Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    Dopo 41 anni di mezze verità e infiniti dubbi, adesso sappiamo che esiste un dossier su Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana la cui esistenza è avvolta in un oscuro mistero dal 22 giugno del 1983. È in Vaticano e contiene informazioni riservatissime. Ed è quello a cui ha sempre fatto riferimento Pietro Orlandi, ma stavolta la conferma è arrivata dal Vaticano stesso, attraverso le parole del promotore di giustizia Alessandro Diddi.

    I dubbi dell’avvocato Sgrò – Chi ha custodito questo fascicolo fino ad ora, si chiede l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgrò, “visto che in più occasioni è stato riferito pubblicamente dalle autorità vaticane che non esisteva alcun fascicolo e che quello di Emanuela Orlandi era ‘un caso chiuso’?”. Non credo sia stato nascosto sottoterra, spiega la Sgrò a FqMagazine e né che potesse contenere ritagli di giornale”. L’avvocato si riferisce agli “echi di stampa” indicati da alcuni prelati come il contenuto del fascicolo su Emanuela. E aggiunge: “Che il contenuto sia importante lo deduco da quanto mi disse l’allora maggiordomo del Papa, il compianto Paolo Gabriele: che il capo della gendarmeria Domenico Giani era furioso e che sarebbe stata una tragedia se quel dossier fosse finito in mano ai media”.

    Al netto dell’entusiasmo Pietro Orlandi, ieri ospite di Pomeriggio24 sul canale RaiNews, non ha nascosto una punta di amarezza: “Il fatto che Diddi dica che è il contenuto è riservato e non divulgabile mi fa pensare che il Vaticano abbia abbandonato il suo cavallo di battaglia: la pista familiare interna. Di quella hanno parlato ed è stata divulgata tantissimo”.

    Il promotore di giustizia del Vaticano – Del fascicolo su Emanuela, Alessandro Diddi ha parlato a margine della presentazione del libro “Il trono e l’Altare. Guerra in Vaticano”. “Il contenuto è riservato”, ha sottolineato. Secondo Pietro Orlandi, che è nato e cresciuto come suo padre e suo nonno tra le mura dello Stato Pontificio e che conosce bene quindi certe dinamiche interne: “Diddi è un laico, in Vaticano un laico non può prendere iniziative personali, non succede mai. Qualsiasi azione che può intraprendere è sempre decisa diversamente. Se dicono che hanno un dossier, c’è volontà a fare chiarezza. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del dossier, anche la segreteria di Stato all’epoca guidata dal cardinal Tarcisio Bertone. Per noi non esiste, mi dissero tutti: per noi il caso è chiuso. Il fatto che il promotore di giustizia del Vaticano dica che lo abbiano trovato come se lo avessero trovato in questi giorni quando era a disposizione, è quantomeno strano. Ma sono contento, meglio tardi che mai. Questa è un’importante ammissione. Peccato perché nel 2012 c’era un’inchiesta aperta in Procura (diretta dal magistrato Capaldo, ndr) e questo dossier avrebbe aiutato.

    Le rivelazioni del maggiordomo del Papa – Che ci fosse questo fascicolo il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi l’ha sempre detto a gran voce. “Quando nel 2011 andai da Monsignor Georg Gänswein, segretario di Papa Ratzinger, lui stesso mi disse che avrebbe chiesto a Domenico Giani (allora capo della gendarmeria in Vaticano, ndr) di cercare tutto quello che c’è in vaticano su Emanuela e da lì è nato questo dossier. La conferma la ebbi da Paolo Gabriele. Nel 2017 feci richiesta di accesso agli atti con l’avvocato Laura Sgrò ma ci fu negato, ci era stato detto: non esiste nessun dossier”: ha sottolineato ieri Pietro Orlandi. Il maggiordomo del Papa protagonista del processo sul primo Vatileaks, qualche anno prima di morire disse al fratello di Emanuela Pietro Orlandi di aver visto un dossier intitolato “Rapporto Emanuela Orlandi” sulla scrivania di Benedetto XVI, ma di non essere riuscito a fotocopiarlo assieme agli altri documenti. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto VI, aveva anche lui ammesso l’esistenza un fascicolo riservato all’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò. Nel 2011, Padre Georg aveva anche dichiarato di voler affidare un’indagine al capo della Gendarmeria vaticana Domenico Giani sulla vicenda di Emanuela ma poi ha ritrattato tutto.

    Il contenuto del fascicolo – Cosa potrebbe contenere di tanto riservato questo fascicolo? Le prove di una gravidanza di Emanuela di cui si è recentemente parlato, dopo la fuoriuscita di alcuni documenti? E che si riallaccerebbero alla ultima pista emersa, quella inglese, secondo cui Emanuela Orlandi sarebbe stata portata a Londra dove avrebbe vissuto in regime di segregazione fino al 1997?

    “Ci ho sempre creduto nella pista di Londra e ho avuto contatti con persone che mi hanno consegnato dei documenti. Credo anche nella nota-spese contenuta nei cinque fogli (pubblicati in un’inchiesta dal giornalista Emiliano Fittipaldi, ndr)”. Questo resoconto, che si ferma con un raggelante “disbrigo per spese finali” e che farebbe pensare al probabile rientro di una salma, per come è scritto, fu ritrovato in una cassaforte di sicurezza del Vaticano insieme ad altri delicati documenti sulla morte del banchiere Roberto Calvi e di Sindona. “Chi conosce la verità sa che quel documento è vero”, ha detto ieri Pietro Orlandi. “In quei fogli si fa riferimento a 190 pagine di allegati mai uscite: forse lì c’è conferma di quanto elencato nella nota. Io ci ho sempre creduto. Soprattutto da quando una persona, che lavorava come segretario particolare del Ministero della difesa mi disse che nell’estate della scomparsa di Emanuela, nell’agosto del 1983 vide che un rappresentante dello Stato Vaticano, il cardinal Piovanelli sollecitò l’allora ministro Spadolini per un volo Roma-Londra dall’aeroporto militare di Ciampino su voli Cai (i velivoli utilizzati dai Servizi Segreti, ndr) per sole quattro persone, e con a bordo solo pilota e copilota. Ci sono troppe coincidenze sul fatto che Emanuela possa essere stata portata a Londra quella stessa estate”.

    La commissione di inchiesta– Secondo l’avvocato Sgrò “In commissione d’inchiesta, l’ex comandante Domenico Giani ha accennato a questo dossier parlando di una ricostruzione storica che per essere attendibile dovrebbe contenere elementi da parte di persone che in quel periodo storico potevano fornire elementi utili sulla vicenda. Potrebbe contenere dichiarazioni di persone che all’epoca la Procura stessa cercava ma che non hanno fornito la testimonianza. Persone con ruoli apicali e che avrebbero potuto dare un contributo. Parlo anche di laici, dei gendarmi coinvolti, non mi stupirei se dentro ci fosse la testimonianza di Raul Bonarelli. Il dossier potrebbe contenere anche informazioni finanziarie, per valutare se sono stati fatti movimenti economici in relazione al sequestro di Emanuela: on dimentichiamo che ci fu uno scambio importante tra il Segretario di Stato Agostino Casaroli e i presunti rapitori”.

    “La commissione può richiedere questo dossier, mi auguro sia consegnato intonso com’è stato creato”, ha sottolineato Pietro Orlandi con riferimento alla commissione bicamerale di inchiesta che sta indagando sul mistero della scomparsa della ragazza. Per ottenere il dossier, la commissione di inchiesta dovrebbe fare una richiesta di rogatoria internazionale allo Stato Vaticano. “Una richiesta di cui abbiamo già parlato in commissione e che sarà oggetto di valutazione nel prossimo ufficio presidenza. Pietro Orlandi può stare tranquillo”: ha replicato in studio l’onorevole Dario Iaia, membro della bicamerale. E lui, il fratello di Emanuela, non sembra avere dubbi: “La verità verrà fuori per forza, non possono più fermarla. Ma è così pesante che non riescono a uscire dalla scomparsa ragazzina, dietro c’è qualcosa di grave che tocca quell’istituzione, il Vaticano. Ma il Vaticano è anche parte della mia famiglia da cui c’è stato un tradimento: verso mia sorella e verso la nostra famiglia”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/29/emanuela-orlandi-dossier-avvocato-amiglia/7785547/

  • LA FANFARA DEI CARABINIERI DI PALERMO HA RINUNCIATO ALLA FESTA RELIGIOSA DELLA “VIRGO FIDELIS” PRESIEDUTA DAL VESCOVO ROSARIO GISANA

    LA FANFARA DEI CARABINIERI DI PALERMO HA RINUNCIATO ALLA FESTA RELIGIOSA DELLA “VIRGO FIDELIS” PRESIEDUTA DAL VESCOVO ROSARIO GISANA

    La locandina dell’evento, patrocinato dal Comune, è stata diffusa su vari profili Facebook, compreso quello del parroco Osvaldo William Brugnone della chiesa madre di Pietraperzia, in provincia di Enna, ma all’improvviso tutto è stato rimandato a data da destinarsi, ufficialmente “per ragioni organizzative”.

    A quarantotto ore dalla festa della “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri, con l’esibizione della fanfara del XII reggimento Palermo e la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, prevista per domenica mattina nella chiesa madre di Pietraperzia, è arrivata al comando generale dell’Arma dei carabinieri una lettera di “indignazione”.

    A firmarla, Antonio Messina, fra gli animatori del comitato “Non accetto prediche da chi copre un abuso”, che ha denunciato gli abusi di don Giuseppe Rugolo, subiti quando aveva 16 anni. Rugolo è stato condannato lo scorso marzo a quattro anni e mezzo per violenza sessuale aggravata su minori.

    Nella lettera Messina trova “inaudito che l’Arma dei carabinieri richieda, in occasione delle celebrazioni che vedono le forze dell’ordine protagoniste, la presenza del vescovo che, come rassegnato dal tribunale penale di Enna nella sentenza emessa in 5 marzo, all’esito del noto processo a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo ‘ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione’”.

    […] Infine un appello: “Vi chiedo di valutare l’opportunità della presenza del vescovo Rosario Gisana alle celebrazioni dedicate alla “Virgo Fidelis”, patrona dell’arma dei carabinieri che, come tutte le altre forze di polizia, deve rispondere alla procura della Repubblica e al tribunale, istituzioni che hanno severamente condannato l’operato dell’ordinario diocesano”.

    L’appello non deve essere caduto nel vuoto, se quasi alla vigilia di una festa religiosa così importante tutto è stato rinviato “a data destinarsi”, come fa sapere lo stesso comando provinciale dei carabinieri di Enna. […]

    https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/musica-finita-vescovo-ndash-fanfara-carabinieri-415828.htm

  • Sacerdote in espiazione anticipata

    Sacerdote in espiazione anticipata

    Il sacerdote arrestato in agosto per presunti abusi sessuali ha cominciato a espiare anticipatamente la pena. Nelle scorse ore è stato quindi trasferito dalla Farera alla Stampa.

    La sua carcerazione preventiva sarebbe scaduta venerdì; cosa che avrebbe implicato, da parte degli inquirenti, una nuova richiesta di proroga. La misura non si è però resa necessaria, proprio perché il prete ha scelto – come detto – di rimanere dietro le sbarre in vista del processo.

    L’inchiesta, che sembra ormai alle battute finali, è coordinata dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni.

  • Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

    Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

    Nel cuore dell’estate, una lettera ha toccato particolarmente la redazione di Réforme, il giornale protestante francese. Così racconta in un articolo la giornalista Alice Papin. A 81 anni, Catherine (il suo nome è stato cambiato) confida di sentirsi stupita quando di leggere articoli «che mettono in luce i problemi degli ecclesiastici cattolici, problemi che vengono spiegati con il celibato imposto loro dai voti» perché lei stessa, da bambina, è stata vittima di abusi sessuali da parte di un pastore riformato in pensione, di circa sessant’anni, sposato, padre di quattro figli figlie e persino nonno. Ha raccontato di aver completamente seppellito questi fatti, riemersi vent’anni fa, al momento del suicidio di suo figlio, durante uno scambio con uno psicologo. «Ho continuato ad andare avanti nella vita senza pormi domande, senza sapere da dove venisse il mio disagio. Ho messo tutte le mie forze per adattarmi».

