Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciato per abusi davanti a Prevost

    Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciato per abusi davanti a Prevost

    La notizia del suo decesso è stata diffusa martedì dai media locali di Ferreñafe, località nella cui parrocchia di Santa Lucía figurava come vicario parrocchiale secondo i registri diocesani. La Diocesi di Chiclayo non ha emesso per il momento alcun comunicato ufficiale.

    Una denuncia che non è mai stata indagata

    Secondo la documentazione del caso a cui ha avuto accesso InfoVaticana, i fatti attribuiti a Yesquén risalgono al 2006, quando il sacerdote, allora di 39 anni, avrebbe imposto baci di carattere libidinoso a una minore di 10 anni nella casa parrocchiale di La Victoria (Chiclayo), in episodi che si sarebbero ripetuti per almeno un anno. La denunciante è Ana María Quispe, che anni dopo ha reso pubblica la sua storia dopo aver constatato che le sue denunce alla Chiesa non producevano alcun effetto.

    Nella stessa casa parrocchiale conviveva con Yesquén il sacerdote Eleuterio Vásquez Gonzales, il noto «padre Lute», denunciato dalle stesse vittime per fatti di estrema gravità: le testimonianze descrivono trasferimenti di bambine di 9 e 11 anni, con il pretesto di presunte attività missionarie, in un alloggio isolato nella sierra di Ferreñafe, a sei ore dalle loro case, dove il sacerdote pernottava da solo con loro in un unico letto e compiva sfregamenti di carattere sessuale. Come ha riconosciuto pubblicamente l’allora amministratore apostolico Guillermo Cornejo, Vásquez arrivò ad ammettere i fatti.

    La prima notitia criminis su Yesquén arrivò all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Prevost, nel marzo 2020, tramite una telefonata della vittima. Il canone 1717 del Codice di Diritto Canonico obbliga l’Ordinario ad aprire d’ufficio un’indagine preliminare davanti a qualsiasi notizia verosimile di reato. La risposta che la denunciante riferisce di aver ricevuto fu l’invito a rivolgersi alla via civile, che in Perù si era prescritta da anni. In sede canonica, invece, il reato non era prescritto: il termine è di vent’anni contati dalla maggiore età della vittima, e il Dicastero per la Dottrina della Fede può inoltre dispensarlo. Nessuna indagine fu aperta.

    Nell’aprile 2022, le tre denuncianti furono ricevute da Prevost nel vescovado. Su Yesquén, secondo la loro testimonianza, il vescovo comunicò loro che il sacerdote si trovava «in depressione» e allontanato dalle sue funzioni, per cui non si procedeva ad alcuna azione. I registri pubblici offrono un’altra immagine: nel giugno 2020, cinque mesi dopo la prima denuncia, Yesquén portava il ciborio con il Santissimo in processione pubblica per Chiclayo; le pubblicazioni ufficiali della diocesi lo mantengono come vicario parrocchiale di Santa Lucía de Ferreñafe almeno fino a gennaio 2023; e risulta la sua presenza alla Messa Crismale del 2023, come riconosciuto da un sacerdote diocesano in una conversazione registrata.

    Contro Yesquén non fu mai emanata alcuna misura cautelare. Contro Vásquez, il decreto di Prevost dell’aprile 2022 impose sì misure, ma il suo contenuto, letto integralmente dall’istruttore del caso davanti alle vittime e rivelato da questo mezzo, si limitò a due restrizioni: la cessazione dal suo ufficio di parroco di Ciudad Eten e il divieto di confessare. Non fu sospeso dal ministero pubblico, e di fatto risulta graficamente che continuò a celebrare messa, persino concelebrando insieme al vescovo nella cattedrale.IMG 20260723 WA0001 753x600

    Esistono inoltre fotografie diffuse sui social network, datate 12 gennaio 2023, in cui l’allora vescovo Prevost appare in una celebrazione di compleanno insieme a Yesquén, vestito da chierico, e altri sacerdoti della diocesi: quasi tre anni dopo la prima denuncia e nove mesi dopo la seconda.

    Un’incapacità dichiarata e mai accertata

    IMG 20260723 WA0000 616x600Quando il caso trapelò sui media peruviani alla fine del 2023, la diocesi spiegò che Yesquén si trovava «in precarie condizioni di salute», in una casa di riposo, e che non sarebbero stati formulati capi d’accusa contro di lui. Nel settembre 2024, un comunicato ufficiale precisò che il sacerdote soffriva di una «grave malattia degenerativa» che gli impediva di difendersi, «per cui non si può aprire un procedimento contro di lui», e aggiunse che «da anni non esercita il ministero sacerdotale», affermazione che contrasta con i registri diocesani del 2023 precedentemente citati.

    Tale incapacità non fu mai accertata davanti alle vittime mediante perizia medica indipendente, come prevedono i canoni 1574 e 1577. Nell’ottobre 2025, le denuncianti chiesero formalmente al Dicastero per la Dottrina della Fede l’inserimento nel fascicolo della documentazione clinica di Yesquén: un referto medico del 2020 che attestasse l’incapacità dichiarata e un altro aggiornato che determinasse la sua situazione. La richiesta non ha ottenuto risposta.

    Le vittime non accettano la chiusura fasulla del caso

    La morte di Yesquén estingue la possibilità di un processo contro la sua persona, ma non risolve il caso. Le vittime sostengono che né questo esito né la soluzione data al fascicolo di Vásquez —chiuso nel 2025 senza giudizio né sentenza sul merito mediante la dispensa dallo stato clericale richiesta dallo stesso sacerdote e firmata da Leone XIV, nonostante l’esplicita richiesta delle denuncianti che la causa giungesse alla sua conclusione— costituiscono chiusure conformi al diritto, e che sussiste integra la responsabilità per il modo in cui entrambi i fascicoli furono gestiti: l’omissione del dovere di indagare che il canone 1717 impone all’Ordinario, l’insufficienza delle misure cautelari, il rinvio reiterato a una via civile prescritta e il diniego di accesso alla documentazione che si mantiene dal 2022. La normativa pontificia vigente —da Vos estis lux mundi a Come una madre amorevole— contempla la negligenza delle autorità ecclesiastiche davanti a denunce di abusi come condotta di per sé sanzionabile.

