Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Edgard Rimaycuna, segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi di 9 e 11 anni. Il dato, finora inedito, non è fornito da un mezzo critico verso il Pontefice: lo raccoglie El pastor y los lobos, il libro di Santiago Roncagliolo elaborato con fonti dell’ambiente papale e apertamente elogioso verso Leone XIV. La rivelazione colloca il collaboratore più vicino al Papa nel cerchio del sacerdote il cui caso —istruito sotto l’allora vescovo Robert Prevost mediante un’indagine che la stessa Chiesa definisce «presa in giro»— resta ancora irrisolto, dopo che una dispensa dallo stato clericale ha cercato di porre fine al processo canonico.

    Lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo ha appena pubblicato El pastor y los lobos (Seix Barral, Grupo Planeta), una cronaca dell’ascesa di Robert Prevost fino al pontificato che lo stesso autore presenta come la storia di un vescovo che ha affrontato gli abusi nella Chiesa peruviana. Non è un libro ostile al Papa: Roncagliolo riconosce che una delle sue fonti principali è la giornalista Paola Ugaz, stretta collaboratrice di Prevost nell’indagine sul Sodalicio e, insieme a Pedro Salinas, una delle voci che difende pubblicamente con maggiore energia la gestione del Pontefice.

    Proprio per questo risulta tanto sorprendente il dato che il libro lascia cadere, quasi di sfuggita, e che finora non era pubblico: Edgard Rimaycuna, il segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez González, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi, nel caso la cui istruzione sotto l’autorità dell’allora vescovo Prevost la stessa Chiesa ammette sia stata «una presa in giro». Un caso ancora aperto e che la Chiesa si impegna a non risolvere.

    Cosa dice il libro

    Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute —all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten—, Roncagliolo scrive:

    «Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Già come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna».

    Il passo è doppiamente rilevante. Primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute —«padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva», «il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi»— negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost, nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale.

    Il prete che fabbricava vocazioni

    Per capire la portata della parola «discepolo» bisogna capire chi era Lute nella diocesi di Chiclayo. Non era un parroco qualsiasi: era, di gran lunga, il sacerdote più carismatico e popolare di Lambayeque. Il «Padre del Niño», l’uomo che riempiva templi, che mobilitava folle dietro il Divino Niño del Milagro, che metteva in funzione mense e santuari, che raccoglieva ventimila testimonianze di fede. Un prete dal tratto diretto e travolgente, sempre circondato da bambini e giovani, a cui le famiglie aprivano le porte di casa senza alcuna riserva.

    Ed è vero —lo riconosce tutto l’ambiente diocesano— che quel carisma diede frutti vocazionali: Lute spinse molti ragazzi delle sue parrocchie verso il seminario. Lo faceva come faceva tutto: interponendosi in modo molto diretto con le famiglie, parlando con i genitori, accompagnando personalmente il discernimento dei ragazzi che emergevano nei suoi gruppi parrocchiali. Era, esattamente, ciò che il libro descrive: l’uomo con la cui popolarità «contava» Prevost «per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». In quel contesto va letta la filiazione di Rimaycuna: insieme ad altri giovani dello stesso profilo —applicati, devoti, cresciuti nelle parrocchie dove Lute esercitava il suo magistero informale—, molto probabilmente fu incoraggiato e spinto verso il seminario in quegli anni dal sacerdote oggi accusato.

    Quella forma di intermediazione diretta con le famiglie ha, inoltre, un rovescio sinistro accertato nel fascicolo stesso: era lo stesso meccanismo di fiducia che, secondo le denunce, permetteva a Lute di portare bambine impuberi in montagna. Come raccontò Ana María Quispe a Canal N, padre Lute «era molto amico della sua famiglia» e la sua condizione religiosa «gli permise di convincere i genitori» affinché la bambina lo accompagnasse in una missione a cinque ore da Chiclayo. Lo stesso ascendente sulle famiglie che apriva le porte del seminario a qualcuno, apriva ad altre la strada di Cueva Blanca.

    Chi è Edgard Rimaycuna

    Edgard Iván Rimaycuna Inga (Chiclayo, 1989) è segretario personale di Leone XIV dal 8 maggio 2025, il giorno successivo all’elezione. Ordinato sacerdote a Chiclayo nel novembre 2014, celebra la sua prima messa nella parrocchia San José Obrero de La Victoria, lo stesso ambiente parrocchiale in cui le vittime collocano parte dei fatti denunciati e in cui lo stesso Lute aveva esercitato come parroco. Nel novembre 2025 il Papa lo nomina Cappellano di Sua Santità, incorporandolo alla Famiglia Pontificia. Accompagna Leone XIV nel recente viaggio apostolico in Spagna e questo stesso mese di agosto è ricevuto in odore di folla a Chiclayo, dove trascorre le vacanze. È, in sintesi, la persona di maggiore vicinanza quotidiana al Papa all’interno della Santa Sede.

    Il discepolo come testimone

    La rivelazione del libro non imputa nulla a Rimaycuna. Ma lo colloca dove finora nessuno lo aveva collocato: nel cerchio intimo di un sacerdote la cui vita pastorale quotidiana —quella che un discepolo condivide per definizione— è precisamente ciò che il processo canonico non è mai riuscito a ricostruire.

    Perché quelle pratiche non erano clandestine. Secondo le denunce, Lute portava bambine impuberi —tra i nove e gli undici anni— in villaggi della montagna di Lambayeque, a ore dalle loro case, e pernottava da solo con loro in una piccola stanza di Cueva Blanca, con autisti, catechisti e fedeli come testimoni dei trasferimenti. Le vittime descrivono con precisione uno di quei testimoni: l’autista che portava il sacerdote in quei viaggi, un collaboratore della parrocchia di San José —facilmente identificabile— che dormiva in macchina mentre il prete pernottava con le bambine nella stanza dove si producevano i gravissimi abusi denunciati. Tanto superficiale fu l’indagine istruita sotto Prevost che non si tentò nemmeno di cercare e identificare quella persona, un adempimento che le vittime reclamano espressamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, che fino ad oggi le ignora con una passività inusitata. Ana María Quispe Díaz, la vittima che si espone pubblicamente, denuncia inoltre che «esistono testimoni che hanno dichiarato pubblicamente ai media che portava frequentemente altri bambini nella stessa stanza» dove si produssero gli abusi denunciati, affermazione supportata anche in testimonianze televisive. I viaggi «missionari» del prete più popolare della diocesi, con minori e con pernottamento, erano visibili al suo cerchio parrocchiale.

    È in quell’ambiente che il libro colloca Rimaycuna. Nessuno può affermare cosa vide o non vide un seminarista di quegli anni, e questo giornale non lo farà. Ciò che si può constatare è più semplice: chi è cresciuto pastoralmente e vocazionalmente accanto a Lute conosce quel mondo dall’interno, ed è quindi uno dei testimoni meglio posizionati per aiutare a ricostruire ciò che l’indagine ecclesiastica non ha mai ricostruito. In un tempo in cui tante istituzioni religiose pagano il prezzo di non aver saputo vedere in tempo ciò che accadeva intorno alle loro figure carismatiche, quella memoria di prima mano avrebbe oggi un valore enorme per le vittime. Sarebbe un gesto che onorerebbe il segretario del Papa —e lo stesso Pontefice— metterla al servizio del chiarimento di un caso che Roma preferisce attribuire a cospirazioni.

    Un caso aperto che la Chiesa non risolve

    Le vittime denunciano a Prevost, nell’aprile 2022, gli abusi subiti da bambine per mano di padre Lute. L’istruttoria di quella denuncia è disautorizzata dalla stessa Chiesa: il delegato ecclesiastico del caso, il canonista Giampiero Gambaro, ammette alle vittime il 23 aprile 2025 che l’indagine condotta sotto la responsabilità di Prevost è «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità», e che all’accusato «praticamente non è stato chiesto nulla». Il Dicastero per la Dottrina della Fede arriva ad archiviare il fascicolo adducendo la prescrizione civile peruviana, un argomento che lo stesso Gambaro definisce «stranissimo».

    Il processo, tuttavia, non arriva a essere sanato: Lute chiede la dispensa dallo stato clericale e Leone XIV gliela concede il 15 settembre 2025, una decisione con cui si pretende di dare per concluso il processo penale canonico che doveva chiarire i fatti. Pretesa che, secondo alte fonti giudiziarie vaticane consultate da InfoVaticana, è priva di fondamento: la dispensa non estingue il processo. A prescindere dal fatto che il reo passi allo stato laicale, nulla impedisce —e tutto consiglia— che l’indagine prosegua in vista del chiarimento dei fatti e della riparazione delle vittime. È esattamente ciò che queste continuano a reclamare, con scritti e procedimenti persistenti, ad autorità ecclesiastiche che, per il momento, non si muovono. Le vittime denunciano che la decisione le lascia «disamparate», reclamano al Dicastero per la Dottrina della Fede le più elementari adempimenti che non furono mai praticati e annunciano azioni canoniche contro i responsabili delle negligenze, cominciando dal «primo responsabile del caso, il vescovo Robert Prevost». A oggi, né la verità è chiarita, né la riparazione promessa si compie.

    Le domande che lascia il libro

    La rivelazione di Roncagliolo —insistiamo, un autore favorevole al Papa e nutrito da fonti della sua massima fiducia— obbliga a formulare domande scomode. Se lo stesso ambiente del Pontefice assume con naturalezza che il suo segretario personale sia discepolo di Lute, in che misura pesa quella vicinanza personale e affettiva del cerchio papale con il sacerdote denunciato nella gestione del caso? Ha relazione con il fatto che Prevost non abbia mai sospeso l’accusato dalla celebrazione pubblica della Messa, e con le carenze dell’istruttoria che la stessa Chiesa riconosce?

    Il libro ritrae un Prevost «orgoglioso» dei successi di Lute, che porta in Vaticano ventimila testimonianze della sua devozione e che «contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». Una di quelle vocazioni nate all’ombra del prete di Eten lavora oggi nell’ufficio accanto a quello del Papa, mentre il caso delle sue vittime continua senza verità, senza giustizia e senza riparazione. Nulla di tutto questo era stato raccontato finora. Lo racconta, paradossalmente, un libro scritto per rivendicare Leone XIV come il pastore che ha affrontato i lupi.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/02/il-segretario-personale-di-leone-xiv-e-stato-discepolo-di-lute-il-parroco-di-chiclayo-accusato-di-abuso-sessuale-che-roma-non-vuole-indagare/

  • L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    Nel mio breve periodo di esercizio della difesa giuridica di alcune vittime di abusi sessuali da parte di chierici mi sono scontrato frontalmente con una pratica impensabile in qualsiasi altro ambito. Il chierico indagato chiede al Papa la dispensa dagli obblighi clericali; se gli viene concessa, il processo penale si ferma lì. Secondo i dati interni dello stesso Dicastero per la Dottrina della Fede, così si sono conclusi 1.058 dei 6.236 casi registrati tra il 2012 e il 2020, uno su sei. Dietro ognuno di questi fascicoli c’è una o più persone che hanno denunciato di essere state abusate durante l’infanzia e alle quali la Chiesa non ha mai detto se le credeva. Indagando a fondo su questa pratica assurda e scandalosa, ho scoperto che non è un’anomalia burocratica né un’improvvisazione di diocesi sommerse. Ha una giustificazione dottrinale scritta, pubblicata su una rivista accademica di primo livello e firmata da uno degli uomini che la applicano: Monsignor Jordi Bertomeu Farnós, ufficiale della Sezione Disciplinare del Dicastero, inviato di Francesco in Cile e in Perù, commissario pontificio del Sodalicio, e uno dei principali promotori di questo catastrofico concetto giuridico che, a oggi, sta applicando (spiegherò perché ritengo irregolarmente) il Dicastero del cardinale Victor Manuel Fernández. Il suo articolo del 2021 è oggi il sostegno teorico di una pratica che provoca scandalo anche tra alte autorità giudiziarie vaticane.

    Il testo si intitola «La praxis de la CDF sobre la dispensa de las obligaciones clericales: El n. 157 del Vademécum» ed è stato pubblicato su Ius Canonicum, la rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra (vol. 61, n. 122, 2021, pp. 733-765; DOI 10.15581/016.122.004). È in accesso aperto e continua un lavoro precedente dello stesso autore sulla stessa rivista. Importa chi lo scrive: un funzionario dell’organismo che decide, con accesso alle cifre che nessun altro conosce, che descrive la pratica del proprio ufficio e conclude che è legittima. Questo trasforma l’articolo, più che in uno studio, nella difesa ufficiosa di un sistema di silenzio e impunità.

    Quello che Bertomeu sostiene

    Il punto di appoggio è il n. 157 del Vademécum del 2020, che riconosce all’accusato, «dal momento in cui si ha notitia de delicto», il diritto di chiedere al Santo Padre la dispensa da tutti gli obblighi clericali, compreso il celibato. Il Vademécum si ferma lì: riconosce un diritto a richiedere, e non dice nulla su ciò che accade con il processo penale in corso. È Bertomeu che fa il passo successivo, e lo fa nel riassunto stesso del suo articolo:

    «Sebbene interrompa le indagini o il processo in corso senza che si giunga a una conclusione dello stesso circa la colpevolezza o meno dell’imputato, la trattazione davanti al Santo Padre di questa grazia è legittima a causa della tutela di diversi beni giuridici nei delicta graviora a partire dalla prevalenza del principio del bonum commune nella Chiesa» (p. 733).

    Lo ribadisce nel corpo del testo con la stessa chiarezza: la CDF permette al reo di chiedere la grazia «in qualsiasi momento delle indagini o del processo», e «l’accoglimento di tale istanza, d’altra parte, comporta l’interruzione del procedimento penale in corso» (p. 749). La tesi è, dunque, che l’accusato può fermare il proprio processo chiedendo di non essere più sacerdote, e che la Chiesa fa bene a permetterglielo per il “bene” della stessa Chiesa.

    Quello che Bertomeu sa

    Ciò che rende particolarmente grave l’articolo non è che difenda questa tesi, ma che la difenda sapendo esattamente cosa implica. Impunità e vittime trascurate senza riparazione. Bertomeu non ignora nessuna delle obiezioni; le espone lui stesso, con precisione da giurista, prima di scartarle. Conviene seguire il filo delle sue ammissioni.

    L’articolo inizia riconoscendo che non esiste una legge che tuteli ciò che descrive. L’istituto «non è espressamente previsto in alcun testo legislativo sui delicta reservata» (p. 741), e il Vademécum da cui parte «non costituisce una ulteriore riforma legislativa» né è «un testo normativo» (pp. 740-741). Per superare l’ostacolo, propone che «nonostante il carattere non normativo del Vademécum, il contenuto del n. 157 può essere considerato come una prassi con valore normativo a causa del riscontro specifico del Romano Pontefice a ogni dispensa concessa» (pp. 741-742). Cioè, una regola che non è da nessuna parte acquisisce valore di legge perché è stata applicata molte volte con firma papale. Nessun sistema giuridico serio, e quello canonico non dovrebbe fare eccezione, ammette che in materia penale la ripetizione di atti singolari crei diritto: la legge esiste quando è promulgata (can. 7), le norme penali si interpretano restrittivamente (can. 18) e la prassi della Curia supplisce solo lacune e mai in materia di pene (can. 19). Bertomeu conosce questi canoni. Li cita. E costruisce nonostante essi il piano dell’evasione del processo attraverso la dispensa.

    Continua riconoscendo cosa accade con le vittime: l’interruzione «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore» (p. 751). Inevitabilmente. L’autore della tesi descrive il suo effetto sulla vittima con la parola che meglio lo definisce, e la mantiene.

    Riconosce, inoltre, di non trovare la ragione che giustificherebbe la grazia. Ogni dispensa canonica richiede una causa giusta e ragionevole (can. 90 §1), e lo stesso Bertomeu ricorda, citando Urrutia, che senza di essa «potrebbe anche essere invalida» (p. 742). Nonostante ciò ammette che «rimane la difficoltà di indicare quale possa essere la causa giusta e ragionevole che permetta questa concessione graziosa senza pregiudizio della giustizia» (p. 751). Sostiene, quindi, la legittimità di un atto la cui condizione di validità confessa di non poter identificare con certezza.

    Riconosce anche che tutto questo avviene in segreto. «A differenza di altri tribunali come quello della Rota Romana, la CDF non pubblica le sue decisioni», il che «lascia nell’oscurità importanti aspetti formali (procedimento e trattazione) e materiali» (pp. 738-739). Lo scrive un funzionario dell’organismo che non pubblica, in un testo che inizia invocando la «trasparenza, responsabilità e rendicontazione» del vertice del febbraio 2019, e che subito dopo giustifica una pratica che ne è priva.

    E riconosce, con cifre che pochi possono fornire, che non si tratta di un’eccezione. «Se tra il 2012 e il 2020 sono stati registrati 6.236 casi nella CDF, 1058 si sono conclusi con la concessione di una dispensatio ab oneribus, con una media annua di 117, cioè il 17% del totale» (p. 750); le dispense sono passate da 79 nel 2012 a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta, compresa la controversa dispensa di Leone XIV a Eleuterio Vásquez, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto indagare. Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione in cambio di un cattivo espediente.

    Infine, Bertomeu raccoglie in nota a piè di pagina l’obiezione più devastante contro la propria tesi, formulata dal canonista Luis Navarro: «sarebbe più coerente che per un delitto non si riceva una grazia; altrimenti si potrebbe pensare che, per ottenere l’esonero, la via sia commettere un delitto, il che sarebbe certamente causa di scandalo tra i fedeli» (nota 65). La citazione è demolitrice, ma l’autore non vi risponde. È difficile trovare nella letteratura canonica un esempio più chiaro di un autore che espone l’argomento che confuta la sua tesi e procede come se non l’avesse letto.

    Perché le sue giustificazioni non reggono

    Di fronte all’obiezione che la prassi lede il principio iustitiam restituere, Bertomeu offre quattro ragioni (pp. 758-760). Nessuna resiste all’analisi.

    La prima è che la vittima «ha sempre la possibilità di rivendicare la lesione subita davanti alle autorità giudiziarie statali», che sarebbero «il foro ottimale». L’argomento è insostenibile dal punto di vista del diritto stesso della Chiesa, e lo è per tre motivi che l’autore non può ignorare. La Chiesa riserva a Roma la competenza su questi delitti proprio perché afferma che tutelano beni giuridici propri; non può reclamare la giurisdizione per sé e, quando decide di non esercitarla, inviare la vittima altrove. Lo stesso articolo spiega, poche pagine prima (p. 752), che la Chiesa ha ampliato i termini di prescrizione perché le vittime di abusi impiegano decenni per poter parlare e i termini civili sono solitamente scaduti, per cui il «foro ottimale» a cui rimanda è, nella maggior parte dei casi, un foro chiuso, e Bertomeu lo sa quando scrive la frase. E, soprattutto, c’è qualcosa che nessun tribunale dello Stato può giudicare: la responsabilità dei vescovi e dei superiori che hanno ricevuto la denuncia e l’hanno gestita male, che da Vos estis lux mundi (art. 1 §1 b) è perseguibile canonicamente ma può essere stabilita solo su fatti previamente chiariti. Quando il caso principale si chiude senza determinare i fatti, la responsabilità di tutta la catena di comando rimane fuori dall’esame per sempre. Questo è l’effetto più grave della prassi e quello che meno si spiega: non solo libera l’accusato, ma protegge chi lo ha protetto, trasferito o ha guardato dall’altra parte. Una pratica che produce questo risultato in uno su sei casi non è uno strumento di giustizia flessibile. È, nel suo funzionamento oggettivo, un meccanismo di copertura istituzionale, indipendentemente dall’intenzione di chi l’ha progettato.

    La seconda ragione è che il chierico, chiedendo la dispensa, «si è implicitamente riconosciuto inidoneo al ministero». Ma una confessione tacita estratta da un atto che lo stesso Vademécum qualifica come diritto, senza assistenza legale e senza alcuna prova, non è una dichiarazione di fatti né serve a nessuno: non dà alla vittima la verità, non dà all’accusato innocente l’assoluzione e lascia alla comunità un sospetto che lo stesso rescritto permette al vescovo di divulgare, «il fatto della dispensa» e «la causa canonica» (nota 52), senza che nessuno l’abbia giudicata. La terza ragione, che l’Ordinario può vigilare sul dispensato, non ripara nulla e presuppone inoltre che si sappia di cosa vigilare, che è precisamente ciò che non è stato indagato.

    La quarta ragione è quella che rivela il fondo:

    «In quarto e ultimo luogo, perché non è irrilevante considerare che le cause penali nel foro canonico non sempre si concludono con una condanna del reo. A causa di una presunta sensibilità eccessivamente garantista e servendosi delle formalità processuali, si consideri al riguardo un certo malessere ecclesiale per alcune sentenze degli ultimi sette anni, in sede di ricorso gerarchico, di reformatio in melius quando non direttamente di assoluzione o di decisione dimissoria» (pp. 759-760).

    Un ufficiale del tribunale che giudica gli abusi giustifica una via per evitare il giudizio perché il giudizio, con le sue garanzie e le sue formalità, a volte assolve o riduce la pena. Non si prescinde dal processo nonostante possa finire con un’assoluzione, ma perché può finire con un’assoluzione. Il ragionamento è incompatibile con l’idea stessa di processo, che esiste proprio perché il risultato non sia deciso prima di iniziare. Ed è, inoltre, la confessione che la pratica non persegue la giustizia ma un risultato: allontanare il sacerdote senza dover provare nulla. Quello che Bertomeu chiama «sensibilità eccessivamente garantista» è ciò che in qualsiasi ordinamento civile si chiama diritto a un processo equo. Che un funzionario del Dicastero lo descriva come un ostacolo dovrebbe preoccupare chiunque, a cominciare dagli stessi sacerdoti.

    Quello che dispone il diritto della Chiesa

    Nulla di tutto questo richiede di invocare principi estranei alla Chiesa. Basta il Codice. La dispensa (cann. 85, 290, 3º, 291 e 292) è un atto di grazia sullo statuto personale del chierico: lo libera dal celibato e gli fa perdere lo stato clericale. Le cause di estinzione dell’azione penale canonica sono tassative, e sono la prescrizione (can. 1362) e la morte del reo. La dispensa non è tra queste, e non può esserlo per via della prassi, perché il Codice ha blindato espressamente le leggi penali e processuali contro il rilassamento singolare (can. 87 §1). Quello che Bertomeu presenta come «originalità dell’ordinamento canonico» è, in realtà, l’attribuzione a un atto di grazia di un effetto che la legge non gli dà, su un oggetto, i fatti e la loro riparazione, che non è il suo.

    Il Codice riconosce inoltre alle vittime diritti concreti che la pratica annulla. Il diritto di reclamare davanti al foro ecclesiastico (can. 221 §1). Il diritto alla riparazione del danno (can. 128). Il diritto di esercitare l’azione di danni all’interno del proprio giudizio penale (can. 1729 §1), azione che scompare con il giudizio. E il diritto di essere ascoltato prima che l’autorità emetta un atto che lede i suoi diritti (can. 50). Nella prassi che Bertomeu descrive la vittima non interviene, non è ascoltata, e spesso non sa nulla fino a quando non le viene comunicato che tutto è finito. La riparazione si riduce alla clausola del rescritto per cui il dispensato è obbligato a riparare «onerata conscientia», in coscienza (nota 53). Un’obbligazione che esiste solo nella coscienza dell’accusato non può essere esigita da nessuno.

    E il Codice, nella sua versione riformata, punta nella direzione opposta alla tesi. L’articolo si appoggia su Pascite gregem Dei (2021) per la sua teoria dei beni giuridici, ma omette che quella stessa riforma ha trasformato in dovere ciò che prima era facoltà: il can. 1311 §2 obbliga a tutelare il bene della comunità «etiam poenarum irrogatione vel declaratione» e il can. 1341 sostituisce «curet» con «promovere debet». Il legislatore ha voluto che il perseguimento di questi delitti fosse obbligatorio. La prassi che Bertomeu difende la rende facoltativa a volontà dell’accusato. Di fronte a tutto questo, il ricorso al «bene comune» e alla salus animarum (can. 1752, che è la norma di chiusura del trasferimento dei parroci, non una clausola per estinguere azioni penali) prova troppo: con lo stesso bene comune si sostiene che la Chiesa deve giudicare fino in fondo, e con la stessa salvezza delle anime si esige che la vittima conosca la verità. Un principio che serve per una cosa e il suo contrario non giustifica nulla.

    Quello che la Chiesa ha promesso

    Se il contrasto con il diritto interno è grave, il contrasto con gli impegni esterni della Chiesa è ancora più grave, perché riguarda la sua parola data. La Santa Sede ha ratificato nel 1990 la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, il cui articolo 19 obbliga a stabilire «procedure efficaci» di indagine e intervento giudiziario di fronte all’abuso, e i cui articoli 34 e 39 esigono protezione di fronte all’abuso sessuale e riparazione alle vittime. Nel 2014, dopo aver esaminato la Santa Sede, il Comitato sui Diritti dell’Infanzia ha segnalato proprio la gestione interna dei casi, l’uscita silenziosa dei chierici senza depurazione delle responsabilità e la mancanza di cooperazione con le autorità civili, ed ha esigito indagini complete, rendicontazione degli autori e dei superiori e trasparenza. Il Comitato contro la Tortura ha formulato quello stesso anno richieste analoghe. Una prassi che chiude uno su sei casi senza indagine conclusa, senza dichiarazione di fatti e senza riparazione esigibile, su istanza dello stesso accusato, non è un’interpretazione discutibile di quegli impegni: è la loro negazione. E Bertomeu, che fa appello ai criteri di una «società sempre più egualitaria, democratica e garantista» come orizzonte della riforma ecclesiale, non menziona la Convenzione in trenta pagine.

    Altro tanto accade con i concordati. Gli Stati garantiscono alla Chiesa il libero esercizio della sua giurisdizione, come fa l’Accordo sugli Affari Giuridici con la Spagna del 1979 (art. I) dopo la soppressione del privilegio del foro nel 1976, o l’Accordo con il Perù del 1980 (art. I), che lo stesso Bertomeu invocava su ABC per spiegare la sua azione nel Sodalicio. Quella garanzia ha un presupposto: che la giurisdizione sia esercitata. Gli Stati non riconoscono alla Chiesa autonomia perché i suoi tribunali possano essere fermati dall’indagato, né perché rimandi le vittime a tribunali civili che sa prescritti. Quando la Chiesa reclama il concordato come scudo di fronte all’ingerenza e, allo stesso tempo, utilizza la dispensa per non giudicare, sta usando l’autonomia in entrambe le direzioni contemporaneamente: per escludere lo Stato e per non fare ciò che lo Stato le ha riconosciuto il diritto di fare.

    Nel 2019 Francesco ha riunito i presidenti delle conferenze episcopali sotto tre parole, trasparenza, responsabilità e rendicontazione; quello stesso dicembre ha soppresso il segreto pontificio nelle cause di abusi; nel 2021 ha reso obbligatorio il perseguimento. Bertomeu cita il primo di quei traguardi come cornice del suo articolo. La pratica che difende ne viola tutti e tre.

    Una crepa con nome

    Attraverso Bertomeu la Dottrina della Fede presenta la prassi della dispensa come «flessibilità del diritto della Chiesa, la cui legge suprema è il bene delle anime». Ciò che il suo stesso articolo documenta è una via di fuga disponibile dal primo giorno dell’indagine, attivabile dall’accusato, trattata senza la vittima, decisa senza motivazione, non ricorribile (cann. 333 §3 e 1732), non pubblicata, senza base legale riconosciuta, senza causa giusta identificabile, con una riparazione in coscienza che nessuno può esigere, che rimanda le vittime a un foro che si sa chiuso, che rende inverificabile la responsabilità dei superiori e che è stata applicata a più di mille casi con tendenza allarmantemente crescente. Ognuno di questi tratti, isolato, sarebbe già un difetto grave. Riuniti, descrivono un sistema che produce impunità per l’accusato, copertura per chi lo ha gestito e silenzio per le vittime, e che si presenta come atto di misericordia. Che chi l’abbia teorizzato sia il canonista che Roma invia a impartire giustizia in Cile e in Perù, e che l’abbia fatto su una rivista universitaria con tutte le cautele accademiche, non lo rende meno scandaloso.

    Alti responsabili giudiziari vaticani hanno sostenuto a InfoVaticana che la dispensa riguarda lo statuto personale del chierico, non il dovere della Chiesa di chiarire i fatti, riparare le vittime e depurare le responsabilità di chi ha gestito il fascicolo. Forse l’ultima parola non è stata detta di fronte a questo espediente processuale che sta facendo tanto danno a migliaia di persone. Quella lettura, e non quella dell’articolo di Jordi Bertomeu, è l’unica compatibile con il Codice, con la riforma del 2021, con la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e con i concordati. Ed è quella che dovrebbe imporsi là dove, invocando la dottrina qui analizzata, si comunica a chi ha denunciato che il suo caso si è concluso perché l’accusato ha smesso di essere sacerdote. La dispensa può essere la fine di un ministero. Non può essere mai l’ultima parola su fatti che nessuno ha voluto giudicare.

    Javier Tebas Llanas, avvocato.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/04/lastuzia-per-chiudere-i-casi-di-abusi-senza-processo-ne-risarcimento-uscita-dalla-dottrina-della-fede/

  • Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciato per abusi davanti a Prevost

    Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciato per abusi davanti a Prevost

    La notizia del suo decesso è stata diffusa martedì dai media locali di Ferreñafe, località nella cui parrocchia di Santa Lucía figurava come vicario parrocchiale secondo i registri diocesani. La Diocesi di Chiclayo non ha emesso per il momento alcun comunicato ufficiale.

    Una denuncia che non è mai stata indagata

    Secondo la documentazione del caso a cui ha avuto accesso InfoVaticana, i fatti attribuiti a Yesquén risalgono al 2006, quando il sacerdote, allora di 39 anni, avrebbe imposto baci di carattere libidinoso a una minore di 10 anni nella casa parrocchiale di La Victoria (Chiclayo), in episodi che si sarebbero ripetuti per almeno un anno. La denunciante è Ana María Quispe, che anni dopo ha reso pubblica la sua storia dopo aver constatato che le sue denunce alla Chiesa non producevano alcun effetto.

    Nella stessa casa parrocchiale conviveva con Yesquén il sacerdote Eleuterio Vásquez Gonzales, il noto «padre Lute», denunciato dalle stesse vittime per fatti di estrema gravità: le testimonianze descrivono trasferimenti di bambine di 9 e 11 anni, con il pretesto di presunte attività missionarie, in un alloggio isolato nella sierra di Ferreñafe, a sei ore dalle loro case, dove il sacerdote pernottava da solo con loro in un unico letto e compiva sfregamenti di carattere sessuale. Come ha riconosciuto pubblicamente l’allora amministratore apostolico Guillermo Cornejo, Vásquez arrivò ad ammettere i fatti.

    La prima notitia criminis su Yesquén arrivò all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Prevost, nel marzo 2020, tramite una telefonata della vittima. Il canone 1717 del Codice di Diritto Canonico obbliga l’Ordinario ad aprire d’ufficio un’indagine preliminare davanti a qualsiasi notizia verosimile di reato. La risposta che la denunciante riferisce di aver ricevuto fu l’invito a rivolgersi alla via civile, che in Perù si era prescritta da anni. In sede canonica, invece, il reato non era prescritto: il termine è di vent’anni contati dalla maggiore età della vittima, e il Dicastero per la Dottrina della Fede può inoltre dispensarlo. Nessuna indagine fu aperta.

    Nell’aprile 2022, le tre denuncianti furono ricevute da Prevost nel vescovado. Su Yesquén, secondo la loro testimonianza, il vescovo comunicò loro che il sacerdote si trovava «in depressione» e allontanato dalle sue funzioni, per cui non si procedeva ad alcuna azione. I registri pubblici offrono un’altra immagine: nel giugno 2020, cinque mesi dopo la prima denuncia, Yesquén portava il ciborio con il Santissimo in processione pubblica per Chiclayo; le pubblicazioni ufficiali della diocesi lo mantengono come vicario parrocchiale di Santa Lucía de Ferreñafe almeno fino a gennaio 2023; e risulta la sua presenza alla Messa Crismale del 2023, come riconosciuto da un sacerdote diocesano in una conversazione registrata.

    Contro Yesquén non fu mai emanata alcuna misura cautelare. Contro Vásquez, il decreto di Prevost dell’aprile 2022 impose sì misure, ma il suo contenuto, letto integralmente dall’istruttore del caso davanti alle vittime e rivelato da questo mezzo, si limitò a due restrizioni: la cessazione dal suo ufficio di parroco di Ciudad Eten e il divieto di confessare. Non fu sospeso dal ministero pubblico, e di fatto risulta graficamente che continuò a celebrare messa, persino concelebrando insieme al vescovo nella cattedrale.IMG 20260723 WA0001 753x600

    Esistono inoltre fotografie diffuse sui social network, datate 12 gennaio 2023, in cui l’allora vescovo Prevost appare in una celebrazione di compleanno insieme a Yesquén, vestito da chierico, e altri sacerdoti della diocesi: quasi tre anni dopo la prima denuncia e nove mesi dopo la seconda.

    Un’incapacità dichiarata e mai accertata

    IMG 20260723 WA0000 616x600Quando il caso trapelò sui media peruviani alla fine del 2023, la diocesi spiegò che Yesquén si trovava «in precarie condizioni di salute», in una casa di riposo, e che non sarebbero stati formulati capi d’accusa contro di lui. Nel settembre 2024, un comunicato ufficiale precisò che il sacerdote soffriva di una «grave malattia degenerativa» che gli impediva di difendersi, «per cui non si può aprire un procedimento contro di lui», e aggiunse che «da anni non esercita il ministero sacerdotale», affermazione che contrasta con i registri diocesani del 2023 precedentemente citati.

    Tale incapacità non fu mai accertata davanti alle vittime mediante perizia medica indipendente, come prevedono i canoni 1574 e 1577. Nell’ottobre 2025, le denuncianti chiesero formalmente al Dicastero per la Dottrina della Fede l’inserimento nel fascicolo della documentazione clinica di Yesquén: un referto medico del 2020 che attestasse l’incapacità dichiarata e un altro aggiornato che determinasse la sua situazione. La richiesta non ha ottenuto risposta.

    Le vittime non accettano la chiusura fasulla del caso

    La morte di Yesquén estingue la possibilità di un processo contro la sua persona, ma non risolve il caso. Le vittime sostengono che né questo esito né la soluzione data al fascicolo di Vásquez —chiuso nel 2025 senza giudizio né sentenza sul merito mediante la dispensa dallo stato clericale richiesta dallo stesso sacerdote e firmata da Leone XIV, nonostante l’esplicita richiesta delle denuncianti che la causa giungesse alla sua conclusione— costituiscono chiusure conformi al diritto, e che sussiste integra la responsabilità per il modo in cui entrambi i fascicoli furono gestiti: l’omissione del dovere di indagare che il canone 1717 impone all’Ordinario, l’insufficienza delle misure cautelari, il rinvio reiterato a una via civile prescritta e il diniego di accesso alla documentazione che si mantiene dal 2022. La normativa pontificia vigente —da Vos estis lux mundi a Come una madre amorevole— contempla la negligenza delle autorità ecclesiastiche davanti a denunce di abusi come condotta di per sé sanzionabile.

    Non si tratta solo della valutazione delle denuncianti. Lo stesso delegato istruttore del caso, Giampiero Gambaro, qualificò davanti alle vittime l’indagine preliminare istruita sotto Prevost come «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità».

    A oggi, le vittime mantengono costanti azioni legali, in sede canonica e civile, per far sì che il caso prosegua e si faccia giustizia: richieste di accesso al fascicolo, istanze di esecuzione di atti istruttori mai compiuti e scritti elevati a diverse istanze della Santa Sede. La risposta, da mesi, è un silenzio tombale da parte delle diverse istituzioni interpellate.

    La tesi della «cospirazione» che non regge

    Da quando il caso ha raggiunto rilevanza internazionale con l’elezione di Leone XIV, si è tentato di presentarlo come il frutto di un’operazione del Sodalicio de Vida Cristiana o di settori «ultraconservatori» contro il Papa. È la tesi raccolta nella biografia autorizzata del Pontefice firmata da Elise Ann Allen e replicata da media come El País o Religión Digital, che hanno preferito concentrare l’attenzione sui presunti interessi di chi informa del caso piuttosto che sui fatti documentati del fascicolo.

    Questa versione non resiste al confronto con quanto accertato: le denunce del 2020 e del 2022 sono molto anteriori a qualsiasi contesto di conclave; i fatti e le omissioni sono documentati in registri ufficiali, comunicati diocesani e registrazioni degli stessi responsabili ecclesiastici del fascicolo; e la negligenza dell’istruttoria è stata riconosciuta dall’istruttore designato dall’attuale diocesi. Le vittime, che hanno già esposto la loro situazione con una lettera a Papa Francesco nell’ottobre 2024, non fanno parte di alcuna cospirazione: reclamano, attraverso i canali legali della stessa Chiesa, ciò che chiedono dal primo giorno —verità, un’indagine reale e accesso al proprio fascicolo—, e il caso dovrebbe procedere per questa via.

    Lo scorso marzo, Vásquez è riapparso pubblicamente in una celebrazione parrocchiale a Chiclayo accompagnato dal sacerdote Edward Tocto, canonista che ha esercitato come suo avvocato difensore nel processo, attuale vicario giudiziario aggiunto della diocesi e persona di nota vicinanza personale con Robert Prevost fin dai suoi anni a Chiclayo.

    Con la morte di Yesquén, nessuno dei due sacerdoti denunciati sarà mai comparso davanti a un tribunale, canonico o civile. Le questioni che le vittime mantengono aperte davanti alla Santa Sede restano, tutte, in attesa di risposta.

    https://infovaticana.com/it/2026/07/23/muore-senza-essere-stato-indagato-ricardo-yesquen-uno-dei-sacerdoti-di-chiclayo-denunciato-per-abusi-davanti-a-prevost/

     

  • Papa Leone XVI tirato in ballo (quando era vescovo) dalla vittima di abusi un ex prete peruviano

    Papa Leone XVI tirato in ballo (quando era vescovo) dalla vittima di abusi un ex prete peruviano

    Si chiama Ana Maria Quispe Diaz ed è una delle tre sorelle che hanno denunciato presunti abusi da parte di un prete peruviano avvenuti nella diocesi di Chiclayo quando erano bambine, tirando in ballo anche l’allora vescovo Robert Prevost per come avrebbegestito le denunce in base alle leggi canoniche. Il caso in questione che da mesi è oggetto di speculazioni e polemiche riguarda oggettivamente fatti poco chiari e lontani nel tempo che per la magistratura civile peruviana (ma non per quella canonica) sono caduti in prescrizione nel 2023.

    Ana Maria in un comunicato inviato in diverse lingue ha informato che  il 13 novembre scorso, le è stato comunicato dalla Chiesa per iscritto che «il Papa ha concesso la dispensa dallo stato clericale al sacerdote di Chiclayo, Eleuterio Vásquez González, che abusò sessualmente di noi quando eravamo bambine. Questa decisione implica che i fatti da noi denunciati —e che la Chiesa non ha mai nemmeno minimamente investigato— rimarranno definitivamente senza chiarimento. Con questa dispensa significa che non ci sarà un’indagine canonica, non ci sarà un processo, non ci sarà un giudizio.

    E, quindi, non ci sarà mai né giustizia né una vera riparazione morale» ha fatto sapere la signora Quespe Diaz , aggiungendo a nome di tutte le altre vittime che saranno avviate azioni legali presso le autorità canoniche competenti contro tutti «i funzionari ecclesiastici che hanno partecipato o sono stati responsabili di tali negligenze», in parallelo ha annunciato che presenterà il suo caso alle associazioni di vittime di abusi di tutto il mondo, affinché sia ascoltato e «per lavorare insieme a un vero cambiamento all’interno della Chiesa». Non solo.

    Manderà comunicazione immediata del caso alla Commissione per la Protezione dei Minori del Vaticano, chiedendo che analizzi quanto accaduto e adotti misure di fronte all’abuso subito e per finire faranno domanda per avere una udienza personale con Leone XIV «per spiegargli il dolore che situazioni come questa causano alle vittime e chiedergli un cambiamento di rotta nel modo in cui la Chiesa affronta i casi di abuso».Per la vittima di questo ormai ex sacerdote, ridotto allo stato laicale, la Chiesa avrebbe dovuto «far scattare l’allarme, e richiedeva un’indagine profonda e urgente, non la chiusura definitiva del caso. È incomprensibile – si legge nell anota  – che invece di cercare la verità e riparare le vittime, si sia scelto di porre fine al caso tramite una misura papale che solleva l’abusatore dall’affrontare le responsabilità canoniche che gli competono e che ci lascia in una situazione di vulnerabilità, senza riparazione, con la sola offerta di coprire un trattamento terapeutico».

    Concedere la grazia al presunto abusatore Eleuterio Vásquez per la signor Ana Maria è  qualcosa di astruso. «Avrebbe richiesto un’indagine profonda e urgente, non la chiusura definitiva del caso. È incomprensibile che invece di cercare la verità e riparare le vittime, si sia scelto di porre fine al caso tramite una grazia papale che solleva l’abusatore dall’affrontare le responsabilità che gli competono e che ci lascia in una situazione di vulnerabilità, senza riparazione, con la sola offerta di coprire un trattamento terapeutico».

    Sul tema degli abusi Leone XIV nei suoi sei mesi di pontificato ha sempre parlato chiaramente, e anche nel libro biografico scritto da Elise Allen ha affrontato compiutamente la questione, sottolineando che si tratta di una battaglia enorme che va avanti rigorosa. «Ciò richiederà ancora tempo perché le vittime devono essere trattate con grande rispetto e con la consapevolezza che coloro che hanno subito ferite molto profonde a causa degli abusi, a volte portano con sé quelle ferite per tutta la vita.

    Sarebbe ingenuo da parte mia o di chiunque altro pensare che, solo perché abbiamo offerto loro un qualche tipo di risarcimento finanziario o abbiamo affrontato la causa e il sacerdote è stato licenziato, quelle ferite scompariranno».

    Tuttavia il caso dell’ormai ex prete abusatore di Chiclayo è destinato a non esaurirsi a breve. Il cardinale Prevost, infatti, quando era a capo del Dicastero dei vescovi, e con il benestare di Papa Francesco, fece di tutto per fare pulizia e far chiudere un potentissimo gruppo cattolico super conservatore peruviano – Sodalicio – che agiva con le dinamiche di una setta, causando problemi su problemi (anche a Roma). Sodalicio, secondo molte speculazioni, era legato al sacerdoteSecondo molti proprio questo fattore potrebbe aver alimentato risentimenti contro l’allora cardinale Prevost, oggi Leone XIV, avviando nei suoi confronti una campagna di stampa negativa.

    https://www.leggo.it/esteri/news/23_novembre_2025_papa_leone_bufera_abusi_denuncia_prete_peruviano_vittime_bambine_pedofilia_sodalicio_peru-9206803.html

  • Abusi, un gruppo di vittime e attivisti incontra Leone XIV: “Da lui ascolto e sostegno”

    Abusi, un gruppo di vittime e attivisti incontra Leone XIV: “Da lui ascolto e sostegno”

    Tutto è nato da una lettera, divenuta incontro, oggi, nel Palazzo Apostolico. Il primo di Leone XIV dalla sua elezione con un gruppo di vittime di abusi e attivisti che lottano contro quella che gli ultimi Pontefici hanno definito una “piaga” nella Chiesa. Leone XIV ha ricevuto questa mattina sei membri del Consiglio direttivo dell’ECA Global, l’Ending Clergy Abuse, associazione per i diritti umani i cui membri provengono da oltre 30 Paesi di cinque continenti. Tra loro, attivisti e vittime di abusi sessuali da parte di rappresentanti del clero. La rete, attiva soprattutto negli Stati Uniti, dal 2018 anno di fondazione si impegna affinché la Chiesa cattolica segua le raccomandazioni delle Nazioni Unite del 2014 per una politica efficace di “tolleranza zero”. E l’udienza di oggi con Papa Leone – afferma la stessa ECA – segna certamente “un passo storico e pieno di speranza verso una maggiore cooperazione”.

    Parole impresse dall’organizzazione in una dichiarazione e, successivamente, riferite alla stampa in una conferenza a Borgo Pio, zona Vaticano, dai sei partecipanti all’incontro col Pontefice. Ovvero Gemma Hickey (Canada), Timothy Law (USA), Evelyn Korkmaz (Canada, First Nation), Matthias Katsch (Germania), Janet Aguti (Uganda), Sergio Salinas (Argentina). Tutti provenienti da diversi contesti e culture, tutti accomunati dall’obiettivo che gli abusi non si ripetano più e di una più efficace collaborazione con la Chiesa.

    Accoglienza e ascolto

    Tutti e sei i membri di Eca si sono trovati concordi nell’esprimere soddisfazione per l’udienza con Leone XIV, per il suo atteggiamento, per il suo approccio, per la sua capacità di ascolto, come ha affermato Gemma Hickey, vittima di abusi a Newfoundland and Labrador (Canada) da parte di un sacerdote, prima rimosso e poi spostato in due parrocchie. “Papa Leone è stato molto aperto e ognuno di noi ha condiviso alcune riflessioni personali. È stato molto caloroso. Ci ha ascoltato… Ha anche un buon senso dell’umorismo. Davvero umile”. Al Papa hanno letto una loro dichiarazione, così da iniziare l’udienza “con le menti aperte”, e hanno anche presentato il progetto Iniziativa Tolleranza Zero, sottolineando “l’importanza di standard globali coerenti e di politiche incentrate sulle vittime”. Durante l’udienza si è parlato pure del lavoro svolto dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori che, la scorsa settimana, ha presentato il suo secondo Rapporto annuale. E il Papa ha suggerito un “dialogo” tra i due organismi.

    “È stata una conversazione profondamente significativa. Riflette un impegno condiviso per la giustizia, la guarigione e un vero cambiamento”, ha affermato ancora Hickey. “I sopravvissuti hanno cercato a lungo un posto al tavolo delle trattative e oggi ci siamo sentiti ascoltati”.

    Un dialogo diretto e rispetto

    L’incontro odierno, come accennato, nasce da una lettera che l’ECA aveva inviato al neoeletto Pontefice. Ispirati dalle parole di Robert Francis Prevost dalla Loggia delle Benedizioni, i membri dell’organismo si sono presentati “come costruttori di ponti, pronti a camminare insieme verso la verità, la giustizia e la guarigione”. E in questi tempi così “polarizzati”, hanno scritto, “l’atto più radicale che possiamo fare in questo momento è sederci e parlare”. Alla missiva il Papa ha risposto “positivamente” e, con “un gesto di apertura”, ha accolto l’opportunità di “un dialogo diretto e rispettoso sulla strada da seguire”. Da qui l’appuntamento privato nel Palazzo Apostolico, durato circa un’ora ma denso di testimonianze e proposte.

    “Siamo venuti non solo per esprimere le nostre preoccupazioni, ma anche per valutare come potremmo collaborare per garantire la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili in tutto il mondo”, ha affermato Janet Aguti dell’Uganda, vicepresidente del consiglio di amministrazione di ECA. Nessuna “rabbia”, ha chiarito ancora Gemma, ma solo “speranza” di responsabilità e cambiamento duraturo: “Crediamo nella dignità intrinseca di ogni bambino e adulto vulnerabile, nel coraggio di ogni sopravvissuto e nella responsabilità morale della Chiesa di guidare con trasparenza e compassione. La nostra missione è sostenere coloro che hanno subito danni nel promuovere riforme che proteggano i più deboli. E contribuire a ripristinare la fiducia e l’integrità nell’istituzione che sappiamo avere la capacità di fare grandi cose”.

    Volontà di lavorare insieme

    L’obiettivo, ha fatto eco Tim Law, co-fondatore e membro del cda di ECA Usa, “non è il confronto, ma piuttosto la responsabilità, la trasparenza e la volontà di lavorare insieme per trovare soluzioni”. Non è poco per persone che spesso – come raccontano – hanno chiesto aiuto e si sono trovate davanti un muro. “Come sopravvissuta a una scuola residenziale, porto il peso del trauma intergenerazionale causato da istituzioni che avrebbero dovuto proteggerci. L’incontro di oggi è un altro passo verso la verità e la riconciliazione”, ha sottolineato la canadese Evelyn Korkmaz.

    Mentre Matthias Katsch, dalla Germania, ha spiegato che al Pontefice è stato chiesto di offrire “speranza”, intesa come “giustizia”, “risarcimenti” e “migliori tutele per bambini e adulti vulnerabili”. Oggi, ha aggiunto, “non è più sufficiente che i sopravvissuti parlino” ma “è necessario che la società ascolti”: “Non è solo la Chiesa, è tutta la società che deve essere disposta ad ascoltare e a trarre le conseguenze da ciò che le è stato detto dai sopravvissuti”. Alla conferenza è intervenuto anche Francesco Zanardi, membro di ECA e dell’associazione Rete L’Abuso (non presente all’udienza con il Papa), il quale ha annunciato un rapporto sui casi di abusi e pedofilia del clero in Italia.

    L’organizzazione ha ribadito “l’urgente necessità di un dialogo continuo, di compassione e collaborazione per costruire un futuro in cui la sicurezza, la responsabilità e la dignità non siano solo difese, ma in cui le voci dei sopravvissuti siano d’esempio”.

    In dono due libri

    All’incontro in Vaticano stamattina era presente anche il giornalista peruviano Pedro Salinas che ha consegnato il suo libro “La verdad nos hizo libres”, sulla vicenda del movimento religioso Sodalicio sorto in Perù negli anni ’70, ramificatosi in tutta l’America Latina e soppresso a inizio anno da Papa Francesco. Vittima lui stesso di abusi all’interno del movimento, Salinas insieme alla collega Paola Ugaz ha scoperchiato con un libro-inchiesta l’intera vicenda abusi all’interno di Sodalicio. Una vicenda ben conosciuta da Papa Leone, avvenuta in quel Perù dove è stato per oltre vent’anni prima missionario agostiniano e poi vescovo.

    Un libro lo ha consegnato pure Matthias Katsch, ovvero il volume di cui è autore dal titolo “Damit es aufhört” (Affinché finisca), che descrive lo scandalo degli abusi e gli sviluppi successivi a partire dal 2010 in Germania, intrecciato con la sua storia personale. A margine della conferenza, rispondendo alle domande di Stefanie Stahlhofen della redazione tedesca di Radio Vaticana – Vatican News, Katsch ha spiegato che “non è stato solo il primo incontro con Papa Leone, è stato il primo incontro in assoluto con un Papa, non con singole vittime di abusi, ma con un’organizzazione di vittime. Si tratta di un salto di qualità”.

    https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-10/abusi-papa-leone-xiv-incontro-vittime-attivisti-eca-vaticano.html

  • Un sacerdote vittima di abusi sessuali all’interno della Chiesa si rivolge a Papa Leone XIV per “denunciare l’intera rete di protezione”.

    Un sacerdote vittima di abusi sessuali all’interno della Chiesa si rivolge a Papa Leone XIV per “denunciare l’intera rete di protezione”.

    Il sacerdote Paolo Contini, 51 anni, ha deciso di rompere l’anonimato per denunciare gli abusi sessuali commessi da un altro religioso quando era adolescente e si stava formando presso il seminario minore.

    Il caso, reso pubblico lunedì scorso da Imagen Televisión , dimostra che dopo anni di silenzio e raccolta di prove, nel 2021 ha presentato formalmente il suo caso alle autorità civili ed ecclesiastiche.

    Papa Francesco lo ha sostenuto e lo ha incoraggiato a proseguire la sua denuncia. Oggi Contini chiede giustizia non solo per sé, ma per tutti coloro che sono colpiti da situazioni simili nella Chiesa.

    “All’inizio non capivo cosa stesse succedendo perché ero un bambino innocente. Quando me ne sono reso conto, ho provato una grande paura, la paura di non essere creduto perché la persona che mi aveva fatto del male era una persona molto rispettata nella comunità”, ha detto.

    Nel 2021, il suo aggressore è stato denunciato sia ai tribunali civili che a quelli ecclesiastici italiani. Tuttavia, i tribunali italiani si sono pronunciati sul caso e in Vaticano, secondo Contini, si è tentato di minimizzare la gravità dell’accusa.

    “Dopo un anno e mezzo mi hanno detto che tutto era stato archiviato e che avevano manipolato le informazioni sulla mia età al momento dei fatti, cercando di cambiare la storia a loro favore”, ha spiegato.

    “In realtà, quando il mio aggressore si è avvicinato a me, non mi sono resa conto di cosa stesse succedendo perché ero una bambina innocente e non sapevo nemmeno cosa stesse dicendo. Quando la situazione è diventata molto invasiva, è stato allora che ho capito, perché ero sopraffatta dal terrore, il terrore che nessuno mi avrebbe creduto, perché era un bravo prete, predicava bene ed era benvoluto da molte persone”, ha detto.

    Contini, ordinato sacerdote nel 2000, ha raccontato per la prima volta la sua storia sul Corriere della Sera. Ha aggiunto di essere “rimasto a lungo in silenzio perché ero un bambino e pensavo che non mi avrebbero creduto”.

    “Dopo aver finito il liceo, sono entrato nel seminario dei frati francescani a Oristano. Andavo molto male a scuola, non sapevo leggere ed ero sempre malato. Avevo 14 anni quando il ‘mostro’, che ne aveva 28, si è avvicinato a me”, ha raccontato.

    Ha precisato che il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva inizialmente deciso di chiudere il caso e di applicare una pena canonica lieve: due mesi di “penitenza” in Terra Santa, anche se al suo ritorno all’accusato abusatore è stata assegnata “una parrocchia in una cittadina dove migliaia di adolescenti trascorrono le loro estati”.

    Il caso è arrivato persino a Giuseppe Baturi , segretario della Conferenza Episcopale Italiana . “Non si tratta solo di condannare il responsabile, ma anche di denunciare tutta la rete di tutele che esiste attorno a lui. La mia denuncia non è contro la Chiesa, ma dentro la Chiesa e per la Chiesa”, ha detto.

    Da quando ha reso pubblica la sua denuncia, almeno 18 sacerdoti hanno contattato Contini per condividere esperienze simili, rivelando un problema più ampio all’interno dell’istituzione.

    Da parte sua, l’imputato continua a svolgere il suo incarico di parroco in una zona costiera della Sardegna, dove si prende cura di migliaia di bambini, situazione che ha generato preoccupazione tra i fedeli e la comunità.

    Tolleranza zero
    Il mese scorso, Leone XIV ha esortato i leader cattolici ad agire con “fermezza e determinazione nell’affrontare situazioni che possano suscitare scandalo, come pure ogni caso di abuso, soprattutto contro i minori, nel rispetto delle normative vigenti”.

    È la seconda volta in una settimana che il Papa affronta pubblicamente lo scandalo degli abusi, dopo aver inviato una lettera ai giornalisti peruviani che indagano sull’organizzazione Sodalicio de Vida Cristiana (SDV), oggi non più esistente.

    In quella lettera, sosteneva che la Chiesa non dovesse tollerare alcuna forma di abuso in nessuna circostanza. “In questo momento di profonde tensioni istituzionali e sociali, difendere un giornalismo libero ed etico non è solo un atto di giustizia, ma un dovere di tutti coloro che aspirano a una democrazia forte e partecipativa”, affermava nel documento, letto da padre Jordi Bertomeu in un teatro di Lima.

    https://www.infobae.com/peru/2025/07/08/sacerdote-victima-de-abuso-sexual-dentro-de-la-iglesia-acude-al-papa-leon-xiv-para-denunciar-toda-la-red-de-proteccion/

  • La versione di Pedro Salinas, peruviano, giornalista e sopravvissuto al Sodalicio.

    La versione di Pedro Salinas, peruviano, giornalista e sopravvissuto al Sodalicio.

    Perù, 27 aprile 2025 – Dalla metà del 2018, seguiamo da vicino gli abusi sessuali commessi da leader religiosi cattolici in Perù, in seguito al caso Sodalicio, denunciato dai giornalisti Pedro Salinas e Paola Ugaz attraverso la pubblicazione Metà monaci, metà soldati (Planeta, 2015).

    Da allora, abbiamo osservato che la reazione della ormai defunta Società di vita apostolica di diritto pontificio, soppressa da papa Francesco, è stata quella di stigmatizzare e screditare i suoi denuncianti. Questo comportamento continua ancora oggi da parte di alcuni dei suoi ex membri, che aspirano a essere reintegrati o rifondati sotto un nome diverso da un futuro papa.

    Queste campagne diffamatorie non sono più limitate ai giornalisti, alle vittime o alle istituzioni attiviste, ma sono ora dirette contro le autorità ecclesiastiche che hanno partecipato alle indagini o al processo decisionale precedente alla sua liquidazione.

    Ad esempio, negli ultimi anni alcune persone hanno subito attacchi informatici e sono state vittime di sistematiche campagne ostili da parte di persone vicine al Sodalitium, attraverso gli stessi organi di informazione che ora “accusano” il cardinale Robert Prevost. Ciò è ampiamente documentato nel libro Sin noticias de dios (2022) di Pedro Salinas, legato alla nostra associazione.

    A questo proposito, non possiamo trattenerci dal denunciare quello che consideriamo parte di un assedio deliberato basato su narrazioni inventate, volte a demonizzare i “nemici” del Sodalicio. Ci dispiace quindi che un’organizzazione che rispettiamo e ammiriamo, la SNAP, fondata da Barbara Blaine, sia inconsapevolmente caduta in un simile gioco.

    Il ruolo svolto dal cardinale Prevost nella storia della caduta del Sodalicio è stato cruciale ed è narrato dettagliatamente nell’ultimo libro di Salinas, La verdad nos hizo libres (Dibattito, 2025), dove svela quella che è stata una vendetta contro una delle persone che hanno contribuito attivamente allo scioglimento del Sodalicio, mettendo al centro le vittime.

    Nel caso di Padre James Ray, non fu Robert Prevost a consentirgli di risiedere nel convento agostiniano di St. John Stone, a Hyde Park, Chicago. Ad accoglierlo è stato il superiore locale, che tra l’altro aveva molta esperienza nel campo specifico delle persone con problemi psicologici, compresi i casi di abusatori sessuali.

    È vero che la comunità non era informata della presenza di Padre Ray, ma egli fu sottoposto a un regime rigido per tutto il tempo (non ebbe mai accesso o contatto con i bambini durante il suo soggiorno lì) e a quel tempo, nel 1999, la pratica stabilita dalla Carta di Dallas del 2002 non era ancora in vigore.

    Per quanto riguarda i casi accaduti in Perù, sono stati scoperti innumerevoli volte dai giornalisti che hanno seguito da vicino la vicenda. Si tratta di una vecchia denuncia, risalente alla fine del 2023, che accusava gravemente due sacerdoti predatori nell’arcidiocesi di Chiclayo. È stato dimostrato che la partecipazione di Prevost a questo caso è stata forzata per rovinare la sua immagine. Secondo informazioni comprovate, Prevost ha depositato le denunce nell’aprile 2022 e, in seguito a un’indagine della diocesi, Prevost stesso ha inviato il fascicolo al Dicastero per la Dottrina della Fede il 21 luglio dello stesso anno. Il caso è ancora lì e rimane aperto.

    Ciò è dimostrato anche nel libro The Truth Set Us Free, pubblicato di recente. Le “accuse” contro Prevost sono state motivate da terze parti vicine al Sodalitium, e in particolare dall’ex Sodalita espulso dal Papa, Alejandro Bermúdez, oltre, ad esempio, a The Pillar, Infovaticana e, tra gli altri, Damian Thompson. La versione opposta, che si è rivelata quella vera, può essere trovata su media più specializzati, come il portale spagnolo Religión Digital (18/09/24) o il nordamericano Crux (20/09/24), tra molti altri.

    Pedro Salinas, peruviano, giornalista e sopravvissuto al Sodalicio.

  • Pedro Salinas: “Le ‘accuse’ di insabbiamento nei confronti di Robert Prevost sono assolutamente false.”

    Pedro Salinas: “Le ‘accuse’ di insabbiamento nei confronti di Robert Prevost sono assolutamente false.”

    “Le accuse contro Prevost sono nate tra le fila del Sodalicio, con lo scopo di screditarlo, screditarlo e delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica, a seguito degli eventi che stavano già iniziando ad accadere nel caso Sodalicio.”

    “Robert Prevost ha sempre preso posizione e si è schierato dalla parte delle vittime. Ha sempre messo le vittime al primo posto ed è stato uno di coloro che hanno difeso sopravvissuti e vittime dagli attacchi del Sodalicio.”

    “I settori di estrema destra della Chiesa cattolica sono attivi attraverso i loro media satellitari e i loro accoliti per screditare i potenziali candidati papali, che potrebbero seguire l’esempio di Papa Francesco.”

    “Prevost verrebbe celebrato praticamente come se fosse un Papa peruviano, perché ha sempre messo al centro le vittime di abusi.


    Il giornalista peruviano Pedro Salinas , insieme alla sua compagna Paola Ugaz, è stato colui che ha scoperto e indagato a fondo sul Sodalicio de Vida Cristiana, un movimento che Papa Francesco ha soppresso prima della sua morte, a seguito del processo portato avanti dalla commissione Scicluna-Bertomeu. Ha trascorso anni a denunciare questa setta cattolica e, di conseguenza, ha subito ogni genere di persecuzione, compresa quella giudiziaria. Per tutti questi motivi, egli è un’autorità riconosciuta in materia di abusi clericali ed è pienamente consapevole delle azioni di tutti i vescovi del suo Paese di fronte a questa vergognosa piaga.

    In un’intervista esclusiva con Religion Digital, Salinas afferma che “le ‘accuse’ di insabbiamento nei confronti di Robert Prevost sono assolutamente false” e che provengono dai ranghi del Sodalicio, “con lo scopo di screditarlo, screditarlo e delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica”.

    Inoltre, riconosce che Prevost “si è sempre lasciato coinvolgere nella controversia e si è messo nei panni delle vittime” e che queste false accuse provengono dal Sodalitium e da “settori di estrema destra della Chiesa” per screditarlo.

    Quali conclusioni ha tratto dall’indagine sulla risposta di Prevost agli abusi di Chiclayo? 

    La mia conclusione principale riguardo alle accuse di insabbiamento a Chiclayo, a cui, secondo i rigoristi, Robert Prevost avrebbe partecipato come principale artefice dell’insabbiamento, è che esse sono nate dalle viscere del Sodalicio, con lo scopo di screditarlo, screditarlo e delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica, come conseguenza di quanto stava già iniziando ad accadere nel caso Sodalicio.

    Le accuse di insabbiamento contro monsignor Prevost sono false? 

    Le “accuse” contro Robert Prevost sono assolutamente false. Così è stato verificato, confermato, corroborato e provato che non avevano alcun fondamento nella realtà.

    Francesco lo ha nominato prefetto dei vescovi quando si è reso conto che queste accuse di insabbiamento erano false? 

    Chiaramente, e per di più, tra i prefetti dei Dicasteri, Robert Prevost è stato il prefetto o uno dei prefetti in cui Papa Francesco ha riposto maggiore fiducia. Questo è qualcosa che è stato più o meno dimostrato anche dal livello di vicinanza e fiducia tra Papa Francesco e Prevost. Questa è una cosa che noi giornalisti che abbiamo indagato sul caso Sodalicio sappiamo. Sappiamo che coloro tra noi hanno fatto causa ai leader del Sodalicio presso i tribunali peruviani. E noi, che siamo sopravvissuti all’organizzazione, lo sappiamo. Robert Prevost accettava sempre la causa e si metteva nei panni delle vittime. Ha sempre messo le vittime al primo posto ed è stato uno di coloro che hanno difeso i sopravvissuti e le vittime dagli attacchi del Sodalicio.

    Perché alcune vittime continuano ad accusarlo? 

    Il fatto che le accuse contro Prevost siano state riprese in questo momento (quando si tratta di accuse che, come diciamo a Lima, vengono riproposte e non hanno mai avuto alcun fondamento nella realtà) è dovuto al contesto in cui stiamo vivendo, un conclave, un momento di elezione del prossimo Papa. E, quindi, un momento in cui i settori di estrema destra della Chiesa cattolica sono attivi, attraverso i loro media satellitari e i loro accoliti, per screditare i potenziali candidati papali che potrebbero seguire la linea di Papa Francesco. Uno di questi è chiaramente il caso di Robert Prevost.

    Secondo lei, Prevost è un candidato in grado di proseguire l’opera di pulizia di Francesco? 

    Sebbene non conosca approfonditamente i cardinali votanti ed eletti, ma solo superficialmente, nel caso di Prevost, che conosco per la sua carriera in Perù e in Vaticano, mi sembra che sia qualcuno che potrebbe proseguire la linea d’azione di Papa Francesco. Senza sminuire i meriti di altri candidati papali che potrebbero proseguire sulla stessa linea di Papa Francesco, credo che Robert Prevost corrisponda al profilo di un candidato che potrebbe succedere a Francesco.

    Cosa significherebbe la sua elezione a papa per il Perù e le Americhe, se dovesse concretizzarsi? 

    Se il cardinale Prevost venisse eletto Papa, nonostante sia di origine nordamericana, sarebbe molto benvoluto in Perù. Sarebbe celebrato quasi come se fosse un Papa peruviano, perché ha sempre messo al centro le vittime di abusi. Avendo seguito molto da vicino il caso Sodalicio, so che è uno dei cinque vescovi che, quando ricopriva un ruolo di leadership nella Conferenza episcopale peruviana, si è adoperato per sostenere le vittime, insieme al cardinale e arcivescovo di Lima, Carlos Castillo, al cardinale Pedro Barreto, all’ex vescovo di Sodalicio Kay Martín Schmalhausen e all’ex vescovo di Caravelí, Reinaldo Nann. Il quinto era chiaramente Robert Prevost. Speriamo che sia uno dei candidati papali con le maggiori possibilità in questo conclave! Sarebbe una grande notizia per i cattolici se il nuovo papa fosse qualcuno come Robert Prevost, nel quale Francesco riponeva tanta fiducia. Ma questa è l’opinione di un estraneo, di un agnostico che è rimasto impressionato da Padre Jorge o dal pontificato di Papa Bergoglio.

    https://www.religiondigital.org/america/Pedro-Salinas-encubrimiento-Robert-Prevost-Peru-Sodalicio-Papables_0_2776522347.html

  • PERU’ – LETTERA APERTA AL PROCURATORE GENERALE E AL PRESIDENTE DELLA MAGISTRATURA

    PERU’ – LETTERA APERTA AL PROCURATORE GENERALE E AL PRESIDENTE DELLA MAGISTRATURA

    Le violazioni dei diritti fondamentali attraverso una cultura dell’abuso e della violenza in tutti i suoi estremi (di potere, psicologico, fisico, economico, lavorativo, spirituale e sessuale) stabilita dal fondatore del Sodalitium di Vita Cristiana (SCV), il laico Luis Fernando Figari, recentemente espulso da quell’organizzazione dal Vaticano,   e i responsabili di quell’organizzazione religiosa ne hanno fatto uno dei casi emblematici di violenza negli ambienti ecclesiali e istituzionali di tutto il mondo.

    Dall’anno 2000, ci sono state centinaia di denunce e testimonianze in cui le vittime di ogni tipo di violenza all’interno di questa istituzione settaria hanno rivelato episodi terrificanti che hanno mobilitato i media e l’opinione pubblica nazionale e internazionale come raramente si vedevano. La stessa SCV ha riconosciuto pubblicamente gli abusi commessi nella sua istituzione nel corso di oltre 50 anni.

    Il Vaticano e lo stesso Papa Francesco si sono interessati al caso, inviando nel 2023 una commissione d’inchiesta in Perù, che ha raccolto informazioni da decine di fonti affidabili e quest’anno ha iniziato a prendere provvedimenti, come l’espulsione di 15 membri principali del Sodalitium finora, tra cui Figari, che ha ritenuto responsabile di diversi reati.

    Nel 2017, il Congresso della Repubblica ha istituito la Commissione investigativa sugli abusi sui minori nelle organizzazioni, che ha pubblicato nel luglio 2019 un rapporto finale di oltre 1300 pagine con decine di testimonianze e raccomandazioni per i tre rami del governo sulla gestione della violenza contro i bambini.   ragazze, adolescenti e persone vulnerabili.

    Nonostante tutto ciò, la Procura della Repubblica e la Magistratura non hanno condotto indagini e successive azioni giudiziarie contro i responsabili in modo rapido ed efficiente e a favore della giustizia e della riparazione integrale delle vittime, nonché per rafforzare la prevenzione. È così che il caso Sodalitium è diventato il più vergognoso del sistema giudiziario del nostro paese.

    Ecco perché, e in risposta alle giuste richieste delle vittime, che in alcuni casi lottano da decenni, chiediamo che agiscano in modo efficiente e tempestivo.

    Hanno nelle loro mani tutti gli elementi necessari per denunciare i responsabili, giudicarli e ordinare la riparazione e la guarigione integrale delle vittime.

    Aspettare ancora non fa che aumentare l’idea che l’influenza del Sodalitium sulla Procura della Repubblica e sulla Magistratura abbia le mani legate e li renda responsabili di una vittimizzazione secondaria dei sopravvissuti.

    Carta abierta a PJ y MP octubre 2024 pdf

    Quelli menzionati di seguito aggiungono la loro firma a questa lettera.

    Sobrevivientes del Sodalicio de Vida Cristiana:
    • Jose Enrique Escardó Steck
    • Pedro Salinas Chacaltana
    • Alfonso Figueroa Alvear
    • Renzo Orbegoso Benvenuto
    • Oscar Osterling Castillo
    • Diego Rizo Patrón Bazo
    • Gonzalo Cano Roncagliolo
    • Martín Scheuch Pool
    • Martín López de Romaña

    Aliados individuales
    • Sara Carrión Méndez
    • Paola Ugaz Cruz
    • Sara Oviedo Fierro (Ecuador)

    Organizaciones (Perú)
    • Organización Juvenil VOCES
    • Colectivo de Concertación por la Equidad de Género en Villa El Salvador
    • Colectiva feminista Femiconeras Lima Sur
    • Proyecto Mango
    • Coordinación del proyecto radial Voz Viva de Mujer
    • Organización Comunitaria por la Memoria Popular

    Organizaciones (internacionales)
    • Red de Sobrevivientes de Chile
    • Red de Sobrevivientes de Abusos Eclesiásticos de Argentina
    • Comunidad Boliviana de Sobrevivientes de Abuso Sexual Eclesial

  • Spagna, Argentina, Germania e Regno Unito: la crisi degli abusi sessuali

    Spagna, Argentina, Germania e Regno Unito: la crisi degli abusi sessuali

    Nel Regno Unito, uno studio rivela la gravità della crisi degli abusi sessuali da parte dei chierici, mentre i dati dell’America Latina mostrano l’erosione della leadership di Papa Francesco.

    Di Rodolfo Soriano-Núñez

    Venerdì 11 ottobre, nonostante una crisi interna alla sua amministrazione, Pedro Sánchez , presidente del governo del Regno di Spagna, ha trascorso un soggiorno a Roma con Papa Francesco .

    Entrambi hanno condiviso sorrisi e si sono scambiati regali come impone il protocollo. Dopo l’incontro con il pontefice, Sánchez ha avuto un altro incontro con il cardinale Pietro Parolin , segretario di Stato della Santa Sede e segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, l’arcivescovo britannico Paul Richard Gallagher .

    Dopo gli incontri, nella sede dell’Istituto Cervantes  a Roma, Sánchez ha informato i media. Dopo aver discusso la questione della guerra in Ucraina, ha sottolineato la disponibilità del suo governo a raggiungere un accordo affinché la Chiesa cattolica risarcisca le numerose vittime degli abusi sessuali da parte del clero in Spagna.

    Il governo di Sánchez non è esente da problemi nel suo Paese. Il giorno successivo, anche se la maggior parte dei giornali spagnoli ha sottolineato la sua visita a Roma con foto e titoli in prima pagina, la maggior parte di loro in realtà ha sottolineato l’ultimo scandalo di corruzione che ha travolto la sua amministrazione.

    Nonostante ciò, la questione manterrà una certa attualità in Spagna e nel mondo ispanofono, poiché martedì 15 Ángel Gabilondo , difensore civico spagnolo, parteciperà a una sessione del Congresso dei Deputati a Madrid, dove Gabilondo interverrà ancora una volta rivedere le cifre, i dati e i suggerimenti offerti nell’aprile di quest’anno, quando il suo ufficio ha pubblicato il rapporto  disponibile qui .

    Il 15 luglio la Los Angeles Press ha pubblicato un testo in cui riportava l’evoluzione della crisi degli abusi sessuali del clero in Spagna e le notizie contrastanti in quel Paese. Uno pubblicato dall’ufficio di Ángel Gabilondo , il difensore civico spagnolo; e un altro della Conferenza episcopale di Spagna, che si ricollega in qualche modo a un rapporto commissionato dai vescovi a una società di consulenza privata il cui socio principale, Javier Cremades , è membro dell’Opus Dei.

    Stai tranquillo

    È difficile credere che la nuova udienza di Gabilondo alle Cortes o i colloqui di Sánchez con papa Francesco, il cardinale Parolin e l’arcivescovo Gallagher basteranno a risolvere le divergenze tra l’approccio formalista e minimalista adottato dai vescovi spagnoli e la posizione assunta dal Difensore civico, ma questo è il nocciolo della questione per la Chiesa cattolica in Spagna e altrove.

    Anche se i politici e i media mainstream fanno del loro meglio per mantenere la questione il più silenziosa possibile, la questione continua a presentarsi in tutto il mondo di lingua spagnola. Lasciamo che i politici facciano tutto il possibile per mantenere la questione il più silenziosa possibile. La recente decisione del presidente cileno Gabriel Boric lo dimostra.

    Nel maggio 2022 Boric sembrava disposto ad avviare un’indagine che includesse gli abusi nella Chiesa cattolica . Tuttavia, quasi due anni dopo, nel giugno del 2024, l’indagine vera e propria si è rivelata meno estesa del previsto .

    In realtà, si trattava solo dei casi del cosiddetto National Minors Service , o SENAME, un ente simile agli uffici dei servizi per l’infanzia negli Stati Uniti o al Comprehensive Family Development in Messico, ma che, data la natura centralizzata dei servizi pubblica in Cile, è concentrata sotto l’autorità del governo nazionale.

    La decisione finale di Boric di limitare l’ambito dell’indagine sugli abusi ai casi avvenuti in strutture pubbliche ha scatenato l’ira dei numerosi sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Cile che, pur disposti a riconoscere la rilevanza dei casi SENAME, sono rimasti delusi dalla modo in cui il loro governo ha evitato i loro casi.

    Dall’altra parte delle Ande, nella patria di papa Francesco, la questione non è meno attuale. Al contrario. Da circa due anni lo fanno anche i media tradizionali, generalmente riluttanti a riferire sulla crisi degli abusi sessuali del clero e ancor meno quando si tratta dell’Opus Dei.

    Il 13 novembre 2023 La Nación , il principale quotidiano argentino, ha pubblicato nelle pagine di un supplemento un rapporto dettagliato sugli abusi avvenuti nell’Opus Dei.

    Un “frantumatore psicologico”

    I redattori del supplemento El Berliner hanno intitolato il loro articolo “Distruttore psicologico”, per sottolineare gli effetti dell’appartenenza all’Opus Dei, che era stato, negli anni Novanta, l’“ordine” preferito di Karol Wojtyla , il cui unico rivale a quel tempo era la Legione di Cristo messicana.

    Quella che quel supplemento raccontava è una storia familiare a chiunque abbia avuto conoscenza dei membri del cosiddetto Regnum Christi, un ramo del labirinto che costituisce la Legione di Cristo da circa 70 anni, e che è anche simili ai casi dei tanti rami del Sodalitium di Vita Cristiana in Perù, Brasile, Colombia e Stati Uniti.

    Cambiano i nomi dei leader, i luoghi e le vittime, ma i modelli si ritrovano nell’Opus Dei, nella Legione di Cristo, nel Sodalicio o nella risposta tedesca a questi cosiddetti “nuovi movimenti religiosi” e all’ordine chiamato Das Werk (l’opera) è la stessa.

    L’ articolo berlinese , pieno dei consueti dettagli sul tipo di atteggiamento nei confronti di se stessi, della famiglia, della vita, della proprietà e della pratica religiosa richiesto per essere membro dell’Opus Dei, era una sorta di continuazione di un articolo originariamente pubblicato da Paula Bistagnino .

    La Los Angeles Press pubblicò allora il suo rapporto. È disponibile in spagnolo prima di questo paragrafo. Il Buenos Aires Herald ha pubblicato una versione inglese di quel rapporto nel maggio 2024 .

    Lì il problema non era quello dei membri delle classi più ricche argentine che abbandonavano l’Opus Dei dopo tanti abusi, ma la storia di ragazze portate a Buenos Aires dalle zone rurali dell’Argentina, dalla Bolivia e dal Paraguay per diventare collaboratrici domestiche, cameriere.

    E non c’è niente di nuovo nella storia delle giovani donne che vanno a Buenos Aires per diventare vittime di qualche tipo di abuso. Questo è il retroscena di molti tanghi dell’inizio del XX secolo.

    Il problema è che i dirigenti dell’Opus Dei hanno portato queste donne a Buenos Aires con false premesse. L’Opus Dei offrì loro l’opportunità di studiare, di trovare un lavoro.

    Invece, costrinsero le donne a rimanere al servizio dell’élite maschile che guidava l’Opus Dei. Ancora una volta, ci sono storie simili con molte donne del Messico rurale portate nelle case del Regnum Christi a Monterrey o a Città del Messico, per servire i discepoli di Marcial Maciel nel suo “ordine religioso”.

    Quel che è peggio è che ora i leader dell’Opus Dei stanno conducendo una campagna per difendere quelle che dicono essere elezioni libere per coloro che hanno deciso di rimanere come servi. Il problema principale, ovviamente, è che se abbiamo imparato qualcosa dai resoconti di Bistagnino e di altri su ciò che accade nell’Opus Dei, è che le sue decisioni sono tutt’altro che libere.

    Un testo presentato come supplica per i cosiddetti “numerari ausiliari”, una delle tante categorie di appartenenza all’Opus Dei, è disponibile qui .

    Abusi religiosi senza confini

    E non è solo nel mondo di lingua spagnola. Nel marzo di quest’anno il quotidiano britannico The Financial Times ha pubblicato un resoconto dettagliato di come ciò sia avvenuto anche nel mondo anglofono.

    L’articolo originale è disponibile qui , ma per accedervi è necessario l’abbonamento. Antonia Cundy , la sua autrice, ha aggiornato le informazioni con il seguito dei casi.

    Un’altra preziosa fonte di informazioni su come si verificano gli abusi nell’Opus Dei nel mondo anglosassone è stata, da una decina d’anni circa, Steven Hassan , ex membro di un’altra organizzazione religiosa segreta e abusiva, i cosiddetti Moonies , persone che fanno parte della cosiddetta Chiesa dell’Unificazione .

    Ha pubblicato sul suo canale YouTube video che trattano di abusi religiosi in molte organizzazioni, dalla sua esperienza come ex membro dei Moonies , a ciò che sta accadendo nella Luce messicana del mondo o nell’Opus Dei nei video con Eileen Johnson , un ex numerario che operò nelle case britanniche e francesi di quell’ordine.

    Più recentemente, Hassan ha parlato con Gareth Gore , autore di uno dei rapporti più dettagliati sull’ordine originariamente fondato da Josemaría Escrivá de Balaguer in Spagna negli anni ’30, dopo la Guerra Civile.

    La settimana scorsa, quando l’Argentina era al centro di una delle più recenti mobilitazioni di protesta contro la brutale politica economica di Javier Milei , Gore ha pubblicato sui suoi social network una foto del raid effettuato dalla polizia federale argentina nel quartier generale sudamericano. dell’Opus Dei a Buenos Aires.

    Mentre scrivo non è chiaro quale sarà l’effetto del raid. La Procura Generale ha pubblicato un comunicato stampa, disponibile qui .

    Sebbene la dichiarazione sia ampia e parli dei leader precedenti e attuali dell’Opus Dei, i dettagli reali sono scarsi. Evidenzia come i leader dell’ordine abbiano costretto queste donne alla dipendenza e abbiano avuto poca o nessuna reale capacità di decidere sul loro futuro.

    Gli studi che venivano loro offerti consistevano infatti nel prepararli a prestare servizi come cuochi, governanti, sarte, ecc.

    Non avevano alcuna reale opportunità di studiare per un titolo accademico o di sviluppare una carriera professionale, nonostante le molte parole dei leader dell’Opus Dei secondo cui i loro membri possono intraprendere qualsiasi carriera desiderino.

    Sabato 12 ottobre Bistagnino ha pubblicato un thread su quello che era Twitter con la sintesi dei casi di alcune donne abusate dai leader dell’Opus Dei in Argentina.

    E, dato che questi casi risalgono ai tempi di Jorge Mario Bergoglio  come arcivescovo di Buenos Aires, c’è una possibilità, per quanto piccola, che l’indagine possa alla fine coinvolgerlo.

    La politicizzazione dell’abuso

    La politicizzazione del problema va contro gli interessi della Chiesa cattolica. Anche in paesi come il Canada, dove c’è grande fiducia nella polizia, nei pubblici ministeri e nei giudici, i preti e i vescovi cattolici cercano di impedire al loro governo di indagare su questi casi.

    Tuttavia, la politicizzazione è la migliore opportunità per le vittime di abusi sessuali, siano essi membri del clero o meno. Questa è la lezione che si può trarre dalle esperienze dei paesi in cui si sono verificati progressi reali sulla questione, come gli Stati Uniti.

    In America Latina, dove la fiducia nella polizia, nei pubblici ministeri e nei giudici è bassa, non ci sono state indagini nazionali o addirittura subnazionali come quelle avvenute di recente in stati americani come l’Illinois o il Maryland, per citare solo i due più recenti.

    Questo è uno dei motivi per cui la reazione di Papa Francesco nei confronti di Giuliana Caccia Arana e di altri membri del Sodalicio peruviano è stata così dura come il testo linkato sopra indicato la settimana scorsa.

    La sfiducia nelle autorità è un elemento delle strategie di difesa seguite dagli avvocati diocesani per trascinare le vittime degli abusi sessuali del clero in un labirinto di procedure burocratiche che, oltre ad essere estremamente costose, sono arcane anche in paesi come il Messico dove la Chiesa cattolica non gode eventuali privilegi formali speciali.

    Messico e Perù stanno attraversando complessi processi di riforma del sistema giudiziario. Nel caso messicano è difficile aspettarsi cambiamenti significativi; Il governo messicano ha “venduto” la riforma partendo da false premesse, e segue la riforma boliviana degli anni 2000 che, quando si tratta della crisi degli abusi sessuali del clero, ha offerto poca o nessuna speranza alle vittime, come dimostra il testo collegato di seguito .

    È difficile misurare per quanto tempo la Chiesa cattolica in America Latina continuerà a giocare a questo gioco. È chiaro che ci sono paesi in cui le possibilità che un vescovo respinga le accuse sono maggiori rispetto ad altri, presupponendo che non ci siano conseguenze fintanto che tengono i preti predatori fuori di prigione, ma il quadro generale della crisi è terribile.

    Perdita di un terzo

    Terribili come i dati che emergono da uno studio recentemente pubblicato dalla Durham University nel Regno Unito. Nell’aprile 2024, quell’università ha offerto i risultati di un’analisi approfondita delle prove disponibili presso le parrocchie di Inghilterra e Galles.

    Gli autori hanno scoperto che “un terzo dei cattolici che in precedenza partecipavano alla Messa hanno ridotto la propria presenza o hanno smesso del tutto di parteciparvi a causa della crisi degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica”.

    Lo studio completo, giustamente intitolato La croce del momento, è disponibile qui in formato PDF , e alcuni dei suoi risultati principali possono essere trovati qui .

    La gerarchia cattolica era ben consapevole del potenziale impatto della crisi degli abusi sessuali del clero, ma per quanto arroganti e sprezzanti siano i vescovi, hanno fatto di tutto per attribuire la crisi a creature mitiche come il “predatore solitario” o incolpare gli stessi -preferenza sessuale, come se avere quella preferenza sessuale fosse, di per sé, sufficiente per diventare un predatore sessuale.

    Il problema principale con questa interpretazione è che anche le “notizie” cattoliche più omofobe come EWTN devono riconoscere che l’orientamento sessuale non è necessariamente correlato all’essere un predatore sessuale come nel caso di Chiclayo, una città peruviana sulla costa del Pacifico. analizzato in dettaglio nel testo linkato sopra o come nel caso del Brasile linkato sotto. In entrambi i testi i preti accusati attaccavano le donne.

    Se i dati dello studio britannico fossero in qualche modo simili anche in altri paesi, ciò dovrebbe spiegare perché si percepisce l’angoscia nella delegazione tedesca al Sinodo in corso a Roma in questi giorni.

    Il vescovo tedesco del Limburgo, Georg Bätzing , ha chiesto pazienza ai suoi correligionari cattolici tedeschi presenti al Sinodo e a quelli che seguivano da casa. Purtroppo in Messico i giornali di grandi arcidiocesi come quella di Guadalajara presentano la delegazione tedesca al Sinodo e, in generale, il cattolicesimo tedesco come colpevoli del fatto che il sinodo è praticamente nato morto.

    The Tablet , una rivista cattolica britannica, ha sentito il bisogno di evidenziare le scarse aspettative sulla capacità del Sinodo  (solo testo inglese) di affrontare i molteplici bisogni di una Chiesa impantanata in una crisi da essa stessa provocata.

    La conseguenza di una nuova delusione nella volontà della Chiesa di produrre qualche soluzione ai molti problemi che alimentano la crisi degli abusi sessuali da parte del clero è la stessa dello studio britannico: l’abbandono di una pratica religiosa, una Chiesa che non è disposta ad affrontare i problemi che alimentano violenza contro i propri membri.

    Basta rivedere il caso dell’uso della parola italiana  frociaggine per vedere come anche i membri meno aggressivi della leadership cattolica, come Papa Francesco, siano fin troppo ansiosi di trovare modi, ragioni, momenti per incolpare i preti omosessuali o mettere in discussione la diritto delle donne a trovare una nuova comprensione di cosa significhi essere cattoliche.

    Torschlusspanik: Paura che la porta si chiuda

    Se i dati di Inghilterra e Galles parlano di una marcata riduzione delle persone disposte a partecipare alle messe e ad altre attività, i dati sull’appartenenza religiosa in Germania e Austria parlano di una crisi più profonda, con conseguenze difficili da misurare in questo momento, ma raccontano la storia di un gregge in diminuzione e le difficoltà di trovare nuovi modi per crescere.

    Il think tank tedesco Forschungsgruppe Weltanschauungen in Deutschland , il cosiddetto gruppo di ricerca sulle visioni del mondo in Germania, ha pubblicato nelle ultime settimane una serie di documenti sull’appartenenza religiosa in Germania e Austria che raccontano una storia desolante.

    Il 30 settembre hanno pubblicato la loro analisi più recente sull’appartenenza religiosa tedesca. La loro sintesi è che, dall’inizio degli anni ’90, “l’adesione alle due chiese maggiori (cattolica ed evangelica luterana) è diminuita di 17,2 milioni di membri”.

    Rispetto ai dati del 1970, la tendenza mostra una riduzione del 31% e, come mostrano molti altri studi condotti in diversi paesi, sta accelerando anche in paesi che, come gli Stati Uniti, erano un po’ isolati da queste tendenze.

    Se si analizzano i dati della vicina Austria, la situazione è simile: negli ultimi 30 anni, ogni anno poco più di 56mila persone hanno abbandonato la Chiesa cattolica in Austria, il che, secondo il think tank tedesco , rappresenta una perdita di appena oltre un milione e 800mila persone in un Paese di poco più di nove milioni di abitanti.

    I dati per la Germania possono essere trovati qui  e per l’Austria qui .

    Le brutte notizie che arrivano dalla Germania per la Chiesa cattolica non finiscono qui. Ulteriori dati provenienti dalla stessa fonte indicano che l’opinione pubblica tedesca approva il previsto definanziamento delle due principali chiese del paese.

    Quasi la metà del campione, il 48,5%, ha dichiarato di avere un giudizio molto positivo sulla decisione di tagliare i fondi alle due chiese principali. Un ulteriore 12,5% ritiene che sia una buona cosa, mentre il 18% dei partecipanti al campione (n=5.066) non ha espresso alcuna opinione e circa il 22% ha un’opinione molto negativa o piuttosto negativa della misura.

    I dettagli sono disponibili qui . In tedesco esiste una parola per descrivere il tipo di sensazione che si prova analizzando questi numeri: Torschlusspanik , la paura che le porte si chiudano davanti a te.

    Anche in Messico, l’analisi dei dati del censimento nazionale del 2020 (in Messico c’è una domanda specifica nel censimento sull’appartenenza religiosa) mostra un aumento significativo del numero (relativo e assoluto) di persone che si dichiarano non affiliate ad alcuna religione.

    E ciò che è peggio per la Chiesa cattolica è che l’appello del vescovo Bätzing ad essere paziente nei confronti del sinodo non solo dimentica le preoccupazioni dei pochi “liberali” che sono ancora disposti a prestare attenzione al sinodo. Né si affronta il rifiuto più virulento e violento del Sinodo che arriva dai settori più conservatori della Chiesa cattolica, che non sono disposti a riconoscere da soli alcun errore.

    La pazienza, quella che chiede il vescovo tedesco Bätzing ai suoi confratelli cattolici tedeschi, è difficile da trovare anche in America Latina. Il Pew Research Center ha recentemente diffuso i dati del suo più recente studio sulle popolazioni cattoliche di sei paesi dell’America Latina: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Perù.

    I risultati (disponibili in inglese qui e un breve riassunto in spagnolo qui ) parlano di una realtà di perdita di fiducia nella capacità di Papa Francesco di fornire una leadership significativa in un momento di crisi per la sua Chiesa.

    https://losangelespress.org/investigaciones/espana-argentina-alemania-y-reino-unido-la-crisis-del-abuso-sexual-20241012-9828.html