Nella giornata di ieri il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi è stato ricevuto presso le Nazioni Unite di Ginevra dove insieme ad altri rappresentanti di associazioni di sopravvissuti arrivate da tutto il mondo, è stato ricevuto dai Funzionari della Commissione CRC (Children Right Connection) sollevando le problematiche del “caso italiano”.
Nel febbraio del 2018, l’associazione Rete L’ABUSO, tramite il proprio avvocato Mario Caligiuri, aveva diffidato il Governo Italiano per una serie di gravi omissioni nella ratifica di convenzioni internazionali, diffida che aveva inviato anche al Comitato ONU per la tutela del fanciullo.
Nella pre sezione di ieri le Nazioni Unite confermano l’apertura di una indagine di verifica nei confronti dello Stato Italiano, che proseguirà per tutto l’anno 2018 e che vedrà il suo report finale previsto per il 18 gennaio 2019.
Nel frattempo saranno mesi di operoso lavoro per l’associazione italiana che si è formalmente fatta carico di inviare, presso la sede ONU di Ginevra, il maggior numero possibile di report sulla situazione italiana, sconosciuta alle Nazioni Unite e mai documentata dal nostro Governo.
Un primo deposito di materiale italiano documenta la continuità della linea omissiva della Santa Sede, linea che è stata evidenziata in un report riguardante il caso di don Mauro Galli, emblematico perchè vede documentato ai giorni nostri la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori.
Vediamo infatti che i due protagonisti, mons. Mario Delpini ed il collega Pierantonio Tremolada, malgrado la Santa Sede sia da tempo al corrente delle accuse ben documentate nei loro confronti, lo scorso luglio, anzichè essere puniti come vuole la campagna di tolleranza zero avviata da papa Francesco, sono stati entrambi promossi, il primo a capo della diocesi piu grande d’Europa, quella di Milano, il secondo in quella di Brescia.
L’incontro di ieri con i funzionari della Nazioni Unite fa parte di un meeting internazionale iniziato nel massimo riserbo il 4 giugno a Bernex (Francia), che terminerà il giorno 8 al quale oltre alla Rete L’ABUSO (Italia) partecipano i rappresentanti delle associazioni dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero arrivati da tutto il mondo tra cui Usa, Messico, Francia, Congo, Cile, Canada, Svizzera, Belgio, Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra, Equador, Argentina.
Ulteriori informazioni sul meeting saranno rilasciate domani in una conferenza stampa che si terrà alle ore 9 a Ginevra.
Città del Vaticano – Violenze anche nei conventi femminili, tra suore lesbiche. L’inchiesta supplementare del Papa sugli abusi sessuali in Cile sta scoperchiando una piaga dai contorni molto più vasti di quanto non inizialmente si era ipotizzato. Uno dei due ispettori vaticani mandati a Santiago del Cile alcuni mesi fa per raccogliere ulteriori prove, in questi giorni ha rifatto la valigia per portare a termine una seconda missione. Intanto sta affiorando anche la piaga degli abusi (sessuali e psicologici) all’interno del mondo religioso femminile. Un caso, in particolare, ha scoperchiato un ulteriore filone da approfondire, quello di una ex monaca, uscita l’anno scorso dalla Congregazione delle sorelle del Buon Samaritano dopo aver subito un inferno di soprusi inimmaginabili sia in Cile, che in Spagna.
Consuelo Gomez ha detto di essere stata molestata e abusata da una suora lesbica. Ieri la Chiesa cilena ha chiesto ufficialmente perdono a Consuelo per tutto il male che le è stato inflitto, per la mancanza di cura e per non avere dato seguito alle denunce, istruendo un processo interno. La Conferenza episcopale cilena ha manifestato «con dolore il riconoscimento delle gravi mancanze dentro alle comunità religiose». Anche la congregazione delle suore del Buon Samaritano ha emesso un comunicato di scuse per la via crucis patita da Carmen in Messico, in Cile e in Spagna.
La ex suora ha raccontato di essere stata costretta a lavorare come una schiava, di essere spiata, di non avere avuto accesso ad adeguate cure, per un certo periodo è stata persino in isolamento, fino a che non è caduta in una grave forma di depressione. Non solo. «Sono stata abusata anche sessualmente da una suora in Spagna, anch’essa di nazionalità cilena: era la mia superiora. L’abuso fu reiterato e anche se tutti sapevano di questa situazione, nessuno mosse un dito. Facendomi sentire colpevole di quello che mi stava accadendo». Parole pesantissime.
Nel 2013 Carmen fu trasferita alla nunziatura cilena dove ricevette le prime cure psichiatriche per la depressione che la stava devastando. Chi aiutò la ex suora fu il gruppo delle ex vittime del prete cileno Karadima. Le ex vittime che in questi mesi hanno aiutato Papa Francesco ad aprire gli occhi su una situazione estesa e omertosa. «Chi ha sbagliato merita il carcere».