    Non si tratta solo della valutazione delle denuncianti. Lo stesso delegato istruttore del caso, Giampiero Gambaro, qualificò davanti alle vittime l’indagine preliminare istruita sotto Prevost come «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità».

    A oggi, le vittime mantengono costanti azioni legali, in sede canonica e civile, per far sì che il caso prosegua e si faccia giustizia: richieste di accesso al fascicolo, istanze di esecuzione di atti istruttori mai compiuti e scritti elevati a diverse istanze della Santa Sede. La risposta, da mesi, è un silenzio tombale da parte delle diverse istituzioni interpellate.

    La tesi della «cospirazione» che non regge

    Da quando il caso ha raggiunto rilevanza internazionale con l’elezione di Leone XIV, si è tentato di presentarlo come il frutto di un’operazione del Sodalicio de Vida Cristiana o di settori «ultraconservatori» contro il Papa. È la tesi raccolta nella biografia autorizzata del Pontefice firmata da Elise Ann Allen e replicata da media come El País o Religión Digital, che hanno preferito concentrare l’attenzione sui presunti interessi di chi informa del caso piuttosto che sui fatti documentati del fascicolo.

    Questa versione non resiste al confronto con quanto accertato: le denunce del 2020 e del 2022 sono molto anteriori a qualsiasi contesto di conclave; i fatti e le omissioni sono documentati in registri ufficiali, comunicati diocesani e registrazioni degli stessi responsabili ecclesiastici del fascicolo; e la negligenza dell’istruttoria è stata riconosciuta dall’istruttore designato dall’attuale diocesi. Le vittime, che hanno già esposto la loro situazione con una lettera a Papa Francesco nell’ottobre 2024, non fanno parte di alcuna cospirazione: reclamano, attraverso i canali legali della stessa Chiesa, ciò che chiedono dal primo giorno —verità, un’indagine reale e accesso al proprio fascicolo—, e il caso dovrebbe procedere per questa via.

    Lo scorso marzo, Vásquez è riapparso pubblicamente in una celebrazione parrocchiale a Chiclayo accompagnato dal sacerdote Edward Tocto, canonista che ha esercitato come suo avvocato difensore nel processo, attuale vicario giudiziario aggiunto della diocesi e persona di nota vicinanza personale con Robert Prevost fin dai suoi anni a Chiclayo.

    Con la morte di Yesquén, nessuno dei due sacerdoti denunciati sarà mai comparso davanti a un tribunale, canonico o civile. Le questioni che le vittime mantengono aperte davanti alla Santa Sede restano, tutte, in attesa di risposta.

    https://infovaticana.com/it/2026/07/23/muore-senza-essere-stato-indagato-ricardo-yesquen-uno-dei-sacerdoti-di-chiclayo-denunciato-per-abusi-davanti-a-prevost/

     

  • Rupnik assolto?

    Rupnik assolto?

    INCREDIBILE! Apprendiamo da voci insistenti e molto autorevoli che il processo penale, in corso in Vaticano, a carico di don Marko Ivan Rupnik si sarebbe concluso con un esito a lui favorevole.

    Con queste parole il blog Messa in Latino ha dato la notizia che, se confermata, sarebbe senz’altro un inatteso finale della vicenda dell’ex gesuita e artista don Marko Rupnik. Le fonti di MIL restano riservate ma sono autorevoli: l’intenzione sembra quella di far arrivare all’opinione pubblica una sentenza che altrimenti potrebbe rimanere sepolta sotto la consueta omertà della Chiesa.

    Di Rupnik, ex gesuita, artista milionario, amico di papa Francesco e abusatore seriale, ho scritto molto negli ultimi quattro anni; gli ultimi articoli li trovate qui e qui. Tutta la storia dell’ambizioso mosaicista sloveno, dall’ascesa sotto papa Giovanni Paolo II allo scandalo contenuto da Francesco, l’abbiamo raccontata nel podcast La Scomunica e la trovate su Spotify.

    Dall’ottobre 2023 Rupnik è sotto processo canonico per abusi sessuali nei confronti di numerose suore della Comunità Loyola, comunità che lui stesso aveva contribuito a fondare alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso. Lo scorso 13 ottobre il Dicastero per la dottrina della fede ha nominato i cinque giudici (donne e chierici) del tribunale designato a trattare il suo caso; da allora non si è più saputo nulla.

    L’assoluzione sarebbe uno choc per tutti quelli che danno per scontata la dimissione dallo stato clericale del noto mosaicista ma certamente anche un chiaro segnale di come Prevost intende gestire il problema abusi nella Chiesa.

    Infatti, se davvero Rupnik è stato assolto dalle accuse di abusi sessuali, nonostante le testimonianze raccolte dai gesuiti e le vittime che si sono rivolte alla stampa, a cominciare da Gloria Branciani, siamo di fronte a una mossa incredibile – e per molti versi drammatica – di papa Leone XIV.

    Se la notizia fosse confermata, infatti, sapremmo che nella Chiesa la parola di decine di donne che denunciano una violenza sessuale e spirituale non contano nulla di fronte alla figura del sacerdote, soprattutto se famoso e amico di (almeno) un pontefice. Non conta nulla che tutti nella Chiesa sapessero, da decenni, qual era il “vizio” del carismatico artista. Non conta che Rupnik sia già stato scomunicato nel 2020 per “assoluzione del complice in confessione”, cioè per aver assolto la donna con cui aveva avuto rapporti sessuali (un’altra vittima, a cui è stato pagato un risarcimento dalla Compagnia di Gesù). L’unica cosa che conta è il potere, meglio se sostenuto dal denaro, alla faccia della retorica sulla tolleranza zero sugli abusi e sulla richiesta di perdono alle vittime. La Chiesa, con l’assoluzione di Rupnik, segnerebbe un vistoso autogol, le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

    Certo oggi ci sarà movimento, dietro le quinte vaticane. Ci torniamo su presto.

    (nella foto, un mosaico di Rupnik a Lubiana)

    https://federicatourn.substack.com/p/rupnik-assolto

  • Per i periti italiani don Reverberi non potrebbe andare in Argentina

    Per i periti italiani don Reverberi non potrebbe andare in Argentina

    Dal punto di vista cognitivo non ci sarebbero ostacoli alla sua partecipazione ad un giudizio, ma le condizioni fisiche non gli consentirebbero di affrontare il viaggio transoceanico e partecipare di persona ad un processo come quello che lo attenderebbe in Argentina

    Si sarebbero espressi così i periti, nominati dal tribunale di Bologna e chiamati a valutare don Franco Reverberi, sacerdote residente nel Parmense, 88 anni, accusato di diversi crimini contro l’umanità compiuti durante la dittatura civico-militare del 1976-83 nel paese sudamericano.

        Nel 2024 il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva negato l’estradizione per motivi di salute e il processo in Argentina, che il prete lasciò nel 2011, è stato avviato in contumacia.

    Ma nei mesi scorsi l’autorità giudiziaria sudamericana, accogliendo una richiesta della difesa dell’imputato, ha inviato in Italia una richiesta via rogatoria per valutare le condizioni di Reverberi, in ordine alla sua eventuale partecipazione al giudizio.

        La Procura di Bologna, competente distrettualmente, ricevuti gli atti, con il pm Marco Imperato ha chiesto una perizia in incidente probatorio e il Gip Alberto Ziroldi l’ha disposta, nominando il medico legale Matteo Tudini e lo psichiatra Renato Ariatti, che sono andati a visitare il sacerdote nella sua abitazione, in provincia di Parma. Nel procedimento italiano Reverberi è difeso dall’avvocato Franco Magnani.

        Ricevuti gli esiti, il Gip ha ritrasmesso gli atti alla Procura che a propria volta li manderà in Argentina, dove i giudici prenderanno presumibilmente una decisione sulle modalità di partecipazione dell’anziano imputato.

    https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/06/30/per-i-periti-italiani-don-reverberi-non-potrebbe-andare-in-argentina_adcb6865-0b24-4bf6-90f9-b869e934d406.html

  • Mons. Cordileone concorda un risarcimento multimilionario per chiudere oltre 500 casi di abusi nell’arcidiocesi di San Francisco

    Mons. Cordileone concorda un risarcimento multimilionario per chiudere oltre 500 casi di abusi nell’arcidiocesi di San Francisco

    L’arcidiocesi di San Francisco ha raggiunto un accordo per pagare 395 milioni di dollari al fine di risolvere più di 500 cause relative ad abusi sessuali commessi da membri del clero. Il patto, che dovrà essere ratificato nell’ambito della procedura di fallimento avviata dall’arcidiocesi nel 2023, riguarda circa 530 vittime.

    L’accordo arriva tre anni dopo che l’arcidiocesi ha chiesto di accedere al processo di fallimento, una misura adottata dopo la presentazione di centinaia di cause ai sensi della legislazione approvata in California nel 2019, che ha temporaneamente aperto la possibilità di presentare denunce per abusi avvenuti decenni fa.

    Come parte dell’accordo, l’arcivescovo di San Francisco, mons. Salvatore Cordileone, invierà una lettera personale di scuse a ciascuna delle vittime incluse nel processo.

    In un comunicato, Cordileone ha affermato che si augura che l’accordo «offra un percorso verso un risarcimento equo per i sopravvissuti che hanno sopportato il peso di questi abusi per tutta la vita».

    «Accettiamo pienamente la responsabilità per quanto accaduto e chiedo sinceramente perdono a tutti coloro che hanno sofferto», ha aggiunto l’arcivescovo.

    Nuove misure di protezione e trasparenza

    Oltre al risarcimento economico, l’arcidiocesi dovrà attuare una serie di misure volte a rafforzare la protezione dei minori e la trasparenza istituzionale.

    Tra gli impegni assunti figura l’elaborazione e la pubblicazione di un elenco aggiornato di tutti i chierici accusati di abusi, in cui saranno incluse le denunce presentate e l’esito delle indagini corrispondenti. Inoltre, l’arcidiocesi non potrà imporre accordi di riservatezza che limitino la capacità delle vittime di parlare pubblicamente dei fatti.

    I rappresentanti legali dei ricorrenti hanno anche spiegato che un comitato formato da sopravvissuti supervisionerà la distribuzione dei risarcimenti, tenendo conto delle circostanze particolari di ciascun caso.

    Un nuovo accordo multimilionario in California

    L’accordo raggiunto a San Francisco si aggiunge ad altri patti multimilionari chiusi negli ultimi anni da diverse diocesi californiane. Nel 2024, l’arcidiocesi di Los Angeles ha concordato il pagamento di 880 milioni di dollari per risolvere migliaia di richieste di risarcimento per abusi sessuali, il più grande accordo di questo tipo raggiunto fino ad oggi da un’istituzione cattolica negli Stati Uniti.

    L’arcidiocesi di San Francisco conta circa 440.000 fedeli distribuiti tra le contee di San Francisco, Marin e San Mateo. L’accordo rappresenta un nuovo passo nel lungo processo di riparazione alle vittime e di revisione delle politiche di protezione dei minori promosso dalla Chiesa negli Stati Uniti dopo decenni di scandali per abusi sessuali.

    https://infovaticana.com/it/2026/07/02/mons-cordileone-accetta-un-risarcimento-multimilionario-per-chiudere-oltre-500-casi-di-abusi-nellarcidiocesi-di-san-francisco/

  • Don Ciro Panigara condannato a 5 anni per abusi sui bambini. La Diocesi: “Siamo vicini alle vittime”

    Don Ciro Panigara condannato a 5 anni per abusi sui bambini. La Diocesi: “Siamo vicini alle vittime”

    Brescia, 1 luglio 2026 – Cinque anni di reclusione per don Ciro Panigara, sacerdote bresciano accusato di abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi che frequentavano le parrocchie in cui prestava servizio. Si tratta della decisione del giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato.

    L’imputato, 49 anni, era accusato di episodi avvenuti tra il 2011 e il 2014 ai danni di sette minori, all’epoca di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, nelle parrocchie di Adro e di San Paolo, in provincia di Brescia.

    L’accusa
    La Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi. Secondo l’accusa, il sacerdote avrebbe compiuto e fatto compiere ai ragazzi atti di natura sessuale approfittando del rapporto di fiducia instaurato nell’ambito delle attività parrocchiali. Le presunte vittime, pur non avendo presentato denuncia, hanno confermato i fatti durante le indagini.

    Nel corso delle indagini, la Procura ha acquisito anche il contenuto dei dispositivi elettronici in uso al sacerdote e raccolto, tra gli altri elementi, la testimonianza dell’allora vescovo della diocesi, che aveva rimosso il religioso dall’incarico dopo le prime segnalazioni.

    La condanna
    Il giudice ha pronunciato una sentenza di condanna per parte delle contestazioni, mentre per altri cinque episodi ha dichiarato il non luogo a procedere. Sulla determinazione della pena potrebbero aver inciso la prescrizione di alcuni fatti risalenti al 2011 e all’inizio del 2012 e la diversa qualificazione giuridica di alcune condotte. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dall’aprile 2025. La difesa ha annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza.

    La Diocesi: “Vicinanza alle persone coinvolte”
    Intanto la Diocesi di Brescia esprime “rammarico per la vicenda” e ribadisce il proprio impegno a sostegno delle vittime e nella collaborazione con la magistratura. In una nota diffusa oggi, la Diocesi afferma di prendere atto della notizia della condanna a cinque anni per violenza sessuale su minore in primo grado di don Ciro Panigara ed esprime “vicinanza e solidarietà a tutte le persone coinvolte in questa dolorosa vicenda, che ha provocato e provoca dolore e tristezza nell’intera comunità”. La Curia ribadisce inoltre “la piena disponibilità a collaborare con l’autorità civile per la ricerca della verità e il ristabilimento della giustizia” e rinnova l’impegno, attraverso il Servizio diocesano per la tutela dei minori, “ad ascoltare e a prendere in carico le vittime”, oltre che a promuovere “una cultura della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili”.

    https://www.ilgiorno.it/brescia/cronaca/sacerdote-abusi-sessuali-ragazzini-vsqncmfe

  • Abusi su minori, sacerdote condannato a 5 anni a Brescia

    Abusi su minori, sacerdote condannato a 5 anni a Brescia

    Cinque anni di reclusione per don Ciro Panigada, sacerdote bresciano accusato di abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi che frequentavano le parrocchie in cui prestava servizio.

    Lo ha stabilito il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato.
    L’imputato, 49 anni, era accusato di episodi avvenuti tra il 2011 e il 2014 ai danni di sette minori, all’epoca di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, nelle parrocchie di Adro e di San Paolo, in provincia di Brescia.

    La Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi. Secondo l’accusa, il sacerdote avrebbe compiuto e fatto compiere ai ragazzi atti di natura sessuale approfittando del rapporto di fiducia instaurato nell’ambito delle attività parrocchiali. Le presunte vittime, pur non avendo presentato denuncia, hanno confermato i fatti durante le indagini.

    Il giudice ha pronunciato una sentenza di condanna per parte delle contestazioni, mentre per altri cinque episodi ha dichiarato il non luogo a procedere. Sulla determinazione della pena potrebbero aver inciso la prescrizione di alcuni fatti risalenti al 2011 e all’inizio del 2012 e la diversa qualificazione giuridica di alcune condotte. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.

    Nel corso delle indagini, la Procura ha acquisito anche il contenuto dei dispositivi elettronici in uso al sacerdote e raccolto, tra gli altri elementi, la testimonianza dell’allora vescovo della diocesi, che aveva rimosso il religioso dall’incarico dopo le prime segnalazioni. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dall’aprile 2025.

    La difesa ha annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza.

    https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2026/07/01/abusi-su-minori-sacerdote-condannato-a-5-anni-a-brescia_013eae4f-d4f2-450e-890f-c9a0057833a3.html

  • Contesto della situazione del Concordato nella Repubblica Ceca

    Contesto della situazione del Concordato nella Repubblica Ceca

    Gli esperti hanno spesso la sensazione che nulla li sorprenda più nel loro campo di interesse. La Corte costituzionale della Repubblica Ceca ha recentemente stabilito che il Concordato già firmato tra questo Paese dell’Europa centrale e la Santa Sede è contrario al suo ordinamento costituzionale, e poi si dice che il diritto è una disciplina noiosa. E poi si dice che il diritto è una disciplina noiosa. Questa decisione è davvero una sorpresa? Non è forse solo una delle tante manifestazioni della diffidenza nazionale nei confronti delle istituzioni religiose?

    Cento anni prima di Lutero

    La Repubblica Ceca si vanta di essere uno dei Paesi più atei del mondo. È vero, ha profonde radici cristiane e ha dato al mondo molti santi, come il principe San Venceslao e il vicario generale di Praga, San Giovanni Nepomuceno. Ma questa è storia. Oggi, circa 2-3 % della popolazione partecipa alle messe domenicali cattoliche e la Chiesa cattolica è la più grande denominazione del Paese.

  • Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    «È successo anche a me: anche io sono una vittima di Sauro De Luca». Olivia Scuppa, 56 anni, racconta come l’importante padre gesuita, per trent’anni direttore nazionale del Meg, il Movimento eucaristico giovanile, ha approfittato della sua fiducia per abusare di lei quando aveva vent’anni. Dopo la testimonianza dell’eurodeputata del Pd Annalisa Corrado, che ha rivelato a Fanpage di essere stata abusata da De Luca quando era minorenne, un’altra donna testimonia che padre Sauro De Luca, carismatica guida del Movimento giovanile dei gesuiti, era un abusatore seriale, coperto per decenni dai suoi superiori.

    L’attuale responsabile del Meg, padre Renato Colizzi, l’1 ottobre 2024 aveva reso noto di aver appreso di «atti di abuso sessuale su minore perpetrati da padre Sauro De Luca» (morto nel 2012) e di aver deciso di avviare un “Cammino di verità”, cioè un canale di ascolto delle vittime, affidato a Grazia Villani, di cui non si sa molto, se non che ha lavorato per più di vent’anni al Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita. Il “Cammino” parte dal 2010, anno in cui i gesuiti mettono De Luca sotto restrizioni in seguito ad «alcune denunce» di abuso. L’anziano gesuita ammette le sue colpe e muore poco tempo dopo, prima che si concluda il processo canonico a suo carico. I gesuiti, a quel punto, chiudono la pratica e non ne parlano a nessuno. Nel 2024, però, arrivano altre denunce e i responsabili del Meg decidono di approfondire le responsabilità di De Luca con il “Cammino”, rendendosi disponibili ad ascoltare eventuali altre vittime.

    Da questa indagine è scaturito un report che non è ancora stato reso pubblico. Al suo posto, è comparsa il 28 gennaio 2026 sul sito dei gesuiti una relazione sul report, firmata dal provinciale della Provincia euromediterranea della Compagnia di Gesù Ronny Alessio, da cui si evince che le vittime sono 25: venti di padre De Luca e altre cinque di un altro gesuita, vivo, di cui però non si fa il nome. In seguito alle proteste degli ex membri del Meg, in un comunicato del 9 giugno 2026 si motiva la decisione di non divulgare il report per «sensibilità nei confronti delle persone coinvolte». Sull’analisi del report e sulle contraddizioni che emergono dai successivi interventi dei gesuiti, sarà dedicato un articolo specifico.

    La testimonianza di Olivia Scuppa che oggi pubblichiamo non soltanto è coraggiosa e puntuale, ma è anche determinante per capire come Sauro De Luca abbia potuto coltivare indisturbato per tutta la vita la sua «ossessione sessuale» per le ragazze, adolescenti o giovanissime, di cui si circondava.

    Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

    «Sono venuta a conoscenza degli abusi di Sauro De Luca nell’ottobre 2024, quando il responsabile del Meg Renato Colizzi ha comunicato l’avvio del “Cammino di verità” ma la presa di coscienza è durata ben diciotto mesi. Quando padre Colizzi ci ha detto che Sauro aveva fatto cose tremende per noi è stato un trauma: c’è stata una spaccatura fra gli ex Meg perché molti non ci volevano credere, ma Colizzi ha detto che c’erano molte vittime; anzi, ha specificato: “Non so se chiamarle vittime o sopravvissute perché non sono sicuro che siano sopravvissute tutte”. Quando padre Colizzi ha parlato agli ex Meg, non ho realizzato che gli abusi mi riguardavano direttamente. La mia presa di coscienza è durata ben diciotto mesi: soltanto quando ho letto l’intervista ad Annalisa mi sono resa conto che era successo anche a me. Mi sono rivista nella sua testimonianza e ho avuto un conato di vomito. Ho capito che esporsi e parlarne, come ha fatto Annalisa, è la cosa giusta da fare perché altre vittime possano riconoscersi e il caso non passi sotto silenzio».

    Come ha conosciuto padre Sauro De Luca?

    «Frequentavo il Meg già dal liceo ma Sauro De Luca l’ho conosciuto quando andavo già all’università e frequentavo il gruppo giovanile che si riuniva a San Saba, a Roma.

    Alla fine dell’89 siamo stati affidati a Sauro, che era una personalità molto carismatica: lo ammiravamo, aveva un modo di parlare molto convincente, tanto che era un piacere ascoltarlo perché sapeva ancorare la parola di Dio alla vita reale. All’epoca avevo vent’anni ed ero una ragazza inesperta, piuttosto cupa, segnata da una situazione famigliare molto complessa e dolorosa e sono convinta che Sauro mi ha puntato proprio per questo, perché ha visto la mia vulnerabilità. Mi cercava, mi abbracciava, chiedeva sempre di me; io mi sono sentita valorizzata e mi è sembrato naturale raccontargli quello che mi accadeva e che mi faceva soffrire. Si è instaurata subito una grande confidenza fra noi: Sauro mi ascoltava e mi diceva che dovevo volermi bene e che Dio aveva un progetto per me. Parole che possono sembrare banali ma che in quel momento, ferita e timida com’ero, mi hanno consolata e mi hanno dato fiducia in me stessa tanto che, durante una vacanza a Bardonecchia con il Meg, per la prima volta mi sono messa insieme a un ragazzo».

    Sauro De Luca come ha reagito?

