a fronte delle durissime critiche al cardinale George Pell e perfino al Papa stesso, sulle politiche messe in campo per contrastare i reati di pedofilia. Ovviamente il Vaticano non ha rilasciato alcun commento ufficiale sul film, un motivo in più per andarlo a vedere, dal 18 febbraio al cinema.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/15/spotilight/2464642/

  • Pedofilia, la Commissione pontificia: obbligo di denunciare gli abusi alle autorità civili

    Pedofilia, la Commissione pontificia: obbligo di denunciare gli abusi alle autorità civili

    L’Organismo guidato dal cardinale Sean O’Malley dopo le dichiarazioni di monsignor Anatrella: c’è «responsabilità morale ed etica» di segnalare i presunti crimini.

    IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

    C’è la «responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti», compiuti da sacerdoti su minori, «alle autorità civili»: lo puntualizza la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley, dopo che nei giorni scorsi la stampa anglofona aveva dato risalto alle dichiarazioni di un esponente vaticano secondo il quale – è stato il titolo che ne ha tratto per esempio il britannico Guardian – per il «Vaticano», i vescovi cattolici «non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini».

    La Santa Sede ha diramato oggi una «dichiarazione» scritta dal cardinale Seán O’Malley insieme agli altri membri, «che riguarda l’obbligo di segnalare sospetti abusi sessuali alle autorità civili».

    «Come papa Francesco ha così chiaramente affermato» lo scorso 27 settembre, si legge nel testo: «I crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più. Garantisco la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti». La dichiarazione prosegue: «Noi, il Presidente e gli altri Membri della Commissione, desideriamo affermare che i nostri obblighi ai sensi del diritto civile devono essere rispettati, certamente, ma anche al di là di tali vincoli, abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Prosegue la dichiarazione del Cardinale O’Malley, «negli Stati Uniti, la Charter dei nostri Vescovi afferma chiaramente l’obbligo per tutte le diocesi/eparchie e per tutto il personale di denunciare i sospetti abusi alle autorità pubbliche. Ogni anno presso la nostra riunione di novembre, in una sessione di formazione per i nuovi vescovi, questo obbligo è ribadito, e durante ogni mese di febbraio la seconda Conferenza propone un programma di formazione per i nuovi vescovi che ribadisce in modo chiaro ed esplicito questo obbligo. Come Commissione consultiva del Santo Padre per la Tutela dei Minori, abbiamo recentemente condiviso con papa Francesco una panoramica estesa delle iniziative di educazione della Commissione per le Chiese locali nel corso degli ultimi due anni, e ribadito la volontà dei membri di fornire materiali per i corsi offerti in Roma, compreso tra gli altri il programma annuale di formazione per nuovi vescovi e per gli uffici della Curia romana affinché possano utilizzarli nei loro sforzi per la protezione dei minori».

    In merito ad alcuni articoli che ipotizzavano nuove «guidelines», o addirittura un nuovo documento vaticano, in materia di abusi sessuali da parte di membri del clero, era già intervenuto nei giorni scorsi padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana: l’articolo del Guardian e altri articoli usciti in quei giorni negli stessi giorni «si riferiscono a una relazione fatta da monsignor Tony Anatrella sul tema: “La relation pastorale, l’équilibre de la vie affective des pretres, et problèmes de déviances” pubblicata nel volume collettivo “Testimoni del Risorto. Atti del corso annuale di formazione per i nuovi Vescovi”», ricapitolava Lombardi, ricordando inoltre che il corso «è organizzato dalla Congregazione dei Vescovi ogni anno, questi sono gli atti del corso del 2015». Anatrella, proseguiva il Gesuita, «è un esperto in psichiatria e psicologia e sui problemi della famiglia, ecc. Non si tratta quindi in alcun modo – come erroneamente qualcuno ha interpretato – di un nuovo documento vaticano o di una nuova istruzione o di nuove “guidelines” per i vescovi, ma di una conferenza di un esperto, pubblicata insieme a diverse altre su diversi argomenti. Anatrella non dice nulla di nuovo o di diverso da quanto detto finora dalle competenti istituzioni ecclesiastiche». La Commissione è stata protagonista, nel corso dell’ultima riunione avvenuta nei giorni scorsi, quando ha deciso l’uscita di uno dei suoi membri, il britannico Peter Saunders, ex vittima di abusi sessuali. Sul tema è intervenuta, con una presa di posizione sul National Catholic Reporter, un altro membro della Commissione, l’irlandese Marie Collins, a sua volta sopravvissuta ad abusi sessuali di un sacerdote quando era bambina.

  • Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Sopravvissuta agli abusi di un sacerdote, la donna irlandese commenta su Ncr la vicenda dell’uscita del suo collega, anch’egli vittima, dall’organismo pontificio per la prevenzione della pedofilia: mi dispiace ma la commissione per la tutela dei minori è il bersaglio sbagliato.

    Ex vittima di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins rompe il silenzio sullauscita di un suo collega, anch’egli sopravvissuto alla pedofilia del clero, Peter Saunders, dalla pontificia commissione per la tutela dei minori (ovvero per la prevenzione della pedofilia), sabato scorso, e, in una nota scritta a titolo personale per il National Catholic Reporter, nel nome della trasparenza per la quale combatte da anni nella Chiesa, dice di essere «triste» per l’epilogo della vicenda; spiega che la questione è nata attorno alla «differenza di comprensione della missione e dei poteri» della commissione guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley; rivela di essere il commissario che si è astenuto dal voto che ha portato ad un congelamento della partecipazione di Saunders – non un «voto di sfiducia» –, ma di comprendere al contempo il motivo per il quale i suoi colleghi hanno votato in favore di questa decisione; precisa che il voto non era previsto all’inizio della riunione e che solo dopo i commissari hanno appreso della presenza a Roma di un’altra vittime di preti pedofili, il cileno Juan Carlos Cruz, e del suo desiderio di incontrare la commissione; e ribadisce la propria «fiducia» nei confronti della commissione e dei suoi membri: «Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito all’interno del Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica la nostra proposte approvate dal Papa».

    «La discussione sabato è nata a causa di una differenza nella comprensione della missione e dei poteri della pontificia commissione per la protezione dei minori. Se un membro non può impegnarsi a lavorare per lo sviluppo dei suoi programmi – che indubbiamente è laborioso, noioso e lento – mentre altri membri sono profondamente impegnati in esso, si raggiunge un impasse. Ogni aspettativa che la commissione possa attaccare o chiedere cose al Papa o inserirsi in casi particolari ignora il mandato effettivo al quale il lavoro del gruppo è sottoposto. Comprendo la frustrazione, l’emozione e la rabbia su ciò che sta ancora accadendo e non dovrebbe! Ma non può essere affrontato dalla commissione».

    Collins fa poi riferimento alla vicenda di Juan Carlos Cruz. Si tratta, come emerso nei giorni scorsi, di un uomo vittima di abusi sessuali di un sacerdote quando era bambino, che si è recato a Roma per trasmettere, per mezzo dello stesso Saunders, una petizione al Papa rivolta da un gruppo di fedeli della diocesi di Osorno, in Cile, per chiedergli di destituire il vescovo Juan Barros, contestato da anni con l’accusa di aver insabbiato le accuse indirizzate al sacerdote pedofilo Fernando Karadima. Un’agenzia di stampa, scrive Collins, «ha riferito dopo una conferenza stampa sabato che Juan Carlos Cruz, un coraggioso sopravvissuto cileno che combatte per la giustizia, ha affermato che “la commissione è una disgrazia, pensano che violentare un bambino è qualcosa che è già alle nostre spalle”. Questo non è vero. E’ proprio perché NON è alle nostre spalle che i membri della commissione stanno lavorando duramente per cambiare le cose».

    La commissione, peraltro, è guidata dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, cappuccino, che ha ereditato la diocesi statunitense dopo che nel 2002 l’allora arcivescovo, Bernard Francis Law, si dimise in seguito alle inchieste sulla pedofilia del Boston Globe al centro del film Il Caso Spotlight ora sugli schermi. Marie Collins, irlandese, una vita di impegno a favore delle vittime dei preti pedofili, ha raccontato la sua vicenda ad un convegno sul contrasto alla pedofilia ospitato nel 2012 dalla Pontificia università Gregoriana.

