Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I sopravvissuti alle molestie del clero sono preoccupati e insultati dall’elezione di Papa Leone XIV

    I sopravvissuti alle molestie del clero sono preoccupati e insultati dall’elezione di Papa Leone XIV

    I gruppi che sostengono i sopravvissuti alle molestie del clero affermano di essere profondamente preoccupati e offesi dall’elezione di Papa Leone XIV, dopo che questi ha superato le domande sulla sua gestione dei casi di abusi sessuali da parte del clero all’inizio della sua carriera, diventando il primo leader della Chiesa cattolica romana nato negli Stati Uniti.

    Prima dell’ascesa al papato all’età di 69 anni, Robert Prevost era a capo di una congregazione dell’ordine religioso agostiniano nella sua città natale, Chicago, quando emersero le accuse secondo cui un prete e preside di una scuola superiore cattolica sotto la sua giurisdizione aveva molestato almeno uno studente e aveva conservato immagini di abusi su minori.

    Secondo quanto riferito, Prevost ha permesso al religioso di continuare a svolgere il suo incarico nonostante le accuse, sebbene l’ordine agostiniano abbia poi pagato un risarcimento multimilionario al sopravvissuto agli abusi e a dicembre abbia cacciato il sacerdote dall’ordine.

    Nel frattempo, Prevost non ha impedito a un altro sacerdote – il cui ministero era stato limitato in seguito alle accuse di abusi su minori – di risiedere in una residenza agostiniana vicino a una scuola elementare cattolica. E, durante il suo servizio come vescovo in Perù , Prevost ha ascoltato tre donne che hanno accusato due sacerdoti di abusi sessuali su di loro quando erano minorenni e da allora ha affermato che non ci sono prove che siano state fatte indagini approfondite sul sacerdote.

    Questa storia ha spinto la Survivors Network of those Abused by Priests (Snap) a sporgere denuncia contro Prevost a marzo, in base alla legislazione ecclesiastica attuata dal defunto Papa Francesco, che prevedeva potenziali misure disciplinari contro i vescovi che avessero chiuso un occhio sugli abusi commessi sia su bambini che su adulti considerati vulnerabili.

    La denuncia non ha impedito a Leo di essere eletto giovedì dopo un breve conclave in Vaticano , cosa che ha spinto Snap a rilasciare rapidamente una dichiarazione in cui esprimeva “grave preoccupazione per i suoi precedenti nella gestione dei casi di abuso”.

    In una dichiarazione separata, i sopravvissuti agli abusi sessuali sui minori (SCSA) hanno affermato che l’elezione di Leo è stata “un insulto”, dato che è stato prodotto dalla stessa gerarchia cattolica che non è riuscita ad affrontare la portata e la natura sistemica dello scandalo decennale delle molestie sessuali ai danni del clero nella chiesa mondiale.

    “La gerarchia cattolica non si è limitata a gestire male le accuse di abuso, ma ha anche industrializzato il processo”, si legge nella dichiarazione della SCSA. “Papa Leone XIV… era presente in sala durante tutto questo”.

    Entrambe le organizzazioni hanno esortato Leo ad attuare una vera e propria politica di tolleranza zero nei confronti delle azioni intraprese contro le denunce di abusi da parte del clero, nonché a fornire alle vittime dello scandalo un risarcimento dai beni della chiesa, tra le altre richieste.

    Mitchell Garabedian, l’avvocato di Boston che ha rappresentato i sopravvissuti agli abusi durante lo scandalo delle molestie sessuali da parte del clero raccontato nel film premio Oscar Spotlight , ha aggiunto: “La Chiesa cattolica deve capire che la sicurezza dei bambini innocenti non può essere sacrificata per un’esigenza obsoleta e ingiustificabile di proteggere la reputazione della Chiesa cattolica”.

    Parte dell’attenzione che circonda la gestione di questi casi da parte di Prevost risale al suo mandato di 11 anni alla guida della sezione del Midwest dell’ordine agostiniano a Chicago , a partire dal 1999. Durante quel periodo, si diffusero voci secondo cui il preside della Providence Catholic High School di New Lenox, Illinois, territorio di Prevost, avrebbe molestato una studentessa e possedeva immagini di abusi su minori sul suo telefono.

    Prevost, che è stato anche il leader mondiale degli Agostiniani per 12 anni a partire dal 2001, ha lasciato il preside, un sacerdote agostiniano di nome Richard McGrath, al suo incarico, una decisione che non ha spiegato, come ha precedentemente riportato il Chicago Sun-Times.

    McGrath si è ritirato nel 2017 dopo aver dovuto affrontare un’indagine sulle accuse mosse nei suoi confronti.

    Lo studente abusato, Robert Krankvich, fece poi causa nel 2018. E alla fine del 2023 la chiesa accettò di pagargli 2 milioni di dollari, prima che Krankvich morisse ad aprile all’età di 43 anni.

    “I soldi non fanno la felicità”, ha detto al Sun-Times il padre di Krankvich, anche lui di nome Robert. “Non gli hanno dato una conclusione.”