Città del Vaticano – Altri guai si profilano all’orizzonte per i Legionari di Cristo, l’ordine commissariato da Benedetto XVI per risanarlo dagli enormi danni provocati dal suo fondatore, padre Maciel, un criminale, tossicomane, pedofilo seriale e spergiuro, visto che mentre frequentava Giovanni Paolo II aveva contemporaneamente due famiglie, una in Spagna e l’altra in Messico, con diversi figli (a loro volta abusati). Forse il caso più terribile che abbia scosso alle fondamenta la Chiesa negli ultimi secoli, affrontato di petto solo da Papa Ratzinger. Una volta eletto il pontefice decise di agire con mano ferma, punendo il prete e commissariando la realtà religiosa presente in diversi Paesi. Infine provvedendo ad azzerare le costituzioni interne per cercare di salvare il salvabile.
A distanza di 12 anni dalla morte di padre Maciel Marcial Degollado, il fondatore che molti hanno paragonato a una specie di demonio, un gruppo di vittime si è fatto avanti scrivendo una lettera ai nuovi vertici dell’ordine per chiedere giustizia, esigendo scuse pubbliche ma, soprattutto, risarcimenti. Morali e materiali. Secondo l’agenzia di stampa americana Associated Press i richiedenti per ora sono otto ma non è escluso che possano, in futuro aumentare, fino a formare una sorta di class-action. Le vittime chiedono che la Chiesa apra un nuovo capitolo con una commissione incaricata di valutare i danni causati alle persone.
Il caso Maciel è stato ampiamente sottovalutato per lungo tempo, tenendo conto che le prime accuse contro il sacerdote messicano arrivarono in Vaticano negli anni Cinquanta, e poi ancora negli anni Novanta, sempre precise e accurate. Ma furono di volta in volta accantonate e insabbiate, anche perché Maciel godeva della protezione di importanti cardinali di curia e di una rete di amici influenti. Nella lettera le vittime rammentano proprio questo quadro di riferimento, facendo affiorare una situazione omertosa che forse andrebbe rispolverata e approfondita.
In questi giorni Papa Francesco ha riaperto il caso cileno del vescovo Barros, accusato da un gruppo di vittime cilene di avere protetto e coperto un prete pedofilo. Barros inizialmente era stato difeso dal pontefice argentino, probabilmente a causa di informazioni ricevute dall’episcopato cileno e dal nunzio apostolico a Santiago del Cile, Ivo Scapolo. Solo successivamente Bergoglio ha cambiato posizione, dopo avere ricevuto i risultati di una indagine supplementare affidata il mese scorso ad una specie di vescovo 007. Le testimonianze raccolte da monsignor Charles Schicluna hanno provato che le vittime cilene non hanno mai mentito e che forse qualcuno aveva tratto in inganno il pontefice con informazioni di comodo. Per questo il Papa ha convocato a maggio l’intero episcopato cileno per una specie di redde rationem.
PEDOFILIA L’ex rettore del seminario a processo. I documenti per insabbiare tutto
Ferruccio Sansa
“Giorgio dichiara di non ricordare e di escludere di essere stato destinatario o partecipe di comportamenti, atteggiamenti o attività aventi motivo o sfondo sessuale in presenza di padre Vladimir Reséndiz Gutierrez… neppure qualificabili come atti che potevano indurre a comportamenti sessualmente rilevanti o incidenti sulla propria sfera sessuale”. È scritto così nel documento. Lo ha presentato alla Procura di Novara la famiglia di un ragazzo che sostiene di essere vittima di molestie sessuali nel seminario dei Legionari di Cristo a Gozzano (Novara).
Nei giorni scorsi l’ex rettore del seminario, appunto padre Reséndiz (oggi in Messico), è stato rinviato a giudizio per molestie sessuali a carico di tre seminaristi all’epoca minorenni.
Ma il punto oggi pare un altro: quei due documenti – di cui il Fatto ha copia – con cui i Legionari di Cristo avrebbero voluto chiudere la questione, firmando una transazione con un ragazzo che accusa il sacerdote. Due distinte proposte. La prima, a pagina 3, indica quello che il ragazzo avrebbe dovuto dichiarare “liberamente e spontaneamente con pieno e profondo convincimento”.
Ma andiamo con ordine. È l’inizio del 2013 quando un sacerdote che svolge un servizio di psicologo a Milano si trova davanti un giovane seminarista dei Legionari di Cristo. Giorgio – il nome è di fantasia – viene da una famiglia profondamente cattolica. Ha preso con entusiasmo la strada del seminario. Poi all’improvviso la crisi. Addirittura manifesta il desiderio di farla finita. Il sacerdote psicologo della diocesi lo ascolta e alla fine riesce a farlo parlare. Il contenuto di quei colloqui è riportato in una denuncia presentata dallo stesso prete milanese: “Nell’ambito di una serie di colloqui con il giovane Giorgio mi riferiva di essere stato ripetutamente molestato e abusato sessualmente da un prete messicano, padre Reséndiz Gutierrez”.
Comincia subito un’inchiesta per le violenze compiuta della Procura di Milano e poi passata per competenza a quella di Novara. Ma intanto tra i Legionari e la famiglia di Giorgio cominciano dei contatti. La Congregazione presenta una prima proposta per chiudere la questione. E la famiglia di Giorgio salta sulla sedia leggendone i punti: Giorgio dovrebbe dichiarare “di aver avuto contatti con il Reséndiz nella sua qualità di Prefetto di Disciplina del seminario ed averlo frequentato esclusivamente in occasione di attività di seminario”. Non basta. La Congregazione dei Legionari “al solo fine di incoraggiare e sostenere Giorgio e i suoi genitori nella formazione ed educazione offrono loro una somma complessiva di 15mila euro”. Ma ci sono delle condizioni: “I genitori e Giorgio rinunciano a qualsiasi azione”. Il patto è sottoposto a vincolo di riservatezza. In caso di violazione Giorgio e i suoi familiari dovranno “versare alla congregazione una somma doppia di quella riconosciuta” con la transazione.