    «Il voto – spiega Collins – non era stato programmato prima, non aveva nulla a che fare con qualche dipartimento vaticano. La questione è stata portata all’incontro da uno dei membri laici. Il voto è emerso dopo una discussione durata quasi due ore. Ovviamente non posso citare direttamente cosa è stato detto senza rompere la riservatezza dei membri ma le questioni trattate comprendevano: la difficoltà a condividere apertamente opinioni sincere negli incontri se quello che viene detto compare poi sui media o viene condiviso con altre persone fuori dalla commissione; la difficoltà a lavorare per il Papa mentre in pubblico lo si attacca; la preoccupazione di membri che lavorano su programmi – sensibili e bisognosi di sviluppo – che essi vengano resi pubblici o condivisi prematuramente con persone fuori dalla commissione. Questo è il contesto nel quale si è parlato del fatto che non sempre si è in grado di dire alla stampa esattamente quel che si desidera. Non perché quel che si dice sia contro la Chiesa ma perché potrebbe infrangere la fiducia di altri commissari nel loro lavoro. La questione principale è stata se c’era la volontà di essere coinvolti nel lavoro programmatico della commissione o no. Quando Peter ha spiegato di non potersi impegnare o di non poter dare una indicazione di quanto tempo avrebbe bisogno per riflettere, allora un membro laico della commissione ha proposto un voto. La proposta, per quanto chiaramente io possa ricordare, è stata che prendesse un periodo di assenza per decidere come poter contribuire alla commissione. Non è stato un voto di sfiducia. Tutti i presenti tranne me hanno votato la proposta. Mi sono astenuta ma ho capito perché i miei colleghi hanno votato in quel modo. Sono stata molto triste come molti altri che la situazione sia arrivata a questo punto. I membri hanno deciso di diramare un comunicato stampa sul periodo di assenza come atto di trasparenza. Se non lo avessimo fatto, si sarebbe potuto dire che stavamo coprendo la questione. Non so con che mezzi è stato trasmesso alla stampa ma è stato scritto dalla commissione, non da qualsiasi altra entità vaticana».

    «Ho lavorato nella commissione dal suo primo inizio a maggio del 2014. Non è stata sempre una navigazione piana. Ho preoccupazioni su quello che sta accadendo nella curia vaticana relativamente al nostro lavoro. Come ho già detto ho completa fiducia nella commissione e nei suoi membri. Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito nel Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica le nostre proposte quando sono approvate dal Papa. Sento fortemente che chi critica la commissione sta scegliendo il bersaglio sbagliato. Ci sono molte persone di buona volontà nella Curia ma sfortunatamente ci sono ancora coloro che, a livello di vertice, sono più preoccupati per il proprio feudo e per la minaccia rappresentata per loro dai cambiamenti che per il lavoro che la commissione sta cercando di fare per proteggere i bambini. Se la commissione è danneggiata dal suo interno, queste forze ne saranno beneficiate – non i sopravvissuti o i bambini del futuro».

  • Allontanato membro commissione anti-pedofilia, “tradito dal Papa”

    Allontanato membro commissione anti-pedofilia, “tradito dal Papa”

    Roma, (askanews) – E’ stato “allontanato” dalla Commissione pontificia per la protezione dei minori e invitato a prendere un periodo di aspettativa dalla commissione creata ad hoc da Papa Francesco per affrontare il dramma della pedofilia nella chiesa. Forse perchè considerato troppo ribelle’. E’ Peter Saunders, britannico di 58 anni, vittima anche lui, quando era bambino, di abusi sessuali commessi da un religioso e nominato da Bergoglio a far parte della commissione anti-pedofilia. Si è allontanato e ora si sente tradito da papa Francesco, e accusa la Chiesa di non fare nulla per risolvere il problema.

    “Ho sempre detto e dirò sempre ciò che penso – afferma Saunders – ed eserciterò sempre il mio diritto di esprimermi e questo non è compatibile con il modo in cui la Chiesa e la commissione operano. E’ ugualmente il cuore della ragione per cui l’abuso nella Chiesa è così generalizzato e diffuso. È per questo che esiste ancora, e opera in condizioni di segreto e oscurità”.

    “Questa epidemia, questo cancro della Chiesa – prosegue – non sarà mai preso in considerazione finché resteremo attorno a un tavolo a discutere di come sia meglio ‘arruolare’ i preti o adattare il diritto canonico, perchè è di questo che discute la commissione. Non dico che non facciano un lavoro utile, alcuni dei loro lavori sono molto utili, ma questo non impedisce che i bambini vengano abusati”.

    “Credo che non accadrà nulla all’interno della Chiesa finchè le persone della Chiesa, i laici, i buoni preti, e ce ne sono molti, non si alzeranno e diranno ora è abbastanza. Finchè non ci sarà questo, non cambierà nulla”.

    Saunders si sente tradito da Papa Francesco: “Papa Francesco ha mostrato di essere parte del problema, e questo mi spezza il cuore perchè quando l’ho incontrato, 18 mesi fa, ho pensato ci fosse sincerità e buona volontà nel far cambiare le cose. E temo che non sia più così”.

    http://www.askanews.it/esteri/allontanato-membro-commissione-anti-pedofilia-tradito-dal-papa_711730492.htm

  • Pedofilia, la Chiesa trema dal Messico all’Australia

    Pedofilia, la Chiesa trema dal Messico all’Australia

    Mentre otto vittime chiedono un incontro con il Papa, la Chiesa australiana finisce in tribunale.