    La storia di Catherine non è isolata all’interno del protestantesimo. Nel desiderio di riparare gli abusi sessuali commessi contro minori o persone vulnerabili, la Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) ha deciso di unirsi alla Commissione di riconoscimento e riparazione (Crr) alla fine di ottobre; una decisione annunciata in un comunicato stampa diffuso il 7 novembre. Questa scelta si inserisce nel quadro delle azioni intraprese a sostegno delle vittime di violenza, secondo Emmanuelle Seyboldt, presidente del consiglio nazionale dell’EPUdF: «Due anni fa, abbiamo creato una cellula di servizio di ascolto professionale e indipendente per combattere molestie, discriminazioni, abusi di potere e violenza all’interno della Chiesa. Alcuni mesi fa, i membri della cellula ci hanno raccontato della loro incapacità di sostenere le vittime di abusi di venti o trent’anni fa, che si aspettano qualcosa di diverso dal semplice ascolto da parte della Chiesa. Ci è sembrato allora fondamentale trovare persone competenti che li aiutassero a superare questi vecchi traumi».

    Percorso di supporto

    Diversi motivi hanno portato l’EPUdF a scegliere il Crr come organismo terzo, spiega Emmanuelle Seyboldt: l’esperienza di questa organizzazione, che ha sostenuto un migliaio di persone dalla sua creazione; l’importanza attribuita alla giustizia riparativa nel percorso di conciliazione, in coerenza con le convinzioni dell’EPUdF ; il fatto che il Crr è un ente del tutto indipendente dalla Chiesa, composto da membri di diverse fedi, anche protestanti, tutti reclutati per le loro competenze; e, infine, la straordinaria personalità di suor Véronique Margron, alla guida della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia e iniziatrice della Crr. «La giustizia riparativa, che pone il dialogo al centro del suo approccio, sembra essere lo strumento più adatto per sostenere le vittime e consentire la chiusura di storie che, decenni dopo, continuano a perseguitarle», afferma Emmanuelle Seyboldt.

    All’interno del Crr, le vittime delle persone che ricoprono responsabilità nell’EPUdF beneficeranno dello stesso sostegno di coloro che hanno subito abusi nella Chiesa cattolica. «Abbiamo ideato un programma di sostegno che cerchiamo costantemente di migliorare», spiega Antoine Garapon, presidente del Crr. Questo percorso si svolge in diverse tappe fondamentali: prima l’udienza, poi una valutazione effettuata da due referenti attraverso uno strumento di analisi che permette di misurare l’impatto della violenza sessuale sulla vita delle vittime, e infine la riparazione, decisa in assemblea plenaria da parte di una commissione. La riparazione avrà un tetto massimo di 60.000 euro. È importante non confondere risarcimento e riparazione. Il risarcimento, che mira a risarcire materialmente una perdita, non può applicarsi qui, perché non può riparare una vita spezzata da uno o più atti violenti. Ciò che offriamo è una forma di riparazione simbolica, un riconoscimento ufficiale dei fatti e della sofferenza che ne deriva. La cifra stanziata serve semplicemente a dare più peso a questa parola di riconoscimento.»

    Nessuna “deriva sistemica”

    Dal punto di vista finanziario, sarà la Chiesa protestante unita, a livello nazionale, a sostenere i costi della riparazione, e non le Chiese locali. Per quanto riguarda il processo di giustizia riparativa, le sue modalità saranno definite caso per caso, in un dialogo tra la vittima e l’organismo interessato (consiglio presbiterale, regionale o nazionale). Ci si può tuttavia chiedere perché l’EPUdF, prima di aderire al Crr, non abbia avviato un’indagine indipendente su larga scala, come avvenuto nella Chiesa cattolica attraverso la Commissione Ciase, per valutare l’entità degli abusi nel protestantesimo.

    «Ogni vittima è una di troppo; per questo riconosciamo la responsabilità della Chiesa in questa violenza e stiamo adottando misure concrete, spiega Emmanuelle Seyboldt, sempre dalle colonne del giornale Réforme. Tuttavia, il funzionamento dell’EPUdF, caratterizzato in particolare dalla collegialità dei suoi organi e dalla limitazione dei mandati, sembra proteggerci da una deriva sistemica all’interno della nostra organizzazione. Ma la Chiesa protestante unita non è immune alla violenza, come la società francese.» Secondo Emmanuelle Seyboldt, dalla sua creazione, il numero di chiamate ricevute dall’unità d’ascolto riguardanti violenze passate contro minori o persone vulnerabili rimane molto limitato e «si conta sulle dita di una mano».

    Fattori aggravanti

    Ma le vittime scelgono sempre di farsi avanti? Per quanto riguarda la violenza attuale, gli abusi si potrebbero contare sulle dita di due mani o forse di più. «Quando affermiamo, come nel rapporto della commissione etica e società della Federazione protestante di Francia sulla violenza sessuale e spirituale, pubblicato nel febbraio 2023​​​​​​​, che non esiste alcun abuso caratteriale sistemico all’interno del protestantesimo, questo non significa in alcun modo che questa violenza non esista tra noi», precisa Valérie Duval-Poujol, vicepresidente della Federazione protestante di Francia, impegnata nella sensibilizzazione sugli abusi spirituali e sessuali. Secondo la teologa battista gli abusi sono numerosi e, forse a causa della minore visibilità mediatica dei casi protestanti, la parola non è ancora stata del tutto diffusa. Osserva che, sul campo, pastori specializzati nel sostegno o psicologi incontrano ogni settimana le vittime. Se alcuni aspetti del protestantesimo possono limitare la violenza, ci sono anche, secondo Valérie Duval-Poujol, fattori aggravanti: rapporti di potere, una sopravvalutazione della figura pastorale posta a modello, tabù sulla sessualità o addirittura disuguaglianze tra uomini e donne.

    La Commissione per il riconoscimento e la riparazione

    La Commissione Riconoscimento e Riparazione (Crr) è stata creata nel novembre 2021, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (Ciase), che stimava in 320.000 il numero delle vittime di abusi sessuali da parte di religiosi e laici persone nella Chiesa cattolica tra il 1950 e il 2020. Questo rapporto ha suscitato uno shock ben oltre i confini della Chiesa di Francia. Allo stesso tempo è stata istituita l’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (Inirr). Queste due organizzazioni indipendenti condividono lo stesso obiettivo: riconoscere e riparare questi massicci abusi. Tuttavia, la Crr prende in considerazione la violenza commessa all’interno delle congregazioni religiose, mentre l’Inirr si concentra su quella perpetrata dai membri delle diocesi della Conferenza episcopale di Francia.

    Il Sinodo della Chiesa tedesca affronta a sua volta il tema degli abusi

    Il tema degli abusi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche sta avendo un grosso peso anche nel Sinodo della Ekd, la Chiesa evangelica in Germania, in corso fino a domani 13 novembre a Würzburg. La chiesa evangelica tedesca proprio un anno fa è stata scossa dalle dimissioni della sua presidente, la pastora Annette Kurchus, accusata di aver celato un caso di violenza sessuale all’interno della sua comunità.

    L’Ekd, che federa chiese evangeliche e luterane tedesche per un totale di circa 25 milioni di persone, ha istituito negli scorsi anni un Forum sulla partecipazione alla violenza sessuale che durante il Sinodo in corso ha presentato un piano d’azione in materia.

    Una delle misure raccomandate riguarda la revisione della politica di protezione dalla violenza dell’Ekd, che dovrebbe garantire standard uniformi di prevenzione, intervento e sostegno. La creazione di un ufficio di mediazione dovrebbe consentire un sostegno migliore e indipendente alle persone colpite. Un altro punto centrale è una profonda sensibilizzazione della Chiesa e della diaconia.

    «Lo studio di revisione del forum ci ha dimostrato all’inizio dell’anno che non abbiamo ancora raggiunto il punto sperato in termini di trattamento e prevenzione», ha affermato la presidente del Sinodo Anne-Nicole Heinrich. «Sono  grata che siamo riusciti a tradurre le raccomandazioni in misure concrete. Nella Chiesa protestante e nella Diakonia tutti sono ora chiamati a partecipare coerentemente all’attuazione, con tutte le nostre energie e senza se e senza ma».

    Uno studio scioccante

    Il riferimento è all’analisi fortemente voluta dalla stessa Ekd che lo ha finanziato tre anni fa con ben 3,6 milioni di euro di investimento, all’indomani  dell’emergere di varie testimonianze di abusi raccolte nel tempo. Lo studio fa parte di un pacchetto completo di misure per la protezione dagli abusi e molestie sessuali, che il Sinodo Ekd ha deciso di adottare a novembre 2018 (avevamo parlato qui dei numeri inquietanti degli abusi anche in seno alla Chiesa evangelica in Germania). Da allora, la Chiesa evangelica ha istituito un consiglio consultivo per la protezione contro la violenza. Ci sono commissioni indipendenti nelle chiese regionali che riconoscono l’ingiustizia che si è verificata. La protezione contro la violenza è stata anche incorporata nei regolamenti legali tramite una direttiva transnazionale sulla protezione della violenza.

     I dati sono effettivamente sconvolgenti: il team di ricerca indipendente ha identificato almeno 2200 vittime accertate, che sommate ai casi in fase di accertamento, potrebbero portare a oltre 9 mila i minori vittima di abusi nella Chiesa evangelica dal 1946 a oggi, con un numero di presunti abusatori che supererebbe le 3 mila unità. Un terzo fra loro sarebbero pastori e vescovi, gli altri operatori che lavoravano per organizzazioni legate alla chiesa, Diaconia in particolare.

    «Il riconoscimento non è solo una questione di soldi», sottolinea Detlev Zander, portavoce delle vittime nel Forum. «Rappresenta un atteggiamento che la Chiesa dovrebbe e deve mostrare verso il mondo esterno. Il riconoscimento si riflette anche nel fatto che la Chiesa abbia il coraggio di intraprendere nuove strade».

    Nella riunione di Würzburg il Sinodo vuole decidere anche altre misure che consentano di trarre conclusioni dallo studio presentato a gennaio sulla portata della violenza sessuale nella Chiesa protestante e nella diaconia. 

    In Inghilterra l’arcivescovo Justin Welby sulla graticola

    Quanto il tema sia centrale per il futuro delle chiese, soprattutto per quanto riguarda la loro credibilità, lo dimostra anche il caso, scoppiato in queste ore, che riguarda l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, primus inter pares della Comunione anglicana. Caso che in realtà sarebbe già stato noto da tempo alle autorità ecclesiastiche; da qui le feroci critiche in corso.

    L’arcivescovo  Welby sta affrontando una crescente pressione per dimettersi dopo che una commissione indipendente chiamata a valutare l’operato in tema di abusi sessuali della Chiesa d’Inghilterra ha concluso in parte che Welby «poteva e avrebbe dovuto» denunciare le accuse alle autorità un decennio fa, quando venne a conoscenza per la prima volta di una losca vincerà di violenze.

    La controversia si concentra su un’indagine sulle accuse di abusi contro John Smyth, accusato di attacchi «continui, brutali e orribili» su oltre 100 ragazzi e giovani uomini mentre frequentavano campi cristiani alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. L’indagine indipendente è stata commissionata nel 2019 dal National Safeguarding Team della chiesa. I suoi risultati sono stati pubblicati e divulgati la scorsa settimana, il 7 novembre.

    «Nonostante i notevoli sforzi compiuti da singoli individui per portare all’attenzione delle autorità competenti la portata e l’orrore della condotta di Smyth, anche da parte delle vittime e di alcuni membri del clero, le misure adottate dalla Chiesa d’Inghilterra e da altre organizzazioni e individui sono state inefficaci e non hanno né completamente esposto né impedito ulteriori abusi da parte sua», afferma il rapporto investigativo.

    «Netta mancanza di empatia e tendenza a minimizzare la questione»

    Il giorno della pubblicazione del rapporto, Welby ha rilasciato delle scuse pubbliche per non essersi assicurato che «la terribile tragedia fosse indagata energicamente» e per non aver incontrato rapidamente le vittime di Smyth. 

    Welby e altri alti funzionari della Chiesa d’Inghilterra sono venuti a conoscenza per la prima volta delle accuse di abusi contro Smyth nell’agosto 2013 (11 anni fa!), afferma il rapporto, ma «c’è stata una netta mancanza di empatia mostrata da queste figure di alto livello e una tendenza a minimizzare la questione, dimostrata dall’assenza di ulteriori interrogatori e follow-up».

    La polizia inoltre ha aperto un’indagine penale su Smyth nel 2017 in risposta alle informazioni rese pubbliche quell’anno in un documentario televisivo. Smyth è morto nel 2018 all’età di 75 anni. All’epoca, si diceva che si trovasse in Zimbabwe e che fosse in procinto di essere estradato per affrontare le accuse in Inghilterra.

    Ieri 11 novembre, Helen-Ann Hartley, vescova di Newcastle, ha chiesto le dimissioni di Welby.

    «Penso che sia molto difficile per la chiesa, in quanto chiesa nazionale e consolidata, continuare ad avere una voce morale in qualsiasi modo, forma o aspetto nella nostra nazione, quando non possiamo mettere ordine in casa nostra per quanto riguarda qualcosa di così criticamente importante come gli abusi» ha detto Hartley alla BBC.

    Separatamente, un membro del Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra, il reverendo Robert Thompson, ha lanciato una petizione su Change.org chiedendo a Welby di dimettersi. A ieri sera, aveva ricevuto più di 7.000 firme virtuali.

    L’Episcopal News Service ha contattato l’ufficio stampa di Welby a Lambeth Palace per chiedere un commento e un portavoce ha rimarcato che «L’arcivescovo ribadisce il suo orrore per la portata dell’abuso di John Smyth. Welby si è scusato profondamente sia per i suoi fallimenti e omissioni, sia per la malvagità, l’occultamento e l’abuso da parte della chiesa in senso più ampio».

    Welby, secondo la dichiarazione, «non era a conoscenza o sospettava delle accuse prima che gli venissero comunicate nel 2013» e non ha intenzione di dimettersi. Spera, tuttavia, che il rapporto investigativo supporti «il lavoro in corso per costruire una chiesa più sicura qui e in tutto il mondo».

    Un storia nota da decenni

    Un’indagine del 1982 condotta segretamente dall’Iwerne Trust, che finanziava i campi estivi, fu insabbiata. Il Winchester College, la scuola pubblica frequentata da molte delle vittime, proibì a Smyth di entrare nei suoi locali ma non denunciò i suoi crimini alla polizia.

    Smyth si trasferì nello Zimbabwe, dove continuò ad abusare di ragazzi e dovette affrontare le accuse di aver ucciso un ragazzo di 16 anni in un campo estivo nel 1992. Il caso fu archiviato. Smyth si sposto quindi in Sudafrica, dove nel 2017 fu rimosso dall’incarico di leader della sua chiesa locale a Città del Capo dopo accuse di comportamento inappropriato.

    Welby aveva incontrato Smyth quando faceva volontariato nei campi estivi dell’Iwerne Trust nel Dorset. Nel 2017 disse: «Per come lo ricordo, era un oratore affascinante, delizioso, molto intelligente e brillante. Non ero un suo caro amico, non ero nella sua cerchia ristretta o nella cerchia ristretta della dirigenza del campo, tutt’altro».

    Il rapporto della scorsa settimana ha affermato che Welby «potrebbe non essere stato a conoscenza dell’estrema gravità dell’abuso, ma è molto probabile che avesse almeno un livello di conoscenza del fatto che John Smyth fosse motivo di preoccupazione».

    Nel 2013, pochi mesi dopo che Welby aveva assunto il suo ruolo di arcivescovo, lui e altre figure di alto livello sono stati informati delle accuse. La scorsa settimana Welby ha riconosciuto di non aver «garantito che ciò fosse perseguito con la stessa energia e spietatezza di quanto avrebbe dovuto essere». È stato, ha detto, un «fallimento davvero vergognoso».

    Da quando Welby è diventato arcivescovo, la Chiesa d’Inghilterra ha pubblicato una serie di rapporti sulla sua gestione dei casi di abusi. Quasi tutti hanno trovato prove di occultamento, insabbiamento e sforzi per contenere i danni alla reputazione.

    La Chiesa d’Inghilterra ha investito denaro e risorse nei suoi sforzi per migliorare la tutela e correggere gli errori del passato. Ci sono stati alcuni miglioramenti, ma la maggior parte dei sopravvissuti afferma che nel complesso la risposta della chiesa è stata incoerente e spesso dannosa.

    Ciò che contraddistingue questo caso è che Welby vi è personalmente coinvolto. Era nei campi estivi quando Smyth, un uomo che ammirava molto, metteva in atto i suoi abusi. Era in una posizione di potere quando i sopravvissuti si sono fatti avanti e non è intervenuto. La Chiesa d’Inghilterra ha tergiversato sulla revisione commissionata sui crimini di Smyth. Non c’è da stupirsi che le richieste di dimissioni di Welby stiano aumentando.

    Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

  • Orribile scoperta: monaco compie abusi sessuali su un minorenne

    Orribile scoperta: monaco compie abusi sessuali su un minorenne

    Il monaco, appartenente all’Abadia di Montserrat, ha accettato una condanna a due anni di carcere dopo aver ammesso di aver abusato sessualmente di un ragazzo di 17 anni nel maggio 2019.

    Condanna per abusi a un monaco di Montserrat

    La sentenza è stata emessa dalla sezione sesta dell’Audiencia di Barcellona dopo un accordo tra le parti. Inizialmente, la procura aveva richiesto una pena di cinque anni, ridotta successivamente in virtù delle attenuanti riconosciute, quali la confessione e la riparazione del danno. Il monaco, infatti, aveva depositato 25.000 euro come risarcimento per la vittima, un importo superiore a quello stabilito dal tribunale.

    Il monaco, che aveva ricoperto il ruolo di vicerettore del santuario e coordinatore degli incontri di Montserrat Jove, aveva instaurato un legame di fiducia con la vittima durante una delle attività del programma. Approfittando della relazione, invitò il ragazzo a trascorrere un fine settimana nel monastero, durante il quale si consumarono gli abusi.

    Il monaco si era occupato personalmente dell’alloggio del minore, pagando di tasca propria una stanza presso l’abbazia. La richiesta della difesa di sospendere la pena è stata appoggiata sia dalla procura che dall’avvocato della vittima. Ma sarà il tribunale a decidere in fase di esecuzione della sentenza.

    La posizione dell’Abadia di Montserrat

    In un comunicato ufficiale, l’Abadia di Montserrat ha espresso la propria condanna per l’accaduto, descrivendo i fatti come totalmente contrari ai valori della comunità monastica. La comunità ha chiesto pubblicamente perdono alla vittima e ha sottolineato di aver collaborato fin dal principio con le autorità per garantire un percorso di giustizia riparativa. Il monaco è stato soggetto a misure cautelari canoniche, tra cui la sospensione del ministero e l’allontanamento dal monastero.

    L’Abadia ha ribadito che, terminato il procedimento penale, sarà avviato un processo canonico interno per stabilire ulteriori sanzioni, secondo le norme della Chiesa cattolica. “Siamo profondamente addolorati e proviamo vergogna per questi fatti. Ci impegniamo a continuare a lavorare per prevenire qualsiasi situazione simile in futuro“, ha concluso il comunicato.

    La comunità di Montserrat intende rivedere i propri protocolli di sicurezza per garantire la protezione e il benessere dei minori che frequentano le attività del monastero.

    https://newsmondo.it/monaco-compie-abusi-sessuali-su-un-minorenne-lorribile-storia/cronaca

  • Famiglia di Maria: emessa la sentenza di condanna di p. Gebhard Sigl. E ora?

    Famiglia di Maria: emessa la sentenza di condanna di p. Gebhard Sigl. E ora?

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Abusi del ministero sacerdotale e/o abusi dell’ufficio, nonché omissioni nell’adempimento del proprio ufficio: sono questi i capi d’accusa imputati al co-fondatore, ex superiore e direttore spirituale per trent’anni della Famiglia di Maria (FM) p. Gebhard Paul Maria Sigl, per i quali il tribunale ecclesiastico composto da tre canonisti – il salesiano mons. Markus Graulich, sotto-segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Grzegorz Erlebach (docente di Diritto canonico alla Gregoriana) e Ulrich Rhode (gesuita, decano della Facoltà di Diritto canonico nella stessa università) – ha emesso, il 18 settembre scorso, una sentenza di colpevolezza. E il 5 novembre, il Dicastero competente, quello per il Clero, ha notificato il decreto attuativo, che fornisce le indicazioni per l’applicazione delle pene prescritte nella sentenza. Si chiude così, dopo oltre due anni, il processo ecclesiastico riguardante una figura nel tempo accusata di presunti abusi psicologici e spirituali e di manipolazione mentale da numerosi testimoni e vittime, soprattutto tra gli ex membri della comunità. Come le violenze psicologiche ricostruite grazie alle testimonianze di ex membri nella nostra lunga inchiesta (tra i vari articoli, v. qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui) e testimoniati anche nel libro uscito di recente in Germania Wieder ich selbst di Birgit Abele, che racconta la propria devastante esperienza nei 23 anni vissuti all’interno della comunità.

    La sentenza, nella sua parte dispositiva, che non è stata pubblicata e di cui Adista è venuta in possesso da fonti di area germanofona, oltre alla firma dei tre giudici riporta anche l’approvazione della sentenza da parte di papa Francesco, l’11 ottobre; un dettaglio che comporterebbe per p. Sigl l’impossibilità di ricorrere in appello.

    Del decreto attuativo del Dicastero è stato invece sintetizzato il contenuto in un comunicato pubblicato sul sito della Famiglia di Maria il 6 novembre. Vi si cita l’emanazione della sentenza, notificata a mons. Daniele Libanori, commissario pontificio della Pro Deo et Fratribus – Famiglia di Maria (PDF-FM) e del braccio sacerdotale Opera di Gesù Sommo Sacerdote (OJSS) «disponendo che tutti i membri venissero messi al corrente»; si afferma poi che il Decreto è stato notificato al commissario il 31 ottobre, per poi essere trasmesso il 5 novembre «a tutti i vescovi delle Diocesi nelle quali operano le Associazioni OJSS e PDF-FM.

    Ma veniamo intanto al contenuto della parte dispositiva della sentenza.

    Le maglie strette delle interdizioni

    La pena comminata prevede alcune interdizioni per la durata di dieci anni: un periodo di tempo che, per un uomo di 75 anni, può essere molto lungo.

    Queste interdizioni appaiono espresse in modo tale da non prestare il fianco a possibili tentativi di aggiramento: si parla di divieto di risiedere o di permanere giorno e notte in una casa ove vi siano membri della Famiglia di Maria e dell’Opera di Gesù Sommo Sacerdote: non solo quindi nelle comunità, ma anche all’esterno, in un luogo qualsiasi; di divieto di amministrare il sacramento della confessione, ma anche di farne richiesta a un qualsiasi Ordinario; di accettare uffici o incarichi nell’OJSS e nella FM, forse per evitare strategie di rientro; di esercitare la direzione spirituale; di predicare, di guidare ritiri ed esercizi spirituali. Tutto questo, si diceva, per dieci anni.

    La sentenza prescrive anche – in questo caso senza determinazioni temporali – il divieto di intervenire nella gestione dei beni delle associazioni civili, ossia quelle associazioni, create parallelamente alle singole comunità, che in modo indipendente dalla Chiesa (in quanto soggette al diritto civile) gestiscono i beni della Famiglia di Maria. O forse anche associazioni che possano nascere, magari per iniziativa dello stesso Sigl, da questo momento in poi.

    Quanto al Decreto attuativo, esso sembra andare anche oltre rispetto alla sentenza. Dispone infatti che – si legge nel comunicato diffuso sul sito della Famiglia di Maria –  «il Rev. P. Gebhard Paul Maria Sigl per la durata di dieci anni non possa avere relazioni con i membri delle Associazioni OJSS e PDF-FM e non possa esercitare gli uffici del ministero sacerdotale per i fedeli né rivestire ruoli negli organismi amministrativi delle Associazioni; egli inoltre dovrà risiedere in un luogo definito dal Commissario pontificio».

    Dunque si parla qui anche di divieto di officiare pubblicamente la messa (che non era citato nella sentenza), e soprattutto di un luogo di residenza obbligato, per consentire, evidentemente, anche il monitoraggio dell’osservanza delle restrizioni da parte di p. Sigl.

    Le motivazioni

    Se nulla viene riportato, nella sentenza limitata alla parte dispositiva, rispetto alle motivazioni che l’hanno prodotta (ed è grottesco che soprattutto i membri della comunità non ne vengano messi al corrente), qualche elemento può essere tuttavia dedotto indirettamente. Si ha l’impressione che da un lato si sia voluto “sganciare” Sigl dalla comunità, impedendogli di continuare ad avere potere e influenza al suo interno; dall’altro si sia cercato di ridurre drasticamente il suo raggio d’azione a livello pubblico.

    Molto rilevante nella sentenza è la citazione specifica del divieto di portare avanti quella parte del ministero (che comunque appare vietato nel suo complesso nel Decreto) che comporta un rapporto stretto, uno a uno, con altre persone, ossia la confessione e la direzione spirituale. Secondo le testimonianze degli ex membri che abbiamo pubblicato, in effetti, era soprattutto nel rapporto personale che p. Sigl esercitava forme di ricatto psicologico e affettivo e di mistificazione teologica, finalizzate a produrre rapporti di dipendenza, a creare sensi di colpa, a impedire un pensiero autonomo e a legare le persone alla comunità.

    Ci sarebbe poi il capitolo del rapporto di Sigl con le rivelazioni private e in particolare con le cosiddette “apparizioni di Amsterdam” dell’olandese Ida Peerdeman, sua intima amica, riguardanti “Nostra Signora di tutti i popoli”, già condannate come non sovrannaturali dal Vaticano nel 1974 e poi oggetto di un tira e molla fino al 2020, quando il divieto è stato ribadito . La scorsa estate il DDF, con un comunicato diffuso l’11 luglio, ha reso noto e quanto stabilito nel 1974 dall’ex Sant’Uffizio, mettendo la parola fine a un culto problematico. Ma p. Sigl ha sempre diffuso, in questi decenni, nonostante il divieto vaticano, le visioni e le apparizioni della pseudoveggente, scrivendone addirittura un libro. E ci sarebbe anche l’abuso liturgico perpetrato attraverso la concelebrazione della messa negli anni ‘70-’80, insieme al suo mentore p. Joseph Seidnitzer, prete austriaco pluricondannato per abusi sessuali su minori, sui cui crimini Sigl ha sempre taciuto, facendolo passare, in comunità, come un santo, una icona da venerare. In quegli anni, Sigl non era prete; sarebbe stato ordinato sacerdote solo nel 1992, a Fatima, peraltro di nascosto e senza aver compiuto gli studi in seminario. Un’ordinazione valida (fatta da un vescovo, il controverso co-fondatore mons. Pavol Hnilica) ma illecita.

    La sentenza

    In definitiva, come valutare questa sentenza? L’elemento forse più significativo è che le testimonianze e le denunce pervenute contro p. Sigl sono state evidentemente ritenute credibili e verosimili. È importante, considerato che si tratta di uno dei primi processi che non implichino espressamente abusi sessuali, ma abusi spirituali e psicologici e il «sistema di potere messo in atto dal fondatore», come affermava il decreto del Dicastero che, nel 2022, commissariava la comunità della Famiglia di Maria e destituiva Sigl, dopo più di trent’anni di guida della comunità. Una guida ereditata, prima ancora che da Hnilica, dal mentore p. Seidnitzer.

    Questa sentenza, insomma, è già un segnale rilevante, in una Chiesa istituzionale i cui vertici, afferma parlando con Adista l’ex giudice ecclesiastico francese p. Pierre Vignon, «non hanno ancora capito come liberarsi dei manipolatori». Anche la lentezza nell’emissione di questa sentenza è un sintomo del fatto che la Chiesa «è molto indietro, non è ancora attrezzata a fare fronte a questo genere di abusi».

    E per il futuro, solo domande

    Molte domande, però, si pongono e si impongono. Che sarà ora della comunità, che cerca di offrire all’esterno un viso aperto al cambiamento per timore della dissoluzione, ma che, a quanto ci è dato sapere, in gran parte fa ancora quadrato intorno all’ex superiore? Per quanto proseguirà il governo ad interim dei due commissari, mons. Daniele Libanori e suor Katharina Kristofova, nominati dal Dicastero per il Clero in questo ruolo (anche se, stranamente, nel comunicato pubblicato sul sito della FM si parla solo del “Commissario pontificio” e suor Kristofova non viene mai citata)? Chi saranno i nuovi superiori che dovrebbero permettere alla comunità di voltare davvero pagina? In che misura lo stile di governo e il pensiero unico di Sigl avranno contaminato le generazioni più giovani producendo, come la storia di tante nuove comunità ha dimostrato nonostante plurimi tentativi di rifondazione, il perpetuarsi delle stesse dinamiche? Quanto si terrà in conto, nel decreto del Dicastero ancora in embrione, del dolore e del segno indelebile della violenza psicologica, nel corpo e nella psiche, di tanti membri ed ex membri della comunità? E chi si prenderà cura, e come, di chi in coscienza ha scelto di andarsene, e che rischia una ulteriore vittimizzazione?

    https://www.adista.it/articolo/72773

  • 18 novembre 2023 – Giornata europea per la protezione dei minorenni contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale

    18 novembre 2023 – Giornata europea per la protezione dei minorenni contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale

    Il 18 novembre 2023 si celebra l’ottava Giornata europea per la protezione dei minorenni contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale, istituita nel 2015 dal Consiglio d’Europa allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica circa la prevenzione del fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale delle persone di minore età.

    La Giornata promuove l’attuazione della Convenzione di Lanzarote, il cui obiettivo è quello di preservare la salute e lo sviluppo psico-sociale delle ragazze e dei ragazzi vittime di sfruttamento sessuale sotto forma di pornografia e prostituzione minorile, anche alla luce – come riportato nel preambolo della Convenzione – dell’utilizzo sempre maggiore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte dei minori e degli autori di reato.

    Nell’occasione di questa significativa celebrazione, il Dipartimento per le politiche della famiglia rende disponibile il Piano nazionale di contrasto alla pedofilia e alla pornografia infantile, adottato nel 2022 dall’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, in una versione appositamente realizzata per i ragazzi, che hanno anche partecipato alla sua elaborazione.

    L’edizione child-friendly del Piano, predisposta col supporto dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, costituirà, altresì, un allegato alla Relazione al Parlamento sull’attività prevista dalla legge n. 269 del 1998 in materia di contrasto alla pedofilia e alla pedopornografia che il Dipartimento redige ogni anno, e sarà distribuito in versione cartacea il prossimo 20 novembre in occasione dell’evento celebrativo della Giornata italiana per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, nella ricorrenza della firma della Convenzione delle Nazioni Unite del 1989. Il documento rimanda, inoltre, alla versione per ragazzi della Strategia del Consiglio d’Europa 2022/27 sui diritti dell’infanzia (che ha tra gli obiettivi anche il contrasto alla violenza, inclusa la violenza sessuale), la cui versione in lingua italiana è stata elaborata col supporto di un processo di consultazione dei minorenni attivato dal Dipartimento.

    “La lotta al fenomeno dell’abuso dei minori ci riguarda tutti”, dichiara la Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Maria Roccella. “La redazione del Piano nazionale di contrasto alla pedofilia e alla pedopornografia in un formato immediato e più vicino al linguaggio dei ragazzi – afferma la Ministra – può aiutarli ad acquisire una maggiore consapevolezza. Abbiamo infatti il dovere non solo di difendere e tutelare i nostri giovani e giovanissimi, ma anche di informarli e mettere a loro disposizione tutti gli strumenti per vivere la realtà digitale nel modo più corretto, cogliendone le opportunità ed evitando insidie e pericoli”.

    Maggiori informazioni riguardanti gli obiettivi e i principi della Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale sono disponibili nella brochure dedicata del Consiglio d’Europa.

    https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/18-novembre-2023-giornata-europea-per-la-protezione-dei-minorenni-contro-lo-sfruttamento-e-l-abuso-sessuale/#:~:text=Il%2018%20novembre%202023%20si,sfruttamento%20sessuale%20delle%20persone%20di

  • L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

    L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

    Non siamo molto bravi a considerare proporzioni e probabilità. Questa nostra incapacità può portare a conclusioni fuorvianti. Quando parliamo di statistica è importante considerare sia il contesto che i numeri assoluti.

    Nel CICAP ne abbiamo discusso spesso. Per esempio, ne ha parlato Marco Malvaldi nel nostro XIII Convegno Nazionale, che si svolse a Cesena nel settembre del 2015, illustrando il caso del processo a O.J. Simpson (video qui al minuto 16.45).

    Questo processo, che si è svolto a metà degli anni ’90, è stato uno dei casi penali più celebri della storia americana. OJ Simpson, famosissimo giocatore di football americano, diventato poi attore e celebrità da rotocalco, era accusato dell’omicidio della ex moglie e del suo compagno. Nonostante le prove solide presentate dall’accusa, Simpson fu prosciolto. Un momento chiave del processo fu la dimostrazione che Simpson era abitualmente violento con sua moglie e questo deponeva per la tesi dell’accusa. Ma la difesa sostenne che su ogni 2500 donne uccise solo una aveva subito atti di abuso coniugale; quindi la storia di violenze di Simpson sulla moglie non sarebbe stata rilevante, data la scarsa rilevanza della violenza domestica sul numero di femminicidi. Questo ragionamento della difesa si dimostrò efficace ma era sbagliato.

    Come dimostrò Gerd Gigerenzer nel suo libro Reckoning with Risk: Learning to Live with Uncertainty (Penguin, 2003), la probabilità fu presentata fuori contesto. Il ragionamento proposto dall’avvocato della difesa era erroneo, perché non considerava il giusto gruppo di riferimento. L’accusa era che il marito fosse sia autore di violenze sulla moglie (fatto acclarato al processo) sia assassino della stessa. Se si analizza il fatto partendo da questa seconda possibilità, allora le statistiche indicano che la probabilità che un coniuge violento abbia effettivamente ucciso la sua partner è circa del 90%. Su 10 donne che subiscono violenza da parte del partner e vengono poi uccise, 9 sono uccise dal coniuge; un valore molto più alto dello 0,04% che “solo” un femminicidio su 2500 sia preceduto da violenze domestiche implicherebbe. Il processo rimane un momento culturale significativo in America, e in tutto il mondo.

    In un errore simile è incappato il papa di ritorno da un suo recente viaggio in Belgio, a fine settembre 2024: (qui e qui).

    Durante la conferenza stampa sull’aereo che lo riportava a Roma, il 29 settembre 2024, il Pontefice rispose anche a domande sugli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica. Come sempre il Santo Padre dichiarò il suo sdegno e ribadì la sua politica di tolleranza zero su questi soprusi. Ma, pur senza addurlo a giustificazione, affermò anche un concetto che spesso emerge in simili discussioni: che la Chiesa era comunque responsabile soltanto del 3% di tutti gli abusi sessuali commessi (qui, al minuto 8.58). È un esempio di errore di proporzione.

    Sono circa 410.000 i preti nel mondo. Gli uomini adulti sono circa 2,420 miliardi. Gli uomini adulti, escluso il clero, sono 2419,59 milioni. Il clero rappresenta quindi lo 0,00017% della popolazione dei maschi adulti. Cioè il 3% degli abusi sarebbe commesso dallo 0,00017% del campione. Ne deriva che la probabilità che un abuso sessuale venga perpetrato da un prete è 176 volte superiore alla probabilità che l’abusante sia una persona non appartenente al clero.

    Anche se la matematica non rientra tra le questioni oggetto d’infallibilità del Pontefice, il fatto che persino lui cada vittima di fallacie probabilistiche dimostra che è utile discuterne, e prestarci attenzione.

    * Sergio Della Sala è un neuroscienziato. Lavora presso la University of Edinburgh, UK

    Immagine in evidenza: da Pixabay, di Annette_Klingner

    L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

  • Accusato di abusi su bimbe, testimoni di Geova: “Espulso da anni”

    Accusato di abusi su bimbe, testimoni di Geova: “Espulso da anni”

    Il 41enne a processo perché accusato di aver abusato di sette bambine tra il 2014 e il 2018 in un comune dell’hinterland fiorentino, non fa più parte da quasi sei anni della congregazione dei testimoni di Geova, che lo precisa in una nota:

    “Siamo rimasti profondamente sconvolti nel leggere degli atti di violenza a cui sono stati sottoposti alcuni membri della nostra comunità religiosa – scrivono in un comunicato – La persona sotto inchiesta non è più testimone di Geova: è stato espulso dalla congregazione nel dicembre 2018.

    La protezione dei bambini è della massima preoccupazione e importanza per tutti i testimoni di Geova e siamo grati alla procura generale per il prezioso lavoro che sta svolgendo”.

    https://www.firenzedintorni.it/it/abusi-su-bimbe-testimoni-di-genoa-espulso-da-anni.html

  • Prete ricattato: “Dacci i soldi o diremo che sei pedofilo”. Estorti 3mila euro

    Prete ricattato: “Dacci i soldi o diremo che sei pedofilo”. Estorti 3mila euro

    Ricatto a luci rosse, due giovani dipendenti dal crack avrebbero estorto 3mila euro a un sacerdote di Torino. Uno andrà a processo, l’altro è ancora irreperibile.

    “Dacci i soldi o diremo che sei un pedofilo”, gli hanno detto. Ma era tutto falso. La storia, raccontata dalla Stampa, è l’ennesima dimostrazione del boom del crack in città, che sta provocando un’impennata di reati, dalle rapine alle spaccate.

    Il ricatto nei confronti del prete sarebbe andato avanti per 7 mesi, da febbraio ad agosto del 2023: 15 gli episodi contestati, gli avrebbero tolto anche dei cellulari.

    Il giovane individuato ha confessato e ha scelto il rito abbreviato.

    https://www.rainews.it/tgr/piemonte/articoli/2024/10/prete-ricattato-dacci-i-soldi-o-diremo-che-sei-pedofilo-estorti-3mila-euro-7fb91251-425b-49cf-93e1-4b341a50f27b.html