La famiglia di Giorgio non firma e si rivolge all’avvocato milanese Daniela Cristina Cultrera. Dopo qualche mese arriva un’altra bozza di scrittura privata. Molto più soft. Giorgio deve dichiarare che “la congregazione e tutti i suoi sacerdoti sono sempre rimasti totalmente estranei agli abusi lamentati”. Ancora: “Detti abusi sarebbero stati commessi unicamente ed esclusivamente dal Gutierrez”.
Giorgio e i suoi familiari portano i documenti in procura. Ne nasce un fascicolo per tentata estorsione per cui i pm di Novara recentemente hanno chiesto l’archiviazione. Ma Giorgio e la sua famiglia non ci stanno. Si oppongono.
Il cronista si è messo in contatto con ambienti dei Legionari che sottolineano: “Padre Reséndiz è stato ridotto allo stato laicale per molestie a carico di altri due ragazzi. Ma nega le accuse di Giorgio. Comunque nessun altro sacerdote del seminario è stato mai indagato o accusato di molestie”. Ma le clausole contenute nei tentativi di accordo secondo cui Giorgio doveva dire di non aver avuto rapporti con il sacerdote accusato di molestie? “Erano soltanto proposte. Volevamo sostenerli nelle difficoltà”.
I legali di Giorgio hanno depositato anche altri documenti. C’è una scheda personale di padre Reséndiz che risalirebbe ai tempi in cui frequentava il Noviziato dei Legionari di Cristo a Salamanca in Spagna (l’atto, in possesso del Fatto, è del 9 gennaio 1994). È scritto: “Si tratta di un ragazzo con fortissimi impulsi sessuali e con bassissima capacità di controllarli”. Eppure, accusa la Rete L’Abuso che difende le vittime di pedofilia, vent’anni dopo guidava il seminario novarese.
11-12-13 anni, personalmente non ricordo molto di quell’età, anche se non ignoro che quella è l’età più bella ed importante, dove non si ha ancora una consapevolezza, dove tutto incuriosisce e viene appreso con entusiasmo, il cervello immagazzina, confronta, valuta milioni di pensieri, stati d’animo, emozioni, esperienze, quelle che poi formeranno il carattere dell’adulto.
La recente notizia del rinvio a giudizio dell’ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo, padre Vladimir Resendiz Gutierrez, accusato di violenza sessuale ai danni di due seminaristi (un terzo risulterebbe prescritto) ha portato sconcerto a Gozzano dove molti, sia in infanzia che in età adulta, avevano avuto a che fare con i legionari. Tra i tanti commenti qualcuno affida alla pagina Facebook “Sei di Gozzano se” un pensiero significativo che descrive quella che è, di fatto, un’impressione ”Quelle poche volte che li vedevi in giro.. mi colpivano le loro facce tristi.. poveri ragazzi…”.
Parlando di un rinvio a giudizio per presunti abusi sessuali, quell’impressione affidata alle pagine di Facebook fa ovviamente pensare che le “facce” fossero “tristi” per via degli abusi sessuali subiti ma, leggendo le testimonianze, emergono ben altre costrizioni alle quali quei piccoli Legionari erano sottoposti.
Parliamo di infraquattordicenni, cittadini non responsabili per lo Stato fino al compimento del 14° anno di età: per lo Stato Italiano hanno particolari diritti e tutele, proprio al fine ultimo che è l’integrità e la tutela che, in quella particolare fascia di età, è così importante e delicata da poter compromettere pesantemente la corretta formazione della persona.
Diritti e tutele che sembrano essere venute meno, sfuggendo di mano anche ai genitori che, dietro all’indottrinamento quasi militare dei figli, non hanno potuto vedere, capire quanto questi fossero a rischio, quanto fosse venuta meno qualunque forma di tutela nei confronti dei figli.
Le regole del seminario erano rigidissime, i giovani ospiti non potevano avere, come è normale a quell’età, un “migliore amico”, dovevano essere autorizzati per poter contattare la famiglia, gli era imposto il “divieto di critica” nei confronti dei superiori, dovevano denunciare in segreto i compagni che trasgredivano le regole.
Nelle dichiarazioni, una delle presunte vittime racconta la vita quotidiana del seminario minorile di Gozzano
“… era vietato in tutti i casi e in qualsiasi modo toccarsi tra ragazzi e ciò comprendeva proprio tutto difatti anche durante le partite di pallone quando avveniva un goal non si poteva esultare neanche dandosi un cinque con le mani né tantomeno abbracciarsi o simili… io ero in una spirale senza uscita perché noi avevamo l’obbligo di obbedienza e del rispetto delle regole e dei superiori e quando lui mi chiedeva di andare in questi luoghi cioè le aule vuote o la parte ripostiglio nella parte vecchia del seminario, io capivo che mi sarei ritrovato a subire i suoi atti ma non potevo disobbedire dinanzi a tutti, perché le sue richieste mi venivano fatte davanti ai miei compagni quindi era impensabile che io mi rifiutassi” “… ci veniva ripetuto che non potevamo lamentarci con l’esterno e soprattutto con i genitori delle cose che non ci andavano bene del seminario perché questo era considerato come un tradimento, bisognava sempre dare una visione bella e tenere il brutto all’interno per non danneggiare il seminario e infondo anche i padri che comunque in ultima analisi avevano sempre ragione… inoltre… era presente una forte censura. Si doveva scrivere una volta alla settimana alla famiglia e si poteva ricevere una volta alla settimana una telefonata sempre dalla famiglia… naturalmente le lettere erano tutte, sia in entrata che in uscita, consegnate aperte. Io non ho mai raccontato a nessuno dei miei compagni niente di quello che facevo che potesse essere poi raccontato ai padri, perché la delazione (fare la spia di nascosto) era incoraggiata tra noi cioè se si andava a raccontare le malefatte di altri si guadagnavano dei punti e inoltre tra le cose che davano punteggi vi erano l’obbedienza, la fedeltà l’aspetto esteriore ed altre caratteristiche per le quali se dopo 4 settimane si erano guadagnati tutti 10 si riceveva uno scudetto che si appuntava e tutti potevano vedere che si era il migliore e quindi si aspirava ad avere questo scudetto… ricordo che veniva fatto capire che noi che frequentavamo quel seminario eravamo degli eletti che il signore aveva così deciso e se decidevamo di abbandonare il seminario tornavamo ad essere dei nessuno, difatti ricordo che durante la mia frequentazione quelli che abbandonavano non venivano più nominati, come se non fossero esistiti, come se fossero dei traditori. Ci inculcavano che dio aveva deciso che noi frequentassimo il seminario, che saremmo diventati preti e che avremmo fatto per sempre parte della Legione e non potevamo fare una vita diversa da quella che stavamo facendo. Proprio per questo io ancora adesso ho gli incubi in cui sogno di tornare nella congregazione e non mi fanno andare via e mi tengono con la forza. Al ritorno in omissis (indica ritorno a casa) e alla scuola li, nonostante io non avessi mai avuto problemi ad inserirmi con gli altri, ho avuto tantissime difficoltà ad integrarmi, parlavo poco e mi sentivo diverso dagli altri ed ho cominciato ad entrare in depressione ed ho anche pensato al suicidio perché non vedevo soluzioni alla mia condizione…”
Questa era la vita quotidiana per quei bambini, alla quale si aggiungono per alcuni di loro i presunti abusi sessuali attribuiti a padre Vladimir Resendiz Gutierrez. All’epoca, proprio per la posizione che rivestiva (rettore), esercitava una notevole sopraffazione psicologica sui giovani ospiti che, unita alla rigidità delle regole, incideva notevolmente per non dire in toto, sulla loro libertà di autodeterminazione.
Ma oltre a Gutierrez ci si domanda quale sia stato il ruolo della Congregazione. Ci si domanda se questa aveva gli strumenti per poter prevedere quanto è accaduto, se poteva impedirlo e, se così fosse: non intervenendo, potrebbe aver cagionato il reato?
La risposta potrebbe arrivare dal noviziato della Legione di Cristo di Salamanca (Spagna) in un documento datato 9 gennaio 1994 a firma di padre Antonio Leon Santacruz, all’epoca istruttore dei novizi. Nel documento, parte del fascicolo personale di Vladimir Resendiz Gutierrez, il suo istruttore annota “un caso in particolare” che gli fu commentato dallo psicologo di Gutierrez; “Si tratta di un ragazzo con fortissimi impulsi sessuali, e con bassissima capacità di controllarli”.
#Papa Francesco è al centro della peggiore crisi del suo quinquennio di pontificato. La causa? lo scandalo legato agli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il Santo Padre ha sempre goduto di grande popolarità e stima da parte dei fedeli perché dice le cose giuste al momento giusto. Lo ha fatto anche quando ha promesso “tolleranza zero” nei confronti di tossicodipendenti e spacciatori, esprimendo il suo cordoglio e la sua compassione per le vittime dei commercianti di morte.
Non ha mancato neppure di prendere decisioni drastiche, non ultima la rimozione dei vescovi coinvolti nei recenti scandali di #pedofilia. Una comprensibile reazione di indignazione, dunque, e di sorpresa quella scatenata nei giorni scorsi – nel corso del recente viaggio in America Latina dalla sua affermazione che il #vaticano ha bisogno di prove certe per condannare le pecore nere.
La dichiarazione fu subito ritratta in seguito alle proteste contro Juan Barros, vescovo della Diocesi di Osomo in Cile, accusato di avere taciuto sugli abusi perpetrati da un prete pedofilo. L’assenza di prove non è sufficiente per respingere le accuse, aveva poi stigmatizzato il Pontefice, arrivando a chiedere scusa per la sua leggerezza ai microfoni dei giornalisti sul volo di ritorno a Roma.
Con le sue parole, papa Francesco aveva turbato persino uno dei suoi consiglieri più fidati, il cardinale Sean O’Malley, che ha criticato il pontefice con parole insolitamente dure. Anche perché lo stesso O’Malley aveva consegnato personalmente al Pontefice un dossier contenente importanti incartamenti sul caso del vescovo cileno già nel 2015. È possibile che il papa, assorto nei suoi impegni, non l’abbia letto? Se lo stanno chiedendo in molti.
In risposta alle critiche mosse contro di lui, Papa Francesco questo mese ha inviato in Cile l’arcivescovo Charles Scicluna, il suo principale investigatore per i casi di pedofilia, per indagare sul caso Barros. Troppo poco. E troppo tardi, è stato detto. Tuttavia, qualunque piega prendano ora le cose, la reputazione di Papa Francesco ne esce irrimediabilmente compromessa. Una macchia difficile da cancellare per il Santo Padre e il suo entourage.
Lo scandalo degli internati spagnoli
La tempesta non accenna a placarsi. È di oggi la notizia diffusa dal quotidiano ispano-americano “Pùblico” di una lettera inviata per email alla redazione dall’avvocato Montserrat Fernández Garrido. La Garrido, donna indubbiamente tenace – si legge nel testo del servizio – si è rivolta ancora una volta ai media per denunciare la scarsa attenzione della Chiesa cattolica al fenomeno degli abusi sui minori da parte di prelati. Montserrat ha fatto una richiesta precisa: chiedere scusa per gli abusi commessi sotto il regime franchista nei centri di detenzione dove erano presenti anche molti bambini.
Non possiamo fare a meno di chiederci, ancora una volta, – sottolinea la Garido – perché la Spagna sia rimasta uno dei pochi paesi cattolici in cui la Chiesa non è stata sottoposta a una severa revisione pubblica del suo passato. Mentre negli Stati Uniti – aggiunge l’avvocato – si moltiplicano drammaticamente i casi di abuso, come pure in Francia, Austria, Regno Unito, Australia, Olanda, Cile e Germania, per dare alcuni esempi, in Spagna sembra che casi tanto eclatanti come quelli che si riferiscono agli internati franchisti siano condannati al silenzio, conclude la corrispondente non senza una punta di amarezza.
La trasmissione su TV3 dell’inquietante documentario realizzato dai giornalisti catalani Montse Armengou e Ricard Belis “Els internats de la por”, ha già sconvolto l’opinione pubblica. Ed è destinata a scatenare – se possibile – ancora più sdegno e indignazione negli spettatori e tra il popolo del web, che oggi – nel bene e nel male – non fa sconti a nessuno.
Il cardinale avrebbe dovuto lasciare la diocesi a giugno, al compimento dei 75 anni. Papa Francesco, invece, gli ha chiesto di rimanere a Napoli “almeno altri due anni”.
La decisione di papa Francesco è arrivata un po’ a sorpresa: il cardinale Crescenzio Sepe otterrà una proroga e potrà restare arcivescovo di Napoli per “almeno altri due anni”. La notizia è stata fatta trapelare dallo stesso Sepe, mentre in Vaticano come nel capoluogo partenopeo ci si preparava già alla sua successione ed era pure partito il totosostituto. Invece no: l’inscalfibile Sepe non si muoverà da Napoli nonostante il prossimo 2 giugno compirà i 75 anni, età che prevede le dimissioni obbligatorie dall’incarico.
Papa Francesco ha lasciato tutti, ancora una volta, carichi di meraviglia. Durante un colloquio riservato, ha chiesto a Sepe di restare al suo posto. Il prelato napoletano, che mirava proprio a questo, rimasto molto soddisfatto. Nei giorni precedenti erano circolate voci che volevano la messa in pensione di Sepe come cosa praticamente scontata. Su di lui grava, tra l’altro, l’accusa di aver coperto almeno un sacerdote pedofilo. Un’accusa mai provata e al quale Francesco ha fatto capire di non credere affatto. Così, Sepe non si muoverà da largo Donnaregina almeno fino al 2020, con buona pace di tutti i suoi amici, a Roma e a Napoli.
Sepe è figura da tempo “chiacchierata”. Noto per le sue omelie al limite del bizzarro e per la sua presenza a tutti i più importanti party cittadini, è entrato nel cuore della gente per il suo stile semplice e diretto. Tuttavia, nel corso della sua carriera ecclesiastica ha affrontato diversi scandali, l’ultimo dei quali è proprio quello legato alla presunta copertura di don Silverio Mura. Grande organizzatore del Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II lo premiò creandolo cardinale e dandogli la guida della potente e ricchissima Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. La sua gestione della Congregazione spinse Benedetto XVI ad allontanarlo da Roma, spedendolo alla guida dell’arcidiocesi partenopea.
Nel 2010 Sepe fu iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Perugia per aver concesso all’ex ministro dei trasporti Pietro Lunari alcuni appartamenti di proprietà della Congregazione a prezzo di favore in cambio di alcuni lavori al lussuoso palazzo della Congregazione stessa in piazza di Spagna a Roma. Nel 2001 Sepe nominò il dirigente pubblico Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità, consultore della Congregazione: diverse inchieste giudiziarie hanno svelato intrecci di potere tra il burocrate ed il cardinale. Nel 2014 l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, arrestato per aver favorito la camorra casertana, svelò di aver assunto due nipoti del cardinale su richiesta dello stesso Sepe.
Pochi giorni prima dell’arrivo di papa Francesco in Cile, la pubblicazione sull’Associated Press di una sua lettera ai vescovi cileni del gennaio 2015 ha complicato non poco la sua visita.
Quella lettera, infatti, genera un autentico rompicapo sul reale pensiero di Jorge Mario Bergoglio riguardo al maggiore scandalo che ha scosso il Cile in questi ultimi anni, quello che ha per protagonista un sacerdote di nome Fernando Karadima.
Karadima, oggi ottantasettenne, è stato per decenni parroco a Santiago, ma soprattutto è stato seguitissimo educatore e guida di folte schiere di giovani e di sacerdoti, dei quali alcuni sono poi diventati vescovi.
Nel 2010, però, numerosi suoi discepoli rivelarono di essere stati abusati sessualmente da lui, quando erano in giovane età o minorenni. La Santa Sede arrivò presto alla conclusione che quelle accuse erano fondate. E il 21 giugno del 2011 dichiarò Karadima colpevole e lo obbligò a ritirarsi a una vita nascosta di penitenza e preghiera.
Successivamente, tuttavia, nuove denunce colpirono anche tre vescovi cresciuti alla scuola di Karadima, accusati di aver assistito o di aver preso parte ad alcuni degli abusi sessuali compiuti dal loro maestro.
Questi tre vescovi erano:
– Juan de la Cruz Barros Madrid, ordinato nel 1995 come ausiliare di Valparaíso, poi vescovo di Iquique e all’epoca ordinario militare del Cile;
– Tomislav Koljatic Maroevic, ordinato nel 1998, vescovo di Linares;
– Horacio del Carmen Valenzuela Abarca, ordinato nel 1995, vescovo di Talca;
Anche su questi tre vescovi la Santa Sede avviò delle verifiche. Che fecero presto maturare la decisione di esonerarli dall’esercizio dei loro uffici.
Questo, infatti, è ciò che si ricava dalla lettera di papa Francesco resa nota pochi giorni fa dall’Associated Press.
Stando a ciò che scrive il papa in quella lettera, nel 2014 il nunzio vaticano in Cile, Ivo Scapolo, chiese a Barros, quello dei tre vescovi che era più nell’occhio del ciclone, di dimettersi e di prendere un anno sabbatico.
Il nunzio disse inoltre a Barros in via confidenziale – sempre stando a quanto scrive il papa – che lo stesso passo sarebbe stato richiesto anche agli altri due vescovi sotto accusa.
Barros, però, nell’atto di rinuncia da lui fatto pervenire alle autorità vaticane verso la fine del 2014, mise per iscritto anche ciò che il nunzio gli aveva detto sotto segreto riguardo agli altri due vescovi. E questa infrazione – scrive il papa nella lettera – “complicò e bloccò” tutto.
Infatti, l’atto di rinuncia di Barros e degli altri due vescovi non ebbe più seguito.
Non solo. Poco dopo, Francesco addirittura promosse Barros da ordinario militare a vescovo di una diocesi, quella di Osorno.
La nomina fu resa pubblica il 10 gennaio 2015 e in Cile scoppiò il finimondo. Il 23 gennaio, il consiglio permanente della conferenza episcopale del Cile scrisse a papa Francesco una lettera per chiedere la revoca della nomina.
E il 31 gennaio Francesco rispose ai vescovi cileni appunto con la lettera ora resa nota dall’Associated Press.
This photo shows a scanned copy of a confidential Jan. 31, 2015 letter from Pope Francis obtained by The Associated Press, with details of the behind-the-scenes maneuvering to deal with prelates connected to Chile’s most notorious pedophile priest, Rev. Fernando Karadima. (AP Photo) English Translation follows. The Vatican, January 31, 2015 To the Bishops of the Permanent Committee of the Chilean Bishops Council Santiago, Chile Dear Brothers, I received your email of Jan. 23. Many thanks for openly expressing your concerns at this time regarding the appointment of Mons. Juan Barros Madrid. I understand what you are saying and I am aware that the Church in Chile is in a difficult situation due to all the trials it has had to undergo. I am sending not only my brotherly understanding and my brotherly closeness, but also my prayers. I well remember your visit in February of last year and all the different proposals, which I thought were prudent and constructive. However, a serious problem came up at the end of the year. The Nuncio asked Mons. Barros to resign and encouraged him to take a sabbatical, (for perhaps a year), before assuming any other responsibilities as a Bishop. And he told him the same course of action would be taken with Bishops of Talca and Linares, but that nothing should be said to them. Mons. Barros wrote a resignation letter in which he mentioned the Nuncio’s comment. As you can comprehend, the Nuncio’s comment complicated and blocked any eventual path to offering a year’s sabbatical. We spoke about this issue with Cardinal Ouellet and I know he talked about it with the Nuncio. At this time, on express orders from the Congregation of Bishops, Mons. Barros is performing a month of spiritual retreat in Spain. I do not know if he will stop by Rome when he is finished, but I will advise Cardinal Ouellet about this and your suggestions. I thank you once again for your openness and frankness in expressing your views: that is th
Eccola tradotta integralmente.
*
Vaticano, 31 gennaio 2015
Ai Signori Vescovi
del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale del Cile
Santiago
Cari fratelli,
Ho ricevuto la vostra e-mail del 23 di questo mese. Vi ringrazio per aver manifestato apertamente l’inquietudine che vivete in questi momenti riguardo alla nomina di Mons. Juan Barros Madrid. Capisco ciò che mi dite e sono consapevole che la situazione della Chiesa in Cile è difficile a causa delle prove che avete dovuto sopportare. Vi assicuro, oltre la mia fraterna comprensione, la mia vicinanza di fratello e la mia preghiera.
Ricordo bene la vostra visita nel febbraio dell’anno passato, come anche le diverse proposte, che mi apparvero prudenti e costruttive.
Tuttavia, verso la fine dell’anno è emerso un problema serio. Il Signor Nunzio chiese a Mons. Barros la rinuncia e lo esortò a prendersi un periodo di sabbatico (un anno, per esempio) prima di assumere un’altra responsabilità pastorale come vescovo diocesano. E gli aggiunse che la stessa procedura si sarebbe fatta con i vescovi di Talca e di Linares, ma lo pregò di non dire niente a costoro. Mons. Barros fa arrivare il testo della sua rinuncia aggiungendovi questa considerazione del Nunzio.
Come voi potete capire, questa considerazione del Signor Nunzio complicò e bloccò ogni eventuale percorso ulteriore, nel senso di proporre un anno sabbatico. Parlammo della questione con il Card. Ouellet e so che lui parlò con il Signor Nunzio.
In questo momento, per espressa indicazione della Congregazione per i Vescovi, Mons. Barros sta facendo il mese di Esercizi Spirituali in Spagna. Non so se una volta conclusi passerà da Roma, ma avviserò il Card. Ouellet di questo e del suggerimento che voi fate.
Vi ringrazio di nuovo per l’apertura e la franchezza nell’esprimere il vostro parere e sentire: è l’unico modo di lavorare per la Chiesa, la cui cura il Signore ha affidato ai Vescovi. Vi chiedo, per favore, di pregare per me perché ne ho bisogno.
Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi protegga.
Fraternamente.
Franciscus
*
Come si vede, in questa sua lettera Francesco non spiega perché sia bastata una semplice improprietà di scrittura – peraltro correggibile – per annullare l’atto di rinuncia di Barros.
Né tanto meno il papa cita, né spiega, lo stupefacente voltafaccia da lui compiuto con la promozione alla diocesi di Osorno del vescovo che solo poco tempo prima aveva in animo di far dimettere.
Questo è comunque ciò che è avvenuto in seguito.
– Il 6 marzo 2015 Francesco riceve in udienza l’arcivescovo di Concepción Fernando Natalio Chomalí Garib, amministratore apostolico di Osorno nell’attesa che sia insediato il nuovo vescovo.
– Il 21 marzo dello stesso mese Barros fa il suo ingresso ufficiale nella diocesi di Osorno, in un uragano di proteste.
– Dieci giorni dopo, il 31 marzo, un comunicato del vicedirettore della sala stampa vaticana dichiara che “prima della recente nomina di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid a Vescovo di Osorno (Cile), la Congregazione per i Vescovi ha studiato attentamente la candidatura del Presule e non ha trovato ragioni oggettive che ne ostacolassero la nomina”. Il che non spiega perché invece fino a tutto il 2014 la Santa Sede premesse per le dimissioni di Barros.
– In aprile Marie Collins, irlandese, vittima da adolescente di abusi e membro di spicco della pontificia commissione per la protezione dei minori, critica pubblicamente la nomina di Barros. E con altri tre membri della commissione si reca a Roma a incontrare il presidente della stessa, il cardinale Sean O’Malley, affinché egli convinca il papa a revocare la nomina.
– In maggio, al termine di un’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco incontra un ex portavoce della conferenza episcopale cilena, Jaime Coiro, con la famiglia, il quale gli dice che in Cile la Chiesa “prega e soffre” per tutto ciò che sta accadendo.
Ed ecco le parole testuali che Francesco gli rivolge, registrate in un video di un minuto e venti secondi messo in circolo il 2 ottobre successivo dalla testata cilena “Ahora Noticias”.
Nell’originale spagnolo:
“Es una Iglesia que perdió la libertad dejándose llenar la cabeza por políticos, juzgando a un obispo sin ninguna prueba después de veinte años de servicio. O sea, que piensen con la cabeza, no se dejen llevar por las narices de todos los zurdos que son los que armaron la cosa.
“Además, la única acusación que hubo contra ese obispo fue desacreditada por la corte judicial. O sea, por favor, eh… no pierdan la serenidad. Osorno sufre sí, por tonta, porque no abre su corazón a lo que Dios dice y se deja llevar por las macanas que dice toda esa gente. Yo soy el primero en juzgar y castigar a alguien que tiene acusaciones de ese tipo… Pero en este caso ni una prueba, al contrario… De corazón se lo digo. No se dejen llevar por las narices de estos que buscan lío no más, que buscan calumnias…”.
E in italiano:
“È una Chiesa che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio. Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa.
“Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh? non perdano la serenità. [La diocesi di] Osorno soffre, certo, perché intontita, perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle stupidaggini che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare ‘lío’, chiasso, che cercano di calunniare…”.
– In ottobre, dopo la diffusione di queste parole di Francesco tanto assolutorie di Barros quanto umilianti per i suoi accusatori, le proteste esplodono ancor più vigorose. E anche Marie Collins dichiara in un tweet tutto il suo sconforto per questa presa di posizione del papa:
“Quale perdita di tempo è stato quel mio viaggio a Roma riguardo a Barros, visto come sono trattate le proteste delle coraggiose vittime di Karadima”.
– Un anno e mezzo dopo, il 20 febbraio 2017, Francesco riceve i vescovi del Cile in visita “ad limina”. Conversa con loro, a porte chiuse, per circa tre ore. Dopo l’incontro, il cardinale di Santiago Ricardo Ezzati Andrello dichiara che il papa ha toccato “con molta sincerità” anche il problema della pedofilia, invitando “a superare questa situazione”. Ma niente cambia riguardo al vescovo di Osorno, presente anche lui all’incontro, al pari degli altri due discepoli di Karadima, i vescovi di Linares e di Talca.
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E siamo all’oggi, cioè all’arrivo di papa Francesco in Cile, proprio ora che è stato scoperchiato – con la pubblicazione di quella sua lettera del 31 gennaio 2015 – il groviglio di contraddizioni che ha fin qui segnato la sua gestione della vicenda.
Contraddizioni tra il dire e il fare. Come anche tra il dire oggi una cosa e la volta dopo il suo contrario.
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POST SCRIPTUM – Il 18 gennaio, a Iquique, ultima tappa del suo viaggio in Cile, papa Francesco ha detto a dei giornalisti che contro il vescovo Barros “non c’è una sola prova e sono tutte calunnie”. E il giorno precedente, nel salutare calorosamente Barros al termine della messa celebrata a Temuco, gli aveva detto: “Vai avanti!”:
Al papa hanno replicato gli accusatori di Barros, gli stessi ai quali era stato dato credito quando l’imputato era il sacerdote Antonio Karadima, mentre ora la loro testimonianza – lamentano – inspiegabilmente non è più presa per vera:
Ma soprattutto è arrivato il polemico commento del cardinale Sean O’Malley, un’autorità in materia, in quanto capo della pontificia commissione per la tutela dei minori. In una nota del 20 gennaio egli ha dichiarato che “è comprensibile che quelle parole di Francesco siano state fonte di grande dolore per le vittime di abusi sessuali”, perché “espressioni come: ‘se non puoi dimostrare le tue accuse, non puoi essere creduto” relegano le vittime nell’esilio del discredito”: Cardinal O’Malley: Pope caused ‘great pain’ for abuse survivors in Chile
È il 1982, in Texas. Randy Ryder, dopo un’infanzia passata con la madre affetta da alcolismo e problemi psichiatrici, scopre di non essere suo figlio. Lei gli confessa di averlo comprato in un ospedale a Malaga, in Spagna, nel 1971.
È il 2009. In un ospedale di Madrid, Jean Luis Moreno ascolta suo padre sul letto di morte confessare di averlo comprato nel 1969 da un prete a Saragozza per 150.000 pesetas, poco meno di 50.000 euro. Sconvolto, Jean Luis va a vedere i registri dell’ospedale dove crede di essere nato. Non ci sono né il suo nome né quello di sua madre. Usando investigatori privati risale alla suora che aveva reso possibile l’adozione. Lei prima nega di aver preso denaro, poi ammette con tono gelido di ricordare i compratori. Jean Luis presenta denuncia al tribunale civile, poi all’ordine provinciale di Saragozza e infine alla corte suprema. Il caso viene sempre archiviato.
È il 2010. Ines Madrigal scopre in un cassetto il suo certificato di nascita e qualcosa non torna. Date e luogo non coincidono con la sua carta d’identità. Affronta sua madre, e viene a sapere di essere stata data “in regalo” da un ginecologo famoso, che non disse mai da dove proveniva la bambina. Le aveva dato istruzioni di fingere la gravidanza.
Nell’aprile del 1939, in Spagna, il generale Francisco Franco prende il potere. È un uomo con forti valori cattolici e nazionalisti. Uno dei suoi più fidati consiglieri è lo psichiatra Antonio Vallejo-Nagera. Vallejo aveva passato la prima guerra mondiale in Germania, dove aveva appreso il concetto di pulizia etnica e formulato una serie di cazzate clamorose spacciate per verità scientifiche. Tra i tanti deliri spiccava quello del “morbo rosso”. Secondo Vallejo, essere comunisti o dissidenti era una malformazione mentale, trasmissibile come un virus, dalla quale non si poteva guarire. Il 17 ottobre 1941, Franco semplifica le leggi sull’adozione per un motivo specifico: quando le famiglie dei nemici del regime venivano incarcerate, i figli venivano affidati agli orfanotrofi, che a loro volta li affidavano a famiglie considerate rispettabili: bastava fossero politicamente corrette, eterosessuali e cattoliche. Nel 1958 ci fu una seconda riforma, secondo la quale i genitori biologici, dopo tre anni dall’abbandono, perdevano qualsiasi diritto sul bambino. Gli orfanotrofi – leggi il Vaticano – non erano più tenuti a dare informazioni. Gli istituti si trovarono così a disposizione una fornitura continua di bambini e neonati, a volte figli di donne non sposate, a volte strappati dalle mani di anarchici, comunisti e dissidenti.
E perché regalarli, se si possono vendere?
Dal 1943 al 1987, in Spagna il traffico di bambini genera introiti miliardari. Il meccanismo è semplice: le suore intercettano le puerpere ideali, di solito donne sole, con famiglie problematiche, o molto povere. