Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Emanuela Orlandi, la procura di Roma riapre le indagini con la collaborazione dei pm del Vaticano

    Emanuela Orlandi, la procura di Roma riapre le indagini con la collaborazione dei pm del Vaticano

    La Procura di Roma riapre le indagini su Emanuela Orlandi. A 40 anni dalla scomparsa, dopo la prima inchiesta aperta lo scorso gennaio dal tribunale Vaticano guidato dal procuratore Alessandro Diddi, anche lo Stato Italiano decide di indagare per la terza volta su uno dei casi di sparizione più impenetrabili d’Italia. L’inchiesta sarà coordinata da “un sostituto procuratore molto esperto, si tratta del pubblico ministero Stefano Luciani“. A condurre le indagini, invece, i pm romani diretti da Francesco Lo Voi con la collaborazione dei magistrati del Vaticano “guidati da Alessandro Diddi”.

    La decisione della Procura fa seguito al fascicolo aperto dal Vaticano lo scorso gennaio e all’avvio dei lavori della Commissione bicamerale messa in cantiere dal Parlamento. Secondo quanto si apprende, gli inquirenti hanno acquisito degli atti, messi a disposizione del Vaticano, nell’ambito del procedimento già aperto a Piazzale Clodio sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Un procedimento avviato dopo che il Csm aveva chiesto informazioni su un esposto presentato al consiglio dai familiari della ragazza scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma all’età di 15 anni. Alla vigilia del quarantesimo anniversario della scomparsa della cittadina vaticana si riaccendono così le speranze della famiglia Orlandi di poter finalmente scoprire la verità su quanto accaduto ad Emanuela.

    “Il nostro augurio è che ci sia una cooperazione leale” tra la procura di Roma e il Vaticano “alla ricerca della verità. È una bella notizia, è quello che noi chiediamo da anni per avere la verità su Emanuela”, ha commentato ai microfoni dell’Ansa Laura Sgrò, l’avvocata di Pietro Orlandi, precisando di avere appreso la notizia dai media e che ancora non c’è nessun coinvolgimento della famiglia in questa nuova fase di indagini che si apre sul caso.

    La prima inchiesta sulla “ragazza con la fascetta” era stata archiviata nel 1997 dal giudicve Adele Rando su richiesta del sostituto procuratore Giuseppe Malerba. La seconda, guidata dal procuratore Giancarlo Capaldo è stata chiusa nel 2015 quando alla procura di Roma arrivò il procuratore capo Giuseppe Pignatone. Questa nuova indagine, affidata al sostituto procuratore Stefano Luciani, vedrà la collaborazione dello Stato Vaticano con i magistrati romani.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/05/15/emanuela-orlandi-la-procura-di-roma-riapre-le-indagini-con-la-collaborazione-dei-pm-del-vaticano/7161922/

  • ABUSI: LA CEI INCONTRA LE “SUE” VITTIME. E PER LORO CREA UN OSSERVATORIO

    ABUSI: LA CEI INCONTRA LE “SUE” VITTIME. E PER LORO CREA UN OSSERVATORIO

    41466 ROMA-ADISTA. Un incontro tra il presidente CEI card. Matteo Zuppi e il segretario generale mons. Giuseppe Baturi con «alcune vittime, familiari e sopravvissuti ad abusi compiuti da chierici e operatori pastorali in ambito ecclesiale avvenuti in tempi recenti e passati» è avvenuto il 10 marzo scorso presso la sede della Cei, a Roma.

    L’incontro, a cui ha partecipato anche mons. Lorenzo Ghizzoni, responsabile del servizio tutela minori della Cei, si è svolto in un clima «sereno ma intenso», scrive in un comunicato il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, aggiungendo che «è stato un momento molto importante e significativo in cui ciascuna vittima ha condiviso la propria storia di dolore esprimendo, al tempo stesso, il desiderio di assistere e accompagnare la Chiesa in Italia per far sì che questi episodi non si ripetano e per tutelare sempre meglio minori e adulti vulnerabili» e che «l’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituiscono una linea d’azione importante della Chiesa», addirittura una «priorità» che è «già un primo atto di prevenzione», afferma citando le Linee guida della Cei, perché «solo l’ascolto vero del dolore delle persone che hanno sofferto questo crimine ci apre alla solidarietà e ci interpella a fare tutto il possibile perché l’abuso non si ripeta». L’incontro rappresenta – è sempre Corrado a raccontare – «la prima tappa verso la costituzione di un gruppo operativo, formato da vittime di abusi in ambienti ecclesiali e da loro familiari».

    Sarà una sorta di «osservatorio, composto da persone che hanno generosamente dato la loro disponibilità ad offrire, a titolo personale e nella massima libertà, un contributo propositivo per migliorare e rendere più efficaci le attività di formazione e prevenzione messe in atto dalle Chiese in Italia attraverso la rete territoriale dei Servizi tutela minori», direttamente dipendente dalla presidenza Cei.

    Vittime di serie A e di serie B?
    Tutto bene dunque?

    A scavare un po’, si scoprono molte crepe. Intanto, nella scelta di non consultare le vittime della Rete L’Abuso, unica associazione in Italia ad avere elaborato, in quasi 15 anni di lavoro, un prezioso database dei casi di pedofilia e ad avere accompagnato numerose vittime nel percorso di giustizia. Zuppi, che ha incontrato due volte il suo presidente Francesco Zanardi, non appare più intenzionato a cercare il dialogo con la Rete L’Abuso, tanto da non averla nemmeno informata di questa iniziativa: ci sono vittime di serie A e di serie B? «La domanda è: che cosa farà in concreto per queste persone?», si chiede Zanardi (Ansa, 10/5), definendo l’iniziativa un’opera di «propaganda». «Noi li abbiamo denunciati, al governo, all’Unione Europea e all’Onu, in quanto garante per i diritti dell’infanzia».

