Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Ragusa

  • Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Al Presidente della Repubblica
    Sergio Mattarella
    Palazzo del Quirinale
    00187 Roma

    mi permetto di indirizzare alla Sua attenzione questa lettera aperta, in qualità di cittadino che, dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da parte di un sacerdote di Enna, ha dovuto affrontare un calvario giudiziario e personale che mi ha fatto perdere il senso di fiducia che avevo riposto nella giustizia e nelle istituzioni tutte.

    Il 17 dicembre 2020 sporgevo denuncia-querela negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Enna, dove esponevo i fatti gravi commessi da don Giuseppe Rugolo, sacerdote di Enna, appartenente alla Diocesi di Piazza Armerina. Dalla mia denuncia-querela scaturiva un’indagine articolata e complessa, che consentiva di accertare la consumazione di reati a sfondo sessuale commessi dal sacerdote anche ai danni di altri minori.

    Eppure, a fronte di una mia condotta lineare, sostenuta dalle forze dell’Ordine e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, sono stato oggetto di attacchi personali, vessazioni e tentativi di isolamento, anche in sede istituzionale.

    Cosa ancor più grave, ho dovuto assistere a condotte poste in essere, in ambito giudiziario, che facevano supporre una relazione stretta fra la magistratura ed i vertici ecclesiastici, in spregio quantomeno al senso di opportunità che dovrebbe sorreggere l’agire di chi ricopre ruoli di responsabilità e che, pertanto, non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale.

    Durante il processo di primo grado io ed i miei genitori abbiamo dovuto sopportare che il Presidente del Collegio Giudicante mangiasse dei dolci, da lui offerti, insieme all’imputato ed al suo collegio difensivo. Ancora, il 16 febbraio 2024, quindici giorni prima della sentenza di primo grado, lo stesso Presidente del Collegio Giudicante partecipava all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico di Ragusa, alla presenza del Segretario generale della CEI, Mons. Giuseppe

    Baturi. Ed ancora, in occasione dell’udienza del 4 marzo 2024, prima della pronuncia della sentenza di primo grado, malgrado il processo fosse celebrato a porte chiuse, veniva consentita la presenza in aula della moglie del Presidente del Collegio, quale giornalista, mentre durante tutte le precedenti udienze era stato vietato l’accesso ai giornalisti, in un’occasione finanche ai locali del Tribunale di Enna.

    Dal procedimento penale a carico del sacerdote, condannato a tre anni di reclusione, ormai con sentenza passata in giudicato in data 14.05.2026, è scaturito il procedimento penale a carico del Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e del Vicario Giudiziale, nonché parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, oggi imputati per il reato di falsa testimonianza resa proprio al fine di coprire l’operato del sacerdote.

    All’uopo, devo segnalare che nel corso del processo è maturata la prescrizione dei reati commessi ai miei danni dal 2009 al 2011, cosicché la sentenza di condanna è stata pronunciata per un episodio di tentativo di violenza sessuale, commesso ai miei danni, e altri episodi commessi di altri due giovani, minori all’epoca dei fatti.

    Invero, già nella sentenza di primo grado stesa dal Tribunale di Enna, l’operato del Vescovo di Piazza Armerina veniva così descritto “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”

    Eppure, nella giornata del 2 giugno 2026, in occasione delle celebrazioni pubbliche per la festa della Repubblica, organizzate dalla Prefettura di Enna, ho dovuto assistere alla presenza del Vescovo Rosario Gisana, evidentemente invitato dalla Prefettura, stare accanto all’attuale Presidente del Tribunale di Enna.

    Tale circostanza mi ha profondamente sconvolto.

    A tale riguardo devo evidenziare che ormai da diversi anni, pur non avendo contezza diretta della circostanza, ho potuto apprezzare un contegno rispettoso del senso dell’opportunità da parte del precedente Prefetto, Maria Carolina Ippolito, e talvolta da parte di altre istituzioni militari che hanno celebrato particolari ricorrenze di natura religiosa alla presenza del Vescovo di Nicosia, Diocesi comunque ricadente nel territorio della Provincia di Enna, conservando così i rapporti con l’autorità ecclesiastica e, al contempo, avendo rispetto dello svolgersi dei procedimenti penali a carico dei predetti prelati della Diocesi di Piazza Armerina.

    La circostanza esposta mi ha profondamento ferito ed indignato tanto più che in occasione della mia recente candidatura alle Elezioni amministrative della mia Città, ho dovuto subire quello che sento di poter ritenere un vero e proprio accanimento processuale della Prefettura di Enna e della Commissione elettorale circondariale di Enna, che hanno dato incarico all’Avvocatura dello Stato per impugnare la sentenza del TAR di Catania che mi aveva riammesso alle elezioni amministrative, da cui ero stato escluso per un vizio formale, consistente nella mancanza dell’autentica di una firma, a seguito di una mera svista. Al contrario, il Ministero della Giustizia, benché chiamato come persona offesa nel procedimento penale per falsa testimonianza del Vescovo di Piazza Armerina, ha scelto di non essere presente al mio fianco, lasciandomi da solo ancora una volta e non concedendo mandato all’Avvocatura dello Stato di costituirsi parte civile.

    Il messaggio del mio totale isolamento da parte delle istituzioni appartiene ormai al sentire comune della mia Città.

    Ill.mo Signor Presidente, mi chiedo e Le chiedo se ha avuto un senso la mia denuncia, se è giusto che un cittadino che si è rivolto alle istituzioni debba pagare un prezzo così alto e se, ancora, la presenza di un imputato accanto alle più alte cariche istituzionali locali non debba farmi ritenere che c’è già una sentenza scritta, tanto da consentire al Vescovo Rosario Gisana, ormai riabilitato anzitempo, di sedere a cuor leggero fra le figure che dovrebbero essere un esempio per i cittadini e per le nuove generazioni, pure presenti alla manifestazione del 2 giugno. I giovani dovrebbero guardare con fiducia alle istituzioni, dalle quali dovrebbero ricevere protezione e sostegno, piuttosto che assistere alla presenza di chi ha contribuito alla perpetuazione degli abusi sui minori.

    Le scrivo, signor Presidente, al fine di chiederLe, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la Prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le Istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro Paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello Stato.

         Con ossequi
    Enna, lì 4 giugno 2026

    Lettera al presidente della Repubblica

  • Il Papa promette misericordia ai pedofili

    Il Papa promette misericordia ai pedofili

    Le vittime di abusi adesso sanno che non è la Chiesa ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia. Perché il Papa ha fatto sapere oggi che per lui uno come Rupnik non è un criminale ma un peccatore. E che alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”, agli abusatori “misericordia”. Cioè perdono senza giustizia

    Giorgio Meletti e Federica Tourn

  • Chiesa e abusi sessuali in Sicilia, a Palermo e Messina più episodi ma in pochi denunciano

    Chiesa e abusi sessuali in Sicilia, a Palermo e Messina più episodi ma in pochi denunciano

    La Sicilia è al secondo posto in Italia, dietro soltanto alla Lombardia, per violenze sessuali consumate in ambito ecclesiastico. È questo lo spaventoso quadro che emerge con forza dal secondo report della Rete L’Abuso, associazione italiana che opera per la tutela delle vittime di abusi clericali. Palermo la provincia con il maggior numero di episodi. Messina al secondo posto.

    Il dossier, presentato nelle scorse settimane e riferito a un arco temporale approssimativamente ventennale, segnala in Sicilia 103 casi documentati di abusi in ambito ecclesiastico. Il bilancio è drammatico: sono 270 le vittime accertate.

    Nella sola provincia di Palermo vengono segnalati 20 casi, valore più alto dell’Isola. Le altre province evidenziano sedici casi a Messina, 14 a Catania, sono 11 quelli di Trapani, 10 ad Agrigento e Siracusa, 9 a Caltanissetta, 7 a Enna e 6 a Ragusa. Nel calcolo della onlus non rientrano le vittime di pedopornografia.

    Il profilo delle vittime e degli autori

    Il rapporto della Rete L’Abuso consente di tracciare anche alcuni elementi riguardanti l’identikit delle vittime e degli autori. A livello nazionale si stimano 1.250 casi complessivi di violenza sessuale nell’ambito clericale, di cui 1.106 perpetrati da sacerdoti, secondo l’ultimo aggiornamento del dossier. Le vittime note risultano circa 4.625, di cui 4.395 abusate da preti.

    I contorni dell’abuso riguardano soprattutto vittime minorenni. Non è dunque un caso se delle 270 vittime accertate in Sicilia, ben 256 di queste non avevano ancora compiuto i 18 anni al momento dell’abuso. Il dato è netto anche rispetto alla predilezione per il genere: 242 sono le vittime di sesso maschile, solo 14 quelle femminili.

    Le restanti 14 vittime erano adolescenti o adulte al momento della violenza. Gli autori risultano nella maggioranza sacerdoti (82 sui 103 casi in Sicilia), con una minoranza affidata a catechisti, laici o scout (4 catechisti, 16 laici, 1 scout) nella rilevazione dell’associazione.

    Quali cause? Quali meccanismi?

    I dati, di per sé, spiegano solo in parte l’entità del problema. Occorre guardare ai meccanismi che ne hanno favorito la diffusione e la persistenza, e alla specificità del contesto siciliano. Ma i dati sono estremamente parziali e fanno riferimento solo a casi accertati e/o denunciati.

    La dimensione mafiosa del silenzio – culturale, istituzionale, anche territoriale – incide fortemente: in Sicilia, come altrove, le relazioni personali, le reti ecclesiali, la centralità dell’istituzione religiosa costituiscono un contesto che rende più difficile la denuncia e la trasparenza sui contorni del fenomeno.

    Qualche episodio emblematico

    Nel contesto palermitano sono emersi casi che illustrano tragicamente la dimensione concreta del problema. Tra questi: un frate – originario della Colombia ma residente a Palermo, dell’Ordine dei Frati Minori Rinnovati – per il quale risultano contestati cinque casi di violenza su donne e minori (quattro bambine, una ragazza maggiorenne).

    Secondo le indagini della squadra mobile di Palermo, alcuni episodi sarebbero avvenuti anche nell’ambito della confessione, altri durante gite turistiche organizzate dallo stesso religioso. L’inchiesta è però ancora in corso. Un altro caso riguarda un sacerdote incardinato nell’Arcidiocesi di Palermo, che è stato “condannato” in sede ecclesiastica per molestie su un seminarista.

    Le criticità dell’azione istituzionale

    Un altro nodo che emerge è la mancanza di una mappatura nazionale esaustiva: in Italia non è stata realizzata finora una commissione indipendente che indaghi il fenomeno su base nazionale con poteri analoghi a quelli attivati in altri Paesi a tradizione cattolica.

    La Rete L’Abuso ricorda che Stato e Chiesa non hanno mai affidato a un ente esterno la guida dell’inchiesta. Tradotto: non esistono quindi statistiche ufficiali e definitive sulla diffusione della pedofilia in generale, men che meno su quella di matrice clericale.

    Dal versante ecclesiastico, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha avviato dal 2021 un sistema di rilevazione tramite i servizi diocesani per la tutela dei minori, raccogliendo dati circa l’attività di prevenzione e ascolto, che resta fondamentale. Tutti i servizi di aiuto messi a disposizione dalla Chiesa sono consultabili qui: https://tutelaminori.chiesacattolica.it/

    Quali prospettive?

    Per comprendere la portata del fenomeno sarebbe necessaria una mappatura puntuale di tutti i casi, con trasparenza anche da parte delle diocesi siciliane, un potenziamento dei servizi di ascolto e tutela a livello provinciale (Palermo si è mossa in tal senso, ndr), una formazione obbligatoria e costante per tutti gli operatori religiosi e laici che lavorano con minori e una maggiore collaborazione tra autorità civili e ed ecclesiastiche al fine di garantire che gli abusi non vengano dimenticati.

    Il caso di Bolzano

    Per mostrare trasparenza sul fenomeno, invitando anche eventuali vittime a non doversi nascondere per paura di non essere credute o per vergogna dell’atto subito, un caso emblematico giunge dal Trentino Alto Adige. Qui, negli scorsi mesi la diocesi di Bolzano-Bressanone ha ricevuto trenta nuove segnalazioni di presunti abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.

    I reati sarebbero stati commessi principalmente da sacerdoti e soprattutto tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Le persone che hanno subito gli abusi hanno cominciato a denunciare a partire dallo scorso gennaio, in seguito alla pubblicazione dei risultati della prima indagine condotta dalla stessa diocesi locale e che aveva portato alla luce il numero di molestie.

    Il rapporto – di 631 pagine e che analizza un arco temporale di sessant’anni – realizzato da uno studio legale tedesco su input della diocesi, rappresenta l’indagine indipendente più approfondita promossa fino ad oggi dalla Chiesa cattolica italiana. Il report non si limita soltanto alla menzione del numero di abusi sessuali subiti, ma evidenzia anche la dimensione sistemica delle violenze all’interno del mondo ecclesiastico.

    Rete L’Abuso: “Il problema resta il sommerso”

    “I 30 casi emersi in Trentino Alto Adige si aggiungono ai 69 che erano già stati segnalati”, spiega al QdS il presidente dell’associazione Francesco Zanardi, che da quindici anni monitora ogni segnalazione attraverso la Onlus. Spostandoci in Sicilia esistono anche “63 casi che sono sommersi, cioè occasioni nelle quali la vittima ha parlato, ma senza procedere con una denuncia formale. Sono episodi accertati, quantomeno verificati nella loro attendibilità, ma non denunciati”.

    Il dato più rilevante riguarda però la scarsa – e spesso nulla – trasparenza della Chiesa rispetto ai procedimenti interni. “In Sicilia registriamo 5 processi canonici avviati e 4 chiusi. Degli altri 94 non sappiamo nulla. Non c’è alcun esito, nessuna comunicazione, nessuna informazione”. Un buco nero che, secondo Zanardi, non dipende solo dalla struttura ecclesiastica, ma anche da un quadro normativo nazionale.

    “In Italia non c’è l’obbligo di denuncia per i vescovi. Non puoi definirli ‘insabbiatori’, perché la legge non impone loro la denuncia”, aggiunge il presidente di Rete L’Abuso. Il database dell’associazione permette anche di ricostruire i profili degli autori.

    “In Sicilia i casi riguardano 82 sacerdoti, 1 suora, 4 catechisti, 16 laici e 1 scout”. Numeri che, sottolinea Zanardi, non esauriscono il fenomeno: mancano sia i casi non notificati dalle diocesi, sia quelli per cui non viene rilasciata la liberatoria dalla vittima.

    Secondo Zanardi, a preoccupare è soprattutto il contrasto fra la mole di testimonianze raccolte e l’assenza di azioni concrete da parte della Chiesa. “Non c’è trasparenza”, ribadisce ricordando che i procedimenti canonici vengono spesso solo annunciati per poi svanire nel nulla. “Cinque vittime ci hanno riferito che sarebbe stato avviato un processo interno, ma non se n’è più saputo niente”.

    Nel frattempo, il sommerso continua a crescere. E la Sicilia resta una delle regioni in cui la distanza tra vittime e istituzioni – ecclesiastiche e civili – rimane tra le più profonde “anche a causa della vicinanza di credo tra la popolazione e la chiesa”. Sul tema abbiamo provato a più riprese anche a sentire la Curia di Messina: non ci hanno mai risposto.

    https://qds.it/chiesa-abusi-sessuali-sicilia-palermo-messina-episodi-pochi-denunciano/

  • Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Il silenzio resta la barriera più alta. In Sicilia, secondo il nuovo report di “Rete L’Abuso”, sono 103 i casi documentati di violenze sessuali in ambito ecclesiastico dal 2000 a oggi, con 270 vittime accertate. Si tratta di un quadro drammatico che, a livello nazionale, si allarga fino a 4.396 persone coinvolte, come evidenziato dal presidente Francesco Zanardi durante la conferenza stampa di presentazione.

    Nel dettaglio, la mappa dell’isola mostra 10 casi ad Agrigento, 9 a Caltanissetta, 14 a Catania, 7 a Enna, 16 a Messina, 20 a Palermo, 6 a Ragusa, 11 a Trapani e 10 a Siracusa. Tuttavia, secondo quanto risulta a questo giornale, nella diocesi Siracusana i casi effettivamente accertati sono tre: due sacerdoti già condannati con sentenze definitive e un terzo attualmente sotto processo.

    Il report nazionale sottolinea come in 86 episodi l’abusante sia un sacerdote, in 4 casi un catechista, in 16 un laico e in uno un educatore scout. Le vittime, nella quasi totalità dei casi, sono minorenni (256 su 270) e maschi (242), mentre 28 sono donne e 12 adulti, tra cui anche una persona con disabilità. «Sono dati sottostimati – ha spiegato Zanardi – perché moltissimi episodi non vengono denunciati per paura o per il clima di isolamento che circonda chi trova il coraggio di parlare».

    Alla presentazione del dossier hanno preso parte anche l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio legale di ‘Rete L’Abuso’ e Tiziana Siletti, garante per i diritti delle vittime di reato della Regione Basilicata. Tutti i casi raccolti derivano da denunce dirette o da riscontri documentati nelle cronache giudiziarie.

    Secondo l’associazione, in Italia sono 1.106 i religiosi collocabili tra i ‘sex offender’. Zanardi ha ricordato che non sono ancora stati conteggiati i vescovi eventualmente responsabili di omissioni o insabbiamenti, «perché i casi formalmente riconosciuti sono ancora pochi». Resta attesa per l’evoluzione del processo per falsa testimonianza che vede imputato il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, legato al noto caso Rugolo, il cui iter entrerà in fase pre-dibattimentale il 29 ottobre.

    A Siracusa, dove i numeri ufficiali dell’associazione indicano dieci episodi ma le verifiche giornalistiche ne confermano tre, il tema resta estremamente delicato. Due sacerdoti sono stati già condannati e uno affronta ora un procedimento in corso. Vicende diverse, ma accomunate da un’unica richiesta di verità e di giustizia da parte delle vittime. «Il problema non è solo giudiziario – ha concluso Zanardi – ma culturale e morale: finché il silenzio prevarrà sulla trasparenza, la ferita non potrà mai rimarginarsi».

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

  • Enna, rischia di allargarsi a macchia d’olio lo scandalo dei preti pedofili

    Enna, rischia di allargarsi a macchia d’olio lo scandalo dei preti pedofili

    Don Giuseppe Rugolo è stato arrestato il 27 aprile 2021 e il processo a suo carico si è aperto a Enna il 7 ottobre dello stesso anno a porte chiuse. È accusato di violenza sessuale su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale. Una storia mai chiusa del tutto e che oggi promette di svelare altri inquietanti retroscena. Ci potrebbero essere stati infatti altri casi di abusi da parte di sacerdoti nella diocesi di Enna, ipotesi che rischia di allargare a macchia d’olio lo scandalo su un episodio di violenza sessuale.

    Sentenza attesa a luglio

    Si attende entro il prossimo mese di luglio la sentenza nel processo per violenza sessuale al sacerdote Giuseppe Rugolo . Il prete è a processo davanti al tribunale di Enna per violenza sessuale aggravata a danno di minori. La decima udienza, presieduta dal giudice Francesco Pitarresi, è stata dedicata all’audizione dei monsignori Pietro Spina e Vincenzo Murgano. Con loro anche il vicario foraneo di Enna, don Giuseppe Fausciana. Pitarresi, nonostante abbia lasciato Enna per assumere il ruolo di presidente del tribunale di Ragusa, concluderà il processo.

    Probabile coinvolgimento di altri sacerdoti

    Nel corso dell’udienza sul processo alla presunta violenza sessuale è emersa una fitta rete di messaggi e telefonate tra don Giuseppe Rugolo e monsignor Murgano. Oltre ad una attività di controllo giornaliera sul social della vittima da parte di Murgano e Rugolo. Murgano, è stato detto ieri in aula, sarebbe stato inoltre a conoscenza di altri presunti casi di abusi su minori a opera di altri sacerdoti della diocesi di Piazza Armerina. L’alto prelato all’epoca era responsabile del servizio per la tutela dei minori. Questo sino a dicembre del 2022. E in tal senso non avrebbe mai adottato alcun provvedimento.

    La protezione

    Per altri casi di violenze sessuali, il vescovo Gisana pur avendone contezza, lo avrebbe tenuto all’oscuro. Come nel caso di un catechista di Gela. Giuseppe Rugolo godeva del sostegno anche di padre Spina, convinto della prescrizione del reato e minimizzando sugli episodi di abusi derubricati ad ammiccamenti o affettuosità.

    https://qds.it/enna-preti-pedofili/

  • Augusta, abusi sessuali: in carcere l’ex arciprete Incardona

    Augusta, abusi sessuali: in carcere l’ex arciprete Incardona

    Si aprono le porte del carcere per padre Gaetano Incardona, 83 anni, ex arciprete della chiesa Madre di Augusta. Per lui l’accusa è di abusi sessuali nei confronti di una ragazza. Il sacerdote dovrà scontare nel carcere di Ragusa cinque anni e tre mesi. La vicenda risale al febbraio del 2013. Una ventunenne si presentò dai carabinieri per denunciare le molestie subite. A quel punto i militari le piazzarono una microscopica telecamere addosso che registrò quanto stava accadendo, incastrando Incardona. Il prete fu subito arrestato e gli furono inizialmente concessi i domiciliari, poi il via al processo prima a Siracusa, poi in Corte d’Appello, a Catania.

    Le accuse

    Sia in primo che in secondo grado le accuse schiaccianti portarono ad una condanna, poi confermata anche dalla Corte di Cassazione che nell’ottobre 2019 approvò le aggravanti di aver commesso le violenze abusando “dei poteri concernenti la funzione di ministro di culto”. Nonostante il sacerdote si fosse sempre detto innocente. Adesso la pena è diventata esecutiva. Incardona è quindi stato trasferito in carcere. Nel 2013 LiveSicilia raccontò con un servizio l’omertà di Augusta nei confronti della vicenda.

    GUARDA IL VIDEO

    https://livesicilia.it/2022/01/27/augusta-gaetano-incardona-carcere/

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    VDP – «LEI NON SEMBRAVA MORTA»

    L’Europeo, aprile 2001

    Domenico Scali fu il primo poliziotto a entrare nella stanza in cui giacevano ormai privi di vita i corpi di Anna Fallarino, Camillo Casati Stampa e Massimo Minorenti. Quella domenica di agosto Scali, funzionario della Squadra Mobile della Questura di Roma (che poi per un anno, nel ’73, avrebbe comandato, prima di essere nominato questore), era impegnato in un “pattuglione”.

    «Arrivò la segnalazione che in via Puccini c’erano alcuni morti» racconta Scali, oggi in pensione. «Con un collega mi precipitai sul posto. Non avevo nessuna idea di quello che mi stava aspettando. Entrai nel palazzo, al numero 9 della via, accolto dalla servitù. I domestici erano letteralmente ammutoliti e per oltre un’ora, dopo che avevano avvertito gli spari, erano restati in un’incomprensibile attesa. Mi spiegarono poi, quando li interrogai, che avevano ubbidito a un ordine del marchese che aveva esplicitamente chiesto di non essere disturbato per nessun motivo, e loro non disubbidivano mai al marchese. Di fronte a me c’era un grande scalone di marmo. Tutto il posto trasudava importanza, ricchezza, nobiltà.

    «Salimmo in fretta le scale e arrivammo di fronte alla porta del salotto. Aprii e avvertii subito, chissà perché, il bisogno di guardare a destra. Il primo corpo che vidi fu quello di Anna Fallarino. Mi sembrò ancora viva. Era seduta sul divano con le gambe incrociate sopra uno sgabello. Aveva le mani in grembo e il volto sereno. La nota stonata era una macchia scura di sangue, sulla camicetta. Vicino a lei, accanto al divano, c’era il giovane Minorenti. Giaceva mezzo raggomitolato per terra, con indosso una maglietta leggera e dei pantaloni, seminascosto da un tavolino con cui aveva tentato a quanto pare un’estrema difesa nei confronti del marchese armato di fucile. Il tavolino era mezzo scheggiato dal colpo che aveva raggiunto il giovane. Avanzai e vidi anche il terzo corpo, quello del marchese. Non era un bello spettacolo, con la testa mezzo sfigurata dal colpo di fucile. L’arma, un Browning calibro 12 da caccia, giaceva abbandonata su una poltrona. Il marchese doveva aver usato quella poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento. Poi aveva fatto fuoco. Il suo corpo era finito dietro la poltrona, sui quadri alla parete era schizzata la sua materia cerebrale. In quella stanza non c’era altro. Espletate le prime indagini, passai la mano ai colleghi dell’Omicidi e tornai a occuparmi del pattuglione in cui ero impegnato fin dal mattino. Le foto compromettenti, che destarono tanto scandalo, furono trovate successivamente in un altra stanza del palazzo durante le indagini dell’Omicidi. Ma io quel giorno vidi solo una bella donna che sembrava non essersi accorta di nulla…»

    ——————

    <<Io c’ero>>

    Tratto da “Il trangolo maledetto”
    di Vincenzo Cerami
    (Il Messaggero)

    • Silicone. Roba finta e gommosa, insomma, una protesi. Era questo il segreto di quel seno opulento ma saldo, prepotente, sorprendente per i suoi quarant’anni suonati, che Annamaria Fallarino esibiva con impertinente ostentazione nelle fotografie scattate da suo marito. Avevano avuto una parte non secondaria, quelle istantanee, nel clamore suscitato dal delitto Casati e nell’attenzione un po’ morbosa con la quale l’Italia che si affacciava agli anni Settanta aveva seguito gli sviluppi della vicenda. Indiscrezioni e ipotesi alimentavano ogni giorno cronache che stigmatizzavano lo scandalo, ma non evitavano di metterne in risalto gli aspetti più erotici con compiacenze da voyeur. Eppure, questa faccenda della marchesa al silicone non era mai stata rivelata. Sarebbe stata un’altra notizia sorprendente, in quegli anni in cui alle Dellera e alle Parietti non era ancora spuntato ciò che poi avrebbero provveduto a farsi gonfiare artificialmente. Chissà quando si era fatta operare, dove, da chi. In America, probabilmente. E in Italia, comunque, la marchesa doveva essere stata certamente tra le prime a ricorrere a quel tipo di intervento. Un’antesignana, insomma. Ma a tenere nascosta quella notizia, con un ammirevole senso di riservatezza e di rispetto, era stato colui che l’aveva scoperta: Valerio Gianfrancesco, allora capo della sezione Omicidi della Squadra Mobile e successivamente capo di gabinetto della Criminalpol, dirigente e infine vicedirettore, con il grado di questore, dell’Istituto superiore di polizia. In pensione dall’agosto dello scorso anno, Valerio Gianfrancesco, che è un napoletano sorridente e schivo, con due occhi mobili e vivacissimi, non ha perduto quel suo atteggiamento prudente e riservato nei confronti delle indagini, anche se si tratta di fatti che risalgono ormai a un quarto di secolo fa. Una maledizione per il cronista, a dirla con franchezza, che deve cercare di afferrare allusioni e interpretare silenzi. Ma capire si fa capire, l’ex-capo della Omicidi, eccome. E tira fuori dal cilindro dei suoi ricordi un’altra sorpresa: non è affatto vero, come si era sempre scritto e letto, che i giochi erotici a tre dei marchesi Casati avvenissero solo con amanti occasionali scelti fuori dal loro giro, il bagnino sulla spiaggia o il pescatore, il ragazzo di borgata o il soldato in libera uscita agganciato davanti alla caserma. Rapporti veloci e senza conseguenze, questo sì, con partner che spesso non conoscevano neppure l’identità dell’uomo che offriva tanto generosamente la propria moglie. Limitandosi a guardare e pagando la prestazione, per di più. Come nel caso del militare che aveva abboccato all’esca della bella marchesa nuda tra le dune: «Anna è stata magnifica», aveva poi scritto Camillo Casati nel suo diario, dove annotava con dovizia di particolari le acrobazie sessuali della moglie, che lui si accontentava di ammirare e di fotografare. «Incontrato un militare sulla spiaggia di Fiumicino. Ottimo quel soldato. Date trentamila lire: ben spese». Ma nel famoso diario di pelle verde c’erano anche i nomi di personaggi molto noti del mondo dello spettacolo. E dunque non è verosimile che proprio nessuno sospettasse nulla, nel loro ambiente, del vizietto dei due marchesi: perché non certo quello dello spettacolo è il mondo più adatto per custodire dei segreti. Quali attori erano diventati interpreti dei personaggi che animavano le fantasie erotiche di Camillino, quali erano i nomi custoditi nel suo diario? Questo sì che è un segreto. Perché il vecchio poliziotto è disposto a parlare delle tette della marchesa, ma non a farsi scucire un solo indizio sui nomi dei suoi amanti.

    Dottor Gianfrancesco, ma com’è che si era accorto di questa faccenda del silicone?

    «Vede, quella sera, appena giunse la segnalazione in questura, ci precipitammo in quello splendido attico dei Parioli. Senza poter supporre le cause dell’accaduto, naturalmente. Io anzi, a giudicare dai nomi, dalla zona e dal lusso dell’abitazione, c’ero arrivato pensando piuttosto a un tentativo di rapina o magari di sequestro finiti tragicamente. Fui il primo a entrare nello studio e a vedere quello spettacolo orrendo: lei riversa su una poltrona con lo sguardo incredulo, il marchese sul pavimento accanto al suo fucile e il ragazzo, Minorenti, contorto dietro un tavolino rovesciato. Non c’era tanto sangue, tolto quel particolare macabro dell’orecchio del marchese che pencolava dalla cornice di un quadro, dove l’aveva scagliato e appiccicato un proiettile. Ma alla donna sporgeva un seno dall’abito che era stato squarciato da uno dei colpi, e dalla ferita sul seno usciva una sostanza bianca e densa, che non riuscivo a capire cosa fosse. Così chiamai subito il medico legale, che era un vecchio amico, per farglielo notare. «Non ti preoccupare» mi disse lui con un ghigno, «è solo silicone». Io ero incredulo, era la prima volta che vedevo una cosa del genere».

    E di casi così clamorosi, in tanti anni di Squadra Mobile, ne aveva visti altri? «Clamoroso? Veramente, per noi come polizia, la vicenda Casati non fu un caso clamoroso. Lo sarebbe stato se ci fosse stata un’indagine da fare per accertare i fatti, per chiarire le modalità, per identificare l’assassino. Ma in quel caso era tutto così semplice… Noi ci trovammo davanti a una situazione di fatto, un duplice omicidio seguito dal suicidio dell’assassino. Una volta chiarito l’accaduto con l’autorità giudiziaria e con il perito legale che intervenne sul posto, il nostro lavoro fu concluso».

    Ma lei non si pose delle domande, non si chiese quale molla era scattata nella testa del marchese?

    «Certo, logico che davanti a un omicidio l’investigatore si chieda il perché. Proprio come fa la gente. Io non posso mai dimenticare un cronista che c’era allora a Roma, Michele Ragusa, che poi ebbe una crisi mistica, si convertì e adesso è un religioso, ha addirittura creato un ordine che sta a Soriano del Cimino. Beh, lui davanti a un omicidio si chiedeva sempre: ma perché è successo? Per quale motivo? E voleva cercare di penetrare le cause vere, recondite, che avevano fatto scattare nel cervello dell’assassino l’impulso di uccidere. Ecco, anche l’investigatore, anche il poliziotto si chiede il perché. Anche noi ce lo siamo posto; ma da un punto di vista di polizia giudiziaria, il caso era già risolto. Il marchese aveva ucciso moglie e amante della moglie, poi si era tolto la vita a sua volta».

    E lei se la diede subito una spiegazione del perché del delitto?

    «Sì, una volta ascoltato il personale di servizio e identificato il giovane Minorenti, fu facile capire il movente. Penso che il marchese Casati si fosse reso conto che quella di sua moglie con un ragazzo tanto più giovane non era la solita avventura, che c’era qualcosa di più. Così esplose la sua gelosia. Poi, certo, un ruolo importante nel clamore suscitato dal delitto lo giocò la stampa: che dato il nome dei protagonisti della vicenda, non dico che la montò, ma ne parlò molto a lungo. Però ripeto: come indagine, per noi poliziotti, è importante il caso che richiede un’investigazione. Il delitto Casati fu clamoroso, per la gente, anzi morboso, soprattutto a causa delle fotografie della marchesa nuda che saltarono fuori, e poi per via del diario…».

    Le trovò lei le fotografie? È vero che erano tutte Polaroid, a sviluppo istantaneo, e che erano almeno millecinquecento, come scrissero i giornali dell’epoca?

    «Sì, le trovai chiuse in un cassetto della scrivania dello studio, dove avvenne il delitto. Quelle che vidi io erano solo una parte, ma complessivamente non erano così numerose: sono state riportate parecchie esagerazioni in merito a quella vicenda».

    Tra le foto, ce n’erano comunque di molto più esplicite di quelle pubblicate dai quotidiani. Gli eredi di Annamaria Fallarino chiesero e ottennero il sequestro di una pubblicazione oscena intitolata “II diario della marchesa”, con i primi piani dei suoi genitali. Si ricamò sul fatto che lei era angosciata dalle eccessive dimensione di certi particolari anatomici, che invece eccitavano molto il marchese e i suoi partner. E, scrisse qualcuno sulla base di chissà quali informazioni, anche “le” sue partner.

    «Io, veramente, di fotografie della marchesa con altre donne non ricordo di averne viste. Ma come ho detto, ne trovai solo alcune. E in quei primi momenti la mia attenzione maggiore era per i tre cadaveri, il mio compito era di chiarire cosa era accaduto in quella stanza».

    Dottor Gianfrancesco, cosa fece lei appena si trovò davanti ai cadaveri? Succede anche nella realtà come nei film americani, dove il detective non tocca nulla e se deve spostare qualcosa lo fa usando una penna, o magari un fazzoletto?

    «Sì, è vero, non sì tocca assolutamente nulla, il buon investigatore lascia tutto come sta. E poi con minuzia, ma sempre senza spostare niente, fa il sopralluogo. La prima cosa importante di un’indagine è il sopralluogo».

    E dopo arrivarono la scientifica, il medico legale, il magistrato?

    «No, in genere la scientifica arriva insieme a noi, entra e fotografa tutto. Ma senza toccare niente finché non arriva il magistrato e dà l’autorizzazione al proseguimento delle indagini, quindi si raccolgono i vari reperti. Per non inquinare le tracce, bisogna evitare al massimo che sul posto del delitto vada gente inutile».

    Quel giorno, nel pomeriggio, aveva già raggiunto l’attico di via Puccini la giovane Anna Maria Casati, nata dal primo matrimonio del marchese e sua unica erede. Il padre, che stava aspettando nello studio la moglie e Massimo Minorenti, le fece dire dal personale di servizio che non poteva vederla, e lei andò via. Tornò in serata, dopo il fattaccio?

    «Sì, arrivò quella sera stessa. E ricordo perfettamente che quella ragazza, nonostante fosse sconvolta da avvenimenti tanto drammatici, mi fece una buonissima impressione. Era calma, controllata, molto riservata».

    Nei giorni successivi al delitto, fra le più svariate ipotesi riportate dai giornali, ci fu anche quella di un tentativo di estorsione da parte del Minorenti, che avrebbe scatenato la furia del marchese Casati. Successivamente, però, questa ipotesi fu scartata. Si accertò solamente che il giovane, nei giorni in cui i due amanti stavano per affittare un appartamentino con il consenso apparente del marito di lei, avrebbe voluto che gli fosse intestato un autosalone. O che sarebbe stata lei, la marchesa, a chiedere al marito di intestarglielo.

    «Sì, ricordo abbastanza bene questa ipotesi. E anche altre, che però non entrarono nelle nostre indagini. Una volta chiarite modalità e tempi del delitto, ogni particolare accertato successivamente veniva riferito al magistrato, toccava a lui svilupparli e approfondirli».

    Un altro risvolto polemico riguardò gli aspetti ereditari dell’immenso patrimonio della famiglia Casati: se il marchese fosse deceduto anche solo un istante prima della moglie, questa ne sarebbe diventata teoricamente l’erede, quindi i parenti di lei avrebbero avuto diritto a una parte di quella fortuna. Invece poi fu stabilito che morì prima la donna, e che dunque l’intera eredità andava alla figlia del marchese. Ma come fu possibile accertarlo?

    «Lo accertò il medico legale, anche se non credo che esistano metodi scientifici per stabilire il momento della morte con tanta precisione. In ogni modo, in quel caso bastava il buon senso, per presumere cosa era successo: Casati prima scaricò il fucile contro la moglie e contro Massimo Minorenti; e il colpo che uccise lei fu quasi a bruciapelo, probabilmente la fulminò sull’istante. Poi solo dopo averli uccisi, ricaricò l’arma per togliersi a sua volta la vita».

    L’Italia del 1970 era più ingenua e più puritana di quella di oggi. Bastava un nudo a suscitare scalpore. È per questo motivo, secondo lei, che il delitto Casati sollevò tanta curiosità?

    «Io direi di no, penserei che furono piuttosto la notorietà dei personaggi, la loro vita certamente particolare, l’ambiente in cui il delitto avvenne a produrre un’eco così vasta. E poi quelle fotografie, naturalmente, e il contesto in cui erano state fatte, e le loro finalità: perché se una donna si apparta su una spiaggia isolata e prende il sole nuda, beh, sono fatti suoi. Ma se poi qualcuno la ritrae in pose porno o quantomeno osé e queste foto vengono utilizzate per suscitare un interesse preciso, allora la faccenda cambia aspetto. Io penso che anche al giorno d’oggi una vicenda del genere se i personaggi coinvolti fossero altrettanto noti e se risvolti e retroscena fossero simili, susciterebbe nella gente un interesse identico a quello di allora».

    Il sole nuda sulla spiaggia, dice lei. Ma le foto scattate da Camillo Casati a sua moglie non erano fatte tutte solo sulle spiagge…

    «Quelle che trovai allora io nello studio, sì. E ripeto, se non fosse poi venuta fuori tutta la faccenda dei loro rapporti sessuali a tre, neppure in quel periodo avrebbero fatto tanto scalpore le fotografie della marchesa nuda. Fu solo dopo, una volta pubblicate dalla stampa le rivelazioni del diario verde, che quelle istantanee acquistarono tutta un’altra dimensione».

    Del diario di pelle verde si seppe fin dal giorno successivo al delitto. Fu lei a trovarlo?

    «Sì, lo vidi la sera stessa del delitto, durante il sopralluogo. Si trovava sulla scrivania dello studio dove avvenne il delitto. Un diario grande come una cartellina portadocumenti, con la copertina di pelle verde, scritto a mano dal Casati con una grafia chiara. Una scoperta importante, il diario: perché la sua lettura, insieme al ritrovamento delle fotografie, ci permise di ricostruire subito gli antefatti e quindi di avere una spiegazione di ciò che era accaduto. Ma era anche una scoperta delicata, da gestire con grande riservatezza, per i nomi che conteneva e per i dettagli di certi resoconti, assai più scabrosi delle poche frasi che erano state pubblicate all’epoca dai giornali».

    Conserva ancora qualche ricordo preciso?

    «Sì, eccome, ma non lo posso dire. Non l’ho mai voluto fare: non solo per la riservatezza dell’indagine, ma anche per pietà verso quella gente finita com’era finita. E poi per tutelare la privacy delle persone indicate nel diario che fino a prova contraria, anche avendo avuto uno o più rapporti sessuali con la marchesa, non avevano commesso alcun reato».

    Ci vuol poco a capire che sarebbe inutile insistere: sono trascorsi ormai ventiquattro anni dal giorno del delitto, ma il tempo e la pensione non bastano ad allentare i sentimenti rigorosi di rispetto e di riservatezza di questo vecchio poliziotto che ha insegnato a interi stuoli di giovani funzionari, all’Istituto di polizia, il senso del dovere di un lavoro difficile. Dice solo, Valerio Gianfrancesco, che comparivano i nomi di personaggi famosi, di attori noti, tra i partner della “marchesa al silicone” (chissà se almeno loro lo sapevano, se se ne rendevano conto, visto che il modo e l’occasione non gli mancavano) e del marchese guardone. E aggiunge che c’erano resoconti assai più scabrosi di quelli pubblicati, che pure non erano poca cosa: a cominciare dai giorni immediatamente successivi al matrimonio, durante il viaggio di nozze, quando Camillino scrive sul suo diario di aver spinto un cameriere dell’albergo nella doccia della moglie, e che lei ha capito subito, è stata al gioco, e che lui si è divertito tanto. Contento lui… Ma è vero che era sempre e soltanto il marchese a scegliere i partner della moglie, com’era stato scritto all’epoca? Si capiva questo aspetto delloro rapporto, dalle annotazioni sul diario?

    «No, e anzi non credo proprio che fosse solo lui a scegliere e imporre regole e amanti, lei stava perfettamente al gioco».

    Tutti, però, descrivevano Anna Fallarino prima del matrimonio con Camillo Casati come una ragazza di provincia acqua e sapone, timorata e quasi schiva… Il suo primo fidanzato, un giovane macellaio che lei aveva conosciuto appena giunta a Roma, ha raccontato che tutte le sere alle 21 doveva riaccompagnarla a casa, e ha fatto capire che non c’era verso di toccarla con un dito. Avrebbe voluto sposarla, se proprio i genitori di lui non si fossero opposti. «Per motivi loro», ha precisato senza aggiungere altro, rimanendo nel vago. E questo sembra l’unico campanello d’allarme, l’unica nota stonata nella biografia della giovane donna, chissà che cosa pensavano di lei i suoi mancati suoceri. Più o meno le stesse cose del fidanzato ha riferito sul suo conto il suo primo marito, l’industriale Giuseppe Drommi. «Prego tanto la Madonnina che ci faccia sposare presto», gli scriveva lei. Com’è possibile che si sia trasformata all’improvviso in un mostro del sesso? Oppure erano solo apparenza gli atteggiamenti di prima?

    «Dal diario, per la verità, non si capisce bene se fosse stato il Casati a portarla su quella strada. Lui si limitava ad appuntare degli incontri, e a descrivere come si erano svolti».

    Dottor Gianfrancesco, che fine ha fatto quel diario, una volta conclusa l’indagine, visto che non si trattava di un corpo di reato?

    «Intanto, dal momento in cui io lo trovai e lo lessi, quei diario non rimase nelle mie mani nemmeno un’ora. Lo presi io materialmente, lo portai nel mio ufficio giusto il tempo di sigillarlo, e lo diedi al magistrato. Per non correre rischi, per evitare che potessero dire un domani, di qualsiasi indiscrezione, “uscita di lì”. Poi, probabilmente il magistrato lo ha consegnato ai familiari, agli eredi, una volta archiviato il caso».

    In simili storie di sesso e di sangue, entra spesso anche la droga. Un ingrediente quasi sempre presente in orge, festini, triangoli, come se questi fossero irrealizzabili senza cocaina o almeno senza spinelli… Nel caso del delitto Casati, invece, le cronache dell’epoca non hanno mai accennato a nulla del genere. Lei sospetti non ne ebbe, allora?

    «Non credo, almeno per quanto mi ricordi. In ogni caso, quella splendida casa che si affacciava su Villa Borghese, fu perquisita da cima a fondo. E di stupefacenti non fu trovata proprio alcuna traccia. No, non erano né la cocaina né altri stupefacenti a spingere i Casati verso i loro triangoli erotici».

    Di droga ne circolava già molta in quegli anni, a Roma?

    «Come no. Anzi, ricordo perfettamente che del primo episodio di spaccio di stupefacenti a Roma mi ero occupato proprio io: sarò stato il 1964 o il ’65 e io allora stavo alla Squadra Mobile. Ci stava anche Ferdinando Masone, che oggi è questore di Roma, e che venne alla Mobile quando io già ero là da qualche tempo. Fu un caso clamoroso, per l’epoca: erano due inglesi, che spacciavano marijuana a piazza Vittorio. La vendevano in un camper parcheggiato nella piazza. Furono i primi due arresti per spaccio, e i giornali diedero grande risalto a questo avvenimento».

    Niente droga ma solo follia, insomma, nel delitto Casati. E lei si rese conto fin dall’inizio di trovarsi di fronte alle tre vittime di un dramma della gelosia?

    «Beh, non ci volle molto. C’era anche il biglietto lasciato dal Casati, scritto sul foglietto di un calendario, con una donna nuda anche quello… Lui aveva capito che tra sua moglie e il ragazzo era nato del tenero. Altrimenti, se si fosse trattato di un amante occasionale, come tanti altri, il marchese non avrebbe avuto motivo né intenzione di vendicarsi. Evidentemente, invece, tra la Fallarino e il Minorenti si erano instaurati rapporti affettivi. Il marchese voleva solo rapporti veloci, che iniziavano e terminavano al massimo entro una settimana. Ecco perché il suo diario conteneva una lunga sfilza di nomi e di storie. Lui era un anormale, a suo modo era molto possessivo, non poteva accettare l’idea che lei si innamorasse di un altro uomo. Tutto, con gli altri, doveva fermarsi al sesso. E quando aveva capito che invece la stava perdendo…».

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  • Non luogo a procedere per padre Giovanni Salonia

    Non luogo a procedere per padre Giovanni Salonia

    La querela presentata cinque anni dopo la fine della terapia di psicanalisi

    Ragusa – Non luogo a procedere per padre Giovanni Salonia, il frate cappuccino ragusano, psicanalista di fama, accusato di violenza sessuale da una suora. Lo ha deciso il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Roma Daniela Camarico D’Auria.

    Salonia era stato nominato vescovo ausiliare dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Ma, dopo un dossier contro di lui arrivato in Vaticano, il frate ha rinunciato anche se la commissione pontificia che ha valutato le accuse le ha definite come “un emotivo florilegio di pettegolezzi e calunnie”.

    Papa Francesco, il 15 settembre del 2018 lo volle incontrare nella sua visita a Palermo.

    Una suora, che era stata sua paziente nel periodo fra il 2009 e 2013 lo denunciò, sostendo di aver subito abusi sessuali. Ma l’accusa non ha retto. La difesa, sostenuta dagli avvocati Pierpaolo Dell’Anno e Antonio Di Pasquale, ha puntato sulla tardività della querela, presentata nel 2018, ben cinque anni dopo la fine della terapia.

    https://www.ragusanews.com/2020/02/29/giudiziaria/non-luogo-a-procedere-per-padre-giovanni-salonia/106238

  • Acireale, ricercatore accusa 20 anni dopo il prete pedofilo: “Vorrei aiutare le altre vittime”

    Acireale, ricercatore accusa 20 anni dopo il prete pedofilo: “Vorrei aiutare le altre vittime”

    22 Marzo 2012 15:39

    ”Io ti inseguivo, e qui forse e’ stato l’errore, inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E questo lo facevo non ponendomi limiti. Tu forse non ricordi, ma io quasi mai prendevo l’iniziativa: cioe’ io avvertivo che tu avevi bisogno di essere abbracciato. Ma e’ stato una volta?”. ”Si… un paio di volte”. ”Io avevo solo il ricorso di una volta.. cosi’… non perche’ ci fosse un piano, ne’ perche’ io avessi desideri: c’e’ stato un momento che mi sembrava di compiacerti, mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti, di esprimerti. e’ stato un modo di dirti che ti volevo bene”. ( IL VIDEO suhttp://ansa.it/web/notizie/videogallery/it…_155113417.html)

    E’ uno dei passaggi centrali di una conversazione tra un sacerdote e un uomo che da ragazzino, ad Acireale, afferma di essere stato vittima di abusi da parte del religioso, una conversazione registrata all’insaputa del prete, fatta ascoltare oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa e soprattutto acquisita proprio oggi dalla polizia postale di Catania, che da un mese a questa parte, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo testimonianze su questo e altri casi di pedofilia. A denunciare l’intera vicenda, attivando cosi’ anche gli inquirenti che hanno aperto un fascicolo, e’ stata l’associazione La Caramella Buona. Il protagonista del caso e’ Teodoro Pulvirenti, nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia in conferenza stampa, accusando don Carlo Chiarenza, all’ epoca parroco di San Paolo ad Acireale, di aver abusato di lui quando aveva 14-15 anni tra il 1989 e il 1990. Il caso di Teodoro di fatto e’ caduto in prescrizione per la giustizia italiana. ”Ma sono a conoscenza almeno di una decina di casi di abusi – ha dichiarato – per i quali e’ ancora possibile intervenire: e’ soprattutto per loro che ho deciso di parlare, perche’ trovino il coraggio di farsi avanti”. ”Io credo in Dio – ha aggiunto – ma non posso piu’ credere nella Chiesa”.

    ”L’impegno della Chiesa contro la pedofilia lo valuto piu’ virtuale che concreto” e spesso ”si sperimenta la tattica dello scaricabarile”. Cosi’ Roberto Mirabile, presidente dell’associazione contro la pedofilia La Caramella Buona, giudica l’atteggiamento della Chiesa su questo fronte. L’occasione per esprimere questo parere e’ stata la conferenza stampa, organizzata oggi a Roma alla stampa estera, incentrata sul caso di Teodoro Pulvireti, oggi 37 anni, che ha pubblicamente accusato un religioso, don Carlo Chiarenza, di aver abusato di lui quand’era un ragazzo, ad Acireale. Oltre a una registrazione in cui il religioso si esprime con frasi che suonano come un’ammissione di colpa, sono state presentate le copie di una lettera e di una cartolina, firmate da don Carlo, inviate a suo tempo Pulvireti. In una si legge ”un bacio ‘mangereccio’ ciao”. Nell’altra si allude alla frequentazione di una ragazza da parte del giovane: ”Nonostante i tuoi furiosi e ripetuti tradimenti tedeschi ti voglio un mare di bene! Non lo fare piu’ potrei mangiarti tutto. Un bacio furioso”. Il presidente di Caramella Buona con una lettera datata 16 maggio 2011 ha inviato in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede una segnalazione per i presunti abusi sessuali di don Chiarenza, a cui Scicluna ha risposto l’8 giugno 2011, rimandando al vescovo competente. ”Ella – si legge nella lettera a Mirabile – potra’ trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo della predetta Diocesi” (di Acireale, ndr), mons. Pio Vittotio Vigo ”onde lo stesso possa dar luogo a un’indagine canonica e riferire, al termine della stessa” ”le proprie conclusioni in merito a questo Dicastero”. L’associazione riferisce anche di un caso che riguarderebbe un’animatrice parrocchiale, che ”nel 2000 circa denuncio’ con una lettera alla Curia di Acireale, a mons. Paolo Urso, attuale vescovo di Ragusa, gli atteggiamenti di don Chiarenza. Urso disse che aveva gia’ avuto altre voci del genere e che si sarebbe attivato, ma precisando che don Chiarenza era protetto dal cardinale Paolo Romeo, attuale arcivescovo di Palermo”. Quanto alla lettera della ragazza, sarebbe ”andata persa”.

  • Il Duomo di Thiene, dove Rigoni era stato arciprete. ARCHIVIO

    Il Duomo di Thiene, dove Rigoni era stato arciprete. ARCHIVIO

    È morto mons. Angelo Rigoni L’arciprete che fondò il museo
    LUTTO. Ha guidato la parrocchia del duomo per 14 anni, prima dell’arrivo di don Livio Destro
    06/03/2012

    Il Duomo di Thiene, dove Rigoni era stato arciprete. ARCHIVIO

    «Sono un montanaro». Si definiva così, e con questa espressione spiegava il suo carattere sicuramente forte, ma anche sincero e trasparente. Con lo stesso rigore e la stessa compostezza mantenuti per tutta una vita, mons. Angelo Rigoni, già parroco del duomo, se n’è andato ieri mattina, all’età di 83 anni. Il sacerdote da qualche mese si trovava all’Opera Immacolata Concezione, ma si è spento all’ospedale di Thiene, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute. Lascia le sorelle Lea, Maria, Franca e il fratello Leonardo, ma a piangerlo saranno anche le comunità che per anni lo hanno avuto come punto di riferimento. Sicuramente Asiago, suo paese natale, dov’era tornato nel 2006 dopo la pensione, ma anche Thiene, dove dal 1992 al 2006 è stato parroco del Duomo. Un ritratto della sua figura arriva proprio da mons. Livio Destro, vicario foraneo che ha raccolto il testimone in città. «Dai ricordi che ho raccolto dopo il suo operato – sono le sue parole – emerge l’immagine di una religioso che ha lavorato con intensità e grande impegno. Mons. Rigoni aveva sicuramente un carattere forte, ma era una persona sincera e trasparente, con un forte senso pastorale e una bella spiritualità». Oltre che per il suo rigore pastorale, mons. Rigoni sarà ricordato anche per il suo amore per l’arte. È nato proprio da una sua intuizione, infatti, il museo di arte sacra che si trova al terzo piano della canonica del duomo. Un lavoro di raccolta e catalogazione di oggetti sacri che il sacerdote aveva iniziato nei primi anni 2000, con grande dedizione. Mons. Rigoni era nato nel 1929 in contra’ Morar, ad Asiago. A sedici anni aveva però già chiara in mente la propria strada, tanto da iscriversi al seminario di Padova. Dal 1964 è stato prima parroco e poi rettore del Santuario della Madonna Pellegrina , incarico terminato con il trasferimento a Thiene. La notizia della sua scomparsa si è diffusa presto tra i fedeli e già ieri sera, ad Asiago, durante la messa delle 18, don Romeo ha ricordato il sacerdote. «Mons. Angelo Rigoni era uno dei tanti figli dell’Altopiano che in quegli anni avevano abbracciato la strada sacerdotale e con il suo impegno è stato motivo di orgoglio per la comunità». I funerali si svolgeranno giovedì, alle 10, al Duomo di Thiene e verranno celebrati dal vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo; alle 15 verrà celebrata una funzione ad Asiago, dove poi mons. Rigoni sarà sepolto. A.Z.

    La ricostruzione dell’inchiesta:

    www.scribd.com/doc/31610021/mani-dangelo

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    01 L’INIZIOSono le 19.20 del 30 Marzo 2004. Nelle case dei vicentiniirrompe una edizione shock del telegiornale di Canale 68Veneto condotto da Giancarlo Brunori: «Buona sera dallaredazione, apriamo con una vicenda di violenze fisiche esessuali… Bambini e ragazzi aggrediti e picchiati,altri toccati e palpeggiati nelle parti intime. Succedein una comunità parrocchiale ad opera di sacerdoti. Nelnostro servizio i fatti, poi alcune testimonianze». Lalinea va a Thiene.Pochi secondi dopo l’inviato Angelo Di Natale,giornalista d’assalto già conosciuto in Sicilia per averrivelato durante i primi anni Novanta l’esistenza di unatangentopoli nel Ragusano, comincia una cronaca fiume chedurerà per alcuni giorni e che lo renderà noto in tuttoil Vicentino: «Thiene, 23.000 abitanti, origini romane,una storia antica ed importante. Un’economia fiorentefondata su attività industriali e commerciali. Unacomunità animata da fervido sentimento religioso… dovela confessione cattolica imperversa. La diocesi è quelladi Padova che qui sette secoli fa istituì un vicariato.In una delle dieci parrocchie di Thiene vengono compiuteviolenze ed abusi. Anche sessuali. Le immagini che vedetein video sono casuali. Quello che stiamo per dire cirisulta per certo… Abbiamo raccolto numerosetestimonianze, ma poiché le indagini con tutte legaranzie di legge non competono a noi, in attesa chevengano esperite e producano i relativi accertamenti ciasteniamo dal fornire elementi utili ad identificareluoghi e responsabili dei fatti».Vicenza è incredula. A Thiene cala il gelo e nellacittadina la notizia è già sulla bocca di tutti nelvolgere di qualche istante. E Di Natale è un fiume inpiena: «Un parroco che pratica la violenza fisica subimbi e ragazzi per mero esercizio d’autorità, conesplosioni persino su giovani preti, colpevoli di noncondividere i suoi metodi. Giovani preti che non ci sonopiù; qualcuno ha lasciato del tutto l’abito talare. Manon c’è solo questo. Il parroco violento, se feceindignare il giovane prete che vedeva e sentiva tutto, hala benevole e complice comprensione di un altro giovaneprete arrivato al suo posto del quale diverse persone cihanno riferito morbosità e palpeggiamenti sui bambini.Accompagnati in bagno e toccati nelle parti intime.Portati in stanze chiuse e trattenuti per dubbie lezionidi catechismo. Molto dubbie a giudicare dagli imbarazzatiracconti resi da bambine e bambini in lacrime aigenitori. Solo alcuni hanno denunciato. Molti si sono

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    sentiti intimiditi e minacciati da un parroco che avrebbepotere e solidi agganci. Una lettera al vescovo di PadovaAntonio Mattiazzo è rimasta senza esito. E le violenzecontinuano».Il tg prosegue con un altro servizio. Angelo Di Nataleintervista una signora girata di spalle che si confida alcronista: «Sono dodici anni che sopporto tutte letorture, gli affronti i dispetti, i torti, le umiliazionidi quel prete…». Poi l’intervista sempre di spalle adun testimone chiave che per il momento chiamiamo Mike.Mike è ancora più preciso: «Sono stato aggredito siaverbalmente che fisicamente con calci e schiaffi dalparroco». Poi qualche accenno ad episodi precisi: «…Soprattutto un accanimento molto accentuato verso leragazze, questo avveniva d’estate, che per il caldovenivano con delle piccole scollature… e venivanooffese… altri ragazzini più piccoli sono statiscaraventati addosso alle reti dei campetti da calcio…palpeggiamenti da parte del cappellano».E Canale 68 Veneto non smette. Nel tg del giorno seguentecondotto da Alessandra Altomare la vicenda si delineamaggiormente: «È stato forte lo scalpore sucitato dallanostra denuncia – dice la speaker – denuncia che nellacomunità thienese ha toccato un nervo scoperto». Pochiistanti dopo la linea passa ad Angelo Di Natale il qualeracconta che i primi accertamenti da parte deicarabinieri di Thiene sono già cominciati. L’inviato peròprosegue: «Per dovere di cronaca ci tocca fare unrilievo. I nostri servizi hanno suscitato scalpore.Numerose sono state le reazioni a vario titolo».Il riferimento è a politici, notabili della zona, ma puregiornalisti di altre televisioni locali e della cartastampata: molti sembrano non aver gradito il pentolonescoperchiato da Canale 68. «Ci hanno sorpreso -sottolinea il reporter di Canale 68 – le critiche chepartivano da un assunto non vero. Quello che noi avessimorivelato i nomi dei sacerdoti presunti responsabili». Diseguito un’altra stilettata che descrive lucidamente ilquadro di quei giorni: «Sia innocentisti che colpevolistici hanno chiamato dando per scontato che noi quei nomi liavessimo fatti. Ciò significa una sola cosa. La nostradenuncia ha toccato un nervo scoperto. A Thiene c’era giàun disagio diffuso. Molti sanno qualcosa».In ultimo un auspicio che sembra contenere un timore delcronista: «A questo punto solo una rigorosa attività diindagine potrà fare chiarezza. Ci auguriamo senzasoggezioni né deferenze».

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    02 LA GUERRA DEI MEDIAFrattanto però si scatena una sorta di guerra mediatica.Tva Vicenza e soprattutto il Giornale di Vicenza assumonoun atteggiamento antitetico rispetto a quello di Canale68 Veneto. Le due testate anzitutto identificano uno deidestinatari della denuncia lanciata da Canale 68 e loidentificano in monsignor Angelo Rigoni, parroco delduomo nonché vicario foraneo della diocesi di Padova.Soprattutto il Giornale di Vicenza assume una posizioneassai netta. In primis con i servizi di Ivano Tolettini,punta di diamante della cronaca giudiziaria delquotidiano controllato dagli industriali vicentini. IlGdV (sigla con cui gli addetti ai lavori identificano IlGiornale di Vicenza) non lascia spazio adinterpretazioni: «”Veleno” sui sacerdoti del duomo…Vendetta contro la parrocchia?… Pesantissime accusecontro i sacerdoti del Duomo scuotono la città».Questi sono solo alcuni dei titoli ai quali si aggiungonoquelli in cui don Angelo Rigoni si esprime con le sueparole: «Sono solo calunnie di una mente malata», ma ilprelato non fa nomi e cognomi e a quanto ci risulta nonli fa in alcuna sede giudiziaria. Il Giornale di Vicenzanei suoi servizi poi fa riferimento ad una non benprecisata «polemica montata per altri fini» dietro laquale si nascondono non precisati «interessi economici».Però i nomi e cognomi dei presunti mandanti non vengonomai fatti né viene delineato un identikit credibile dichi possa aver tramato nell’ombra.03 IL CONTRATTACCOCanale 68, preso di mira dai media locali, in particolaredal GdV replica in modo molto circostanziato nel tg del 2aprile 2004. «I carabinieri continuano nella loro analisidelle testimonianze – annuncia lo speaker Andrea Ederosi- le attività investigative proseguiranno pure i prossimigiorni, poi sarà trasmesso un rapporto alla procura dellarepubblica di Vicenza. E intanto la vicenda, anzichésuscitare un bisogno di verità come ci si sarebbeaspettato, ovviamente col rigore e la prudenza del caso,ha provocato reazioni scomposte».Il servizio mandato in onda è curato sempre da Angelo DiNatale che in una ideale replica agli altri mezzi diinformazione, in pochi minuti, mette in crisi lo schemasostenuto sui quotidiani. Il servizio va in onda mentrein video vengono inquadrati i titoloni de il Giornale diVicenza del primo aprile. Subito dopo l’analisi di Di
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    mercato o qualcos’altro di inconfessato. Certo in questecondizioni diventa grottesco identificare ed assolvere ilmai imputato sacerdote e nel frattempo inviare unalettera di solidarietà a tutte le parrocchie».Di seguito un nuovo j’accuse: «Insomma una reazione daconfusione mentale, con qualche errore grave; quello didare in pasto al pubblico, con tutti i rischi del caso ilnome di un testimone che accusa, quasi a liquidare inquesta rivelazione una pretesa inattendibilità del tutto.Non è così perché sono molte le testimonianze che sarannoacquisite (Di Natale parlerà in futuro di una ventina dipersone, Ndr)».04 I POLITICI SI SCHIERANO COL DUOMOLo stesso giorno anche i papabili della politica localethienese scendono in campo. Il sindaco Attilio Schneck,il presidente del consiglio comunale nonché tutti icapigruppo consiliari diramano un dispaccio durissimo.Nella nota si parla di una «comunità cristiana e dellacittà offesa e vengono definiti i fatti poco verosimili».Lo stesso Schneck (Lega Nord, con simpatie passate perquel Psi in seguito devastato da tangentopoli) paventa lanecessità della convocazione di un consiglio comunalestraordinario.Sempre Schneck nelle stesse ore viene intervistato ancheda Tva Vicenza. In perfetto burocratese, in evidenteimbarazzo nel lessico e nelle argomentazioni, il sindaconon si domanda in primis se quanto riferito da Canale 68sia vero o falso, ma si preoccupa del buon nome diThiene: «Danno un quadro della città nettamente nonrispondente al reale». Poi in un guazzabuglio trasintassi stentata e ripetizioni varie, il primo cittadinoaggiunge: «Il quadro della città che ne esce è un quadrodi una moralità degradata e quindi su questo intendo dareil giusto segnale che questo non è Thiene quanto è statodiffuso con queste notizie che sono notizie cheinquadrano un reato particolarmente grave (perché ilsindaco ce l’ha con i quadri? Ndr)».Insomma quattro in Italiano al professor Schneck. Maperché tanto imbarazzo persino grammaticale? E come mainel comunicato dell’amministrazione comunale, alla facciadello stato laico, si parla prima di tutto di comunitàreligiosa offesa? Perché un consiglio comunalestraordinario per un fatto del genere, con le indaginientrate solo nella fase dei primi riscontri?

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    La vicenda però è destinata ad assumere contorni sempremeno chiari. Ai primi di aprile Angelo Di Natale realizzauna intervista a due ragazze minorenni. Queste accusanodi palpeggiamenti un sacerdote del duomo di Thiene, chenon è Don Angelo. L’inchiesta accelera. A Thiene, a mezzabocca, sulla scorta della denuncia di Canale 68 Veneto,si delinea una cornice precisa. Don Angelo sarebbe ilsacerdote dai modi maneschi, un suo stretto collaboratorequello che tocca.Gli eventi si susseguono. Da alcune testimonianzedirette, compresa quella di Di Natale, si apprende che icarabinieri di Thiene, sotto il comando del tenente(tenete all’epoca dei fatti: manterremo questo grado percomodità di esposizione, Ndr) Giovanni Scarpellinivengono a conoscenza della intervista resa dalle duegiovani a Canale 68. Secondo tali testimonianze sono glistessi carabinieri a suggerire ai genitori delle ragazzedi diffidare formalmente l’emittente dal mandare in ondail servizio, nel quale peraltro l’identità delle due nonera svelata.Gli accertamenti passano in mano al pubblico ministero,nella fattispecie il pm Giorgio Falcone presso la procuradella repubblica di Vicenza. Il magistrato, dopo averletto il rapporto relativo agli accertamenti preliminariredatti dai militari, prende una posizione precisa edecide che gli indizi raccolti non sono tali per aprireun procedimento penale (almeno ciò è quanto risulta dallenotizie pubblicate in quei giorni).Il Giornale di Vicenza e Tva danno ampio risalto a questasvolta. Nelle cronache locali si legge al limite «diqualche scappellotto», ma percosse e molestie non vengononemmeno menzionate. Angelo Di Natale conclude il suoperiodo di collaborazione con la tv di Cornedo Vicentinoe torna in Sicilia, dove ora collabora con la Rai.A questo punto occorre porsi alcuni interrogativi. Hannoragione coloro che sostengono la falsità delle accuse oha ragione il cronista che ha raccolto una ventina ditestimonianze? È vero che i carabinieri di Thiene hannocaldamente consigliato ai genitori di due ragazzeintervistate a diffidare Canale 68 Veneto dal mandare inonda l’intervista mai più trasmessa? Come mai la procurasi è limitata solo ai primi accertamenti? E se veramentesi trattasse di una montatura, come si spiega che ungiornalista serio come Di Natale (premio Nazionalecronista nel 1992) si sia inventato tutto? E se si trattaveramente di una invenzione colossale perché la procuranon ha indagato nessuno?

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    05 I RETROSCENAIl primo particolare che salta all’occhio riguarda ilcomportamento dei media. Il Giornale di Vicenza, comedenunciato da Di Natale, decide «di dare in pasto alpubblico il nome di uno dei testimoni, ovvero quello diLoris Bertezzolo». Sullo stesso giornale Don AngeloRigoni parlò di accuse infondate di «una mente malata».Lo schema che si può creare nella testa del lettore, cuinon viene data la possibilità di un confronto dialetticoè chiaro: l’accusatore è un pazzo, quindi le accuse sonofasulle. Ma se effettivamente si tratta di calunnieperché non è intervenuta la magistratura?La questione è semplice. O i venti testimoni dicono tuttiil falso e allora vanno perseguiti oppure dicono il veroe allora deve essere vagliato con attenzione ilcomportamento del tenente Scarpellini e quello del pmGiorgio Falcone. Queste ombre non sono mai state fugatedai diretti interessati, anche perché con la dipartita diDi Natale, nessun giornalista è più andato a sindacaresulla conclusione di una vicenda, che in altre procure oin altre province, sarebbe stata seguita probabilmentecon ben altro piglio.Va peraltro rilevato un secondo punto da chiarire. Essoriguarda il comportamento dei carabinieri. Come hannoregistrato le testimonianze delle venti persone? A qualetitolo il tenente Scarpellini avrebbe suggerito, se èvero, ai genitori di diffidare Canale 68 dal mandare inonda la famosa intervista di inizio aprile? È vero che ladiffida venne trasmessa via fax proprio dal comando diThiene? Il pm fu informato di questa circostanza?L’allora capo della procura era a conoscenza dei fatti?Ed un terzo punto sul quale fare luce riguarda i nomi deitestimoni. Perché il Giornale di Vicenza ne rivelasoltanto uno? Perché non rivela invece il nome deltestimone Mike, ripreso dalle telecamere di Canale 68? Atelecamere spente Bertezzolo era stato definito da DiNatale «una persona dal carattere fragile che sembravaassolutamente sincera e che aveva riferito riscontriprecisi i quali andavano nella medesima direzione diquelli forniti dagli altri testimoni». È possibile chedare in pasto ai lettori il solo nome di Bertezzoloservisse a depotenziare le indagini?

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    06 GLI STRASCHICHI E IL MISTERO DEL TESTIMONE MIKESe la partita sembrava chiusa con il rapporto (aventeesito negativo) dei carabinieri alla procura, rimaneaperto il capitolo delle voci e degli straschichi attornoad una vicenda che non è ancora stata chiarita. A questopunto però va svelato un mistero, quello della identitàdel testimone Mike. Quest’ultimo sugli schermi televisividi Canale 68 aveva parlato in modo inequivocabile: «Sonostato aggredito sia verbalmente che fisicamente con calcie schiaffi dal parroco… Soprattutto un accanimentomolto accentuato verso le ragazze, questo avvenivad’estate, che per il caldo venivano con delle piccolescollature… e venivano offese… altri ragazzini piùpiccoli sono stati scaraventati addosso alle reti deicampetti da calcio… palpeggiamenti da parte delcappellano». Queste affermazioni sono precise ecircostanziate. Identificano reati precisi (gli schiaffie i calci al testimone, i palpeggiamenti, i ragazziniscaraventati sulle reti). Che cosa hanno riscontrato icarabinieri e la magistratura? Mike dice la verità omente? E chi è il misterioso testimone? Tra i tanti aThiene, che hanno discettato attorno alla sua veraidentità, c’è Carlo Maino, consigliere comunale dellaMargherita e leader dell’opposizione in aula (vedicapitolo seguente). Maino parla della vera identità diMike riconoscendolo in Michele Bellossi, giovane sullaventina residente a Thiene e figlio di Flavio Bellossi,sovrintendente presso la questura di Vicenza.07 I BELLOSSIE allora come la mettiamo? Mente pure il figlio di unpoliziotto? Che cosa ha detto Bellossi junior aicarabinieri? I genitori sapevano delle percosse ricevutedal figlio, delle quali lo stesso giovane parla propriosugli schermi televisivi? I carabinieri hanno accertatola veridicità delle gravissime accuse lanciate dalgiovane testimone? Se queste sono vere, perché il pmFalcone non ha proceduto con le indagini? Se sonofasulle, come mai Bellossi junior, all’epoca dellatestimonianza già maggiorenne, non è stato incriminatoper aver pronunziato il falso a mezzo stampa?08 FLAVIO BELLOSSI ACCUSA IL TENENTE SCARPELLINIAlcuni mesi dopo il sovrintendente Bellossi sembrerebbefar capire ai suoi interlocutori durante alcuni colloquiriservati, che non c’è da fidarsi dei carabinieri diThiene. Come mai il sovrintendente Bellossi, riferendosial tenete, sostiene: «… secondo me è colluso…»?

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    Perché questa accusa gravissima e infamante? Perché ilsovrintendente Bellossi facendo riferimento al tenenteScalpellini afferma che «è troppo tempo che è qua (aThiene, Ndr) e che «ha troppo le mani in pasta con levarie associazioni locali?» Che cosa significa? Si fariferimento a categorie economiche o politiche? Aisindacati? Ad associazioni religiose o culturali? Setutto ciò è vero, la magistratura e le gerarchiedell’Arma sono al corrente? Hanno preso provvedimenti?Ricordiamo che Bellossi senior non è un disgraziatoqualunque, ma un poliziotto, con incarichi presso laquestura di Vicenza; il sovrintendente ha mai fattorapporto ai suoi superiori? E i presunti legami diScarpellini «con le varie associazioni locali» sono inqualche maniera da mettere in collegamento con l’esitodelle indagini per il caso duomo? Il sovrintendenteBellossi ha riferito questo quadro al pm Falcone?L’allora capo della procura nonché l’attuale capo dellaprocura sono stati informati? C’è veramente qualcosa disospetto nella condotta del tenente Scarpellini o ilBellossi è un mentitore? E c’è un’altra circostanza dachiarire. La legge obbliga i pubblici ufficiali (eBellossi padre lo è) ad informare le autorità qualora sivenga in possesso di notizie di reato. Non riferirequesti fatti costituisce a suo volta un reato, denominatoomissione di rapporto. Le circostanze descritte daBellossi junior costituiscono notizia di reato. Ma ilpadre ha mai informato la magistratura come era suodovere di ufficiale (e di padre)? Il comportamento delsovrintendente configura il reato di omissione dirapporto?09 CARLO MAINOUn altro protagonista della vicenda è il consiglieredella Margherita Carlo Maino che sembra essere moltoinformato su quanto accade tra le mura del duomo. ProprioMaino, dopo il caso sollevato da Canale 68 Veneto haavuto una serie di colloqui riservati. Come mai duranteuno di questi è proprio Maino a promettere di presentarsidal parroco del duomo per fargli presente: «Don Angelo,sa anche lei, certi atteggiamenti, lei come parroco, iocome maestro, non possiamo averli anche se davantiabbiamo ragazzi che meriterebbero di essere bastonati». Aquali comportamenti si riferisce uno dei leader dellaminoranza ulivista a Thiene? E a quali metodi diinsegnamento pensa quando parla di bastonate? È vero cheDon Angelo Rigoni avrebbe contattato il consigliere dellaMargherita perché facesse in qualche maniera pressioni suLoris Bertezzolo affinché quest’ultimo ritirasse unadenuncia per diffamazione (fatta poi effettivamente

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    decadere) redatta proprio nei confronti del sacerdote peralcune dichiarazioni rilasciate al Giornale di Vicenza? Èvero che la sede thienese del partito di Maino è diproprietà della parrocchia? Perché quando il sindacoAttilio Schneck chiede ai capigruppo della opposizione disottoscrivere il famoso documento a sostegno delleparrocchie thienesi, Maino ed il resto della minoranza,accettano di buon grado?Il capogruppo della Margherita però fa anche unaconsiderazione sugli aspetti etici della vicenda: «DonAngelo passa. Resta un anno, due anni. Poi tornasull’Altopiano dove ha la sua casa… Don Angelo non èeterno». Una frase che a giudizio di chi ha vissuto sullapropria pelle quei giorni «la dice lunga sulla moraleipocrita e finto perbenista di una città come Thiene,piccola provinciale e meschina fino al midollo. Come adire non importa se dentro le mura consacrate si consumiogni nefandezza. Basta che sia fatta salva l’istituzionereligiosa. Basta che sia fatto salvo il buon nome dellacittà… non importa ciò che succede fra quelle murabenedette. Non importa ciò che accade in una comunità incui il senso civico è andato a farsi fottere da tempo».Come giudica Maino questi rilievi che vengono mossi daragazzi che potrebbero avere l’età dei suoi alunni? Checosa ne pensa il sindaco, il leghista Schneck?10 GIOVANNI TESSARIUn altro consigliere comunale tienese abbastanzainformato sui fatti è Giovanni Tessari (AlternativaDemocratica). Questi, come Maino milita nellaopposizione. Qualche mese dopo i fatti denunciati da DiNatale, è proprio Tessari che in riferimento ad una seriedi presunte violenze da parte di religiosi, sostiene cheil problema «è che quelle cose lì, tutti sappiamo cheesistono»; sostiene poi che «tutti lo sanno, ma nessunosi fa avanti… si preferisce piuttosto prendere ilbambino e portarlo da un’altra parte… la gente amastare tranquilla, ama il quieto vivere». Perché Tessariassume questa posizione quando pochi mesi prima avevafirmato il famoso documento di sostegno alle parrocchiethienesi? E che opposizione è quella che cosìacriticamente ha sposato i proclami del primo cittadino,il leghista Schneck?11 APOLLONI, SCARPELLINI E FALCONE: UNA CENA PER TRE?Ma una delle vicende più oscure riguarda le manovre dicorridoio seguite alla denuncia di Canale 68. Il quadrodi riferimento è quello relativo ad una serie di incontri

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    riservati ai quali Daniele Apolloni ex deputato delCarroccio e dell’Udeur sembra fare allusione. In più diuna occasione infatti, poco dopo la deflagrazione delcaso Thiene, Apolloni avrebbe fatto intendere ad alcunisuoi interlocutori che egli stesso si sarebbe incontratoa cena col tenente Scarpellini (comandante dellacompagnia thienese dell’arma dei carabinieri) e col pmFalcone, titolare dell’inchiesta. Motivo dell’incontro?Mettere una pietra definitiva sopra l’inchiesta natadalle rivelazioni di Canale 68 («Bertezzolo è più cheaffidabile»… «i genitori si sono ritirati»). Se iltutto fosse vero, in base a quali prerogative un exparlamentare, un pm e un tenente dei carabinieri, nelcorso di una cena si sarebbero arrogati il diritto dimettere il coperchio ad una inchiesta scottante? È veroper di più che il vescovo di Padova Antonio Mattiazzoavrebbe chiesto ad Apolloni di intervenire su Bertezzoloaffinché quest’ultimo non attirasse su di sé i riflettorimediatici accesi poco prima sul caso?12 IL COMPORTAMENTO DEI CARABINIERIE così dalle pieghe della vicenda emergono altri aspetti.Aspetti riguardanti le modalità con cui sono stateeffettuate le indagini. Prima di tutto non si è maicapito se l’inchiesta sia effettivamente cominciata o sela magistratura berica si sia limitata ad aprire unfascicolo per fatti non contenenti notizia di reato. Ildubbio è grande. Se i venti testimoni hanno calunniatoqualcuno, hanno riferito il falso e hanno inutilmenteallertato le autorità, il pm Falcone doveva formalizzarele accuse nei confronti dei sospetti. Se le testimonianzeinvece sono circostanziate allora occorreva formalizzarele accuse nei confronti dei presunti responsabili. Sulpiano procedurale e formale invece, l’inchiesta non sicapisce che strada abbia seguito. Non si capisce seaddirittura sia mai iniziata.Ovviamente un ruolo chiave nell’inchiesta è quello deicarabinieri thienesi, comandati dal tenente GiovanniScarpellini. Proprio in base ai rapporti stilati daimilitari il pm ha preso le sue decisioni. E così c’è unadomanda che nasce spontanea. Se il procedimento èconcluso, che fine hanno fatto i verbali contenenti ledichiarazioni dei testimoni? Perché non sono stati resipubblici, se la vicenda fu veramente una montatura? Chetimori avevano le autorità?In quest’ottica diventano importantissime le rivelazionirese da una minorenne pochi giorni dopo gli scoop diCanale 68: «Era la prima settimana dell’aprile 2004 –

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    dice la giovane della quale per motivi di opportunità nonsi può rivelare il nome – il tenente Scarpellini mi hachiamato in caserma. Mi ha fatto fare un verbale doveraccontavo i fatti…». Nella fattispecie ai militari lagiovane riferisce del comportamento di don CristianoMarsotto, cappellano del duomo di Thiene; il raccontodella minorenne è preciso: «… Quando era davanti adaltra gente insultava… Quando eravamo sole io e lei (ilriferimento è ad una amica della ragazza, Ndr) era menosonei comportamenti… mi dava fastidio quando toccava…quando mi dava gli schiaffi sul culo… faceva finta diniente come se non fosse successo… per il futuro speroche vada via, non voglio più vederlo».Così la giovane viene convocata dai carabinieri. «Lorohanno chiamato me… mi dissero che dovevo recarmi incaserma poiché dovevano farmi delle domande… mi sonorecata in caserma un sabato mattina. Il tenenteScarpellini mi ha fatto fare un verbale dove raccontavo ifatti… dopo tre quattro giorni ho rilasciatoun’intervista anonima (per Canale 68 Veneto, Ndr). Ilgiorno dopo i carabinieri hanno chiamato i miei genitoriper dirmi che dovevo recarmi in caserma un’altra voltaper farmi altre domande. Una volta giunta in casermahanno consigliato ai miei genitori di fare una diffidaper fare in modo che l’intervista non fosse mandata inonda perché poteva succedere che i preti potevanodenunciarmi per diffamazione… e per aver detto ilfalso, quando il falso non era… i carabinieri dicevanoche per quell’intervista potevano essere messe in boccacose che non avevo detto… che l’intervista potevaessere manomessa o che venissero fuori frasi che nonerano vere… la diffida è stata fatta dai carabinieri emia madre l’ha firmata… la diffida è statamaterialmente scritta al computer dai carabinieri (ilriferimento è al tenente Scarpellini, Ndr) e mia madrel’ha firmata…». Poi una stilettata all’indirizzo dellabenemerita: «Loro mi facevano delle domande su com’erovestita e su cosa avevo fatto io affinché i preti miinsultassero… ma più di una volta don Cristiano mi hatoccato il sedere… io mi piegavo, lui era lì che mistava parlando e mi toccava… ti dà fastidio che unprete ti tocchi il culo…».13 I NODI IRRISOLTIInsomma con che criterio il comandante dei carabinieri diThiene si arroga, se quanto descritto dalla giovane èvero, il diritto di scrivere una diffida per conto dellamadre di un testimone (o vittima)? È per caso il suolegale? Come mai si sospetta che i media manomettano le

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    informazioni e le interviste? Si vuole coprire qualcuno?La magistratura è a conoscenza di tali episodi? Come maiil pm non ha proceduto personalmente a sentire testimonie potenziali accusati? Perché i carabinieri avrebberofatto domande sul modo di vestire delle ragazze come sela foggia di un abito giustificasse le pruderie diqualche presule di provincia? E se quanto descritto dairagazzi è vero, il parroco era a conoscenza deicomportamenti del suo cappellano? È vero che ilconsigliere Carlo Maino, ebbe a dire che l’intervento diDon Angelo sulla stampa fu anche concepito per attiraresul parroco le accuse di molestie che invece eranoriferite ad un prete con le spalle meno forti? Esoprattutto che fine hanno fatto le testimonianze deiragazzi nelle quali invece si accusava Don Angelo dicomportamenti violenti, come riferito peraltro daBellossi junior, figlio di un sovrintendente dellaquestura? Proprio Di Natale infatti nei giorni a seguiresi era spesso domandato: «Come mai il Giornale di Vicenzanon parla mai di queste evidenze? Come mai aperture dipagina del tipo “Contro il duomo solo falsità”, titolandoin modo non virgolettato e quindi rendendo oggettiva unarealtà come minimo ancora da dimostrare?».14 I MALTRATTAMENTILe informative avute dall’Arma riguardano anche un casograve di percosse. Un tredicenne residente nella zonadella stazione ferroviaria di Thiene (tredicenneall’epoca dei presunti maltrattamenti patiti), riferì diessere stato duramente picchiato il 25 aprile 2002 da unsacerdote, proprio all’interno della sede delle opereparrocchiali: «Ho avuto una contusione alla spina dorsalequando mi ha buttato addosso al muro… Quando mi hapreso e mi ha sbattuto addosso al muro sono andato asbattere addosso al pergolato di ferro». Questa scena èstata descritta per filo e per segno ai carabinierithienesi da un testimone maggiorenne che ha puresottoscritto quanto riferito. Che fine ha fatto quelrapporto? Le accuse erano vere o no? A quali conclusionisono arrivati gli inquirenti? Perché i media locali nonhanno puntato l’attenzione su questi fatti? È vero chetali accuse erano state rivolte a monsignor AngeloRigoni?15 ATTENZIONI MORBOSEC’è un altro elemento però che getta un’ombra ulteriore.Una anziana thienese ha lanciato una accusa pesantissimanei confronti della parrocchia. Gli accadimenti sonocircostanziati; il riferimento è ad una conversazione

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    avuta con la madre di un bimbo che all’epoca dei fattifrequentava la parrocchia. La madre (all’epoca dei fattiabitava in zona Cappuccini a Thiene) parla di attenzionimorbose avute nei confronti di suo figlio da parte di unsacerdote del duomo. Il racconto dell’anziana signoraresidente in zona Duomo è preciso. Quest’ultima loriferisce puntualmente. E viene pure fuori un nome:«…Don Cristiano insegna catechismo… Questo bambino hachiesto di andare in bagno… Don Cristiano è andato adaccompagnarlo… e quando è stato in bagno… gli hapreso in mano il pene e gli ha detto… questo ti serviràper quando sarai grande». Tale circostanza è statadescritta anche ai carabinieri; il tutto in un paio ditestimonianze rese per iscritto al comandante dellacompagnia thienese. Ma quale è stato il riscontro nelleindagini? Il tenente Scarpellini che cosa ha evidenziato?Si tratta di fatti veri o no? Se i fatti descritti sonoveri perché l’indagine si è sgonfiata? Se i fattidescritti sono falsi o artefatti perché non si èproceduto ad incriminare chi ha gettato fango sullaparrocchia thienese del duomo? Le due cose non possonoessere insieme vere e false. Quindi c’è una lacunagravissima, persino paradossale, nella condotta deicarabinieri e nella condotta di chi li ha coordinati,ovvero il pm Falcone.16 IL PARERE DI ANGELO DI NATALE: L’INTERVISTA
    Angelo, che cosa ti ha spinto ad indirizzare un espostoalla procura della repubblica?
    «Nei miei servizi avevo segnalato fatti gravi, sempre inmodo circostanziato. Ciononostante, a mio avviso inviolazione della legge, qualcuno ha deciso che tuttequelle testimonianze dovevano rimanere all’interno di unasemplice indagine esplorativa. Io non sono qui a dire chetizio è colpevole e caio è innocente. Ma di fronte anotizie di reato tanto gravi la procura aveva l’obbligodi aprire un procedimento formale, eventualmenteiscrivendo qualche nome nel registro degli indagati; sidovevano fare le valutazioni del caso in modo rigoroso elibero da posizioni precostituite. Poi, sulla base diquanto raccolto, si poteva benissimo chiederel’archiviazione, sulla quale però doveva decidere ungiudice terzo, ovvero il giudice per le indaginipreliminari (il Gip, Ndr)».
    Invece che cosa è successo?

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    «Di fatto l’indagine non è mai cominciata visto che si èfermata alla fase esplorativa».
    Nel tuo documento indirizzato a palazzo Negri muovi unaaccusa durissima. Specifichi che il tenente Scalpellinisi adoperò non già per accertare i fatti, bensì peraccreditare la tesi, falsa, che non fosse successo nulla.Al punto da avere egli stesso scritto la diffida firmatadai genitori affinché Canale 68 non trasmettesse alcuniservizi compromettenti. Confermi?
    «Assolutamente sì. Sono pronto a sfidare il tenenteGiovanni Scarpellini in un pubblico dibattito. Sonopronto anche per un faccia a faccia davanti alprocuratore Salvarani».
    E i media come si sono comportati?
    «Male, se si esclude Canale 68 Veneto. Si è fatto credereche l’inchiesta fosse conclusa sulla scorta di unrapporto inviato dai carabinieri thienesi al pm GiorgioFalcone. Ma in quale “provincia” della repubblicaitaliana i carabinieri, così come qualunque altro organodi polizia giudiziaria, giudicano se un procedimento deveandare o meno avanti? Ribadisco per di più tutte le mieriserve sul comportamento di alcuni colleghi della cartastampata, in primis de Il Giornale di Vicenza, i qualihanno preso per oro colato un rapporto dell’Arma sulquale aleggiano ombre mai fugate».
    Tu hai inviato un esposto al capo della procura IvanoNelson Salvarani. Quest’ultimo coordina la procura diVicenza dal 2005. Come mai non hai inoltrato talesegnalazione prima?
    «Diciamo che l’arrivo di Salvarani ha accresciuto il miotasso di fiducia nei magistrati di Santa Corona. Il nuovoprocuratore peraltro ha fama di persona integerrima, chenon perdona la minima distrazione ai servitori dellostato, proprio in virtù del servizio che questi sonochiamati ad espletare. Non a caso dopo il suo arrivo aVicenza si sono moltiplicati gli arresti ai danni diesponenti dei carabinieri, della polizia e della poliziaprovinciale. Sono finiti dentro anche politici. Nelcapoluogo poi è esploso il bubbone relativo alla gestionedell’urbanistica e uno sul trasporto illegale di rifiuti:quest’ultimo a sua volta, ha scatenato una bufera inprovincia come all’Arpav. Per quanto riguarda il casogravissimo delle violenze sessuali che sarebbero statecompiute negli uffici del comune di Vicenza, il capo

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    della procura ha deciso di impugnare la sentenza diassoluzione».
    Parli dell’accusa all’ex assessore Gilberto Baldinato, diForza Italia?
    «Proprio così».
    Tu fai il giornalista in Sicilia dove il crimineorganizzato ammanta il tessuto sociale da decenni. Chedifferenze hai trovato con il Vicentino?
    «Rispondo con le parole dell’ex capo della procura bericaGianfranco Candiani: a Vicenza impéra una omertà distampo mafioso».
    Che cosa vuoi dire?
    «In Campania, Calabria e Sicilia c’è la mafia. Di soventeil territorio non è sotto il controllo dello stato.Spesso però per farsi rispettare i malavitosi debbonosparare. A Vicenza non serve: i silenzi, le autocensuredella stampa, la ricerca ad ogni costo dell’interesse dibottega, persino il più misero, le pressioni dei grandigruppi economici e i rapporti tra politica e affariagiscono da soli, spesso nella quiete più completa. Nonc’è bisogno di sparare».
    Vuoi dire che nel Vicentino impéra una sorta di armoniamafiosa?
    «Sì. L’espressione può sembrare forte, ma a mio avvisopuò rispecchiare la realtà».
    Che impressione ti sei fatto nei due anni durante i qualihai lavorato a Vicenza? Chi comanda veramente da noi?
    «In realtà sono stati solo quindici mesi. Mi sono bastatiperò per capire molte cose. Il gruppo Valbruna, il gruppoIngui e il presidente della Popolare di Vicenza GianniZonin sono i pesi massimi locali. Ci sarebbe anche ilgruppo Fitt di Rinaldo Mezzalira, ma mi pare un po’ indisparte ultimamente. I quattro hanno un peso economicopiccolo, considerata la polverizzazione dell’economiavicentina, ma nel capoluogo spadroneggiano da quindicianni. Che governi il centrodestra o il centrosinistra nonfa molta differenza. Spesso e volentieri esponenti deidue schieramenti sono emanazione diretta di questo o diquell’interesse particolare; piccolo o grande che sia. Maqui la storia è la stessa che caratterizza tuttal’Italia».

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    Come si concretizza questo controllo sui media?
    «Indirettamente, soprattutto tramite Assindustria, iquattro menano le danze de Il Giornale di Vicenza, difatto l’unico quotidiano locale; lo stesso avviene ancheper il maggior network locale, Tva Vicenza. Quest’ultimostipula convenzioni con i maggiori enti locali, a partireda provincia e comune di Vicenza, ottenendo fior diquattrini. Ovviamente gli altri network non ricevono ilmedesimo trattamento. Vi sono giornalisti che sono staticontemporaneamente al soldo del comune e di Tva. Ilportavoce del sindaco di Vicenza viene da Tva; percontratto si mette in saccoccia 80.000 euro all’anno.Molti giornalisti che lavorano nelle testate locali fannogli addetti stampa negli enti controllati. Può questoessere giornalismo indipendente? Non sono ancora riuscitoa capire se ai vicentini la cosa interessi poco o sesiano all’oscuro di tutto. Forse tutte e due le cose. Poimi domando dove sia stata in tutti questi anni lamagistratura».
    E di Thiene che cosa pensi?
    «Thiene si inserisce perfettamente in questo quadro. Unamaggiore ricchezza rispetto al passato, ricchezza ora inribasso vista la congiuntura, diverse auto di lusso, unpo’ di patina e di scintillìo di vetrine: tutto ciò nonbasta a cancellare il peso di una cultura contadina, doveun certo tipo di cattolicesimo deteriore, anche se nonpiù praticato, è rimasto nella testa delle persone.Insomma, a Thiene, i ragazzi possono pure sentirsimeravigliosamente trendy, magari guardando il GrandeFratello sul videofonino, ma dentro qualche parrocchiaperò si sente ancora l’odore del periodo feudale. Sisente ancora il tanfo dell’ipocrisia, che in silenziogiustifica le angherie dei potenti e demonizza chi siazzarda a cantare fuori dal coro».
    Quale è il giudizio finale sulla vicenda?
    «Vorrei sapere una cosa. La gente è rimasta turbata daifatti descritti o si è semplicemente infastidita per lacattiva reputazione patita dalla città in cui vive?Concludo con una battuta. Ironia della sorte, se parli diThiene con un siciliano, lui sa solo che è la città delcrac della compagnia aerea Volare».
    In ultimo che interrogativi ti poni in merito allacornice giudiziaria e giornalistica?

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    «Mi pongo due domande semplici semplici. Don AngeloRigoni ha mai picchiato uno o più giovani di Thiene? Si ono? A Thiene don Cristiano Marsotto ha mai molestato unoo più ragazzi (maschi e femmine ovviamente)? Sì o no?Questi erano i quesiti fondamentali che magistrati estampa, Canale 68 escluso, dovevano porsi. In che modo lohanno fatto? E lo hanno fatto veramente? Credo che chileggerà queste righe se ne accorgerà facilmente. Cosìfaccio una provocazione. Che cosa sarebbe successo se afinire nell’occhio del ciclone non fossero stati duesacerdoti, ma due extracomunitari? La stampa localeavrebbe usato lo stesso dispiegamento di mezzi? Ilsindaco di Thiene sarebbe andato su tutte le furie? Sisarebbe chiesto un consiglio comunale straordinario?Quali soloni di campagna avrebbero parlato disciacallaggio dell’informazione etichettando il lavorosvolto da Canale 68?».

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    POSTFAZIONE, A CURA DI ANGELO DI NATALENei quindici mesi in cui ho avuto, per ragioni casuali e transitorienell’ambito del mio impegno professionale, il piacere e la fortuna dilavorare nel Vicentino, ho scoperto una realtà interessante, ricca di tanteluci e qualche ombra. Una di queste ombre però ha “illuminato” il miolavoro perché aveva a che fare – e credo abbia ancora a che fare, in quantodubito che le cose siano cambiate – con l’essenza stessa del giornalismo:raccontare i fatti di pubblico interesse così come accadono, con il sololimite segnato dal rispetto della verità, dall’osservanza delle norme poste atutela dei diritti della persona e, particolarmente, dei soggetti deboli,senza manipolazioni, omissioni, reticenze e deferenze verso alcuno, tantomeno verso chi detiene quote di potere, sia esso politico, burocratico,economico o di qualunque altro genere.Se questo è il diritto-dovere di un giornalista, devo confessare che aVicenza – ecco l’ombra cui accennavo – ho potuto condividere il piacere diesercitarlo con pochissimi altri colleghi, tra i tanti che pure lavorano e perquesto sono pagati dalle rispettive aziende editoriali e magari presi sul serioda migliaia di cittadini ai quali propinano come genuine, notizie einformazioni invece, regolarmente e dolosamente, contraffatte.Ciò – evidentemente non per mio merito – ha forse reso più visibile delgiusto e di quanto io stesso avessi preferito, il mio impegno che, per quantoprofuso con passione e senza risparmio di energie, a me sembra elementaree naturale, niente più che un atto dovuto da parte di chi, se ha sceltoquesto lavoro, dovrebbe anche avere consapevolezza del valore etico e delcomplesso di diritti-doveri-poteri-libertà che ne sono elementi costitutivi,nonché piena ed effettiva disponibilità ad esercitarli e ad adempierli.Tuttavia non voglio qui affrontare questo tema che pure è importante edinveste anche, e forse in primo luogo, la natura delle aziende editoriali cheoperano nel Vicentino, la commistione degli interessi, non sempre leciti,dei loro proprietari e gestori, la strumentalità anche sistematica delle loroimprese o di vasti aspetti della loro gestione rispetto ad un circuito d’affariche alimenta, lega e tiene insieme il potere politico, compresi i verticidelle aziende pubbliche che ne sono emanazione e ampi settori dellaburocrazia della pubblica amministrazione, quello economico, finanziario,mediatico e, nel periodo a me noto – fino a maggio 2004 – anche quellogiudiziario.Vengo subito alla vicenda alla quale è dedicata questa pubblicazione.Premetto che essa è solo una delle tante, tantissime di cui mi sia capitatodi potermi occupare. In quindici mesi infatti, grazie all’autonomia di cui ho

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    potuto fruire a Canale 68, ho realizzato e firmato circa 1700 servizi di cuioltre 600 riguardanti fatti e temi estranei alla cronaca di routine econtenenti inchieste, denunce e analisi scomode e controcorrente, quasisempre frutto della mia autonoma iniziativa di ricerca. I servizi sui fatti inquestione – le violenze fisiche e sessuali compiute su minori da parte disacerdoti in una parrocchia di Thiene – risalgono all’ultimo periodo del miolavoro a Canale 68. Avevo già maturato un’idea precisa della realtàvicentina. Perciò, come avevo fatto tante altre volte su svariate vicende,accertati i fatti, ho deciso di raccontarli in chiave giornalistica per fare inmodo che una semplice denuncia affidata, in silenzio, dalle vittime agliorgani competenti, non rimanesse senza esito.Ribadisco quanto ho avuto modo di dire nel corso di quei reportage. I fattisono veri, un’inchiesta seria non può che accertarlo. Su questo, ora comeallora, sono sempre pronto a confrontarmi con chiunque.Dopo i primi servizi fui interrogato dai carabinieri di Thiene ai qualiconfermai tutto, fornendo anche gli elementi utili per i riscontri. Inpochissimi giorni chiusero l’indagine in modo singolare: nessun riscontro, maanche nessuna obiezione al sottoscritto! Mi sarei aspettato una denunciaper calunnia, e magari una querela per diffamazione da parte di qualcunodei tanti soggetti che dopo il primo servizio trasmesso da Canale 68reagirono con un’azione di isteria collettiva di cui mi apparvero subito chiarigli obiettivi.Basta rileggere le cronache di quei giorni del quotidiano locale più diffuso,il Giornale di Vicenza.Ecco qualche esempio.Giovedì 1 aprile 2004:
    Mons. Rigoni si dice incredulo e sgomento: sono calunnie di una mentemalata.
    Da rilevare che nei servizi non solo non avevo fatto i nomi, ma non avevoreso in alcun modo identificabile neanche la parrocchia (a Thiene ce nesono almeno dieci) proprio perchè ben sapevo che sarebbe scattataun’inchiesta della magistratura alla quale, sola, sarebbe spettatodeterminare, anche dinanzi all’opinione pubblica, le responsabilitàpersonali. Incredibile, ma vero. Una parrocchia ed una sola (ripeto una sudieci, ciascuna – nel caso in cui i fatti fossero stati infondati – con le stesseprobabilità delle altre di risultare quella relativa alla vicenda denunciata),ed un prete sono stati immediatamente individuati come le parti offese ditanto “incauta” denuncia. E secondo quale criterio, quale elemento diconoscenza, quale meccanismo logico?

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    Ancora il Giornale di Vicenza, che semplicemente non aveva pubblicato unanotizia, vera o falsa che fosse, e semmai fosse stata falsa non avrebbeavuto alcun bisogno di smentirla semplicemente perché non l’aveva maipubblicata, già l’1 aprile scriveva (parole del cronista):
    Una polemica montata per altri fini dietro la quale si nascondono interessieconomici.
    E il giorno dopo, sempre il cronista:
    Pesanti accuse propagate via etere con apparente leggerezza e senzaadeguato riscontro critico. All’origine della denuncia c’è quasi sicuramenteun contenzioso civile.
    Sabato 3 aprile, ancora il cronista:
    Un contenzioso tra privati e i sacerdoti del duomo per l’acquisto di una casae la successiva sistemazione di una pista mobile da skateboard… poi lasuggestione e qualche imprudenza di troppo ha fatto il resto .. Accuseprive di fondamento che sono state propalate da chi dopo avere bussatoalla porta di tanti cronisti ha trovato megafono in un’emittente televisivalocale che in buona fede, ma con eccessiva fretta, non avrebbe vagliato asufficienza i termini della questione.
    Il 9 aprile, titolo:
    Contro il duomo solo falsità.
    Il cronista:
    Alla fine non è rimasto nemmeno il fumo
    Tutto ciò mentre i Carabinieri si affannavano a “chiudere” la pratica in tuttafretta, una fretta che a me sembrò subito funzionale più alle rispostepubbliche, ovviamente già scritte e decise prima di ogni riscontro, che adun’indagine appena degna di questo nome che ha i suoi tempi, il suo rigore,le sue procedure.E infatti pochi giorni dopo Il Giornale di Vicenza poteva annunciare:
    …Le indagini dei carabinieri hanno decisamente sgonfiato del loro sordidocontenuto le accuse mosse ai sacerdoti del duomo…
    E, tra virgolette, il presidente del consiglio comunale:
    «Un modo di fare giornalismo irresponsabile che offende la voglia di veritàche i cittadini si aspettano dagli organi d’informazione. Al di là di tutte leazioni legali che il sindaco sceglierà di avviare, ci attendiamo come minimodelle scuse».

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    Il sindaco:
    «Notizie denigratorie nei confronti della città e delle istituzioni che creanoi presupposti per un reato di non poco conto. Noi chiederemo i danniproprio per questa offesa arrecata alla città»
    Il parroco del duomo:
    «Non penso di querelare chi ha affermato quelle falsità, tanta la suapovertà morale e spirituale .. semmai potrei denunciare chi ha divulgato edato voce a notizie infondate»
    Ancora il cronista de Il Giornale di Vicenza:
    Al di là delle azioni legali, il sindaco rientrato ieri sera dalla sua vacanza inSardegna, si aspetta una presa di posizione anche da parte dell’Ordine deigiornalisti, un fermo atteggiamento di condanna per quello che ha definito”sciacallaggio dell’informazione”.
    Non mi pare che l’ordine dei giornalisti sia mai intervenuto sulla vicenda.Ringrazio poi i valorosi e generosi colleghi che hanno ipotizzato la miabuona fede dopo che molti cronisti più svegli di me non c’erano cascati(nella migliore delle ipotesi sarei un incapace e un cretino!) ed estendo lamia gratitudine a quanti, tra gli interessati, si sono detti disponibili alperdono anche nei miei confronti. Ringrazio, ma la mia fede è ripostaunicamente nei valori della libertà, dell’uguaglianza, dei diritti dellapersona, della tutela dei soggetti deboli, nonché dei doveri e delleresponsabilità che possano effettivamente garantirli. La mia unica preghieraè il loro esercizio, da cittadino e da giornalista.Perciò ho provato un senso di pena – ma era già successo numerose volte inrelazione ad altre vicende che il sistema di potere vicentino avrebbe volutotenere segrete peraltro riuscendovi benissimo, a parte me e pochissimi altricolleghi – nell’osservare la reazione collettiva che ha accomunato irappresentanti della parrocchia, l’amministrazione e il consiglio comunale, imezzi d’informazione (non solo stampa, ma anche altre tv) organiinquirenti, tutti interessati a liquidare subito la vicenda come totalmentefalsa, nonostante fosse vera come ad almeno una parte di questi soggetticertamente risultava già allora.Sarò cattivo, a fronte della bontà di giornalisti e sacerdoti, ma a tutti queisoggetti non riconosco alcuna buona fede. Diversamente non capirei perchéun organo di polizia giudiziaria, anziché avere fretta di esternarepubblicamente “il nulla”, non abbia impiegato tutto il tempo necessario perlavorare seriamente e in silenzio, per poi consegnare i risultati all’autorità

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    giudiziaria. E perché, se tutto era falso, io non sia stato incriminato percalunnia?Allo stesso modo non capirei perché nessuno mi abbia querelato perdiffamazione, né promosso azioni civili per danni, né perché sia la stampache s’è fatta strumento di questo blocco di interessi, che tutti gli altriattori-alleati in quest’opera di insabbiamento, non abbiamo avuto, pur nellecondizioni immaginabili di sorpresa, stupore, shock provocate dai servizi,l’unico atteggiamento credibile: bisogno di verità. La verità “vera” avrebberichiesto ricerca, rigore, compostezza, pazienza e silenzio. Perciò tuttisegnalo il comportamento di quei soggetti che hanno fatto tutt’altro. Anessuno di loro importava minimamente accertare i fatti, fermare leviolenze, tutelare le possibili vittime. Ciò che stava loro a cuore era soloassolvere se stessi per perpetuare un collaudato ed efficace sistema didifesa dei loro interessi.Angelo Di Natale

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    IPSE DIXIT: LE FRASI PIÙ SALIENTI
    In grassetto le citazioni. In corsivo gli autori. Poi qualche considerazione a briglia scioltadell’autore del libro (con la collaborazione di Enrico Rosa).
    «Una comunità cristiana e della città offesa…»
    Attilio Schneck
    , sindaco di Thiene con simpatie passate per quelPsi devastato in seguito da Tangentopoli. Un laico che antepone lacomunità cristiana a quella civica. Thiene è una teocrazia?
    «Sono stato aggredito sia verbalmente che fisicamente con calcie schiaffi dal parroco… altri ragazzini più piccoli sono statiscaraventati addosso alle reti dei campetti da calcio…palpeggiamenti da parte del cappellano»
    Michele Bellossi
    , uno dei principali testimoni del caso Thiene
    «Don Angelo, sa anche lei certi atteggiamenti, lei comeparroco, io come maestro, non possiamo averli anche sedavanti abbiamo ragazzi che meriterebbero di esserebastonati»
    Carlo Maino
    , capogruppo della Margherita in consiglio comunale aThiene. Un educatore moderno?
    «… Tutti lo sanno, ma nessuno si fa avanti… si preferiscepiuttosto prendere il bambino e portarlo da un’altra parte»
    Giovanni Tessari
    , consigliere comunale thienese di AlternativaDemocratica. Struzzo, Don Abbondio o entrambi?
    «…Don Cristiano insegna catechismo… Questo bambino hachiesto di andare in bagno… Don Cristiano è andato adaccompagnarlo… e quando è stato in bagno… gli ha preso inmano il pene e gli ha detto… questo ti servirà per quando saraigrande…»
    Una testimonianza indiretta sconvolgente da parte di
    una anziana thienese
    . Verità o menzogna? La magistratura ha accertato i fatti?Se il tutto è vero, sono stati individuati i responsabili? Se sitratta di calunnie, sono partite le denunzie del caso contro untestimone che avrebbe detto il falso?
    «Scarpellini è troppo tempo che è qua… ha troppo le mani inpasta con le varie associazioni locali… secondo me è colluso»
    Flavio Bellossi
    , sovrintendente di polizia in forza alla questuraberica e padre di Michele; ha mai pensato di riferire tutto ciò almagistrato? E come mai fa queste affermazioni? Sono vere o no?
    «Molti si sono sentiti intimiditi e minacciati da un parroco cheavrebbe potere e solidi agganci»
    Angelo Di Natale
    . Di quali agganci si deve poter disporre persuscitare un fuoco di fila così incessante da parte di alcuni

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    media locali? Quali nervi scoperti si sono toccati? Di Natale neisuoi reportage non fece mai nomi. Perché qualcuno si identificònella parrocchia del duomo cominciando poi una controffensivamediatica? Un modo di dire tipico della lingua latina medievale è:”excusatio non petita accusatio manifesta”… Già San Girolamo,uno dei primi a tradurre la bibbia dal Greco al Latino tra il 300e il 400 dopo Cristo, nelle sue lettere avvertiva: dum excusarecredis, accusas (mentre credi di scusarti, ti accusi). Al duomo diThiene leggono San Girolamo? In municipio? E nelle redazioni deiprincipali media locali?

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    Indice
    PREFAZIONE ………………………………………..101- L’INIZIO ………………………………………202- LA GUERRA DEI MEDIA …………………………….403- IL CONTRATTACCO ………………………………..404- I POLITICI SI SCHIERANO COL DUOMO ………………..605- I RETROSCENA …………………………………..806- GLI STRASCHICHI E IL MISTERO DEL TESTIMONE MIKE ……807- I BELLOSSI …………………………………….908- FLAVIO BELLOSSI ACCUSA IL TENENTE SCARPELLINI ……..909- CARLO MAINO …………………………………..1010- GIOVANNI TESSARI ………………………………1111- APOLLONI, SCARPELLINI E FALCONE: UNA CENA PER TRE? ..1112- IL COMPORTAMENTO DEI CARABINIERI ………………..1213- I NODI IRRISOLTI ………………………………1314- I MALTRATTAMENTI ………………………………1415- ATTENZIONI MORBOSE …………………………….1416- IL PARERE DI ANGELO DI NATALE: L’INTERVISTA ………15POSTFAZIONE ………………………………………20IPSE DIXIT: LE FRASI PIÙ SALIENTI …………………..25

    MANI D’ANGELOÈ un piccolo libro, un pamphlet, dedicato ad uno degliepisodi di cronaca vicentina più controversi degli ultimianni. Si tratta del famoso caso Thiene del 2004, quandonei servizi del reporter Angelo Di Natale per conto dellatv Canale 68 Veneto, si parlò apertamente di percosse emolestie sessuali perpetrate da due sacerdoti in unaparrocchia di Thiene. Nel libro non solo vengonoricostruiti i passaggi della vicenda, ma viene data unachiave di lettura particolare per quanto riguarda ilcomportamento degli inquirenti e della stampa. L’indaginevenne chiusa in fretta e furia ma gli interrogativirestano. Tant’è che l’autore descrive le novità emerse dauna successiva indagine giornalistica condotta sul campoMARCO MILIONI
    Marco Milioni, è nato a Roma nel 1973. Giornalistafreelance segue per conto de Il Gazzettino la cronacapolitica ed amministrativa del comune di Vicenza e dellaprovincia. È stato corrispondente da Vicenza per Rtl102.5 ed Rtl Venezia. Collabora con Canale 68. Hacollaborato con il periodico telematico Internest-on linee con il settimanale Vicenza ABC. Milioni ha sul web unsuo spazio di approfondimento, un blog. Si tratta de IlTracciante, reperibile su internet all’indirizzohttp://tracciante.blogspot.com
    STAMPATO NEL GENNAIO 2006 DA:Stamperia Di Esse; c. so Padova 1336100 VicenzaSTAFF:http://tracciante.blogspot.comINFO:tracciante@email.itPROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE:Marco Milioni & Stamperia Di Esse
    Prezzo EURO 4,00

    www.lasberla.net/wp-content/uploads…uncia-testo.pdf

    PROCURA DELLA REPUBBLICA DI TRENTO
    ESPOSTO DENUNCIA
    Il sottoscritto Angelo Di Natale, nato a Modica (Rg) il 14-04-1959, residente
    a Ragusa, via Dante 103, giornalista in servizio nella redazione Rai di
    Catania, imputato nel procedimento n. 411/08 R.G. (n.1196/06 R.G.N.R. – n.
    2295/06 Gip) assolto con sentenza n. 765/08 – Rep. 2059/08 – emessa in data
    12-11-2008 dal Tribunale di Trento in composizione monocratica, deposita il
    presente esposto-denuncia, per i reati e le motivazioni di seguito riportati, nei
    confronti di:
    1) Giorgio Falcone, nato a Milano il 28-05-1965, magistrato sostituto
    procuratore presso il Tribunale di Vicenza;
    2) Ivano Nelson Salvarani, nato a Bondeno (Ferrara) il 30-06-1939,
    procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza;
    3) Giovanni Scarpellini, nato a Bagno di Romagna il 21-10-1966,
    residente a Thiene (Vi) in via Bacchiglione 35;
    4) Ivano Tolettini, giornalista de Il Giornale di Vicenza, residente a
    Schio (Vi) in via Maso Ciscato 2/B.
    5) Flavio Bellossi, nato a Thiene (Vi) il 25-06-1960, residente a Thiene
    (Vi) in via Dante 146;
    6) Antonella Trentin, nata a Carrè (Vi) il 23-03-1957, residente a Carrè
    (Vi) in via Fondovilla 37;
    7) Tricia Cimato, nata a Camposampiero (Pd) il 16-12-1988, residente a
    Thiene (Vi) in via Marconi 62;
    8) Giuseppa Bagnato, nata a San Ferdinando (Rc) il 27-09-1949,
    residente a Thiene in via Marconi 62.
    1
    Giorgio Falcone. Questi, pubblico ministero presso la Procura di Vicenza,
    alla fine di gennaio 2006 presentava una querela nei confronti miei e del
    giornalista Marco Milioni per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Per
    quanto riguarda la doglianza che una persona può esprimere nei confronti di
    un’altra è possibile nel singolo caso condividerla o non, ma se tale doglianza
    è portata avanti l’Autorità giudiziaria sostenendo essere la stessa relativa ad
    un fatto penalmente rilevante, sta al giudice esprimere un giudizio. Quello
    che non è consentito al querelante è redigere un racconto menzognero. A
    maggior ragione quando la menzogna riguarda l’essenza stessa della illiceità .
    Prendo atto che Falcone solo il 23-06-2008, nella relazione trasmessa al
    procuratore Salvarani nell’ambito dell’istruttoria scaturita dall’esposto
    presentato dal sottoscritto e dal collega Milioni, ha ritenuto di sostenere di
    avere appreso da suo padre (morto purtroppo l’8 luglio 2007) che uno dei due
    sacerdoti coinvolti nella vicenda era Angelo Rigoni, parroco della parrocchia
    da lui frequentata da bambino. E’ strano che nella querela presentata a
    gennaio 2006, Falcone, pur dichiarando che l’indagine era stata assegnata ad
    un altro collega avendo egli appreso che vi era coinvolto Rigoni, non ritenga
    di chiarire in che modo lo avrebbe appreso, mentre solo due anni e mezzo
    dopo – quando nel frattempo il genitore è morto – egli, chiamato a fornire
    non pochi chiarimenti sugli atti compiuti e su quelli non compiuti nell’ambito
    di quell’indagine anche in relazione all’asserita “fantomatica” astensione, si
    ricorda del papà deceduto.
    Il punto essenziale, che poi ha portato alla sentenza assolutoria pronunciata
    dal Tribunale di Trento in data 12/11/2008, è dato dal racconto relativo
    2

    all’«insabbiamento» del procedimento penale che avrebbe dovuto essere
    promosso nei confronti di don Angelo Rigoni e don Cristiano Marsotto.
    Si badi bene, a me non interessa che i due sacerdoti siano o no colpevoli. Io
    sono un giornalista e giudico non i reati ma il comportamento sociale.
    Ciò che alla fine del 2005 indusse il collega Marco Milioni a scrivere il libro
    fu proprio il fatto che, a distanza di ben venti mesi dalle indagini, egli avesse
    dovuto rilevare che non esisteva alcun procedimento. Che un processo si
    concluda con una assoluzione o una condanna è nella natura delle cose; che
    una sentenza comporti delle critiche è anche nella natura delle cose. Ma che
    un procedimento scompaia come nel Triangolo delle Bermuda non è nella
    natura delle cose.
    Afferma il Falcone (ed essendo un P.M. ancora più grave appare la
    menzogna) che si disinteressò del procedimento per la presenza di don
    Angelo Rigoni e che esso fu assegnato ad altra collega (d.ssa Mazza). Già
    nella querela appare la volontà ingannatoria del Falcone il quale, ben conscio
    della fine di quel «fascicolo» a mod. 45, se ne guarda bene dal dirlo.
    Responsabilizza integralmente altri che, logicamente, gli è succeduto (doc.
    1). E permane nella dolosa menzogna, del resto, quando deve relazionare
    l’Ispettorato del Ministero (doc. 2).
    Ma anche in quella relazione mente in modo, francamente, persino fastidioso.
    È il Salvarani, Procuratore Capo delle Repubblica di Vicenza, che all’udienza
    del 1/10/2008, citato come teste dalla difesa (teste ostile, per di più, come
    vedremo) è costretto a dire che la d.ssa Mazza aveva ricevuto il tutto già a
    mod. 45. Afferma in tale sede che nessuno aveva avuto quel fascicolo prima
    della Mazza se non il dott. Falcone (doc. 3).
    3

    Appare di clamorosa evidenza che fu Giorgio Falcone (per la conoscenza
    avuta con uno dei due sacerdoti?) ad «insabbiare» quel procedimento. A
    trasformarlo (ed usiamo le parole del Giudice del dibattimento) in un
    «sommergibile in immersione».
    Già il fatto in sé costituisce un comportamento penalmente illecito, ma di ciò
    si devono finalmente far carico la Procura di Trento assai distratta nel
    procedimento contro me e Milioni, nonché il Consiglio Superiore della
    Magistratura perché a nessuno, per quanto mi riguarda, è dato credere che la
    vicenda si sia conclusa con la sentenza assolutoria.
    Quello che appare di solare evidenza è il reato di calunnia nei miei confronti
    (in verità anche nei confronti di Milioni) da parte di Giorgio Falcone che
    nella querela ha omesso la parte relativa all’«insabbiamento» del
    procedimento, insabbiamento che – accertato processualmente – ha
    determinato la mia assoluzione e, in riferimento alle imputazioni scaturenti
    dall’azione di Falcone, anche quella di Milioni.
    Essa è essenziale come emerge dalla sentenza 12/11/2008 del Tribunale di
    Trento divenuta res iudicata formale.
    Io presento formale denuncia nei confronti di Giorgio Falcone per il reato di
    cui all’art. 368 c.p. nonché per quello determinato dalla omessa iscrizione
    del fascicolo relativo. Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di
    Ragusa e chiedo di essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Giovanni Scarpellini. La querela da questi proposta anche nei miei confronti
    contiene falsità palesi. Non mi soffermo su quella relativa al sovrintendente
    Flavio Bellossi che affronterò più avanti nella mia denuncia
    4

    Giovanni Scarpellini afferma, ed ha pure prestato giuramento, che mai ha
    indotto le famiglie di Gloria Pallado e Tricia Cimato a diffidare Canale 68
    dalla divulgazione delle interviste. Siamo finalmente riusciti, vincendo
    l’intollerabile resistenza di Ivano Nelson Salvarani, ad ottenere il fascicolo
    ormai famoso della vicenda relativa ai fatti di Thiene (proc. n.3881/06).
    Ebbene, ben si comprende l’ostruzionismo del Salvarani nella parte che lo
    riguarda.
    Tra le tante invenzioni contenute in querela e sulle quali lo Scarpellini ha
    pure giurato vi è quella relativa al fatto di non aver assolutamente spinto le
    madri di Gloria Pallado e Tricia Cimato a diffidare Canale 68 svolgendo così
    una attività non consona alla sua funzione e dimostrante la faziosità della sua
    condotta (doc. 4).
    Ebbene le testimonianze rese da Gloria Pallado e Tricia Cimato (doc. 5 e 6)
    dimostrano che Scarpellini, abusando della sua divisa, convocò assieme le
    due madri e le due ragazze e le indusse a diffidare Canale 68 con
    affermazioni menzognere (mai le affermazioni di Michele Bellossi
    nell’intervista all’emittente, così come quelle di chiunque altro, sono state
    manipolate o tagliate in modo da falsarne il senso, come del resto dimostra la
    sua deposizione proprio allo Scarpellini in data 16/06/2008).
    A questo riguardo si deve notare anche la falsa testimonianza resa nel
    procedimento di Trento da Antonella Trentin, Tricia Cimato e Giuseppa
    Bagnato, madre della Cimato.
    Riteniamo altresì che tale induzione alla falsa testimonianza veda proprio lo
    Scarpellini come attore perché nessun altro aveva avuto interesse ad indurre
    al falso le tre donne, falso realizzato integralmente per favorire lo
    5

    Scarpellini. Per quanto riguarda la Trentin, ella interrogata in aula nell’ultima
    udienza del 12 novembre 2008 (doc. 18) arriva a negare di avere mai saputo
    di un interrogatorio della figlia, ma risulta presente nel verbale di sommarie
    informazioni rese dalla stessa a Scarpellini in data 10-04-2004 (doc. 7).
    Presento pertanto formale esposto-denuncia nei confronti di Giovanni
    Scarpellini per i reati di cui agli artt. 368, 372, 377 bis.
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Flavio Bellossi. Io ero in possesso della registrazione del colloquio tra Flavio
    Bellossi e Loris Bertezzolo, nel corso del quale il Bellossi definisce lo
    Scarpellini colluso.
    Il Bellossi ha reso falsa testimonianza ai sensi dell’art. 372 c.p. ed allego la
    registrazione incredibilmente non prodotta ma trattenuta presso il suo ufficio
    dal pubblico ministero Di Benedetto (doc. 8 e 9).
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Ivano Nelson Salvarani. Procuratore presso il tribunale di Vicenza, quindi
    capo dell’ufficio di cui fa parte Falcone, ha violato ogni suo dovere quando,
    trasmessa la querela, sapeva dell’insabbiamento del procedimento.
    Trasmettere la querela del Falcone era un suo dovere, ma era anche suo
    dovere (per il quale viene ben retribuito) mettere a conoscenza della Procura
    e dei Giudici di Trento, nonché della difesa, dell’«insabbiamento» del
    procedimento da parte del Falcone.
    In questa vicenda che conduce ad un pesante giudizio critico sulla
    magistratura e sulla sua affidabilità, Ivano Nelson Salvarani, pur non essendo
    6

    colui che ha commesso i reati più gravi, è certo la figura che, per l’età e la
    funzione assegnatale dallo Stato, appare esposto al peggior giudizio di chi dai
    magistrati – soggetti solo alla legge – si attenda atti trasparenti e
    comportamenti che almeno alla legge siano conformi.
    Deliberatamente costui trasmette la querela del Falcone citando il numero del
    procedimento 387/04 senza specificare il modello e traendo così in inganno il
    P.M. prima, il GIP poi, perfino il Giudice del dibattimento almeno fino ad un
    certo momento del processo, nonché i due difensori (doc. 10 e 10 bis).
    Afferma Salvarani, interrogato, che scrisse il numero 387/04 senza indicare il
    mod. 45, non per far credere che fosse a mod. 21, bensì perché all’inizio non
    aveva posto attenzione. Ma come? Recupera il numero da dove, se non dal
    fascicolo dove fa bella mostra di sé il mod. 45? (doc. 3).
    Ivano Nelson Salvarani. a gennaio 2006 è venuto a conoscenza del fatto che
    il fascicolo era un «sommergibile in immersione».
    Questo perché a giugno il procedimento passa a mod. 21 e sarebbe stato suo
    dovere comunque informare la Procura di Trento. Appare già non credibile la
    giustificazione che adduce. Del resto, se mai dubbio potesse esservi, è lui
    stesso a chiarirlo quando afferma di aver da «subito» seguito il lavoro della
    d.ssa Mazza.
    Ma l’interrogatorio di Gloria Pallado e Tricia Cimato avviene il 25/01/2006 e
    quindi Salvarani sin da allora non può non conoscere l’«inghippo» del mod.
    45.
    Ma la prava voluntas del Salvarani emerge anche quando nel 2008 il
    difensore di Milioni gli chiede i fascicoli (e mai precisa il modello del
    387/04) ben cinque volte (doc. 11, 12, 13, 14, 15): Salvarani ripetutamente
    7

    promette a parole, ma omette nei fatti, di consegnarli rendendo ostacolo
    persino dopo la sentenza del 12/11/2008. E si capisce bene il perché. In data
    4/4/2008 egli pur sapendo che il 387/04 era a mod. 45, invia una
    comunicazione al dr. Vartan Giacomelli (P.M. vicentino titolare del proc.
    pen. 387/04 mod. 21) dicendogli di controllare se vi erano gli elementi di
    connessione al proc. di Trento per cui era richiesto (doc. 16).
    È fuori d’ogni tollerabilità che questi continui a violare la legge ed a ricoprire
    l’incarico di dirigente della Procura della Repubblica di Vicenza
    Denuncio pertanto Invano Nelson Salvarani per i reati di cui all’art. 476 c.p.
    per avere dichiarato il falso nella sua comunicazione ufficiale e all’art. 328
    c.p. per aver omesso di consegnare prima del processo e per lunghi mesi al
    difensore di Marco Milioni la documentazione relativa al procedimento n.
    387/04 mod. 45.
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Ivano Tolettini, giornalista de “Il Giornale di Vicenza”, in un articolo
    pubblicato in data 02-04-2004 – redatto quindi in data 01-04-2004 – ha
    riferito l’esito di tre interrogatori svolti dal ten. Scarpellini in data 03-04-
    2004 (!). Considerato che in quei giorni, ad avviso dello scrivente, sia
    Scarpellini che Tolettini erano impegnatissimi non già ad accertare (il primo)
    e a riferire (il secondo) i fatti senza posizioni precostituite, mossi solo da
    genuina ricerca e divulgazione della verità, ma dall’intento di determinare (il
    primo) e di rappresentare pubblicamente e in tutta fretta (il secondo)
    l’infondatezza – peraltro con accenti e intenti diffamatori oggetto di altro,
    8

    separato, giudizio – dei servizi trasmessi da Canale 68, la singolare
    circostanza, lungi dall’essere bizzarra, è grave ed inquietante.
    Che per avere le notizie attinenti la Procura sia necessario rivolgersi al
    Tolettini la dice lunga non solo sulla necessità che la Procura di Trento avvii
    un’indagine al riguardo ma che lo stesso Ministero che avrà copie di tutto
    apra un’inchiesta estremamente seria inviando gli ispettori che interroghino
    tutti, non soltanto coloro che alle segrete stanze hanno ricezione.
    Denuncio pertanto ai sensi dell’art. 326 c.p. Ivano Tolettini, in concorso col
    p.u. ignoto (ma non troppo) che gli ha fornito materiale non solo coperto,
    comunque, da segreto ma – avendolo fatto ben due giorni prima che tale
    materiale prendesse vita – chiaramente viziato nella sua veridicità, in quanto
    la strana anticipazione sembra riflettere l’esito sperato, voluto e forse
    determinato da una tendenziosa visione soggettiva e da una posizione
    faziosamente costruita e pregiudizialmente svincolata dai fatti, piuttosto che
    l’approdo naturale degli atti che avrebbero dovuto essere svolti con
    imparzialità, scrupolo, limpidezza e rigore (doc. 17).
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p..
    Antonella Trentin, Tricia Cimato e Giuseppa Bagnato (doc. 18, 19, 20)
    hanno reso falsa testimonianza nel processo di Trento. Hanno dichiarato di
    non avere mai subito pressioni per la diffida a Canale 68 da Giovanni
    Scarpellini e quasi di non essersi le due madri parlate tra loro. Ebbene dalle
    deposizioni rese avanti il P.M. d.ssa Mazza il 25/1/2006 emerge che la verità
    è completamente diversa e che tutta l’iniziativa fu dello Scarpellini (doc. 5 e
    6). Denuncio perciò Antonella Trentin, Tricia Cimato e Giuseppa Bagnato
    9

    per il reato di cui all’art. 372 c.p., mi costituisco parte offesa con l’avv.
    Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di essere tenuto informato ai sensi dell’art.
    408 n. 2 c.p.p..
    Catania lì 9 marzo 2009
    In fede

    www.lasberla.net/wp-content/uploads…to-art-2004.pdf

    Da “Il Giornale di Vicenza”
    Data di pubblicazione 01-04-04
    Pag. 1
    Articolo richiamo di prima pagina dal titolo:
    Thiene, “veleno” sui sacerdoti del Duomo
    <<sono solo calunnie di una mente malata>>
    Senza firma – rinvio: Tolettini a pag. 22
    (1) Il mondo ecclesiastico di Thiene si ribella proclamando la sua
    innocenza di fronte alle accuse al veleno piovute sui sacerdoti del
    Duomo. A chiamarli in causa un servizio dell’emittente televisiva
    Canale 68 che ha dato spazio ad un paio di testimonianze adesso al
    vaglio dei Carabinieri. In esse si parlava di violenze sessuali in
    parrocchia, citando una serie di possibili parti offese. Un quadro
    torbido e insieme confuso. Incredulo e sgomento mons. Angelo
    Rigoni: <<sono solo calunnie di una mente malata>>.
    (1
    ) Fin dal richiamo in prima pagina, così come in tutti gli articoli
    che seguono, sono evidenti l’atteggiamento, gli interessi, gli
    obiettivi de Il Giornale di Vicenza: sostenere che la notizia è falsa,
    denigrare chi l’ha diffusa, fare da cassa di risonanza alle reazioni a
    volte schizofreniche che ne conseguono, offrire uno strumento
    concreto a chi – e sono in tanti, non solo i sacerdoti presunti
    responsabili – ha l’interesse a sostenere la falsità di quelle accuse,
    prima e a prescindere da ogni verifica.
    Pag. 22
    Articolo dal titolo:
    Vendetta contro la parrocchia?
    di Ivano Tolettini
    (2) Volgari calunnie contro i sacerdoti, come spiegano in
    parrocchia parlando apertamente di veleno o vendetta … ma anche
    una polemica montata per altri fini, dietro la quale si nascondono
    interessi economici, oppure c’è dell’altro finora inconfessato?
    ….E il primo cittadino …… ha parlato di volgari calunnie per
    screditare due fedeli ministri di Dio da parte di individui che non
    hanno calibrato le parole
    1
    …. I carabinieri … dopo avere … individuato i testimoni ….hanno
    fatto partire le prime convocazioni … nel pomeriggio il
    comandante Giovanni Scarpellini ha interrogato Loris Bertezzolo e
    una signora come persone informate sui fatti ….
    ….L’inchiesta farà rumore. Ai militari spetterà verificare se la
    denuncia pubblica ha le stigmate della calunnia e diffamazione
    oppure ha una parvenza di fondamento.
    (2
    ) Tolettini mi accusa in pratica di avere divulgato notizie false
    per interessi, economici e non solo.
    Articolo dal titolo:
    <<attacco infamante>>
    E Schneck convoca
    Il Consiglio comunale
    Firmato m.l.d. (Marialuisa Duso)
    (3) Attilio Schneck, sindaco di Thiene: << ….attacco gravissimo
    e ingiustificato …. Una notizia priva di qualsiasi fondamento.
    Questa non è informazione ma sciacallaggio dell’informazione. ….
    Notizie messe in giro ad arte da qualcuno ….. il frutto di una
    manovra orchestrata da qualcuno che spinge da dietro. Il mio
    obiettivo è trovare il soggetto che istiga anche se per quanto mi
    riguarda credo di sapere chi è. .. Queste accuse sono inaudite e
    diffamatorie>>.
    (3
    ) Sono ancora accusato di essere un diffamatore, uno sciacallo
    dell’informazione, strumento di una manovra orchestrata da
    qualcuno.
    Articolo dal titolo:
    <<sono solo calunnie
    di una mente malata>>
    di d.n. (Diego Neri)
    (4*) Mons. Angelo Rigoni: <<sono cose da matti .. accuse prive di
    fondamento .. è una rivalsa, una vendetta di persone che ce
    l’hanno con me per altri motivi. …. Contestazioni di una pesantezza
    inaudita … campate in aria. .. Sciocchezze che non stanno né in
    cielo né in terra … Solo un pazzo può avere affermato delle
    indecenze di questo livello. …. Persone che per vecchi contrasti,
    sfociati magari in cause civili, possono avere il dente avvelenato …
    .. Le accuse di violenze nei confronti di bambini e ragazzini non
    2
    hanno ragion d’essere ….. non c’è nulla di vero …. Pure invenzioni
    …… Temo si tratti della macchinazione di una persona non del

    tutto equilibrata … si tratta in ogni caso solo di calunnie… >>.
    (4) Il crescendo di denigrazioni pesanti continua.
    (5
    ) L’arciprete cade dalle nuvole … Non riesce a capire i motivi
    che …. Un’ipotesi che fa fatica anche ad immaginare …….
    L’arciprete .. più ci pensa e più è sconvolto …..Nonostante in tanti
    anni di servizio sia entrato a contatto con realtà difficili … il fatto
    che qualcuno ….. lo colpisce molto
    (5) Il testo, a firma d.n., anche nella parte non virgolettata, e
    quindi contenente affermazioni del giornalista, è tutt’altro che
    imparziale e corretto.
    Data di pubblicazione 02-04-04
    Articolo dal titolo
    <<la città offesa ed indignata>>
    Sotto accusa l’informazione
    Firmato m.l.d. (Marialuisa Duso)
    (6
    ) All’indomani delle sconcertanti accuse fatte ai sacerdoti del
    duomo, Thiene è più offesa che preoccupata …..l’Amministrazione
    comunale prende posizione … stigmatizzando l’atteggiamento
    dell’emittente Canale 68 che ha amplificato le <<notizie>>.
    Amministrazione comunale: <<si tratta di notizie gravissime che
    offendono la comunità cristiana di Thiene …. >> Gli
    amministratori di Thiene <<ritengono poco verosimili i fatti e le
    testimonianze riportate>> ma soprattutto condannano
    un’informazione <<che fa del mettere il mostro in prima pagina la
    ragione e lo strumento principale della comunicazione della
    notizia>> …
    <<la città di Thiene è offesa dal modo in cui è stato presentato il
    servizio e stigmatizza un’attività che, ricorrendo a testimonianze e
    fatti non ancora accertati, dimostra una scorretta gestione della
    notizia. Nell’auspicare un celere percorso della giustizia …. gli
    amministratori si riservano di verificare in ogni sede il grado di
    offesa che la città di Thiene abbia potuto subire>> … In chiusura
    gli amministratori esprimono <<un sincero e calorosissimo
    messaggio di solidarietà a tutte le comunità cristiane locali toccate
    in maniera forte da questo tipo di informazione che certamente
    3
    non contribuisce a fare chiarezza … sui fatti e non avvicina i
    cittadini alle istituzioni pubbliche e religiose>>.
    (6) Il Giornale di Vicenza prosegue nell’azione avviata l’1 aprile e
    continua a prospettare denunce o querele, da parte dei soggetti cui
    fa da megafono, che mai saranno presentate.
    Articolo dal titolo:
    Interrogati altre tre giovani
    Anche per oggi dai carabinieri nuovi testimoni
    di Ivano Tolettini
    (7
    ) Anche il secondo giorno di interrogatori …. non schioda
    l’impressione che sui sacerdoti del Duomo si sia voluto sollevare
    un gran polverone. Veleno forse in buona fede o forse perché
    manovrato da inconsci secondi fini. …. I carabinieri dopo avere
    informato il sostituto procuratore Giorgio Falcone hanno ascoltato
    tre di coloro che sono stati indicati come parti offese. Tuttavia non
    sarebbero emerse situazioni di rilievo. Tanti sentito dire … ma di
    concreto non sarebbe emerso niente. Gli investigatori quest’oggi
    proseguiranno nelle audizioni. Dovrebbe essere la giornata
    decisiva perché saranno ascoltati altri ragazzi indicati come coloro
    che avrebbero subito le attenzioni. Le pesanti accuse propagate
    via etere con apparente leggerezza e senza adeguato riscontro
    critico … col rischio di compromettere così la genuinità degli indizi
    …. sintetizza un caso che ….All’origine della “denuncia” contro i
    sacerdoti c’è quasi sicuramente un contenzioso civile riguardo la
    pista di skateboard … Da qui si sono sviluppate posizioni
    contrastanti tra più soggetti alcuni dei quali avrebbero manovrato
    nell’ombra sapendo di poter contare sulla fragilità psicologica di
    determinati individui che forse hanno agito in buona fede … Il caso
    … ha suscitato reazioni …. facendo scattare una solidarietà
    incondizionata nei confronti dei religiosi … tirati in ballo senza
    alcuna remora…. Sono state prese per buone in maniera apodittica
    e autoreferenziale affermazioni che dovevano ancora essere
    vagliate …. Il pm Falcone ha raccomandato ai carabinieri di agire
    con celerità …. Qualora illazioni calunniose prive di sostanza sono
    state spacciate come indizi di morbosità sessuale, si aprirebbero
    pesanti interrogativi sulle ragioni che hanno spinto taluni a
    cavalcare individui con problemi caratteriali, per non dire di
    scompensi della personalità.
    4

    (7) I <<tre di coloro che sono stati indicati come parti offese>> in
    effetti, come risulta agli atti, sono stati interrogati solo il 3 aprile,
    ma Tolettini lo “scopre” due giorni prima, comunicandone l’esito!
    Per il resto tutto come negli articoli precedenti.
    Data di pubblicazione 03-04-04
    Articolo dal titolo:
    Duomo, baruffa tra vicini
    Il caso forse originato da una questione immobiliare
    di Ivano Tolettini
    (8
    ) Il caso si sgonfia, com’era prevedibile. Molestie sessuali
    commesse in parrocchia contro minori? Nessuna traccia dopo il
    primo giro di interrogatori. Un contenzioso tra privati e i sacerdoti
    del Duomo per l’acquisto di una casa e la successiva sistemazione
    di una pista mobile da skateboard? Sarebbe questo lo sfondo delle
    accuse lanciate da alcune persone contro i religiosi. Poi la
    suggestione e qualche imprudenza di troppo ha fatto il resto.
    Quelle contro i sacerdoti sono accuse fino a prova contraria prive
    di fondamento che sono state propalate da chi, dopo avere bussato
    alla porta di tanti cronisti, ha trovato megafono in una emittente
    televisiva locale che in buona fede, ma con eccessiva fretta, non
    avrebbe vagliato a sufficienza. I carabinieri del tenente Giovanni
    Scarpellini hanno concluso il primo giro di interrogatori … e hanno
    informato il pm Giorgio Falcone. …. In realtà finora sono emersi
    tanti sentito dire ma nulla che lascia ipotizzare violenze e molestie
    sessuali contro bambini avvenute in parrocchia. Questo proprio no.
    Le indagini dureranno ancora qualche settimana ma la prima
    impressione è che un dissidio molto terreno di natura civilistica tra
    parrocchia e privati sia stato spacciato per quello che non è …..Il
    contenzioso non è stato indolore e non è escluso che in certi
    momenti della trattativa ci siano state pressioni …. Può essere
    accaduto che in certe occasioni qualche sacerdote abbia alzato la
    voce ed è stato frainteso. Un fraintendimento che alla luce del
    braccio di ferro immobiliare da parte di taluni è stato volutamente
    letto in chiave sessuale, quando in realtà il contenzioso era tutt’al
    più patrimoniale.
    (8) Tolettini insiste sugli interessi economici dei quali mi sarei
    fatto strumento e però, ad un certo punto, non esclude la mia
    buona fede: insomma mi dà, professionalmente, dello stupido,
    dell’incapace, dello sprovveduto.
    5
    Data di pubblicazione 09-04-04
    Pag. 1
    Richiamo di prima pagina dal titolo:
    I carabinieri sicuri,
    sui sacerdoti di Thiene
    un cumulo di falsità
    Senza firma – rinvio: Ivano Tolettini a pag. 22
    Pag. 22
    Articolo dal titolo:
    Contro il duomo solo falsità
    Il rapporto inviato in Procura scagiona i sacerdoti
    di Ivano Tolettini
    (9
    ) Alla fine non è rimasto nemmeno il fumo. Gli accertamenti,
    viste le premesse, sono finiti com’era inevitabile, data la
    genericità, infondatezza e avventatezza delle notizie fornite via
    etere su presunte violenze sessuali commesse ai danni di minori da
    religiosi nella parrocchia del Duomo. I carabinieri del tenente
    Giovanni Scarpellini questa mattina trasmetteranno al pm Giorgio
    Falcone il rapporto conclusivo, dopo peraltro che lo stesso
    magistrato è già stato informato qualche giorno fa sull’esito degli
    interrogatori. Ossia che dalle audizioni dei minori non è emerso
    nulla di rilevante nei confronti di religiosi. Come è stato possibile
    allora montare un caso che ha scosso la comunità thienese?
    Quando si diffondono avventatamente notizie false di questa
    portata ….. All’origine del caso come abbiamo documentato nei
    giorni scorsi c’è stata una polemica molto terrena ….. Non è
    escluso che in questo frangente qualcuno abbia creduto di
    comportarsi in buona fede atteggiandosi a presunto paladino, ma
    già un anno fa quando alcuni testimoni avevano riferito ad altri
    cronisti queste “rivelazioni” era stato agevole rendersi conto della
    insussistenza dei racconti perché frutto di ossessive esagerazioni
    la cui matrice era ben altra … Che mons. Rigoni, persona non più
    giovane, sia un sacerdote un po’ all’antica .. è risaputo .. Ma … la
    sua moralità di ministro di Dio non è mai stata minimamente in
    discussione. … Il resto in base alle verifiche appartiene all’albo
    delle falsità … Si trattava di equivoci verbali che sono stati
    elaborati in modo ossessivo da alcuni soggetti non credibili e che
    successivamente sono stati ripresi senza quel necessario vaglio
    critico che solo le verifiche investigative possono dare …. In una
    6

    Falcone è stato costantemente informato sugli sviluppi …. I
    presupposti sui quali poggiava la vicenda erano fin troppo friabili.
    Per questo motivo quando il fascicolo sarà affidato all’archivio le
    persone che si sono sentite tirate in ballo ingiustamente
    potrebbero replicare secondo gli strumenti dell’ordinamento
    giudiziario.
    (9) Tolettini insiste sulla sua tesi, sentenzia che io abbia diffuso
    avventatamente notizie false, accompagna già all’archivio il
    fascicolo e, tendenziosamente, prefigura le <<repliche secondo gli
    strumenti dell’ordinamento giudiziario>> delle persone tirate in
    ballo, utilizzando un condizionale potenziale (<<potrebbero>>)
    che presuppone l’accertata (da lui) esistenza dei presupposti.
    Articolo dal titolo:
    <<mi ha commosso
    l’affetto della gente>>
    di Diego Neri
    (10
    ) Dell’assurdità delle accuse mons. Angelo Rigoni, parroco del
    Duomo, si era detto convinto fin dal primo giorno. Accuse che lo
    avevano ferito nella sua dignità di uomo e di sacerdote. Ora che
    dagli accertamenti dei carabinieri non è emerso nulla a suo carico
    …. <<non ho risentimenti, né sono spinto dalla vendetta. Né
    penso di querelare chi ha affermato quelle falsità a suo carico,
    tanta la sua povertà morale e spirituale. Semmai …. potrei
    denunciare chi ha divulgato e dato voce a notizie infondate>>.
    (10) Delle accuse, comunque accertate come assurde, si parla già
    al passato. Nel presente tutto è già chiarito. Ma chi, quando, come,
    lo ha fatto? Basterebbe dare un’occhiata al fascicolo per toccare
    con mano la gravità di questo modo di informare. C’è poi il solito
    spazio militante dato solo ad una parte, con tanto di annuncio di
    azioni giudiziali mai esperite da parte di chi si è ritenuto, a torto,
    danneggiato dai miei servizi. Ma a “colmare” questa lacuna ci ha
    pensato Tolettini quattro anni dopo, facendo credere falsamente ai
    lettori che io fossi stato chiamato a rispondere in giudizio di quei
    servizi.
    Data di pubblicazione 10-04-04
    Articolo dal titolo:
    7
    <<i giorni più infernali della mia vita>>
    Il sollievo dell’arciprete dopo la conclusione delle indagini
    sulle terribili accuse
    di Marialuisa Duso
    (11
    ) Varie dichiarazioni. Francesco Menegardi, vice presidente
    del consiglio pastorale: << Siamo sorpresi e indignati per il modo
    in cui una rete televisiva ha deciso di divulgare notizie tanto gravi
    senza fare un minimo di approfondimento … Sarebbe interessante
    capire chi abbia manovrato tutto questo e, considerando il modo in
    cui sono state date le notizie, con incongruenze evidenti fra i titoli
    e i servizi, non posso pensare che non siano stati in malafede ….
    Un anno fa c’era stata una causa …. Questioni banalissime
    insomma che si sono poi ingigantite fino a creare questo pasticcio,
    talmente assurdo da apparire da subito inverosimile …>>.
    Sull’altro fronte c’è il Comune che … sta meditando di dichiararsi
    parte offesa per il modo in cui, al di là delle testimonianze, sono
    state presentate le notizie: <<notizie denigratorie nei confronti
    della città e delle istituzioni – afferma il sindaco Attilio Schneck –
    che creano i presupposti per un reato di non poco conto. Noi
    chiederemo i danni proprio per questa offesa arrecata alla città>>.
    (11) Valgono le stesse considerazioni di prima. Ai lettori si fa
    credere che tutto sia accertato, che una sentenza sia stata emessa!
    Il Giornale di Vicenza fa da megafono a chiunque voglia attaccare i
    miei servizi e denigrare il mio lavoro.
    Data di pubblicazione 14-04-04
    Articolo dal titolo:
    <<e’ stato offeso il Consiglio
    Ora ci aspettiamo le scuse>>
    senza firma
    (12
    ) Mentre le indagini hanno sgonfiato del loro sordido
    contenuto le accuse mosse ai sacerdoti del duomo …… Riccardo
    D’Angelo, presidente del consiglio comunale: <<non solo si sono
    dimostrati degli irresponsabili facendo denunce gravissime che poi
    si sono rivelate prive di qualsiasi fondamento …. Ma hanno anche
    perseverato nella loro irresponsabilità … hanno continuato ad
    accusare a destra e a manca … scegliendo un modo di fare
    giornalismo irresponsabile che offende la voglia di verità che i
    cittadini si aspettano dagli organi di informazione. Al di là di tutte
    8

    le azioni legali che il sindaco sceglierà di avviare, da questa
    emittente ci attendiamo come minimo delle scuse>>. E, al di là
    delle azioni legali, il sindaco … si aspetta una presa di posizione
    anche da parte dell’Ordine dei giornalisti: un fermo atteggiamento
    di condanna per quello che ha definito da subito <<sciacallaggio
    dell’informazione>>.
    (12*) L’autore, in questo caso anonimo, oltre a ripetere la stessa
    operazione compiuta innumerevoli volte dall’1 aprile 2004, rincara
    la dose, appesantendo il linguaggio anche nelle parti non
    virgolettate. All’intervistato di turno si consente inoltre di
    diffamarmi sempre più pesantemente.