Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Philippe Barbarin

  • Francia, pedofilia: cardinal Barbarin assolto in appello

    Francia, pedofilia: cardinal Barbarin assolto in appello

    La Corte d’appello di Lione ha assolto il cardinal Philippe Barbarin dall’accusa di omessa denuncia per le violenze sessuali commesse da un ex prete della sua diocesi. Nel marzo dell’anno scorso, il tribunale di primo grado aveva condannato il cardinal Barbarin, 69 anni, a 6 mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato alla giustizia gli abusi sessuali di padre Bernard Preynat su giovani scout fra il 1971 e il 1991.

    https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/francia-pedofilia-cardinal-barbarin-assolto-in-appello_14169754-202002a.shtml

  • Pedofilia: Preynat confessa, molestati ‘4 o 5 bimbi a settimana’

    Pedofilia: Preynat confessa, molestati ‘4 o 5 bimbi a settimana’

    Agghiacciante testimonianza dell’ex parroco alla sbarra a Lione

    Agghiacciante confessione davanti ai giudici di Bernard Preynat, l’ex parroco finito alla sbarra in Francia per atti di pedofilia perpetrati su giovani scout tra il 1971 e il 1991.

    Dinanzi ai giudici, l’ex prelato ha detto che per 20 anni “succedeva tutti i fine settimana, durante i campi, potevano essere quattro o cinque bambini in una settimana”.

    Nel corso del suo intervento al tribunale di Lione, Bernard Preynat ha quindi ribadito che a quei tempi non si rendeva conto della gravità di quanto stesse facendo. “Per me, all’epoca, non si trattava di aggressioni sessuali, ma di carezze, di coccole. Mi sbagliavo – ha dichiarato – Ciò che me lo ha fatto capire sono state le accuse delle vittime”.

    Padre Bernard Preynat, l’ex parroco di Sainte-Foy-les-Lyon accusato di pedofilia, è tornato a riconoscere i fatti di cui è imputato durante il processo che si è aperto questa mattina a Lione. “Non realizzavo il male che ho fatto ai bambini – ha dichiarato l’ex religioso secondo le dichiarazioni riportate su twitter dalla giornalista di France 24, Alexandra Renard – Anni dopo, i genitori mi hanno fatto comprendere il male che avevo fatto ai loro figli. Per me, erano dei gesti di tenerezza. Mi è servito del tempo per capire che era male”. L’ex parroco, privato della tonaca, è alla sbarra per rispondere delle decine di accuse di violenze sessuali su scout che frequentavano la parrocchia negli anni Ottanta e Novanta. Rischia 10 anni di carcere. Il caso è diventato l’emblema dello scandalo pedofilia nella Chiesa francese, coinvolgendo anche il cardinal Philippe Barbarin, già condannato a 10 mesi con la condizionale per omessa denuncia.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2020/01/14/-pedofilia-preynat-confessa-4-o-5-bimbi-a-settimana-_f0da7363-304c-4996-8dcd-fc13ce4e646d.html

  • In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    Si è aperto in Francia il processo a carico dell’ex sacerdote e cappellano scout della diocesi di lione, Bernard Preynat, accusato di violenze sessuali su decine di minori, per le quali è stato destituito dal tribunale ecclesiastico. Il sacerdote, 74 anni, è al centro di una vicenda che da mesi sta facendo tremare la Chiesa cattolica d’oltralpe e, in particolare, i destini del cardinale Philippe Barbarin.

    Barbarin infatti, tuttora arcivescovo di Lione, sebbene abbia preso un periodo di ritiro e sia coadiuvato da un amministratore apostolico che ne svolge le funzioni, è in attesa della sentenza di appello dopo che, a marzo dell’anno scorso, il tribunale correzionale lionese lo ha condannato a sei mesi, con la condizionale, per non avere denunciato padre Preynat, colpevole di aggressioni sessuali quando era responsabile del gruppo scout Satin Luc di Sainte-Foy-les-Lyon, negli anni Settanta e Ottanta, dunque quando arcvivescovo di Lione era monsignor Albert Decourtray.

    Preynat fu denunciato nel 2015 da una delle vittime, Alexandre Hezez, ma Barbarin era al corrente da tempo delle molestie, perché era stato proprio Hezez a parlagliene l’anno prima, nel 2014. Ma addirittura, in un’intervista alla Croix del 2016, Barbarin disse di essere stato messo al corrente dei “comportamenti” di Preynat “verso il 2007-2008”. Un sacerdote ha anonimamente raccontato a Le Parisien di aver parlato della questione all’arcivescovo “dal 2002”. Le prime denunce giunte alla diocesi, ad ogni modo, rimontano al 1979. Il porporato, arcivescovo dal 2002, ne ha poi parlato allo stesso sacerdote nel 2010, che gli avrebbe riferito di non aver più compiuto molestie dal 1991. Ma ancora nel 2013 il sacerdote riceve dall’arcivescovo una promozione e continua a svolgere attività da parroco, sebbene lontano dagli scout. Solo nel 2015, quando parte la denuncia civile, il sacerdote, oggi 73enne, viene sottoposto al controllo giudiziario e, in attesa che si esaurisca un processo canonico, sospeso dalle sue funzioni. In prima linea nelle denunce, un’associazione di ex vittime che ha preso il nome La parole liberée perché, da quando ha preso l’iniziativa di denunciare pubblicamente gli abusi, ha permesso che la “parola si liberasse” e che venissero a galla molte altre denunce.

    Lo scorso luglio, Bernard Preynat è stato “giudicato colpevole di aver commesso reati sessuali contro minori di 16 anni” da un tribunale ecclesiastico. “Alla luce dei fatti e del loro ripetersi, del gran numero di vittime, del fatto che padre Bernard Preynat ha abusato dell’autorità conferitagli dalla sua posizione all’interno del gruppo scout da lui fondato e guidato fin dalla sua creazione, assumendo la doppia responsabilità di capo e cappellano, il tribunale ha deciso di applicare la massima pena prevista dalla legge della Chiesa in un caso del genere, cioè la dimissione dallo stato clericale”, si legge in una dichiarazione rilasciata al termine del processo penale e riportata da Vatican News.

    Il tribunale sta attualmente esaminando le richieste di risarcimento finanziario presentate da una ventina di vittime. E ora, un tribunale ha aperto per la prima volta un processo civile. Dovrà valutare se i crimini sono caduti in prescrizione, ma, secondo la stampa francese, il sacerdote rischia fino a dieci anni di prigione. La vicenda è al centro di un film di successo, “Grace a Dieu” di Francois Ozon, che prende il titolo, Grazie a Dio, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che “la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere”. La giornalista Isabelle de Gaulmyn, lionese, caporedattrice del giornale cattolico La Croix, ha scritto un libro che ricostruisce con precisione l’intera vicenda e, in particolare, il silenzio che ha lungamente circondato, a tutti i livelli, gli abusi (“Histoire d’un silence”, storia di un silenzio).

    https://globalist.it/world/2020/01/13/in-francia-al-via-il-processo-contro-il-prete-pedofilo-che-fa-tremare-il-cardinale-barbarin-2051586.html

  • Preti pedofili, il Papa cancella il segreto pontificio sui processi

    Preti pedofili, il Papa cancella il segreto pontificio sui processi

    Ferruccio Sansa
    Abolito. Il Papa ha eliminato il segreto pontificio nelle cause canoniche di abusi sessuali sui minori. ‘L’Istruzione sulla riservatezza delle cause’ segna la nuova linea del Vaticano: “Non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni”.

    L’articolo 2 spazza il campo: “L’esclusione del segreto pontificio sussiste anche quando tali delitti siano stati commessi in concorso con altri delitti”. Non solo: “A chi effettua la segnalazione – è scritto nel documento – alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa”.

    Resta il segreto d’ufficio, come nel diritto degli altri stati: “Le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza… al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. Ma la riservatezza delle indagini non potrà più, come in passato, essere opposto alle autorità giudiziarie, per esempio italiane, che si trovavano di fronte a difficoltà spesso insormontabili. L’Istruttoria voluta da Francesco in questo non lascia dubbi:  “Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”.

    Sempre ieri il Vaticano ha diffuso un secondo rescritto che raccoglie altre istanze avanzate dalle vittime di abusi: si stabilisce che ricada tra i delitti più gravi riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede anche “l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento”. Finora il limite era fissato a quattordici anni.

    Per questi delitti più gravi si aprono le porte ai laici: “Funge da avvocato e procuratore un fedele, provvisto di dottorato in diritto canonico, che viene approvato dal Presidente del collegio”. Viene ribadito, ma è un discorso ovviamente diverso, il segreto confessionale.

    “Una novità storica”, tenevano a sottolineare ieri in Vaticano. Ma anche le associazioni delle vittime, pur con le dovute cautele, hanno saluto con soddisfazione la novità: “È un grande elemento positivo”, spiega Francesco Zanardi, un passato da vittima e un presente come presidente della Rete L’Abuso, in prima linea nella battaglia contro gli abusi compiute da sacerdoti. Zanardi mesi fa era stato finalmente ricevuto in Vaticano dove aveva avuto un lungo colloquio con Charles Scicluna, segretario della Congregazione per la dottrina della Fede. “Avevamo parlato per due ore – racconta Zanardi – e gli avevamo domandato proprio l’abolizione del segreto.

    È un passo notevole, ma non tutti i problemi sono risolti. Sarebbe importante che le nuove norme avessero effetto retroattivo”. Non solo: “Ora le autorità ecclesiastiche dovranno consegnare la documentazione delle proprie indagini alle autorità giudiziarie (comprese quelle italiane, ndr), ma anche alle vittime. Però sarebbe importante che fosse previsto anche un obbligo di denuncia, quello che in Francia ci ha permesso di arrivare all’incriminazione del cardinale di Lione, Philippe Barbarin che è stato condannato in primo grado per aver coperto abusi. Ma è una questione che riguarda soprattutto la legislazione italiana, perché in Francia è prevista la denuncia obbligatoria, mentre in Italia no”.

    Zanardi punta il dito proprio verso il nostro Stato: “Finora ha lasciato che a gestire la situazione fosse la Chiesa. Non ha fatto niente. Non è un caso se soltanto in Italia le vittime per avere giustizia si rivolgono proprio alle autorità ecclesiastiche”. Un giudizio positivo, che dovrà essere confermato alla prova dei fatti: “Vedremo se la scelta del Papa sarà davvero seguita dalle Curie locali. Lo capiremo subito nell’indagine romana sui chierichetti del Papa e con la denuncia che abbiamo presentato (dopo gli articoli del Fatto) su abusi compiuti da un sacerdote della diocesi di Genova”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/18/preti-pedofili-il-papa-cancella-il-segreto-pontificio-sui-processi/5623900/

  • Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

    Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

    Confuso tra i fedeli sotto la pioggia e riparati dagli ombrelli, con in capo un berretto a quadri sopra lo zucchetto rosso da cardinale, c’era anche il cardinale Barbarin, poche settimane fa, all’udienza generale in piazza S.Pietro. Philippe Barbarin s’è autosospeso da arcivescovo di Lione nel marzo scorso in seguito alla condanna, in primo grado, da parte della giustizia francese (proprio mentre a Roma si teneva il summit vaticano contro la pedofilia) a sei mesi di reclusione con la condizionale per l’omessa denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout dal cappellano Bernard Preynat. Una decisione presa dopo che il papa, in un colloquio in Vaticano il 18 marzo, non ha accettato le sue dimissioni, per la relativa “presunzione di innocenza” in attesa dei successivi gradi di giudizio.

    Il tribunale di Lione ha giudicato Barbarin «colpevole di non aver denunciato i maltrattamenti» a danno di un minorenne, ovvero di aver ostacolato le indagini, tra il 2014 e il 2015. Il porporato, il “Primate dei Galli”, tra le personalità più note e influenti della Chiesa d’Oltralpe, non era presente al momento del verdetto, ma i suoi legali hanno subito annunciato ricorso in appello lamentando una presunta pressione mediatica nei confronti dell’arcivescovo di Lione «con documentari e un film», invocando il «rispetto della giustizia». La portata dello scandalo ha profondamente scosso la diocesi di Lione e la Chiesa in Francia. Non senza ambiguità. Pierre Vignon, un sacerdote che aveva invitato Barbarin a dimettersi, «prendendo atto dei suoi errori», è stato sanzionato dalla gerarchia che lo ha rimosso con una decisione dei 12 vescovi della regione, ma lo scorso novembre una petizione che ne chiede la riabilitazione è stata firmata da oltre 100mila persone sulla scia di un appello lanciato da La Parole liberée, principale associazione di vittime di preti pedofili, diretta da Francois Devaux. Da parte sua Barbarin sostiene di non aver «mai cercato» di nascondersi «e tanto meno di coprire questi fatti orribili». Il 31 agosto 2015 aveva rimosso Preynat dalle funzioni, in accordo con la Santa Sede. «Ho fatto esattamente quello che Roma mi ha chiesto di fare», ha affermato, ma ha dovuto ammettere di essere stato “imprudente” quando nel 2011 nominò Preynat responsabile di una prefettura vicino Roanne: «Avrei dovuto dirgli di rimanere nell’ombra».

    A Lione, intanto, il processo canonico di padre Bernard Preynat, accusato di violenza sessuale su dozzine di vittime minori, quarant’anni dopo è ancora in sospeso. Per questo la Chiesa tenta una procedura interna straordinaria che apre la strada a risarcimenti finanziari. La Curia vuole anche istituire presto una scala di compensazione in cambio, però, di sentenze pronunciate a porte chiuse.

    Abusato da un prete, Stéphane Girard ha parlato per la prima volta pubblicamente dall’inizio della vicenda Preynat alla fine del 2015. Ora ha 49 anni e vive nel paradosso che la Chiesa è oggi la sua ultima speranza di risarcimento. Di fronte alla giustizia degli uomini, infatti, il suo caso è prescritto ma il diritto canonico consente di processare le violenze da parte di sacerdoti che rientrano nella categoria più ampia di reati contro il sesto comandamento: «Non commettere atti impuri», ovvero «Non commettere adulterio»…

    «Il minimo adesso è che Bernard Preynat sia escluso. Per le riparazioni, spero che andrà oltre l’euro simbolico», ha detto la vittima al sito francese Mediapart. Girard è uno dei 70 bambini identificati dall’associazione La Parole Libérée, tra le prede sessuali di “Padre Bernard”, scout responsabile di Sainte-Foy-lès-Lyon dal 1972 al 1991. Il tempo ha anche giocato contro le vittime. Solo sette di loro erano in grado di diventare parti civili, i fatti venivano prescritti in modo criminale per gli altri. Parallelamente al processo, più di venti vittime hanno fatto ricorso per ottenere un secondo processo davanti al tribunale interno della diocesi.

    Dopo oltre tre anni di colpi di scena, il processo canonico è ripreso a settembre e l’inchiesta canonica è stata completata alla fine di aprile. I denuncianti sono stati riconosciuti come “terzi”, vale a dire l’equivalente delle parti civili nella giustizia secolare, che apre la strada alla compensazione finanziaria. «Da allora, è il “silenzio radio”», dice Olivier Debize, una delle vittime.

    Dietro le quinte, alcune vittime sono state informate sul calendario approssimativo, non dal tribunale ecclesiastico, ma direttamente dal padre Yves Baumgarten, responsabile della diocesi di Lione dal ritiro del cardinale Barbarin. Salvo contrattempi, la sentenza di Padre Preynat sarà consegnata entro due mesi, in piena estate. Quindi, il tribunale ecclesiastico deciderà l’importo del risarcimento assegnato a ciascuna vittima nei mesi successivi.

    Perché è una delle maggiori sfide di questa giustizia parallela: quantificare il danno di anni di sofferenza per l’ex-Scout lionese. Alcune vittime hanno inviato le loro richieste al tribunale ecclesiastico. Senza una scala o una griglia, il calcolo è fatto nel modo migliore possibile per stimare i danni morali per loro e i loro parenti, il danno fisico in base alla durata degli abusi o alla cura terapeutica dopo anni di traumatismo.

    Secondo varie testimonianze raccolte da We Report, collettivo di giornalisti indipendenti autori di una lunga inchiesta Église, la mécanique du silence (JC Lattès, 2017), chiederanno un minimo di 10mila euro a persona alla diocesi di Lione, per la sua responsabilità nella copertura degli atti di padre Preynat. Ma gli importi variano considerevolmente da un denunciante all’altro. Alcuni non hanno ancora quantificato mentre altre vittime ancora si rifiutano di farlo in linea di principio.

    Pierre-Emmanuel Germain-Thill chiederà tra 50mila e 100mila euro. «Certo, è molto difficile da stimare. Ho aggiunto l’infortunio fisico e morale per oltre 30 anni. Ho usato droghe a causa del trauma, ho avuto delle spese mediche. Ho anche considerato i miei fallimenti scolastici, come il mio grado sei, l’anno dell’aggressione – spiega – è tutta una vita sprecata, codarda, fatture psicologiche o attestazioni di sua madre a sostegno. Non compra, ma la compensazione può aiutare a ricostruire». Un altro denunciante – che preferisce rimanere anonimo – vuole 100mila euro: «10mila dalla diocesi per non aver fatto ciò che è necessario per fermare il massacro di bambini innocenti, 90mila da padre Bernard, 50mila euro per il danno subito per diversi anni e 40mila euro per mancato guadagno nella mia vita professionale a causa di conseguenze psicologiche». Da parte sua, Bertrand Virieux, co-fondatore di La Parole Libérée, chiede 30mila euro. «10mila euro all’anno di esposizione a padre Preynat e 10mila per la responsabilità della diocesi», riassume. Violentato tra il 1978 e il 1981, questo cardiologo di Lione non poteva essere una parte civile nella procedura “laica” e ora si affida al processo canonico per girare pagina. Didier Bardiau non chiederà nulla per sé. «Mi è stato chiesto di dare un prezzo alla mia vita. Non possiamo crittografarlo». Quindi ha alzato il livello, senza voler rendere pubblica la cifra esatta per ora. Nel suo dossier inviato al tribunale canonico, chiede che il suo potenziale compenso sia pagato a beneficio delle associazioni: La Parole Libérée, naturalmente, ma anche Enfance et partage, Les Restos du cœur ed Emmaüs.

    Una procedura che lascia dubbioso Laurent Duverger, ennesima vittima. «Potrei facilmente stimare i miei costi psicologici di follow-up. Ma un divorzio, una famiglia nell’aria, tre anni e mezzo di violenza sessuale, quanto valgono? Quanto valgono? Potrebbero valere molto, ma quella che sarebbe una grande vittoria è che Preynat perda già il suo status di sacerdozio».

    Dalla fine dell’indagine, tutte queste vittime sono impazienti con la mancanza di informazioni. Le parti devono ora esaminare il caso, e poi sarà il turno dei giudici. Va detto che questo processo è fuori dall’ordinario. «E’ probabilmente il caso con la maggior parte di terzi da quando abbiamo restaurato l’Officialité, il tribunale ecclesiastico in Francia nel XIX secolo», spiega padre Bruno Gonçalves, presidente del tribunale e uno dei tre giudici che pronuncerà il giudizio a porte chiuse per padre Preynat. «Non ho mai visto così tanto della mia vita come avvocato. È un processo pioneristico».

    Questa novità può in parte spiegare i sobbalzi, gli esperimenti, la lentezza di cui si lamentano le vittime, che hanno l’impressione di avanzare ciecamente. «Il diritto canonico ha i suoi limiti. È opaco, sembra che nessuno sia in grado di gestire questo tipo di procedura», dice Pierre-Emmanuel Germain-Thill con amarezza. Da parte sua, l’Officialité nega qualsiasi opacità o lentezza, ma riconosce la mancanza di formazione degli avvocati della chiesa e dei volontari accreditati dalle diocesi. Non si tratterebbe della routine consolidata degli accertamenti di nullità del matrimonio, come fanno in generale ma di fronte a questi limiti, François Devaux, co-fondatore di La Parole Libérée, teme che questo processo sia una «parodia della giustizia».

    Una volta emesso il verdetto, inizierà una seconda fase del processo: la valutazione del danno. «La valutazione del danno prende in considerazione il pretium doloris [il prezzo del dolore], il dolore che la persona ha conosciuto e tutto ciò che c’è in termini di perdita di guadagno, come un incapacità di concentrarsi nel suo lavoro, un licenziamento, l’incapacità di costruire una relazione emotiva equilibrata, dettaglia il giudice. Siamo ben consapevoli che questo risarcimento sarà sempre inferiore alla sofferenza che le persone hanno conosciuto», giura Gonçalves. Esiste il precedente degli Stati Uniti, dove circa quindici diocesi dovevano andare in “bancarotta” per pagare il risarcimento delle vittime della pedofilia, raggiungendo talvolta importi da capogiro (quasi $ 3 miliardi in totale, secondo una stima del 2015).

    Mentre il sistema giudiziario francese mette meno enfasi sulla compensazione finanziaria, i tribunali canonici potrebbero diventare un’area di rivendicazione per le vittime, con importi talvolta più alti di quelli ottenuti nei tribunali “laici”. In un caso precedente un sacerdote era stato condannato dalla Chiesa a pagare 80mila euro di danni a una vittima e la sua congregazione a 15mila euro.

    Al di là dei processi canonici, la Chiesa lavora sulla creazione di scale di compensazione per tenere conto anche delle vittime di fatti prescritti che non possono avviare alcuna procedura. Dallo scorso novembre è stata istituita una commissione di “compensazione” presieduta dal vescovo Delannoy, vescovo di Saint-Denis e vicepresidente della Conferenza episcopale francese per creare un protocollo di compensazione (tipo di fatti in questione, prove da presentare) sui modelli in auge in Germania o in Belgio dove, rispettivamente sono previsti 5mila o 20.000 euro. Tanto vale una vita lacerata da un predatore sessuale con la tonaca. Anche a Lione, dove padre Preynat deve essere giudicato, la gamma è compresa tra 10.000 e 20.000 euro», afferma padre Gonçalves. La Chiesa vuole accelerare il ritmo: «La commissione formulerà proposte che verranno registrate a Lourdes a novembre», assicura a WeReport il vescovo di Puy-en-Velay. Nel frattempo, verrà creato un fondo di compensazione comune alla Conferenza dei Vescovi di Francia (CEF, per i sacerdoti) e alla Conferenza dei religiosi e delle religiose in Francia (Corref, per le congregazioni).

    Una questione rimane irrisolta a Lione: cosa fare se padre Preynat non può pagare questi benefici alla fine del processo? La giustizia canonica non ha mezzi di coercizione per far rispettare la sentenza. La diocesi di Lione prenderà in carico queste riparazioni?

    Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

  • Francia: il documentario sulle suore abusate scatena dibattito e iniziative

    Francia: il documentario sulle suore abusate scatena dibattito e iniziative

    PARIGI-ADISTA. Ha avuto molta risonanza in Francia il documentario prodotto dalla piattaforma franco-tedesca Arte.tv dal titolo “Religiose abusate: l’altro scandalo della Chiesa”, diffuso all’inizio dello scorso marzo (e visibile ancora per qualche giorno anche sul sito di Adista; v. Adista n. 10/19). Un documentario frutto di un lungo e meticoloso lavoro di indagine, nel quale le voci e i volti delle vittime hanno aggiunto drammaticità al racconto di casi di agghiacciante gravità, avvenuti in un contesto di indifferenza e omertà. Al contrario di quanto accaduto in Italia, dove il documentario non ha avuto risonanza – colpa, anche, della mancata sottotitolazione in italiano – in Francia numerose realtà cattoliche hanno alzato la voce, chiedendo trasparenza e misure preventive. Ne ha parlato sul sito Global Sisters Report la giornalista Elisabeth Auvillain (16/4), raccontando delle numerose iniziative di protesta spontanee avviate dopo la diffusione dell’inchiesta, ma anche in seguito agli sviluppi del caso che ha avuto come protagonista il card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, condannato a sei mesi di reclusione per insabbiamenti, le cui dimissioni sono state per ora congelate da papa Francesco (v. Adista Notizie nn. 13 e 15/19).

    A Parigi, tante sono state le parrocchie che hanno organizzato serate di dibattito e preghiera; in tutto il Paese, soprattutto nel periodo quaresimale, hanno avuto luogo ritiri, meditazioni, conferenze, imperniati sul tema degli abusi e sulla manipolazione di persone vulnerabili operata in nome di Dio. il quotidiano cattolico La Croix e la rivista Pélerin hanno lanciato una ampia consultazione che durerà fino al 7 giugno, sul tema «Ripariamo la Chiesa»: un invito «a fare una diagnosi sulla situazione attuale della Chiesa, ma anche a proporre una maggiore fedeltà al Vangelo», per rispondere al quale è stato attivato un indirizzo mail (reparons-l-eglise@bayard-presse.com).

    La Conférence des Baptisé-e-s Francophones, associazione che fa capo alla filosofa e teologa Anne Soupa, fondatrice del Comité de la Jupe (che di recente ha provocatoriamente chiesto la scanonizzazione di papa Wojtyla, sotto il cui pontificato il clima di omertà e gli insabbiamenti dei casi di abusi raggiunsero l’apice, v. Adista Notizie n. 11/19), ha organizzato incontri con esperti sul tema degli abusi, per mettere a nudo «la cultura che mescola autorità, obbedienza e silenzio», «comprenderne le radici profonde per finirla con questa cultura dell’abuso, contraria al messaggio di liberazione del Vangelo». La Conférence ha anche lanciato una petizione per «far sentire la parola delle donne nella Chiesa» (www.change.org/p/pape-françois-église-catholique- ça-suffit) che ha raccolto quasi 7mila firme in poche settimane.

    Anche le religiose si stanno mobilitando. In testa al loro fronte, c’è la presidente della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia (Corref) suor Véronique Margron, che ha appena pubblicato un libro sul tema degli abusi sessuali nella Chiesa, Un moment de vérité (edizioni Albin Michel). Nel libro, la religiosa traccia un percorso di verità per la Chiesa in 12 punti: mettere le vittime al centro, desacralizzare la figura del prete, decostruire il sistema clericale, promuovere il ruolo della donna, trasformare la crisi in mutamento, cambiare lo stile della Chiesa, rafforzare il dialogo con la società, fare verità per ritrovare fiducia, formare i preti sulle questioni affettive, combattere i fenomeni di potere sulle persone, rivedere l’esercizio del potere nella Chiesa; tutto questo consentirà, alla fine, di mettere in atto politiche di tolleranza zero. «Sapevamo di abusi di potere da parte di alcuni preti e di superiore, ma non conoscevamo la portata di questi crimini», tuttora difficile da cogliere nella sua totalità per il rifiuto di molte vittime di denunciare, ha affermato suor Margron in ad un incontro molto affollato nella chiesa di Sainte Clotilde a Parigi, il 10 aprile scorso; «Non crediate che preti e vescovi da soli possano cambiare la Chiesa. I laici come voi devono prendere parte a questo rinnovamento».

    Quale obbedienza?

    Oggetto di molte riflessioni e critiche è il voto di obbedienza delle religiose, un’obbedienza malintesa: «Significa che le religiose vogliono che la loro vita sia un dono di sé per servire gli altri, secondo il Vangelo, in una comunità riconosciuta dalla Chiesa cattolica», ha spiegato Christiane Hourticq, ex superiora delle Soeurs Auxiliatrices des âmes du Purgatoire, intervistata da Global Sisters Report. «Accettare l’obbedienza significa non decidere mai da sola dove vivere e in cosa consiste la propria missione». Ma c’è sempre un dialogo: «Quando una suora esprime speranze o desideri o timori, non sta rifiutando l’obbedienza. La superiora prende la decisione ma solo dopo una vera discussione, che fa bene a entrambe le parti». C’è un’enorme differenza, insomma, tra obbedienza e costrizione. «In un contesto di manipolazione, l’obbedienza, o piuttosto la sottomissione, è presentata in modo assoluto come una virtù fondamentale», ha spiegato suor Chantal- Marie Sorlin, ex canonista del Tribunale ecclesiastico di Digione, illustrando come molti abusi siano avvenuti in comunità nate dopo il Concilio, le cosiddette “communautés nouvelles”, che includevano laici, famiglie e religiosi, apparentemente prive di una gerarchia e di confini netti nei comportamenti, ma soprattutto guidate da personaggi magnetici che prendevano il posto di Cristo e che diventavano oggetto di venerazione. Tali comunità si trasformavano in una sorta di Chiesa parallela, autosufficiente e autoreferenziale, in cui la formazione «era basata sulla parola del fondatore, non sulla Scrittura». Tra queste vi era la Comunità di San Giovanni, fondata nel 1975, con le sue branche dei Fratelli di S. Giovanni, delle Suore apostoliche e delle suore contemplative, nate negli anni ’80. Nel 2009 emersero gli abusi che avvenivano nella comunità contemplativa, che ricadeva sotto l’autorità di Barbarin; venne sciolta nel 2013, quando la maggior parte delle suore rifiutò la nuova superiora, nominata dall’arcivescovo stesso. Ne faceva parte Marie-Laure Janssens, autrice del libro Le Silence de la Vierge, in cui descrive l’isolamento, la mancanza di comunicazione e l’abuso spirituale subito. Se ne allontanò nel 2009, chiedendo l’autorizzazione a denunciare la situazione al suo vescovo, mons. Henri Bricard (morto nel 2014), che la spinse al silenzio, spacciato per «atto di misericordia verso le persone» e «segno del dono di sé, linguaggio di servizio, come ci ha insegnato la Vergine Maria».

    https://www.adista.it/articolo/61189

  • Two Popes. Zero Solutions. Where’s the Hope? – Due Papi. Zero soluzioni. Dov’è la speranza?

