Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: San Michele Arcangelo

  • Abusò di diciassette minorenni nel Catanzarese, ex sacerdote condannato anche in appello

    Abusò di diciassette minorenni nel Catanzarese, ex sacerdote condannato anche in appello

    Pena rideterminata per l’ex parroco di Belcastro, nelle Presila Catanzarese, dal 2007 al 2010, don Roberto Mastro, accusato di diversi casi di pedofilia. che si sarebbero consumati, secondo l’accusa, in un oratorio parrocchiale. La Corte di appello di Catanzaro, presidente Loredana De Franco, a latere Gianfranco Grillone e Ippolita Luzzo hanno sentenziato una pena a undici anni e sei mesi di reclusione  in luogo dei tredici anni e sei mesi incassati il 10 luglio 2020, dal Tribunale collegiale. Uno sconto di pena dovuto al fatto che la Corte ha dichiarato il non luogo a procedere per alcuni capi di imputazione, estinti per intervenuta prescrizione. I giudici hanno inoltre condannato l’imputato alla refusione delle spese  di costituzione e difesa sostenute dalle parti civili, rappresentate dagli avvocati Vincenzo Ranieri, Paolo Carnuccio, Giovanni Scarpino, Antonello Talarico, Concetta Stanizzi, Maria Rotundo, della sentenza e a risarcire le stesse parti compreso il Comune di Belcastro, indicando in 45 giorni il deposito della motivazione della sentenza.

    Confermate le statuizioni civili

    Restano quindi confermate le statuizioni civili, l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, curatela e amministrazione di sostegno nonché interdetto in via perpetua da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori, e ancora interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e legalmente per la durata della pena. Nominato presbitero della parrocchia di San Michele Arcangelo in Belcastro il 1 ottobre 2007, la notte del 1 dicembre 2010, in fase di indagini, ha abbandonato in tutta fretta la casa canonica senza dare più notizia di sé.

    Le accuse

    Pesanti le contestazioni mosse al sacerdote che, avrebbe violentato 17 minorenni, tutti di età inferiore a 14 anni, frequentanti la parrocchia di San Michele Arcangelo, secondo le risultanze di un’inchiesta scattata in seguito alla denuncia presentata da alcuni genitori delle giovanissime vittime. Segnalazione cui se ne aggiunsero altre nel corso delle indagini, durante le quali i carabinieri raccolsero le dichiarazioni di decine di persone. Furono anche acquisiti nelle forme dell’incidente probatorio i racconti dei minorenni costretti a subire in una serie di violenze e abusi dal sacerdote, rinviato a giudizio nel 2015 dal gup, che aveva accolto la richiesta della Procura di mandare l’imputato sul banco degli imputati. Poi l’epilogo del processo di primo grado a luglio 2020 e oggi la fine dell’appello, conclusisi entrambi con un duplice verdetto di condanna.

    https://calabria7.it/abuso-di-diciassette-minorenni-nel-catanzarese-ex-sacerdote-condannato-anche-in-appello

  • Violentò 15 minorenni nel Catanzarese, prete pedofilo condannato

    Violentò 15 minorenni nel Catanzarese, prete pedofilo condannato

    Di Gabriella Passariello – Tredici anni, sei mesi di reclusione, l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio, attinente alla tutela, curatela e l’amministrazione di sostegno, nonché interdetto da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado e da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente dai minori. E’ il verdetto pronunciato, dopo tre ore di camera di consiglio, dal Tribunale collegiale di Catanzaro, presieduto da Alessandro Bravin, a latere Antonella Galati  e Maria Cristina Flesca, nei confronti di R. M. , parroco di Belcastro, nel Catanzarese, dal 2007 al 2010,  accusato di violenza sessuale aggravata dalla minore età . I giudici del collegio hanno inoltre condannato il sacerdote al risarcimento del danno a favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle stesse parti.

    La richiesta del pm.  Il pm Graziella Viscomi al termine della requisitoria aveva chiesto una pena di poco inferiore, 12 anni di reclusione, richiesta alla quale si sono associati i legali delle parti civili, il Comune di Belcastro e le famiglie delle vittime degli abusi, rappresentate dagli avvocati Concetta Stanizzi, Filomena Brescia, Antonello Talerico, Giovanni Scarpino, Vincenzo Ranieri e Paolo Carnuccio, mentre il legale difensore dell’imputato Silvano Cavarretta, ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in seconda battuta l’assoluzione per insufficienza di prove. Si dovranno attendere 90 giorni per conoscere le motivazioni della sentenza.

    Abusi e violenze.  Pesanti le contestazioni mosse al sacerdote che  avrebbe abusato di quindici minorenni, tutti di età inferiore a 14 anni, che frequentavano la parrocchia di San Michele Arcangelo, secondo le risultanze di un’inchiesta scattata in seguito alla denuncia presentata da alcuni genitori delle giovanissime vittime. Segnalazione cui se ne aggiunsero altre nel corso delle indagini, durante le quali i carabinieri raccolsero le dichiarazioni di decine di persone, e furono anche acquisiti nelle forme dell’incidente probatorio i racconti dei minorenni coinvolti in una serie di violenze  e abusi dal sacerdote, rinviato a giudizio nel 2015 dal gup, che aveva accolto la richiesta della Procura di mandare R. M. sul banco degli imputati. Oggi l’epilogo del processo di primo grado con una condanna pesante per il sacerdote a 13 anni e sei mesi di reclusione.

    https://www.zoom24.it/2020/07/10/violento-15-minorenni-nel-catanzarese-prete-pedofilo-condannato/

  • Recensione di Francesco Troccoli a un importante libro fuori dal coro che vorrebbe il papa “un rivoluzionario”.

    Recensione di Francesco Troccoli a un importante libro fuori dal coro che vorrebbe il papa “un rivoluzionario”.

    di Francesco Troccoli
    Un libro sul papa, fuori dal coro. Non un altro colpo di grancassa (nella sempre più stonata e fiacca orchestra mediatica) assestato da vaticanisti amici di Bergoglio o editori cattolici. Non un libro scritto dall’incensatore di turno della presunta e mai agita “svolta” del pontefice in carica rispetto alla storia millenaria della sola monarchia assoluta ancora in vita sul pianeta Terra. E nemmeno un volume suddiviso in capitoli scritti con il proposito di pubblicare un libro. Tanto che gli autori sono ben quindici ed è doveroso ricordarli: Marcelo Figueras, Marco Marzano, Maria Gabriella Gatti, Federico Masini, Gianfranco De Simone, Cecilia M. Calamani, Raffaele Carcano, Adele Orioli, Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Giuseppe Benedetti, Elena Basso, Donatella Coccoli, Federico Tulli, Simona Maggiorelli.

    «Il falso mito di Bergoglio» è infatti una raccolta di articoli pubblicati dal settimanale Left a partire dal 13 marzo 2013, giorno dell’ascesa del cardinale di Buenos Aires al trono di Pietro, e fino all’inizio del 2018. Un quinquennio dominato dalla narrazione del “Pontefice del cambiamento”, narrazione che solo in queste settimane sta forse giungendo al suo epilogo, anche grazie a inchieste puntuali che questo volume contiene e ai pochi libri coraggiosi dei quali questo volume non tralascia mai di parlare e i cui autori (a differenza per esempio di molti preti pedofili o dei loro insabbiatori) si sono meritati in qualche caso un processo penale in Vaticano. Sono ben 42 i pezzi che in 5 anni la rivista Left ha dedicato a vario titolo al pontefice e alla sua Chiesa, alle sue esternazioni, alle sue contraddizioni, alle conseguenze di decisioni solo apparentemente rivoluzionarie, amplificate da pubblici proclami e mai concretamente attuate. Quarantadue articoli in cinque anni, fra loro saldati in un compendio come un libro scritto a posteriori forse non avrebbe saputo essere. A conti fatti, la media è di un articolo ogni quaranta giorni che, per chi crede all’utilità della statistica, si può scomporre nel passaggio da un articolo ogni due mesi nei primi quattro anni a quasi uno ogni due settimane a partire da marzo 2017, quando la rivista ha visto un avvicendamento al vertice che ha reso più tangibile le ragioni della sua attuale headline «l’unico giornale di sinistra». Come non essere d’accordo con questa dicitura quando – come osserva Marco Marzano nel pezzo del 14 ottobre 2017 – il quotidiano comunista (così si legge sotto la testata) «il manifesto» si mette a distribuire in un volumetto i tre discorsi di un papa ultraconservatore, peronista, nemico acerrimo della marxista “teologia della Liberazione” sin dal principio della proficua carriera ecclesiastica nel proprio Paese natale prima, durante e dopo la dittatura? Contro di lui, che militò nella Guardia De Hierro (la quale nel 1976 propose una laurea honoris causa al genocida ammiraglio Massera) hanno puntato il dito anche le Madres De Plaza De Mayo e Horacio Verbitzky, che Marcelo Figueras nel suo articolo del 15 marzo 2014 definisce «il giornalista più serio e degno di stima in Argentina».

    D’altronde, è proprio in Argentina che Bergoglio ha affinato le doti che gli hanno meritato l’intronizzazione. Quando nel 2005 monsignor Baseotto affermò che il ministro argentino pro-aborto avrebbe «meritato una pietra al collo e che fosse buttato in mare» richiamando alla memoria i voli della morte, Bergoglio si trovava ancora nel suo Paese; otto anni dopo, da Papa, fece sua quell’espressione, che doveva quindi averlo colpito, auspicando la stessa fine per gli evasori fiscali e i preti corrotti. La stampa italiana giubilò. Solo un esempio. A un Paese come l’Argentina e all’intero Sud America non si può del resto non rimanere legati: nel luglio 2015, in occasione del viaggio pastorale nel continente, Bergoglio chiese perdono per i crimini ai danni delle popolazioni indigene ma non spese una sola parola per i 102 cappellani militari che collaborarono ai crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura nel suo Paese. Pensare che – a dimostrazione che persino nel clero le scelte personali contano – negli stessi anni e nel vicino Cile il vescovo di Santiago ingaggiava contro Pinochet una battaglia personale alla quale la storia tende oggi ad ascrivere il minore numero di desaparecidos in Cile rispetto all’Argentina.

    Veniamo all’Italia. L’ingerenza di Bergoglio nella vita sociale e politica italiana, con incommensurabili danni alla laicità delle istituzioni, è stata una costante. Spesso le sentenze più fragorose sono state pronunciate a diecimila metri di quota, in business class (Alitalia, naturalmente). Left, di questa serie, non ha perso una puntata. Dall’attacco all’aborto («ogni bambino non nato ha il volto del Signore»), alla riduzione della scuola a “comunità educante” complementare alla famiglia di cristiana concezione con citazione del discusso don Milani (con tanto di lodi sulle parole del papa, ancora una volta da parte de «il manifesto», e per di più in uno stato di amnesia mass-mediatica collettiva sulla deficitaria o nulla attivazione delle alternative di legge all’ora di religione) e ancora all’invasione dello spazio radio-televisivo che – secondo le varie edizioni del «Rapporto su confessioni religiose e TV» di Critica Liberale – raggiunge punte del 96% con RaiNews al vertice della squalificante classifica sotto la direzione di Monica Maggioni durante il governo Renzi. In barba, naturalmente, all’esposto presentato dall’UAAR all’Agcom già nel 2014 sulla base di simili e precedenti dati.

    E ancora l’attacco alla libertà di auto-realizzazione delle donne («siate madri, non zitelle»), alla comunità LGBT con la diffusione dello spettro della “Teoria del gender”, avvolto dal lenzuolo bucato della tolleranza: «Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il catechismo». Peccato che quest’ultimo definisca i rapporti omosessuali «contrari alla legge naturale». Che dire della chiamata planetaria a un immotivato e fallimentare evento giubilare, andato pressoché deserto, per il quale Renzi ha stanziato 159 milioni di euro. O dell’invito (di per sé condivisibilissimo) all’adozione dello “Ius soli” sul territorio della Repubblica ma non certo su quello dello Stato Vaticano e delle sue proprietà extraterritoriali, dove vige il requisito della «residenza stabile»; O degli scandali di matrice finanziaria legati all’irriformabile IOR e al fallimento di istituzioni sanitarie prestigiose come IDI e San Raffaele, o la distrazione dei fondi del Bambin Gesù per l’attico del cardinal Bertone?

    Dulcis in fundo, questo libro parla anche del diavolo. Sì, perché secondo il papa – come ci spiega Federico Tulli (il maggior contributore del volume) – Belzebù è il vero responsabile del malaffare dello IOR e dell’Apsa, della pedofilia clericale, del “vatileaks” e delle guerre nel mondo. Bergoglio si dichiara così convinto che Satana esista che nel 2015 ammonisce (e atterrisce) i piccoli catechisti di San Michele Arcangelo: «State attenti, perché l’odio viene dal diavolo». E forse in pochi sanno che è stato sempre lui a firmare il decreto di riconoscimento giuridico dell’AIE, Associazione Internazionale Esorcisti, il 13 giugno 2014. I “professionisti” del demonio sono 400 nel mondo, di cui più della metà nella sola Italia. Ogni anno al Regina Apostolorum di Roma organizzano seminari e corsi di aggiornamento, ai quali partecipano, ahimè, anche magistrati e avvocati. Può così capitare, come è accaduto a Tulli, di sentire («con le mie orecchie» precisa il giornalista quasi sotto shock) professionisti accreditati presso un pubblico foro della Repubblica proporre di far firmare il «consenso informato» ai “posseduti” prima dell’esorcismo, o un magistrato dello Stato Italiano dichiarare di essere «uno strumento della giustizia nella mani di Dio».

    Si potrebbe obiettare che ogni papa fa il “Papa”. Il vero problema è l’inerzia, quando non l’apologetica esaltazione, che permea ampi strati della società e dei media di fronte a tutto ciò. Nei suoi articoli, Left non manca di approfondire anche questo aspetto. Il matematico Odifreddi, intervistato nel libro da Simona Maggiorelli, già a novembre 2016 non risparmiava le sue critiche a Scalfari che Bergoglio «lo infila ovunque» (oggi sappiamo che Odifreddi, rimasto coerente con la linea di critica nei confronti del decanodel giornalismo italiano, l’ha pagata con l’interruzione della collaborazione con Repubblica) mentre Donatella Coccoli, a luglio 2017, compila con pazienza il lungo elenco dei cosiddetti “politici di sinistra” che rientrano a vario titolo nel novero degli estimatori del personaggio finora descritto: da Bertinotti al duo del Brancaccio Falcone-Montanari, fino a D’Alema, Bersani e Fassina. Politici di ieri, oggi e domani. Tutti ammaliati dal papa pauperista, «il parroco di campagna» che, ricorda Raffaele Carcano, è andato a trovare Marchionne ed Elkann. Tutti affascinati dalla “dottrina sociale” del pontefice che predica l’equità sociale mentre è a capo di una Chiesa che beneficia nella sola Italia di privilegi fiscali immensi (si pensi all’esenzione IMU per edifici di culto, che spesso tali non sono, e alla redistribuzione dell’otto per mille non assegnato dai contribuenti) e sfrutta il malconcio sistema contributivo italiano per pagare lautissime pensioni ai cappellani militari. Bergoglio, l'(ex?) militante nei gesuiti che – per dirla di nuovo con Odifreddi – sono quelli che «dicono la verità mentendo».

    L’attuale pontefice ha dato consistenti e reiterate prove di abilità nell’immenso e tragico capitolo della pedofilia clericale (Tulli ci ha scritto due libri). Si potrebbe affermare che proprio per questo (assieme agli scandali finanziari) fu eletto e che per la stessa ragione il suo predecessore, incapace di fare fronte alle dimensioni globali del fenomeno, abdicò. Nel 1990 la Santa Sede ratificò la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Secondo l’ONU il Vaticano l’ha ripetutamente e palesemente violata. Il J’accuse da Ginevra arriva proprio nel 2013 e diventa pubblico a inizio 2014. A centinaia di denunce di stupri pedofili commessi nel mondo da esponenti del clero, come Marcial Maciel Degollado (il fondatore dei Legionari di Cristo, protetto di Giovanni Paolo II, pontefice canonizzato da Bergoglio a tempo di record) non è mai stato dato alcun seguito; e la pratica del trasferimento dei preti da una parrocchia all’altra non solo non ha arginato il fenomeno ma ne ha consentito l’ulteriore diffusione. L’ONU ha richiesto anche che la pedofilia non sia trattata come un crimine contro la morale ma contro la persona (e di riflesso di non considerare più le vittime come correi dei loro carnefici, il che può comportare un’aberrante manipolazione delle verità processuali). Per tutta risposta, durante il regno di Bergoglio un altro amico del “Santo” Giovanni Paolo II, ovvero Iozef Wesolowski, arrestato nel 2014 per pedofilia, muore da uomo libero il 27 agosto del 2015. Tommaso Dell’Era, intervistato poco dopo da Tulli, dichiara che la strategia vaticana è spesso allungare i tempi e lasciar morire i colpevoli ormai anziani di morte naturale. Il funerale del polacco viene concelebrato da 20 alte autorità ecclesiastiche fra cui l’elemosiniere di Bergoglio.

    Con la pubblicazione dei libri «Avarizia» di Emiliano Fittipaldi e «Via Crucis» di Gianluigi Nuzzi continuano a emergere dettagli su quel sistema di potere. In un’intervista a Tulli, Nuzzi afferma che «in Vaticano arrestano di più le persone ritenute fonti che i pedofili». I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato notizie vere, sul modello dell’inchiesta dei colleghi del team Spotlight del Boston Globe nel 2002 (che invece a loro fruttò un premio Pulitzer). Se Bergoglio ha creato la «Pontificia commissione per la protezione dei minori» (che ha però solo funzione consultiva) è evidente l’inconsistenza della sua azione. Il membro laico Peter Saunders, accusatore del cardinale George Pell – ovvero l’insabbiatore seriale di almeno 280 casi in Australia sin dal 1996 – viene espulso e dichiara alla BBC che «il papa non ha fatto nulla per mettere fine agli abusi sui bambini». A maggio 2017 (riferisce Cecilia Calamani) dalla commissione se ne va di sua iniziativa un altro membro laico, Marie Collins. Il motivo? «La curia non collabora» .

    Ma c’è di più, racconta di nuovo Tulli a giugno 2017: se Bergoglio nel 2015 aveva annunciato la creazione di un nuovo «Tribunale apostolico» con la stampa italiana che celebrava e diffondeva il proclama, a marzo 2017 il prefetto Muller precisa che «era solo un progetto». Eco mediatica della precisazione? Nessuna. La “tolleranza zero” tanto sbandierata da Bergoglio si dimostra priva di qualsiasi riscontro. Per l’ennesima volta.

    Nel frattempo il sondaggio di «Rete L’Abuso» dimostra che la pubblica opinione ritiene le misure prese del tutto insufficienti e invoca la rimozione della prescrizione per questi reati. Perché – è bene precisarlo – nemmeno Bergoglio, in linea con i predecessori, ha mosso un dito perché i clericali collaborino con la giustizia italiana, la quale ha invece l’obbligo di informare la Curia delle proprie indagini. Il sistema perfetto. Quando, ad agosto, Pell va a processo per pedofilia, sceglie come difensore un avvocato noto per aver rappresentato un capo della mafia australiana e un cadetto diciannovenne stragista. Lo stesso Pell che – val la pena ricordare – Bergoglio ha voluto sempre accanto a sé ai vertici della gerarchia di governo. A novembre 2017, con l’uscita di «Peccato originale» di Nuzzi, la pedofilia arriva a lambire le stanze del papa a Santa Marta, ovvero il Preseminario San Pio X (in quel Palazzo San Carlo che ospitava l’attico di Bertone): diversi minorenni sono stati violentati anche durante l’attuale pontificato, e un ex seminarista racconta tutto al vescovo Angelo Comastri. La denuncia cade nel vuoto e due giorni dopo l’uscita del libro di Nuzzi il portavoce della Santa Sede smentisce con un tweet che il papa sapesse qualcosa della vicenda, nonostante un altro testimone sostenga di aver scritto una denuncia indirizzandola a Bergoglio in persona già a maggio dello stesso anno. In tema di pedofilia clericale, il 2017 si chiude con la mancata risposta del Vaticano all’ONU, che aveva richiesto entro il 1 settembre un aggiornamento sulle misure prese. Il libro di cui stiamo parlando non ci arriva cronologicamente ma oggi sappiamo che a febbraio 2018 la Rete L’Abuso ha trasmesso una diffida per condotte omissive al Consiglio dei inistri, al Comitato Onu per i diritti del fanciullo e ad altre entità.

    Se già da quanto fin qui esposto è innegabile il lavoro certosino svolto daLeft in questi anni, bisogna concludere con una ulteriore nota di merito nei confronti di un giornalismo che non si è mai fermato alla cronaca ma ha sistematicamente cercato, com’è costume del settimanale, di approfondire scientificamente le cause dei fenomeni descritti, avvalendosi della consulenza degli esperti. Preziosi sono in tal senso i contributi degli psichiatri e in generale dei clinici, come Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Maria Gabriella Gatti, Gianfranco De Simone. Ricercatori che si spingono nell’analisi culturale, filosofica e clinica delle dinamiche collettive e individuali che sottendono il fatto di cronaca. Con risultati spesso sorprendenti, come nel caso della riflessione di De Simone sull’insospettabile e nefasta alleanza culturale fra religione cattolica e razionalismo, o il suo nesso fra l’ormai celebre e drammatica affermazione bergogliana «i bambini battezzati non sono la stessa cosa di quelli battezzati» e la concezione filosofica heideggeriana del “Dasein”; e ancora l’attenta analisi di Giovanni Del Missier sulle cause di patologia mentale grave che è presente negli stupratori di bambini, o il resoconto ben più che aneddotico da parte di Domenico Fargnoli sull’esperienza personale di Bergoglio, che a settembre 2017 dichiarò pubblicamente di essersi sottoposto a un percorso di psicoanalisi nel 1978-1979, ovvero gli anni in cui la psichiatria argentina fondò e propagò l’assioma dell’equivalenza fra malattia mentale e sovversione al potere; e infine l’illuminante spiegazione della neonatologa Maria Gabriella Gatti sulla dinamica dell’evoluzione fetale e della nascita alla luce della teoria di Massimo Fagioli, grazie a cui si pone una separazione netta fra biologia embrionale e fetale da una parte e vita neonatale dall’altra, assolvendo con formula piena le donne che, costrette ad abortire, non compiono alcun delitto.

    «Il falso mito di Bergoglio» contiene tutto questo e molto altro. Un libro che raccoglie l’eredità di cinque anni di giornalismo sulla Chiesa cattolica e sul suo massimo esponente. Left – «l’unico giornale di sinistra» – sembra davvero aver pubblicato «l’unico libro che dice la verità su Bergoglio».

    «Il falso mito di Bergoglio»

    EditorialeNovanta Srl

    ISBN 9788894977042

    224 pagine per 19,70 euro

    Per acquisto: QUI

  • Stuprata dal branco. Il prete: Ma quale bambinata.Offesa a Dio

    Stuprata dal branco. Il prete: Ma quale bambinata.Offesa a Dio

    Pimonte.  “Ma quale bambinata? Ciò che è stato fatto ai danni di quella ragazza è un reato. Ed è un peccato mortale. Chi ha offeso lei, ha offeso anche Dio”. Don Gennaro Giordano, parroco a Pimonte, commenta così le parole del sindaco Michele Palummo, che ha prima definito “una bambinata” lo stupro di gruppo di un anno fa ai danni di una ragazzina, e poi ha chiesto scusa esprimendo solidarietà alla famiglia della 15enne.

    «Lo stupro una bambinata? È stata un’espressione impropria e infelice che non rappresenta il mio pensiero. Chiedo scusa alla ragazza, alla sua famiglia ed all’intera cittadinanza». Michele Palummo, sindaco di Pimonte, cerca di rimediare alla clamorosa frase pronunciata ai microfoni di La7 durante il programma L’aria che tira sulla violenza di gruppo subita da una ragazzina di 15 anni, vittima di un branco formato da 11 coetanei. Ad un anno dai fatti, i ragazzi hanno chiesto scusa e sono stati tutti mandati a casa perché ammessi alla prova dal tribunale dei Minori di Napoli.

    Ma don Gennaro – parroco della comunità di San Michele Arcangelo – difende Pimonte dai giudizi affrettati e diffusi tra media e web dopo la notizia della “fuga” in Germania della ragazzina che un anno fa fu vittima di violenze da parte di un branco di coetanei. “Non siamo un paese di bruti”, dice il parroco.

    Don Gennaro spiega come la comunità si sia stretta intorno alla ragazzina. Tanto che, a suo avviso, la ragazzina non vorrebbe affatto allontanarsi da Pimonte.

    Un anno, dopo l’orribile esperienza che ha vissuto, la ragazza, come spiega don Gennaro, ha partecipato alle attività delle associazioni correlate alla parrocchia San Michele. Ma non solo. Quella ragazzina è ancora in paese ieri sera a Napoli a donare pane ai barboni, insomma, tanto troppo clamore e offese per nulla per la comunità.

    Ma lo scorrazzare per il paese di coloro che erano stati gli autori degli abusi sulla figlia avrebbe indignato i genitori della giovane fino a esprimere la volontà di espatriare.

    Tre di questi ragazzi, su richiesta degli assistenti sociali, sono stati affidati dal parroco di San Michele ad attività di servizio per il prossimo.

    Pimonte.   “Ma quale bambinata? Ciò che è stato fatto ai danni di quella ragazza è un reato. Ed è un peccato mortale. Chi ha offeso lei, ha offeso anche Dio”. Don Gennaro Giordano, parroco a Pimonte, commenta così le parole del sindaco Michele Palummo, che ha prima definito “una bambinata” lo stupro di gruppo di un anno fa ai danni di una ragazzina, e poi ha chiesto scusa esprimendo solidarietà alla famiglia della 15enne.  «Lo stupro una bambinata? È stata un’espressione impropria e infelice che non rappresenta il mio pensiero. Chiedo scusa alla ragazza, alla sua famiglia ed all’intera cittadinanza». Michele Palummo, sindaco di Pimonte, cerca di rimediare alla clamorosa frase pronunciata ai microfoni di La7 durante il programma L’aria che tira sulla violenza di gruppo subita da una ragazzina di 15 anni, vittima di un branco formato da 11 coetanei. Ad un anno dai fatti, i ragazzi hanno chiesto scusa e sono stati tutti mandati a casa perché ammessi alla prova dal tribunale dei Minori di Napoli. Ma don Gennaro – parroco della comunità di San Michele Arcangelo – difende Pimonte dai giudizi affrettati e diffusi tra media e web dopo la notizia della “fuga” in Germania della ragazzina che un anno fa fu vittima di violenze da parte di un branco di coetanei. “Non siamo un paese di bruti”, dice il parroco. Don Gennaro spiega come la comunità si sia stretta intorno alla ragazzina. Tanto che, a suo avviso, la ragazzina non vorrebbe affatto allontanarsi da Pimonte. Un anno, dopo l’orribile esperienza che ha vissuto, la ragazza, come spiega don Gennaro, ha partecipato alle attività delle associazioni correlate alla parrocchia San Michele. Ma non solo. Quella ragazzina è ancora in paese ieri sera a Napoli a donare pane ai barboni, insomma, tanto troppo clamore e offese per nulla per la comunità. Ma lo scorrazzare per il paese di coloro che erano stati gli autori degli abusi sulla figlia avrebbe indignato i genitori della giovane fino a esprimere la volontà di espatriare. Tre di questi ragazzi, su richiesta degli assistenti sociali, sono stati affidati dal parroco di San Michele ad attività di servizio per il prossimo.

    http://www.ottopagine.it/na/cronaca/129427/stuprata-dal-branco-il-prete-ma-quale-bambinata-offesa-a-dio.shtml

  • L’ossessione di papa Francesco per lo zolfo

    L’ossessione di papa Francesco per lo zolfo

    Gli abusi? Tutta colpa del diavolo, scrive il pontefice nella sua premessa al libro autobiografico della vittima di un prete pedofilo. E pare che secondo Repubblica ci sia del vero.

    Non più tardi di una settimana fa ricordavo nel mio blog che secondo papa Francesco il diavolo esiste ed è persona. Questa convinzione è un punto fermo della “nuova” Chiesa di Bergoglio. Dopo aver citato il demonio ben quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato, Francesco lo ha nominato con cadenza regolare nelle sue omelie. “Vedendo” il diavolo in tutti gli scandali che hanno colpito la Chiesa dall’interno, il papa gesuita gli ha attribuito la responsabilità degli affari illegali targati Ior, della pedofilia clericale, delle guerre intestine che minacciano la stabilità della Curia, delle fughe di notizie riservate sulla Santa Sede. Ma Satana per il papa definito “rivoluzionario” (in primis, dalla sinistra subatomica italiana) è anche il «padre delle guerre». Di più, «è il padre dell’odio, delle bugie, delle menzogne, perché non vuole l’unità» tra gli esseri umani. E questo lo ha detto ad alcuni bambini durante una visita alla parrocchia di San Michele Arcangelo nel 2015 terrificandoli. Secondo papa Francesco, tutti i bambini sono indemoniati: «Quando voi sentite nel cuore odio, gelosia, invidia state attenti perché viene dal diavolo; quando sentite la pace, viene da Dio» ha detto loro. Si tratta di una citazione degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola – “l’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana” – e bastano un po’ di buon senso e un pizzico di sensibilità per intuire il terrore che la violenza di questa concezione perversa della realtà umana può incutere in un bimbo di sei anni. Ma nessuno si è pubblicamente indignato con Bergoglio. Quindi eccolo candidamente entrare nel libro autobiografico di una vittima con una premessa ipersponsorizzata dal quotidiano La Repubblica in cui per l’ennesima volta dice: «Chiedo perdono per i preti pedofili: un segno del diavolo, saremo severissimi». La mia domanda è: cosa intende dire papa Francesco? Saranno «severissimi» con i pedofili (e non pare proprio poiché la punizione peggiore consiste nell’espulsione dalla Chiesa SENZA denuncia alle autorità civili) o con chi secondo il pontefice li induce in tentazione?

    Federico Tulli

  • Don Pinetto, il parroco accusato di pedofilia e indagato per aver calunniato una vittima, il Portavoce della Rete L’ABUSO e due giornalisti, trasferito come collaboratore a Villapiana (SV)

    Don Pinetto, il parroco accusato di pedofilia e indagato per aver calunniato una vittima, il Portavoce della Rete L’ABUSO e due giornalisti, trasferito come collaboratore a Villapiana (SV)

    Don Pinetto lascia san Michele a Celle: farà il collaboratore a Villapiana

    Il parroco, indagato per calunnia, arriva a San Francesco da Paola

    SAVONA. Don Piero Pinetto lascia la comunità di san Michele a Celle: verrà sostituito da don Piero Giacosa, già titolare a Sanda e Celle Piani. L’annuncio è stato dato ieri nel corso delle Messe celebrate nella chiesa cellese con una lettera che il vescovo Vittorio Lupi ha inviato ai parrocchiani. Don Pinetto, che lo scorso gennaio ha compiuto75anni, lascia la parrocchia di san Michele per sopraggiunti limiti di età e avendo in prima persona chiesto un servizio meno gravoso. Il sacerdote torna così a Savona, dove è nato il primo gennaio 1940 e dove è statoordinatopresbiteroil29 giugno del 1968, e sarà collaboratore nell’Unità pastorale di san Francesco da Paola – san Lorenzo, a Villapiana, dove da un anno è titolare don Danilo Grillo. Don Pinetto tornerà a Savona quindi: il parroco allo stato attuale, risulta ancora indagato per calunnia dalla procura di Savona. In passato, dopo esser stato accusato di molestie sessuali da una presunta vittima, aveva querelato i suoi accusatori per poi essere difeso, in parte,dalla Curia savonese. Laprocura, per vederci chiaro, aveva aperto un fascicolo d’inchiesta che pende ancora sul capo del parrocco. Restando alla parrocchia di san Michele Arcangelo, a Celle, il nuovo titolare rappresenta un ritorno: don Piero Giacosa aveva già assunto questo incarico nel 1999 lasciandolo proprio a don Pinetto nel 2009. Nato nel 1963 a Savona e ordinato sacerdote nel 1996, don Giacosa negli scorsi anni ha ricoperto importanti ruoli nella diocesi quali Economo di curia e Rettore del Seminario, incarichi che ha voluto lasciare per dedicarsi al lavoro pastorale. Don Giacosa è infatti già parroco di Sanda e, dallo scorso anno,anche di Celle Piani. Con il nuovo incarico a san Michele, don Piero diventa titolare di tutte le comunità parrocchiali del Comune di Celle.

    Da IL SECOLO XIX Savona del 01-9-2015

  • Violenza sessuale, a giudizio sacerdote. Curia di Crotone responsabile civile

    Violenza sessuale, a giudizio sacerdote. Curia di Crotone responsabile civile

    Lo ha deciso il gup di Catanzaro che ha accolto la richiesta della Procura e delle parti civili, tra cui il Comune di Belcastro, che si sono costituite contro l’ex parrocco, don Roberto Mastro.

    È stato rinviato a giudizio con l’accusa di avere abusato di una quindicina di ragazzi, tutti di età inferiore a 14 anni, che frequentavano la parrocchia di San Michele Arcangelo, a Belcastro, in Calabria.Lo ha deciso il gup di Catanzaro che ha accolto la richiesta della Procura e delle parti civili (tra cui il Comune di Belcastro) che si sono costituite contro l’ex parrocco, don Roberto Mastro.

    Il prete sarà processato dal Tribunale per violenza sessuale sui minori. La prima udienza è già fissata per il prossimo 10 aprile quando, in aula, dovrà comparire don Roberto, denunciato dai genitori dei bambini. Le indagini partirono in seguito alle segnalazioni dei parrocchiani poi riscontrate dai carabinieri. Nella fase delle indagini preliminari, si è svolto anche un incidente probatorio in occasione del quale sono state raccolte letestimonianze delle vittime.

    I ragazzini hanno raccontato ai carabinieri le attenzioni particolari ricevute dal parrocco e le violenze che avrebbero subito fino all’11 dicembre 2010 quando, di notte, don Roberto è scappato da Belcastro ufficialmente per una pausa di riflessione. In realtà, il parrocco del paesino calabrese ha avuto paura della reazione dei suoi stessi parrocchiani una volta che si è saputo dell’inchiesta. Dal giorno in cui don Roberto ha lasciato Belcastro non si hanno più sue notizie. Sembrerebbe che il sacerdote si sia chiuso in una struttura religiosa a Roma dove non avrebbe contatti con l’esterno. Questo, però, non lo esime dalla necessità di presentarsi in aula per difendersi dall’accusa di pedofilia.

    Il 15 dicembre scorso, il gup ha respinto la richiesta di costituirsiparte civile da parte della Curia che, in un primo momento, aveva garantito l’assistenza legale al parroco imputato. In aula, però, la Curia arcivescovile di Crotone-Santa Severina ci sarà lo stesso. È stata citata, infatti, come responsabile civile. Nel caso in cui don Roberto sarà condannato, in sostanza, sarà obbligata a risarcire i danni alle vittime.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/03/violenza-sessuale-giudizio-sacerdote-curia-responsabile-civile/1394733/

  • Scandali sessuali, casi di pedofilia, preti playboy e parroci nudi sul web: il Papa commissaria la diocesi di Albenga inviando nella piccola curia ligure un “amministratore apostolico” per vigilare su monsignor Oliveri

    Scandali sessuali, casi di pedofilia, preti playboy e parroci nudi sul web: il Papa commissaria la diocesi di Albenga inviando nella piccola curia ligure un “amministratore apostolico” per vigilare su monsignor Oliveri

    la Repubblica, giovedì 23 ottobre 2014
    «Liberaci dal male», mormora monsignor Mario Oliveri dall’altare della cattedrale di San Michele Arcangelo. E sulla fronte gli s’allunga una ruga profonda: dolore, inquietudine. Amen, signor vescovo: ma è proprio vero che con tutti questi preti peccatori, Papa Francesco ha deciso di “commissariare” la sua diocesi? «Non voglio parlarne. Non è il momento», taglia corto.
    Dopo un quarto di secolo da indisturbato padrone di casa, Oliveri tra pochi giorni dovrà condividere il palazzo vescovile di Albenga con un altro prelato. Un “amministratore apostolico” scelto da Bergoglio per aiutarlo a reggere il peso dei troppi scandali delle sue parrocchie: sacerdoti condannati o indagati per pedofilia, altri che in processione corteggiano le fedeli più carine, parroci che posano nudi su Facebook o per siti gay, che svuotano le cassette delle elemosine e se la danno a gambe, che palpeggiano turiste adolescenti sul lungomare. Per non parlare di quelli che sfoggiano tatuaggi, fanno i barman nei locali notturni, organizzano giri di prostituzione.
    No, non è una barzelletta. È un rosario di nefandezze che fa due volte impressione, anche perché la diocesi di Albenga-Imperia è piuttosto modesta. Negli ultimi anni le procure hanno aperto decine di indagini e davvero ci deve essere qualcosa di orribile, se anche il nunzio apostolico Adriano Bernardini è tornato in Vaticano scuotendo la testa, dopo aver indagato per alcuni giorni.
    Dicono che l’«inquisitore» Bernardini sia stato mandato da Papa Francesco all’inizio dell’autunno proprio quando il vescovo ha avuto un malore celebrando la messa -, ma è possibile che le cose siano ancora più delicate. Perché il nunzio apostolico di solito si muove quando un tribunale comunica alla Santa Sede l’intenzione di aprire un fascicolo su di un vescovo. Monsignor Oliveri indagato? La procura di Savona, che è capoluogo della provincia, smentisce. Però non esclude che possa essere stata presentata una denuncia nei suoi confronti altrove. Brutta storia.
    «Bugie. Cattiverie della gente. Il vescovo nessuno lo manderà via. Se ne andrà lui da solo, vedrete. Gli manca poco alla pensione», spiega un parrocchiano. Settantuno anni, Oliveri da giovane sacerdote aveva intrapreso una carriera “diplomatica” tra Parigi e Londra. Ma qualcosa è andato storto, perché nel ’90 lo hanno nominato vescovo ad Albenga e da lì non si è più mosso. Era stato compagno di studi di Bernardini, che pare non sia in buonissime relazioni con Bergoglio (si erano incrociati a Buenos Aires nel 2003: sparlano che il nunzio giocasse a tennis con l’ex presidente Menem, poi condannato per traffico d’armi). Però la relazione di Bernardini al termine della visita non deve essere stata lusinghiera, se adesso arriva un “ausiliario” che presto sarà nominato vicario generale. Cosa ha scoperto? Intanto, gli è bastato leggere sui giornali i resoconti di indagini e processi. Don Luciano Massaferro, parroco di Alassio, condannato a 7 anni e 8 mesi per abusi sessuali nei confronti di una chierichetta, difeso strenuamente dal vescovo durante l’indagine. Silvano De Matteis, parroco a Diano San Pietro, accusato da un capitano di porto di averne corteggiato la moglie durante una processione. Don Cesare Donati, parroco di Bastia d’Albenga, che prima viene destituito con l’accusa di avere una compagna – il suo posto è preso da un prete che si è fatto fotografare nudo su di un sito gay -, poi dice che officerà nelle frazioni ma finisce a fare il barman. Padre Alfonso Maria Parente, già protagonista al festival di Sanremo, che fugge con la cassa della parrocchia di Pairolo. E fa spazio a don Juan Pablo Esquivel, che vive con un amico e raccontano appassionato di culturismo, già ricoverato per mononucleosi («Chi lo avrà baciato?», era il tormentone dei fedeli), famoso per le sue invettive contro le “arpie insoddisfatte”. Un link che rimanda a don Juan è presente anche sulla pagina facebook del vescovo Oliveri. E su Facebook c’è finito puree don Gabriel Viorel Irla, parroco di Poggi di Imperia: nudo, naturalmente. Alcune delle tante storie di cui Bernardini ha preso nota. Ma il resto?
    Fervente tradizionalista liturgico, monsignor Mario Oliveri nel 2008 ha celebrato in cattedrale una messa in latino, tre ore e mezza di cerimonia. Nei suoi post sui social network evoca spesso e volentieri il Pontefice “Benedictus XVI”. Cui era molto legato anche il cardinale Domenico Calcagno, che Bergoglio ha allontanato di recente dallo Ior. Calcagno è stato accusato di aver coperto diversi casi di pedofilia nella Curia di Savona. Dove era stato per 5 anni vescovo, prendendo il posto nel 2003 di quel monsignor Dante Lanfranconi a sua volta indagato due anni fa dalla procura savonese per aver coperto casi di pedofilia e abusi sessuali nella diocesi. Che confina con quella di Albenga. Oliveri e Lanfranconi si erano insediati insieme, un quarto di secolo fa. Luisa Bonello, medico savonese, a febbraio aveva consegnato a Papa Francesco un dettagliato rapporto sulle violenze commesse dai sacerdoti della zona, denunciando la “connivenza” dei vertici. «Liberaci dal male», gli aveva chiesto. Si è uccisa il mese scorso. La magistratura ha aperto un’inchiesta per “istigazione al suicidio”.

    Massimo Calandri
    Vedi anche Lo scandalo dei preti pedofili
  • L’unico obbiettivo della chiesa è stato quello di raggiungere la prescrizione.

    L’unico obbiettivo della chiesa è stato quello di raggiungere la prescrizione.

    SAVONA. Don Giraudo, don Pinetto, don Barbacini, don Massaferro, l’ex assistente nella parrocchia di Lavagnola Franco Briano: sono sicuramente i casi più delicati e spinosi che hanno turbato la serenità della chiesa savonese sul tema della pedofilia. Se Briano ha fatto apertamente outing sulle sue malefatte,.ma solo a prescrizione intervenuta, per altri due casi è stata la magistratura a indagare e far luce in seguito alle denunce di Francesco Zanardi.

    Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro ha lavorato per anni al fenomeno pedofilia nel mondo della chiesa, con coinvolgimenti sia nella diocesi di Savona-Noli che in quella di Albenga, scoperchiando una realtà rimasta a lungo nascosta e temuta. Un lavoro che ha trovato parecchi ostacoli e impedimenti, ma che ha portato alla condanna di Nello Giraudo, l’ex parroco di Noli, per abusi sessuali nei confronti di un ragazzino in un campo scout. L’episodio, risalente al 2005, è costato caro al prete che era stato messo persino alla guida di una comunità di giovani nell’intento di sottrarlo all’eco dello scandalo. Un anno: è la condanna patteggiata da Giraudo. Ma l’inchiesta della magistratura aveva messo di mezzo anche l’allora vescovo Dante Lafranconi indagato dalla procura in concorso nella pedofilia e che il gip Fiorenza Giorgi ha bacchettato nella motivazione che aveva portato alla sua richiesta di archiviazione.

    “La sola preoccupazione dei vertici della Curia era quella di salvaguardare !’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamen-te) per tale ragione l’allora Vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli “ era stato uno dei passaggi forti della motivazione.

    Molti altri episodi hanno invece goduto del salvagente della prescrizione. Intervallo di tempo che recentemente ha salvato pure don Pinetto, anche lui parroco nel ponente e da qualche anno trasferito nella chiesa di San Michele Arcangelo a Celle. L’inchiesta sollevata dall’intervista concessa al Secolo XIX da parte di una delle vittime, ha spalancato una seconda terribile finestra sul mondo degli abusi in seminario. Erano gli anni ’70 quando alcuni ragazzini vennero molestati dal prete, allora responsabile del seminario. Il pm Ferro la scorsa estate si è recato addirittura in Sardegna, in un paesino nel centro dell’isola, dove vivono ancora gli anziani genitori di una delle vittime. Sono saltati fuori, lettere, testimonianze e drammi personali immani per quelle morbose atten-zioni di don Pinetto verso i giovani seminaristi.

    Tutto prescritto, ma non la calunnia. Don Pinetto aveva infatti denunciato la vittima, i giornalisti che raccolsero il suo sfogo e Francesco Zanardi per diffamazione. E non contento aveva scritto al Vescovo Lupi gridando la sua estraneità ai fatti. Le indagini hanno dimostrato l’esatto contrario e il pm Ferro ha chiesto il rinvio a giudizio del prete per calunnia.

    Ma c’è anche chi, come don Giorgio Barbacini e più recentemente don Luciano Massaferro, il conto con la’ giustizialo ha pagato pesantemente: rispettivamente tre anni e sette anni, mentre don Luigi Fusta, parroco in pensione di san Nicolò a Pietra deve rispondere di favoreggiamento verso un frequentatore della parrocchia che aveva riservato attenzioni ad una dodicenne.

    Di Giovanni Ciolina – Secolo XIX

  • Il parroco di Monteroduni, don Luigi Balsamo, indagato per pedofilia. Originario di Afragola, non nuovo a questi episodi

    Il parroco di Monteroduni, don Luigi Balsamo, indagato per pedofilia. Originario di Afragola, non nuovo a questi episodi

    ANCORA il caso di un prete pedofilo in Molise. Precisamente a Monteroduni, dove l’aiutante del parroco dal 2000 al 2008 è stato denunciato da diverse famiglie di bambini che avrebbe molestato. I genitori si sono rivolti ai carabinieri che hanno avviato una lunga e difficilissima inchiesta. Adesso le indagini sarebbero state chiuse, mentre il parroco è stato allontanato
    dalla comunità della provincia di Isernia. Dopo il caso di don Felix un’altra storia raccapricciante,
    un altro episodio shock di bambini molestati da chi dovrebbe essere per loro guida spirituale

    I presunti episodi si sarebbero verificati a Monteroduni negli anni fino al 2008

    La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Isernia avrebbe chiuso le indagini per presunti episodi di pedofilia che coinvolgerebbero don L.B., aiutante prete a Monteroduni dal 2000 al 2008 e si appresterebbe a chiedere il rinvio a giudizio. I fatti oggetto delle indagini, svolte segretamente dai carabinieri della locale Stazione, coordinati dal capitano della compagnia di Venafro Falso, si riferiscono agli ultimi anni della permanenza del religioso a Monteroduni. Il prete, di origine campana, che pare non essere nuovo a questo genere di episodi, era giunto in paese su nomina dell’allora vescovo di Isernia, Andrea Gemma, come aiutante di don Agostino Lauriola, titolare della parrocchia di San Michele Arcangelo. Ma dopo le numerose denunce presentate presso i carabinieri del paese da parte di alcuni genitori dei ragazzini sono scattate le indagini a carico del prete. L’attuale vescovo Mons.Visco, quasi anticipando le indicazioni rigide papali sui preti pedofili l’ha prontamente allontanato dalla comunità lo scorso anno in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Ora pare che il parroco risieda in Umbria per un percorso di recupero educativo. Intanto i genitori dei ragazzini molestati invocano una giustizia celere senza indulgenza.

    Del caso se ne starebbe occupando anche il tutore dei minori di Campobasso Nunzia Lattanzio.