    «All’inizio ha recepito l’informazione senza reagire, ma quando gli ho detto che avevo avuto rapporti sessuali ha dato in escandescenze. L’idea che facessi sesso con qualcuno lo mandava fuori di testa: era rabbioso, mi ripeteva che lo avevo deluso. Sauro era ossessionato dal sesso: in genere i preti glissano sull’argomento, invece lui ne parlava tantissimo dicendoci che dovevamo assolutamente rimanere casti fino al matrimonio. Confessargli che avevo fatto l’amore con questo ragazzo mi sembrava quasi un dovere, visto il rapporto stretto che Sauro aveva instaurato con me e l’insistenza con cui argomentava l’obbligo di castità. Questo ragazzo comunque l’ho lasciato dopo pochi mesi, era una storia a distanza che, al di là dell’opposizione di Sauro, non poteva continuare. Ed è a questo punto che si è verificato l’abuso».

    Che cosa è successo?

    «L’estate successiva siamo tornati a Bardonecchia, in montagna. Aveva l’abitudine di chiamare le persone nella sua stanza per parlare in confidenza: ti faceva sdraiare accanto a lui sul letto, ti accarezzava; era molto affettuoso. Dopo ti dava pure l’assoluzione, quindi era anche una forma di confessione. Io, ingenuamente, prendevo le sue attenzioni per affetto paterno e non ci trovavo niente di male. Insomma, vado da lui e mentre siamo sul letto mi infila una mano sotto la biancheria intima e mi dice: “Questa è la mano di Dio che ti tocca per purificarti”. Io posso dire che cos’è il freezing perché effettivamente mi sono sentita congelata. Mi tiene la mano lì sotto, pelle su pelle, e poi aggiunge: “Ora la tua fichetta è purificata. È Dio che ti ama ancora di più tramite la mia mano”».

    Lei come si è sentita?

    «Sono rimasta immobile e non ho detto niente. Dopo un po’ lui ha tolto la mano e me ne sono andata. Non ho elaborato quel che mi era successo, ho solo percepito che era una cosa che non doveva capitare e che non mi era piaciuta ma non ho voluto darle un peso, in qualche modo l’ho rimossa per andare avanti con la mia vita. Avevo 21 anni, ero confusa ma avevo chiaro che non volevo più trovarmi in una situazione del genere e, in modo molto pragmatico, ho fatto in modo che non succedesse più. Non gli ho mai più parlato delle mie esperienze sentimentali. Di lì a poco mi sono fidanzata con un ragazzo che non faceva parte del Movimento e mi sono distaccata gradualmente dal Meg».

    De Luca ha tentato di riavvicinarla?

    «No, non ha commentato in nessun modo l’allontanamento, però ha capito perfettamente di essere andato oltre. Solo poco dopo ha alluso a quello che era successo: durante la stessa vacanza a Bardonecchia eravamo sul Monte Thabor e lui mi ha portata a fare una passeggiata, noi due soli. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Vedi adesso i tuoi occhi sono belli e puliti come erano prima”, riferendosi al gesto “purificatore” che aveva fatto su di me. Da parte mia, non ne ho parlato con nessuno perché mi vergognavo; continuavo a frequentare il gruppo ma in modo meno assiduo. Con Sauro però ho mantenuto un rapporto, perché quando mio padre si è ammalato di tumore lui è stato l’unico capace di sostenermi in un momento tanto difficile e doloroso. Eravamo di nuovo vicini ma non gli facevo confidenze sulla mia vita amorosa, lì avevo messo una barriera, e quando sono andata a convivere con il mio fidanzato gliel’ho semplicemente comunicato. Non ha ribattuto, ha soltanto detto: “Hai un modo di pensare molto laico”. Ha continuato a darmi incarichi di fiducia nel volontariato, come l’assistenza a un’anziana senza famiglia all’Istituto Santa Margherita, vicino a San Saba».

    Lei ha poi lasciato il Meg?

    «Sì, ma non me ne sono andata a causa sua, semplicemente non mi trovato più bene con il gruppo. Quando mi sono sposata, cinque anni più tardi, però ho chiesto a Sauro di celebrare il matrimonio, anche se non frequentavo più la Chiesa».

    Perché questa scelta?

    «Era un bravissimo oratore e io ero comunque affezionata a lui. Non realizzavo di aver subito un abuso e comunque si era limitato a un solo episodio: quel ricordo lo avevo chiuso in un cassetto e quel cassetto l’ho chiuso a chiave. Evidentemente avevo messo delle barriere, a differenza di altre ragazze che, più piccole di me, sono rimaste intrappolate per anni nella sua rete di manipolazione e di abuso. Certo, in questi mesi mi sono chiesta più volte: come ho potuto essere così ingenua? Ma la mia fiducia in lui allora era incrollabile. L’abuso avviene proprio quando l’abusatore approfitta della tua fiducia per imporre la sua volontà su di te».

    Che effetto le ha fatto scoprire che De Luca era un abusatore seriale?

    «Pensavo di essere stata l’unica, tutte lo pensavamo, perché nessuna osava parlarne. Ora sappiamo dal report che le vittime sono almeno trenta, ma altre hanno parlato con i gesuiti o con Annalisa Corrado: Sauro ha girato l’Italia, è stato anche missionario in Africa e io sono convinta che siano molte di più, che superino il centinaio. Non oso pensare a cosa ha potuto fare una persona come lui, con un’ossessione sessuale come la sua e con tante persone giovani a sua disposizione».

    Con così tante vittime, è plausibile che nessuno dei suoi superiori si sia accorto degli abusi di De Luca?

    «I gesuiti lo sapevano certamente, e ben prima del 2010: negli anni ‘80 qualcuno aveva parlato, ancora prima che io entrassi nel Meg, e così negli anni ‘90; poi Annalisa Corrado nel 2003 ha raccontato ai responsabili del movimento quel che le era successo. Sapevano e non hanno fatto nulla, alla fine lo hanno soltanto spostato all’Aquila, dove comunque non era sotto controllo. Il problema per i gesuiti non era che accadesse, ma che noi ne parlassimo».

    Quindi voi eravate delle valvole di sfogo per un prete considerato molto valido ma con qualche problema di “esuberanza sessuale”.

    «Sì, ma lui era solo uno dei tanti, faceva parte del sistema, era il prodotto di un sistema. Per secoli gli abusi sono stati un effetto collaterale accettato dalla Chiesa: quando frequentavo l’Istituto Massimo a Roma, il liceo della Compagnia di Gesù, c’erano due preti pedofili a cui piacevano i ragazzini: sono stati semplicemente mandati altrove. Anche nel report dei gesuiti sul “Cammino di verità” viene menzionato il caso di un altro prete, di cui non si fa il nome, oggi sotto restrizioni per aver abusato di cinque donne».

    Parliamo di questo report su Sauro De Luca che i gesuiti non vogliono pubblicare, dicono, per tutelare le vittime. Lei lo ha letto?

    «Sì e mi sembra la montagna che ha partorito il topolino. Ai miei occhi è un resoconto scarno e deludente dei fatti, con alcuni stralci del diario di Sauro in cui confessa le molestie e si dichiara pentito. Non c’è il racconto degli abusi, né dove si sono verificati, non c’è un’analisi. E soprattutto non c’è assolutamente il modo di risalire alle vittime, quindi sostenere che non si pubblica il report perché si vuole tutelarle è una grande bugia. Ci sono poi delle contraddizioni fra il report e la sintesi pubblicata a fine gennaio dai gesuiti sul loro sito».

    Quali contraddizioni?

    «Nella sintesi si dice per esempio che le cinque vittime del prete innominato “si ritengono soddisfatte” delle restrizioni prese:

    La Provincia EUM, nonostante la prescrizione, ha applicato restrizioni severe, tutt’oggi in vigore. Le persone ferite da questo secondo gesuita, messe a conoscenza in questi mesi delle restrizioni e del cammino a lui proposto, si sono dichiarate soddisfatte.

    Il report di Grazia Villani però non dice da nessuna parte che le vittime si dichiarano soddisfatte, menziona solo il fatto che sono state prese delle restrizioni. Questa frase sulla “soddisfazione delle persone ferite” è stata aggiunta nel resoconto pubblicato».

    Lei e altri ex membri del Meg avete chiesto che il report venga reso accessibile a tutti e che sia rivelato il nome dell’altro gesuita abusatore. Che riscontri avete avuto?

    «Finora nessuno, ci scontriamo con un muro di gomma. Non sono sicura che padre Paul Pace, il procuratore dei gesuiti incaricato, abbia autonomia di movimento. Padre Colizzi, che aveva dato inizio al “Cammino di verità”, non dice più nulla. Ho chiesto a padre Pace se è stato silenziato ma non mi ha risposto. Un paio di settimane fa ci hanno mandato una lettera in cui parlano in modo molto vago di giustizia riparativa, parlando solo di uno spazio di accoglienza e di ascolto. Un po’ come ha fatto il papa nel suo viaggio apostolico in Spagna. La cifra è quella: tanta comprensione a parole, nessuna verità».

    (Questa inchiesta è pubblicata anche su Appunti)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-muro-di-gomma-dei-gesuiti-sugli

  • Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Valguarnera. Incassata la condanna a 9 anni e 4 mesi per gli abusi sessuali subiti dalle loro figlie da un catechista, le famiglie delle due vittime, hanno trasmesso gli atti alla curia vescovile di Piazza Armerina chiedendo che si adottino le misure necessarie a impedirgli ogni contatto con minori.

    L’uomo, è stato condannato con pena superiore alla richiesta del pubblico ministero che era di 6 anni e 8 mesi, al termine del processo celebrato con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Enna, Ornella Zelia Futura Maimone, per violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenni avrebbe continuato a frequentare quei luoghi.

    Parti civili le famiglie assistite dagli avvocati del foro di Agrigento Arnaldo Faro e Concetta Maria Rosa Bonanno.

    Per l’ accusa l’uomo, un catechista, avrebbe adescato le bambine all’epoca minori di 14 anni in ambienti ecclesiastici. Una sarebbe stata costretta a subire atti sessuali in più occasioni, tra novembre e dicembre 2021, mentre sull’altra, gli abusi sarebbero avvenuti  il 5 gennaio 2022, mentre la bambina era nella sua abitazione e gli era stata affidata.

    Contestato anche  il reato di corruzione di minore: dal gennaio 2022 fino all’aprile 2023, periodo in cui avrebbe compiuto ripetuti atti sessuali in presenza di una delle vittime, costringendola ad assistere attraverso videochiamate su whatsApp, per coinvolgerla e ottenerne apprezzamenti a sfondo sessuale.

    Disposta in sentenza l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico legato alla tutela e alla cura di minori, la perdita del diritto agli alimenti, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la sospensione dall’esercizio di professioni o arti. Nel corso del procedimento la difesa aveva chiesto l’accesso ai programmi di giustizia riparativa, ma il giudice ha respinto la richiesta a tutela delle minori.

    Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso ha cosi commentato  “è sconcertante che, dopo una condanna, le famiglie debbano ancora chiedere alla diocesi di impedire che si possa fare ancora altro male a minori in ambienti ecclesiastici  e che quella persona ancora li frequente.

    È devastante per le coscienze di tutti, non solo a fronte di quanto la Chiesa cattolica dice di volere a parole fare a contrasto della pedofilia ma anche pensando all’impatto che il caso Rugolo avrebbe dovuto generare.

    Ancora una volta le famiglie devono chiedere tutela mentre dovrebbe essere un dovere delle diocesi  a monte garantirlo”.

    Tiziana Tavella

  • L’Italia disconosce fino a un chiarimento i rappresentanti di ECA Global

    L’Italia disconosce fino a un chiarimento i rappresentanti di ECA Global

    Seppure l’associazione ECA Global non fornisca in alcun modo servizi o supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, veicolandosi nei paesi grazie al lavoro delle realtà locali, la Rete L’ABUSO, nel 2019 aveva da subito aderito entusiasta al progetto di ECA che aveva come obbiettivo quello di unire le realtà associative dei vari paesi, creando così una forza rappresentativa a livello globale.

    All’epoca il manifesto di ECA Global recitava “Ending Clergy Abuse (ECA): Rete mondiale di attivisti e vittime che si batte per tutelare i minori e costringere la Chiesa a porre fine agli abusi clericali“.

    Da oggi però l’Italia congela temporaneamente qualunque rappresentanza ECA, fino a che questa non renderà conto del grave episodio accaduto lo scorso 16 giugno che aveva costretto l’unica associazione che in Italia rappresenta i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, a prendere le doverose distanze da una iniziativa inopportuna e peraltro mai comunicata, che ha di fatto offeso i sopravvissuti italiani, già provati da una situazione impari rispetto all’Europa e al mondo che al momento, malgrado le nostre molteplici richieste, ECA Global,  malgrado ammetta l’imperdonabile errore, non sembra tuttavia in grado di saper fornire alcuna giustificazione.

    Nel tardo pomeriggio di martedì 16 giugno, alcune testate giornalistiche che avevano invano cercato di contattare ECA, si sono rivolte direttamente alla Rete L’ABUSO chiedendo informazioni su un incontro che sarebbe avvenuto a Roma nei giorni di lunedì 15 e martedì 16 c.m. di cui la Rete L’ABUSO non è mai stata informata trovandosi indebitamente coinvolta.

    Scopriamo così,  attraverso un comunicato stampa ufficiale e congiunto che porta i loghi di ECA Global e della Pontificia Commissione tutela minori (Tutela Minorum ECA Statement on Rome Dialogues) che l’associazione americana lodando l’incontro con la Pontificia Commissione tutela minori dal quale ha escluso i rappresentanti italiani, lodava un dialogo e il rafforzamento che la chiesa a detta di ECA avrebbe apportato in materia di abusi sessuali a danno di minori.

    Notizia totalmente falsa e inopportuna per quanto riguarda l’Italia, che ad oggi, vede la stessa Commissione Pontificia rifiutare addirittura di riconoscere i sopravvissuti nel Paese.

    L’Italia infatti, non solo è l’unico Paese in Europa che attualmente, malgrado gli impegni assunti, lamenta la totale assenza del Governo italiano, al quale, già nel 2019 il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, lamentava la mancata applicazione della Convenzione per i diritti dell’infanzia e che nel marzo di quest’anno torna per la seconda volta, a chiedere conto al Governo italiano, il quale dovrà rispondere della disapplicazione della Convenzione entro il 2027.

    Italia che vede la stessa chiesa attualmente totalmente disimpegnata sul territorio nell’applicazione delle sue stesse direttive a contrasto della pedofilia nel clero.

    I molteplici casi noti a tutti nella penisola partono da quello vescovo di Enna Rosario Gisana e del suo vicario giudiziale Vincenzo Murgaro, oggi entrambi sotto processo da parte della giustizia per avere mentito ai giudici italiani nel tentativo di coprire don Giuseppe Rugolo, condannato in via definitiva per abusi sessuali a danno di tre minori. Caso che malgrado la conclamata situazione vede la chiesa italiana disapplicare totalmente le proprie norme in tutela dei minori e di coloro che insabbiano, di fatto lasciando i due prelati tutt’ora al loro posto.

    Situazione che oltre a suscitare le ire di Antonio Messina, vittima di don Rugolo che ECA ben conosce e che più volte ha chiesto giustizia a Papa Leone, sempre nella stessa diocesi, pochi giorni fa la condanna di un catechista a 9 anni, mai rimosso, mentre le famiglie delle vittime chiedono invano conto e interventi alla chiesa che però tace.

    Tra i molteplici casi arrivati agli onori della cronaca italiana citiamo quello di pochi giorni fa che riguarda Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, paradossalmente ed in barba allo stesso Motu proprio, è stato rieletto provinciale.

    Sul versante delle vittime e dei mancati soccorsi promessi dalla chiesa, il dato che si rileva sul territorio italiano, a distanza di quattro anni dall’apertura degli sportelli diocesani per le vittime, è catastrofico.

    I casi denunciati all’associazione italiana vedono nel 2025 (dato che l’Osservatorio della Rete L’ABUSO prevede riconfermato nel 2026) raddoppiate le denunce e le vittime che ingenuamente si sono rivolte agli sportelli, ridotte ad un ulteriore trauma, questa volta dovuto alla rivittimizzazione causata dalla riesumazione del trauma prodotta dall’essersi sottoposti agli interrogatori previsti dagli sportelli diocesani e all’inconcludenza della chiesa italiana che, praticamente in quasi tutti i casi, ha lasciato i responsabili degli abusi al loro posto, provocando così ulteriore frustrazione e ulteriore trauma nelle vittime.

    Situazione che ECA global ben conosce e che abbiamo ricordato chiedendo spiegazioni di quanto tristemente accaduto pochi giorni fa, a nostra totale insaputa. Per questi motivi si chiede doverosamente conto a ECA Global dello sciagurato ed inspiegabile gesto, non che delle ridicole dichiarazioni che ECA ha rilasciato congiuntamente alla Pontificia Commissione alla quale invece, avrebbe dovuto chiedere conto di questa grave situazione.

    Il gruppo americano, a sei giorni dall’accaduto, sembra incapace di dare spiegazioni ai sopravvissuti e alla stessa Rete L’ABUSO e comunica che nelle prossime settimane è disposto a riunirsi in un incontro con la Rete, tuttavia al momento non ha ancora fissato una data.

    Per questi motivi Rete L’ABUSO è attualmente costretta non solo a prendere le distanze ma a disconoscere qualunque azione da parte di ECA Global in rappresentanza dell’Italia.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

    e

    Co founder di ECA Global