    Two Popes. Zero Solutions. Where’s the Hope? – Due Papi. Zero soluzioni. Dov’è la speranza?

    Mentre i cattolici celebrano la Pasqua, la chiesa istituzionale è più esposta che in qualsiasi punto della sua storia.

    I pubblici ministeri e i legislatori di tutto il mondo stanno mettendo fine all’impunità dei leader della chiesa cattolica che consentono abusi o commettono abusi stessi.

    Negli Stati Uniti, i ministri della giustizia in oltre 15 stati hanno avviato indagini o analisi delle loro diocesi locali.

    In due dei più popolosi Stati cattolici, New York e New Jersey, migliaia di vittime della chiesa più anziane saranno presto in grado di presentare cause legali, grazie a nuovi cambiamenti dei termini legali di prescrizione degli Stati.

    Fuori dagli Stati Uniti, nelle ultime sei settimane: la polizia indiana ha accusato un vescovo di aver violentato una suora; un tribunale francese ha condannato il cardinale-arcivescovo di Lione per aver violato la legge di denuncia obbligatoria della nazione; e l’ex zar della finanza del Papa, il cardinale George Pell d’Australia, fu condannato a sei anni di prigione per aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro.

    Le autorità civili stanno colmando un vuoto di leadership che inizia ai vertici: il rifiuto di Papa Francesco – e dei suoi predecessori – di attuare le necessarie riforme.

    Papa Francesco ha di nuovo mostrato la sua resistenza a rimedi cruciali al suo summit sugli abusi globali di febbraio, che aveva convocato in risposta a un tumulto internazionale.

    Molti speravano che papa Francesco avrebbe promulgato nuove leggi universali sulla chiesa, imponendo tolleranza zero per il clero abusatore e tolleranza zero per i loro vertici abusatori.

    Non si è avvicinato. I risultati netti del vertice fino ad oggi: nuove leggi per Città del Vaticano – popolazione 800 abitanti – e promesse di un manuale e di task force.

    Per essere onesti, si dice che l’editto papale sulla responsabilità sia imminente. Ma comporterà sanzioni significative? Le azioni recenti non lo suggeriscono: questo è un papa che sta dalla parte dei suoi vescovi. A marzo, ha rifiutato di accettare le dimissioni del cardinale francese Philippe Barbarin, nonostante la sua condanna per non aver segnalato gli abusi. Lo scorso autunno, il Papa ha elogiato la “nobiltà” del cardinale Donald Wuerl, nonostante le prove che Wuerl abbia taciuto sulle molestie dell’ex cardinale McCarrick.

    Ma l’impronta papale non è iniziata con Francesco. Ci è stato ricordato la settimana scorsa, quando Benedetto XVI è rientrato inaspettatamente nella sfera pubblica con la sua posizione sulla crisi.

    Il papa emerito ha tracciato la crisi degli abusi partendo dalla rivoluzione sessuale degli anni ’60 e la “dissoluzione dell’autorità di insegnamento morale della Chiesa”, che ha portato a trascurare le norme morali.

    L’analisi di Benedetto XVI ha ignorato due realtà centrali dell’epidemia di abusi: il diffuso insabbiamento di crimini da parte di vescovi e superiori religiosi e la pervasività dell’abuso in tutto il mondo, non solo in Occidente.

    Molto è stato fatto dai commentatori sulle differenze tra i due papi. Poco è stato detto della loro somiglianza principale. Nessuno dei due ha realizzato quello che avrebbe dovuto essere il lavoro principale: correggere il danno incalcolabile fatto a centinaia di migliaia di bambini abusati sessualmente dai chierici. Benedetto lasciò al potere centinaia di vescovi colpevoli e un sistema di segretezza intatto. Francesco è sulla buona strada per fare lo stesso.

    Allora, dov’è la speranza?

    Nonostante le delusioni, piccoli segni di progresso stanno germogliando all’interno della chiesa. Più della metà delle diocesi statunitensi, ad esempio, pubblica le liste di clero accusato.

    Eppure la vera speranza si trova fuori dalla chiesa. Un movimento globale verso la responsabilità viene accelerato dalle autorità civili – ma esiste solo per il coraggio e la forza dei sopravvissuti disposti a farsi avanti per il loro abuso.

    Nella loro lotta per proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili dalla violenza sessuale, i sopravvissuti ora formano l’opinione pubblica sulla crisi.

    Questo fatto è stato più evidente del summit sull’abuso.

    Ho avuto la fortuna di essere a Roma per tenere conferenze stampa durante il summit, insieme all’attivista e sopravvissuto Phil Saviano, membro del consiglio di amministrazione di BishopAccountability.org.

    Mentre il Papa si incontrava con uomini di chiesa all’interno del Vaticano, in Piazza San Pietro si svolgeva un vivace “summit del popolo”. Centinaia di giornalisti di tutto il mondo si sono collegati a una moltitudine di sopravvissuti provenienti da dozzine di paesi – alcuni lì da soli, molti affiliati a Ending Clergy Abuse (ECA), SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests), Voices of Faith, e le vittime italiane della scuola di Provolo per sordi.

    I sopravvissuti e gli attivisti hanno tenuto conferenze stampa, veglie e una marcia attraverso Roma. Migliaia di notizie sono state pubblicate, tra cui inchieste incisive che hanno messo in luce paesi come la Polonia, dove i preti abusatori svolgono un ministero attivo.

    Si trattava di sensibilizzazione pubblica su vasta scala. Sembrava una trasformazione.

    Tutto ciò mi ricorda un’osservazione della nostra amica e collega Kathy Shaw, che è morta lo scorso giugno. Kathy parlava spesso del contributo dei sopravvissuti alla chiesa. Era stata una reporter innovativa sulla crisi prima di passare alla gestione di Abuse Tracker, il nostro blog quotidiano che raccoglie notizie sulla crisi.

    In un video sul nostro lavoro, ha detto: “Gli attivisti che stanno cercando di rendere la chiesa più sicura … finiranno per salvare fondamentalmente la chiesa”.

    Condivido la sua speranza e ottimismo. Non c’è mai stato un momento più promettente per proteggere i bambini, ottenere giustizia per i sopravvissuti e … speriamo … facilitare il tanto necessario cambiamento nella chiesa cattolica.

    I migliori auguri per una buona Pasqua,
    Anne Barrett Doyle, Co-Director  BishopAccountability.org

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  • La diocesi di Lione chiede al Vaticano una soluzione più definitiva

    La diocesi di Lione chiede al Vaticano una soluzione più definitiva

    Dopo che il Papa ha respinto le dimissioni del cardinale Barbarin che, condannato in primo grado per non aver denunciato un prete pedofilo, ha fatto appello e si è ritirato per «un certo periodo»

    IACOPO SCARAMUZZI
    ROMA

    I responsabili della diocesi di Lione sono stati a Roma lunedì 1° aprile e, pur accettando che il cardinale Philippe Barbarin «è e resta arcivescovo di Lione», come ha deciso il Papa, hanno fatto presente agli uffici vaticani «le sofferenze e le incomprensioni vissute attualmente dai laici e dai preti» della città francese ed hanno chiesto «una soluzione più definitiva» per la diocesi.

    Condannato in primo grado lo scorso 7 marzo dal tribunale correzionale della sua città a sei mesi con la condizionale per non avere denunciato un sacerdote pedofilo, il porporato, che aveva subito annunciato sia l’intenzione di rassegnare le dimissioni nelle mani del Papa sia la decisione dei suoi avvocati di fare ricorso, ha comunicato, il giorno dopo l’udienza papale, avvenuta il 18 marzo, che Francesco aveva rifiutato le sue dimissioni «invocando la presunzione di innocenza» e gli aveva lasciato la decisione da prendere per il bene della diocesi. Barbarin ha conseguentemente scelto di prendere un «certo periodo» di ritiro, affidando la guida della diocesi al suo vicario generale moderatore, il padre Yves Baumgarten.

    Lo scorso 26 marzo, però, un incontro straordinario del Consiglio presbiteriale, del Consiglio diocesano del diaconato e del Consiglio dei laici della diocesi di Lione ha invitato il cardinale Barbarin a rassegnare nuovamente le dimissioni nelle mani del Papa, per una «crisi di governo» della diocesi che non può che sbloccarsi con il superamento della soluzione «temporanea» del ritiro dell’arcivescovo non dimissionato dal Pontefice. Quando era già nell’aria una visita dei vertici della diocesi a Roma programmata per questa settimana, però, il Papa è tornato a confermare la sua posizione, sul volo di ritorno da Rabat, quando, in risposta ad un giornalista francese, ha detto che Barbarin «ha dato le dimissioni, ma io non posso moralmente accettarle perché giuridicamente, ma anche nella giurisprudenza mondiale classica, c’è la presunzione di innocenza, durante il tempo che la causa è aperta. Lui ha fatto ricorso e la causa è aperta. Poi quando il secondo tribunale dà la sentenza vediamo cosa succede».

    In una lettera «ai membri della diocesi di Lione» pubblicata oggi, però, padre Baumgarten riferisce degli incontri che hanno effettivamente avuto luogo in Vaticano lunedì scorso: «Nelle ultime settimane – scrive il reggente – la nostra diocesi vive una situazione inedita. In seguito alla decisione della giustizia civile del 7 marzo scorso, il cardinale ha pubblicamente espresso il desiderio di rinunciare al suo incarico, atteggiamento salutato da tutti come dignitoso. Il Santo Padre nella sua decisione del 18 marzo non ha accettato le dimissioni, e recentemente, domenica scorsa, ha ricordato la sua posizione in merito alle conseguenze giudiziarie che le dimissioni potrebbero avere a livello universale. La situazione su questo punto si è dunque chiarita, il cardinale Barbarin è e resta arcivescovo di Lione. Tenuto conto di questa situazione, ha deciso di ritirarsi, il che significa che non esercita più nessuna funzione di governo nella diocesi di Lione. Mi ha domandato di assumere questo incarico ed ho accettato. I Consigli della diocesi (presbiterale, del diaconato e dei laici, ndr) sono stati ascoltati lo scorso 26 marzo in un bello spirito di comunione, pace e unità. I dibattiti sono stati ricchi e sereni. Non posso accettare che questo bel lavoro di comunione sia ridotto a qualche titolo scritta in alcuni giornali che non riflette assolutamente lo spirito dell’assemblea e presenta una interpretazione parziale dei giudizi responsabili che sono stati domandati e forniti. I membri dei Consigli sono hanno espresso le sofferenze e le incomprensioni vissute attualmente dai laici e dai preti della nostra diocesi. Molti hanno altresì sottolineato la ricchezza del lavoro pastorale realizzato dal nostro cardinale da 17 anni a questa parte».

    «Voglio riconoscere – aggiunge Baumgarten – la lealtà dei membri dei Consigli nei confronti della Chiesa e del nostro arcivescovo. I giudizi espressi si iscrivono nella linea di ciò che è stato detto dalla diocesi in questi ultimi mesi nel far proprio il desiderio del nostro arcivescovo di rassegnare le dimissioni. In connessione alla Conferenza episcopale francese, la Santa Sede è stata informata della situazione nella diocesi. A Roma, lunedì scorso, monsignor Emmanuel Gobillard, padre Eric Mouterde (vescovi ausiliari, ndr) ed io abbiamo espresso le difficoltà attualmente vissute da molti nell’assumere la missione della Chiesa in un contesto divenuti molto sfavorevole. Abbiamo avuto modo di dire che la situazione attuale non potrebbe durare troppo a lungo e che sarebbe bene trovare una soluzione più definitiva. La diocesi sta a cuore alle preoccupazioni della Santa Sede. Possiamo contare sulla sua vigilanza e sul suo accompagnamento. Al momento invito l’insieme della nostra diocesi a proseguire il suo cammino di Quaresima nella pace e nell’unità. Dobbiamo stare uniti sull’essenziale: la fede pasquale che ci fa vivere».

    Il religioso ringrazia monsignor Emmanuel Gobillars e padre Eric Mouterde «per il lavoro di squadra che stiamo portando avanti. Ringrazio anche tutti gli attori pastorali della diocesi per la loro attenzione e la loro collaborazione in questo momento particolare. Personalmente, cerco umilmente di assumere una missione delicata. Le critiche si sono fatte sentire da una parte o dall’altra, ne sono consapevole e le ascolto. Conto sulla benevolenza di tutti per riuscire ad agire per il bene della diocesi. Entreremo presto nel tempo della Passione che ci porta alla risurrezione di Cristo! Ecco cosa dobbiamo vivere ora», conclude il reggente della diocesi di Lione, che termina con un verso della seconda lettera di San Paolo a Timoteo: «So infatti a chi ho creduto».

  • Pedofilia: giri di vite (antiorari) vaticani

    Pedofilia: giri di vite (antiorari) vaticani

    Esistono Paesi dove i sacerdoti sono esonerati dal dovere di fornire alla magistratura le informazioni che essa richiede, anche quelle al di fuori del “segreto confessionale”; uno di quei Paese è l’Italia e la norma in questione deriva dal patto concordatario tra l’Italia e la Santa sede.

    Esistono poi Paesi dove i sacerdoti sono tenuti, come qualunque altro cittadino, perfino a denunciare i reati di cui vengono a conoscenza. In caso contrario si rischia di essere incriminati per aver intralciato la giustizia. Uno di quei Paesi è la Francia, che infatti ha recentemente condannato Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, a sei mesi di reclusione in primo grado proprio con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, tale Bernard Preynat, ostacolando così il corso delle indagini.

    A onor del vero il crimine in questione pare sia avvenuto diversi anni prima che Barbarin ne venisse a conoscenza, che tuttavia verrà giudicato in secondo grado dal momento che ha presentato richiesta di appello, ma è comunque evidente la differenza che passa tra le esenzioni rico­no­sciute in Italia ai preti soltanto per il fatto di essere tali e il trattamento che riserva loro la Francia, dove hanno gli stessi doveri di qualunque altro cittadino.

    Secondo quanto stabilito dal papa nell’ultimo summit proprio sulla pedofilia ecclesiastica, però, queste esenzioni dovrebbero avere vita breve. Dovrebbero! Perché il papa è stato chiaro con tutti i presidenti delle conferenze episcopali presenti: «anche se si trattasse di un solo caso di abuso la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità». I preti quindi dovrebbero denunciare. Dovrebbero! Per cui Barbarin, condannato giusto due settimane dopo quel summit, avrebbe dovuto essere il primo esempio di questo ennesimo giro di vite.

    Che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

    Giro di vite che però forse è stato dato in senso antiorario, perché infatti Barbarin ha sì presentato le proprie dimissioni subito dopo la sentenza, ma Bergoglio le ha altrettanto immediatamente respinte. La ragione di questa decisione del papa sarebbe il principio di presunzione d’innocenza, il che sembra veramente pretestuoso. Non che per Barbarin la presunzione d’innocenza non valga, ci mancherebbe altro, ma questa riguarderebbe eventualmente il reato di favoreggiamento nei confronti di Preynat, non il fatto che ha taciuto le notizie che gli sono pervenute. E comunque, che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

    Non che la cosa sorprenda. Giusto sette mesi fa pubblicavamo un articolo in cui facevo l’elenco delle sterili promesse vaticane sulla pedofilia, in quel caso parlando delle reazioni negative (per la Chiesa) in Irlanda, e aggiungerne un’altra non è che sia poi così clamoroso. Così come non sorprende il fatto che anche in Francia l’immagine della Chiesa bergogliana non è che sia esattamente splendida; sembra anche che sia in aumento il numero dei battezzati che chiedono di abbandonare formalmente la Chiesa mediante sbattezzo, proprio per via dello squallido teatrino tra Barbarin e Bergoglio. Nel frattempo l’idea più geniale è venuta a Bergoglio pochi giorni fa: ha introdotto tre leggi motu proprio che consentono di agire d’ufficio contro i reati di pedofilia perpetrati nella Città del Vaticano. Quanti bambini pensate possano vivere all’interno delle Mura leonine?

    Massimo Maiurana

    I giri di vite (antiorari) vaticani sulla pedofilia


  • Il Papa sul caso Barbarin: “presunzione di innocenza”

    Il Papa sul caso Barbarin: “presunzione di innocenza”

    Di ritorno dal Marocco il Papa ha chiarito meglio la sua decisione in merito al rifiuto delle dimissioni presentate dal cardinale Philippe Barbarin, condannato in Francia a sei mesi di prigione con la condizionale e in attesa di un processo di appello.

    Nessun processo canonico per Barbarin

    La Santa Sede non ha invece annunciato alcun processo canonico nei confronti di Barbarin come avvenuto nel caso del cardinale George Pell, condannato in Australia a sei anni di prigione e che pure continua a dichiararsi innocente.

    In attesa del verdetto civile

    “Cosa dice la giurisprudenza mondiale? – si è interrogato il Papa sul volo che lo riportava a Roma – Che se una causa è aperta c’è la presunzione d’innocenza. Forse non è innocente ma c’è la presunzione. Una volta ho parlato di un caso in Spagna di condanna mediatica che ha rovinato la vita di alcuni sacerdoti che poi sono stati riconosciuti innocenti. Prima di condannare dal punto di vista mediatico, meglio pensarci due volte”.

    Barbarin ha comunque preferito ritirarsi, prendere un congedo volontario e lasciare al vicario generale gestire l’arcidiocesi finché il tribunale dia la sentenza finale.

    Le critiche contro la Santa Sede

    Le critiche che sono piovute sulla Santa Sede precisano che nel caso di Barbarin Papa Francesco non si è attenuto ai criteri della “tolleranza zero”, ma piuttosto ai principi garantisti che lui stesso ha evocato nel summit vaticano del 21-24 febbraio nei 21 “punti di riflessione” consegnati ai partecipanti.

    https://it.euronews.com/2019/04/01/il-papa-sul-caso-barbarin-presunzione-di-innocenza