Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Genova – «Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra. Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni.

    E sono stato abusato da tre sacerdoti»: è una sintesi della lunga intervista registrata dal sito del Secolo XIX con il giovane sudamericano che sostiene di essere stato abusato ripetutamente, insieme con altri ragazzini, da parte di tre missionari. Di cui uno ligure: don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

    Il Secolo XIX aveva già raccolto la testimonianza del giovane a distanza, quando si era saputo che nel presunto caso di pedofilia era coinvolto un sacerdote ligure. Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, proprio grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia, a Savona. Prima della sua deposizione, prima del suo rientro in America Latina, ha accettato di raccontare nei dettagli la sua vicenda personale. Racconta della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete italiano che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare.

    Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali. Il giovane non si capacita di come un missionario possa fare cose come queste: «La mia vita sarebbe stata diversa, se non lo avessi incontrato?». Oggi il giovane è padre, e si dichiara spaventato all’idea che i suoi bambini, e altri bambini, possano dover affrontare quanto dice di avere subìto. Racconta di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre. Questa è una breve sintesi della sua lunga dichiarazione. Una dichiarazione di parte: al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove.

    La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure. La versione del prete: «Solo calunnie, sono sereno» Interpellato in giornata dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto «sereno», perché «sono tutte calunnie» e anche perché «il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia».

    Se i fatti denunciati fossero veri, si tratterebbe di una storia molto grave: la pedofilia sarebbe stata praticata per anni, su numerose vittime. Non solo: i soldi inviati dalle famiglie liguri a sostegno della missione, sarebbero stati utilizzati in buona parte per fare regali, costosi, ai ragazzini abusati, per tenerli legati al presunto pedofilo.

    Ci sarebbero donazioni utilizzate non per aiutare bambini in difficoltà, ma per comprarli. Nell’intervista video, la presunta vittima sostiene che il sacerdote italiano abbia una doppia vita: da una parte quella del pastore devoto, fragile, generoso, dall’altra quella del pedofilo, che utilizza la veste di “uomo di Dio” per abusare: «Io lo dicevo, lo raccontavo… – afferma – ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro: era una mafia». Ma adesso «non deve succedere più, non deve succedere ad altri bambini».

  • Il vescovo coadiutore incontra in procura l’inquisitore dei preti pedofili

    Il vescovo coadiutore incontra in procura l’inquisitore dei preti pedofili

    Faccia a faccia in segreto fra Borghetti e Ferro

    GIOVANNI CIOLINA – SAVONA

    È arrivato nella diocesi di Albenga Imperia un anno fa, mandato da Papa Francesco per rimettere un po’ di ordine in una fetta della chiesa savonese chiacchierata e spaccata dagli scandali dei preti pedofili. Abituato a raffrontarsi nel precedente incarico con i colleghi alle prese con problematiche di omosessualità e pedofilia, l’emissario del Pontefice si è subito calato nella parte. E senza paura di pestare i piedi a qualcuno ha cominciato a lavorare per ridare dignità al clero e fiducia a tutta quella fetta di credenti che il susseguirsi degli scandali potrebbe allontanare.

    La sua presenza ieri mattina al sesto piano del palazzo di giustizia sta lì a dimostrare la fermezza della sua volontà a rendere la chiesa un pochino meno sbandierata sui giornali per gli scandali e sicuramente più attenta ai problemi della gente. Cosa si sia detto nel lungo faccia a faccia con il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro non è dato sapere, ma sicuramente rappresenta un segnale positivo di collaborazione e soprattutto di pulizia. «La mia porta è sempre aperta. Il mio compito è di creare una diocesi trasparente, alla luce del sole e per questo mi batterò» è il credo di Gugliemo Borghetti.

    I casi di don Zappella e don Licciardello sono gli ultimi in ordine di tempo a preoccupare il pastore della chiesa ingauna chiamato a coadiuvare Mario Oliveri con ampi poteri.

    http://www.lastampa.it/2015/10/27/edizioni/savona/il-vescovo-coadiutore-incontra-in-procura-linquisitore-dei-preti-pedofili-1VNOjHlyTXnnjPaSPGGoZI/pagina.html

  • Parroco affida una bimba a un pedofilo

    Parroco affida una bimba a un pedofilo

    Genova – Una famiglia di persone semplici e lavoratrici è in crisi, perché la figlia adolescente ha bisogno di un aiuto per studiare e fare i compiti ma nessuno, in casa, ha i numeri per poterla aiutare. La mamma, che oggi lavora ma in passato ha ricevuto tanto aiuto dal parroco di zona per l’affitto e le bollette, torna a bussare in canonica.

    «Don, conosce qualcuno che possa aiutare mia figlia a studiare?». Il prete una persona da proporre ce l’ha, la conosce da poco ma si fida: è un uomo di 44 anni che, perso il lavoro, chiede di poter prestare servizio in parrocchia, magari come educatore. Quel che il prete non sa è che la persona, in passato, era finita nei guai per reati di pedofilia.

    Un ragazzino, di cui era proprio educatore, aveva denunciato di essere stato (anche pesantemente) molestato. L’uomo, indagato dalla squadra mobile, era finito poi anche in carcere, a Savona. Il prete, dunque, ignaro, lo presenta alla famiglia che, rassicurata dalle referenze della chiesa, gli affida la bambina. Il “maestro” la va a prendere a scuola diversi giorni alla settimana per alcuni mesi e dopo la porta nella canonica, di cui ha le chiavi, per fare i compiti e studiare. Finché un giorno, davanti a scuola, una mamma addentro agli ambienti di giustizia riconosce il volto dell’uomo e trema al ricordo della sua storia.

    Corre dalle insegnanti per chiedere conto di quella presenza inquietante davanti all’istituto all’orario dell’uscita di tanti ragazzini, bambini e adolescenti, possibili prede. E in questo modo mette in guardia la famiglia che interrompe immediatamente i contatti con l’uomo. La scuola, poi, al corrente di tutto fa scattare la macchina degli accertamenti da parte del Tribunale dei minorenni e dei servizi sociali.

    La bambina finisce immediatamente sotto osservazione degli psicologi dei servizi per capire se sia stata molestata o, peggio, abusata dall’uomo che le faceva fare i compiti. E, di conseguenza, finisce “sotto esame” anche il nucleo familiare che in attesa dell’esito degli accertamenti, riceve regolari visite dei servizi. Eppure, loro si erano rivolti alla chiesaproprio per trovare una persona dalle referenze insindacabili. Adesso, invece, si ritrovano a dover spiegare come mai ha lasciato nelle mani di una già coinvolta in casi di pedofilia.

    Dal canto suo don Silvio Grilli, portavoce della Curia, si dice sicuro della buona fede del suo parroco: «Non si dica che la chiesa ha favorito la pedofilia, non sappiamo ancora se sia accaduto qualcosa. Se fosse così, sono assolutamente certo dell’incolpevolezza del parroco che, sicuramente, ha conosciuto la storia di sofferenza di quest’uomo ma non questa terribile debolezza. Non c’è dubbio che se avesse avuto anche il minimo sospetto di trovarsi di fronte una persona con questo tipo di debolezza, non gli avrebbe affidato una bambina».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2015/10/28/AS3dMME-parroco_affida_pedofilo.shtml

  • Don Francesco Zappella e la missione che non c’è?

    Don Francesco Zappella e la missione che non c’è?

    “Ma quale missione ? Padre Zappella non ha mai avuto nessuna missione”. “Qui la chiesa ha solo dato in uso la struttura che è di fronte alla canonica, dall’altra parte della strada ma la gestisce il governo a sue spese, non la chiesa”.

    Questo è quello che ci ha risposto circa tre mesi fa al telefono la giornalista uruguagia K. C. mentre cercavamo di capire di più sui viaggi in Uruguay di don Francesco Zappella. Certo una sorpresa non solo per noi, ma anche per coloro che quella missione l’hanno finanziata.

    A raccontarcelo e a formalizzare il tutto davanti agli inquirenti è un altro testimone, questa volta un italiano che spesso si reca a Trenta y Tre, il quale non solo conferma che non è mai esistita una missione, ma racconta che quella struttura della chiesa data in uso al governo è il famoso collegio Quo Vadis, quello dove sarebbero stati adescati e molestati da don Francesco Zappella, padre Sebastian Silvera e padre Gabriel Tojo, ragazzini come Fernando, il giovane uruguagio che la Rete L’ABUSO ha fatto venire a Savona lo scorso agosto, per denunciare la sua brutta storia all’autorità giudiziaria.

    Ma le sorprese sembrerebbero non finire qui perche anche il collegio Quo Vadis non esiste più, è stato chiuso in gran silenzio pochi mesi fa. I motivi dell’improvvisa chiusura della struttura nessuno li conosce, ma nell’aprile 2014 un’altra vicenda coinvolge padre Gabriel Tojo, uno dei due sacerdoti che gestiscono quella struttura, il quale, come racconta anche il quotidiano El Pais, il sacerdote viene aggredito a colpi di machete. La chiesa locale dichiarerà che l’aggressione è dovuta a un tentativo di rapina, ma la polizia sembra non credere a questa ipotesi. L’aggressore infatti, avrebbe dichiarato di aver assalito il sacerdote per motivi personali, dovuti a presunte molestie subite dalla figlia, ospite proprio di quel collegio. Poche settimane fa Tojo e Silvera hanno abbandonato in fretta e furia l’Uruguay per trasferirsi in Argentina, sfuggendo di fatto alla giustizia uruguagia.

    Nel frattempo la magistratura uruguayana che ha incaricato le indagini alla prima sezione investigativa della polizia di Trenta y Tre, ha cominciato a convocare le presunte vittime. Sul piede di guerra anche i servizi sociali che gestivano il collegio Quo Vadis.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO

  • Zappella ordinato dopo la condanna per abusi su minori

    Zappella ordinato dopo la condanna per abusi su minori

    Espulso a Pinerolo, entrò nel seminario ingauno

    SAVONA. Il caso di don Francesco Zappella rischia di travolgere l’intera diocesi di Albenga e Imperia. In particolare lo scandalo potrebbe coinvolgere i vertici della curia e del seminario ingauno nell’era di Mario Oliveri, ilvescovo che il prossimo quattro novembre festeggerà il venticinquesimo anniversario di ordinazione nella diocesi di Albenga. Il nodo della questione è semplice: don Francesco Zappella è stato ammesso nel seminario vescovile ingauno nel settembre del 1991, ossia a pochi mesi dalla condanna a quattordici mesi per abusi sessuali su minore pronunciata dal tribunale di Pinerolo, località dove il giovane Zappella si era trasferito dalla bergamasca per frequentare il seminario salesiano. Le indiscrezioni dicono che Zappella sia stato estromesso dall’istituto piemontese ed accolto nella diocesi di Albenga passata da neppure un anno nelle mani di monsignor Oliveri. «Non ho niente da dire» è il laconico commento di don Luciano Pizzo, l’allora rettore del seminario, che preferisce il silenzio di fronte alla situazione creatasi. Non è un caso però che proprio don Luciano, insieme a don Fabrizio Fabbris (padre spirituale del seminario alla fine degli annio ‘90) e don Rinaldo Bertonasco sia stato uno dei sostenitori della crociata a Roma per mettere fine agli scandali nella curia albenganese.

    Resta infatti difficile da capire come un giovane condannato per abusi sessuali su minori possa essere stato ammesso in seminario e soprattutto ordinato prete il 17 maggio 1997. Il vescovo Oliveri sapeva di quella pesantissima macchia nel passato di Francesco? E se si, perché ha taciuto? In casi di trasferimento tra seminari, i vescovi delle due diocesi si scambiano informazioni e in quel capitolo avrebbe dovuto esserci anche il riferimento a quella condanna. Monsignor Guglielmo Borghetti si trova quindi tra le mani un caso scottante e dalle soluzioni che rischiano di essere pesantissime. E questo potrebbe giustificare la necessità di un’istruttoria non frettolosa sul caso Zappella. Perché se il parroco di Borghetto potrebbe essere sospeso per il caso di pedofilia, nei guai potrebbero finirci anche coloro che quel giovane bergamasco (pronto sempre a prostrarsi di fronte ai simboli della religione) lo hanno fatto pastore della chiesa. Qualcuno sapeva di quella condanna? Qualcuno ha taciuto o qualcuno ha provato a sollevare il caso ed è stato zittito? Il condizionale sugli sviluppi “canonici” ovviamente è doveroso di fronte ad uno scandalo in itineree che ancora una volta porta la diocesi di Albenga all’attenzione del Pontefice Bergoglio. Ma i casi di pedofilia e altri reati cominciano ad essere un po’ troppi per essere sottovalutati. Monsignor Borghetti è pronto ad usare il pugno di ferro con chi ha sbagliato. Il mandato di Papa Francesco è stato chiaro.

    ciolina@ilsecoloxix.it

  • Vecchia condanna per abusi sessuali dimenticata nel passato di don Zappella

    Vecchia condanna per abusi sessuali dimenticata nel passato di don Zappella

    SAVONA. Un controllo nell’archivio di Stato di Torino, ma soprattutto la scoperta di una sentenza di condanna per abusi sessuali inflitta dal tribunale di Pinerolo nel 1991. Dopo le denunce presentate da un giovane uruguayano per presunti abusia vvenuti in una casa di Albenga e la conseguente iscrizione nel registro degli indagati, la posizione giudiziaria di don Francesco Zappella, titolare della parrocchia di Sant’Antonio da Padova di Borghetto si aggrava. E in questo caso il procedimento avviato dalla procura di Pinerolo, nel torinese, ha già conosciuto una parola definitiva. Don Zappella è stato infatti condannato ad un anno e due mesi di carcere per abusi sessuali commessi in Piemonte. Ed anche in quel caso l’inchiesta avrebbe evidenziato il vizietto per il sesso orale del prete borghettino. Una deviazione che sarebbe emersa anche nella denuncia presentata dal giovane sud americano al sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Battista Ferro, nell’interrogatorio dei mesi scorsi.

    L’andamento del processo penale a Pinerolo avrebbe evidenziato però anche altri particolari scabrosi nel comportamento di don Zappella che è stato smascherato nel savonese dalla denuncia dei vertici della Rete L’ABUSO, da tempo impegnata a combattere la pedofilia all’interno della chiesa. C’è quindi una sentenza di un tribunale che incastra don Zappella alle sue responsabilità e soprattutto smentisce le sue dichiarazioni di innocenza (nel caso del giovane urugayo conosciuto nella missione di Trenta s YTres) e di estraneità ad un fenomeno che sembra avere radici profonde e difficile da estirpare in una diocesi tanto chiacchierata. «Vogliono uccidermi e lo stanno facendo, ma io vado a testa alta e dico messa» aveva dichiarato don Zappella a difesa della sua posizione e ricevendo la solidarietà dei parrocchiani. Ma alla luce dei recenti sviluppi dell’inchiesta avviata dalla procura savonese appare scontata l’apertura di un procedimento canonico nei suoi confronti e una possibile sospensione «a divinis» da parte di monsignor Guglielmo Borghetti.

    Nonacaso ieri mattina l’alto prelato, chiamato da Papa Francesco a fare pulizia nella diocesi ingauna, è stato convocato a palazzo di giustizia. Ma le sorprese non paiono essere finite. Se la Rete l’Abuso ha denunciato altri 2 preti della missione sudamericana e la denuncia di una presunta seconda vittima di don Zappella, la procura ha proseguito il suo lavoro di indagine. Partita la richiesta da parte degli uomini della polizia giudiziaria di andare a visionare l’Archivio di Stato di Torino per acquisire la documentazione di eventuali procedimenti penali in cui è rimasto coinvolto il prete. E la condanna di Pinerolo è stata una conferma ai sospetti iniziali.

    G. CIO IL SECOLO XIX Savona

  • Don Francesco Zappella è pregiudicato; spunta una precedente condanna.

    Don Francesco Zappella è pregiudicato; spunta una precedente condanna.

    Continua il lavoro degli inquirenti sulla vicenda di don Francesco Zappella, per il momento indagato per violenza sessuale ai danni di un giovane ragazzo uruguayano.

    Si scopre che il sacerdote è già stato giudicato e condannato in precedenza dal Tribunale di Pinerolo ad 1 anno e 2 mesi per gli stessi reati per i quali è accusato a Savona. La notizia di una precedente condanna era stata raccolta dalla Rete L’ABUSO lo scorso settembre, quando da Covo (BG) paese natale di don Francesco Zappella erano arrivate delle segnalazioni le quali indicavano una pagina Facebook appartenente proprio alla città di Covo dove era pubblicato un articolo sul sacerdote.

    La cosa interessante erano i commenti sotto all’articolo nei quali gli abitanti indicavano senza mezzi termini, che già 25 anni fa esistevano pesanti accuse sul sacerdote. Qualcuno addirittura commenta dicendo “se quella volta chi di dovere avesse preso provvedimenti, certe cose non sarebbero più successe”. Un sacerdote interviene nella conversazione e quasi compiaciuto, attribuisce quei fatti al motivo che costrinse don Zappella a lasciare il seminario di Bergamo e venire in quello di Albenga.

    Grazie ad alcuni collaboratori in loco, siamo riusciti ad approfondire quelli che per il momento erano solo dei commenti su un post di Facebook, dopo di che, abbiamo consegnato agli inquirenti tutto il materiale. Oggi la conferma di una precedente condanna a Pinerolo.

    Come dicevamo in un precedente articolo, don Zappella è una bomba inesplosa nelle mani di Borghetti, infatti penderebbe un’altra denuncia per violenza, questa volta su un minore. Ad accusare don Zappella è un ragazzo appena 20enne, per lui non sarebbero ancora intervenuti termini di prescrizione.

    Potrebbero esserci anche altre sorprese nella vicenda di don Zappella, questa volta non inerenti alla sua sfera sessuale. Nelle scorse settimane infatti la Rete L’ABUSO ha raccolto altre testimonianze, ora al vaglio degli inquirenti, le quali potrebbero portare all’apertura di un altro fascicolo.

    Le indagini nel frattempo proseguono anche in Uruguay dove se ne sta occupando la 1° Sezione Investigativa di Trenta Y Tre. Nelle scorse ore, il ragazzo uruguayano che la Rete L’ABUSO aveva portato in Italia per denunciare don Francesco Zappella davanti al P.M. Giovanni Battista Ferro, è stato convocato dalla Magistratura in Uruguay dove sarà ascoltato nelle prossime ore.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO.

  • Monsignor Borghetti, il pifferaio che magico non è

    Monsignor Borghetti, il pifferaio che magico non è

    Nell’unica diocesi al mondo commissariata da Papa Francesco qualcuno comincia a rimpiangere monsignor Mario Olivieri, chi invece no, fatica a vedere “la grande rivoluzione” messa in atto da monsignor Guglielmo Borghetti, una rivoluzione presunta ma che nei fatti pare solo “tanto fumo ma niente arrosto”.

    A quanto pare il commissario inviato da Papa Francesco per fare pulizia nella diocesi più chiacchierata d’Italia sembra che stia solo facendo silenzio e non pulizia, a dirlo non sono solo molti sacerdoti della diocesi ingauna, ma anche i fatti.

    L’ultimo dei casi che ha lasciato perplessi è quello di don Francesco Zappella, il parroco di Borghetto S. Spirito accusato di molestie e indagato formalmente dalla Procura di Savona per l’ipotesi di reato di violenza sessuale, che paradossalmente, anziché essere sospeso, proprio nei giorni in cui veniva aperto nei suoi confronti un fascicolo, viene promosso da Borghetti come collaboratore della Caritas Diocesana.

    E ancora il caso di Giacomo Pisano, cappellano dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure che a seguito di un tentativo di furto nella sua abitazione, aveva attirato l’attenzione di don Filippo Bardini, il quale aveva avvisato la vigilanza. Una successiva visita dei NAS aveva accertato una situazione a dir poco imbarazzante, il pavimento dell’abitazione era cosparso di rifiuti, escrementi e avanzi di cibo, e in mezzo a oggetti e paramenti sacri, anche materiale pornografico. Questa vicenda pare non abbia turbato molto la diocesi che lo ha “riciclato” e adesso presta servizio nel fine settimana come vice parroco di Balestrino, mentre in settimana presta servizio a Loano, nella chiesa di S. Pio 10°. In questo caso ad allontanare il sacerdote dall’ospedale non è stata la diocesi, ma la Regione che ha provveduto a “licenziarlo” tramite i vertici dell’ASL .

    Poi c’è il caso di don Renato Giaccardi, arrestato a Mondovì nel luglio del 2005, con l’accusa di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, adescava giovani tra i 15 e i 18 anni per prestazioni omosessuali. Condannato successivamente in via definitiva a 4 mesi di reclusione, fu trasferito nella diocesi di Albenga dove ora fa il parroco a Loano nella Chiesa della Madonna di Loreto nella zona del porto ed è cappellano presso il santuario delle Suore della Visitazione di Loano, adiacente ad un asilo.

    Ancora in circolazione per la diocesi ingauna don Italo Casiraghi, condannato a 6 mesi nel Canton Ticino per atti sessuali con fanciulli, trasferito anche lui dopo la condanna nella diocesi di Albenga. Lo avevamo scoperto noi della Rete L’ABUSO qualche anno fa mentre celebrava come se niente fosse messa a Pietra Ligure, dove vive tuttora.

    Infine il caso più famoso, quello di don Luciano Massaferro, condannato in via definitiva a 7 anni e otto mesi. Attualmente ai domiciliari e affidato ai servizi sociali di Imperia, di giorno deve solo assolvere i compiti previsti dalla sua mansione, cioè fare il giro di consegna dei pasti, poi può fare sostanzialmente ciò che vuole. Anche se per il momento non dice messa, non è mai stato ridotto allo stato laicale.

    La Rete L’ABUSO ovviamente, occupandosi di tematiche sessuali, si è limitata ad elencare solo questi aspetti. In realtà le recenti vicende ed esternazioni del clero ingauno, nell’ultimo periodo non hanno mancato di guadagnarsi gli onori della cronaca, ma malgrado ciò pare che anche in quei contesti non sia stato preso provvedimento alcuno.

    La domanda che alla fine ci poniamo noi comuni mortali è molto semplice, ma “la grande rivoluzione di Guglielmo Borghetti” in che cosa consiste?

    Francesco Zanardi Portavoce Rete L’ABUSO

  • Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

    Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

    Estratto dagli atti;“io ricordo bene la notte in cui Pinetto mi invitò nel suo letto, in seminario: lui indossava un pigiama di flanella, giacca e pantaloni a righe azzurre e bianche: anche io avevo il pigiama, ma lui strofinò il pene sulla mia coscia, io ero un bambino di 12 anni ma non ero mica scemo: ricordo benissimo quando cercò di entrare la seconda volta nel mio letto, in camera con tutti i seminaristi, subito dopo avermi spalmato la crema sulla caviglia e aver cercato di massaggiarmi le parti intime“.

    Anche per noi della Rete L’ABUSO sta diventando davvero imbarazzante denunciare ancora una volta, carte alla mano, la profonda disonestà intellettuale della diocesi di Savona – Noli, del suo vescovo Vittorio Lupi e di molti dei sacerdoti che la compongono. Quello che indigna ulteriormente è il messaggio altamente diseducativo che la chiesa savonese in questi anni, attraverso i diversi casi ha dato ai giovani, un messaggio che nella sostanza insegna che qualunque malefatta si può mettere a tacere, basta screditare chi la denuncia, fare un bel comunicato stampa, chiedere scusa e si ricomincia da capo.

    Abbiamo scelto di non pubblicare l’intero carteggio sul caso di don Pietro Pinetto, ci limiteremo a rendere pubblici solo pochi atti, quelli essenziali.

    Riassumiamo brevemente le fasi dell’indagine durata più 4 anni che hanno portato ad accertare che Pietro Pinetto ha molestato dei ragazzini.

    Il caso di don Pietro Pinetto viene portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria il 4/12/2010 quando Francesco Zanardi raccoglie le confidenze di un ex seminarista, un affermato e stimato cittadino savonese impegnato nel sociale. La segnalazione verrà prontamente trasmessa alla magistratura la quale però dovrà fermarsi di fronte alla prescrizione. Parallelamente però, grazie al contributo di don Giovanni Lupino, quell’ex seminarista che per il Codice Canonico non è prescritto, denuncerà già nel 2010 le molestie subite al vescovo di Savona Vittorio Lupi, il quale però sceglierà di non intervenire.

    Tutto tace fino al 2013 quando lo scandalo savonese di don Nello Giraudo trasmesso dal noto programma televisivo LE IENE darà la forza di uscire allo scoperto ad un altro ex seminarista, anch’esso vittima di don Pietro Pinetto. Ma anche questa volta l’intervento dei termini di prescrizione costringerà l’autorità giudiziaria a fermarsi. In quella occasione la Diocesi di Savona, attraverso un comunicato stampa dichiarerà che se quei gravi fatti prescritti per l’autorità giudiziaria ma non per il codice canonico, saranno accertati, si procederà con un processo canonico nei confronti del sacerdote.

    Nel frattempo gli attivisti della Rete L’ABUSO iniziano a raccogliere una serie di segnalazioni, tra queste anche quella riguardante un ragazzo poco più che 20enne, con evidenti problematiche psicofisiche che disegnano il profilo di una vittima nel pieno del trauma. Ad accreditare ulteriormente il profilo della presunta vittima sono le voci che da tempo si rincorrono in paese. La magistratura a questo punto interviene, sembra finalmente la volta buona, sembra, perché quando gli inquirenti ascolteranno la presunta vittima, questa confermerà si, la sua frequentazione con il sacerdote, ma negherà le molestie.

    A questo punto l’indagine sembra arenarsi ancora una volta, ma accade qualcosa che darà l’opportunità agli inquirenti di poter procedere con l’accertamento degli altri casi, quelli per i quali non si era potuti procedere in precedenza a causa dei termini di prescrizione.

    Il sacerdote Pietro Pinetto, certo di averla fatta franca, sporgerà querela per diffamazione nei confronti di quattro persone, una delle vittime, Francesco Zanardi portavoce della Rete L’ABUSO e due giornalisti, uno del SECOLO XIX e l’altro di LA REPUBBLICA. Grazie a questa arrogante querela l’autorità giudiziaria si troverà costretta ad indagare per accertare la veridicità della presunta diffamazione invocata dal sacerdote e nell’eventualità procedere contro i quattro querelati.

    Comincerà quindi da parte degli inquirenti l’audizione delle vittime e in alcuni casi anche dei loro famigliari. Emergerà una lettera autografa scritta da un bambino, all’ora seminarista, negli anni 70 nella quale il 12enne racconta l’accaduto. La madre ha conservato per tutti questi anni quella lettera che quando è depressa rilegge.

    Dalle deposizioni delle persone ascoltate emergerà che quel sacerdote era già stato denunciato ai massimi vertici della chiesa savonese negli anni 70, ma l’allora vescovo mons. Sibilla non fece nulla.

    Tra i racconti emerge anche il dolore della madre la quale a seguito della fuga del figlio dal seminario savonese, prima di affrontare l’allora vescovo di Savona, si era rivolta ad alcuni sacerdoti savonesi, uno morto ma gli altri due ancora vivi, denunciando l’accaduto e chiedendo loro consigli su come procedere.

    La donna racconta agli inquirenti; “a me il vescovo sembrava fosse dispiaciuto e speravamo togliesse di mezzo quel prete, invece nulla: XXXXX era un bambino a quei tempi: il prete si chiamava don Pinetto, pressappoco, un nome cosi: ha cercato di fargli le cose che sono scritte qui: XXXXXX è scappato dal seminario e con questa lettera ha provato a raccontare quello che era successo, ma noi non lo abbiamo ascoltato. Il padre l’ha picchiato credendo che non fosse una cosa vera: la verità è che non è successo una volta sola. XXXXXX è rimasto sperando che il prete la smettesse. Invece poi il prete ha continuato e XXXXXX è scappato. Noi eravamo persone semplici, siamo venuti grandi in un paesino così e credevamo che il seminario fosse sicuro e che non potessero succedere delle cose cosi”.

    Anche il padre della vittima non si da pace e dichiara agli inquirenti; “io so che mio figlio è scappato dal seminario perché ha visto violentare un altro bambino e poi mi ricordo che io l’ho picchiato: io poi credevo che il prete che ha cercato di violentare (anche mio figlio) XXXXXX fosse morto, prendo atto che lei ora mi dice che è vivo. Di lui non mi interessa nulla , però voglio dirle che mio figlio per colpa di quel prete ha avuto la vita rovinata: e basta, non voglio dire altro”.

    Un’altra delle vittime racconterà agli inquirenti; “ricordo che la prima volta che mi ha toccato nelle parti intime è stato quando mi voleva spiegare come bisognava lavarsi nelle parti intime. Ha iniziato a mostrarmi concretamente come fare, facendomi spogliare e manovrando il mio pene. Questa cosa è successa, per quanto ricordo due o tre volte, probabilmente perché ho iniziato a mostrare il mio disappunto e quindi non ha più insistito a chiamarmi. Preciso che il tutto veniva effettuato senza alcuna violenza fisica, ma violenza psicologica perché era più subdola, in quanto faceva apparire reali e onesti questi atteggiamenti, che in realtà non lo erano”continua”Preciso inoltre che i toccamenti sono sempre stati effettuati da don Pinetto sulla mia persona e non viceversa”.

    Ma c’è un’altra testimonianza, questa volta indiretta e a raccontarcela è Roberto Nicolick, fratello di Alessandro, purtroppo deceduto. Alessandro di famiglia cattolica praticante entra in seminario con una forte vocazione, voleva diventare un sacerdote. Ma all’improvviso, una notte Alessandro scappa dal seminario. Non vorrà mai spiegare alla famiglia i motivi di quella fuga, si confiderà con il fratello Roberto solamente anni dopo e in punto di morte. Ad accreditare ulteriormente questo racconto indiretto è quanto accade il 4 dicembre del 2013, nel pieno delle indagini della magistratura, quando 2 sacerdoti, uno dei quali si qualifica come il vice del vescovo, l’altro invece di origine indiana, si presentano dalla madre di Alessandro alla quale chiederanno di sottoscrivere una dichiarazione riguardante il figlio. La donna all’epoca 91enne firma quella dichiarazione di cui non ricorda bene il contenuto e della quale non viene lasciata copia. I due sacerdoti, prima di uscire da casa della donna gli raccomandano di non parlare con nessuno di quella loro visita, soprattutto con figlio Roberto. Nei giorni scorsi Roberto Nicolick ha chiesto all’autorità giudiziaria di fare chiarezza sull’accaduto anche per capire meglio cosa sia stato fatto firmare all’anziana madre.

     Arriviamo ai giorni nostri quando don Pietro Pinetto malgrado quanto certificato dall’autorità giudiziaria già nel luglio del 2013, verrà trasferito dal vescovo di Savona Vittorio Lupi nella parrocchia di S. Francesco da Paola, dove tra le altre cose abita una delle vittime. In un primo momento la notizia passa inosservata ma poche settimane dopo qualche genitore dei molti bambini che frequentano quella parrocchia comincia ad avere il sospetto che quel nuovo sacerdote possa essere quel Pietro Pinetto di cui anche i giornali avevano parlato tanto pochi anni prima. Alcuni genitori contattano Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO il quale confermerà che si tratta proprio di quel sacerdote.

    I circa 70 genitori chiederanno spiegazioni al parroco don Danilo Grillo il quale malgrado la vicenda sia oramai ben nota ai vertici della diocesi di Savona, si limiterà a tranquillizzarli, ma nessuno rimuove Pinetto.

    Per quanto riguarda quella provvidenziale querela che avviò le indagini della procura, fatta da don Pinetto ai danni di una delle vittime, del portavoce di Rete L’ABUSO e i due giornalisti, è stata ritirata dal sacerdote accusato di calunnia nei confronti dei quattro, il 3 dicembre del 2013.

    Come già detto al principio dell’articolo, non riteniamo necessario pubblicare l’intero carteggio acquisito presso l’autorità giudiziaria il quale andrebbe solo ad accentuare ulteriormente la miseria morale ed intellettuale di molti sacerdoti di questa diocesi, vertici compresi.
    La Rete L’ABUSO chiede ancora una volta pubblicamente al vescovo di Savona Vittorio lupi di procedere come promesso alle vittime e all’intera comunità cattolica savonese nel comunicato della diocesi datato 7 marzo 2013 (Comunicato della Curia diocesana ), come prevede il Codice Canonico ad un processo nei confronti del sacerdote Pietro Pinetto.

    Il buonsenso invece vorrebbe che lo stesso sacerdote sia allontanato da luoghi frequentati da minori, ma questa è scelta della chiesa alla quale lasciamo la decisione.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO

  • 8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    E’ piuttosto controversa la moralità di certi uomini di chiesa i quali, quando vengono a conoscenza di reati commessi da membri del clero invitano le vittime a non denunciare dicendo loro che “ci penserà la giustizia divina”. Ma quando sono loro la presunta parte lesa invece, “la giustizia divina” non vale più e corrono subito a sporgere denuncia, spesso anche in malafede.

    E’ il caso di don Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona, il quale in data 27/06/2013 deposita per mano dell’avvocato Giuseppe Sanguineti un esposto nei confronti di Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’ABUSO di Savona.

    Monsignor Antonio Ferri lamenterebbe che “in occasione di una conferenza stampa tenutasi presso la Libreria Ubik di Savona in data 23 maggio 2013 (alla quale era stato invitato, quale relatore, il signor Kevin Annet, antropologo noto per aver pubblicato 2 libri relativi agli abusi subiti dagli aborigeni canadesi da parte di sacerdoti), il signor Zanardi ha testualmente affermato che il vicario della diocesi, con un fascicolo aperto su un prete pedofilo, convoca le vittime per chiedere di ritrattare”.

    Secondo il prelato savonese, Zanardi lo avrebbe diffamato anche attraverso una dichiarazione pubblica fatta sul social network Facebook nella quale denunciava il tentativo di inquinamento di prove riguardanti a un’indagine su un prete pedofilo.

    Lo stesso Zanardi denunciava anche di essere stato avvicinato da alcune parrocchiane, le quali, nell’intento di sapere i nomi delle presunte vittime sentite dalla procura, si proponevano di offrire sostegno a questi malcapitati.

    Una delle parrocchiane in questione era la povera Luisa Bonello, la quale accortasi del raggiro a suo danno e delle vittime, denunciò questa circostanza prendendo le distanze dalla curia savonese e riportando questi sotterfugi all’attenzione di Papa Francesco.

    In quell’esposto don Antonio Ferri, lui stesso precisa che “Orbene, anche se il mio nominativo non viene esplicitamente fatto, il riferimento è comunque preciso ed inequivocabile, in quanto l’ufficio che ricopro ed il contesto locale porta necessariamente a riferire quanto pubblicato alla mia persona”.

    Qui avviene il primo “miracolo” perché don Antonio Ferri, stranamente si riconosce in una dichiarazione che non solo non indicava la diocesi dove stavano avvenendo questi fatti, ma non indicava neppure il nome del vicario interessato, il tutto avveniva all’interno di una conferenza stampa dove era ospite Kevin Annet come già indicato, esperto sugli abusi subiti dagli aborigeni canadesi.

    La cosa suona parecchio strana anche per il fatto che Zanardi è portavoce di una associazione nazionale che in tutta Italia ha procedimenti penali aperti nei confronti di sacerdoti pedofili, curioso che Antonio Ferri si sia riconosciuto in quelle dichiarazioni.

    Mons. Antonio Ferri continua lamentando che quelle dichiarazioni, nelle quali si sarebbe riconosciuto in modo così inequivocabile, lederebbero gravemente la sua persona, nonché la sua onorabilità e chiede all’autorità giudiziaria “di verificare se nel comportamento del signor Francesco Zanardi siano ravvisabili estremi di reato e le chiedo altresì di indagare – ove ritenuto – con la necessaria discrezione, onde evitare che un delicato problema di giustizia diventi spunto per alimentare campagne mediatiche tutt’altro che serene ed obiettive, come purtroppo sin qui pare essere avvenuto”.

    Le dichiarazioni di Zanardi, anche se non veniva indicata la diocesi e il prelato coinvolto, arrivavano effettivamente da due presunte vittime del sacerdote Pietro Pinetto.

    Passa poco tempo dalla segnalazione di quelle due vittime quando il 4 dicembre del 2013 Zanardi raccoglie un’altra segnalazione, questa volta da parte di Roberto Nicolick, fratello di un’altra presunta vittima, purtroppo deceduta. Nicolick apprende dalla sua compagna che due persone, approfittando della sua assenza, si sarebbero presentate a casa della madre alla quale avrebbero fatto firmare una dichiarazione riguardante le presunte molestie subite dal fratello Alessandro presso il Seminario Vescovile di Savona. I due uomini, uno italiano e l’altro di origine indiana, si sarebbero qualificati davanti alla donna che all’epoca aveva 91 anni, il primo come il vice del vescovo e l’altro come un suo collaboratore. I due prima di andarsene avrebbero raccomandato all’anziana donna, di non riferire a nessuno di quella visita, soprattutto al figlio Roberto che guarda caso è anche un collaboratore della Rete L’ABUSO.

    L’anziana donna in un primo momento mantiene il segreto, ma poi, perplessa su cosa gli fosse stato fatto firmare e presa dall’ansia confida tutto alla compagna del figlio Roberto, la quale allarmata lo avvisa immediatamente.

    Francesco Zanardi verrà formalmente indagato dalla procura della repubblica di Savona per l’esposto depositato dal vicario mons. Antonio Ferri, in data 23/05/2013 con l’accusa di diffamazione aggravata ai danni del Ferri.

    Ma il 4 febbraio 2015 accade il secondo “miracolo”, chissà, forse L’Arcangelo Gabriele apparso probabilmente in sogno al vicario mons. Antonio Ferri suggerisce – al prelato che precedentemente aveva chiesto alla procura di ravvisare i reati commessi a suo danno da Francesco Zanardi – di depositare un altro documento nel quale dichiarerà; “Premetto che non era mia intenzione, con la mia segnalazione del 19 giugno 2013 denunciare o comunque chiedere l’accertamento di fatti di reato a mio carico ma piuttosto di contribuire al lavoro della procura apportando elementi che ritenevo potessero essere di ausilio per una migliore comprensione dei fatti oggetto delle ripetute denunce/esposti del signor Francesco Zanardi”.

    Continua affermando “Ho, peraltro, preso atto della circostanza che, in ragione di tale comunicazione è stato aperto un fascicolo contrassegnato dal n. 3460/13/21, e, per l’effetto, fermo quanto sopra in ordine alla natura della mia comunicazione del 19 giugno 2013 dichiaro di non aver interesse ad alcun accertamento di condotte illecite nei miei confronti con il riguardo alle dichiarazioni rese dal signor Francesco Zanardi e meglio descritte nella comunicazione medesima”. “Pertanto, nell’evenienza in cui la mia comunicazione dovesse effettivamente essere qualificata come querela, con la presente dichiaro formalmente di voler rimettere la stessa e di non avere interesse alcuno alla prosecuzione delle indagini”.

    Va di certo detto che quel procedimento penale per diffamazione a carico di Francesco Zanardi, qualora la magistratura avesse appurato che diffamazione non era ma anzi, che i fatti dichiarati da Zanardi fossero veri, si sarebbe trasformato in un procedimento per calunnia a carico di mons. Antonio Ferri ai danni di Zanardi. La stessa cosa che è accaduta a don Pietro Pinetto, accusato di aver calunniato con false dichiarazioni di innocenza rilasciate al Pubblico Ministero, una delle vittime, due giornalisti e lo stesso Zanardi.

    Naturalmente nei prossimi giorni gli avvocati della Rete L’ABUSO chiederanno all’autorità giudiziaria di fare chiarezza non solo sull’esposto depositato da mons. Antonio Ferri e poi ritirato, ma unitamente a Roberto Nicolick chiederanno che venga fatta chiarezza su chi e soprattutto cosa, fu fatto firmare alla madre.

    F.