    Anche lo Stato è sotto accusa: ci sono «tante problematiche che lo Stato italiano fa finta di non sapere: dalla difficoltà delle denunce, alle possibili modalità di insabbiamento, fino alla mancanza di una commissione nazionale indipendente per fa re luce sugli abusi».

    Quale prevenzione senza verità sul passato?
    E questa è l’altra grossa crepa nell’iniziativa CEI: quale prevenzione è possibile, quale ascolto autentico delle vittime è possibile in mancanza di una totale trasparenza sul passato, raggiungibile soltanto con una inchiesta indipendente? Una misura chiesta da tempo anche dal Coordinamento #ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, per il quale la prevenzione può passare soltanto dalla verità e dalla giustizia. Ma che la CEI non abbia la minima intenzione di dare mandato a una commissione indipendente di fare una ricerca seria sul passato, come negli altri Paesi europei, lo aveva già chiarito oltre ogni dubbio, oltre a Zuppi, lo scorso anno, quando presentò “la via italiana” alla lotta agli abusi, anche qualche mese fa Ghizzoni, quando a un convegno della Pontificia Università Lateranense disse testualmente, alludendo alla Francia e alla Commissione Ciase: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania», e che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni», ribadendo che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa» e ridicolizzando l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi» (v. Adista Notizie n. 41/22).

    L’intervento di Ghizzoni arrivava a due giorni dalla presentazione del I Report della Cei, lacunosissimo, sugli abusi (v. Adista Notizie n. 40/22), nel quale i dati sui casi erano molto poveri, provenendo da appena 30 centri d’ascolto diocesani, attivi da meno di due anni (gli unici che avevano ricevuto segnalazioni) su un totale di 90 (su 226 diocesi, di cui alcune accorpate).

    Addirittura un quarto delle diocesi totali (sessanta) si era sottratto all’indagine, in alcuni casi persino dove sono in corso processi penali contro preti accusati di pedocriminalità. Con tutto ciò, occorre rilevare che, nonostante il limitato arco temporale di esame, i numeri del Report CEI erano preoccupanti: pur in un periodo in cui la pandemia ha limitato i contatti (biennio 2020-2021), si parlava infatti di ben 89 presunte vittime e 68 presunti autori: un numero rilevante.

    Il controreport pubblicato il primo febbraio dalla Rete L’abuso portava le cifre relativa a 13 anni di monitoraggio: 88 preti non noti segnalati dalle vittime che, per improcedibilità spesso legata alla prescrizione, non sono conosciuti alle autorità civili; 166 preti accusati, attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva in Italia, compresi coloro che si sono salvati grazie alla prescrizione; 164 condannati in via definitiva, per un totale di 418. Dati che sarebbero utili alla Cei: «Nei due incontri che ho avuto col cardinale ero disposto a consegnare i dati dei non procedibili. Ma non li hanno voluti», ha detto Zanardi (v. Adista n. 5/23).

    Le carenze della “via italiana”
    Le vittime «ascoltate» da Zuppi, con ogni probabilità, sono tra quelle che si sono rivolte ai centri d’ascolto, e che dunque accettano, senza metterla in discussione, la “via italiana” del cardinale. Ben diverso l’approccio e la posizione di Zanardi. Durante la conferenza stampa di chiusura dell’assemblea Cei del 27/5/22, il presidente della Rete L’Abuso aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulla linea che la CEI aveva deciso di adottare per contrastare la pedofilia clericale, ottenendo da Zuppi la promessa di vedersi successivamente.

    Durante gli incontri, avvenuti durante l’estate, che «in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti» (Il Post, 9/9), è emersa la distanza di vedute riguardo alle modalità dell’indagine, tanto per ciò che riguardava lo spazio temporale che la Cei intendeva mettere sotto la lente d’ingrandimento, giudicato troppo breve, quanto per il rifiuto dei vescovi di prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, quanto per l’indipendenza dell’istituzione (l’Università cattolica di Piacenza) incaricata di esaminare i dati raccolti. Senza parlare dell’inefficacia degli stessi centri d’ascolto, cui manca il requisito della terzietà indispensabile per garantire un ascolto obiettivo: «Il 70-80% delle persone che subiscono abusi – rilevava su Il Post (9/9) Zanardi – non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli sportelli diocesani, costituiti nel 2019»; «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro.

    In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso». La chiave di lettura, insomma, deve essere quella del principio di “Interesse superiore del minore”, all’interno del quale la Rete l’Abuso agisce anche sul piano delle azioni verso lo Stato italiano e verso gli
    organismi sovranazionali come Unione europea e Onu. (ludovica eugenio)

  • La terribile storia del gesuita spagnolo Alfondo Pedrajas – detto “padre Pica” – che in Bolivia abusò di oltre 80 ragazzi. Uno scandalo ripugnante silenziato in molti Paesi

    La terribile storia del gesuita spagnolo Alfondo Pedrajas – detto “padre Pica” – che in Bolivia abusò di oltre 80 ragazzi. Uno scandalo ripugnante silenziato in molti Paesi

    (L.B., R.C. – a cura Redazione “Il sismografo”) Da quando “El País” (Spagna), con documenti originali e diverse testimonianze, raccontò la spaventosa vicenda del presbitero pedofilo Alfonso Pedrajas Moreno, missionario gesuita, che nell’arco di 40 anni circa abusò sessualmente di oltre 85 ragazzi nei collegi della Compagnia di Gesù, in America Latina si sta scrivendo molto. La vicenda di questo prete, chiamato “padre Pica”, non si circoscrive solo alle narrazioni sconvolgenti – vere confessioni – di un sacerdote pedofilo seriale. I documenti manoscritti del gesuita, i file del suo computer, coinvolgono numerosi altri confratelli, suoi superiori, e quindi tracciano anche una sorta di mappatura della politica dell’occultamento degli abusi nell’arco di quattro decenni, dagli inizi degli anni ’60 fino al 2008. Ecco perché il caso di “padre Pica” è un’ulteriore dimostrazione del carattere sistemico della pedofilia clericale.
    Padre Pedrajas, missionario in America Latina, ma …
    In molti Paesi, fra cui l’Italia, la storia è stata sino ad oggi sconosciuta oppure silenziata. In Bolivia sono intervenute diverse volte, per chiedere perdono e promettere verità e giustizia, la principale diocesi coinvolta (Cochabamba), la Conferenza episcopale boliviana e la Provincia della Compagnia di Gesù.
    Il gesuita Alfonso Pedrajas era nato in Spagna (Valencia) nel 1947. Fu missionario in America Latina (Perú, Ecuador e Bolivia) dove morì nel 2009 colpito da un cancro stomacale. Dopo un po’ di tempo, sono rientrati in Spagna alcuni dei suoi effetti personali, tra cui un computer che aveva affidato al suo ultimo compagno, e un diario personale in parte manoscritto (oltre 380 cartelle) nel quale racconta nel dettaglio tutti i suoi singoli abusi sessuali su ragazzi, giovani e anche novizi dei quali fu Direttore. Gli abusi narrati dal sacerdote sono esattamente 89 e l’ultimo che viene registrato in questo diario degli orrori – intitolato “La Storia” – è dell’ottobre 2008, poco più di un anno prima di morire e già gravemente malato. Il Diario di Alfonso Pedrajas comincia nel 1960 e gli eventi orrendi che si raccontano coprono un ampio arco di tempo, decenni, e ciò spiega il perché i gesuiti boliviani, che hanno ora aperto un’indagine ma che conoscevano i fatti da oltre 10 anni, sono stati costretti in questi giorni a sospendere diversi confratelli che in passato hanno avuto a che fare con “padre Pica” perché suoi superiori.
    Fernando Pedrajas, nipote del gesuita pedofilo, legge il Diario e denuncia
    La testimonianza del nipote del gesuita spagnolo, Fernando Pedrajas, è stata la chiave di volta per far crollare l’omertà su questi eventi coperti da un oblio voluto e organizzato.
    Il giornalista de “El País”, Julio Núñez, ha raccontato martedì scorso nel programma “Que no me pierda” come si sono sviluppati gli eventi e come questa storia è arrivata nelle mani de “El País” dal nipote di “padre Pica”. Il giornale entrò in contatto con un lettore che aveva spedito una e-mail ai redattori che stanno da tempo seguendo e documentando i fatti di pedofilia in Spagna. Il lettore – sappiamo oggi che si trattava del sr. Fernando Pedrajas – diceva si essere in possesso di un diario personale di un suo parente, tale “padre Pica”, nel quale confessava numerosi atti di pedofilia. Aggiungeva di aver provato a denunciare suo zio, già morto, usando il contenuto del diario, ma senza successo. In sostanza nessuno gli aveva dato ascolto. Il nipote chiedeva al giornale di aprire un’indagine. Da quel momento, i giornalisti cominciarono a leggere le 383 pagine del file “La Historia”. Sembrerebbe quasi certo che l’ultimo compagno di padre Pica fosse a conoscenza del contenuto del diario e quindi  che padre Pica fosse un pedofilo seriale. Dopo la morte di p. Pedrajas, il suo compagno inviò tutto alla famiglia a Madrid: computer, lettere, il diario, fotografie … Tutto però restò fermo  in un magazzino. Un giorno, nel 2011, il nipote Fernando dovendo sgomberare alcuni spazi per lavori di restauro, scoprì il diario dello zio. Con questo materiale in mano – dopo un’attenta e sbalordita lettura – lo stesso 2011 fece la denuncia alla procura, alla Compagnia di Gesù, al Collegio gesuita di Cochabamba “Giovanni XXIII”, in Bolivia, del quale questo suo zio, “padre Pica”, era stato anche rettore. Alla fine, di fronte alle risposte ricevute – “reati prescritti”, “è morto e non si processano i morti” – Fernando Pedrajas prese la decisine di rivolgersi ai giornalisti de “El País”.
    Perché nessuno fermò il prete Alfonso Pedrajas?
    Julio Núñez, giornalista de “El País” racconta che alla fine dello scorso mese d’ottobre 2022, le comunicazioni tra Fernando Pedrajas e la Compagnia di Gesù “sono state interrotte a causa della mancanza di fiducia”.  La Compagnia ha dichiarato a “El País” che la denuncia fatta dal nipote non era valida poiché era stata inviata tramite la posta elettronica, quindi in una modalità non riconosciuta e accettata dal Diritto Canonico”. Il giornale spagnolo scrive che “attualmente sappiamo che è stata aperta un’inchiesta i cui risultati sono stati mandati a Roma e successivamente in Vaticano”.
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    In queste ore le inchieste de “El País” (Spagna) rivelano un altro scandalo di pedofilia che coinvolge ancora i gesuiti della Bolivia. L’ex gesuita Pedro Lima, spagnolo, dichiara di aver denunciato, anni fa, altri due membri della Compagnia ugualmente spagnoli – Luis Tó e Antonio Gausset Capdevilla – che avrebbero abusato di decine di ragazzi e novizi. Dopo questa sua denuncia al provinciale Ramón Alaix, anche lui spagnolo, ricevette l’ordine di lasciare subito la Compagnia di Gesù. I fatti risalirebbero al 2001 secondo Lima.
    Fonte – El País
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    (es) Padre Hans Zollner, disertante del Seminario, Prevención de Abusos en  la Iglesia en Bolivia – 23 marzo 2023  (Video)
  • Chiedono al Papa che “intervenga” la commissione vaticana antiabuso dopo le dimissioni di Zollner

    Chiedono al Papa che “intervenga” la commissione vaticana antiabuso dopo le dimissioni di Zollner

    Dopo le sorprendenti dimissioni di Hans Zollner, le acque continuano a scendere in tumulto per la Pontificia commissione vaticana per la tutela dei minori , da cui il gesuita è uscito a gran voce alla fine dello scorso marzo.

    Ora, l’ex presidente dell’Irlanda, Mary McAleese, e la sopravvissuta agli abusi a Dublino, Marie Collins, hanno scritto una lettera al Papa chiedendo “una revisione esterna e indipendente” di quell’organismo vaticano, considerato la punta di diamante per combattere il flagello della pedofilia ecclesiastica, ed è stato creato da Francisco nel 2014.

    Profonda preoccupazione

    Nella loro lettera, entrambe le donne hanno espresso “profonda preoccupazione” per le dimissioni della commissione “del suo membro fondatore più esperto, rispettato a livello mondiale e illustre , padre Hans Zollner SJ”, riferisce The Irish Times

    Nelle sue dimissioni, spiegate in una conferenza stampa a Roma, Zollner ha invitato la Pontificia Commissione, presieduta dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, a  prendere sul serio i principi di “trasparenza, compliance e responsabilità” .

    Secondo McAleese e Collins, ci sono tentativi da parte di eminenti personalità della Chiesa “di screditare padre Zollner” , la cui integrità e onestà, a loro avviso, “sono fuori dubbio. Il suo impegno nel proteggere i bambini all’interno della chiesa non è secondo a nessuno”.

    “Tu, che hai nominato padre Zollner, sai dello straordinario rispetto che il suo lavoro gli ha guadagnato in tutto il mondo e che è stato fondamentale per ricostruire la fiducia infranta delle vittime e dei fedeli”, sottolineano nella lettera.

    Evita di affondare la commissione

    Per questo hanno esortato il Papa a evitare che  la commissione ora “affonda senza lasciare traccia e porti con sé la credibilità della Santa Sede” , ricordando che questo organismo – di cui faceva parte la stessa Marie Collins, fino a quando anche lei ha presentato le sue dimissioni nel 2017 per la “resistenza” che vi ha incontrato – “era, all’inizio, un’iniziativa papale gradita e necessaria”, e che “un decennio dopo, ha bisogno di un altro intervento papale”.

    ” Gli auguriamo successo nel gestire questa sfortunata situazione che può solo causare più angoscia alle vittime , specialmente a coloro le cui speranze erano state suscitate, solo per essere nuovamente deluse”, McAleese e Collins concludono la loro petizione al Papa.

    https://www.religiondigital.org/vaticano/Piden-Papa-intervenga-Vaticano-Zollner_0_2556644326.html

  • Caso Orlandi, Pietro: “Non chiedo scusa su Wojtyla, lui sapeva la verità su Emanuela e ha taciuto”

    Caso Orlandi, Pietro: “Non chiedo scusa su Wojtyla, lui sapeva la verità su Emanuela e ha taciuto”

    “Non mi scuso per le frasi su Giovanni Paolo II perchè non ho offeso mai nessuno, ho ritenuto opportuno fare ascoltare un audio, poi che io abbia detto quella frase, che Wojtyla usciva di nascosto, è una frase che dicevano tutti quanti, non era considerata una cosa grave però qualcuno ha voluto legare questa situazione alle parole di questo componente della banda della Magliana”.

    Lo dice Pietro Orlandi, fratello della 15enne scomparsa nel giugno del 1983, intervistato da “Verissimo”, tornando sulla bufera innescata dalle sue dichiarazioni sulle uscite notturne del papa polacco dopo l’audizione col promotore vaticano.

    “Io sono sempre stato convinto che lui sapesse che cosa era successo a Emenuela, ricordo quando venne a casa da noi e ci parlò di terrorismo internazionale, ci assicurò che avrebbe fatto il possibile ma poi permise al silenzio e all’omertà di calare su questa vicenda, ha mantenuto il silenzio fino alla fine, così è successo per Ratzinger e Papa Francesco lo ha fatto per dieci anni, forse ora hanno capito che il silenzio non è servito, questi 40 anni passati non posso però dimenticarli e la parola perdono l’ho cancellata dal vocabolario”.

    “Quando sento la dichiarazione del segretario di Stato, Parolin – ha quindi aggiunto – sono contento che dica che con questa inchiesta dobbiamo fare chiarezza per una madre che soffre, ma questa madre adesso ne ha 93 di anni e in questi 40 anni non mi sembra che nessuno si sia stracciato le vesti per lei”.

    “Emanuela è stata rapita e portata a Londra”

    “Quando sono usciti quei documenti”, prosegue Orlandi a proposito della pista del rapimento di Emanuela e del suo trasferimento a Londra,  “tutti li hanno bollati come falsi, ridicoli, anche il Vaticano però non mi hanno mai risposto alla domanda come mai stavano in una cassaforte della Prefettura degli Affari economici. Non ho abbandonato quella pista, credo che Emanuela sia stata portata là e più che la Banda della Magliana c’entra Renatino De Pedis, Emanuela è stata presa per ricattare qualcuno, De Pedis è stato utilizzato come manovalanza”.

    “Io ci credo al passaggio raccontato dalla Minardi – continua sulle dichiarazioni di Sabina Minardi nella serie documentario di Netflix “Vatican girl” -, in quel momento era stata consegnata al Vaticano, poi se un abuso abbia avuto luogo potrebbe essere stato per creare l’oggetto di un ricatto”.

    “Se il  Vaticano volesse l’inchiesta durerebbe pochissimo”

    Orlandi ha esordito nella trasmissione affermando che per lui Emanuela “è viva”, “la sento viva”. “Il Vaticano – ha infine accusato – da 40 anni fa di tutto per evitare che la verità possa uscire altrimenti non mi posso spiegare tutti i comportamenti di questi 40 anni”. L’inchiesta aperta dai ‘pm’ d’Oltretevere, comunque, “io l’ho presa come cosa positiva – afferma -, da qualche parte dovrà portarci, questa inchiesta secondo me potrebbe durare pochissimo perchè io l’ho sempre detto, con un pò di buona volontà potrebbero farla durare pochissimo”.

    “Mia madre mi chiede sempre: ‘Hai trovato Emanuela’”

    “Quando vado a trovare mia madre lei mi chiede sempre ‘ma allora Emanuela l’hai trovata?’ Lei aspetta sempre la bella notizia, che prima o poi arriverà, sono sempre ottimista” ha aggiunto. Quanto al presunto dossier, Pietro Orlandi ha affermato: “Lo vide il cameriere del Papa, Paolo Gabriele che era amico mio, e lo stesso padre Georg lo disse al mio avvocato, le disse ‘il dossier c’è ma sta in segreteria di Statò, quindi quando ora dice che lui non ce l’ha è vero”.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2023/04/30/news/emanuela_orlandi_pietro_accuse_pedofilia_wojtyla-398225570/

  • Molestie sessuali su un minore, per l’ex sacerdote arriva una nuova condanna

    Molestie sessuali su un minore, per l’ex sacerdote arriva una nuova condanna

    È di queste ore la notizia di una nuova condanna per l’ex sacerdote di Palestrina (Roma) Don Antonello Sio. Quattro mesi di carcere per molestie sessuali ai danni di un minorenne. La seconda condanna dopo quella di inizio 2022 in cui l’uomo era già stato condannato a 17 mesi di carcere dal tribunale di Civitavecchia.

    Una storia di molestie che hanno superato il confine della decenza e che hanno fatto diventare la vita di un 16enne un vero e proprio incubo. Il tutto è iniziato nel lontano 2016 quando il parroco della Santissima Annunziata di Palestrina stava accompagnando un gruppo di ragazzi ad un centro estivo in Sardegna.

    Proprio durante la traversata in mare aperto avviene l’atto sessuale con il sacerdote che costringe il giovane ad avere un rapporto intimo con lui e da li inizia l’incubo senza fine. Nel 2019 il sacerdote continua a tempestare di messaggi il ragazzo, da qui l’accusa del Pm Mario Palazzi di molestie sessuali, sui vari social e quindi parte il nuovo processo in cui il giovane si è costituito parte civile ed è stato seguito dall’avvocato Ennio Maria Carrozzini.

    https://www.frosinonetoday.it/zone/valle-del-sacco/molestie-sessuali-minore-ex-sacerdote-nuova-condanna.html

  • Un prete è stato arrestato e poi scarcerato dopo aver molestato una ragazza

    Un prete è stato arrestato e poi scarcerato dopo aver molestato una ragazza

    Un prete nigeriano di 34 anni che vive in Italia da 13 anni era stato posto in stato di fermo per violenza sessuale ai danni di una 27enne. Ma nel corso dell’udienza per direttissima di ieri, il tribunale di Roma non ha convalidato l’arresto perché “è mancata la flagranza di reato”.

    A fare luce sul caso è il Corriere della Sera. Il 34enne, con una serie di precedenti per resistenza a pubblico ufficiale, è stato rimesso in libertà e tra qualche giorno dovrà lasciare l’Italia, dopo che la sua domanda di asilo politico è stata respinta.

    L’uomo era stato denunciato dalla 27enne, che ha riportato di essere stata palpeggiata mentre passeggiava nel parco di Tor Tre Teste, nella zona Est di Roma. Stando a quanto raccontato alla polizia, la ragazza è stata avvicinata dal prete che, in quel momento, indossava un turbante in testa e una mascherina sul viso. Senza presentarsi, l’uomo indica il fondoschiena della ragazza e le domanda come si chiama in italiano. Lei rimane in silenzio. Lui ripete la domanda. Poi allunga la mano e le tocca il fondoschiena. Lei spaventata, scappa, mentre veniva seguita dal prete, prima che quest’ultimo si allontanasse. Fortunatamente, la ragazza incrocia una volante della polizia e racconta agli agenti quanto accaduto.

    In poco tempo, i poliziotti riescono a raggiungere il prete e lo arrestano. Poi il colpo di scena. In Aula, il 34enne si è difeso affermando di non aver avuto alcuna intenzione di violentarla. “Non volevo infastidirla. L’ho toccata con un dito, poi vedendo che non mi rispondeva mi sono allontanato –  si giustificato così l’uomo – ho pensato che non parlasse italiano e non capisse a qualche parte del corpo mi riferivo”. Anche la pm Santina Lionetti aveva proposto la scarcerazione, con obbligo di firma. E così il prete è tornato in libertà.

    https://www.today.it/cronaca/prete-arrestato-scarcerato-molestato-ragazza-roma.html

  • Pedofilia: petizione a Ue per invitare Italia a rispetto norme

    Pedofilia: petizione a Ue per invitare Italia a rispetto norme

    E’ stata presentata nel corso di una conferenza stampa on line la petizione proposta da “La Rete L’Abuso”, associazione, con sede a Savona, che si occupa di sopravvissuti alla pedofilia del clero in Italia, al Parlamento Europeo.

    Il 16 febbraio scorso il presidente dell’associazione, Francesco Zanardi aveva presentato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione di Roma un report sui casi tracciati dall’associazione con nomi e cognomi di 418 preti italiani che, secondo i dati in possesso dall’associazione, sarebbero pedofili.

    “La Procura Generale ha girato l’informativa al Comando generale dell’Arma del Carabinieri e alla Polizia – dice Zanardi – ma, a tutt’oggi, non è successo nulla. Non ci hanno chiesto neppure i nomi di questi preti”.

    Con la petizione, La Rete l’Abuso chiede al Parlamento europeo di fare rispettare all’Italia le norme come quella della accesso alla giustizia, con un obbligo di denuncia più concreto, di estendere la tutela dei minori, con obbligo di denuncia per tutti i cittadini che sono venuti a conoscenza di una violenza.

    E poi, c’è il grande nodo della prescrizione che, attualmente, è di 20 anni dalla data in cui è avvenuto il reato.

    “Per chi come me ha subito una violenza- dice Zanardi – sappiamo che per la rielaborazione di questo trauma profondo possono volerci molti più anni”.

    Alla petizione le vittime potranno contribuire anche senza passare da La Rete, e in forma anonima, integrandola con le loro richieste, dichiarazione e testimonianze. (ANSA).
    YUR-FK/

  • Comunicato stampa – “Eccesso di tutela dei pedofili”, l’Italia deferita a UE, per la seconda volta all’ONU – Conferenza stampa – VIDEO integrale

    Comunicato stampa – “Eccesso di tutela dei pedofili”, l’Italia deferita a UE, per la seconda volta all’ONU – Conferenza stampa – VIDEO integrale

    Nelle conclusioni domanda:

    Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli in ambito di società civile, volontariato e istituzioni religiose, di proteggere se stessi dall’abuso sessuale. Oggi lo Stato membro non è in grado di garantire ai cittadini dell’Unione di circolare con stessi diritti al suo interno e garantirne quei parametri di tutela fondamentali:
    quali iniziative l’Unione Europea ha intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali nello Stato membro;

    se intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo della denuncia a tutti i cittadini e di richiedere il cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato;

    se e di quali elementi statistici disponga il Governo italiano circa i procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, compresi quelli che vedono indagati o imputati ministri di culto;

    se e quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, al fine di valutare l’opportunità dell’istituzione di un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia;

    se e quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia.

    Francesco Zanardi

     

    Relatori;

    Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO Avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio permanete Rete L’ABUSO Interverranno; Simone Padovani – Justice Initiative – Guido Fluri; Federico Tulli – Giornalista e autore di “Chiesa e pedofilia” – “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – insieme ad Emanuela Provera di “Giustizia divina” Timothy Law – ECA – Global Justice Project; Ludovica Eugenio (ADISTA) – Coordinamento ItalyChurchToo

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  • PARLAMENTO EUROPEO al Presidente della Commissione per le Petizioni

    PARLAMENTO EUROPEO al Presidente della Commissione per le Petizioni

    Il sottoscritto, Sig. Francesco Zanardi, nato a Torino il 19 Luglio 1970, CF ZNRFNC70L19L219W, premesso che agisce nel presente atto in qualità di Presidente pro tempore delle ONG Rete L’ABUSO – Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – CF 92109400090; Rete L’ABUSO – Human Rights Connct EDV/ETS (Registro nazionale) – C.F. 92111440092

     

    PREMETTE

     L’esponente e l’Associazione in epigrafe attraverso la Petizione n. 1238/2010 ritenuta dall’Ufficio procedibile, sollevò alcune perplessità sull’attuazione pratica in Italia della direttiva europea 2010/0064 ritenendo che se pur innovativa, nell’applicazione italiana ostacolata da carenze dovute al disallineamento del paese con gli standard imposti dalle convenzioni internazionali ai quali la stessa si appoggiava; termini di prescrizione troppo brevi ad ostacolo del perseguimento dei reati; necessità di estendere l’obbligo della denuncia a tutti i cittadini; necessità di un obbligo di trattamento e monitoraggio per i detenuti; necessità di un database nazionale di pubblico accesso.

     

    L’Ufficio, dopo aver esaminato la petizione riteneva conclusa l’esamina e archiviava motivando con alcuni passaggi che sottolineiamo:

     

    “La direttiva fornisce un sostanziale contributo alla tutela dei minori contro l’abuso sessuale, in particolare relativamente alle questioni sollevate dal firmatario:

    – gli Stati membri sono obbligati a perseguire i reati di abuso sessuale sui minori per un periodo di tempo sufficiente successivamente al raggiungimento della maggiore età da parte della vittima, che risulti commisurato alla gravità del reato in questione;

    – gli Stati membri sono obbligati a garantire che le norme di riservatezza imposte a determinate categorie professionali principalmente correlate ai minori non costituiscano un ostacolo per la denuncia degli abusi, nonché di incoraggiare chiunque sia a conoscenza di un abuso, o ne abbia il sospetto, a denunciarlo ai servizi competenti. Tale disposizione integra l’obbligo generale di denuncia di un crimine presente nella legislazione nazionale;

    – gli Stati membri sono obbligati a garantire la disponibilità di programmi o misure d’intervento efficaci, al fine di prevenire e minimizzare i rischi di reiterazione dei reati, nonché l’accesso a tali programmi da parte dei detenuti per reati sessuali a danno dei minori e degli imputati nei processi penali;

    – rimuove gli eventuali ostacoli allo scambio di informazioni in materia di condanne e interdizione per reati sessuali contro i minori, nell’ambito dell’attuazione del sistema europeo d’informazione sui casellari giudiziari, al fine di garantire una maggiore affidabilità delle verifiche da parte dei datori di lavoro.

     

    Gli Stati membri sono destinatari della presente direttiva. Non sussiste alcuna distinzione per motivi religiosi, pertanto la legislazione nazionale di recepimento della direttiva deve essere interamente applicabile a qualsiasi cittadino soggetto alla giurisdizione degli Stati membri, compresi ì membri della Chiesa cattolica.

    La Commissione ritiene che, contrariamente a quanto sostenuto dal firmatario, la direttiva sia estremamente utile per il rafforzamento della tutela dei minori contro l’abuso sessuale in Europa.

     

    Gli Stati membri devono recepire la direttiva entro il 18 dicembre 2013. La Commissione sottoporrà una relazione al Parlamento europeo e al Consiglio in merito all’attuazione di tali misure entro il 18 dicembre 2015.”

    L’Italia con la legge 172/2012 ratifica la Convenzione di Lanzarote, il primo strumento internazionale con il quale si prevede che gli abusi sessuali contro i bambini siano considerati reati. Questa come sappiamo introduce una serie di importanti implementazioni in materia di reati sessuali alle quali i paesi si devono adeguare.

    Dieci anni dopo la sua ratifica però vediamo vanificarsi in Italia per la sua inapplicabilità.

    ESPONE

    Il c.d. certificato anti pedofilia si è dimostrato nell’applicazione del legislatore italiano un vero boomerang in quanto lasciando scoperta in particolare tutta la fascia del volontariato, ha convogliato in quell’ambito tutti i predatori accertati, impossibilitati dal certificato stesso ad agire in altri contesti.

    Situazione che si aggrava ulteriormente in tutte le realtà di associazioni, COOPERATIVE di servizi e confessioni religiose, esenti in Italia dall’esibizione del certificato, in quanto considerate volontariato o offerenti lavoro subordinato.

    Realtà che, in questi casi, come è ben noto, tendono a gestire internamente il crimine prediligendo la tutela e il buon nome della propria immagine e questi gruppi di associazioni, non essendo pubblici ufficiali, in Italia sono esenti dall’obbligo della denuncia, che nei più dei casi – indotti dal vuoto legislativo – è omessa sistematicamente.

    Certamente un incentivo ulteriore per il predatore, che trova al loro interno piu tutela nell’omissione della denuncia, qualora venisse denunciato.

    L’ulteriore effetto collaterale, oltre le vittime prodotte, di cui puntualmente nessuno si fa carico in quanto si svelerebbe l’accaduto, è non segnalare l’abusante, limitandosi ad allontanarlo. Permettendo così, qualora non abbia precedenti, di introdursi anche in ambienti dove è necessario il certificato, vanificandolo ulteriormente. (link 1)

    Lo scorso 17 novembre, la Conferenza Episcopale Italiana ha rilasciato a proposito un indicativo report sugli abusi sessuali all’interno del clero (all. 1) nel quale la stessa CEI indica che, dai dati pervenuti in due anni (2020 -2021) da soli 30 sportelli delle 166 diocesi italiane che li hanno promossi (circa il 73% del totale), i laici denunciati in ambito ecclesiastico sarebbero 23 dei 68 segnalati. Il 33,8%.

    Proprio in materia, pochi giorni fa, Papa Francesco ha introdotto, integrando nel motu proprio del 2019 Vos Estis Lux Mundi, norme specifiche anche per i laici, le cui denunce però, per stesso volere del legislatore vaticano, resteranno rigorosamente interne quanto quelle dei sacerdoti, senza alcun obbligo quindi, di trasmissione alle Autorità del paese.

    Anche in materia di audizione protetta rileviamo gravi violazioni e in alcuni casi violenze a danno delle vittime. E questo avviene purtroppo in ogni ambito di confessioni religiose e associative, anche quelle minori o al di fuori della chiesa cattolica, maggiormente citata unicamente per la quantità dei casi denunciati all’Associazione.

    Sempre il motu proprio del 2019 introduceva i c.d. sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili. Uffici privi di consenso informato, inadeguati alla regolamentazione vigente in materia di privacy, ai quali la vittima accede senza neppure l’assistenza del proprio difensore di fiducia, non prevista. Si depone sottoscrivendo una denuncia/relazione spesso raccolta da sacerdoti o volontari che non hanno alcuna competenza e che tuttavia non agiscono in nome della legge dello Stato, ma in base al codice canonico che regolamenta questi sportelli e lo stesso Motu proprio, basato sul sesto comandamento del decalogo. Tutto senza dare copia alla vittima e senza sapere che uso ne sarà fatto.

    Tutto praticamente sulla fiducia spesso indotta dalla fede.

    In molte occasioni viene chiesto alle vittime di sottoporsi ad una perizia per conto dello stesso tribunale canonico, di cui anche in questo caso non verrà data copia dell’esito.

    Come nel caso della denuncia in assenza del difensore, anche in questo caso la modalità è identica e da diverse testimonianze che ci pervengono attraverso i nostri assistiti – che in qualche caso scaltramente ne hanno registrato gli incontri – sentire il peritante accusare la vittima (nello specifico caso 11nne all’epoca dei fatti), colpevolizzandola per non essersi sottratta al prete. Come, ad esempio, nel caso specifico citato sopra e documentato con registrazione audio video, del nostro associato di Napoli, provocando un ricovero in psichiatria al malcapitato Arturo Borreli.

    Come documentato all’allegato 6, da pagina 15. Qui il video delle violenze apparso nella famosa trasmissione di Mediaset – LE IENE – Accuse di pedofilia: come indaga la chiesa – malgrado la gravità, senza riscontri da parte degli organi istituzionali.

    L’esito delle procedure canoniche, avviate presso gli sportelli diocesani, da quanto denunciano le stesse vittime e documenta l’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, al di là dell’omissione sistematica della comunicazione alla magistratura, al di là della “pena” irrisoria data dalla chiesa – nel piu dei casi una sospensione dal sevizio – registriamo anche diversi casi dove,  le condanne comunicate alle vittime risultano mendaci, tanto da ritrovare il prete condannato a 5 anni di sospensione, dirigere due parrocchie insieme al fratello, accusato anch’esso di stupro ai danni di un’invalida (link 1).

    Registriamo anche diversi tentativi, documentabili, di comprare, attraverso accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, il silenzio delle vittime. In genere 25.000€ non a titolo di indennizzo ma per non rivelare l’accaduto a nessuno, lasciando quindi il sacerdote libero di continuare (link 2). In altri casi, molti meno, l’accordo tra le parti è strumento per evitare che, durante il processo il prete o la diocesi si trovino contro la vittima e le parti civili.  (link 3)

    Naturalmente l’Associazione scrivente ha più volte denunciato queste circostanze al Garante e sul territorio, e tramite i legali delle vittime approdati nei tribunali italiani, grazie alle querele, senza però ottenere riscontri.

    Il 1° febbraio scorso, a seguito del report della Conferenza Episcopale Italiana, le vittime raccolte nella Rete L’ABUSO – che va tristemente fatto notare è l’unica associazione in Italia che dà voce ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero offrendo un’assistenza legale – hanno prodotto un contro report per dimostrare, non solo quanto gravi fossero i dati di soli 2 anni diffusi dalla stessa CEI ma per dare un’immagine più chiara del panorama italiano che l’associazione, con i dati in suo, possesso ha censito in modo, se pur incompleto, a ritroso dei 13 anni di presenza sul territorio (Report completo all. 2).

    Il report contiene 418 sacerdoti accusati, censiti attraverso le denunce dei nostri associati. Numeri, certamente, in difetto rispetto all’entità reale del fenomeno in Italia, che stando agli studi accreditati in materia, come quello di Richard Sipe, avrebbero un potenziale di 29.260 vittime minorenni.

    Il report, con i dati suddivisi per Regione, è stato doverosamente trasmesso alla Procura Generale della Repubblica lo scorso 16 febbraio, nell’ottica di un intervento preventivo che spingesse l’Autorità Giudiziaria all’acquisizione dei nominativi, molti mai denunciati alle autorità, procedendo d’ufficio (come accaduto in Spagna nell’assenza di iniziative governative).

    Ma ad oggi questo non è accaduto.

    Importante notare che l’Associazione, in assenza di canali percorribili che permettano la comunicazione dei casi all’AG, è stata costretta per sua tutela, a non comunicare l’elenco dei nomi. E questo perchè si sarebbe esposta alla possibilità di querela da parte di chi segnalato, trovandosi poi costretta, per difendersi, a coinvolgere gli stessi querelanti, in molti casi in procedimenti per loro prescritti, e per ciò non denunciati all’AG. Si è evitata in questo caso l’inutile alternativa (indicativa del problema) soprattutto per non creare ulteriore danno alle vittime ed evitare una riesumazione del trauma, di fronte al quale poi non avrebbero avuto alcun supporto psicologico.

    Dunque l’Associazione, pur mettendo a disposizione l’elenco, in assenza di altri canali percorribili di segnalazione ai fini preventivi, è costretta a sperare che l’AG li acquisisca convocandoci.

    Il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite esaminava il reclamo relazionato dall’Associazione in epigrafe (all. 3) durante il rapporto periodico dell’Italia esprimendo a riguardo le seguenti conclusioni;

    “21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.” al paragrafo 21 le osservazioni conclusive (all. 4)

    A precedere il reclamo della Rete L’ABUSO all’ONU, una interrogazione parlamentare dell’Onorevole Matteo Mantero – senza risposta (link 3), una successiva diffida da noi inviata agli organi di Governo italiano – senza risposta (all. 5), una denuncia depositata presso la Procura della Repubblica di Savona – archiviata malgrado sussistesse la procedibilità d’Ufficio (all. 6 – alleghiamo solo corpo del testo centrale depositato per motivi di ampiezza del fascicolo, integralmente disponibile dal nostro datacenter, accedendo a https://retelabuso.eu/index.php/s/Ls6g3aiQ9ZSc53c), password xxxxxxx.

    La recente commissione d’inchiesta CIASE ha ravvisato che in Francia, in un arco temporale di circa 70 anni, ben 3000 sacerdoti cattolici abbiano abusato sessualmente di 216.000 minori. Non è noto per quante volte. Secondo la Commissione CIASE, aggiungendo l’indotto cattolico, il numero di vittime raggiungerebbe le 330.000.

    Tuttavia, tenendo conto delle “sole” 216.000 vittime dei 3000 religiosi, ogni sacerdote cattolico francese avrebbe abusato, mediamente, di 72 bambini. Un dato che va indubbiamente ben oltre la media dei reati attribuibili in ambito laico.

    La Francia ha mantenuto nei 70 anni in esame circa 2/5 dei sacerdoti che ha avuto l’Italia, e se anche l’Italia segue la statistica percentuale come in Francia e negli altri paesi, e non vi è motivo di pensare non sia così, è verosimile quindi che più di 7.000 sacerdoti italiani risultino pedofili. Come confermerebbero anche le proiezioni redatte dal collega Mark Vincent Healy (link 4): il potenziale di vittime in Italia sarebbe pari a circa un milione.

    -o-O-o-

     L’Associazione Rete L’ABUSO, unico punto di riferimento e di supporto concreto per i sopravvissuti agli abusi del clero, oggi unica realtà in assenza dello Stato a monitorare il fenomeno sul territorio, è fortemente preoccupata. Non solo per i dati e la situazione che ci perviene attraverso i nostri assistiti ma, molto di più, per la sistematica inerzia dello Stato Membro, che da dodici anni, (per quanto possiamo documentare), è in cortocircuito nelle leggi e inadempiente verso l’interesse superiore del minore. Indifferente non solo alle varie istanze dei nostri avvocati, ma alle stesse interrogazioni parlamentari o alle raccomandazioni degli organi sovranazionali come nel caso delle Nazioni Unite.

    Si aggiunge che, al momento, il livello di consapevolezza tra la popolazione è insufficiente per permettere agli adulti di tutelare i minori e intervenire e non esistono canali affinché i bambini possano comprendere quei comportamenti non consoni da parte degli adulti e segnalarli.

    Non meno preoccupante la situazione dell’informazione nel paese, da diversi anni unilaterale ed omissiva della realtà che contorna questo tipo di notizie. Entrando nel merito specifico della chiesa, l’informazione risulta tanto parziale che in Italia pare non esistere un effettivo problema. Secondo la stampa il problema è risolto dalle leggi vaticane e dalla CEI, omettendo che queste nulla valgono sul territorio. Tutto puntualmente privo di contraddittorio da parte delle vittime o associazioni che puntualmente vengono negate nell’esistenza. Tutto nella costante l’assenza del contesto generale.

    Premesso questo, l’Associazione Rete L’Abuso

    CHIEDE

    Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli in ambito di società civile, volontariato e istituzioni religiose, di proteggere se stessi dall’abuso sessuale. Oggi lo Stato membro non è in grado di garantire ai cittadini dell’Unione di circolare con stessi diritti al suo interno e garantirne quei parametri di tutela fondamentali:

    quali iniziative l’Unione Europea ha intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali nello Stato membro;

    se intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo della denuncia a tutti i cittadini e di richiedere il cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato;

    se e di quali elementi statistici disponga il Governo italiano circa i procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, compresi quelli che vedono indagati o imputati ministri di culto;

    se e quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, al fine di valutare l’opportunità dell’istituzione di un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia;

    se e quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia.

    Fine della Petizione —————————————————————————————————————

    Il Presidente

    Francesco Zanardi

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