Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il Papa a Pavia, otto giorni dopo le critiche sul caso abusi in Spagna

    Il Papa a Pavia, otto giorni dopo le critiche sul caso abusi in Spagna

    20 giugno 2026 – Papa Leone XIV è atterrato a Pavia nel pomeriggio e ha iniziato la sua visita al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica. La fondazione privata senza scopo di lucro, voluta dal Ministero della Salute e in procinto di un ampliamento, è stata la prima tappa di una visita più ampia; da lì il corteo si è diretto alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro e in piazza Duomo. Al CNAO il Pontefice ha visto reparti e spazi dedicati alle terapie con fasci di particelle, la tecnologia che la struttura utilizza per trattare tumori complessi risparmiando le aree sane. Al termine della visita, il direttore generale Sandro Rossi ha parlato di “un’emozione enorme per tutto il personale” e di “uno stimolo a proseguire sulla strada intrapresa”. Secondo la Prefettura della Casa Pontificia, la scelta di inserire il CNAO nel programma riflette l’attenzione che il Papa dedica alla cura dei malati e alla tutela delle persone più fragili.

    Papa Leone XIV, la visita a Pavia

    Durante la visita è stato consegnato un carico di due tonnellate di riso carnaroli raccolto dalla Confederazione Italiana Agricoltori di Pavia e destinato all’Elemosineria Apostolica. La Prefettura della Casa Pontificia ha specificato che parte del raccolto sarà distribuita ai poveri di Roma e che 800 chili saranno inviati all’Ucraina; la curia ha collegato la donazione agli appelli del Papa alla condivisione delle risorse. La consegna del riso è stata documentata dagli organizzatori come elemento operativo della giornata, non come dichiarazione politica. Contemporaneamente al programma pavese, nella stessa serata Leone XIV si è spostato a Sant’Angelo Lodigiano per la venerazione del cuore di santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti; la Prefettura aveva inserito questa tappa nell’elenco delle sei visite pastorali previste per il 2026, che comprendono anche Pompei, Napoli, Acerra e Lampedusa .

    Sullo sfondo resta il nodo degli abusi nella Chiesa

    Da mesi il Papa è stato chiamato a confrontarsi anche con il tema degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, una questione che continua a pesare sulla credibilità dell’istituzione. Appena due settimane fa, durante il viaggio apostolico in Spagna, il pontefice è stato sollecitato sull’argomento dopo la pubblicazione di un’inchiesta che ha documentato migliaia di casi di violenze su minori attribuiti a membri del clero nel Paese. A Madrid Leone XIV ha incontrato alcune persone che hanno denunciato di aver subito abusi, ribadendo l’importanza dell’ascolto e dell’accompagnamento.  Alcuni osservatori hanno però evidenziato come, nei suoi interventi pubblici, abbia scelto un linguaggio prudente, evitando riferimenti diretti ai reati e alle responsabilità istituzionali. Anche la successiva visita all’abbazia di Montserrat ha suscitato polemiche. Alcune associazioni di vittime hanno contestato la scelta della tappa, ricordando le accuse di insabbiamento rivolte in passato ai vertici del monastero in relazione a casi di abusi.  In questo contesto assumono un significato particolare anche le immagini della giornata pavese: la benedizione della culla per la vita in piazza Duomo, i messaggi consegnati dai bambini, l’ulivo come simbolo di pace. Momenti che hanno mostrato il volto più vicino alla gente del pontificato, ma che convivono con una delle questioni più delicate e irrisolte per la Chiesa contemporanea.

    https://www.alanews.it/2026/06/20/politica/papa-pavia-otto-giorni-dopo-critiche-caso-abusi-spagna/

  • L’Italia disconosce fino a un chiarimento i rappresentanti di ECA Global

    L’Italia disconosce fino a un chiarimento i rappresentanti di ECA Global

    Seppure l’associazione ECA Global non fornisca in alcun modo servizi o supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, veicolandosi nei paesi grazie al lavoro delle realtà locali, la Rete L’ABUSO, nel 2019 aveva da subito aderito entusiasta al progetto di ECA che aveva come obbiettivo quello di unire le realtà associative dei vari paesi, creando così una forza rappresentativa a livello globale.

    All’epoca il manifesto di ECA Global recitava “Ending Clergy Abuse (ECA): Rete mondiale di attivisti e vittime che si batte per tutelare i minori e costringere la Chiesa a porre fine agli abusi clericali“.

    Da oggi però l’Italia congela temporaneamente qualunque rappresentanza ECA, fino a che questa non renderà conto del grave episodio accaduto lo scorso 16 giugno che aveva costretto l’unica associazione che in Italia rappresenta i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, a prendere le doverose distanze da una iniziativa inopportuna e peraltro mai comunicata, che ha di fatto offeso i sopravvissuti italiani, già provati da una situazione impari rispetto all’Europa e al mondo che al momento, malgrado le nostre molteplici richieste, ECA Global,  malgrado ammetta l’imperdonabile errore, non sembra tuttavia in grado di saper fornire alcuna giustificazione.

    Nel tardo pomeriggio di martedì 16 giugno, alcune testate giornalistiche che avevano invano cercato di contattare ECA, si sono rivolte direttamente alla Rete L’ABUSO chiedendo informazioni su un incontro che sarebbe avvenuto a Roma nei giorni di lunedì 15 e martedì 16 c.m. di cui la Rete L’ABUSO non è mai stata informata trovandosi indebitamente coinvolta.

    Scopriamo così,  attraverso un comunicato stampa ufficiale e congiunto che porta i loghi di ECA Global e della Pontificia Commissione tutela minori (Tutela Minorum ECA Statement on Rome Dialogues) che l’associazione americana lodando l’incontro con la Pontificia Commissione tutela minori dal quale ha escluso i rappresentanti italiani, lodava un dialogo e il rafforzamento che la chiesa a detta di ECA avrebbe apportato in materia di abusi sessuali a danno di minori.

    Notizia totalmente falsa e inopportuna per quanto riguarda l’Italia, che ad oggi, vede la stessa Commissione Pontificia rifiutare addirittura di riconoscere i sopravvissuti nel Paese.

    L’Italia infatti, non solo è l’unico Paese in Europa che attualmente, malgrado gli impegni assunti, lamenta la totale assenza del Governo italiano, al quale, già nel 2019 il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, lamentava la mancata applicazione della Convenzione per i diritti dell’infanzia e che nel marzo di quest’anno torna per la seconda volta, a chiedere conto al Governo italiano, il quale dovrà rispondere della disapplicazione della Convenzione entro il 2027.

    Italia che vede la stessa chiesa attualmente totalmente disimpegnata sul territorio nell’applicazione delle sue stesse direttive a contrasto della pedofilia nel clero.

    I molteplici casi noti a tutti nella penisola partono da quello vescovo di Enna Rosario Gisana e del suo vicario giudiziale Vincenzo Murgaro, oggi entrambi sotto processo da parte della giustizia per avere mentito ai giudici italiani nel tentativo di coprire don Giuseppe Rugolo, condannato in via definitiva per abusi sessuali a danno di tre minori. Caso che malgrado la conclamata situazione vede la chiesa italiana disapplicare totalmente le proprie norme in tutela dei minori e di coloro che insabbiano, di fatto lasciando i due prelati tutt’ora al loro posto.

    Situazione che oltre a suscitare le ire di Antonio Messina, vittima di don Rugolo che ECA ben conosce e che più volte ha chiesto giustizia a Papa Leone, sempre nella stessa diocesi, pochi giorni fa la condanna di un catechista a 9 anni, mai rimosso, mentre le famiglie delle vittime chiedono invano conto e interventi alla chiesa che però tace.

    Tra i molteplici casi arrivati agli onori della cronaca italiana citiamo quello di pochi giorni fa che riguarda Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, paradossalmente ed in barba allo stesso Motu proprio, è stato rieletto provinciale.

    Sul versante delle vittime e dei mancati soccorsi promessi dalla chiesa, il dato che si rileva sul territorio italiano, a distanza di quattro anni dall’apertura degli sportelli diocesani per le vittime, è catastrofico.

    I casi denunciati all’associazione italiana vedono nel 2025 (dato che l’Osservatorio della Rete L’ABUSO prevede riconfermato nel 2026) raddoppiate le denunce e le vittime che ingenuamente si sono rivolte agli sportelli, ridotte ad un ulteriore trauma, questa volta dovuto alla rivittimizzazione causata dalla riesumazione del trauma prodotta dall’essersi sottoposti agli interrogatori previsti dagli sportelli diocesani e all’inconcludenza della chiesa italiana che, praticamente in quasi tutti i casi, ha lasciato i responsabili degli abusi al loro posto, provocando così ulteriore frustrazione e ulteriore trauma nelle vittime.

    Situazione che ECA global ben conosce e che abbiamo ricordato chiedendo spiegazioni di quanto tristemente accaduto pochi giorni fa, a nostra totale insaputa. Per questi motivi si chiede doverosamente conto a ECA Global dello sciagurato ed inspiegabile gesto, non che delle ridicole dichiarazioni che ECA ha rilasciato congiuntamente alla Pontificia Commissione alla quale invece, avrebbe dovuto chiedere conto di questa grave situazione.

    Il gruppo americano, a sei giorni dall’accaduto, sembra incapace di dare spiegazioni ai sopravvissuti e alla stessa Rete L’ABUSO e comunica che nelle prossime settimane è disposto a riunirsi in un incontro con la Rete, tuttavia al momento non ha ancora fissato una data.

    Per questi motivi Rete L’ABUSO è attualmente costretta non solo a prendere le distanze ma a disconoscere qualunque azione da parte di ECA Global in rappresentanza dell’Italia.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

    e

    Co founder di ECA Global

  • Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

    Leone XIV in Spagna, cronaca di un disastro

    Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

    Giorgio Meletti con Federica Tourn

    Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.

    Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.

    Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.

    Il disastro spagnolo

    El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.

    E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.

    Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.

    Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.

    Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.

    Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.

    La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.

    Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.

    Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.

    Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.

    Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.

    Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.

    Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.

    Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.

    I fatti

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    Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.

    Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.

    Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.

    El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.

    Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.

    Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.

    Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.

    Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.

    Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.

    Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.

    Parlare d’altro

    La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.

    Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.

    Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).

    Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.

    Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.

    Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.

    Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.

    Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:

    “In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.

    Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.

    Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.

    L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.

    La cupola dell’omertà

    Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:

    “Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.

    Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.

    Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.

    Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.

    Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.

    Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.

    Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.

    Soltanto il re osa

    Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.

    Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:

    “Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.

    La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.

    Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.

    Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.

    Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.

    Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.

    Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.

    Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.

    https://appunti.substack.com/p/leone-xiv-in-spagna-cronaca-di-un

     

  • L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.

    El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.

    Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».

    In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.

    Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.

    Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.

    Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.

    Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.

    Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.

    https://www.ilpost.it/2026/06/12/el-pais-abusi-sessuali-chiesa/

  • Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, rieletto provinciale.

    Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, rieletto provinciale.

    Il religioso noto nella comunità ecclesiastica cagliaritana, “Ordine della Beata Maria Vergine della Mercede, frati Mercedari”, al centro di una bufera giudiziaria e mediatica, l’accusa è pesantissima: abusi sessuali che sarebbero stati consumati tra le mura ecclesiastiche.

    Il giovane, visibilmente provato, ha deciso di rompere un silenzio durato anni, raccontando un episodio risalente al 2000, avvenuto in una parrocchia di Roma dove Schirru era allora parroco. “Chiese di fare l’amore, si spogliò e cominciò”, ha dichiarato l’uomo, descrivendo l’impotenza e il pianto che seguirono a quella presunta violenza. Un racconto drammatico, avvalorato in studio da un “illustre testimone” che ha ricordato lo stato di shock del ragazzo subito dopo l’accaduto.

    Padre Efisio Schirru ha respinto le accuse di violenza, pur non negando un contatto fisico con il giovane. La sua replica ha però suscitato scalpore per la scelta dei termini: “Non ricordo di averlo mai violentato. Al massimo gli avrò fatto il solletico, questo lo ricordo”, ha dichiarato il religioso, minimizzando i dettagli del racconto della vittima con un vago “vediamo un po’…”.

    É stato confermato come Provinciale della Provincia Romana dei Mercedari il 5 giugno, nonostante sia in corso una indagine canonica. È vergognoso che si faccia di tutto per insabbiare. Come può il maestro Generale dell’Ordine della Mercede, il P. Osvaldo Vivar Martínez e il Dicastero della Vita Consacrata permettere tutto ciò?

    Le accuse vagliate dalle autorità competenti (civili e canoniche), la Cagliari dei fedeli resta in bilico tra sconcerto e incredulità. Il volto che per anni è stato un punto di riferimento spirituale nella Basilica di Bonaria si trova ora al centro di un’inchiesta che tocca i vertici dell’Ordine dei Mercedari, riaccendendo i riflettori sul delicato tema degli abusi nel clero.

    Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, rieletto provinciale.

  • PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    La Cassazione, respingendo il ricorso della difesa, ha reso definitiva a 12 anni di reclusione la condanna dell’ex professore di religione del liceo scientifico “Ettore Majorana” di Latina, nonché ex diacono, Alessandro Frateschi, assistito dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. La condanna, come noto, è stata comminata per il reato di violenza sessuale aggravata dalla minore età delle cinque vittime.

    Il ricorso chiedeva anche l’annullamento ad altra sezione della Corte d’Appello limitatamente al trattamento sanzionatorio. Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto l’inammissibilità del ricorso e gli ermellini sono stati dello stesso avviso.

    A marzo scorso, la terza sezione della Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni con cui il 26 novembre 2025 aveva confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, 51enne originario di Terracina, condannato in primo grado, col giudizio abbreviato, a luglio 2024.

    Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    I giudici dell’Appello, confermando il primo grado, erano stati netti con Frateschi, rimarcando, in uno dei passaggi, che “tiratosi indietro uno dei ragazzi”, l’uomo “aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro uno dei ragazzi e provocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegavano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello della difesa, motivava l’Appello, “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

  • Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Al Presidente della Repubblica
    Sergio Mattarella
    Palazzo del Quirinale
    00187 Roma

    mi permetto di indirizzare alla Sua attenzione questa lettera aperta, in qualità di cittadino che, dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da parte di un sacerdote di Enna, ha dovuto affrontare un calvario giudiziario e personale che mi ha fatto perdere il senso di fiducia che avevo riposto nella giustizia e nelle istituzioni tutte.

    Il 17 dicembre 2020 sporgevo denuncia-querela negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Enna, dove esponevo i fatti gravi commessi da don Giuseppe Rugolo, sacerdote di Enna, appartenente alla Diocesi di Piazza Armerina. Dalla mia denuncia-querela scaturiva un’indagine articolata e complessa, che consentiva di accertare la consumazione di reati a sfondo sessuale commessi dal sacerdote anche ai danni di altri minori.

    Eppure, a fronte di una mia condotta lineare, sostenuta dalle forze dell’Ordine e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, sono stato oggetto di attacchi personali, vessazioni e tentativi di isolamento, anche in sede istituzionale.

    Cosa ancor più grave, ho dovuto assistere a condotte poste in essere, in ambito giudiziario, che facevano supporre una relazione stretta fra la magistratura ed i vertici ecclesiastici, in spregio quantomeno al senso di opportunità che dovrebbe sorreggere l’agire di chi ricopre ruoli di responsabilità e che, pertanto, non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale.

    Durante il processo di primo grado io ed i miei genitori abbiamo dovuto sopportare che il Presidente del Collegio Giudicante mangiasse dei dolci, da lui offerti, insieme all’imputato ed al suo collegio difensivo. Ancora, il 16 febbraio 2024, quindici giorni prima della sentenza di primo grado, lo stesso Presidente del Collegio Giudicante partecipava all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico di Ragusa, alla presenza del Segretario generale della CEI, Mons. Giuseppe

    Baturi. Ed ancora, in occasione dell’udienza del 4 marzo 2024, prima della pronuncia della sentenza di primo grado, malgrado il processo fosse celebrato a porte chiuse, veniva consentita la presenza in aula della moglie del Presidente del Collegio, quale giornalista, mentre durante tutte le precedenti udienze era stato vietato l’accesso ai giornalisti, in un’occasione finanche ai locali del Tribunale di Enna.

    Dal procedimento penale a carico del sacerdote, condannato a tre anni di reclusione, ormai con sentenza passata in giudicato in data 14.05.2026, è scaturito il procedimento penale a carico del Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e del Vicario Giudiziale, nonché parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, oggi imputati per il reato di falsa testimonianza resa proprio al fine di coprire l’operato del sacerdote.

    All’uopo, devo segnalare che nel corso del processo è maturata la prescrizione dei reati commessi ai miei danni dal 2009 al 2011, cosicché la sentenza di condanna è stata pronunciata per un episodio di tentativo di violenza sessuale, commesso ai miei danni, e altri episodi commessi di altri due giovani, minori all’epoca dei fatti.

    Invero, già nella sentenza di primo grado stesa dal Tribunale di Enna, l’operato del Vescovo di Piazza Armerina veniva così descritto “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”

    Eppure, nella giornata del 2 giugno 2026, in occasione delle celebrazioni pubbliche per la festa della Repubblica, organizzate dalla Prefettura di Enna, ho dovuto assistere alla presenza del Vescovo Rosario Gisana, evidentemente invitato dalla Prefettura, stare accanto all’attuale Presidente del Tribunale di Enna.

    Tale circostanza mi ha profondamente sconvolto.

    A tale riguardo devo evidenziare che ormai da diversi anni, pur non avendo contezza diretta della circostanza, ho potuto apprezzare un contegno rispettoso del senso dell’opportunità da parte del precedente Prefetto, Maria Carolina Ippolito, e talvolta da parte di altre istituzioni militari che hanno celebrato particolari ricorrenze di natura religiosa alla presenza del Vescovo di Nicosia, Diocesi comunque ricadente nel territorio della Provincia di Enna, conservando così i rapporti con l’autorità ecclesiastica e, al contempo, avendo rispetto dello svolgersi dei procedimenti penali a carico dei predetti prelati della Diocesi di Piazza Armerina.

    La circostanza esposta mi ha profondamento ferito ed indignato tanto più che in occasione della mia recente candidatura alle Elezioni amministrative della mia Città, ho dovuto subire quello che sento di poter ritenere un vero e proprio accanimento processuale della Prefettura di Enna e della Commissione elettorale circondariale di Enna, che hanno dato incarico all’Avvocatura dello Stato per impugnare la sentenza del TAR di Catania che mi aveva riammesso alle elezioni amministrative, da cui ero stato escluso per un vizio formale, consistente nella mancanza dell’autentica di una firma, a seguito di una mera svista. Al contrario, il Ministero della Giustizia, benché chiamato come persona offesa nel procedimento penale per falsa testimonianza del Vescovo di Piazza Armerina, ha scelto di non essere presente al mio fianco, lasciandomi da solo ancora una volta e non concedendo mandato all’Avvocatura dello Stato di costituirsi parte civile.

    Il messaggio del mio totale isolamento da parte delle istituzioni appartiene ormai al sentire comune della mia Città.

    Ill.mo Signor Presidente, mi chiedo e Le chiedo se ha avuto un senso la mia denuncia, se è giusto che un cittadino che si è rivolto alle istituzioni debba pagare un prezzo così alto e se, ancora, la presenza di un imputato accanto alle più alte cariche istituzionali locali non debba farmi ritenere che c’è già una sentenza scritta, tanto da consentire al Vescovo Rosario Gisana, ormai riabilitato anzitempo, di sedere a cuor leggero fra le figure che dovrebbero essere un esempio per i cittadini e per le nuove generazioni, pure presenti alla manifestazione del 2 giugno. I giovani dovrebbero guardare con fiducia alle istituzioni, dalle quali dovrebbero ricevere protezione e sostegno, piuttosto che assistere alla presenza di chi ha contribuito alla perpetuazione degli abusi sui minori.

    Le scrivo, signor Presidente, al fine di chiederLe, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la Prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le Istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro Paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello Stato.

         Con ossequi
    Enna, lì 4 giugno 2026

    Lettera al presidente della Repubblica

  • Antonio Pelayo, prete-giornalista a processo per abusi su un collega durante il Conclave

    Antonio Pelayo, prete-giornalista a processo per abusi su un collega durante il Conclave

    La procura di Roma accusa Antonio Pelayo Bombín, sacerdote e giornalista spagnolo di 81 anni, consulente dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede,  di violenza sessuale di lieve entità ai danni di un altro cronista più giovane. Oggi, il gup del tribunale di Roma ha accolto la richiesta di rito abbreviato presentata dal sacerdote: il processo inizierà a gennaio.

    La vicenda risale alla serata del 23 maggio 2025

    La vicenda risale al conclave 2025, convocato dopo la morte di Papa Francesco. In quei giorni di fermento Pelayo Bombín invita a casa il collega per motivi professionali ma poi fa delle pesanti avance nei confronti del cronista,  con contatti fisici non richiesti.

    A questo punto il giovane giornalista riesce a svincolarsi ed esce dalla casa in uno stato di forte agitazione. Da qui la querela e le indagini. Ora le accuse contestate a Pelayo saranno chiarite nel corso del processo, dove il sacerdote è difeso dagli avvocati Carlo De Marchis e Luca Goffredo, mentre la vittima rappresentata dal penalista Massimiliano Lecce.

    https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/15/antonio-pelayo-bombin-processo-abusi-sessuali

  • I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    Un anno e mezzo è passato dalla diffusione della notizia che il padre gesuita Sauro De Luca, oltre a essere una guida spirituale carismatica, era anche un predatore sessuale. Per trent’anni, dal 1968 al 1998, Sauro De Luca è stato a capo del Movimento eucaristico giovanile, incontrando centinaia di bambini, bambine e adolescenti.

    L’attuale responsabile del movimento, padre Renato Colizzi, ha perciò deciso nel 2024 di intraprendere un «Cammino di verità», affidando alla dottoressa Grazia Villani l’incarico di raccogliere le testimonianze di persone che sono state vittime degli abusi del padre gesuita. Questo lavoro di ascolto delle vittime, di testimoni e di alcuni padri gesuiti, nonché di consultazione dei diari dello stesso padre De Luca, ha dato luogo a un report e all’attivazione di un ufficio dedicato alla tutela, affidato al padre Paul Pace. Fin qui tutto bene.

    Peccato che il report non sia stato reso pubblico nella sua integralità, che inizialmente sia stato vincolato da una clausola di riservatezza che ne impediva ogni divulgazione (poi rimossa) e che ancora oggi sia consultabile soltanto prendendo un appuntamento in via degli Astalli, a Roma, sede centrale della Compagnia di Gesù per la provincia euromediterranea. Il documento divulgato ufficialmente è un riassunto di questo report. Ecco perché il 27 aprile ci siamo recate in via degli Astalli per leggere il documento integrale e incontrare il padre responsabile della tutela. Vogliamo chiedere perché l’integralità del report non sia resa pubblica e fruibile a tutti.

    Che cammino di verità si può intraprendere se non c’è trasparenza sul metodo con cui affrontare lo scandalo degli abusi nella Chiesa? Se non viene smantellata l’architettura del silenzio che regge l’intero sistema di potere e che, sacralizzando i preti, li pone al di sopra dei fedeli, creando così le condizioni dell’abuso, che sia sessuale, psicologico o spirituale?

    Chiedere perdono alle vittime, risarcirle, è sacrosanto, ma concentrare l’attenzione unicamente sulle vittime permette a tutti, anche all’opinione pubblica, di non sollevare alcun dibattito, mantenendo l’atteggiamento paternalista che conferma la gerarchia del potere. Il report invece denuncia chiaramente le responsabilità della Compagnia di Gesù, che, a fronte di segnalazioni emerse fin dagli anni Ottanta, non prese provvedimenti e parla di «fallimento istituzionale». Alla morte di padre De Luca nel 2012, la Compagnia decise di mantenere profilo basso, di non denunciare l’accaduto alle autorità, e di fare in modo che il silenzio e la polvere del tempo cancellassero i fatti.

    Alcune vittime, tuttavia, non si sono date per vinte, costringendo a riaprire il caso. Una di loro in particolare, l’eurodeputata delegata al clima Annalisa Corrado, ha rilasciato un’intervista al giornalista Saverio Tommasi di Fanpage, raccontando il suo percorso di sopravvissuta agli abusi di padre De Luca con una chiarezza e un coraggio che dovrebbero servire da esempio a chiunque voglia con onestà eradicare questo problema endemico della Chiesa cattolica.

    Prendersi la responsabilità per impedire che accada di nuovo significa investire risorse, persone, competenze. Significa prendere a modello percorsi che alcune diocesi stanno mettendo in atto, come quella di Bolzano. Significa, anche, aprire gli archivi, dare voce alle vittime, ma soprattutto rompere l’omertà, facendo i nomi degli abusanti e denunciandoli alle autorità italiane.

    Significa ripercorrere fatti, anche del passato, ristabilire chiarezza e giustizia affinché parole come riconciliazione, elaborazione, perdono, riparazione non siano semplici gusci vuoti, bensì pratiche concrete, protocolli d’azione, educazione, formazione e supervisione. Tutto ciò non può accadere se prima non si attraversa il buio di quelle stanze dove padri confessori approfittano della fragilità di chi si rivolge a loro in cerca di conforto, ripagando la fiducia con il tradimento di quella stessa fiducia.

    Un trauma che solo la luce della verità può provare a riparare. Quel report chiamato “Cammino di verità”, costato dolore e angoscia alle vittime che hanno deciso di raccontare la loro storia e a chi le ha ascoltate, deve essere portato all’attenzione di tutti, divulgato tramite stampa e social media, o sarà l’ennesima prova che l’istituzione è più attenta alla propria tutela che a quella di persone irrimediabilmente ferite.

    La missione della Chiesa è essere un modello per la società, la Compagnia di Gesù potrebbe assumere un ruolo di primo piano nel combattere gli abusi, a cominciare dal suo interno.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/gesuiti-abusi-sessuali-coraggio-vittime-ambiguita-chiesa-annalisa-corrado-p8ma87ub

  • Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Sono trascorsi più di vent’anni da quando José Napoleón Lemus lasciò El Salvador per cercare di dimenticare un dolore inflittogli che, all’epoca, nessuno voleva riconoscere. Oggi, con le prove in mano, con un caso di abuso ammesso dalla congregazione salesiana, cerca giustizia nel suo paese. Era il 1985 e stava studiando per il diploma di maturità presso l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto cattolico sotto l’egida della congregazione salesiana.

    Lemus era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, al quale molti anni dopo fu diagnosticata la dislessia. Alla fine del 1985, i suoi problemi scolastici si erano aggravati e lo condizionavano notevolmente. Il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò era il rettore dell’istituto e insegnava anche due materie, religione ed educazione sessuale, “ironicamente”, racconta questo salvadoregno.

    «Avevo una bella amicizia con padre Corò, e lui interagiva con me privatamente e mi diceva subito che se avessi mai avuto bisogno di aiuto, avrei dovuto rivolgermi a lui; le sue porte erano sempre aperte quando volevo. Ho interpretato questo gesto come un segno di amicizia e ho iniziato a vederlo come un secondo padre», racconta Lemus in una lettera scritta nel 2019, in cui descrive gli abusi.

    Alla fine dell’anno, nel novembre del 1985, padre Corò gli chiese di incontrarlo a scuola dopo le 18:00. Il sacerdote gli diede indicazioni su come entrare e gli assicurò che la sicurezza lo avrebbe lasciato passare.

    Appena entrato, Lemus racconta che il prete lo afferrò e iniziò a toccarlo e baciarlo. “Ero paralizzato”, ha raccontato. In un’intervista al Diario El Mundo, Lemus ha raccontato che il prete cercò di corromperlo: “Sono parole che non dimenticherò mai: ‘Se vieni almeno una volta al mese, non dovrai più preoccuparti di studiare ‘. Era una tangente sessuale, nel senso che mi avrebbe permesso di laurearmi. E non sono mai più tornato a scuola “, ha detto questo salvadoregno residente in Canada.

    José lasciò la scuola e quello stesso giorno raccontò alla madre cos’era successo. “Mia madre non ci credette. Pensava che fosse una scusa per non studiare”, disse. Anni dopo, sotto pressione per interrompere gli studi e nel bel mezzo del reclutamento per il conflitto armato, Lemus lasciò El Salvador, viaggiò negli Stati Uniti e in seguito in Canada, che è la sua casa da decenni.

    “Ho evitato di andare in El Salvador per tutta la vita”, ha dichiarato a Diario El Mundo in una telefonata, ammettendo di avere ancora incubi al momento del ritorno nel Paese e che il bambino a cui è stata rubata l’infanzia piange ancora per il dolore.

    Un decreto e un “rimprovero”

    Ma questa storia non si limita a una lettera. Dopo aver cercato aiuto e aver trovato ogni porta chiusa, nel 2019 la Vice-Provincia di Maria, Sede della Sapienza, a Roma, Italia – una circoscrizione speciale della Congregazione Salesiana mondiale – decise di ascoltarlo. Inviarono dei rappresentanti alla sua residenza in Canada e ebbero con lui una lunga conversazione. Sebbene José riconosca che i Salesiani che lo visitarono cercassero solo di smentire la sua storia, un anno dopo, nel febbraio 2020, ricevette una lettera dal superiore della Vice-Provincia che confermava il suo racconto.

    Si tratta di un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il reverendo Giuseppe Corò, accusato di “crimini più gravi contro il sesto comandamento” (crimini contro il sesto comandamento, che secondo la Bibbia prescrive ai fedeli: “Non commettere atti impuri”).

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti . Il documento si conclude affermando che, il 12 febbraio 2020, sono state decretate le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale.

    Il documento cita il Codice di Diritto Canonico, Canone 1339 §2, che prevede di “rimproverare chiunque causi scandalo o grave turbamento”. 

    «Il sacerdote che è rettore del monastero salesiano (Giuseppe Corò), dove si è ritirato, mi ha mandato una lettera di scuse e mi ha detto che mi avrebbero aiutato. E il rettore, che è anche rettore dei Salesiani in America Centrale, è stato colui che ha approvato l’aiuto psicologico che ricevevo da tre anni qui in Canada», ha raccontato Lemus.

    Impunità

    Sebbene il decreto abbia un peso significativo nel riconoscere gli abusi, José afferma di non aver ancora ottenuto giustizia. Per anni ha cercato di contattare la Polizia Civile Nazionale, avvocati per farsi rappresentare e diverse altre istituzioni, ma è stato ignorato. La polizia richiedeva la sua presenza per sporgere denuncia, mentre gli avvocati pretendevano migliaia di dollari in anticipo, senza offrire alcuna garanzia di successo. Ad oggi, non è stato aperto alcun procedimento penale in relazione a questi abusi.

    “Quello che desidero veramente è che il prete venga messo in prigione, che paghi per le sue azioni, che venga rimosso dalla ‘santificazione’ (sic), dall’essere un santo per chilometri, chilometri, pianeti, perché non lo era, perché non lo è. Le cose buone che ha fatto in El Salvador, le ha distrutte con le tante vite che ha colpito, e se questa voce potesse dare voce a coloro che sono stati feriti, lo farebbe”, ha implorato Lemus.

    Il caso di José Napoelón Lemus è uno dei 24 che il quotidiano spagnolo EL PAÍS ha recentemente presentato al Vaticano, in un sesto dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo.

    Il suo caso non è l’unico che coinvolge il Coro Salesiano: EL PAÍS ha pubblicato almeno altre due testimonianze di salvadoregni che sono stati vittime di questo sacerdote, nella stessa istituzione nella capitale, durante il periodo in cui ne era a capo.

    Lemus, tuttavia, afferma di aver contattato, nominativamente, almeno 50 vittime di Corò residenti in El Salvador, che non si sono fatte avanti per paura. José dichiara che il sacerdote gode di un notevole sostegno all’interno della comunità salesiana, essendo stato una delle sue figure di spicco nel paese durante gli anni ’80.

    “Quello che non sapevano era cosa faceva durante la notte. Durante la notte si trasformava e smetteva di essere il padre buono e santo che tutti desideravano. Diventava uno stupratore, cosa che purtroppo è sempre stato. E io ero solo un’altra vittima.”José Napoleón Lemus, vittima di abusi da parte di padre Corò.

    José si lamenta del fatto che ogni volta che cerca di parlare del suo caso, riceve minacce proprio dalla comunità che protegge il suo aggressore. Esorta le vittime a trovare il coraggio di denunciare gli abusi e critica i leader della Chiesa cattolica in El Salvador che continuano a proteggere gli aggressori: “Smettetela di essere codardi”, dice loro.

    “Mi ha crocifisso”

    Le cicatrici lasciate da questi abusi sono durate per tutta la vita di José; non è un aneddoto che può raccontare a chiunque. Dopo averlo confidato alla madre, ha cercato di dimenticare l’accaduto; nel suo racconto accenna persino a un tentativo di suicidio.

    Ma dopo anni passati a negare di essere stata vittima di abusi, è riuscita a parlare grazie all’aiuto della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi da parte dei Sacerdoti (SNAP). Ora si sente “un po’ più libera”, anche se non ha ancora ottenuto giustizia.

    Il dolore che José prova ancora, e che ha provato, ha cambiato tutto. Socialmente si è allontanato dagli amici, ha smesso di studiare, ha dovuto vivere in esilio e ricominciare una nuova vita, ma ha anche smesso di credere.

    «Ero una cattolica devota. E mi piace, voglio credere che esista un essere superiore a noi, ma non potete immaginare quanto sia difficile mantenere questa fede. Molto difficile. Perché? Perché quell’essere che ci protegge, quell’essere che fluttua tra le nuvole o dentro di noi o chissà dove, ha deciso di prendersi una pausa il giorno in cui Padre (Giuseppe Corò) mi ha toccato la mano. Voglio dire, dov’è Dio se non a proteggerci? Che dire degli altri 30.000 casi di stupro? Dov’è l’essere che ci protegge? L’essere che ci ama e l’essere che dà la sua vita per noi, l’essere che è morto su quella croce. Quando l’essere che ti parla di lui ti stupra in quel modo. Le parole del sacerdote – quando mi ha portato nella sua stanza – sono state: “Lascia che ti presenti l’amore di Dio”. Sono parole che non potrò mai dimenticare», ha affermato Lemus.

    Il suo racconto è preciso: “Un figlio di puttana in cui credevo molto mi ha fregato, mi ha crocifisso e ho dovuto portare questa croce per tutta la vita.”

    Negli ultimi 13 anni, nove sacerdoti sono stati coinvolti in casi di abusi sessuali o stupri di minori ; solo due sono stati condannati al carcere. Nel frattempo, José Napoleón Lemus attende l’udienza.

    https://diario.elmundo.sv/nacionales/victima-de-abuso-de-sacerdote-salesiano-busca-que-la-justicia-salvadorena-lo-escuche-y-abra-un-proceso-penal