Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Fu vittima di abusi da parte di un sacerdote pedofilo, avrà diritto ad un maxi risarcimento

    Fu vittima di abusi da parte di un sacerdote pedofilo, avrà diritto ad un maxi risarcimento

    Un uomo di 52 anni riceverà 2,45 milioni di dollari australiani (1,67 milioni di franchi al cambio attuale), oltre alle spese processuali, come risarcimento per gli abusi subiti dal suo insegnante, il sacerdote Bertram Adderley. A quel tempo, la vittima aveva 10 anni e un tribunale australiano ha dimostrato le ripetute violenze tra il 1977 e il 1980.

    Secondo i legali della vittima, il sacerdote in questione sarebbe stato, tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80, un abusatore seriale con «decine e decine di vittime», anche se non lo hanno denunciato, e dunque la sentenza che prevede un risarcimento senza precedenti è di «enorme significato».

    È finora il più grande risarcimento ordinato dalla giustizia in Australia, e forse nel mondo, in casi di pedofilia ad una singola persona. Lo scrive la stampa locale ricordando la diffusione della piaga degli abusi da parte del clero sulla quale le istituzioni australiane da anni hanno intrapreso una battaglia. Il problema nei decenni passati ha riguardato non solo i sacerdoti che sono risultati colpevoli di pedofilia ma anche l’intero sistema che permetteva l’insabbiamento dei casi. «Quello che è successo a me non sarebbe mai dovuto accadere – ha detto la vittima alla fine del processo -, perché la Chiesa cattolica era consapevole della sua malattia – ha aggiunto riferendosi al prete insegnante che lo abusò -, della sua malattia mentale, anche prima che arrivasse a colpire me».

    Ovunque nel mondo le conferenze episcopali stanno comunque cercando di mettere argine ad un fenomeno che in molti Paesi ha devastato la Chiesa e che non accenna a cessare del tutto, nonostante la linea di ‘tolleranza zero’ voluta da Papa Francesco che ha proseguito e rafforzato le decisioni che erano già state assunte da Benedetto XVI.

    L’ultimo caso in ordine d’arrivo si registra a Malta dove due sacerdoti nei giorni scorsi sono stati arrestati dalla polizia per abusi sessuali compiuti su un bambino che all’epoca dei fatti, nel 2003, aveva 8 anni ed era il chierichetto della parrocchia nella località di Xaghra, sull’isola di Gozo. I due, Joseph Sultana di 84 anni e Joseph Cini di 70, sono separatamente comparsi stamani davanti al Tribunale di Gozo. Entrambi si sono dichiarati non colpevoli.

    Il caso è stato riportato dalle autorità civili maltesi alla Commissione di Salvaguardia della Chiesa cattolica. La Curia ha confermato di aver dato alla polizia tutte le informazioni sul caso ed ha ribadito l’invito pubblico a denunciare tutti gli episodi di presunti abusi sessuali.

    La Corte di Gozo ha ascoltato la testimonianza della vittima, che attualmente ha circa 26 anni, ordinando la non pubblicazione del suo nome. L’uomo, che ora vive abitualmente all’estero, ha riferito di aver avuto il coraggio di parlare dei fatti solo nel 2019 con il vescovo di Gozo, che lo incoraggiò a rivolgersi alla Commissione.

  • Abusi della Chiesa cattolica: solo una frazione delle vittime si fa avanti, dice il gruppo di sopravvissuti

    Abusi della Chiesa cattolica: solo una frazione delle vittime si fa avanti, dice il gruppo di sopravvissuti

    Di Andrew McRae di RNZ

    Un gruppo di sopravvissuti per le persone vittime di abusi mentre era sotto la cura della Chiesa cattolica dice che solo una piccola parte di loro si sta facendo avanti.

    Alcuni hanno parlato con la Commissione reale in Abuse in Care, ma viene visto come solo la punta dell’iceberg.

    Il dottor Christopher Longhurst di SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests) ha detto che molte persone sono riluttanti a farsi avanti per paura di essere ridicolizzate.

    “C’è così tanta vergogna intorno agli abusi che la società vede la vittima come ferita e difettosa e c’è la vittima che incolpa”.

    Longhurst ha detto che c’è dignità nel sopravvivere agli abusi e non c’è nulla di cui vergognarsi per la vittima.

    “Se la Commissione reale o qualcuno potesse aiutare il paese a vedere che c’è solo dignità nel sopravvivere a quel tipo di abuso, allora più persone si farebbero avanti.

    “C’è un enorme coraggio nel farsi avanti e nel rendersi conto che sono stato vittima di abusi ma che sono sopravvissuto”.

    Ha detto che molte vittime di abusi affrontano questo problema lasciando l’istituto e semplicemente andando avanti con le loro vite – che è una scelta legittima ma può lasciare il loro trauma irrisolto.

    “Non devono identificarsi come vittime o sopravvissuti, ma sono stati colpiti. Possono semplicemente denunciare l’abuso”.

    Longhurst ha detto che la Chiesa cattolica deve essere ritenuta responsabile ora, prima che la Commissione reale riferisca.

    “La Chiesa cattolica è nella posizione di essere già obbligata a fare qualcosa perché è una chiesa. Dovrebbe già aiutare in base ai suoi principi di giustizia, ai suoi valori cristiani, dovrebbe già fare ciò che noi vogliamo che faccia, ma per qualche motivo non lo è.

    “Queste persone [vittime] sono afflitte e ferite nelle proprie istituzioni dai propri membri”.

    Longhurst ha detto che i sopravvissuti vogliono che la Chiesa cattolica sia ritenuta responsabile come qualsiasi entità giuridica e che il governo apporti questo importante cambiamento.

    I preti e i vescovi della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda non sono considerati dipendenti, ma sono visti come impiegati da Dio, ha detto Longhurst.

    “Questa è un’assurdità straordinaria e quindi non c’è responsabilità.

    “Quello che la Chiesa cattolica sta facendo oggi in Nuova Zelanda si presenta molto bene su carta e politica e la Chiesa cattolica sta spendendo centinaia di migliaia di dollari in pubbliche relazioni per la sicurezza e la protezione dei bambini per il futuro, e mentre va tutto bene. e bene … questa è una reazione alla pressione che SNAP, i sopravvissuti e le vittime esercitano per apportare quei cambiamenti.

    “La Chiesa cattolica non farebbe altro che il proprio processo storico di tentare di coprire”.

    SNAP sostiene il lavoro che la Commissione Reale sta facendo, ma pensa che potrebbe andare troppo lentamente.

