Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Francesco Zanardi: «Bergoglio ignavo coi preti pedofili»

    Francesco Zanardi: «Bergoglio ignavo coi preti pedofili»

    Cosa fa il papa contro gli abusi dei prelati ? «Nulla». La denuncia di Francesco Zanardi, molestato da un parroco quando aveva 11 anni. «La Chiesa non denuncia i carnefici, ma li ricolloca».

    di Giovanna Faggionato

    Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni».
    E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
    LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato con Lettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
    La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
    «Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
    MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
    Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
    Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
    Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.
    LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
    Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

    DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
    RISPOSTA.
     La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
    D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
    R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
    D. Come fa a dirlo?
    R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
    D. Insomma nessun passo avanti?
    R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
    D. Ci può spiegare la sua storia?
    R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese,ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
    D. Poi cosa è successo?
    R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
    D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
    R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
    D. Di cosa si occupava?
    R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
    D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
    R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
    D. Capì subito il perché di quella reazione?
    R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
    D. E cosa scoprì?
    R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
    D. Incredibile.
    R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
    D. E furono presi provvedimenti?
    R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
    D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
    R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
    D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
    R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
    D. Un modo per dirle di tacere.
    R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
    D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
    R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
    D. Tutto cosa?
    R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
    D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
    R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
    D. E cosa successe allora?
    R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
    D. Ma come è stato possibile?
    R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
    D. E quanto è rimasto in quella comunità?
    R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
    D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
    R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
    D. Per dirgli cosa?
    R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
    D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
    R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
    D. Ma non cambiò nulla.
    R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
    D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
    R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
    D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
    R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
    D. Addirittura?
    R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
    D. E come è finita?
    R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
    D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
    R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
    D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
    R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
    D. Quale?
    R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
    D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
    R.
     Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
    D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
    R.
     A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
    D. Addirittura.
    R.
     Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
    R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
    D.
     Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
    D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
    R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
    D. Cosa?
    R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

    Sabato, 08 Febbraio 2014

    http://www.lettera43.it/cronaca/francesco-zanardi-bergoglio-ignavo-coi-preti-pedofili_43675121646.htm

  • SAVONA: “Il vescovo sapeva dei preti pedofili”

    SAVONA: “Il vescovo sapeva dei preti pedofili”

    LA COLLABORATRICE DELLA CHIESA ACCUSA: “USATA PER SPIARE LE VITTIME DEGLI ABUSI”

    Di Silvia Campese IL SECOLO XIX 08-02-14

    Nuovo scandalo per la diocesi savonese. A scatenare la bomba, questa volta, un medico piuttosto noto in città, Luisa Bonello, cattolica impegnata, che ha consegnato direttamente in Vaticano, nelle mani di Papa Francesco, il dossier relativo alla vicenda “pedofilia savonese”. Sentenze e documenti della magistratura, lettere a firma dei vescovi, testimonianze delle vittime. Non solo. In un’intervista rilasciata a Il Secolo XIX, la Bonello ha pesantemente criticato l’operato del vescovo Vittorio Lupi arrivando a sostenere di essere stata usata dalla curia per riferire informazioni riferite dalle vittime, alcune in cura da lei come pazienti. Accuse a cui il vescovo Lupi ha risposto con durezza definendo falsità tali affermazioni e parlando di «vendetta personale a seguito della revoca del Ministero dell’Eucarestia». E ha aggiunto: «Non intendo rispondere alle falsità di una persona che, ai miei occhi, non ha il minimo credito», il commento del Monsignore. Ma le affermazioni del medico savonese, riportate nell’intervista pubblicata di seguito, aprono nuove ombre sulla diocesi.

    Dottoressa Bonello, perché è andata in Vaticano e ha voluto consegnare di persona il materiale riguardante la pedofilia nella nostra diocesi?

    Perché ero stufa di vedere la mia Chiesa, la mia Diocesi ridotte così.

    Che cosa è accaduto durante quei giorni?

    Sono stata tre giorni in Vaticano, a Santa Marta, nella residenza di Papa Francesco, e ho incontrato ripetutamente il Papa. Si mangiava insieme, nella stessa stanza. Al tavolo mi è capitato di essere accanto all’ex vescovo di Savona, il cardinale Domenico Calcagno, mentre ho incontrato un alto concittadino, il fratello di don Giuseppe Militello, organista, oggi assunto in Vaticano.

    Quale materiale ha consegnato?

    Tutti i documenti di cui ero in possesso e dove si evince con chiarezza l’omertà dei vari vescovi che si sono succeduti, le responsabilità dei preti pedofili, con i riscontri legali della magistratura e le testimonianze delle vittime. Mi è stato assicurato che tutto il materiale verrà consegnato alla Commissione antipedofilia del Vaticano.

    Vedremo presto i risultati?

    Presto non lo so, perché la Commissione si occupa dei reati di pedofilia compiuti in tutto il mondo. Molti, purtroppo. Spero, però, il prima possibile, anche perché è urgente un intervento per salvare la nostra diocesi.

    Perché ha deciso di parlare proprio ora?

    Perché soltanto di recente ho preso coscienza del fatto che il Vescovo mi usava. Mi usava per sapere che cosa sapevo della vicenda pedofilia. Mi chiedeva di riferirgli tutte le notizie, tutte le informazioni di cui ero venuta a conoscenza dalle vittime. Ma lui sapeva già benissimo tutto. Era omertoso. Pensavo, riferendo a lui, di prestare un servizio alla mia Chiesa al fine di combattere l’orrore della pedofilia. Purtroppo, però, il suo fine non era quello.

    Si è rivolta mai a qualche altro prelato ligure?

    Visto che dal Vescovo non ottenevo riscontri, ho mandato una lettera a Cardinale Bagnasco contenenti le stesse informazioni che avevo già riferito a Lupi. Dicendo che, nella mia diocesi, invece di ricevere un aiuto nella battaglia, ho trovato soltanto omertà. Tali concetti sono stati riferiti al Vescovo Lupi.

    I suoi rapporti con il vescovo sono, di recente, cambiati in modo negativo.

    Da quando ho iniziato a occuparmi in modo approfondito della vicenda pedofilia, Monsignore ha iniziato a colpirmi negli affetti più cari. Prima di tutto mi è stato revocato il ministero della somministrazione dell’Eucarestia. Era una cosa a cui tenevo profondamente portando conforto ai miei pazienti in ospedale, spesso in gravi condizioni di dolore. Ma non è tutto. Mi ha allontanato dal mio padre spirituale, Don Nino Maio, a cui ero legata da una profonda amicizia oltre ad essere il suo medico personale

    Perché il Vescovo avrebbe dovuto agire in questo modo?

    È difficile dirlo. Questo è un pensiero mio non suffragato da nulla, ma che mi sento di riferire. Don Nino Maio è stato molto vicino a due preti responsabili di abusi sui minori. Era padre spirituale di Don Nello Giraudo e ha sostenuto per due anni don Pinetto aiutandolo a inserirsi nella comunità di Celle Ligure dove è parroco.

    Ha motivi di pensare che Don Maio sia a conoscenza di aspetti inediti relativi alla pedofilia nella chiesa savonese?

    Sì, credo di sì. E penso anche che sia questo il motivo per cui il vescovo mi ha allontanato con provvedimenti così severi dal sacerdote.

    Dottoressa, lei ha conosciuto direttamente vittime di pedofilia clericale?

    Sì. Due, in particolare, sono miei pazienti.

    Queste persone hanno le hanno mai riferito di avere denunciato i sacerdoti e di avere cercato di rompere il muro dell’omertà?

    La vittima più adulta, un uomo sessantenne, non ha mai fatto in pubblico il nome del suo abusatore, che peraltro oggi non è più vivo. La sua vita, però, è stata segnata in modo devastante, tanto che ancora oggi entra e esce dalla Psichiatria. Poi c’è un ragazzo giovane, oggi trentacinquenne, che non è mai riuscito è riuscito a ricostruirsi davvero una vita.

    Ha riferito di questo ragazzo al vescovo?

    Si, di questa persona si.

    E il vescovo?

    Mi stava a sentire ma non ha mai fatto niente. Pur sapendo da anni cosa stava succedendo.

  • Dove è nascosto don Silverio Mura, il sacerdote della diocesi di Nola denunciato per presunti abusi ?

    Dove è nascosto don Silverio Mura, il sacerdote della diocesi di Nola denunciato per presunti abusi ?

    Una storia allucinante quella subita dalla vittima di don Silverio, un prete che come in molti casi era l’amico di tutta la famiglia.

    Quando la sua vittima, oramai grande decise di sposarsi, la famiglia si rivolse a lui, l’orco che aveva abusato di loro figlio, ma non lo sapevano.

    Il figlio non aveva mai trovato il coraggio di parlare con loro. Non lo riuscii a fare neanche con la moglie, almeno fino a oggi.

    Il parroco, dopo la denuncia della Rete L’ABUSO è sparito, aiutateci a ritrovarlo.

    TUTTA LA STORIA;

    Malgrado le denunce da parte della vittima al Vescovo di Nola e al Card. Crescienzio Sepe, alle autorità civili, ai mezzi di informazione, don Silverio Mura non solo resta in servizio, ma cosa più grave continua tranquillamente ad insegnare nelle scuole, a contatto con minori.
    Un’altra storia di “ordinaria pedofilia” Che giunge a Rete L’ABUSO dalla provincia di Napoli, scegliamo di raccontarla perché particolarmente documentata (con tanto di video tra vittima e abusatore) e in grado di far comprendere quale è il dramma delle vittime di preti pedofili. E’ in grado anche, di lanciare un messaggio chiaro di civiltà e sensibilizzazione per chi lo vuole cogliere, a contrasto di questa inciviltà.
    Tutto comincia nel 1987 in una scuola del napoletano, la vittima un bambino di 11 anni che viene adescato a scuola da don S. M. il quale lo invita a casa, fuori dall’orario scolastico. Preso il ragazzino si rende conto di non essere il solo al quale don S. M. dedica le sue morbose attenzioni, sono almeno in 7.

    Passano anni prima che l’incubo finisca, finalmente il ragazzino riesce a tagliare il cordone ombelicale creatosi col carnefice, come da cliché passano ancora anni prima che maturi il dramma e comprenda che le sue crisi per le quali è in cura derivano da quello che ha subito da bambino. Quando realizza è già sposato e padre di famiglia. Ha tre figli e inorridisce all’idea che quel prete pedocriminale, amico di famiglia che non solo lo ha sposato, ma che ha anche battezzato i suoi tre figli, sia ancora in circolazione e a contatto con minori. L’uomo è credente, di istinto si rivolge alle autorità ecclesiastiche scrive al Cardinale Crescenzio Sepe, riceve la notifica di lettura della mail, ma nessuna risposta. Un altro dramma dell’uomo è che non ha mai trovato la forza di raccontare alla moglie quello che aveva subito da quel prete, non può nemmeno spiegare a cosa sono dovute le sue frequenti crisi. Matura la situazione e sotto il consiglio dello psicologo racconta tutto alla moglie e ai genitori, i quali trovano fortunatamente la forza e l’amore per aiutarlo. Scrive nuovamente alla Diocesi, lo fa anche la moglie, ma nessuna risposta. Di sua iniziativa lo psicologo dell’uomo, comprendendo che buona parte del dramma è dovuta anche al fatto che il sacerdote sia un pericolo per i bambini, scrive al Vescovo Lucio Lemmo, in un passaggio della sua lettera scrive ” Non mi pongo come il perito legale di XXXXX, ma il suo curante. Ho segnalato questo drammatico caso alla Chiesa perché ho ritenuto soprattutto utile per le strategie terapeutiche, oltre che un mio obbligo di cittadino morale e cattolico”. La Diocesi non risponde direttamente ma invia a casa dell’uomo due giovani che si presentano con una busta contenente 300€, a nome della Caritas, sottolineando, che non vi saranno altri aiuti.

    L’uomo non ha mai chiesto soldi, la sua unica preoccupazione sono i minori a rischio. Deluso dalla chiesa e impotente si reca alla Stazione dei Carabinieri di Napoli Ponticelli il 22/06/2010 e sporge regolare denuncia, ma i fatti sono prescritti, non ci sarà un’indagine nulla, quella denuncia finirà su uno scaffale.

    Il presunto pedofilo, malgrado le denunce e le segnalazioni è tutt’ora a piede libero, ex parroco della parrocchia Santissima Annunziata di Pollena Trocchia (diocesi di Napoli), insegnante di religione nell’istituto alberghiero “C. Russo” di Cicciano (diocesi di Nola) nell’anno scolastico 2012 – 2013 http://www.ipsar.net/orario_provvisorio_2013/Docenti/Docente47.html

    Non si chiede di riparare un danno irreparabile, si chiede solo che questo non continui, che venga fermato, che il prete non stia più a contatto con minori, perché “non impedire un fatto che si ha il dovere di impedire,equivale a cagionarlo” . (Sentenza del Giudice del Tribunale di Savona Fiorenza Giorgi maggio 2012 contro Mons. Dante Lafranconi) .
    Per questo ci appelliamo al dovere civico di chi fa informazione e successivamente a quello dei genitori perche si chieda conto alla Diocesi, alla Chiesa e al Cardinale Sepe, della sicurezza dei propri figli.

     

     

  • Pedofilia, gli occhi del Papa sulla Diocesi di Savona

    Pedofilia, gli occhi del Papa sulla Diocesi di Savona

    Savona – Il “dossier pedofilia” della diocesi di Savona arriva nelle mani di Papa Francesco. A consegnarlo direttamente al pontefice, un medico della cittadina ligure, Luisa Bonello, ex ministro dell’Eucarestia e catechista, strettamente legata agli ambienti cattolici, che di recente ha assunto una posizione critica verso la chiesa, delusa dalla mancata assunzione di responsabilità e di concreti provvedimenti da parte della Curia savonese nei confronti dei preti pedofili. La Bonello ha portato i casi savonesi a Roma, sulla scrivania di Papa Francesco. Che, sul tema, è stato molto chiaro invitando alla massima trasparenzatutti i vescovi italiani. Quella trasparenza che è mancata a Savona, come emerso dagli stessi documenti che la magistratura savonese fece acquisire, perquisendo la cassaforte della diocesi, e sequestrando i carteggi dei vescovi con Joseph Ratzinger, contenenti precise indicazioni che invitavano a occultare le responsabilità dei sacerdoti che avevano compiuto abusi sui minori nel savonese.

    Vicende gravi, oggi a disposizione nei dettagli del Vaticano. «Di recente sono stata tre giorni a Roma, in Vaticano, nella residenza di Santa Marta, dove risiede il Papa – racconta la dottoressa savonese. – Stufa di vedere la mia diocesi tradita dai suoi stessi ministri, ho chiesto un incontro per riferire e testimoniare sulla delicata vicenda». Tre giornate intense nel corso delle quali la Bonello ha incontrato un alto prelato e ha avuto occasione di parlare con il Pontefice diverse volte. «Durante il viaggio – dice – ho consegnato il dossier che ho messo insieme in questi anni relativo alla vicenda savonese. Sentenze della magistratura, lettere, testimonianze scritte da cui si evince con chiarezza l’omertà dei vari vescovi che si sono succeduti nella diocesi».

    Le accuse della Bonello sono estremamente gravi nei confronti di tutta la curia ma, soprattutto, nei confronti dell’attuale vescovo Vittorio Lupi. «Tutto è cominciato per caso, quando due miei pazienti si sono aperti con me e mi hanno rivelato di essere stati abusati da sacerdoti della nostra diocesi – racconta. – Ho cercato di approfondire le vicende e, purtroppo, si è aperta anche per me una pagina estremamente dolorosa della storia della nostra chiesa. Ingenuamente, ho riferito a monsignor Lupi tutto quello che sapevo, certa che sarebbe intervenuto immediatamente. Nulla. Lui si informava, mi interrogava ripetutamente e insistentemente cercando di capire che cosa sapevo e che cosa riferivano le vittime. Alla lunga sono giunta a una conclusione dolorosa: il mio vescovo sapeva tutto e mi stava usando. Voleva sapere sino a che punto io e i laici potevamo conoscere le vicende che, peraltro, lui stesso conosceva già benissimo». Secondo la Bonello l’atteggiamento del vescovo nei suoi confronti cambia proprio quando, da fedelissima della curia savonese, si trasforma in una “pentita” affamata di verità. «Ero Ministro dell’Eucarestia e somministravo la Comunione ai malati – dice la Bonello – e mi è stato revocato il mandato. Mi è stato anche impedito di frequentare il mio padre spirituale, Don Nino Majo, che è venuto involontariamente a contatto con le vicende della pedofilia essendo figura guida di don Nello Giraudo, condannato per pedofilia nel 2012, e di don Pietro Pinetto, i cui casi sono risultati reali ma prescritti. Che non sia questo il motivo per cui sono stata allontanata dal sacerdote: per il rischio, cioè, che venissi a conoscenza di altre, gravi, realtà che si sono verificate nella nostra diocesi?». Durissima la reazione di monsignor Lupi. «Non intendo commentare le falsità riferite da una donna che agisce per vendetta – le parole del vescovo. – Una persona vendicativa che, per via della revoca del Ministero eucaristico, ha tirato fuori delle menzogne contro la nostra Chiesa».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/02/08/AQ5oIijB-pedofilia_diocesi_savona.shtml

  • La chiesa deve aprire gli archivi e obbligare alla denuncia

    La chiesa deve aprire gli archivi e obbligare alla denuncia

    Parla l’ex vittima di un parroco, oggi fondatore di un’associazione che riunisce persone come lui

    Francesco Zanardi non odia i preti.

    Nemmeno don Nello Giraudo, il parroco che per anni lo ha violentato in una parrocchia di Spotorno: “Mi fa pena, ma anche lui è una vittima della chiesa”. Ha 43 anni, fa l’elettricista ed è portavoce di Rete l’Abuso, un’associazione di supporto per le vittime dei preti pedofili. Don Nello, dopo decenni, è stato condannato ad un anno con la condizionale. Vive dimenticato in un convento.

    Quanti anni avevi?

    Undici. Mia madre era molto cattolica, la domenica servivo la messa tre volte di fila e lei mi diceva che sarebbe venuta a controllare tutte e tre le volte. Mio padre era un padre padrone, insomma vivevo in una famiglia problematica. Don Carlo si era accorto della situazione e aveva capito che avrei avuto bisogno di uno spazio tutto mio. Mi diede una stanza nel seminterrato della parrocchia per starmene in pace. Stavo bene, smontavo le radio, mi divertivo, poi è arrivato don Nello. La prima volta mi fece sedere sulle gambe e mi masturbò. Continuò a violentarmi per diversi anni.

    Prima eri un bambino, poi come hai potuto sopportare fino a 16 anni?

    A quell’età sono scappato. A casa avevo una situazione difficile e quel luogo per me era tutto, li avevo gli amici, le persone che mi volevano bene. Quel prete violentava altri bambini, lo sapevano tutti, eppure quelle violenze sono rimaste sotto traccia per decenni. Denunciare era difficile, quasi inutile. Il vescovo di Savona, Dante Lafranconi, sapeva tutto e per toglierlo dalla parrocchia di Spotorno, quindici anni dopo, lo assegnò ad una più piccola sulle alture di Finale Ligure e gli consentì anche di aprire una comunità per bambini problematici. Una follia, ma è abbastanza comune, da quei posti isolati è ancora più difficile che escano denunce.

    Tutti sapevano? .

    Spotorno ha 5mila abitanti, certe voci giravano già prima che arrivasse don Nello, l’omertà c’è ma non solo tra le persone di chiesa.

    La tua famiglia non poteva aiutarti. E’ così per quasi tutte le vittime?

    I bambini abusati sono quasi tutti vittime di famiglie disagiate. La mia era una situazione particolarmente difficile, ma capita lo stesso in situazioni di povertà anche non estrema. Le famiglie povere si fidano dei preti e lasciano spesso i figli all’oratorio, anche perché non hanno alternative. Intendiamoci, non sto dicendo che tutti i preti sono pedofili.

    Come se ne esce, se ne sei uscito, da una situazione simile?

    Mi definisco un sopravvissuto. A 16 anni ho cominciato con la droga, eroina. Questo per dire quanto è complicato elaborare un trauma simile. Alcuni reagiscono e riescono a parlarne, parlano prima di tutto con se stessi, e già questo significa iniziare un per-corso di recupero.

    Tu quando ci sei riuscito?

    A trent’anni. Il primo rapporto sessuale l’ho avuto a 26, quando si avvicinava una ragazza prima scappavo, ero sessuofobico.

    Come si può impedire che la chiesa nasconda i preti pedofili?

    Gli archivi delle diocesi devono essere accessibili alla magistratura, la Cei deve inserire nel suo ordinamento l’obbligo di denuncia perché il processo canonico non basta. Al massimo il prete viene semplicemente spostato e quindi può continuare ad abusare. Il prete che “sbaglia” ha l’obbligo di riferire al vescovo, quindi sono le alte gerarchie che dovrebbero essere obbligate a denunciare gli abusi. Anche chi frequenta la chiesa, invece di rivolgersi al vescovo, deve avere la forza di denunciare alla magistratura.

    La tua associazione raccoglie molte denunce. La materia è molto delicata, come fate a verificare l’attendibilità delle presunte vittime?

    Siamo tutti volontari ex vittime di abusi e abbiamo sedici avvocati volontari. Il problema è serio e dobbiamo fare verifiche molto dettagliate, anche perché molti denunciano ma pochi sono disposti ad esporsi in prima persona. Ed è difficilissimo produrre materiale per mettere in moto un’azione penale, serve tempo, indagini, microcamere nascoste. Ci andiamo con i piedi di piombo quando si tratta di fare nomi e cognomi. Adesso che c’è crisi riceviamo centinaia di denunce false.

    Perché?

    Vogliono soldi, ottenere un risarcimento.

    Adesso che sentimenti provi per don Nello?

    Poverino mi fa pena, è una vittima anche lui. Ha fatto del male ma è una persona che andava aiutata, invece la chiesa lo ha esiliato e basta.

    E Papa Francesco?

    Continuo a sperare in qualcosa di buono, per il momento di chiacchiere ne ha fatte tante anche se i preti pedofili sono ancora tutti al loro posto. La loro commissione interna non mi piace, la chiesa deve smetterla con questa vocazione di risolvere le questioni al suo interno, non ha senso condannare una persona e poi permettergli di continuare ad abusare.

    Luca Fazio IL MANIFESTO

  • Processo canonico e riduzione allo stato laicale per mons. Dante Lafranconi

    Processo canonico e riduzione allo stato laicale per mons. Dante Lafranconi

     FIRMA LA PETIZIONE Queste non sono parole nostre, ma del Giudice Fiorenza Giorgi del Tribunale di Savona.

    -Da tali documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo del LAFRANCONI risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora Vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli;

    -Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del GIRAUDO e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure dei del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Monsignor DANTE LAFRANCONI, oggi Vescovo di Cremona ha CONSAPEVOLMENTE permesso a due criminali pedofili, don Giorgio Barbacini e don Nello Giraudo, entrambi condannati, di stuprare decine di minori.

    Inizialmente gli stupri avvenivano nelle parrocchie, ma quando arrivarono le prime lamentele, per tutelare i pedofili, anziché denunciarli, decise di concedere loro di aprire due comunità per minorenni in difficoltà.

    Così facendo scongiurò il pericolo che i due criminali venissero scoperti, in quanto i minori in affido non rientravano la sera a casa e quindi non vi era il rischio che raccontassero alle famiglie le violenze alle quali erano consapevolmente sottoposti.

    Chiediamo a Papa Francesco di essere coerente con le sue pubbliche dichiarazioni, processando e riducendo allo stato laicale un uomo INDEGNO come DANTE LAFRANCONI, un uomo la cui coscienza nefasta non gli ha permesso ancora oggi neppure di scusarsi con le decine di vittime che a causa sua trovano distrutta la propria vita.

    https://www.change.org/it/petizioni/commissione-anti-pedofilia-processo-canonico-e-riduzione-allo-stato-laicale-per-mons-dante-lafranconi

  • Condanna per abusi sessuali su minore, Don Luciano verso l’affidamento in prova: in estate fuori dal carcere

    Condanna per abusi sessuali su minore, Don Luciano verso l’affidamento in prova: in estate fuori dal carcere

    Alassio. Nell’ottobre del 2016 finirà di scontare la sua pena, ma già quest’estate Don Luciano Massaferro potrebbe lasciare il carcere di La Spezia dove è detenuto dal luglio del 2012. Il sacerdote alassino, condannato in terzo grado a sette anni e otto mesi di reclusione per abusi sessuali su una minore, tra qualche mese dovrebbe infatti godere di quelli che in gergo si chiamano “benefici carcerari”.

    Una soluzione che permette ad un detenuto, quando mancano meno di tre anni alla fine della pena, di richiedere misure alternative alla detenzione. Don Luciano Massaferro ha deciso di puntare sull’affidamento in prova ai servizi sociali. I suoi legali, gli avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì, hanno già presentato la richiesta per ottenerli e sono in attesa della fissazione dell’udienza da parte del Tribunale di Sorveglianza.

    La concessione dell’affidamento in prova, che permetterebbe al parroco di tornare in libertà seppur con qualche limitazione, è subordinata alla valutazione di alcuni fattori, tra cui il comportamento del detunuto e la sua pericolosità sociale. Aspetti che non dovrebbero rappresentare un ostacolo per il sacerdote: da quando è recluso sta mantendendo un atteggiamento irreprensibile all’interno dell’istituto penitenziario.

    L’affidamento in prova potrebbe non essere l’unica novità del 2014 di Don Luciano: sempre entro la fine di quest’anno infatti il suo caso dovrebbe arrivare davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. L’ultimo “giudice” al quale il sacerdote, che si è sempre detto innocente, poteva rivolgersi per ribaltare la sentenza del tribunale di Savona, poi confermata in Appello ed in Cassazione.

    Olivia Stevanin

    http://www.ivg.it/2014/01/condanna-per-abusi-sessuali-su-minore-don-luciano-verso-laffidamento-prova-estate-fuori-dal-carcere/

     

  • Settemila euro di multa al prete esibizionista

    Settemila euro di multa al prete esibizionista

    Savona. Settemilacinquecento euro di multa per atti osceni in luogo pubblico: è la pena inflitta con un decreto penale di condanna emesso dal gip Donatella Aschero su richiesta del pm Chiara Venturi nei confronti di don Giuseppe Canavese, 50 anni, l’ex parroco di Millesimo che un venerdì sera di qualche mese fa a Savona, davanti alla pensilina del bus di via Gramsci, si era calato pantaloni e slip davanti a un gruppo di ragazzi e ragazze diretti in porto per la «movida».
    La storia è raccontata dalla Stampa stamane in edicola. Il sacerdote, che era in abiti borghesi e a quanto pare sotto l’effetto dell’alcol, era stato identificato da una pattuglia di carabinieri e si era giustificato dicendo che «stava facendo pipì».
    Le testimonianze di chi aveva assistito all’episodio riferivano invece di un gesto di esibizionismo con qualche cosa di più. Il decreto penale, che risale al 19 dicembre, è stato notificato ieri all’avvocato Giorgio Cangiano, che tutela la diocesi di Mondovì da cui dipende la parrocchia di Millesimo.
    «Decideremo con il parroco e con monsignor vescovo se fare ricorso oppure no» precisa il legale. Il decreto penale viene emesso quando dagli atti d’indagine risulta evidente la ricostruzione dei fatti e la certezza del reato commesso; un ricorso con eventuale richiesta di patteggiamento o rito abbreviato potrebbe portare all’assoluzione o alla conferma della pena, ma al tempo stesso, ai benefici della sospensione e della non menzione nel casellario giudiziale.
    All’indomani dell’episodio il vescovo di Mondovì Luciano Pacomio aveva sollevato don Canavese dall’incarico, destinandolo all’Istituto delle Suore della Piccola Betania di Vicoforte. «Lì potrà riflettere e ritrovare quella serenità che, evidentemente, gli è mancata» si leggeva in un comunicato diffuso dalla diocesi monregalese.

    La Redazione Radio Savona Sound News Rsvn.it

  • Massaferro, prete pedofilo ai lavori socialmente utili

    Massaferro, prete pedofilo ai lavori socialmente utili

    Genova – Quale prete conosciuto aveva approfittato di una ragazzina e ora, condannato, potrebbe lavorare per i bisognosi. Don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio condannato per abusi sessuali nei confronti di una chierichetta a una pena definitiva a 7 anni e 8 mesi potrebbe scontare il residuo pena con lavori socialmente utili.

    Dopo esser stato nelle carceri di Sanremo, Alassio e Spezia e dopo alcuni mesi ospite del convento dellesuore Clarisse di Diano Castello, don Massaferro sarà impiegato nella casa diocesana `Della carita´ di Imperia fino a fine pena.

    La casa diocesana assicura posti letto e pasti caldi ai bisognosi, oltre a distribuire vestiario e viveri.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2014/01/17/AQI9cAYB-massaferro_socialmente_pedofilo.shtml

  • Il prete pedofilo pakistano latitante nella diocesi di Calcagno – Repubblica Tv

    Il prete pedofilo pakistano latitante nella diocesi di Calcagno – Repubblica Tv

    Nel 2004, mentre Domenico Calcagno è vescovo della diocesi di Savona – Noli, un reporter del Dallas News fotografa in una parrocchia di Albissola Marina Yusuf Dominic, un prete di origine pachistana ricercato per abusi sessuali su minori, mentre celebra la messa domenicale.

    Dominic era stato arrestato nel 1996 a Londra per pedofilia e successivamente rilasciato su cauzione. Una volta libero il prete scappa e dopo otto anni di latitanza viene pizzicato in Liguria.

    Successivamente il prete viene trasferito dal vescovo nell’abbazia benedettina di Finalpia, complesso monastico che si trova di fronte alla scuola elementare di Finale Ligure, dove rimane fino al 6 dicembre 2009, giorno della sua presunta morte.

    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI