Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Santuario del Divino Amore

  • Abusi su minori, ora l’ex parroco va in cura

    Abusi su minori, ora l’ex parroco va in cura

    Raggiungerà al più presto l’istituto Oasi di Elim, presso il santuario del Divino Amore, a Roma, l’ex parroco di Santa Maria madre della Chiesa, a Pratale. Un istituto che ospita i prelati accusati di pedofilia impegnati in un percorso di riabilitazione e di sostegno psicologico al clero che si è macchiato di abusi sessuali.

    Il sacerdote, che avrebbe ammesso gli abusi su due fratelli (oggi adulti) quando era parroco di Santo Stefano extra moenia, a Porta a Lucca, è ancora ospite a casa di parenti, a Pisa, ma nei prossimi giorni lascerà la città per ricoverarsi nella “clinica” romana nata nel 2010 per sostenere i prelati con disturbi psichici e affetti da pedofilia, in attesa delle determinazioni del processo canonico, avviato nella scorsa primavera dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, non appena ricevute le circostanziate dichiarazioni dei due fratelli vittime degli abusi.

    Fatti commessi molti anni fa e ormai prescritti, sotto il profilo penale e per i quali dunque non ci sarà alcun processo da parte della giustizia ordinaria. Tuttavia il parroco, dimissionario da tutti gli incarichi e tuttora sospeso da ogni mansione, ha già ammesso davanti a Benotto le sue colpe. Spetta ora al Vaticano pronunciarsi in modo definitivo sulle sue condotte, intanto l’ex parroco proverà a inizierà una seconda vita attraverso il percorso riabilitativo nella cosiddetta “clinica dei preti”.

    Parallelamente al giudizio canonico potrebbe però aprirsi un processo civile perché ai due fratelli abusati si sarebbero aggiunti almeno altre due denunce. I quattro casi sono seguiti dal team di avvocati della Rete l’Abuso, che da anni si batte per denunciare gli abusi sessuali del clero cattolico.

    Sarebbero, quindi, almeno quattro le persone pronte a rivolgersi al Tribunale di Pisa per avviare una causa civile e chiedere un sostanzioso risarcimento danni: i ricorsi ai quali si sta lavorando parlando di reiterati abusi sessuali e violenze subite quando le persone ora adulte erano bambini o appena adolescenti. Tutti i fatti riguarderebbero la parrocchia di Porta a Lucca. Finché ha potuto ha tenuto nascosto il lato oscuro di sé il sacerdote settantaquattrenne pisano, tanto da svolgere negli anni una brillante “carriera” all’interno della curia fino a diventarne il vicario episcopale per la città di Pisa nel 2021.

    Fino a primavera era un modello per tanti fedeli e generazioni di pisani. Era considerato un prete carismatico, progressista, illuminato e di grande personalità. Poi le accuse dei due fratelli lo hanno travolto e di fronte al vescovo, in estate, ha vuotato il sacco e ammesso ogni responsabilità.

  • Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Il sacerdote sospeso da ogni mansione dopo lo scandalo di pedofilia che lo ha visto al centro di storie di abusi sessuali su minori è stato trasferito a Roma, nella cosiddetta “clinica per preti”, L’oasi di Elim del Santuario del Divino Amore della Capitale, un istituto da 12 posti creato proprio per il sostegno psicologico del clero.

    Un luogo dove curarsi e dove ritrovare la propria vocazione, dopo aver sbagliato e, nel caso dell’ex prelato di Pisa, dopo non aver negato le responsabilità a lui attribuite. Per lui non ci sarà nessun processo penale perché i reati sono ormai prescritti ma si svolgerà presso il Tribunale di Pisa una causa di risarcimento danni che coinvolge alcune vittime. In 4 infatti sarebbero pronti a chiedere i danni per gli abusi sessuali e le violenze subite quando erano bambini o appena adolescenti.

    Una comunità, quella pisana, e non solo, scossa nel profondo, ma non bisogna perdere la speranza. Il monsignore dell’Arcidiocesi di Pisa, accusato di molestie sessuali, abusi sessuali e violenza sessuale su minori non avrebbe negato gli addebiti al suo arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, durante le fasi preliminari di indagine del processo canonico iniziato ad aprile scorso a seguito delle denunce delle due vittime, due fratelli pisani. 

    Il prete si è dimesso e l’arcivescovo lo ha sospeso da tutte le sue funzioni e mansioni, e ora vive a casa di un parente in attesa del termine del processo canonico e dell’iter che porterà alle decisioni finali da parte della Santa Sede, che potrebbe espellerlo dalla Chiesa, come ha espressamente detto papa Francesco per tutti i preti riconosciuti responsabili di pedofilia.

    Proprio nei giorni scorsi, dopo la morte di Benedetto XVI, Bergoglio ha deciso di proseguire le sue riforme istituendo due nuovi enti che dovranno vigilare su abusi sessuali e sulle finanze della Chiesa. Non si farà mai abbastanza per certe cose.

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2023/01/09/accusato-di-pedofilia-il-sacerdote-di-pisa-e-stato-trasferito-a-roma/134098/

  • Preti ladri, pedofili, tossici. Le case segrete dei religiosi da rieducare raccontate da chi c’è stato

    Preti ladri, pedofili, tossici. Le case segrete dei religiosi da rieducare raccontate da chi c’è stato

    di Luigi Franco per Fq Millennium

    UNA MOTO PER SÉ, un’auto per l’amico e per la madre un intervento chirurgico. Poi viaggi e cene. Don Lucio Sinigaglia, parroco del padovano, è stato scoperto a dilapidare migliaia di euro prelevati dal  lascito alla Caritas di un facoltoso farmacista.

    Poco più a est, don Angelo Lazzarin è stato allontanato dalla sua parrocchia a Chioggia dopo che un marito geloso ha messo un investigatore dietro alla moglie e ha scoperto che se la spassava proprio con il prete.

    Don Stefano Maria Cavalletti I ‘hanno invece beccato a Milano, mentre si faceva a un coca party.

    A Napoli, don Mario d’Orlando non s’è più visto in circolazione dopo le accuse di aver partecipato a festini gay organizzati sulla chat “Reverendis”.

    E poi c’è il lungo elenco di preti pedofili, come don Massimo Iuculano, ex direttore dell ‘Istituto salesiano Sacro cuore di Gesù di Vercelli condannato a cinque anni di carcere perchè invitava gli studenti in un’ aula, li depilava, li massaggiava con olio, prima di costringerli a palpeggiamenti e sesso orale. Dove ha trascorso don Iuculano gli arresti domiciliari in attesa che la giustizia arrivasse a sentenza?

    E i sacerdoti che hanno fatto scandalo senza commettere reati, che fine hanno fatto una volta scomparsi da parrocchia e pagine di giornale?

    Fq Millennium è in grado di aprire uno squarcio nel segretissimo mondo dei centri dove la Chiesa rinchiude i suoi peccatori. Per nasconderli agli occhi dei fedeli, cercando di curarli e di rieducarli. «Con pratiche discutibili», racconta una psicoterapeuta che per anni ha lavorato a contatto con una di queste strutture. Ed è «la sofferenza» il ricordo più vivido di un sacerdote costretto al percorso di recupero per preti gay, sotto il ricatto economico: “O ti adegui al volere dei superiori, o ti ritrovi da un giorno all’altro in mezzo alla strada senza stipendio». Ma raccogliamo anche la testimonianza del sacerdote cascato in un giro di droga che dopo gli anni di “confino” si è rialzato ed è stato riabilitato: «Nella casa di recupero ho imparato ad avere consapevolezza dei miei problemi e a volermi bene».

    IL SILENZIO DELLA CHIESA

    La Chiesa continua a tacere. Alle domande oppone solo un imbarazzato silenzio. «Preti in difficoltà», li definisce il verbo ufficiale. Pastori di anime caduti in disgrazia su cui intervenire senza fare rumore. Da un lato il percorso terapeutico che dovrebbe avere come fine la salute e il recupero del paziente. Dall’altro è prioritario ripararsi il più possibile dagli scandali. <Fuori non si deve sapere nulla di quanto accade dentro”, è una delle prime cose che racconta a Fq Millennium la criminologa e psicoterapeuta che in passato ha collaborato con i padri Venturini, una congregazione che gestisce due centri per preti in crisi, la Casa Madre di Trento e Villa iride a Verbania. Fino a pochi mesi fa ha avuto come pazienti alcuni sacerdoti accusati di pedofilia inviati dalla Curia di Milano. Convincerla a parlare è dura, teme ritorsioni, pretende l’anonimato. «Ai primi incontri ero obbligata a vederli alla presenza dei difensori. Una seduta di psicoterapia non dovrebbe funzionare cosÌ, ma i superiori del prete dovevano essere certi che di me ci si potesse fidare».

    A un certo punto su uno dei casi rischiano di accendersi i riflettori dei media. La soluzione? Spedire il prete da un giorno all’altro in Umbria, a Città di Castello. Dove due sacerdoti della congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso gestiscono sotto il più stretto riserbo un’altra di queste case: Villa Sacro Cuore. «Avevo in cura quel paziente da anni e con lui avevo raggiunto ottimi risultati», ricorda la psicologa. «L’hanno mandato lì per più di un mese, senza che nessuno si facesse una chiacchierata introduttiva con me. Sono intervenuti a gamba tesa nel percorso terapeutico. Niente di più sbagliato, sia dal punto di vista clinico che deontologico».

    Ed ecco le conseguenze: «Quando il sacerdote è tornato da me, era evidente dai suoi racconti che avevano tentato di forzarne la volontà, giocando sui sensi di colpa. Ma la psicoterapia ha come fine quello di rendere il paziente più consapevole di chi è veramente, non di manipolarne la volontà. Sono arrivati a mettergli in testa di essere omosessuale, quando è un pedofilo del tutto eterosessuale. Risultato, uno stato di confusione e la messa in discussione del lavoro fatto nel corso di un paio d’anni».

    Chiedere conto di questo a padre Aurelio Del Prado, religioso spagnolo responsabile del programma formativo e terapeutico di Villa Sacro Cuore, non porta a nulla: «Non voglio esprimermi su quanto detto da un’altra persona. Siamo professionisti seri e responsabili, che usano le tecniche oggi vigenti e contenute nei protocolli internazionali. Per il resto preferiamo non dare notizie a nessuno», è il poco che gli si riesce a strappare.

    Con lui collabora Pierluigi Imperatore, psicologo e psicoterapeuta esterno che, tra le altre cose, è esperto in programmazione neurolinguistica, una tecnica parascientifica utilizzata in diversi ambiti, tra cui il marketing. Tanto che a scorrere il passato di Imperatore, lo si ritrova tra i soci e consiglieri della Crs International Network, una società di multilevel marketing fallita nel 2003 che con il crollo della sua struttura di vendite a piramide ha lasciato a bocca asciutta molti cittadini che si erano fidati.

    Dopo due telefonate chiuse in faccia e un sms, Imperatore liquida come «sgradevole e inelegante» il riferimento a «mie questioni personali superate». Sulle tecniche terapeutiche si limita a scrivere: «La mia dimensione professionale non mi consente, neanche se lo volessi, di interloquire su questioni naturalmente riservate e relative a terzi». Poi silenzio.

    SVUOTARE LA MENTE

    Giornate che iniziano presto, quelle a Villa Sacro Cuore. Sveglia all’alba, le preghiere prima di colazione. Poi l’inizio delle attività che al lavoro manuale e alle ore di studio alternano le sedute di psicoterapia, sia individuali sia di gruppo. Tra le tecniche utilizzate c’è la mindfulness, con la quale il paziente viene fatto rilassare e portato in una condizione di svuotamento mentale simile alla meditazione. <<È in quel momento che al mio ex paziente venivano inculcate idee piuttosto discutibili», prosegue la psicologa. «Se usata cosi, questa tecnica può portare a scompensi seri. So che venivano frammischiate parabole evangeliche con la meditazione, al solo fine di “riprogrammare” il cervello e i pensieri dei malcapitati, probabilmente nel tentativo di assicurarsi che non commettessero altri atti criminali. Ma senza consentire loro di arrivare a una presa di coscienza autentica». Villa Sacro Cuore «è una bolgia», arriva a dire sulla base dei racconti dell’ex paziente. «Un insieme di preti con patologie e disagi diversi, chiusi lì tutti insieme, in una situazione che rischia di accentuare i loro problemi».

    Poco dopo la villa dei misteri, la strada si trasforma in polveroso sterrato. La recinzione a rete lascia il giardino libero alla vista: maglietta bianca e barba lunga ma ben curata, uno degli ospiti è chino su un tavolo a scrivere. Per il resto i contatti con l’esterno sono ridotti al minimo. A un certo punto, dopo un paio d’ore di passeggiata nei dintorni con una Canon al collo, a controllare chi scrive arrivano addirittura i carabinieri. Eppure gli interni cosi gelosamente custoditi fanno bella mostra in un video su YouTube: il refettorio con la tavolata a ferro di cavallo, la cappella scarna, il laboratorio dove gli ospiti dipingono, una sala con una fila di tappetini per terra. In sottofondo, musica religiosa. Forse un messaggio promozionale. Il video è stato postato da padre Quinto Tornassi, il sacerdote che ha in mano le questioni economiche e pratiche della casa. Provare a chiedergli una spiegazione è impossibile, visto che al citofono non hanno intenzione di passarlo: «Siamo una comunità di sacerdoti che vivono un’ esperienza spirituale e non vogliamo essere disturbati da nessuno. Non siamo interessati a che si sappiano le cose nostre».

    Anche le gerarchie ecclesiastiche sono sempre state parche di dettagli. La villa, un edificio di quattro piani che risale alla seconda metà dell’Ottocento, è un vecchio seminario. Nel maggio 2011  l’annuncio del vescovo di Città di Castello, Domenico Cancian: «Villa Sacro Cuore sarà riservata ai preti malati o in difficoltà. L’attività è condivisa e sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana». Parole che dicono per non dire. E così quando in città si viene a sapere che li dentro finiscono pure i sacerdoti che hanno abusato di minori, inizia a girare un volantino anonimo. Un anno fa l’associazione delle vittime di preti pedofili Rete l’ABUSO riceve una lettera in cui si chiede di rendere pubblico che nella villa vivono «pedofili, omosessuali, alcolizzati e quant’altro ( … ). È cosa buona e giusta che questi individui si mettessero una macina al collo e si buttassero a mare». Sono parole riprese da Gesù, ma suonano dure se a scriverle è quel «gruppo di preti della diocesi di Città di Castello» che si intesta il messaggio.

    La congregazione dei Figli dell’ Amore Misericordioso, a cui abbiamo detto appartenere il vescovo Domenico Cancian, non è l’unica a occuparsi di preti con problemi. La questione è esplosa in Vaticano da quando, una decina di anni fa, iniziarono a emergere pure in Italia diversi casi di pedofilia, dopo gli scandali venuti a galla negli Stati Uniti grazie agli scoop del The Boston Globe raccontati in Spotlight. Quale sia il coinvolgimento della Conferenza episcopale italiana non è dato saperlo. L’ufficio stampa risponde che la gestione delle case per sacerdoti in difficoltà non è riconducibile agli Uffici o ai Servizi pastorali della Cei. Se ne occupano alcune congregazioni religiose che hanno questo tipo di attività come elemento peculiare del proprio carisma». Tra queste ci sono i già citati padri Venturini, pionieri nell ‘accoglienza di sacerdoti da recuperare, ai quali mettono a disposizione le loro strutture di Trento e Verbania. Al confine tra Roma e Pomezia hanno invece sede l’Oasi di Elim e il Monte Tabor, due centri gestiti dall ‘associazione di fedeli laici.

    Apostolato Accademico Salvatoriano insieme ai religiosi del santuario del Divino Amore che – secondo quanto si legge sul sito – hanno il supporto della Cei e della diocesi romana. Un anno fa papa Francesco ha visitato la comunità di Monte Tabor, incontrando gli otto ospiti nella cappella. Del loro colloquio è trapelato ben poco. La visita è stata resa pubblica, ma il velo di riservatezza è rimasto intatto.

    Dall’annuncio del vescovo Cancian su Villa Sacro Cuore sono passati sei anni. Contattarlo, però, è inutile: «Sono cose private, non ho intenzione di parlarne con voi». Nel centro di solito vivono dieci-quindici preti, alcuni agli arresti domiciliari. Come don Giovanni Desio, parroco del ravennate venuto alla ribalta la prima volta nel febbraio del 2014 per essere finito con il suo Suv in un canale, completamente sbronzo. Poi sono emersi abusi su quattro ragazzini tra i 12 e i 15 anni. Prima della riduzione in stato laicale e della condanna definitiva in Cassazione che lo scorso novembre lo ha spedito dietro le sbarre, don Desio ha passato un po’ di tempo a Villa Sacro Cuore. Così come il citato salesiano don Iuculano. Mentre a Trento, alla Casa Madre dei Venturini, a inizio anno è stato nascosto don Andrea Contin, il parroco a luci rosse di San Lazzaro a Padova, che dopo la denuncia di una ex amante per sfruttamento della prostituzione e violenza privata ha confessato diversi incontri di sesso estremo avvenuti in canonica, tra orge e video hard con donne e uomini, compresi altri tre sacerdoti.

    RIABILITATO IN DUE ANNI

    Fq Millennium è riuscito a parlare con un prete “riabilitato” dopo più di due anni passati dai Venturini. Tutto era iniziato così: «Il superiore mi ha chiesto se non avessi nulla da riferirgli. Poi mi ha detto che il giorno dopo sarei dovuto partire». Allontanato dalla sua parrocchia all’improvviso, senza che ai fedeli venisse comunicato nulla, dietro garanzia di anonimato ripercorre la sua storia dal punto in cui le cronache hanno smesso di raccontarla. Lo chiameremo don Lorenzo, lungo la camminata che dalla canonica ci porta al bar della piazza principale per un caffè, e poi fino all’ufficio dove il sacerdote svolge parte delle sue nuove mansioni. «Dal mio superiore non ho sentito quell’amore e quella comprensione che predica il Vangelo. Avrei preferito affrontare il momento di difficoltà nella mia parrocchia. E assumermi lì le mie responsabilità, davanti alla comunità». Ma don Lorenzo viene allontanato » ancora prima che i giornali raccontino la vicenda di droga in cui è implicato, grazie a una comunicazione degli investigatori al vescovo.

    L’accordo di Villa Madama del 1984, che ha sostituito il Concordato del ’29 tra Stato italiano e Santa Sede, prevede che la nostra autorità giudiziaria avvisi quella ecclesiastica qualora venga aperto un procedimento su un sacerdote. In ogni caso a don Lorenzo la giustizia non contesterà nulla: semplice consumatore. Ma a quel punto lui è già stato parcheggiato per qualche mese in una comunità isolata, per poi finire a Trento. Ma che cosa prevede il diritto canonico in casi come questi? I giudici, cioè i vescovi, godono di una certa discrezionalità: «Non è rigido come le nostre leggi secolari», spiega Alessandro Cesarani, ricercatore di Diritto ecclesiastico e canonico ali ‘Università degli studi di Milano. «Il fine ultimo del codice è la salvezza delle anime. E se il vescovo ritiene che per questo sia meglio non applicare una norma, può farIo».

    «Ci ho messo un po’ a trovare una nuova diocesi», continua don Lorenzo. «Qui il vescovo mi ha accolto a tre condizioni: che entrassi in punta di piedi, che ottenessi il permesso dei miei superiori e soprattutto che una relazione garantisse l’ultimazione del mio percorso dai Venturini». Da loro dice di essersi trovato bene: «Sono arrivato a riconoscere le mie difficoltà e a riacquisire fiducia in me stesso. A volermi bene». Un incontro alla settimana con il padre spirituale, uno di psicoterapia individuale e uno di psicoterapia di gruppo. Per il resto giornate scandite da preghiera, studio, attività manuali, un’ ora di camminata a contatto con la natura. Dice di essere riuscito a ripartire, Don Lorenzo. Non sempre finisce così. «Un sacerdote dopo aver passato diverso tempo a Città di Castello è stato ridotto allo stato laicale. In mezzo alla strada, senza più lo stipendio>.

    E siamo arrivati allo sterco del demonio. «Il primo strumento che la Chiesa usa per bloccarti o importi le sue scelte è di tagliarti lo stipendio. Casi se hai già una certa età, preferisci andare in questi posti che chiamano “di recupero”, ti subisci il tuo anno di terapia e te ne tomi buono buonino facendo quello che facevi prima. Magari stando solo attento a scopare’ di nascosto, senza lasciare tracce». Mario Bonfanti è un ex sacerdote che non ha voluto rinnegare la propria omosessualità. Era vice parroco nella diocesi sarda di Ales-Terralba, quando dodici anni fa l’allora vescovo Giovanni Dettori cercò di imporgli un periodo di “riflessione” alla Casa Madre di Trento: <Io non ho problemi con la mia omo-sessualità», gli ho risposto. «Se i problemi ce li ha lei, ci vada lei lassù». Dopo una serie di scontri, ha chiesto di essere cancellato dalla lista dei presbiteri per uscire dalla Chiesa. «Se non sei corazzato e non hai gli strumenti per far fronte a tutto questo, ti adegui alle loro decisioni, facendo una doppia vita o rischiando di cadere in depressione».

    di Luigi Franco per Fq Millennium n. 3 del luglio 2017

  • La legge vaticana del più forte

    La legge vaticana del più forte

    Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
    PEDOFILIA
    di Federico Tulli

    “Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.

    Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.

    Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.

    I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.

    Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.

    Pag 30 di LEFT del 10-12.2016

  • Pescara, il tribunale ecclesiastico condanna il prete per pedofilia: passerà 5 anni in monastero

    Pescara, il tribunale ecclesiastico condanna il prete per pedofilia: passerà 5 anni in monastero

    di Pietro Lambertini

    PESCARA. La Chiesa ha condannato don Vito Cantò, il parroco di 43 anni accusato di abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni: per tutta la vita non può più svolgere alcuna attività parrocchiale con i minorenni; è sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per i prossimi 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Secondo il tribunale ecclesiastico, don Vito è «colpevole» ma il parroco originario di Cepagatti, quello che nel 2006 incontrava i giovani pescaresi anche sulla riviera per parlare loro dell’importanza della fede, ha evitato la pena più alta prevista: quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale.

    La sentenza è arrivata al termine del processo canonico, iniziato nel 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino da parte di don Vito che, all’epoca, guidava la parrocchia di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito «ad cautelam» ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Partì quindi il processo canonico che si è concluso con la sentenza dell’8 giugno scorso, un atto rimasto segreto per quasi un anno.

    Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile rivelando che, tra il 2011 e il 2012, ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Secondo gli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo e lui si sarebbe confidato con i genitori.

    Due processi paralleli, quello canonico, già chiuso con la sentenza di condanna della Chiesa, e quello penale che, dopo l’incidente probatorio in cui due periti hanno stabilito che il ragazzo è credibile, oggi celebrerà la seconda udienza preliminare. La prima udienza preliminare, davanti al giudice Gianluca Sarandrea, si è chiusa con la difesa di don Vito – il parroco è assistito dall’avvocato Giuliano Milia – chiusa in riflessione sull’opportunità di chiedere o meno il rito abbreviato. Una richiesta che potrebbe essere presentata oggi: in caso di abbreviato, don Vito salterebbe il processo pubblico e, in caso di condanna, avrebbe uno sconto di pena di un terzo.

    Tornando al processo della Chiesa, la sentenza è rimasta nell’ombra ed è diventata nota solo adesso: l’avvocato della famiglia del ragazzo, Vincenzo Di Girolamo, ha voluto che la sentenza fosse inserita agli atti ritenendola un documento fondamentale. E cosa prevede la sentenza della Chiesa? La prima pena stabilita è perpetua: don Vito non può più fare attività parrocchiale a contatto con i minorenni, per esempio niente più catechismo. Le altre pene sono temporanee: per tre anni il parroco è sospeso dal ministero sacerdotale e può solo «concelebrare» la messa o tenere la «messa senza il popolo» quotidiana; per 5 anni don Vito è all’obbligo di dimora «per una vita di preghiera e di penitenza» all’Oasi di Elim della parrocchia della Santa Maria del Divino Amore di Roma.

    Si tratta di un consultorio da 12 stanze singole per il clero in crisi di coscienza: «L’Apostolato Accademico Salvatoriano, in collaborazione con il santuario del Divino Amore, svolge un prezioso servizio a favore dei religiosi e dei sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà», recita il sito Internet della parrocchia. «Un luogo e un tempo», dice un depliant, «per riscoprire la propria vocazione. Un’opera Salvatoriana per il sostegno psicologico al clero e alla vita consacrata».

  • Caso don Rutigliano; il parroco di S. Gordiano Martire annuncia per domani un comunicato stampa della Curia

    Caso don Rutigliano; il parroco di S. Gordiano Martire annuncia per domani un comunicato stampa della Curia

    Don Ivan Leto annuncia per domani un comunicato stampa nel quale darà spiegazioni sulle recenti rivelazioni rese pubbliche dalla Rete L’ABUSO riguardo a Don Francesco Rutigliano, il sacerdote della diocesi di Locri – Gerace condannato dal Santo Uffizio nel 2011 a 4 anni di sospensione dal ministero sacerdotale per abuso di minore con l’aggravante di abuso di dignità e ufficio.

    Il sacerdote che è ancora residente presso il santuario del Divino Amore di Collevalenza, dove notoriamente vengono curati i sacerdoti con questo genere di problematiche, come da rito è stato trasferito nella parrocchia di S. Gordiano Martire a Civitavecchia dove nessuno conosceva il suo passato, almeno fino a pochi giorni fa.

    La scoperta è stata poco gradita da parrocchiani e residenti i quali da qualche giorno stanno contattando l’associazione, chi per chiedere consiglio, chi per segnalare che sia nella parrocchia che nelle strette vicinanze ci sono strutture come scuole o attività sportive poco compatibili con i trascorsi del sacerdote, chi semplicemente per mettersi a disposizione.

    Crediamo sia doveroso sottolineare che don Rutigliano, per il momento è stato condannato soltanto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede non perché la legge italiana non possa ritenerlo procedibile, ma perché è stata omessa la denuncia all’Autorità Giudiziaria.

    Ultimamente era scomparsa dalle cronache anche la notizia della sua condanna, in quanto Calabria ora, il quotidiano che aveva dato ampio spazio alla vicenda, ha chiuso nei primi mesi del 2014 cancellando così quanto aveva pubblicato online, pubblicazioni che però restano sulle copie cartacee del quotidiano che la rete L’ABUSO ha recuperato e ha rimesso in rete per il bene della collettività.

    Nei mesi successivi il sacerdote aveva minacciato querela alle varie testate online che avevano ripreso quegli articoli, alcune li avevano rimossi, altre invece no, sta di fatto che don Rutigliano che per la legge civile non è ancora prescritto, al di là delle minacce non ha querelato nessuno perché una eventuale querela da parte sua avvierebbe un iter giudiziario che lo porterebbe ad essere indagato per quelle molestie.

    Restiamo in attesa del comunicato di don Ivan Leto annunciato per domani mattina.

    L’ufficio di Presidenza

  • Salta la visita di papa Francesco al Divino Amore. Motivazioni misteriose, Nessun rischio di incontrare preti pedofili dell’Oasi di Elim, vicino all’asilo

    Salta la visita di papa Francesco al Divino Amore. Motivazioni misteriose, Nessun rischio di incontrare preti pedofili dell’Oasi di Elim, vicino all’asilo

    15/05/2014
    Rimandata la visita del Papa al Divino Amore per il viaggio in Terra Santa

    Il Pontefice(©LaPresse)
    (©LAPRESSE) IL PONTEFICE
    Doveva recarvisi domenica. Lombardi: “Decisione per alleggerire gli impegni del Santo Padre nel corso della preparazione all’imminente viaggio”

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Papa Francesco non si recherà domenica prossima, come inizialmente previsto, al santuario del Divino Amore.

    “La visita del Papa al santuario-parrocchia del Divino Amore, che era stata prevista per domenica 18 maggio nel pomeriggio, non avrà luogo, al fine di alleggerire gli impegni del Santo Padre nel corso della preparazione all’imminente viaggio in Terra Santa”, ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. “La visita è quindi rinviata a data ancora da stabilire, verosimilmente dopo l’estate”.



    Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi
    19-04-201011:27

    PANORAMA IN EDICOLAPRETI-PEDOFILIURBI ET ORBI
    L’istituto Oasi di Elim si occupa della riabilitazione dei preti pedofili e sorge a breve distanza dall’asilo Madre del Divino Amore (foto più in basso)
    L’istituto Oasi di Elim si occupa della riabilitazione dei preti pedofili e sorge a breve distanza dall’asilo Madre del Divino Amore (foto più in basso)

    La «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina). Ma le famiglie dei bimbi non lo hanno mai saputo. Panorama invece lo ha scoperto recandosi al Santuario del Divino Amore dove si trova l’Oasi di Elim: una struttura protetta con otto posti letto per sacerdoti e religiosi afflitti da problemi psichici, depressione, alcolismo, burn-out e pedofilia. Fondata 16 anni fa su iniziativa dell’Apostolato accademico salvatoriano, l’Oasi di Elim è sostenuta dalla diocesi di Roma e dalla Cei.

    Fino a oggi la sua esistenza era nota solo agli addetti ai lavori. La casa di cura per i preti orchi sorge a fianco del vecchio Santuario del Divino Amore. Però basta scendere le scale, attraversare il parcheggio del santuario, pochi passi, e ci si trova di fronte alla scuola materna. Una vicinanza certo non voluta, ma che può provocare sconcerto. Anche perché nell’Oasi di Elim si svolgono attività di ambulatorio e psicoterapia per sacerdoti e religiosi che quasi ogni giorno arrivano da Roma e dintorni.

    All’entrata della casa c’è solo una piccola targa anonima: «Opera salvatoriana per il clero e la vita consacrata. Oasi di Elim». Un piccolo cancello, con un vistoso cartello rosso («vietato l’ingresso»), dà su una scala che conduce alla porta di ingresso. Non c’è citofono, né campanello: per entrare occorre digitare la combinazione sulla tastiera. Finalmente dentro, la pace e il silenzio che si respirano contrastano con i rumori all’esterno e soprattutto con il clamore degli scandali che hanno travolto la Chiesa in queste settimane. Un piccolo corridoio conduce alle stanze, tutte singole e piuttosto spartane: letto, scrittoio, armadio, comodino e un piccolo bagno. Niente radio, tv o computer. In fondo al corridoio la statua della Madonna. Poco distante la cappellina per pregare e celebrare la messa lontano da occhi indiscreti. Quindi una sala per la comunità con qualche poltrona, un televisore, l’occorrente per preparare il caffè.

    Comincia da qui il percorso di risalita dall’orrore per i sacerdoti affidati alle cure di Marco Ermes Luparia, diacono permanente, psicologo e psicoterapeuta, insieme con la sua équipe integrata da confessori e direttori spirituali. La vita nell’Oasi di Elim, infatti, alterna la psicoterapia individuale e di gruppo ai tipici momenti della vita sacerdotale: celebrazione della messa, recita delle Lodi e dei Vespri, sempre all’interno della casa. Si tenta così di ricostruire personalità distrutte dall’ansia, dall’angoscia o dalla depressione; liberare pastori d’anime divenuti schiavi dell’alcol o del sesso; fermare orchi in tonaca in preda a disturbi compulsivi, come la pedofilia e l’efebofilia. Se necessario si ricorre anche a terapie farmacologiche. Ci sono poi le migliaia di ore di ascolto e terapia individuale per preti, religiosi e suore che l’équipe di Luparia garantisce presso l’Oasi di Elim e altri centri.

    La richiesta di aiuto è così vasta e crescente che l’anno scorso, su iniziativa del vescovo di Albano, Marcello Semeraro, in un vecchio casale immerso in un parco in via della Solfatara a Pomezia è sorta un’altra struttura con sei posti letto per accogliere i preti con disturbi psichici. È il Centro Monte Tabor, non distante dall’Oasi di Elim e affidato allo stesso gruppo di esperti.

    L’asilo Madre del divino Amore sorge a breve distanza dall’istituto per i preti pedofili
    L’asilo Madre del divino Amore sorge a breve distanza dall’istituto per i preti pedofili

    Ma dalla pedofilia si può guarire? Lo psichiatra Tonino Cantelmi, fondatore dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, è scettico: «Bisogna distinguere due tipi di pedofilia. Una è di tipo sociale, cioè segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni principalmente verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo». L’altra, prosegue Cantelmi, «è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno che rivolge le sue attenzioni a bambini, pre-adolescenti, perché punta al dominio e alla manipolazione dei più deboli. Si tratta di soggetti molto abili a dissimulare e capaci di conquistare con facilità la fiducia dei bambini e l’apprezzamento degli adulti (maestri, pediatri, educatori). Sono personalità sdoppiate che, una volta compiuto il crimine, tendono a reiterarlo, compulsivamente. Giungono in terapia solo a seguito di una denuncia e sono poco motivati perché non avvertono alcuna remora etica. In questi casi si può puntare solo al contenimento sociale, difficilmente si ottiene un recupero».

    Per Cantelmi nella popolazione italiana sono ormai circa 100 mila gli adulti con fantasie pedofile, alimentate da un mercato pedopornografico sempre più diffuso su internet. Di questi, almeno 10 mila passano poi all’atto sessuale e la pericolosità sociale è altissima, perché «un singolo soggetto è in grado di fare centinaia e centinaia di vittime». Ma «l’incidenza del fenomeno nelle comunità religiose è pari al resto della società».

    Il cardinale Angelo Bagnasco, appena eletto presidente della Cei, ha incaricato il sottosegretario monsignor Mauro Rivella di occuparsi del problema. Così nell’ottobre del 2007, su spinta della Cei, è stata fondata a Roma l’associazione Ministri della Misericordia, alla quale hanno aderito sette congregazioni religiose maschili e femminili e sei comunità terapeutiche. L’obiettivo dell’associazione è favorire la nascita di una rete di strutture per l’accoglienza di sacerdoti e religiosi in difficoltà e l’adozione di protocolli comuni di terapia. Anche il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma, sta dando un grande impulso in questa direzione. E i responsabili di diversi centri si sono riuniti lo scorso 12 aprile per fare il punto della situazione.

    Però tutto questo non basterà a far voltare pagina alla Chiesa se non si investirà nella prevenzione, osserva padre Franco Imoda, già rettore della Pontificia università gregoriana nonché psicologo e psichiatra. Quarant’anni fa Imoda ha fondato alla Gregoriana il primo istituto di psicologia e psicoterapia di un’università pontificia, mentre Sigmund Freud e la psicoanalisi erano ancora vietati dal Sant’Uffizio. «Già allora avvertivamo l’esigenza di investire nella formazione degli educatori dei futuri sacerdoti, offrendo loro competenze di tipo psicologico per accompagnare la crescita dei seminaristi» spiega Imoda. «Se la Chiesa avesse investito nella preparazione dei formatori appena una piccola parte di quello che poi ha speso in risarcimenti per le vittime dei preti pedofili, non ci troveremmo oggi in questa situazione, non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali, che sono una piccola percentuale, ma anche per gli abbandoni e per le crisi dei sacerdoti».

    Per Imoda psicologia, teologia e spiritualità devono andare di pari passo: «In seminario arriva un 20 per cento di giovani già maturi dal punto di vista psicologico e affettivo. Un altro 10 per cento invece ha problemi tali da dover essere curato e non è detto che potrà diventare prete. Ma c’è un 70 per cento dei giovani seminaristi nella zona grigia che va aiutato a conoscersi e a crescere, anche con l’aiuto degli psicologi, se si vuole evitare che un giorno possa cadere vittima delle proprie fragilità». Per formare a livello psicologico gli educatori dei seminari la Gregoriana ha fondato 15 scuole in giro per il mondo. Gli stessi Cantelmi e Luparia hanno creato master per formatori di preti.

    Mario De Maio, sacerdote e psicoanalista, impegnato a conciliare psicologia e spiritualità con l’associazione Ore undici, accusa con forza: «Nonostante gli scandali, continuiamo a formare i futuri preti prevalentemente sui libri, basandoci sugli esami che sostengono, senza fare caso ai percorsi di maturazione umana e affettiva. Non dobbiamo avere paura degli psicologi nei seminari perché la psicologia aiuta a purificare la spiritualità». Ma don De Maio invita a guardare al futuro: «È inutile recriminare sugli errori del passato: la comunità cristiana deve inventare soluzioni nuove per formare i presbiteri. Perciò sono convinto che anche il ripensamento del celibato obbligatorio potrebbe contribuire a una migliore qualità umana dei preti». Dalle ceneri degli scandali, insomma, si affaccia una Chiesa che ha voglia di pulizia e rinnovamento.

  • Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi

    Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi

    Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi
    19-04-2010

    PANORAMA IN EDICOLA PRETI-PEDOFILI URBI ET ORBI
    L’istituto Oasi di Elim si occupa della riabilitazione dei preti pedofili e sorge a breve distanza dall’asilo Madre del Divino Amore.

    La «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina). Ma le famiglie dei bimbi non lo hanno mai saputo. Panorama invece lo ha scoperto recandosi al Santuario del Divino Amore dove si trova l’Oasi di Elim: una struttura protetta con otto posti letto per sacerdoti e religiosi afflitti da problemi psichici, depressione, alcolismo, burn-out e pedofilia. Fondata 16 anni fa su iniziativa dell’Apostolato accademico salvatoriano, l’Oasi di Elim è sostenuta dalla diocesi di Roma e dalla Cei.

    Fino a oggi la sua esistenza era nota solo agli addetti ai lavori. La casa di cura per i preti orchi sorge a fianco del vecchio Santuario del Divino Amore. Però basta scendere le scale, attraversare il parcheggio del santuario, pochi passi, e ci si trova di fronte alla scuola materna. Una vicinanza certo non voluta, ma che può provocare sconcerto. Anche perché nell’Oasi di Elim si svolgono attività di ambulatorio e psicoterapia per sacerdoti e religiosi che quasi ogni giorno arrivano da Roma e dintorni.

    All’entrata della casa c’è solo una piccola targa anonima: «Opera salvatoriana per il clero e la vita consacrata. Oasi di Elim». Un piccolo cancello, con un vistoso cartello rosso («vietato l’ingresso»), dà su una scala che conduce alla porta di ingresso. Non c’è citofono, né campanello: per entrare occorre digitare la combinazione sulla tastiera. Finalmente dentro, la pace e il silenzio che si respirano contrastano con i rumori all’esterno e soprattutto con il clamore degli scandali che hanno travolto la Chiesa in queste settimane. Un piccolo corridoio conduce alle stanze, tutte singole e piuttosto spartane: letto, scrittoio, armadio, comodino e un piccolo bagno. Niente radio, tv o computer. In fondo al corridoio la statua della Madonna. Poco distante la cappellina per pregare e celebrare la messa lontano da occhi indiscreti. Quindi una sala per la comunità con qualche poltrona, un televisore, l’occorrente per preparare il caffè.

    Comincia da qui il percorso di risalita dall’orrore per i sacerdoti affidati alle cure di Marco Ermes Luparia, diacono permanente, psicologo e psicoterapeuta, insieme con la sua équipe integrata da confessori e direttori spirituali. La vita nell’Oasi di Elim, infatti, alterna la psicoterapia individuale e di gruppo ai tipici momenti della vita sacerdotale: celebrazione della messa, recita delle Lodi e dei Vespri, sempre all’interno della casa. Si tenta così di ricostruire personalità distrutte dall’ansia, dall’angoscia o dalla depressione; liberare pastori d’anime divenuti schiavi dell’alcol o del sesso; fermare orchi in tonaca in preda a disturbi compulsivi, come la pedofilia e l’efebofilia. Se necessario si ricorre anche a terapie farmacologiche. Ci sono poi le migliaia di ore di ascolto e terapia individuale per preti, religiosi e suore che l’équipe di Luparia garantisce presso l’Oasi di Elim e altri centri.

    La richiesta di aiuto è così vasta e crescente che l’anno scorso, su iniziativa del vescovo di Albano, Marcello Semeraro, in un vecchio casale immerso in un parco in via della Solfatara a Pomezia è sorta un’altra struttura con sei posti letto per accogliere i preti con disturbi psichici. È il Centro Monte Tabor, non distante dall’Oasi di Elim e affidato allo stesso gruppo di esperti.

    Ma dalla pedofilia si può guarire? Lo psichiatra Tonino Cantelmi, fondatore dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, è scettico: «Bisogna distinguere due tipi di pedofilia. Una è di tipo sociale, cioè segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni principalmente verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo». L’altra, prosegue Cantelmi, «è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno che rivolge le sue attenzioni a bambini, pre-adolescenti, perché punta al dominio e alla manipolazione dei più deboli. Si tratta di soggetti molto abili a dissimulare e capaci di conquistare con facilità la fiducia dei bambini e l’apprezzamento degli adulti (maestri, pediatri, educatori). Sono personalità sdoppiate che, una volta compiuto il crimine, tendono a reiterarlo, compulsivamente. Giungono in terapia solo a seguito di una denuncia e sono poco motivati perché non avvertono alcuna remora etica. In questi casi si può puntare solo al contenimento sociale, difficilmente si ottiene un recupero».

    Per Cantelmi nella popolazione italiana sono ormai circa 100 mila gli adulti con fantasie pedofile, alimentate da un mercato pedopornografico sempre più diffuso su internet. Di questi, almeno 10 mila passano poi all’atto sessuale e la pericolosità sociale è altissima, perché «un singolo soggetto è in grado di fare centinaia e centinaia di vittime». Ma «l’incidenza del fenomeno nelle comunità religiose è pari al resto della società».

    Il cardinale Angelo Bagnasco, appena eletto presidente della Cei, ha incaricato il sottosegretario monsignor Mauro Rivella di occuparsi del problema. Così nell’ottobre del 2007, su spinta della Cei, è stata fondata a Roma l’associazione Ministri della Misericordia, alla quale hanno aderito sette congregazioni religiose maschili e femminili e sei comunità terapeutiche. L’obiettivo dell’associazione è favorire la nascita di una rete di strutture per l’accoglienza di sacerdoti e religiosi in difficoltà e l’adozione di protocolli comuni di terapia. Anche il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma, sta dando un grande impulso in questa direzione. E i responsabili di diversi centri si sono riuniti lo scorso 12 aprile per fare il punto della situazione.

    Però tutto questo non basterà a far voltare pagina alla Chiesa se non si investirà nella prevenzione, osserva padre Franco Imoda, già rettore della Pontificia università gregoriana nonché psicologo e psichiatra. Quarant’anni fa Imoda ha fondato alla Gregoriana il primo istituto di psicologia e psicoterapia di un’università pontificia, mentre Sigmund Freud e la psicoanalisi erano ancora vietati dal Sant’Uffizio. «Già allora avvertivamo l’esigenza di investire nella formazione degli educatori dei futuri sacerdoti, offrendo loro competenze di tipo psicologico per accompagnare la crescita dei seminaristi» spiega Imoda. «Se la Chiesa avesse investito nella preparazione dei formatori appena una piccola parte di quello che poi ha speso in risarcimenti per le vittime dei preti pedofili, non ci troveremmo oggi in questa situazione, non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali, che sono una piccola percentuale, ma anche per gli abbandoni e per le crisi dei sacerdoti».

    Per Imoda psicologia, teologia e spiritualità devono andare di pari passo: «In seminario arriva un 20 per cento di giovani già maturi dal punto di vista psicologico e affettivo. Un altro 10 per cento invece ha problemi tali da dover essere curato e non è detto che potrà diventare prete. Ma c’è un 70 per cento dei giovani seminaristi nella zona grigia che va aiutato a conoscersi e a crescere, anche con l’aiuto degli psicologi, se si vuole evitare che un giorno possa cadere vittima delle proprie fragilità». Per formare a livello psicologico gli educatori dei seminari la Gregoriana ha fondato 15 scuole in giro per il mondo. Gli stessi Cantelmi e Luparia hanno creato master per formatori di preti.

    Mario De Maio, sacerdote e psicoanalista, impegnato a conciliare psicologia e spiritualità con l’associazione Ore undici, accusa con forza: «Nonostante gli scandali, continuiamo a formare i futuri preti prevalentemente sui libri, basandoci sugli esami che sostengono, senza fare caso ai percorsi di maturazione umana e affettiva. Non dobbiamo avere paura degli psicologi nei seminari perché la psicologia aiuta a purificare la spiritualità». Ma don De Maio invita a guardare al futuro: «È inutile recriminare sugli errori del passato: la comunità cristiana deve inventare soluzioni nuove per formare i presbiteri. Perciò sono convinto che anche il ripensamento del celibato obbligatorio potrebbe contribuire a una migliore qualità umana dei preti». Dalle ceneri degli scandali, insomma, si affaccia una Chiesa che ha voglia di pulizia e rinnovamento.

    «Io, psichiatra e diacono, il mio servizio per i preti in crisi»
    Amo la Chiesa innanzitutto perché mi è Madre. Lo è oggi ma lo è stata anche ieri, quando pieno del mio io potevo fare a meno di Dio. Silenziosamente, attraverso persone speciali, essa mi ha seguito da lontano e non si è fatta dissuadere dalle mie colpevoli infedeltà. Mi ha amato così come ero, dandomi il tempo del ravvedimento e della maturazione, senza dita puntate, paziente e piena di fiducia. La conversione è stata innanzitutto una profonda esperienza nella quale ho capito che cosa significa giudicare qualcun altro invece di allargare le braccia a dismisura fino ad aprirle alla stessa ampiezza di quelle del Crocefisso.

    Mi sono deciso a scrivere questa testimonianza dopo che un mio caro amico, a conoscenza del mio servizio verso i sacerdoti, cercò di provocarmi sul perché continuare dopo certi scandali. Quando risposi che oggi più che mai amo la Chiesa, replicò sorpreso: «Però, che fede!». Certo non avevo mai pensato che il mio amore per la Chiesa fosse un tema interessante per qualcuno, ma poi mi sono detto che forse questo è il momento di parlare lasciando andare il cuore sperando che questo sia di qualche utilità in questo momento di grande confusione.

    Amo la Chiesa innanzitutto perché mi è Madre. Lo è oggi ma lo è stata anche ieri, quando pieno del mio io potevo fare a meno di Dio. Silenziosamente, attraverso persone speciali, essa mi ha seguito da lontano e non si è fatta dissuadere dalle mie colpevoli infedeltà. Mi ha amato così come ero, dandomi il tempo del ravvedimento e della maturazione, senza dita puntate, paziente e piena di fiducia. La conversione è stata innanzitutto una profonda esperienza nella quale ho capito che cosa significa giudicare qualcun altro invece di allargare le braccia a dismisura fino ad aprirle alla stessa ampiezza di quelle del Crocefisso. Gesù di Nazareth ha lasciato che si forzasse la carne al legno per poter accogliere tutti, proprio tutti, ma soprattutto noi peccatori. Da questo abbraccio, dolce e sicuro, ho capito che cosa significa prendere le distanze dal peccato e continuare ad amare il peccatore. Così come fa quel Dio Mendicante seduto fuori dalla porta della nostra vita in attesa che gliela apriamo, per lasciarlo entrare nel nostro cuore e cambiarlo fino alla radice, anche quando tutto sembra opporsi.
    E io cosa avevo da offrirgli? Cosa avevo da offrire al sofferente, al ferito, al rabbioso, al disperato? Solo quello che avevo imparato nella mia professione di psicoterapeuta che allora volgeva verso la fine dei tre lustri. Eravamo nel 1994 e avevo già intrapreso il mio cammino di formazione diaconale, e il “grembiule della lavanda dei piedi” mi si era impresso nell’anima. Dovevo solo iniziare: ero certo che Lui avrebbe fatto il resto. Così nacque l’Apostolato accademico salvatoriano, con i suoi primi due rami operativi: il Centro per la famiglia Mater Salvatoris e il Centro per il sostegno psicologico al clero Oasi di Elim.

    Il primo era comprensibile data la professione, ma il secondo non aveva alcun senso se non in una profezia che allora non capii. Quando cominciò a crescere la fiducia della Chiesa verso le scienze umane cristianamente ispirate mi resi conto che si stava creando la condizione di una “vocazione nella vocazione”. Da allora il mio “prossimo speciale” sono stati i sacerdoti, i consacrati e le consacrate che si sono rivolte al nostro centro. Oggi sono centinaia le persone passate dall’Oasi di Elim, e da un anno dal Monte Tabor. Due strutture a favore del clero e della vita consacrata fortemente volute la prima dalla diocesi di Roma e la seconda dalla diocesi di Albano. Ambedue vanno ben oltre la territorialità delle due diocesi svolgendo, con il sostegno della Cei, il loro servizio.

    Chi sono quelli che ci chiedono aiuto? Sono persone cadute nella tribolazione del disagio psicologico. La maggior parte delle problematiche sono simili a quelle di coloro i quali si rivolgono ai nostri consultori familiari: stress, fobìe, oppure semplici disagi di ordine esistenziale, che comunque non consentono una vita e un ministero sereno. Anche i sacerdoti sono persone come tutti gli altri, anzi, molto più sollecitate dal sovraffaticamento e dallo stress. Quanti ne abbiamo accolti prima che stramazzassero per la fatica del loro ministero, a cui stavano dedicando senza riserva l’intera vita! Di fronte a tanto amore e abnegazione come non potevo non innamorarmi di questi uomini e donne i cui confini del cuore tentavano di raggiungere l’ampiezza del Cuore di Dio!

    Certamente nel percorso ho incontrato e toccato con mano anche lo scandalo della pedofilia e i suoi artefici. Ho incontrato i loro occhi toccando la profondità della loro paura e della loro vergogna. Quante sono queste persone rispetto all’insieme dei nostri “utenti”? Anche questa è una domanda ricorrente. Forse darò una grande delusione a chi vuole identificare la pedofilia con i preti, ma la percentuale ricalca pienamente quella già apparsa in altra documentazione: circa il 2%. La percentuale bassa non mi induce però, come non ha indotto il Santo Padre al cui fianco siamo dalla prima ora, a minimizzare il fenomeno. Il nostro intervento tempestivo fa la sua apparizione mentre le procedure canoniche fanno il loro corso. Nessuna fuga, nessun nascondiglio, ma solo la disponibilità professionale ad accogliere una persona che ha certamente bisogno di aiuto e che ha generato sofferenza ad altri.

    Di fronte a queste brutture la mia posizione non cambia: amo la Chiesa come e più di prima. Sento che mai come oggi ha bisogno di me, come madre ferita e addolorata. Come posso abbandonarla e allearmi con il giustizialismo di cui è imbevuto questo mondo materialista?
    Ma cosa è la Chiesa? Anzi, per la precisione, “chi” è la Chiesa? Lo scopro ogni volta in cui mi trovo davanti a “quell’uomo”, per parafrasare Natan quando mette re Davide di fronte alla colpa sulla quale voleva glissare. Quando guardo quegli occhi bassi per la vergogna scorrono davanti ai miei tutti gli attori dell’orribile scena. Le braccia della Chiesa che in quel momento indegnamente rappresento si allargano fino a tentare di contenere tutti, che siano credenti o che non lo siano. Sono un diacono, e in quanto tale sono uomo del prossimo, quello della “Chiesa del grembiule”, l’uomo di frontiera come mi hanno sempre detto. Allora la Chiesa che amo sta nel mio prossimo. E il mio prossimo è, in primo luogo, quello ferito, nel corpo, nel cuore e talvolta nell’anima. È quel bambino tradito e violato proprio da colui nel quale aveva riposto il suo affetto e la sua fiducia. Come non pensare a lui quando, facendo leva sulla sua vera contrizione, opero sul senso critico e sull’identità di sacerdote che doveva offrire a lui tutt’altro! Il mio prossimo è la sua famiglia, arrabbiata, addolorata e spaventata, a sua volta ferita non meno del figlio. Comprendo il bisogno di certezze. Il desiderio che la cosa non accada più a nessuno, e che nessun altro abbia a soffrire. Ecco allora che non basta solo guarire il sacerdote ammalato nell’oggi e nella mente, lo si deve guarire per sempre e nell’anima, per non ricadere in queste mostruosità. Il mio prossimo è la comunità nella quale si è perpetrato il gesto osceno, scandalizzata e disorientata, a una passo dal cadere nella cultura del sospetto anche sui suoi pastori più santi. Il chiamare in causa la comunità durante i colloqui psicoterapeutici diventa elemento di riflessione profonda e di allargamento degli orizzonti sulle conseguenze di questa deflagrazione immorale.

    Il mio prossimo è la Chiesa locale e il suo vescovo che nel dolore di padre fa propria la vergogna del figlio, e al quale comunque non può far mancare la sua presenza pur nel rigore e nella severità. Se si potesse rappresentare il cuore di un vescovo, così come io l’ho potuto vedere, siamo molto lontani dalle complicità descritte come scenari diabolici. Amando si può anche sbagliare, ed errori sono stati fatti, ma io credo molto nel motto che dice: «Solo chi non si assume la responsabilità del suo amore non sbaglia». Il mio prossimo è il Santo Padre su cui convergono le problematiche e le tribolazione della Chiesa e gli attacchi a essa. Egli è il mio Vescovo, ed è mio dovere offrirgli il mio braccio in qualunque frangente.

    Ma è anche il mio prossimo il sacerdote che ha sbagliato o che è ammalato. È mio compito e anche dovere della Chiesa, quale Madre, aiutarlo a recuperare la salute della mente e dello spirito, oltre che – in alcuni casi – aiutarlo ad accettare le determinazioni della giustizia.
    Ecco: questa è la Chiesa che amo. e nell’azione terapeutica tutto dev’essere armonizzato per il bene di tutti. Non è facile, anzi, è una battaglia estrema, da combattere non certo con gli strumenti del mondo. Il bambino ha bisogno di recuperare la sua fiducia nel mondo e non vuole la vendetta. La famiglia va aiutata a ritrovare la pace attraverso la giustizia e non fomentando l’accanimento. La comunità cristiana deve riflettere anche sulle proprie fragilità senza assurgere a giudice essa stessa accontentandosi della semplice espulsione della mela marcia.

    La Chiesa ormai è beneficamente avviata verso un radicale rinnovamento, cerca la verità e la giustizia ponendola quale caposaldo della credibilità dell’annuncio evangelico e dei suoi annunciatori, chierici o laici che siano. Su questo credo che nessuno possa nutrire più dubbi. Il principio guida è il “saper ben riconoscere e saper ben difendere la verità”, da qualunque parte essa si trovi. La verità richiede equilibrio, sapienza e serenità. E io credo che la Chiesa abbia queste virtù poiché, al di là dei limiti umani, essa è sempre un’istituzione prima di tutto divina. In questo percorso, ormai irreversibile, essa è sicuramente alleata con il mondo laico, ma senza abdicare al suo ruolo di Mater et Magistra, utilizzando gli strumenti propri. Lascia perciò ad altri la responsabilità di travalicare i limiti della giustizia e il rischio di incorrere nel pericoloso e quanto mai tremendo e vendicativo giustizialismo. Se nel passato la verità è stata colpevolmente attenuata, oggi in alcuni casi rischia con pari colpa di essere ingigantita.

    Ormai credo sia chiaro perché amo la Chiesa, quella reale quella impregnata della presenza di Dio e lacerata dalla fragilità degli uomini. Quella di oggi e non quella di ieri, quella concreta e non quella astratta. A essa non farò mai mancare le mie mani, la mia intelligenza e il mio cuore, qualunque sia la bruttura che dovessi incontrare. Mai come oggi la misericordia di Dio si è fatta carne lacerata ed è visibile aldilà di ogni ragionevole sopportazione.

    Il Dio dell’impossibile, così come io l’ho incontrato, mi dice che scellerato ed empio non è solo colui il quale commette la colpa, ma anche chi si arroga l’ultima parola di vita o di morte sul suo simile. Nessuno sconto per il peccato, ma mani tese verso il peccatore perché si redima. Questo principio, che nasce dalla mente giusta di Dio, può però essere capito solo da chi, stanco di vivere ripiegato sul proprio ombelico, decidendo di alzare il suo sguardo al Cielo supera la tentazione dell’onnipotenza per riconoscersi felicemente e pienamente creatura.

    Marco Ermes Luparia
    diacono permanente, psicologo psicoterapeuta, presidente dell’Apostolato accademico salvatoriano, responsabile del Centro Oasi di Elim e Monte Tabor

    Avvenire, 26 maggio 2010

    http://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/abio-psichiatra-e-diacono-il-mio-servizio-per-i-preti-in-crisibb

  • Divino Amore, nascondiglio dei preti pedofili. Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi

    Divino Amore, nascondiglio dei preti pedofili. Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi

    La «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina). Ma le famiglie dei bimbi non lo hanno mai saputo. Panorama invece lo ha scoperto recandosi al Santuario del Divino Amore dove si trova l’Oasi di Elim: una struttura protetta con otto posti letto per sacerdoti e religiosi afflitti da problemi psichici, depressione, alcolismo, burn-out e pedofilia. Fondata 16 anni fa su iniziativa dell’Apostolato accademico salvatoriano, l’Oasi di Elim è sostenuta dalla diocesi di Roma e dalla Cei.

    Fino a oggi la sua esistenza era nota solo agli addetti ai lavori. La casa di cura per i preti orchi sorge a fianco del vecchio Santuario del Divino Amore. Però basta scendere le scale, attraversare il parcheggio del santuario, pochi passi, e ci si trova di fronte alla scuola materna. Una vicinanza certo non voluta, ma che può provocare sconcerto. Anche perché nell’Oasi di Elim si svolgono attività di ambulatorio e psicoterapia per sacerdoti e religiosi che quasi ogni giorno arrivano da Roma e dintorni.

    All’entrata della casa c’è solo una piccola targa anonima: «Opera salvatoriana per il clero e la vita consacrata. Oasi di Elim». Un piccolo cancello, con un vistoso cartello rosso («vietato l’ingresso»), dà su una scala che conduce alla porta di ingresso. Non c’è citofono, né campanello: per entrare occorre digitare la combinazione sulla tastiera. Finalmente dentro, la pace e il silenzio che si respirano contrastano con i rumori all’esterno e soprattutto con il clamore degli scandali che hanno travolto la Chiesa in queste settimane. Un piccolo corridoio conduce alle stanze, tutte singole e piuttosto spartane: letto, scrittoio, armadio, comodino e un piccolo bagno. Niente radio, tv o computer. In fondo al corridoio la statua della Madonna. Poco distante la cappellina per pregare e celebrare la messa lontano da occhi indiscreti. Quindi una sala per la comunità con qualche poltrona, un televisore, l’occorrente per preparare il caffè.

    Comincia da qui il percorso di risalita dall’orrore per i sacerdoti affidati alle cure diMarco Ermes Luparia, diacono permanente, psicologo e psicoterapeuta, insieme con la sua équipe integrata da confessori e direttori spirituali. La vita nell’Oasi di Elim, infatti, alterna la psicoterapia individuale e di gruppo ai tipici momenti della vita sacerdotale: celebrazione della messa, recita delle Lodi e dei Vespri, sempre all’interno della casa. Si tenta così di ricostruire personalità distrutte dall’ansia, dall’angoscia o dalla depressione; liberare pastori d’anime divenuti schiavi dell’alcol o del sesso; fermare orchi in tonaca in preda a disturbi compulsivi, come la pedofilia e l’efebofilia. Se necessario si ricorre anche a terapie farmacologiche. Ci sono poi le migliaia di ore di ascolto e terapia individuale per preti, religiosi e suore che l’équipe di Luparia garantisce presso l’Oasi di Elim e altri centri.

    La richiesta di aiuto è così vasta e crescente che l’anno scorso, su iniziativa del vescovo di Albano, Marcello Semeraro, in un vecchio casale immerso in un parco in via della Solfatara a Pomezia è sorta un’altra struttura con sei posti letto per accogliere i preti con disturbi psichici. È il Centro Monte Tabor, non distante dall’Oasi di Elim e affidato allo stesso gruppo di esperti.

    Ma dalla pedofilia si può guarire? Lo psichiatra Tonino Cantelmi, fondatore dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, è scettico: «Bisogna distinguere due tipi di pedofilia. Una è di tipo sociale, cioè segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni principalmente verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo». L’altra, prosegue Cantelmi, «è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno che rivolge le sue attenzioni a bambini, pre-adolescenti, perché punta al dominio e alla manipolazione dei più deboli. Si tratta di soggetti molto abili a dissimulare e capaci di conquistare con facilità la fiducia dei bambini e l’apprezzamento degli adulti (maestri, pediatri, educatori). Sono personalità sdoppiate che, una volta compiuto il crimine, tendono a reiterarlo, compulsivamente. Giungono in terapia solo a seguito di una denuncia e sono poco motivati perché non avvertono alcuna remora etica. In questi casi si può puntare solo al contenimento sociale, difficilmente si ottiene un recupero».

    Per Cantelmi nella popolazione italiana sono ormai circa 100 mila gli adulti con fantasie pedofile, alimentate da un mercato pedopornografico sempre più diffuso su internet. Di questi, almeno 10 mila passano poi all’atto sessuale e la pericolosità sociale è altissima, perché «un singolo soggetto è in grado di fare centinaia e centinaia di vittime». Ma «l’incidenza del fenomeno nelle comunità religiose è pari al resto della società».

    Il cardinale Angelo Bagnasco, appena eletto presidente della Cei, ha incaricato il sottosegretario monsignor Mauro Rivella di occuparsi del problema. Così nell’ottobre del 2007, su spinta della Cei, è stata fondata a Roma l’associazione Ministri della Misericordia, alla quale hanno aderito sette congregazioni religiose maschili e femminili e sei comunità terapeutiche. L’obiettivo dell’associazione è favorire la nascita di una rete di strutture per l’accoglienza di sacerdoti e religiosi in difficoltà e l’adozione di protocolli comuni di terapia. Anche il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma, sta dando un grande impulso in questa direzione. E i responsabili di diversi centri si sono riuniti lo scorso 12 aprile per fare il punto della situazione.

    Però tutto questo non basterà a far voltare pagina alla Chiesa se non si investirà nella prevenzione, osserva padre Franco Imoda, già rettore della Pontificia università gregoriana nonché psicologo e psichiatra. Quarant’anni fa Imoda ha fondato alla Gregoriana il primo istituto di psicologia e psicoterapia di un’università pontificia, mentre Sigmund Freud e la psicoanalisi erano ancora vietati dal Sant’Uffizio. «Già allora avvertivamo l’esigenza di investire nella formazione degli educatori dei futuri sacerdoti, offrendo loro competenze di tipo psicologico per accompagnare la crescita dei seminaristi» spiega Imoda. «Se la Chiesa avesse investito nella preparazione dei formatori appena una piccola parte di quello che poi ha speso in risarcimenti per le vittime dei preti pedofili, non ci troveremmo oggi in questa situazione, non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali, che sono una piccola percentuale, ma anche per gli abbandoni e per le crisi dei sacerdoti».

    Per Imoda psicologia, teologia e spiritualità devono andare di pari passo: «In seminario arriva un 20 per cento di giovani già maturi dal punto di vista psicologico e affettivo. Un altro 10 per cento invece ha problemi tali da dover essere curato e non è detto che potrà diventare prete. Ma c’è un 70 per cento dei giovani seminaristi nella zona grigia che va aiutato a conoscersi e a crescere, anche con l’aiuto degli psicologi, se si vuole evitare che un giorno possa cadere vittima delle proprie fragilità». Per formare a livello psicologico gli educatori dei seminari la Gregoriana ha fondato 15 scuole in giro per il mondo. Gli stessi Cantelmi e Luparia hanno creato master per formatori di preti.

    Mario De Maio, sacerdote e psicoanalista, impegnato a conciliare psicologia e spiritualità con l’associazione Ore undici, accusa con forza: «Nonostante gli scandali, continuiamo a formare i futuri preti prevalentemente sui libri, basandoci sugli esami che sostengono, senza fare caso ai percorsi di maturazione umana e affettiva. Non dobbiamo avere paura degli psicologi nei seminari perché la psicologia aiuta a purificare la spiritualità». Ma don De Maio invita a guardare al futuro: «È inutile recriminare sugli errori del passato: la comunità cristiana deve inventare soluzioni nuove per formare i presbiteri. Perciò sono convinto che anche il ripensamento del celibato obbligatorio potrebbe contribuire a una migliore qualità umana dei preti». Dalle ceneri degli scandali, insomma, si affaccia una Chiesa che ha voglia di pulizia e rinnovamento.

    http://archivio.panorama.it/archivio/blog/urbi-et-orbi/2010/04/19/viaggio-nella-clinica-dove-curano-i-preti-orchi