    Longhurst ha detto che il rapporto provvisorio della Commissione pubblicato a dicembre non contiene nulla di sorprendente.

    “Perché non ha fornito alcune raccomandazioni. Qual è lo scopo di una relazione provvisoria? Solo per fare una relazione?”

    SNAP sostiene l’appello di molti sopravvissuti per l’istituzione di un organismo indipendente per sovrintendere a tutti gli abusi nelle richieste di assistenza e per fornire risarcimento, consentendo così ai sopravvissuti di aggirare l’approccio alla stessa organizzazione che li ha abusati.

    “E ‘certamente idealista perché quanto possa essere indipendente, ma ce ne deve essere uno. Per la guarigione ci deve essere un risarcimento legittimo per ripristinare il danno fatto”, ha detto Longhurst.

    Crede che la Nuova Zelanda potrebbe essere un leader mondiale nella gestione degli abusi nelle cure.

    https://www.nzherald.co.nz/nz/catholic-church-abuse-only-a-fraction-of-victims-coming-forward-survivor-group-says/BSW6QINHJ2GXFO6D5C62IPW7OU/?fbclid=IwAR0_VnfhaWg4aB54uI1292Xg73UCJRyT_kmIKWqWC_-qf7kSNMmxEi8Z1I4

  • ENNA – “ Con la clausola di riservatezza la vittima di violenza si  impegna a non raccontare nulla delle violenze subite”

    ENNA – “ Con la clausola di riservatezza la vittima di violenza si  impegna a non raccontare nulla delle violenze subite”

    Ansa 25 gen 21 – Enna – “ Con la clausola di riservatezza la vittima di violenza si  impegna a non raccontare nulla delle violenze subite e qualora non dovesse tenere fede all’impegno è costretta a restituire i soldi”- Lo dice Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso , una ONG con sede a Savona che raccoglie 930  persone vittima di violenza da parte di sacerdoti. La Ong annuncia che si costituirà parte civile in un eventuale processo contro i prete di Enna , accusato di avere violentato un minore.  “La nostra organizzazione ha 10 anni di vita. Io stesso sono stato abusato – racconta-  dall’età di 10 anni e fino ai 14 anni da un sacerdote che ha violentato, nel mio paese di 5000 persone, 40 bambini”. “Per la nostra esperienza molti abusati denunciato dopo tanti anni. Non è facile fare i conti con delle ferite che cambiano la vita per sempre. La prassi è quella di attingere i soldi per pagare le vittime degli abusi dalle associazioni cattoliche della Diocesi”. Il presidente della Rete L’Abuso, lancia un appello al Papa “ Questo papa ha fatto tante cose buone – ci dice al telefono – ma spesso i suoi cardinali hanno disatteso i dettami della Chiesa. Lo invito a far si che le sue indicazioni, proprio sugli abusi compiuti dai sacerdoti, vengano rispettate”.

    Ansa 25 gen 21 – Enna

  • Pedofilia Enna, tutte le denunce della presunta vittima

    Pedofilia Enna, tutte le denunce della presunta vittima

    “Hanno provato a comprare il mio silenzio, ma dopo un lungo travaglio interiore, ho trovato il coraggio di denunciare: ciò che ho subito, non deve subirlo più nessuno”.

    Adesso è un adulto, ha ventisei anni, ma ne aveva quindici anni quando, ha raccontato, cominciò a subire abusi sessuali da parte di un prete di una parrocchia di Enna.

    “Esprimo piena fiducia nella magistratura e offro collaborazione per l’accertamento della verità dei fatti”, ha detto il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana (nella foto), spiegando di “aver attivato la procedura canonica informando le autorità ecclesiastiche” quando ha ricevuto segnalazioni.

    Ma ha anche sottolineato di “non avere ricevuto alcuna comunicazione da parte dell’Autorità giudiziaria in cui si informa di eventuali procedimenti penali a carico di chierici della diocesi”.

    Intanto il parroco accusato, che nel frattempo ha fondato un’associazione che riunisce duecento giovani, sarebbe stato spostato in una regione del nord Italia, ufficialmente per gravi motivi di salute.

    “Sono stato a lungo combattuto – ha sottolineato la presunta vittima – tra la voglia di non tradire la Chiesa, a cui sono devoto, e la necessità di giustizia”, che lo ha poi spinto a presentare una denuncia alla Procura della Repubblica di Enna, che ha iscritto il sacerdote nel registro degli indagati e affidato indagini alla squadra mobile della Questura.

    Nel 2014, aveva raccontato al parroco ennese degli abusi, che, secondo la sua ricostruzione, erano cominciati quando il sacerdote era ancora in seminario e si erano protratti dal 2008 al 2013, consumati anche nella canonica della chiesa.

    Nel 2018, dopo un percorso avviato con uno psicoterapeuta, il giovane ha formalizzato una denuncia alla diocesi di Piazza Armerina. E’ stato sentito dal Tribunale ecclesiastico di Palermo ma, nonostante avesse nominato un avvocato rotale – cioè abilitato a rappresentarlo di fronte alla Sacra Rota – non è riuscito a ottenere un processo. Per questo, racconta, “ho scritto al Papa, chiedendo il suo aiuto”.

    E, secondo quanto si è appreso, dal Vaticano hanno chiamato in Diocesi chiedendo immediati chiarimenti sulla vicenda.

    Denaro per non parlare

    Come detto, la presunta vittima sostiene poi di avere ricevuto un’offerta di denaro in cambio del suo silenzio “ma non avrei mai potuto accettare perché non voglio che altri subiscano il mio calvario”, ha detto.

    “Noi non abbiamo mai offerto denaro ad alcuno”, ha replicato al telefono monsignor Gisana.

    Gli abusi, secondo il contenuto della denuncia, sarebbero cominciati nel 2008, quando il presunto violentatore era ancora un educatore dell’Azione cattolica. Una serie di approcci fino alle violenze, che sarebbero iniziate nel 2009.

    Tra, ha accusato ancora il giovane, piccoli ricatti e minacce per garantirsi il silenzio.

    E poi, ha aggiunto, il “dolore nel sentirsi tradito dalla Chiesa, dai tanti preti, con i quali mi ero confidato”.

    La solidarietà di un solo prete

    “Soltanto un sacerdote a Enna – ha ricordato – mi ha sostenuto mentre molti hanno cominciato ad avere atteggiamenti se non ostili, comunque di sospetto”.

    “Questa esperienza mi ha rovinato la vita – ha concluso la presunta vittima, che un tempo avrebbe voluto entrare in seminario – ma io, con l’aiuto dei miei genitori, ce l’ho fatta. Oggi sono ancora impaurito, ma posso guardarmi allo specchio. Spero che gli altri, che hanno subito lo stesso mio trattamento, decidano di denunciare”. don Giuseppe Rugolo

    https://qds.it/pedofilia-enna-tutte-le-denunce-della-presunta-vittima/

  • Australian Gate vivo e vegeto.

    Australian Gate vivo e vegeto.

    Articolo tratto da korazym.org- di Vik van Brantegem

    Australian Gate vivo e vegeto. La verità sugli abusi sessuali del clero può anche emergere, ma il male non deve essere divulgato. Il male prospera solo nel buio

    21 Gennaio 2021   Korazim  http://www.korazym.org/54760/australian-gate-vivo-e-vegeto-la-verita-sugli-abusi-sessuali-del-clero-puo-anche-emergere-ma-il-male-non-deve-essere-divulgata-il-male-prospera-solo-nel-buio/

    di Vik van Brantegem

    L’Arcidiocesi di Perth ha accettato di pagare quello che si ritiene essere il più alto risarcimento a una vittima di abusi sessuali in Australia, dopo che gli avvocati dell’Arcidiocesi hanno costretto un uomo di 52 anni a rendere in tribunale una straziante testimonianza sullo stupro subito da parte di un prete negli anni ’70. Peter (non è il suo vero nome) riceverà 2,45 milioni di dollari AUS più le spese legali, a titolo di risarcimento per gli abusi sessuali subiti da parte dell’insegnante e sacerdote Bertram Richard Adderley, morte nel 1983, che lo ha violentato tra il 1977 e il 1980, quando aveva dai 10 ai 12 anni.

    Attualmente, la Chiesa in Australia sta affrontando centinaia di richieste di risarcimento – scrive oggi WAtoday – dopo che un certo numero di giurisdizioni ha rimosso le regole, che impedivano alle persone di andare in tribunale per chiedere un risarcimento per abusi sessuali storici, anche se avevano precedentemente accettato pagamenti da schemi gestiti dalla Chiesa come la Melbourne Response (Risposta di Melbourne). Una serie di pagamenti significativi per abusi sessuali hanno sminuito quelli offerti dal National Redress Scheme (Schema di Risarcimento Nazionale) del governo federale, istituito dopo la Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori.

    Nell’ultimo anno finanziario, secondo i dati governativi sono stati effettuati 2.504 pagamenti per il risarcimento di vittime di abusi sessuali, da meno di 10.000 fino a 150.000 dollari AUS, con un pagamento medio di 81.876 dollari AUS, per un totale di più di 205 milioni di dollari AUS.

    L’abbiamo scritto 10 giorni fa in un articolo sulla Trattativa Stato-Mafia, il “papello” (le richieste allo Stato delle famiglie dei mafiosi al 41bis) e le stragi di mafia: verità di cui non si deve parlare. E lo ripetiamo oggi nell’ambito dell’Australian Gate, con le stesse parole, in riferimento alla Chiesa Cattolica Romana e la sua gerarchia, nazionale e universale:

    «Di per sé la verità occultata è molto difficile da scoprire, ma nonostante le enormi difficoltà vi sono donne e uomini coraggiosi e determinati che a costo della loro stessa vita questa verità difficile da individuare la trovano. Grazie al loro estenuante e infaticabile impegno, la verità emerge. Ma c’è chi pensa che di una “certa” verità non bisogna parlare, come il sole che sorge la mattina di cui tutti abbiamo contezza, ma di cui non dovremmo parlare.
    Il concetto più inflazionato per nascondere le verità di mafia, e il più evidente, è il presunto “condizionamento dell’opinione pubblica”, che a causa della notizia di verità la sola divulgazione non fosse del tutto opportuna, giustificata o addirittura “legale”. Negli ultimi tempi è chiaro il segnale, che le menti raffinatissime vogliono far arrivare, e cioè che la verità può anche emergere, ma non deve essere divulgata, pena la delegittimazione a vario titolo
    ».

    Risarcimento record della Chiesa Cattolica nel caso di abuso sessuale su un minore
    di Heather McNeill
    WAtoday, 21 gennaio 2021
    (nostra traduzione di lavoro italiana dall’inglese)

    L’accordo è stato offerto a Peter (non suo vero nome) il 13 gennaio scorso, poche ore dopo essere entrato nel banco dei testimoni durante il processo civile del tribunale distrettuale a Perth e ha raccontato come Adderley, morto nel 1983, l’abbia abusato per diversi anni. Gli abusi includevano di portarlo in una spiaggia per nudisti, violentarlo in un appartamento e costringerlo a fare sesso orale all’interno di una chiesa di Perth dove era un chierichetto.

    Peter ha detto al The Age e al Sydney Morning Herald che essere stato costretto dalla Chiesa a rivivere gli abusi attraverso la testimonianza al processo lo aveva traumatizzato di nuovo, ma che era determinato a denunciare Adderley e ad incoraggiare altri a farsi avanti.

    “Nel momento in cui si verificava l’abuso, mi diceva: ‘Tieni il nostro piccolo segreto, va tutto bene. Vuoi davvero che tua madre si arrabbi per questo?’”, ha detto Peter. “È stato difficile raccontare i segreti più profondi, oscuri e custoditi in modo sicuro, a una stanza piena di estranei in tribunale. È traumatizzante, ma ero determinato a farlo perché ciò che la chiesa permetteva ai loro membri di fare era il male e il male prospera solo nel buio, e quello che ero determinato a fare era portarlo alla luce”.

    L’avvocato di Peter, Michael Magazanik di Rightside Legal con sede a Melbourne, ha affermato che il pagamento storico è la prova che le vittime di abusi potrebbero ottenere un risarcimento adeguato se avessero la determinazione a combattere. “La Chiesa ha una storia scioccante”, ha detto. “L’abuso è la prima parte, e poi il bullismo legale contro i sopravvissuti è la seconda parte, quando si impongono alle persone somme pietose e offensive”. Magazanik ha detto che le leggi sono cambiate per consentire alle persone di chiedere un risarcimento, ma la Chiesa non ha ancora accettato che il terreno si sia spostato sotto i suoi piedi. Non puoi aspettarti che la Chiesa agisca in modo ragionevole o caritatevole, devi costringerla a farlo ed è per questo che il mio cliente ha avuto il coraggio e la straordinaria determinazione di entrare effettivamente nel banco dei testimoni e raccontare la sua storia. Questo ha davvero costretto la Chiesa ad arrendersi”. Prima di raggiungere l’accordo da 2,45 milioni di dollari AUS, Peter ha avuto dalla Chiesa un’offerta di 50.000 dollari AUS.

    L’abuso di bambini di Adderley è venuto alla luce per la prima volta negli anni ’60, quando era sacerdote nella città di Narrogin, nell’Australia occidentale. A seguito delle accuse, è stato spostato nelle parrocchie di Nannup e Manjimup. Nel 1974 fu accusato di aver molestato un ragazzo dentro una chiesa di Bunbury e ammise gli abusi. Il Vescovo emerito Myles McKeon ha detto alla ABC nel 2008 che Adderley, sebbene non sia mai stato accusato, era stato successivamente “rimosso dal ministero sacerdotale”. Tuttavia, i documenti dimostrano che fu trasferito a Perth e che ha continuato il suo ministero sacerdotale lì.

    “La Chiesa cattolica sapeva che questo tizio era un delinquente e, come d’abitudine, lo hanno spostato 175 chilometri più in avanti e gli hanno dato la licenza per avvinarsi ad altri ragazzini”, ha detto Magazanik. “[Peter] proveniva da una famiglia felice ed è stato preso di mira da questo uomo vergognoso che ha cambiato il corso della sua vita. Peter soffriva di disturbo da stress post-traumatico e soffre ancora oggi di depressione e ansia. Ha fatto fatica a tenere un lavoro per più di 12 mesi prima dei 50 anni, e si era dato alla droga. Il trauma dell’abuso lo ha accompagnato sempre, ha detto l’avvocato. [Il risarcimento] è una sorte di vendetta, sollievo e giustizia, perché la Chiesa non può più nasconderlo”, ha detto Magazanik.

    L’Arcidiocesi di Perth ha rifiutato di commentare.

    L’avvocato Judy Courtin, che rappresenta le vittime di abusi istituzionali, ha accolto con favore i risarcimenti più elevati concessi dai tribunali, ma ha detto che “non eravamo ancora lì” in termini di un equo compenso per la sofferenza subita. Courtin ha detto che lo Schema di Risarcimento Nazionale è “disgustoso” e “progettato in combutta con le istituzioni, tra cui la Chiesa Cattolica e lo Stato, per proteggere ulteriormente la proprietà della Chiesa e delle istituzioni”.

    La vittima di abusi sessuali parla dopo che la Chiesa Cattolica di Perth ha acconsentito a pagare un risarcimento di 2,45 milioni di dollari AUS
    di Keane Bourke e Amelia Searson
    Abc.net.au, 21 gennaio 2021
    (nostra traduzione di lavoro italiana dall’inglese)

    Una vittima che ha ottenuto 2,45 milioni di dollari AUS a titolo di risarcimento per gli abusi sessuali subiti da parte di un prete cattolico ha parlato dell’impatto “grave” che l’abuso continua ad avere sulla sua vita. L’Arcivescovo di Perth ha acconsentito a pagare il risarcimento dopo che la vittima, che ora ha 50 anni, ha descritto di essere stata violentata dal sacerdote Bertram Richard Adderley negli anni ’70.

    La sentenza storica è stata pronunciata da un giudice del tribunale distrettuale la scorsa settimana e si ritiene che sia una delle somme più alte pagate dalla Chiesa Cattolica in Australia a una vittima di abusi sessuali storici.

    Peter (il nome della vittima è stato cambiato per proteggere la sua identità) ha parlato alla ABC degli abusi subiti per mano dell’ormai defunto sacerdote, che era un insegnante laico presso il prestigioso Aquinas College di Perth negli anni ’50, prima di servire come sacerdote nella Diocesi di Bunbury. Adderley prestò servizio anche a Perth nella parrocchia di Hamilton Hill, dove incontrò Peter quando questo aveva nove anni intorno al 1977.

    Peter, che non vuole essere identificato, ha detto che era spaventoso rivivere il momento peggiore della sua vita in tribunale, ma è andato avanti perché sentiva che la reazione della Chiesa alla Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori era ” arrogante”. “Per quanto facesse male, mi sono fatto coraggio per andare avanti e ho contattato gli avvocati”, ha detto Peter. Ha detto che la Chiesa non si è comportata in modo corretta nei confronti delle vittime. “Voi avete influenzato così tante vite, compresa la mia, e ci state solo spazzolando sotto il tappeto”, ha detto. “Non offrite alcun rispetto alle future vittime e non state mostrando alcun desiderio di prevenire future vittime”.

    L’avvocato di Peter, Michael Magazanik, ha detto che Adderley ha avuto “dozzine e dozzine” di altre vittime, compresi dei ragazzi dell’Aquinas College, dove ha lavorato come insegnante laico negli anni ’50. Magazanik ha detto che Adderley ha abusato di “molti ragazzi” nella regione di Bunbury negli anni ‘60 e ‘70, e che la Chiesa è stata informata di queste accuse. Invece di agire, ha detto Magazanik, la Chiesa “lo ha spostato a Perth “dove ha incontrato Peter quando era un chierichetto nella parrocchia di Hamilton Hill. “Adderley ha abusato di [Peter] in modo orribile dal 1978 al 1980”, ha detto. “La Chiesa Cattolica sapeva che Adderley era un violentatore di bambini, ma gli ha permesso di trasferirsi a Perth e servire presso la parrocchia dove ha abusato del mio cliente. Ha preso di mira i ragazzi che ha incontrato in spiaggia, i ragazzi delle scuole, i chierichetti e ha preso di mira soprattutto i ragazzi dell’Aquinas College di Perth”, ha detto. “Ha avuto molte vittime e so che alcune di quelle vittime non ce l’hanno fatta”.

    Magazanik ha definito la sentenza “estremamente significativa”. “Questa è la più grande somma di risarcimento che la Chiesa Cattolica abbia mai pagato a una vittima di abusi in Australia”, ha detto.

    Peter ha detto: “Quello che mi è successo non sarebbe mai dovuto accadere, perché [la Chiesa Cattolica] era consapevole della sua malattia, della sua malattia della mente, prima di arrivare a me”. Ha detto che questa “negligenza del loro dovere di diligenza” lo ha spinto a portare avanti il suo caso. “La cosa che mi ha fortificato per andare avanti con questo processo è la ferma convinzione che il male prospera nell’oscurità”, ha detto. Ha detto che anche se non si sentiva “felice” del giudizio, questo lo ha portato ad un fine in un certo modo e a trovare sollievo. Ha detto che ogni mattina quando si veglia, la prima cosa che vede è il suo violentatore. Ma ha detto di aver preso conforto dal giudizio storico. “Non ha vinto, non mi ha battuto”, ha detto del suo aggressore. “Ma non potevo lasciarlo vincere e non potevo lasciar vincere [la Chiesa Cattolica]. Poi, Peter ha detto che auspicava che altre vittime cercassero aiuto e sapessero che non è colpa loro. “Non sentirvi in colpa per questo, non ve ne vergognate”, ha detto.” Se siete ancora con noi, se non avete ceduto a quel senso di colpa e vergogna, andate a vedere un avvocato”.

    Peter ha detto che all’inizio degli anni 2000, la Chiesa ha intrapreso quello che ha chiamato il “Processo verso la guarigione” in cui ha riconosciuto che alcuni sacerdoti avevano “fatto cose atroci ai bambini nel loro gregge”. Ha detto di aver ricevuto 50.000 dollari AUS a titolo di risarcimento finanziario ed era stupito di un documento legale che affermava che non poteva parlare di quello che gli era successo, che lo aveva lasciato senza speranza.

    L’Arcivescovo di Perth Timothy Costelloe ha affermato in una dichiarazione di essere “contento che la vittima di questo sconvolgente abuso abbia avuto l’opportunità di vedere la sua storia raccontata e creduto ed è stato compensato finanziariamente”. “La Chiesa Cattolica ha una storia deplorevole in relazione all’abuso sessuale sui minori e sui vulnerabili “, ha detto l’Arcivescovo Costelloe. “La Royal Commission ha fatto luce su questo oscuro capitolo della storia della Chiesa qui in Australia. Niente può giustificare o cancellare i terribili errori del passato. Ciò che la Chiesa può fare oggi e in futuro è impegnarsi a trattare coloro che hanno subito abusi con dignità, rispetto e integrità. La Chiesa può e deve anche prendere tutte le misure necessarie affinché, per quanto umanamente possibile, tali abusi non si ripetano mai più all’interno delle strutture cattoliche”. Ha aggiunto che la Chiesa aveva istituito due organismi che erano “funzionalmente indipendenti” per garantire la sicurezza dei componenti e garantire che i denuncianti fossero supportati quando denunciavano abusi. Ha detto che la Chiesa ha partecipato a pieno titolo al Commonwealth Redress Scheme, che è stato istituito in risposta alla Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori.

    Australian Gate vivo e vegeto. La verità sugli abusi sessuali del clero può anche emergere, ma il male non deve essere divulgato. Il male prospera solo nel buio

  • Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    “Per come lo abbiamo conosciuto in questi anni, non possiamo credere che don Franco sia responsabile dei fatti di cui è accusato”: è questo il senso della risposta che da più voci raccolgo nel cortile davanti alla canonica dove vive don Franco Reverberi, a Sorbolo.

    In un bar del centro, qualcuno ricorda il clamore che aveva suscitato, nel 2012, la notizia che il parroco, arrivato da circa un anno in paese, fosse ricercato dall’Interpol per fatti risalenti agli anni della “guerra sporca” di Videla.

    Oggi la vicenda torna a fare parlare dopo che a ottobre è stata emessa una seconda richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote italo-argentino, come riportato nell’inchiesta I fuggitivi pubblicata nei giorni scorsi su La Repubblica.

    Originario di Enzano, classe 1937, a undici anni Reverberi emigra con la famiglia in Sudamerica. Nel ‘67 l’ordinanza sacerdotale lo porta a svolgere la funzione di parroco, per oltre quarant’anni, a Salto de Las Rosas.

    Dopo la fine della dittatura e dopo l’annullamento delle leggi che impedivano di accertare le responsabilità del terrorismo di Stato, quattro sopravvissuti alle sevizie subite nella Casa Departamental, uno dei tanti buchi neri che inghiottirono migliaia di oppositori politici, chiamano in causa don Reverberi nelle loro testimonianze.

    Come emerge dall’inchiesta giornalistica che fa parte del progetto On the run from the past, durante il processo i testimoni riferirono che, mentre venivano torturati, ad assistere vi era il cappellano militare, riconosciuto in Reverberi.

    Vestito a volte con abiti militari, altre volte con l’abito talare, la Bibbia in mano, il sacerdote, ricordano i testimoni, parlava raramente e solo per indurre i prigionieri a collaborare.

    Ma quando, nel giugno del 2011, il procuratore generale di San Rafael, sulla base delle testimonianze raccolte, chiede che Reverberi venga indagato, il sacerdote non è più reperibile avendo lasciato il Paese un mese prima per stabilirsi a Sorbolo. Ai giudici, che dovevano ascoltare il parroco, fu presentato un certificato che attestava problemi cardiaci.

    Nel 2012, a un anno dal suo trasferimento in Italia, una sua foto viene diramata dall’Interpol che emette un mandato di rintraccio nei suoi confronti mentre la richiesta di estradizione avanzata dall’Argentina, in assenza del reato di tortura nel codice penale italiano, viene rigettata prima dalla Corte d’Appello di Bologna, poi dalla Cassazione, nel 2014.

    Il 2 ottobre scorso, come riportato sulle pagine di Repubblica, è stata però presentata una nuova richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote.

    Don Reverberi, come mi dicono in paese, esce raramente e conduce una vita molto ritirata limitandosi a dire messa una volta alla settimana. Nello spiazzo alle spalle della chiesa, delimitato a ferro di cavallo entro gli edifici della canonica, c’è un via vai di bambini accompagnati a catechismo dalle mamme.

    Lauretta Ponzi, referente Caritas della parrocchia, all’uscita della canonica non si sottrae alle domande. In che modo ha reagito la comunità parrocchiale di fronte alle accuse rivolte nei confronti di don Franco?

    “Guardi, abbiamo già parlato tutti troppo di questo argomento, da diversi anni: più se ne parla e più la gente di Sorbolo scuote le spalle e dice di non volerne più sapere nulla. Noi vediamo l’operato che don Franco sta facendo qui ormai da dieci anni: non abbiamo nessun motivo per poter giudicare. Non conosciamo i fatti, se non quelli che abbiamo letto da voi. Per quello che noi vediamo, non abbiamo elementi per dubitare di lui”.

    Avete mai provato, in un confronto con la comunità, a chiedere risposte in merito alle accuse che gli vengono rivolte?

    “Don Reverberi ha chiarito tutto: anche in Italia è stato assolto perché non si trovava nel luogo in cui dicono che si trovasse al momento dei fatti”, mi risponde. Le dico che non è così: non è stato assolto perché non è stato processato, essendo venuto in Italia a un mese dall’inizio del processo. “Comunque ho visto l’inserto che avete fatto” e scuote il capo.

    Un peso lo hanno anche le parole dei testimoni: don Reverberi non sente il dovere di dare risposte ai giudici, a chi chiede di ricostruire un pezzo buio di storia, anche per chiarire la sua posizione?

    “Potrebbe anche essere, io non lo so, ma prima di tutto credo che debba rispondere davanti a Dio: è un sacerdote, c’è un superiore, c’è un vescovo, dovranno verificare loro. La comunità, mi creda, è stanca. Non possiamo dare giudizi su fatti che non conosciamo, che vengono da lontano e che ci sono stati riportati. Sono fatti rispetto ai quali lui si è difeso a spada tratta di fronte alla comunità parrocchiale”.

    Don Reverberi si è allontanato dall’Argentina per venire a Sorbolo poco prima del processo che lo vedeva imputato…”Probabilmente sì…questo ci può anche stare: ci possono essere stati sacerdoti che hanno lasciato la vita e altri, magari più deboli, che hanno chiuso gli occhi. Questo più che un problema della Chiesa credo sia un problema della persona. Possiamo mettere in dubbio un sacerdote che sta dando alla comunità, per quello che può dato che è molto malato, il suo impegno celebrando la messa e confessando i fedeli? Nel frattempo si sta curando, ha detto che è venuto in Italia per curarsi: ci sta anche che possa essere venuto in Italia in un momento difficile, ma era anche già malato. A che titolo possiamo giudicare?”.

    Cercare risposte, per poi poter giudicare, anche a nome delle vittime del regime di quegli anni. “Sì, sì, la storia la conosciamo…ma quando l’altro giorno ho visto il vostro servizio con don Reverberi in mezzo a quei due…mi è dato un colpo al cuore: non ce lo vedo, lì in mezzo, non posso crederci. La mia risposta da fedele, da cristiana, è questa: se lui è veramente colpevole, parli. Se no, ci dovremo affidare alla giustizia divina. Se intervista qualche altro parrocchiano, qualcuno potrebbe dirle che ha dei dubbi ma la comunità vera, che vive attorno alla parrocchia, non si pone il problema: non è che non vogliamo riconoscere quello che veramente è stato ma non vogliamo pensare che il nostro prete – che non è il parroco, perché è qui solo in appoggio – possa essere coinvolto in una cosa del genere”.

    Da una porta, si affaccia sullo spiazzo don Aldino Arcari, dal 2013 parroco della diocesi. Pochi giorni fa, alla giornalista di Repubblica che gli poneva una domanda sul caso Reverberi, ha parlato di accanimento da parte della stampa, informandola di avere avvertito il vescovo del fatto che in paese fossero tornati giornalisti a chiedere di don Franco.

    Di fronte alla mia domanda di un’intervista, accetta di rispondere. Parlare con don Reverberi, invece, non è possibile: è molto anziano e malato, mi dice.

    Don Arcari, a testimoniare ci sono quattro ex prigionieri politici che hanno indicato in Reverberi il parroco che nel 1976 avrebbe assistito alle torture mentre più testimoni riferiscono della sua presenza tra il ‘76 e il ‘78 nel centro di detenzione clandestino di San Rafael. Quale è la vostra posizione rispetto a questa vicenda?

    “Noi abbiamo un foglio della diocesi di San Rafael che dice che lui non era lì, nel ‘76, e lui stesso ha ribadito che non c’era, in quel periodo, essendo diventato cappellano militare solo nell’80. C’è tanto di documento della diocesi! Le accuse che gli vengono rivolte mi sembrano un po’ forzate, conoscendolo! Qui stiamo dando la caccia alle streghe…”.

    Ma i centri di detenzione erano extra-legali e clandestini: è improbabile che si registrassero gli ingressi di chi vi operava…

    “Può anche essere – ribatte don Arcari – io però mi fido di quello che dice. Se poi fosse falsa testimonianza, dovrà risponderne davanti a Dio. Siamo nel campo delle ipotesi. Lui ha già detto che non c’era. Ma io dico: se anche ci fosse stato, che accusa è? Beh, va bene: aveva la Bibbia in mano, dicono, certo: è un prete, non poteva andare là con un mitra….che conforto poteva dare ai condannati? Cosa poteva fare? Come quando durante il fascismo chiedevano a qualcuno di baciare il crocifisso….Che cosa poteva fare, poveretto… Non siamo mica tutti leoni: pensiamo a Don Abbondio”.

    All’esterno fa freddo, pur essendo un pomeriggio di sole. Don Arcari mi invita a entrare assieme a Lauretta Ponzi. Mi ripetono che la comunità non può credere che sia lui il prete riconosciuto dai testimoni, non per come lo conoscono.

    “Ci pensi – così Arcari, rivolgendosi a me -, come mai papa Francesco non è mai andato in Argentina, che è la sua terra? Chiediamoci questo. E’ un problema politico: non lo possono vedere, quel papa lì, in Argentina e lui non ci andrà mai, glielo dico io: sono delle beghe politiche. Non possono vedere papa Francesco e allora dicono: ti torturiamo questo prete argentino che è in Italia. Ci sono delle storie, sotto, che noi non sappiamo…Io, se fossi papa, la prima cosa che farei sarebbe andare nel mio paese natale…”.

    Vi siete confrontati col vescovo recentemente sulla vicenda di cui ora si torna a parlare vista la nuova richiesta di estradizione?

    “Io e il vescovo siamo molto legati. Quando viene qualcuno a chiedere di don Franco, glielo dico: lui mi ha detto di avere allertato Parolin in modo che avverta il papa di questa storia. Sembra che Sorbolo copra il torturatore ma noi non copriamo nessuno: lo abbiamo qui ospite e ce lo teniamo, anziano e malato, poveretto. Celebra messa solo una volta a settimana e confessa i fedeli: più di questo non fa. Che gli è venuto un infarto è vero: l’ho accompagnato io in ospedale. Per lui questa attenzione è una tortura. Altro, non saprei cosa dirle”.

    Arturo Salerni, avvocato che nel caso Reverberi è stato parte civile in Cassazione per la Repubblica Argentina, uno dei principali avvocati difensori delle vittime del maxi-processo Condor nel quale sono stati condannati all’ergastolo 24 responsabili dei crimini commessi durante le dittature sudamericane, raggiunto nel suo studio romano così commenta il caso Reverberi: “La richiesta di estradizione fu respinta dalla Corte d’Appello di Bologna, ritenendo che i reati fossero prescritti. Verso di lui era mossa l’accusa di tortura. Io allora feci per la Repubblica Argentina il ricorso in Cassazione che sostanzialmente ribadì le conclusioni alle quali era arrivata la Corte di appello di Bologna.

    Dal punto di vista dei processi, in Italia non ci sono attualmente altri elementi. Quello che evidenziamo è che don Reverberi si è sottratto alla giustizia argentina oltre al fatto che ci sono diversi e convergenti elementi di accusa: ci sono precisi riconoscimenti, che sono stati raccolti, tutti convergenti nell’indicare in lui ‘il prete’, il sacerdote che assisteva alle torture in maniera benevola non nei confronti dei torturati ma dei torturatori, con atteggiamento di complicità e spingendo i prigionieri a confessare. Da più parti – conclude il legale – in alcuni casi anche da parte della Chiesa, viene la richiesta che Reverberi si sottoponga alla giustizia terrena, prima di arrivare alla giustizia divina”.

    Lucia De Ioanna

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/01/20/news/sorbolo_il_caso_don_reverberi_la_comunita_e_stanca_non_giudichiamo_fatti_che_non_conosciamo_-283389240/?fbclid=IwAR0rqWtQc52SapVME10yvb_xAaSCZVLGSjY_OHqyC5lMBK4WKzH-bS47vWQ

     

  • Denuncia gli abusi alla diocesi che trasferisce al nord il prete, la vittima si rivolge alla polizia

    Denuncia gli abusi alla diocesi che trasferisce al nord il prete, la vittima si rivolge alla polizia

    di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – Quello che apparentemente sta emergendo ancora una volta è il solito muro di gomma da parte della Chiesa. Da una parte le vittime di presunte violenze sessuali che provano a denunciare al vescovo l’abusatore ma non vedendo risultati concreti alla fine sono costretti a rivolgersi ai carabinieri, attivando (finalmente) il processo penale. Che su queste vicende scabrose non ci sia una collaborazione fattiva tra il vescovo e la giustizia italiana è una vecchia storia.

    A Enna, dove è in corso un procedimento a carico di un sacerdote, è il Procuratore capo, Massimo Palmeri, a commentare: «Non abbiamo ricevuto niente dalla Curia. Siamo venuti a conoscenza del reato solo quando il giovane ha denunciato alla Squadra mobile»  ha detto in merito alla vicenda degli abusi sessuali su ragazzi che frequentavano una parrocchia di Enna, per i quali ora è indagato il parroco.

    I fatti sono avvenuti quando la vittima era un minore di 15 anni. Il ragazzo, alcuni anni fa, aveva denunciato gli abusi alla diocesi di Piazza Armerina che però non avrebbe dato seguito con atti concreti, se non un temporaneo allontanamento del sacerdote da Enna, mandandolo in una parrocchia del nord. Un sistema abbastanza consolidato di togliere il parroco per non creare scandalo nella comunità. Il ragazzo, anni dopo, rivedendolo a Enna dove continuava a svolgere attività con i giovani, ha deciso di prendere carta e scrivere a Papa Franesco.

    In parallelo ha presentato una denuncia alle autorità civili sulla quale la Procura ha aperto un fascicolo.

    Il giovane che ha denunciato non sarebbe la sola vittima delle attenzioni che il sacerdote riservava agli adolescenti maschi che frequentavano la sua parrocchia.

    In merito alla vicenda il Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, con una nota ha precisato che ogni volta che ha avuto notizia «di eventuali delitti ha avviato i procedimenti previsti dalla normativa canonica» esprimendo piena fiducia nella magistratura. don Giuseppe Rugolo

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_abusi_chiesa_vaticano_papa_francesco_vescovo_enna_polizia_magistratura-5710862.html

  • ABUSI SUI CHIERICHETTI DEL PAPA – Il via al processo italiano promosso dalla Rete L’ABUSO.

    ABUSI SUI CHIERICHETTI DEL PAPA – Il via al processo italiano promosso dalla Rete L’ABUSO.

    Ad anticipare la notizia è l’agenzia ANSA che annuncia l’esistenza di un processo italiano – oltre a quello mediatico Vaticano – sui presunti abusi commessi da don Gabriele Martinelli, un cittadino italiano che avrebbe commesso reati sessuali prima di essere nominato sacerdote, in forma equiparabile al “turismo sessuale”, in uno Stato estero, in questo caso non i classici c. d. paesi del terzo mondo, ma in Vaticano, all’interno di quella che per i cattolici è il cuore della cristianità, la Santa sede.

    Il procedimento italiano parallelo promosso dalla Rete L’ABUSO di cui è titolare per la Rete l’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, è oggi in mano ai magistrati di Piazzale Clodio, che hanno indagato due anni, fuori dal clamore mediatico, parallelamente al Vaticano, anche sull’altra presunta vittima, che il Vaticano ha sentito come semplice testimone, Kamil Jarzembowski, compagno di stanza L.

    Da presidente della Rete L’ABUSO voglio mantenere per il momento doveroso riserbo sui particolari, posso dire da quanto appreso dai parziali fascicoli di indagine conclusi, prodotti dalla Procura di Roma che ha richiesto il rinvio a giudizio di più persone, atti noti per competenza all’associazione che presiedo e che raccontano, che le indagini vanno ben oltre quelle espletate dalla Santa Sede, coinvolgono parecchie più persone (anche esterne alla chiesa) che i soli Martinelli e Radice citati nel procedimento Vaticano, in quanto, l’indagine italiana tiene conto che Radice, divenuto un po’ il capro espiatorio della vicenda vaticana, in realtà riceveva ordini dai superiori (diocesi di Como a cui fa capo l’Opera don Folci), che alla luce anche del carteggio tra il nostro assistito e la stessa, si potrebbe al massimo sostenere in modo davvero poco credibile, “di non aver compreso la gravità dei fatti”.

    Si attende ora da parte della magistratura il proseguo, il rinvio a giudizio dei due principali imputati , Martinelli e mons. Radice, uno presunto attore e l’altro all’epoca dei fatti Rettore (giuridicamente responsabile del solo seminario), oltre coloro che risultano indagati dalla procura italiana che ne chiede il rinvio a giudizio e che sono sfuggiti all’indagine vaticana.

    La Rete l’abuso annuncia da subito che si costituirà parte civile nel processo instaurato in Italia.

    il Presidente

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2017/11/15/don-gabriele-martinelli-e-il-prete-accusato-di-abusi-nel-seminario-minore-in-vaticano-bergoglio-sia-coerente/

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  • Abusi in seminario, rischio processo per don Martinelli

    Abusi in seminario, rischio processo per don Martinelli

    (ANSA) – ROMA, 18 GEN – Rischio processo anche davanti al tribunale di Roma per don Gabriele Martinelli accusato di presunti abusi commessi al Preseminario San Pio X in territorio Vaticano. La Procura ha chiuso l’inchiesta, atto che precede la richiesta di rinvio a giudizio, per episodi di violenza sessuale su un minore (un compagno di seminario di un anno più giovane) che sarebbero avvenuti tra il 2010 e il 2012.

    Nel procedimento è coinvolto anche monsignore Enrico Radice, ex rettore del Preseminario, per concorso in violenza sessuale per non avere impedito gli atti illeciti e per non averli denunciati.
    I due sono già sotto processo per gli stessi fatti in Vaticano. L’autorità italiane hanno proceduto nei confronti di Martinelli in base al principio secondo cui quando un soggetto commette un reato all’estero, in questo caso la Santa Sede, e poi si rifugia in Italia può essere perseguito dalla magistratura italiana. Nei confronti dell’ex seminarista, oggi 28enne, è pendente anche un procedimento davanti al tribunale dei minori per episodi avvenuti quando Martinelli aveva meno di 18 anni. (ANSA).

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/01/18/abusi-in-seminario-rischio-processo-per-don-martinelli_c92d287b-ba76-42b0-a617-f315a0799f1c.html

  • Abusi, prete condannato a 6 anni ma assolto dalla Chiesa: la mamma del minore chiede giustizia

    Abusi, prete condannato a 6 anni ma assolto dalla Chiesa: la mamma del minore chiede giustizia

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – «Personalmente posso affermare che non è vero che Papa Francesco ha tolto il segreto pontificio per tutti i casi di abusi sessuali. Purtroppo non è ancora possibile per le vittime ottenere gli atti dei processi canonici sulla pedofilia». Cristina Battaglia ormai lotta da sola contro i silenzi della Chiesa. Madre tenace e irremovibile non si stanca di pretendere giustizia per il figlio, vittima dieci anni fa di un prete. Fu abusato quando era ancora minorenne. Una brutta vicenda che si trascina irrisolta.

    Il parroco don Mauro Galli fu denunciato prima alla Chiesa (la diocesi di Milano inizialmente si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra) e poi nel 2015 ai carabinieri. La quinta sezione penale del Tribunale di Milano lo ha condannato a 6 anni e 4 mesi di carcere.

    In questi mesi la via crucis per la vittima e la sua famiglia è ricominciata poiché la giustizia ecclesiastica (che nel frattempo si era avviata) ha assolto il sacerdote condannato qualche tempo prima dalla giustizia civile.

    Volendo conoscere i motivi per i quali don Mauro Galli è stato ritenuto dal tribunale ecclesiastico parzialmente non colpevole dei fatti, il ragazzo ha fatto richiesta alla Chiesa lombarda che, per tutta risposta, ha spiegato alla vittima di non potere consegnare nessun documento in quanto la legge approvata da poco da Papa Francesco (relativa alla abolizione del segreto pontificio) non ha il carattere della retroattività. In pratica l’abolizione del segreto risale a due anni fa mentre le violenze e le denunce sono precedenti.

    «Stante dunque la vigenza del segreto pontificio il tribunale non ha potuto dare informazioni (…) né rispondere ad eventuali richieste» si legge nella lettera ricevuta dal ragazzo che viene sinteticamente aggiornato: don Mauro Galli ha avuto una sentenza dimissoria, ossia non assolutoria piena. Gli atti del processo canonico ora sono in Vaticano, alla Congregazione della Fede, per una ulteriore verifica.

    «Non sono in grado di trasmettere tutto o in parte gli atti di causa sia in quanto confliggerebbe con l’osservanza del segreto d’ufficio, sia perché questo tribunale ecclesiastico non è più in possesso di detti atti, avendoli a suo tempo trasmessi a chi di dovere» si legge. La lettera di alcune settimane fa porta la firma di monsignor Paolo Bianchi, vicario giudiziale.

    Allo shock per la sentenza in parte assolutoria e per l’impossibilità di leggere gli atti e le motivazioni del tribunale ecclesiastico, Cristina, la madre del ragazzo, reagisce e decide di scrivere una lettera all’arcivescovo di Milano, monsignor Delpini.

    La lettera gli verrà consegnata personalmente lunedi prossimo quando il prelato sarà in visita pastorale alla parrocchia del quartiere dove vive la famiglia. Si tratta di una lettera piena di dolore. «E’ molto difficile per noi esprimere gratitudine per questa visita. La memoria ci porta all’incontro avuto con lei nel 2012 (…) Esprimevamo sgomento per la decisione di spostare don Mauro Galli ancora con dei minori dopo la nostra denuncia di abuso sessuale. Nemmeno dopo quell’incontro lei ha preso l’iniziativa di avviare l’indagine previa per accertare i fatti». L’indagine previa, infatti, venne aperta dalla diocesi solo nel 2015, quando la famiglia aveva fatto denuncia alla polizia e ai carabinieri.

    Cristina annota con dolore che quando monsignor Delpini venne interrogato dalla polizia, nell’ambito del processo «disse di essere stato subito avvisato dal parroco di un presunto abuso e di essersi poi precipitato in parrocchia addirittura la viglia di Natale del 2011. Ricorda?».

    Il sacerdote venne denunciato alla curia nel 2012 ma, per tutta risposta, l’anno successivo il prete, don Mauro Galli, fu spostato in una altra parrocchia lombarda a contatto con dei minori.

    L’ultima batosta per la vittima – ora maggiorenne – è arrivata dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo che ha assolto parzialmente il parroco, don Mauro Galli. Una batosta che si aggiunge ad un incomprensibile divieto: se Papa Francesco due anni fa ha stabilito che il segreto pontificio andava abolito sempre perchè non gli sono stati consegnati gli atti? Ora il caso è alla Congregazione della Fede che dovrà decidere nel merito processuale.

    Cristina, mamma tenace, non demorde: «voglio giustizia per mio figlio».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_chiesa_vaticano_abusi_tribunale_milano_don_galli_cristina_vittima_prete-5702915.html