    CITTÀ DEL MESSICO / SYDNEY – Il mondo ecclesiastico è scosso dagli scandali dovuti ai numerosi casi di pedofilia che stanno emergendo tra i rappresentanti della chiesa cattolica. Casi che spuntano da tutte le parti del mondo.

    Un gruppo di otto vittime di abusi da parte di sacerdoti, per fare un esempio, ha chiesto di poter avere un incontro con il Papa, che fra qualche giorno sarà in visita in Messico. A chiedere formalmente l’incontro è stato Joaquin Aguilar Mendez, dirigente della “Rete di sopravvissuti agli abusi di sacerdoti” (Snap).

    Tra le otto vittime (provenienti da Oaxaca, San Luis Potosí e dalla capitale) c’è lo stesso Aguilar, che ha subito abusi da bambino da parte del sacerdote Nicolas Aguilar Rivera, dello stato di Puebla, protagonista – ricordano i media – di quello che è considerato come il caso documentato di pedofilia più grave nel paese.

    Un’altra vittima di abusi che vorrebbe avere un incontro con il Papa, aggiunge la stampa, è Jesús Romero Colín. I nomi delle altre vittime non sono stati diffusi, ha precisato il dirigente di Snap, sottolineando che l’intenzione del gruppo è quella di incontrare il Papa “come vittime” più che come rappresentanti Snap: “La nostra “rete” si è dedicata non solo a criticare ma anche ad essere propositivi. Continueremo a bussare le porte” per avere il colloquio, ha d’altro lato concluso Aguilar Mendez.

    Casi in Australia – Il cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney e ora prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano, deporrà invece sui fatti di pedofilia dei quali è stata accusata la Chiesa australiana. La deposizione è attesa a partire dal 29 febbraio e il cardinale potrà testimoniare per videoconferenza da Roma davanti alla Commissione d’inchiesta, perché troppo malato per recarsi in Australia e testimoniare di persona.

    Si tratta di un momento molto atteso, considerato il ruolo di primo piano di Pell in Vaticano. In passate udienze il prelato è stato nominato più volte da vittime di pedofilia, secondo cui avrebbe ignorato e anche coperto per decenni abusi commessi da sacerdoti, permettendone il trasferimento da una parrocchia all’altra. Asserzioni che Pell ha più volte respinto.

    Ma la questione pedofilia scuote anche la Commissione pontificia istituita ad hoc. Oggi in un lungo rapporto sintetizza il lavoro fatto e annuncia le possibili proposte da sottoporre al Papa, dalla richiesta di ricordare a tutte le autorità della Chiesa l’importanza di “una risposta diretta alle vittime” all’istituzione di una Giornata Universale di Preghiera, fino al sito web per “condividere le “buone norme” per la tutela dei minori nel mondo”.

    Resta però di sfondo la polemica sull’uscita del membro laico Peter Saunders, da ragazzo vittima di abusi. “Non è suo compito – ha ribadito oggi parlando della Commissione il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi – discutere e approfondire i casi singoli”. Ma parlando con il giornale “The Irish Times”, Saunders è stato molto critico con la Santa Sede e nega di aver lasciato il suo ruolo.

    “L’unica persona che può cacciarmi via è il Papa”, dice, ma poi critica lo stesso Bergoglio: “Avevo grandi speranze in Papa Francesco ma fino a questo momento non vedo grandi cambiamenti”. E lo stesso Saunders, insieme a Juan Carlos Cruz, un cileno ex vittima di abusi, in questi giorni ha diffuso una lettera di cattolici cileni a Papa Francesco nella quale si chiede di rimuovere il vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, colpevole, secondo le loro accuse, di aver coperto per anni i preti pedofili.

    Dall’Italia invece tuonano le parole di don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’Associazione Meter: è “uno scandalo” – ha detto oggi a Radio Vaticana – il silenzio sulla pedofilia online da parte di stampa e istituzioni. Intanto il giudice per le indagini di Palermo Roberto Riggio ha concesso gli arresti domiciliari, presso la struttura romana in cui si stava sottoponendo a una cura, a don Roberto Elice, il sacerdote palermitano accusato di avere molestato tre minorenni quando era parroco nel capoluogo siciliano.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1069769/Pedofilia-la-Chiesa-trema-dal-Messico-all-Australia/