Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi sessuali, Don Silverio Mura dovrà risarcire Arturo Borrelli: “Sentenza storica, ora appello al Papa”

    Abusi sessuali, Don Silverio Mura dovrà risarcire Arturo Borrelli: “Sentenza storica, ora appello al Papa”

    Arturo Borrelli è felice ma il dolore non passa. Sa di aver vinto una battaglia storica, come sottolinea anche il suo avvocato Carlo Grezio. Insieme al collega Salvatore Conte infatti è riuscito a ottenere un risarcimento, di oltre 200 mila euro, in favore di Arturo. L’uomo in questi anni ha sempre raccontato di aver subito degli abusi da parte di Don Silverio Mura, parroco che ha conosciuto quando era piccolo, a scuola. Accanto al nome di Mura, nel dispositivo che ci mostrano gli avvocati, c’è anche il nome del MIUR, il Ministero dell’istruzione, ricerca e università. Come spiega l’avvocato Grezio infatti, «il giudice  dice che è soltanto in quel momento (a scuola ndr) che possiamo individuare l’occasione per la consumazione degli abusi, perché se non si fossero incontrati in quella occasione Silverio Mura e Arturo Borrelli non si sarebbero mai conosciuti».

    La sentenza arriva al termine di un processo civile. Va precisato che il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano aveva ritenuto Don Silverio Mura innocente. Solo nel 2009, ormai adulto, dopo essersi sentito male, Arturo inizia un percorso di terapia che lo porta a comprendere quanto racconta sia avvenuto da bambino. Troppo tardi tuttavia per chiedere che quanto racconta sia giudicato in un processo penale, ma non per un processo civile. «È stato ottenuto un risarcimento del danno a distanza di oltre 30 anni dai fatti che costituiscono reato, spiegano gli avvocati Grezio e Conte, e che hanno causato appunto il danno. In questo caso il signor Borrelli soltanto nel 2009 ebbe una forte crisi di attacchi di panico e uno svenimento e si sottopose poi successivamente alla terapia. Successivamente nei 5 anni dal momento in cui lui comprese grazie al Dottor Rossi che tutti quei sintomi, erano il danno che si manifestava successivo alle violenze subite. È stata interrotta la prescrizione quinquennale e si è potuto dare avvio al giudizio civile, per poter accertare incidentalmente il reato di violenza carnale commesso su Arturo Borrelli e chiedere però in quella sede soltanto il risarcimento del danno, non chiaramente l’inflizione di una pena detentiva».

    Arturo però, dopo questa vittoria, non vuole fermarsi. Ha chiesto e ottenuto un incontro con don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli. E lancia un appello a Papa Francesco: «Non mi arrenderò finché il sacerdote Don Silverio Mura non farà più il prete».

    https://www.fanpage.it/napoli/abusi-sessuali-don-silverio-mura-dovra-risarcire-arturo-borrelli-sentenza-storica-ora-appello-al-papa/

  • Processione | Trailer ufficiale | Netflix

    Processione | Trailer ufficiale | Netflix

    Sei uomini del Midwest – tutti sopravvissuti a un’aggressione sessuale infantile per mano di preti e clero cattolici – si uniscono per dirigere un esperimento ispirato alla terapia teatrale progettato per lavorare collettivamente sul loro trauma.

    Come parte di un processo di produzione cinematografica radicalmente collaborativo, creano scene immaginarie basate su ricordi, sogni ed esperienze, con lo scopo di esplorare i rituali della chiesa, la cultura e le gerarchie che hanno consentito il silenzio intorno ai loro abusi.

    Di fronte a un sistema legale fallito, osserviamo questi uomini rivendicare gli spazi che hanno permesso il loro assalto, rivelando la possibilità di catarsi e redenzione attraverso una nuova confraternita in questo documentario.

    Diretto da Robert Greene In consultazione con Joe Eldred, Mike Foreman, Ed Gavagan, Dan Laurine, Michael Sandridge, Tom Vivianohttp://bit.ly/29qBUt7

  • Prato, don Spagnesi è libero. A dicembre l’udienza per patteggiare

    Prato, don Spagnesi è libero. A dicembre l’udienza per patteggiare

    Prato, 27 ottobre 2021 – Don Francesco Spagnesi, ex parroco della chiesa dell’Annunciazione alla Castellina, ha chiesto il patteggiamento a una pena di 3 anni e 8 mesi e la Procura di Prato ha dato il consenso tenendo conto del fatto che il sacerdote ha collaborato con gli inquirenti. La notizia è riportata dal “Corriere Fiorentino”.

    Il prete arrestato il 14 settembre scorso dalla squadra mobile pratese per i festini a base di droga e per aver sottratto denaro alla  parrocchia, oltre che per aver truffato i fedeli, era ai domiciliari in un luogo protetto in città ma da venerdì scorso è tornato libero. Il 7 dicembre si terrà l’udienza per definire il patteggiamento.