    Durante la causa intentata da Krankvich, McGrath si è rifiutato di rispondere se possedesse o meno immagini di abusi su minori, invocando il suo diritto costituzionale a non autoincriminarsi, secondo quanto riportato dal Sun-Times. Tuttavia, McGrath ha negato di aver molestato Krankvich ed è stato escluso dalla lista dei presunti abusatori agostiniani pubblicata nel 2024, sebbene si sia dimesso alla luce delle accuse mosse contro di lui.

    Ciononostante, in una dichiarazione rilasciata martedì, gli Agostiniani hanno confermato che McGrath è stato espulso dal loro ordine, secondo il sito di notizie Patch di New Lenox .

    A quanto pare, gli Agostiniani non hanno rivelato i fattori alla base delle dimissioni di McGrath, avvenute a dicembre ma di cui si è avuta notizia per la prima volta alla vigilia dell’inizio del conclave di due giorni che ha portato Prevost al papato.

    Separatamente, nel 2000, e ancora agli inizi del mandato di Prevost come capitolo agostiniano del Midwest degli Stati Uniti, l’ordine stanziò un sacerdote membro di nome James Ray nel convento di St John Stone a Chicago. Il convento era adiacente a una scuola elementare e, dal 1991, a Ray fu vietato di lavorare a contatto con i bambini a causa delle accuse di molestie su minori. Le associazioni di sopravvissuti affermano che queste azioni non sono indicative di un’organizzazione che fa tutto il possibile per proteggere i bambini. Il Vaticano avrebbe replicato che non era stato Prevost ad autorizzare la sistemazione di Ray nel convento.

    Successivamente, a partire dal 2015, Prevost ha ricoperto per otto anni la carica di vescovo di Chiclayo, in Perù. Secondo una dichiarazione rilasciata da Prevost, tre donne avrebbero raccontato direttamente a Prevost di essere state abusate da minorenni dai sacerdoti locali Eleuterio Vásquez González e Ricardo Yesquén.

    Una delle accusatrici, Ana María Quispe, si è lamentata in spagnolo al programma televisivo peruviano Cuarto Poder: “Ci hanno sempre detto che la Chiesa è nostra madre, ma una madre protegge”.

    Da parte sua, la diocesi di Chiclayo avrebbe affermato che “non è vero” che Prevost e la chiesa “abbiano voltato le spalle alle presunte vittime”. La diocesi avrebbe affermato che le accusatrici rimanevano libere di presentare denunce in tribunale civile e che avevano diritto a un’offerta permanente di “aiuto psicologico” fornito dalla chiesa, se ne avessero avuto bisogno.

    In una dichiarazione pubblicata da BishopAccountability.org si sostiene che Prevost non ha mai pubblicato un elenco degli abusatori accusati sotto la sua supervisione, a differenza di molte diocesi cattoliche e ordini religiosi che lo hanno fatto come forma di conciliazione per la piaga delle molestie al clero all’interno della Chiesa mondiale.

    Francesco, scomparso il 21 aprile, ha nominato Prevost cardinale nel settembre 2023. La reputazione di “influenza moderatrice” tra i vescovi peruviani, ideologicamente disparati, ha evidentemente aiutato Leone a conquistare il papato – in modo un po’ inaspettato – giovedì.

    https://www.theguardian.com/world/2025/may/09/clergy-molestation-survivors-pope-leo-xiv

  • In Vaticano scoppia il caso Cipriani, cardinale sanzionato per abusi che partecipa alle riunioni pre-Conclave

    In Vaticano scoppia il caso Cipriani, cardinale sanzionato per abusi che partecipa alle riunioni pre-Conclave

    All’indomani della rinuncia del cardinale Becciu a partecipare al Conclave, in Vaticano esplode un nuovo caso che rischia di scuotere le fondamenta della Santa Sede. Protagonista, questa volta, è il cardinale peruviano Juan Luis Cipriani, membro dell’Opus Dei e già arcivescovo di Lima, che nel 2019 fu sanzionato da Papa Francesco per accuse ritenute dal Santo Padre credibili di abusi su minori risalenti ai primi anni ’80.

    Nonostante le restrizioni imposte da un precetto penale papale – tra cui il divieto di indossare abiti cardinalizi e di partecipare ad attività pubbliche – Cipriani è apparso a Roma in abiti da cardinale, partecipando alle congregazioni generali e visitando la camera ardente del Pontefice in San Pietro. Un gesto che, secondo alcuni osservatori, rappresenterebbe un atto di palese disobbedienza verso il Papa.

    Le immagini della sua presenza a Roma sono state trasmesse dai media peruviani, sollevando interrogativi sull’efficacia delle misure disciplinari vaticane. La sala stampa vaticana, interpellata più volte da El Pais e dai media peruviani, non ha chiarito se Cipriani stia effettivamente violando il precetto. Il portavoce Matteo Bruni ha ammesso che “non si conoscono i dettagli delle sanzioni” e che al momento “non ci sono ulteriori informazioni da fornire”.

    Tuttavia lo stesso Bruni lo scorso 26 gennaio aveva confermato le misure disciplinari nei confronti del porporato peruviano. “Esistono e sono ancora valide e vigenti”, aveva spiegato Bruni, ricordando che “dopo l’accettazione della sua rinuncia da arcivescovo di Lima”, al cardinale “è stato imposto un precetto penale con alcune misure disciplinari relative alla sua attività pubblica, al luogo di residenza e all’uso delle insegne”. Il provvedimento in questione è stato “firmato e accettato” da Cipriani.

    Il cardinale, che ha 81 anni e quindi non ha più diritto di voto al Conclave, ha già violato le disposizioni papali recandosi a gennaio a Lima per ricevere un’onorificenza pubblica, consegnata dal sindaco Rafael López Aliaga, anch’egli membro dell’Opus Dei. Dopo le rivelazioni di El País, Cipriani aveva reso pubbliche lettere in cui accusava il Papa di averlo condannato senza ascoltarlo.

    Il suo comportamento è stato duramente criticato anche dall’attuale arcivescovo di Lima, Carlos Castillo, che ha invitato l’ex porporato a “rinunciare alle giustificazioni vane e ad accettare la verità”. Lo stesso Castillo potrebbe sollevare formalmente la questione nelle congregazioni generali.

    Il caso Cipriani riporta al centro dell’attenzione una domanda scomoda: quanto pesano davvero le questioni legate agli abusi nel processo di scelta del nuovo Pontefice? Nonostante l’impegno di Papa Francesco, una parte della Curia continua a resistere alla piena trasparenza e alle riforme. Il cardinale Cipriani non è l’unico porporato controverso presente in Vaticano in questi giorni. Anche il cardinale statunitense Roger Mahony, accusato di aver coperto oltre 100 casi di abusi a Los Angeles, è stato visto partecipare a funzioni ufficiali. Inserito tra i nove cardinali incaricati del rito di chiusura della bara del Papa, la sua presenza ha sollevato le proteste delle associazioni delle vittime.

    L’organizzazione Bishop Accountability, che documenta casi di abusi nella Chiesa, ha denunciato duramente la presenza di Cipriani e Mahony: “È una presa in giro per le vittime. Se la Chiesa vuole essere credibile, deve impedire la partecipazione di cardinali macchiati da accuse credibili”.

    https://www.fanpage.it/attualita/in-vaticano-scoppia-il-caso-cipriani-cardinale-sanzionato-per-abusi-che-partecipa-alle-riunioni-pre-conclave/

  • INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    Martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera

    1. Analizzeremo i vuoti legislativi che hanno impedito l’applicazione in Italia delle direttive e delle norme promulgate da Papa Francesco.
    2. Presentazione del database iCODIS, i dati nazionali, regionali e provinciali sugli abusatori, gli abusati. L’annuario dal 2000 a oggi, numeri davvero elevati soprattutto in assenza di una commissione di inchiesta governativa. Oggi la cosiddetta punta dell’iceberg conta in Italia più di 1000 preti offender, 4500 sopravvissuti con una incidenza percentuale del 3,32% ma ciò che di più preoccupa sono i casi mai arrivati alla Giustizia italiana.
    3. Proiezione di un breve video (6 min.) con le dichiarazioni di alcuni familiari delle vittime del Coordinamento Famiglie della Rete L’ABUSO.
    4. L’eredità di Papa Francesco, cosa aspetta al nuovo pontefice?
    5. Livello dell’informazione in Italia

    Introduce

    • Francesco Zanardi – Presidente della Rete L’ABUSO

    Interverranno

    • L’avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio Permanente Rete L’ABUSO
    • L’avvocato Eleanna Parasiliti – Difensore Antonio Messina (caso don Rugolo mons. Gisana)
    • Antonio Messina – Vittima don Giuseppe Rugolo
    • Pierelisa Rizzo – ANSA
    • Monica Sansoni – Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza Regione Lazio
    • Federico Tulli – Giornalista

    L’evento è fissato per martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera Palazzo Grazioli, Via del Plebiscito, 102, 00186 Roma RM

    Info e accrediti

    accrediti@retelabuso.org

    Cell. 3927030000

    In streaming su ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA ESTERA

     

  • Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Il mistero Zanchetta continua. All’inizio del mese si è tornati a parlare del vescovo emerito di Orán per la conferma della condanna pronunciata dalla corte d’appello di Salta: quattro anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi e aggravato dal fatto che è stato commesso da un ministro di culto. I giudici Virginia Solórzano e Pablo Arancibia hanno respinto il ricorso presentato dai legali di Zanchetta contro la sentenza del 2022 del tribunale di prima istanza di Orán.

    La corte d’appello ha avvalorato le testimonianze delle vittime ritenendole «un elemento incriminante di grande valore, in quanto i loro racconti sono coerenti e forniscono dettagli sulle situazioni in cui si trovavano». Un riconoscimento importante per i due giovani che, oltre al trauma degli abusi, in questi anni hanno dovuto fare i conti con un clima non facile che li ha indotti a perdere la vocazione. Uno di loro, orfano, poverissimo e con l’unico genitore malato, ha manifestato tutta la sua rabbia per l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche, in particolare di monsignor Luis Antonio Scozzina, successore del vescovo condannato ad Orán. «Ho sempre pensato e presumibilmente ci hanno insegnato che i vescovi sono successori degli apostoli e quindi devono continuare con l’annuncio profetico e non essere successori di Pilato nel lavarsi le mani», si è lamentato coi suoi amici virtuali una delle vittime.

    L’ex seminarista si è fatto un’idea precisa del perché sia stato così difficile per Scozzina “scaricare” del tutto Zanchetta nonostante le testimonianze contro di lui e l’indirizzo preso da processo: «la Chiesa ha così tante regole, leggi, regolamenti, diritti canonici e rubriche per i suoi fedeli. Ma quando c’è un amico che è vestito di bianco si omettono tutte», si è sfogato il giovane. Inutile negarlo: l’elefante nella stanza del caso Zanchetta è proprio la sua amicizia con il Papa.

    Uno degli snodi principali di questa vicenda c’è stato nel dicembre 2017 con la nomina del presule argentino, cinque mesi dopo le sue misteriose dimissioni dalla guida della diocesi di Orán, ad assessore dell’Apsa (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Una carica inventata ad hoc per lui e senza alcun potere, come ammesso dalla stessa Santa Sede («incarico che non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero», si giustificò più tardi la Sala Stampa).

    Nel gennaio del 2019, poco dopo le prime rivelazioni fatte dalla giornalista Silvia Noviasky, che su “El Tribuno” ha seguito più di tutti il caso, la comunicazione vaticana sostenne che all’epoca della nomina all’Apsa si conoscevano le accuse di autoritarismo, ma non quelle di abusi sessuali. Una versione messa in grossa difficoltà un mese dopo da un documento pubblicato da Noviasky e risalente al 22 aprile del 2016 in cui due vicari generali, il rettore del seminario e altri due monsignori denunciavano formalmente, su richiesta dell’allora nunzio apostolico in Argentina monsignor Emil Paul Tscherrig (poi trasferito in Italia e creato cardinale), gli strani atteggiamenti di Zanchetta nei confronti dei seminaristi (preferenze per i più attraenti, richieste di massaggi, ingressi nelle loro stanze) e facevano riferimento ad una prima segnalazione interna del settembre del 2015 a seguito del ritrovamento casuale da parte del segretario cancelliere della diocesi, Luis Diaz, di fotografie ritraenti Zanchetta nudo e mentre si masturbava. I vicari generali hanno poi presentato una nuova denuncia nel 2017, parlando questa volta di veri e propri abusi sessuali.

    Alla Nuova Bussola risulta che al tempo della chiamata in Vaticano, il Papa manifestava anche in privato la convinzione dell’innocenza del suo amico argentino, credendo alla versione fornitagli di fotografie ritoccate per metterlo in difficoltà evocata pubblicamente in un’intervista a Televisa. Al tempo stesso, però, Francesco non avrebbe nutrito alcuna fiducia nei confronti delle sue capacità gestionali per via delle accuse di tipo economico che si aggiungevano al bagaglio di ombre sulla sua esperienza ad Oràn ed avrebbe sconsigliato qualsiasi suo coinvolgimento sul piano decisionale. Per questo motivo la scelta di un incarico che, come aveva voluto precisare la Santa Sede, non prevedeva «responsabilità di governo». È un dato di fatto che il periodo in cui Zanchetta ricoprì l’incarico in Curia coincida con lo sviluppo delle indagini in Argentina su di lui, non senza tensioni con la magistratura argentina che lamentava la difficile reperibilità dell’imputato.

    Nel settembre del 2021 l’addio formale al posto all’Apsa e pochi mesi più tardi la condanna a quattro anni e sei mesi ora confermata dalla corte d’appello.  Tradotto in carcere dopo la condanna, Zanchetta ci è rimasto per quattro mesi ed ha poi ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute, prima in una clinica privata e poi addirittura in un monastero. Il suo trasferimento al monastero Nuestra Señora del Valle, luogo situato nella stessa diocesi in cui si sono svolti i fatti che lo hanno portato alla condanna, ha provocato le proteste dei fedeli che hanno fatto appelli al vescovo Scozzina ma lamentano di non essere stati ascoltati.

    Il quadro clinico di Zanchetta non ha solamente impedito la sua permanenza in prigione ma è anche al centro dell’ennesimo capitolo misterioso di questa vicenda. Lo scorso novembre, infatti, siamo stati informati dall’Argentina che il vescovo condannato aveva chiesto ed ottenuto dalla corte d’appello – dopo il no del tribunale di primo grado – il permesso di lasciare il Paese per raggiungere Roma e ricevere cure mediche nella capitale, presumibilmente per un intervento chirurgico. Una fonte vicina ad ambienti giudiziari argentini ci ha riferito che Zanchetta avrebbe ottenuto il permesso per sottoporsi probabilmente ad un intervento chirurgico al Policlinico Gemelli, l’ospedale dei papi. Il presule continua ad essere iscritto al Fas, il Fondo Assistenza Sanitaria vaticano.

    Non è stato reso noto quale sia la malattia del presule che renderebbe inevitabile un intervento fuori dall’Argentina, ma in passato il rilascio dal carcere e lo spostamento alla clinica privata erano stati possibili per problemi di ipertensione. Alla Nuova Bussola risulta che Zanchetta avrebbe chiesto alla giustizia argentina di andare al Gemelli per risolvere i problemi cardiaci di cui soffrirebbe. Se tra il 2017 e il 2020 era facile imbattersi nel vescovo all’interno del piccolo Stato, specialmente nella residenza Santa Marta in cui viveva, questo suo ritorno a Roma sembra avvenuto all’insegna del massimo riserbo. Nulla si sa del suo eventuale ricovero al Gemelli, ospedale in cui effettivamente ci risulta essere stato in cura fino al 2021. Fonti vicine agli ambienti giudiziari argentini ci hanno informato che i giudici attendono il suo ritorno in patria questa settimana. La conferma della sentenza, dunque, sarebbe avvenuta mentre il vescovo si trovava in Italia grazie al permesso della stessa corte d’appello che ha ribadito la sua condanna.

    Molti fedeli di Orán, intanto, continuano ad essere sul piede di guerra anche di fronte alla prospettiva che Zanchetta torni a scontare la sua pena all’interno di un monastero della sua ex diocesi, in quegli stessi locali in cui viveva un missionario sardo firmatario di una lettera contro la condotta dell’allora vescovo.

    https://lanuovabq.it/it/condanna-definitiva-e-fuga-a-roma-lo-scandalo-zanchetta-continua

  • Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Il Tribunale di Prima Istanza, Sezione II del Distretto Giudiziario di Orán ha confermato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione per Mons. Gustavo Zanchetta, Vescovo Emerito di Orán (Argentina), per abuso sessuale aggravato.

    La sentenza originale, emessa nel marzo 2022 dal Tribunale di Giudizio di Orán, è così diventata definitiva, dopo il rigetto del ricorso presentato dalla difesa.

    Nel loro verdetto, i giudici hanno sottolineato l’importanza della testimonianza delle vittime, due seminaristi della diocesi, e la corretta valutazione delle prove. Inoltre, hanno ribadito la validità della sentenza del 2022, ritenendo che le critiche sollevate dalla difesa non siano sufficienti per ribaltare la condanna.

    “La sentenza impugnata è valida e non presenta vizi di arbitrarietà né difetti nei processi di formazione della convinzione, poiché gli elementi probatori più rilevanti sono stati valutati secondo le regole della logica. La critica avanzata nel ricorso per cassazione si limita a un’analisi parziale e decontestualizzata delle prove e non è sufficiente per annullare la condanna”, ha dichiarato il Tribunale di Impugnazione.


    Dal Vaticano alla condanna

    Mons. Zanchetta aveva rassegnato le dimissioni dalla diocesi nel 2017, adducendo motivi di salute. Tuttavia, pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, venne nominato consigliere dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) in Vaticano, come riportato da AICA.

    Nel 2019, quando le accuse a suo carico divennero pubbliche, fu sospeso dall’incarico e sottoposto a un’indagine preliminare condotta dall’Arcivescovo di Tucumán, Mons. Carlos Alberto Sánchez. Lo confermò il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, in una nota del 4 gennaio di quell’anno.

    “Durante l’indagine preliminare, Mons. Zanchetta si asterrà da qualsiasi incarico”, precisò Gisotti.

    Nel 2020, tuttavia, tornò in Vaticano per riprendere il suo ruolo presso l’APSA. Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dichiarò allora a CNA (agenzia in inglese del gruppo ACI) che questo “non interferisce in alcun modo con le indagini”.

    Quando nel 2022 la giustizia civile argentina condannò Mons. Zanchetta, la Conferenza Episcopale Argentina espresse vicinanza alle vittime e un “forte e sincero” appello di perdono.


    Prigionia e concessione della detenzione domiciliare

    Pochi mesi dopo la condanna, ottenne il beneficio della detenzione domiciliare, che scontò in una casa per sacerdoti anziani nel Monastero Nostra Signora della Valle di Nueva Orán, appartenente all’Ordine delle Concezioniste Francescane.

    L’alloggio in una struttura ecclesiastica sollevò polemiche, ma il Vescovo locale, Mons. Luis Antonio Scozzina, difese la decisione, affermando che doveva essere vista come “un atto di carità”.

    “Al di là della condanna civile, nella Chiesa la responsabilità è anche quella di prendersi cura della persona condannata, non di espellerla”, spiegò Mons. Scozzina.

    Alla fine del 2024, la stampa argentina ha riferito che la giustizia gli avrebbe concesso il permesso di recarsi a Roma per cure mediche, senza poi fare ritorno a Orán. Tuttavia, ACI Prensa non ha potuto confermare questa informazione.


    Papa Francesco sul caso Zanchetta

    Papa Francesco si pronunciò sulla vicenda in un’intervista del 2019 con la giornalista messicana di Televisa, Valentina Alazraki.

    Rispondendo alle critiche sulla gestione del caso, il Papa spiegò che prima delle dimissioni di Zanchetta da Orán, vi erano state accuse riguardanti immagini intime inviate dal suo telefono cellulare. L’allora vescovo si era difeso affermando di essere stato hackerato.

    “Si difese bene. Allora, di fronte all’evidenza e a una buona difesa, resta il dubbio. E in dubio pro reo (in caso di dubbio, a favore dell’imputato)”, disse il Papa.

    Le accuse nei confronti di Zanchetta riguardavano anche cattiva gestione economica e maltrattamenti al clero.

    “Quando emersero queste denunce, lo feci venire e gli chiesi di dimettersi. Chiarissimo. Lo mandai in Spagna per una valutazione psichiatrica”, raccontò Francesco.

    Su consiglio dei medici, Zanchetta avrebbe dovuto recarsi a Madrid una volta al mese per proseguire il trattamento, quindi “non conveniva che tornasse in Argentina”, e per questo rimase in Vaticano come consulente.

    Quando Mons. Scozzina divenne il nuovo vescovo di Orán, Papa Francesco ordinò un’indagine previa sulle accuse e affidò l’incarico all’Arcivescovo di Tucumán.

    “Quando ricevetti i risultati, ritenni necessario un processo. Così trasmisi il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Non sono rimasto fermo un solo momento di fronte a questa vicenda”, concluse il Papa.

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

  • Emanuela Orlandi, trovato vuoto un fascicolo all’Archivio Centrale dello Stato: la scoperta

    Emanuela Orlandi, trovato vuoto un fascicolo all’Archivio Centrale dello Stato: la scoperta

    Nuovo colpo di scena nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi. Un fascicolo proveniente dal Ministero dell’Interno è stato ritrovato vuoto nell’Archivio Centrale dello Stato, come ha potuto prendere atto lo stesso presidente della Commissione di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi, il senatore Andrea De Priamo. Come ricostruito da Simona Greco, funzionaria dell’Archivio e responsabile della Sala Raccolte speciali, questo fascicolo è stato versato dal Ministero dell’Interno all’Archivio centrale nel 2017 per effetto della direttiva Renzi sulla desecretazione delle stragi.

    Il giallo del fascicolo vuoto

    Giallo all’Archivio Centrale dello Stato: è stato trovato un fascicolo, riversato nel 2017 dal ministero dell’Interno dopo la direttiva Renzi, relativo al caso della scomparsa di Emanuela Orlandi ma ci sono solo la copertina, una sorta di sommario dei documenti contenuti e per il resto è vuoto.

    Oggi il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, senatore Andrea De Priamo, ha visionato il materiale. «Gian Paolo Pelizzaro (giornalista e ricercatore e consulente della Commissione di inchiesta sul caso Orlandi-Gregori ndr) nell’ambito di altre ricerche non attinenti con i lavori della stessa Commissione di inchiesta, si è imbattuto in una cartellina vuota sul caso Orlandi e mi ha avvisato – afferma il presidente della Commissione di inchiesta Andrea De Priamo – Sono quindi intervenuto personalmente e ho preso atto che nell’Archivio centrale dello Stato è stata riversata della documentazione attinente al caso Orlandi, ma questo fascicolo è vuoto. Riuniremo l’Ufficio di presidenza della Commissione per valutare i passi opportuni per ritrovare questa documentazione e verificare i contenuti. Ringrazio la dottoressa Simona Greco, responsabile della Sala Raccolte speciali, per averci spiegato l’iter di questo versamento avvenuto da parte del ministero dell’Interno nel 2017».

    La documentazione

    Come ricostruito da Simona Greco, funzionaria dell’Archivio e responsabile della Sala Raccolte speciali, questo fascicolo relativo al caso Orlandi fu riversato nel 2017 dopo la direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti relativi alle stragi e si trovava nell’ambito di documentazione del ministero dell’Interno Direzione centrale della polizia di prevenzione. Documentazione che fu ritrovata nel ‘96, nell’ambito di altre ricerche sulla strage di piazza della Loggia, nel deposito decentrato del ministero dell’Interno sulla circonvallazione Appia a che conteneva materiali relativi alla Divisione Affari riservati, poi relativi all’Ucigos e poi alla Dcpp (Direzione centrale polizia di prevenzione). Si tratta di quattro fogli, una copertina del “Ministero dell’Interno – Direzione generale della pubblica sicurezza – Ucigos” relativo ‘b. 369 Roma sott. 8 ‘Scomparsa di Emanuela Orlandi”. Allegato a questo atto ci sono altri tre fogli con l’indicazione degli atti originariamente contenuti, ma che non risultano versati.

    https://www.ilmessaggero.it/persone/emanuela_orlandi_fascicolo_vuoto_archivio_centrale_stato_cosa_e_successo-8619514.html

  • Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Malgrado giacciano ancora impolverate – la prima dal 2010, la seconda dal 2017 – sugli scaffali della Camera le interrogazioni parlamentari presentate dall’Onorevole Maurizio Turco e dall’onorevole Matteo Mantero, Stefania Ascari prova nuovamente a toccare l’enorme problema italiano dei minori abusati, in particolare da sette e in ambito religioso.

    Lo fa con una nuova interrogazione depositata il 15 novembre 2024 rivolta a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; MINISTERO DELL’INTERNO; MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;  MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ai quali chiede:

     Al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

    in tutto il mondo esistono comunità di fede che forniscono risorse, sostegno e opportunità ai soggetti maggiormente vulnerabili, rivestendo un ruolo significativo anche nella protezione dei minori;

    altre istituzioni religiose sono tuttavia annoverate tra le organizzazioni formali in cui risultano gravi carenze nelle politiche di salvaguardia, abusi psicologici e sessuali sistematici verso i bambini e insabbiamenti delle accuse;

    in data 1o novembre 2024, l’Ansa ha riferito che una inchiesta della Procura di Firenze ha condotto all’incriminazione di un testimone di Geova accusato di abusi sessuali reiterati contro 7 bambine. Le violenze, protrattesi per 4 anni, avrebbero avuto inizio nel 2014 all’interno della Sala del Regno;

    con un comunicato stampa la confessione religiosa ha reso noto di ignorare la vicenda e di avere espulso l’affiliato nel 2018;

    secondo fonti governative estere e di stampa, i Testimoni di Geova sarebbero stati oggetto di plurime inchieste di autorità governative di Stati esteri che avrebbero concordemente rilevato, tra l’altro, le inadeguatezze delle procedure e politiche interne di tutela dei minori, la tendenza a non incentivare le denunce, l’occultamento di vicende di abusi e pedofilia, la mancata collaborazione con le autorità, nonché gravi casi di vittimizzazione secondaria;

    nei Paesi Bassi dove la confessione si sarebbe opposta all’invito di istituire una indagine interna sui casi di abusi in danno di minori, la Camera dei deputati avrebbe commissionato ai ricercatori dell’Università di Utrecht tale studio. Le pesanti conclusioni della relazione, resa pubblica nel gennaio 2020, sarebbero in linea con quanto emerso nelle inchieste governative;

    la recente indagine della Commissione reale neozelandese, oltre a confermare analogamente le risultanze delle altre commissioni governative, avrebbe evidenziato che l’interrogatorio di bambini e giovani vittime di abusi sessuali condotto dai membri del cosiddetto comitato giudiziario interno dei Testimoni di Geova, si sarebbe configurato come «inappropriato ed emotivamente e psicologicamente violento»;

    per istituire un comitato giudiziario in caso di abusi, i Testimoni di Geova di tutto il mondo, si avvarrebbero della regola scritturale dei «due testimoni» secondo cui una segnalazione di abusi è ritenuta attendibile solo laddove vi siano almeno due testimoni oculari del fatto;

    benché la religione sostenga che la regola disciplini unicamente questioni di natura ecclesiastica, le citate inchieste governative avrebbero rilevato che applicata a contesti di abuso su minori, avrebbe contribuito a falsificare la realtà, aumentato il rischio del crimine e generato ulteriore sofferenza alle vittime;

    anche nel nostro Paese gli organi di informazione avrebbero più volte riferito in merito a vicende di abusi e insabbiamenti in seno alla confessione, confermate da ex anziani di congregazione che presiedevano tali comitati giudiziari, senza tuttavia alcuna attenzione da parte istituzionale –:

    se non ritengano necessario e urgente, per quanto di competenza, adottare iniziative volte ad approfondire i fenomeni descritti in premessa;

    se e quali iniziative, per quanto di competenza, i Ministri interrogati intendano eventualmente adottare per fronteggiare il grave fenomeno degli abusi su minori in contesti religiosi.

  • L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

    L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

    Non siamo molto bravi a considerare proporzioni e probabilità. Questa nostra incapacità può portare a conclusioni fuorvianti. Quando parliamo di statistica è importante considerare sia il contesto che i numeri assoluti.

    Nel CICAP ne abbiamo discusso spesso. Per esempio, ne ha parlato Marco Malvaldi nel nostro XIII Convegno Nazionale, che si svolse a Cesena nel settembre del 2015, illustrando il caso del processo a O.J. Simpson (video qui al minuto 16.45).

    Questo processo, che si è svolto a metà degli anni ’90, è stato uno dei casi penali più celebri della storia americana. OJ Simpson, famosissimo giocatore di football americano, diventato poi attore e celebrità da rotocalco, era accusato dell’omicidio della ex moglie e del suo compagno. Nonostante le prove solide presentate dall’accusa, Simpson fu prosciolto. Un momento chiave del processo fu la dimostrazione che Simpson era abitualmente violento con sua moglie e questo deponeva per la tesi dell’accusa. Ma la difesa sostenne che su ogni 2500 donne uccise solo una aveva subito atti di abuso coniugale; quindi la storia di violenze di Simpson sulla moglie non sarebbe stata rilevante, data la scarsa rilevanza della violenza domestica sul numero di femminicidi. Questo ragionamento della difesa si dimostrò efficace ma era sbagliato.

    Come dimostrò Gerd Gigerenzer nel suo libro Reckoning with Risk: Learning to Live with Uncertainty (Penguin, 2003), la probabilità fu presentata fuori contesto. Il ragionamento proposto dall’avvocato della difesa era erroneo, perché non considerava il giusto gruppo di riferimento. L’accusa era che il marito fosse sia autore di violenze sulla moglie (fatto acclarato al processo) sia assassino della stessa. Se si analizza il fatto partendo da questa seconda possibilità, allora le statistiche indicano che la probabilità che un coniuge violento abbia effettivamente ucciso la sua partner è circa del 90%. Su 10 donne che subiscono violenza da parte del partner e vengono poi uccise, 9 sono uccise dal coniuge; un valore molto più alto dello 0,04% che “solo” un femminicidio su 2500 sia preceduto da violenze domestiche implicherebbe. Il processo rimane un momento culturale significativo in America, e in tutto il mondo.

    In un errore simile è incappato il papa di ritorno da un suo recente viaggio in Belgio, a fine settembre 2024: (qui e qui).

    Durante la conferenza stampa sull’aereo che lo riportava a Roma, il 29 settembre 2024, il Pontefice rispose anche a domande sugli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica. Come sempre il Santo Padre dichiarò il suo sdegno e ribadì la sua politica di tolleranza zero su questi soprusi. Ma, pur senza addurlo a giustificazione, affermò anche un concetto che spesso emerge in simili discussioni: che la Chiesa era comunque responsabile soltanto del 3% di tutti gli abusi sessuali commessi (qui, al minuto 8.58). È un esempio di errore di proporzione.

    Sono circa 410.000 i preti nel mondo. Gli uomini adulti sono circa 2,420 miliardi. Gli uomini adulti, escluso il clero, sono 2419,59 milioni. Il clero rappresenta quindi lo 0,00017% della popolazione dei maschi adulti. Cioè il 3% degli abusi sarebbe commesso dallo 0,00017% del campione. Ne deriva che la probabilità che un abuso sessuale venga perpetrato da un prete è 176 volte superiore alla probabilità che l’abusante sia una persona non appartenente al clero.

    Anche se la matematica non rientra tra le questioni oggetto d’infallibilità del Pontefice, il fatto che persino lui cada vittima di fallacie probabilistiche dimostra che è utile discuterne, e prestarci attenzione.

    * Sergio Della Sala è un neuroscienziato. Lavora presso la University of Edinburgh, UK

    Immagine in evidenza: da Pixabay, di Annette_Klingner

    L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

  • Abusi su 7 minori, 41enne “sfruttava la fiducia dei Testimoni di Geova”

    Abusi su 7 minori, 41enne “sfruttava la fiducia dei Testimoni di Geova”

    Avrebbe abusato di sette bambine in un comune della provincia di Firenze, violenze che sarebbero andate avanti per anni e in alcuni casi anche nella sala del tempio di una comunità di testimoni di Geova. Queste le accuse per un 41enne, che ieri, nel corso dell’udienza preliminare, ha chiesto di essere processato con il rito abbreviato. A darne notizia sono le cronache locali dei quotidiani.
      
    L’inchiesta è partita nel 2022 quando alcune bambine, a distanza di anni (i fatti risalgono al 2014-2018) hanno iniziato a confidarsi tra loro raccontando quello che succedeva nella comunità che frequentavano regolarmente.

    Secondo quanto ricostruito, l’uomo “si sarebbe guadagnato la fiducia dei genitori delle vittime”, come si legge nel capo di imputazione riportato dalla stampa, persuadendoli a lasciargli le figlie, di età compresa fra i 10 e i 14 anni, in custodia. L’uomo “sfruttando il rapporto fiduciario e il legame che si era creato all’interno della comunità”, aveva instaurato un rapporto di “amicizia”.

    Faceva sedere le bambine sulle proprie gambe fingendo di voler giocare con loro, a volte si appartava in macchina mentre le accompagnava a casa, altre volte abusava di loro durante i ritrovi nei locali della Sala del Regno.

    A una delle vittime (tutte di origine straniera) l’uomo avrebbe detto che si trattava di un “gioco” e di “rimanere in silenzio perché tanto nessuno avrebbe fatto caso a quanto detto da delle straniere”.

    https://www.firenzedintorni.it/it/abusi-su-minori-testimoni-di-geova.html

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro: “Pista inglese è valida”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro: “Pista inglese è valida”

    La pista inglese su Emanuela Orlandi “è valida, ci sono tante coincidenze” anche se “non porta a capire tutto”. Lo ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, in un incontro pubblico nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Orlandi ha ricordato la versione raccontata da Sabrina Minardi e si è detto convinto che effettivamente Emanuela “è stata riconsegnata perché c’era stato un ricattatore ed, evidentemente, le richieste del ricattatore sono state accontentate”.

    Secondo Pietro tuttavia a quel punto “Emanuela era una testimone vivente di quello che era successo” quindi “non potevano riconsegnarla alla famiglia” né eliminarla quindi “l’hanno messa in un ambiente della chiesa, in Inghilterra. Cosa è successo dopo non lo so”.

    Secondo Orlandi la commissione di inchiesta o la procura dovrebbero risalire e convocare l’uomo che “diceva di essere una persona vicina ai Nar” con il quale ebbe uno scambio di messaggi. “Ho consegnato tutti gli scambi di messaggi alla Commissione”, ha continuato Pietro.

    “Lui mi ha detto che Emanuela è stata fatta salire su un volo in estate e portata a Londra”, ha continuato il fratello di Emanuela aggiungendo che sempre secondo quanto gli è stato riferito tutto era legato a un ricatto.

    “Emanuela era una cittadina vaticana e non poteva essere lei l’oggetto di un ricatto enorme, era una ragazzina. L’oggetto di ricatto doveva essere più pesante”, ha precisato Pietro. Secondo quanto gli è stato riferito, ha raccontato Pietro, “c’erano festini all’epoca e qualcuno ha deciso di usare quella situazione come oggetto di ricatto”.

    “Da ex maestro coro parole importanti, Chaouqui venga ascoltata”

    “Mons. Miserachs ha detto cose importanti”, ha detto ancora Orlandi, facendo riferimento all’audizione della scorsa settimana dell’ex maestro di coro della scuola di musica frequentata da Emanuela davanti alla Commissione di inchiesta. Pietro Orlandi ha detto che anche alla luce di questa ultima audizione “presumo che a breve possa essere ascoltata” anche Francesca Immacolata Chaouqui.