    La richiesta dei difensori dovrà adesso passare al vaglio del giudice per le indagini preliminari, che tenendo conto del parere favorevole della Procura, valuterà se la pena patteggiata sia congrua. Se la richiesta verrà accolta non ci sarà dunque un processo sulla vicenda che ha segnato profondamente la comunità pratese e la Diocesi. E questa è stata certamente una considerazione che ha guidato i difensori del sacerdote, gli avvocati Federico Febbo e Costanza Malerba, in questa scelta difensiva. Dell’intero impianto accusatorio paventato dalla procura guidata dal procuratore Giuseppe Nicolosi è tramontata solo l’accusa di tentate lesioni gravi, quella più pesante dal punto di vista penale, che riguarda la possibilità che don Francesco abbia taciuto malattie sessualmente trasmissibili ai suoi partner.

    L’accusa è caduta dopo gli accertamenti medici che hanno escluso che il compagno del sacerdote sia positivo all’Hiv. La Diocesi di Prato le scorse settimane ha presentato denuncia per appropriazione indebita nei confronti del sacerdote: gli ammanchi dai bilanci parrocchiali sono stati calcolati in 130-150 mila euro.

    Don Spagnesi ha ammesso le proprie responsabilità per i reati che riguardano le vicende di droga, ovvero lo spaccio e il traffico internazionale per l’acquisto di Gbl (la cosiddetta droga dello stupro). Allo stesso modo ha confermato ogni addebito per i reati che riguardano il denaro: l’appropriazione indebita di centinaia di migliaia di euro dai conti della parrocchia dell’Annunciazione alla Castellina – che lui ha guidato sino a settembre – e la truffa per i soldi ottenuti con l’inganno dai suoi fedeli. Questi sono i capi d’accusa che in considerazione delle attenuanti (ad esempio il fatto che da subito abbia collaborato con gli investigatori) portano la pena a 5 anni e 2 mesi. Al conteggio va infine applicato lo sconto di un terzo della pena, dovuto al fatto che si tratta di un patteggiamento in corso d’indagine: 3 anni e 8 mesi è dunque il conteggio finale.

    Anche al compagno dell’ex parroco, Alessio Regina, che in concorso con lui aveva comprato e spacciato droga, è stata concessa la possibilità di patteggiare una pena: 3 anni e 2 mesi in totale, a cui vanno tolti 13 mesi per le stesse ragioni tecniche di cui sopra (dunque 2 anni e 1 mese come pena finale). Una volta accolte dal giudice don Francesco verrà dunque sollevato dalle misure di restrizione della libertà – legate al possibile inquinamento delle prove dell’indagine – e potrà chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali, oltre che in una comunità terapeutica per curare la sua dipendenza. In attesa del processo canonico che presto dovrebbe prendere il via.

  • Prete di Ponticelli a processo per pedofilia, la testimonianza di Arturo: “Mi ha distrutto la vita”

    Prete di Ponticelli a processo per pedofilia, la testimonianza di Arturo: “Mi ha distrutto la vita”

    Sta per iniziare (il prossimo 28 ottobre) presso il Tribunale di Pavia il processo contro don Silverio Mura, accusato di aver utilizzato un nome fasullo (don Saverio Aversano) per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese. Il sacerdote, accusato di pedofilia da più persone nel napoletano, era irrintracciabile da circa un decennio, dopo che la Rete L’abuso lo denunciò per presunte violenze sessuali ai danni di un suo assistito, Arturo Borrelli e, per la sua inopportuna presenza come insegnante di religione, presso la scuola alberghiera di Cicciano.

    Era il 2010 quando Arturo Borrelli di Ponticelli, oggi 46 enne, denunciò il sacerdote per abusi sessuali perpetuati nei suoi confronti in maniera continuativa dal 1988 al 1991.

    ”La mia gioventù e la mia età adulta sono state caratterizzate da ansia, panico e depressione, tutto a causa di quegli abusi. Dopo essermi rivolto a medici e alla Rete L’abuso, composta da legali e psicologi, ho avuto modo di analizzare l’origine del mio malessere e di denunciare chi aveva abusato di me”, – aveva raccontato Arturo durante la trasmissione radiofonica La Radiazza lo scorso giugno .

    “Spero vivamente che venga fatta giustizia, è quello che chiedo. Come è stato possibile che gli sia stato concesso di cambiare nome e di avere ancora a che fare con i giovani? Chi lo ha aiutato?  Voglio giustizia, non gli dovrà più essere consentito di  celebrare messa ed avere a che fare coi giovani e chi lo ha coperto e aiutato dovrà essere colpito” – l’appello attuale di Arturo Borrelli in attesa del processo.

    https://internapoli.it/prete-di-ponticelli-a-processo-per-pedofilia-la-testimonianza-di-arturo-mi-ha-distrutto-la-vita/
  • Don Silverio Mura, allias Saverio Aversano, il via al processo giovedì a Pavia

    Don Silverio Mura, allias Saverio Aversano, il via al processo giovedì a Pavia

    Giovedì  28 ottobre presso il Tribunale di Pavia, comincerà il processo a don Silverio Mura, accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese.

    Il sacerdote, accusato di pedofilia da più persone nel napoletano, era irrintracciabile da circa un decennio, dopo che la Rete L’ABUSO lo denunciò per presunte violenze sessuali ai danni di un suo assistito, Arturo Borrelli e, per la sua inopportuna presenza come insegnante di religione, presso la scuola alberghiera di Cicciano.

    È solo nel marzo del 2018, dopo la morte della madre, che si scopre che don Silverio Mura da Napoli, è diventato don Saverio Aversano (cognome della defunta madre), e fa il parroco a Montù Beccaria, un piccolo comune del pavese dove anche li insegna religione ai più piccoli, come quando molestò Borrelli.

    Ben protetto dal Cardinale Crescenzio Sepe e dai suoi confratelli, i quali – da quanto appreso nelle indagini preliminari effettuate dalla Rete L’ABUSO, successivamente trasmesse in atti alla Procura della Repubblica di Pavia che rinvia a giudizio nel processo che inizierà giovedì – provvedevano puntualmente (in complicità) a recapitare la posta indirizzata al Mura e ricevuta a Napoli, nel pavese, al falso nome che il Mura utilizzava per nascondersi.

    Nell’udienza di giovedì 28, citati come testimoni don Simone Baggio, all’epoca parroco di Montù Beccaria dove il Mura era ospitato.

    Don Egidio Pittiglio, Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione.

    Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO e promotore della querela, che sottoscrisse unitamente alla presunta vittima Arturo Borrelli, la denuncia oggi oggetto del procedimento.

    L’udienza è fissata per le ore 10,20 presso il Tribunale di Pavia

    Redazione

  • La Scuola Cattolica è da far vedere ai vostri figli, altro che censura

    La Scuola Cattolica è da far vedere ai vostri figli, altro che censura

    “Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto”.

    Con questa motivazione, la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche ha sentenziato che la Scuola Cattolica di Stefano Mordini, film che rievoca il terribile massacro del Circeo, non possa essere mostrato agli under 18. C’è qualcosa di inquietante che emerge da queste righe, dove l’attenzione inizialmente viene posta su una supposta equiparazione tra vittima e carnefice, salvo poi far emergere nella seconda parte il sospetto che la reale motivazione dietro la decisione della Commissione sia l’accusa di aver operato una mistificazione religiosa.

    Il timore è che sia questo il vero problema col film di Mordini, tratto dal romanzo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega. Non una mancanza di profondità, non una violenza eccessiva (ammesso che oggi abbia ancora senso parlarne), ma il vecchio, obsoleto, delitto di lesa maestà religiosa, di offesa alla morale.

    La Scuola Cattolica è stato presentato all’ultima Biennale di Venezia, ottenendo recensioni abbastanza contrastanti, com’era del resto ovvio aspettarsi da un film, che ripercorre uno dei fatti di sangue più discussi e terribili, in quel terribile periodo in cui l’Italia era stretta nella morsa dell’eversione ad ogni livello.

    Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo, i tre giovanissimi carnefici che fecero inorridire il paese massacrando due ragazze in una residenza esclusiva sul litorale pontino, ci vengono mostrati seguendo il loro punto di vista e quello dei loro compagni di classe, di uno in particolare: Edoardo (Emanuele Maria Di Stefano).

    La sceneggiatura curata da Mordini, Massimo Gaudioso e Infascelli, ci porta di conseguenza dentro quella classe, dentro quell’istituto cattolico esclusivo, dove regnava un clima opprimente, fatto di bullismo, classismo, ipocrisia e una mancanza totale di dialogo tra docenti ed alunni.

    A tale realtà immutabile e corrotta, si accompagna la dimensione familiare, per Mordini la culla del male. Questa è la Roma di borghesi arricchiti, violenti e reazionari, oppure bigotti e decadenti. Sono tutti impegnati a mantenere l’ordine apparente della sacra istituzione familiare, così come la Patria e la Chiesa, anche quando tali dimensioni hanno perso di significato, sono nidi di menzogne.

    Lo vediamo negli occhi di Riccardo Scamarcio, padre fascista ed aggressivo, di Valeria Golino, madre iperprotettiva ed ingenua, nella sessualità torbida e affamata di Jasmine Trinca. Il sesso è il peccato goloso dei grandi, la prima volta è un rito tribale senz’amore, le donne, le ragazze, sono il premio al passaggio d’età. Un’omosessualità latente e pervasiva è soffocata dalla morale del tempo.

    La Scuola Cattolica è sicuramente un film non esente da difetti. Il fascismo che regnava nella mente di quei tre giovani, nell’ambiente che essi frequentavano, non appare se non fugacemente.

    Un paio di elementi del giovane cast poi non sono particolarmente convincenti, e la stessa rievocazione di quei terribili momenti che costarono la vita a Donatella Colasanti e Rosaria Lopez ha convinto molto alcuni spettatori, per nulla altri.

    Tuttavia bisogna assolutamente riconoscere a Mordini di averci saputo donare quello che nel nostro cinema di rado si concretizza: un ritratto sincero, genuino, brutalmente onesto dell’età giovanile, che spesso la nostra settima arte descrive con toni banali, idilliaci o retorici.

    Qui non vi è nulla di tutto questo, qui si abbraccia un mondo che tutti conosciamo molto bene. Per chi ha memoria, spesso gli anni del liceo sono i più brutali, i più impietosì, dominati da bullismo, intolleranza, sessismo e soprattutto dalla logica del branco che azzera l’individuo.

    Si potrà forse dire che i tempi sono cambiati, che la nostra società è mutata, ma forse lo è meno di quanto pensiamo.

    Basterebbe leggere i dati per capire quanto questo film sia incredibilmente attuale, qualcosa che i vostri figli necessitano di vedere. In Italia avvengono 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. E sempre da noi, un ragazzino su due è stato vittima di atti di bullismo, tutti concentrati nell’età che va dagli 11 ai 17 anni, proprio il pubblico escluso ora dalla visione di questo film.

    L’iter è sempre lo stesso: ingiurie, intimidazioni, ed infine percosse o anche peggio, il tutto nascondendosi alla luce del sole, di fronte ad adulti o ciechi o disinteressati. Il film ci descrive quella gioventù, la gioventù in generale, come il prodotto finale di un’Italia, di una Roma, divisa in tribù. Le famiglie in quegli anni 70 (come in questo ventunesimo secolo) nascondono il male sotto il tappeto, trattano i figli come un prolungamento delle proprie ambizioni naufragate, quasi accusandoli di aver rovinato il loro mondo perfetto.

    La Scuola Cattolica è un’istantanea del mondo in cui siamo cresciuti, di questa Italia che è un prodotto proprio di quella generazione che negli anni 70, si trovò alle prese con una progressiva perdita di ideali, con un materialismo dei corpi e degli affetti sempre più opprimente.

    Erano stati cresciuti da insegnanti e docenti che parlavano del Cristo, della Pietà, degli ideali contenuti nella Bibbia, salvo poi dimenticarsi di applicarli nella vita comune. Erano, sono troppo impegnati a restare sul loro narcisistico piedistallo, di fronte a quegli stessi ragazzi, che proprio lì, tra le mura scolastiche, non trovano la strada verso la propria identità, rimangono vittima del sonno della ragione. Sì, al netto di una visione parziale sulla natura e significato storico che ebbe quell’evento drammatico nel 1975, la Scuola Cattolica spaventa una parte d’Italia, la più vecchia, che difende il proprio regno bigotto.

    Questa censura diventa anche un po’ ridicola in un mondo in cui internet, la televisione, da decenni ci vomitano addosso nudità e violenza, la mercificazione del corpo femminile, il consumismo più amorale. YouTube ci mostra il peggio dell’esibizionismo fatto sulla pelle dei propri coetanei ogni giorno, e in questo mondo, questa Commissione cerca di farci credere alla solita bugia: quella di una gioventù innocente e delicata, che non possa comprendere la metafora sul male contenuta in questo film.

    Cristo non viene equiparato ai suoi carnefici, i tre massacratori del Circeo non sono posti sullo stesso piano delle loro vittime. Tuttavia tutti fanno parte dello stesso quadro, sono contenuti nella stessa immagine, nello stesso mondo, sono stati creati dalla stessa mano.

    Questa mano è quella della nostra società, la società italiana dove la discriminazione di genere, il machismo, la tirannia del più ricco e più forte, sono ancora oggi i codici invisibili della nostra vita quotidiana, fin dagli anni giovanili.

    Si tratta di qualcosa che i ragazzi di oggi conoscono molto bene, che gli arriva addosso attraverso altre forme, altri stimoli rispetto al passato, ma di cui saprebbero sicuramente riconoscere il volto feroce e impietoso che è sopravvissuto a quasi 50 anni di storia. A conti fatti, questo prepotente paternalismo, la mancanza di coraggio che si vede dietro questa censura, non sono poi tanto dissimili da quelli che albergavano in quei genitori e insegnati nel 1975.

    Ieri come oggi, la vera violenza è non voler parlare del male nel mondo, censurarlo, in nome di una narrazione inesistente a nostro uso e consumo, fatta per sopire il nostro senso di colpa, facendo pagare il prezzo ai nostri figli.

    Non ci serve la censura, ci serve parlare del perché questo succede nel luogo in cui succede: a scuola, dove questo film andrebbe mostrato, non nascosto. Proteggere il nostro senso di colpa, dietro la foglia di fico di una lesa religiosità, di un pudore nell’epoca in cui esso ha perso ogni legame con il reale, non ha senso.

    La Scuola Cattolica i vostri figli dovrebbero vederlo. Capirebbero l’immutata verità per la quale niente nulla accade solo a loro, ne intuirebbero il perché, e forse smetterebbero anche di vedere “i grandi” per quegli esseri perfetti che non sono mai stati.

    https://www.esquire.com/it/cultura/film/a37879393/la-scuola-cattolica-censura/


      Il massacro del Circeo
    Da uno studio virtuale, Giancarlo De Cataldo, con i filmati esterni realizzati da Alessandro Chiappetta, affronta un crimine che ha turbato profondamente le coscienze, non solo per la ferocia degli aguzzini, non solo perché i colpevoli erano degli insospettabili “ragazzi di buona famiglia”, o per quello scatto scolpito nella memoria collettiva che ritrae Donatella Colasanti, tumefatta e ricoperta di sangue, riemergere dal portabagagli di una 127 accanto al corpo senza vita di Rosaria Lopez, nel quartiere Trieste di Roma. Il massacro del Circeo è il caso giudiziario che ha cambiato il modo di percepire la violenza degli uomini sulle donne e il modo di vivere la giustizia nei casi di violenza: accanto alla vittima, diventata suo malgrado un simbolo, il movimento femminista invade le aule del tribunale, in un processo che diviene socialmente rilevante. La voce delle donne chiede giustizia in una maniera che non potrà più essere ignorata, tanto dai giudici quanto dalla società.
    https://www.raiplay.it/video/2023/01/Cronache-criminali-Il-massacro-del-Circeo-85b04ee4-0aa0-4eca-b1ce-f6a43618ac61.html
  • Enna, la diocesi e la parrocchia citate in giudizio per la responsabilità civile

    Enna, la diocesi e la parrocchia citate in giudizio per la responsabilità civile

    Il Tribunale di Enna, presieduto da Francesco Pitarresi, ha autorizzato la citazione alla responsabilità civile della Diocesi di Piazza Armerina e della parrocchia di San Giovanni Battista nel processo a don Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato lo scorso 27 aprile con l’accusa di violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    La richiesta era stata avanzata dagli avvocati delle parti civili, l’avvocato Eleanna Parasiliti Molica per la vittima degli abusi, minore all’epoca dei fatti, Giovanni di Giovanni, legale della famiglia del giovane abusato, Mario Caligiuri, per l’Associazione Rete l’Abuso e Irina Mendolia per l’associazione Co.Tu.Le.Vi.

    La prossima udienza il 23 dicembre. – (fonte ANSA)

  • Infibulazione alle figlie, «condannata perché la propria cultura non può giustificare»

    Infibulazione alle figlie, «condannata perché la propria cultura non può giustificare»

    La poca istruzione, la scarsa integrazione nel contesto sociale italiano, la «mancata sanzionabilità delle pratiche di mutilazione genitale» nel Paese d’origine e «la millenaria “cultura” di queste presenti in Egitto» non sono elementi che possano giustificare un reato grave come sottoporre a infibulazione le proprie figlie. Per questo motivo la Cassazione ha respinto il ricorso di una donna egiziana condannata a Torino per aver costretto le figlie di sei e nove anni a subire una pratica così violenta e disumana.

    I fatti risalgono all’estate del 2007, quando la donna durante le vacanze nel proprio Paese di origine lascia che le bambine vengano mutilate. Il caso viene alla luce qualche mese dopo il rientro in Italia e la madre finisce sul banco degli imputati: i magistrati l’accusano di «pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili», reato entrato in vigore nel nostro Paese nel 2006. Nel corso del processo emerge come la donna parlasse poco l’italiano e non si fosse integrata nella nostra cultura. Non solo, gli avvocati difensori evidenziano la bassa scolarizzazione dell’imputata oltre al fatto che in Egitto la pratica sia ampiamente diffusa e tollerata, tanto che lei stessa l’aveva subita da bambina. Argomentazioni che non hanno convinto i giudici di primo e secondo grado e ora neanche quelli della Cassazione, che hanno respinto il ricorso.

    Si legge nella sentenza: «Giustificazioni fondate sulla circostanza che l’agente per la cultura mutuata dal proprio Paese d’origine sia portatore di diverse concezioni dei rapporti di famiglia non assumono rilievo, in quanto la difesa delle proprie tradizioni deve considerarsi recessiva rispetto alla tutela di beni giuridici che costituiscono espressione di un diritto fondamentale dell’individuo». In sostanza, prevale «il principio della centralità della persona umana», l’unico «in grado di armonizzare le culture individuali rispondenti a tradizioni diverse e di consentire quindi l’instaurazione di una società civile multietnica».

    Infine, gli Ermellini sottolineano come i giudici di merito abbiamo insistito sul fatto che l’imputata fosse a conoscenza del carattere deprecabile dell’infibulazione. E questo proprio perché la donna aveva deciso di sottoporre le figlie all’intervento nel proprio Paese d’origine, l’Egitto: Stato in cui «la tradizionale pratica, nel 2007, era posta in discussione nell’opinione pubblica», tanto da essere poi vietata un anno dopo, nel 2008. Da qui la conferma della condanna e del risarcimento alle figlie.

    https://torino.corriere.it/cronaca/21_ottobre_17/infibulazione-figlie-condannata-perche-propria-cultura-non-puo-giustificare-47acd608-2f74-11ec-bd6a-15e70609c741.shtml

  • Il Vaticano ha tre celle, un prigioniero e, all’improvviso, un’ondata di persone sotto processo

    Il Vaticano ha tre celle, un prigioniero e, all’improvviso, un’ondata di persone sotto processo

    CITTÀ DEL VATICANO — È una delle poche parti del Vaticano facilmente accessibili al pubblico: un piccolo ufficio, all’interno del confine della città-stato, dove i cattolici possono acquistare certificati di benedizione papale per occasioni personali speciali.

    Durante una tipica mattinata, i clienti si affollano al bancone, ordinando preghiere per battesimi e anniversari, consegnando le loro carte di credito alle suore dietro il plexiglass.

    Poi, poco prima dell’ora di pranzo, un altro operatore emerge da un retrobottega, con indosso un maglione nero e un colletto clericale.

    È monsignor Carlo Capella, unico prigioniero del Vaticano, che sta finendo il suo turno mattutino.

    Per anni, il sistema giudiziario vaticano è stato in parti uguali limitato e oscuro. La chiesa ha avuto la tendenza a enfatizzare la penitenza spirituale invece dei penitenzieri. La città-stato ha solo tre celle. Il suo tribunale ha raramente tenuto processi penali. E anche quando c’è una condanna di alto profilo – come quella di Capella, nel 2018, una condanna a cinque anni per possesso e condivisione di materiale pedopornografico – si sa poco di ciò che verrà dopo.

    Il programma diurno di dimissione dal lavoro di Capella, precedentemente non segnalato, è stato osservato dal Washington Post e confermato dal suo avvocato, che ha affermato che il lavoro d’ufficio non retribuito era finalizzato alla sua “riabilitazione”.

    “Per il resto, è come una normale situazione penitenziaria”, ha detto l’avvocato di Capella, Roberto Borgogno. “Semplicemente non c’è rischio di rivolte”.

    Ma a lungo criticato per aver protetto i propri, il Vaticano sta improvvisamente conducendo processi con una frequenza senza precedenti nel secolo dalla sua creazione come città-stato indipendente.

    Il suo primo processo per abusi sessuali si è concluso la scorsa settimana, assolvendo due sacerdoti, una decisione che sarà impugnata.

    Un caso molto più ampio è appena iniziato, esaminando i potenziali crimini finanziari di 10 persone, tra cui il cardinale Angelo Becciu, coinvolte in un mega investimento vaticano in una proprietà di lusso londinese. Gli avvocati in quel caso sostengono che i pubblici ministeri vaticani hanno gravemente esagerato, commettendo violazioni procedurali. Il processo probabilmente si trascinerà per mesi, se non di più.

    Ma l’esistenza stessa di quel processo e di altri parla di cambiamenti più ampi – alcuni fatti sotto pressione esterna – che hanno aumentato la possibilità di perseguimento penale all’interno della città-stato.

    Il Vaticano è stato spinto ad aderire a più accordi internazionali e, dall’adozione dell’euro, ad applicare regole finanziarie più severe, anche contro il riciclaggio di denaro. Papa Francesco ha anche emanato una serie di ordinanze sulla trasparenza e sulla gestione dei contratti pubblici, ampliando i poteri del Vaticano in materia penale e revocando alcune misure di prescrizione.

    A mesi dall’inizio del suo pontificato, Francesco decretò che anche i diplomatici della Santa Sede di stanza all’estero potessero essere processati nei tribunali della città-stato. Quella determinazione alla fine portò al processo di Capella, un prete diplomatico che era stato di stanza a Washington poco prima della sua incriminazione.

    Former Holy See diplomat Monsignor Carlo Alberto Capella, right, walks inside a Vatican tribunal courtroom during his trial, at the Vatican, Saturday, June 23, 2018. The Vatican tribunal on Saturday convicted Capella and sentenced him to five years in prison for possessing and distributing child pornography in the first such trial of its kind inside the Vatican. (Vatican Media/ANSA via AP)

    “Ora abbiamo molte norme e regole che prima non avevamo”, ha detto monsignor Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, durante un’intervista in una sala riunioni affacciata su piazza San Pietro.

    Il centro di detenzione stesso è nascosto in un angolo del territorio di 110 acri della città-stato, lontano dal traffico turistico, in un’ala della caserma appartenente alla polizia e alle forze di sicurezza del Vaticano. Secondo gli avvocati e le persone che hanno visto la zona, ogni cella ha il proprio bagno, oltre a un letto di ferro inamovibile e un tavolo ancorato al muro. Le finestre hanno le sbarre ma il vetro può essere aperto. Diverse persone hanno notato che il cibo era buono.

    La struttura può essere utilizzata sia come carcere, per la custodia cautelare, sia come carcere per detenuti. Il Vaticano è autorizzato a trasferire i criminali in Italia; infatti, dopo uno dei crimini di più alto profilo commessi in territorio vaticano, il tentato omicidio di Giovanni Paolo II nel 1981, l’assassino ha scontato la sua pena in un carcere italiano.

    Ma in altri casi, il Vaticano ha tenuto i suoi colpevoli in casa, comprese due persone condannate in incidenti separati con perdita di documenti, che la chiesa temeva potessero rappresentare un rischio per la sicurezza.

    Prima di Capella, quei divulgatori erano stati i residenti più famosi del carcere vaticano. Uno era un prete spagnolo, Lucio Vallejo Balda, condannato per aver passato documenti ai giornalisti e concesso la grazia da Francesco nel 2016, a metà di una pena detentiva di 18 mesi. L’altro era Paolo Gabriele, ex maggiordomo di papa Benedetto XVI.

    Gabriele era stato un tale appuntamento fisso che teneva persino l’ombrello per il pontefice quando pioveva. Ha detto che stava solo cercando di proteggere il suo capo, sperando di far luce sulla corruzione e altre attività nefaste, rubando documenti dal palazzo apostolico. Ma le sue fughe di notizie hanno finito per innescare un grande scandalo, bucando la reputazione del Vaticano per la segretezza ermetica, e sono state viste come una possibile componente nella decisione finale di Benedetto di dimettersi.

    Gabriele ha trascorso del tempo in una cella del Vaticano dopo il suo arresto e per due mesi di una condanna a 18 mesi, prima che Benedetto si presentasse per una visita e dicesse che lo stava perdonando. In pochi resoconti, l’ex maggiordomo ha descritto la vita di un prigioniero vaticano come dura. Ha detto che durante il processo è stato messo in una stanza così piccola da non poter allungare completamente le braccia. Ha detto che la luce era costantemente accesa. Inizialmente “mi è stato negato anche un cuscino”, ha detto.

    FILE – In this file photo taken on Wednesday, May 2, 2012, Pope Benedict XVI, right, arrives in St. Peter’s square at the Vatican for a general audience as his then-butler Paolo Gabriele, bottom, and his personal secretary Georg Gaenswein sit in the car with him. Paolo Gabriele, the Vatican butler who was convicted of stealing and leaking Pope Benedict XVI’s private papers in 2012, has died at age 54, the Vatican said.
    Vatican News, the Holy See’s media agency, said Gabriele died Tuesday after a long illness. (AP Photo/Alessandra Tarantino, File)

    Altri che conoscono la struttura raccontano una storia diversa.

    “Era una prigione di lusso“, ha detto Ambra Giovene, l’avvocato di Gianluigi Torzi, uno dei 10 accusati nel processo in corso. Ha detto che le comodità erano volute, come un modo per rendere Torzi cooperativo.

    Torzi è stato temporaneamente detenuto per 10 giorni l’anno scorso dopo essere stato interrogato e poi arrestato. (Durante la detenzione ha scambiato un saluto con Capella nel cortile della caserma.)

    Nessuno dei 10 ora sotto processo è attualmente in detenzione.

    Un altro avvocato, che rappresentava Balda, ha affermato che l’esperienza del sacerdote è stata “molto positiva”.

    “All’epoca era l’unico detenuto, il poveretto. Qualunque cosa chiedesse, qualunque cosa avesse bisogno, [le guardie] sono state sempre d’aiuto”, ha detto l’avvocato di Balda, Emanuela Bellardini. “Non ho avuto nemmeno un problema quando avevo bisogno di incontrarlo.”

    Gli storici notano che c’è stata un’altra epoca in cui la Chiesa cattolica ha condotto la giustizia su una scala molto più ampia, allo scoperto e spesso brutalmente. Quando lo Stato Pontificio deteneva il territorio in parte dell’attuale Italia, una punizione comune era una forma di tortura in cui i criminali venivano sospesi con una corda ai polsi, a volte con pesi attaccati. Alcuni detenuti furono esiliati per remare a bordo delle navi papali. I colpevoli più nobili sarebbero stati trattenuti a Castel Sant’Angelo, ma i benefici del loro status aristocratico avevano dei limiti; potrebbero essere torturati e giustiziati sul posto.

    Il territorio della Santa Sede di oggi è molto più piccolo e inizia lungo la strada dalla fortezza ancora in piedi. È lì che Capella è ora confinata. Il suo avvocato, che ha affermato che Capella non era disposto a essere intervistato, ha affermato che al suo cliente è stato permesso di camminare su un percorso predeterminato all’interno della città-stato. Ma non poteva attraversare il confine con l’Italia.

    “[Il Vaticano] ha il vantaggio di essere molto piccolo, quindi il controllo è granulare”, ha detto Borgogno. “Tutti sanno chi va e viene. Non c’è problema a controllare che rispetti i suoi limiti».

    Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento.

    Capella, prima della sua condanna, aveva detto che il suo comportamento era stato “ripugnante” e lo aveva attribuito a un periodo di crisi dopo essersi trasferito a Washington, dove aveva poco lavoro appagante da fare.

    Il suo nuovo lavoro, nell’ufficio che vende le preghiere papali e si occupa anche di beneficenza, è stato qualcosa per cui Capella è diventato idoneo solo dopo aver scontato una “parte considerevole” della sua condanna, ha detto Borgogno. Borgogno lo definì un ruolo di “natura burocratica”.

  • Abuso ecclesiastico. [Video] Scandalo a San Pedro: Vescovo difende sacerdote abusatore davanti alle madri delle vittime

    Abuso ecclesiastico. [Video] Scandalo a San Pedro: Vescovo difende sacerdote abusatore davanti alle madri delle vittime

    Questo mercoledì alle 10 del mattino il Vescovo di San Nicolás Hugo Santiago ha incontrato i sacerdoti della diocesi responsabili delle parrocchie di San Pedro. L’incontro si è svolto nell’aula della parrocchia di San Roque , situata all’angolo tra Moreno e Ansaloni in quel paese a nord della provincia di Buenos Aires.

    Dopo aver ricevuto per anni il disprezzo della gerarchia cattolica per aver denunciato gli abusi subiti dalle figlie e dai figli per mano di un prete e di due complici, Carla Vitale , Ana Froman e Víctor Sabbioni hanno deciso di presentarsi al pranzo dei sacerdoti per chiedere risposte prima della situazione che stanno attraversando. Il caso, è bene ricordarlo, andrà presto a processo con tre accusati di abusi sessuali aggravati e altre umiliazioni ai danni di cinque minorenni .

    Pochi minuti prima delle 15, le due madri e il padre di tre delle vittime sono arrivate in parrocchia. Pochi metri più avanti, lungo via Ansaloni, l’asilo Belén, dove quattro anni fa le loro figlie e i loro figli raccontarono di essere stati ripetutamente maltrattati dal prete Tulio Matiussi , dal portiere Anselmo Ojeda e dalla tutrice María Rubíes . Vitale sapeva che qualunque cosa fosse successa doveva essere registrata. E non appena sono scesi dall’auto, ha acceso la fotocamera del suo telefono .

    Quella che segue è una materia prima, senza alcuna modifica. Solo le parti ricevute in questo modo dalle stesse famiglie denuncianti sono state “colpite”. Le espressioni del vescovo Santiago sono eloquenti nel senso di una chiara posizione di insabbiamento dei colpevoli e di demonizzazione delle vittime , come dettato dal manuale di procedure scritto sottovoce dal Vaticano.

    In primo luogo, il vescovo sembrò assumersi la sua responsabilità e, udito il suo nome, andò incontro a coloro che si presentavano alla porta dell’aula. Ma capiva a malapena di cosa si trattasse, cercava mille modi per evitare la conversazione e sembrava persino nervoso. “Non ho problemi a parlare, ma non filmatemi “, disse con tono canchero. “Questo è ciò che ci protegge “, ha detto Vitale.

    Santiago ha confuso la giurisdizione civile con la giurisdizione penale davanti alle madri delle vittime. Con tono provocatorio, ha detto che “l’accusa contro Matiussi non è così chiara” , anche se ha voluto chiarire che non lo protegge e che tutto è nelle mani della “Giustizia”. Ha negato di essere andato più volte a parlare con il giudice del caso (cosa che le famiglie danno per scontata). E come se non bastasse, ha confermato che a una messa, pubblicamente, ha detto che credeva al suo prete e non ai bambini .

    Quando il vescovo si rese conto che la battaglia era persa, cambiò la sua espressione in una meno presuntuosa e si voltò verso la rabbia aperta. “Smetti di filmare e vai” , ha detto prima di voltarsi e cercare di tornare al tavolo.

    L’atteggiamento del resto dei preti e dei loro dipendenti non era molto diverso da quello del vescovo, che approfittava della superiorità numerica e dell’impeto dei suoi difensori per ritirarsi dal centro della scena. Oltre che provocatorio, degno apostolo della santa viltà.

    Quando le madri e il padre che si sono lamentati hanno deciso di andarsene, hanno ricevuto insulti da alcuni dei presenti e una delle donne del luogo ha persino provato a strappare il cellulare di Vitale. Lì la registrazione viene tagliata.

    La donna in questione è Marisa Corvalán , che secondo varie fonti lavora presso il Sottosegretario alle Politiche di Genere, Donne e Diversità del Comune di San Pedro , dove è caduta dopo aver attraversato l’area del Turismo. Secondo lei stessa, dice a chi le è vicino che il suo rapporto con il sindaco Cecilio Zalazar è ottimo.

    Vale la pena ricordare che, oltre ad essere il capo comunale, Zalazar presiede il partito della FE de San Pedro , la mostruosità creata dal compianto Momo Venegas che è stato con Macri fino al 2019 ed è ora membro del Frente de Todos . Inutile dire che Zalazar ha un ottimo rapporto con i padroni di casa di monsignor Santiago.

    L’episodio non è finito qui. Per ordine del vescovo, c’è stata una chiamata al 911 chiedendo la protezione della polizia di Buenos Aires o, meglio, cercando di costringere le madri e il padre degli ex studenti dall’orto a essere portati via con la forza. Curiosamente, quando sono arrivati ​​sul posto e hanno ascoltato “i partiti”, i poliziotti non hanno disturbato Vitale, Froman e Sabbioni, forse convinti che anche per loro difendere questi preti fosse insostenibile.

    Ore dopo, secondo il sito Noti San Pedro , tutti i sacerdoti e i loro dipendenti hanno sporto denuncia alla locale questura contro Vitale, Froman e Sabbioni per presunta violazione di proprietà private, avendo filmato senza consenso coloro che si trovavano nella parrocchia e persino avendo causato uno scompenso al parroco di San Roque. Come se le vittime fossero gli uomini in tonaca e non le famiglie dei bambini che hanno subito abusi e maltrattamenti.

    In dialogo con La Izquierda Diario Carla Vitale ha affermato che sia lei che l’altra madre e padre sono “calmi”, poiché non hanno fatto altro che “smascherare” il vescovo e i suoi scagnozzi . “Possiamo dimostrare non solo che i nostri figli dicono la verità, ma che mentono e che il loro atteggiamento è oscuro “, ha detto.

    “Nonostante il dolore e l’impotenza di incontrare una persona che non muove un ciglio, crediamo che tutto stia prendendo il corso che deve prendere ” , ha concluso Vitale riferendosi al passo successivo nella causa legale per l’abuso di sua figlia e altri quattro minorenni: il processo al sacerdote Matiussi e ai suoi complici .

    https://www.laizquierdadiario.com/Video-Escandalo-en-San-Pedro-obispo-defiende-a-cura-abusador-ante-madres-de-victimas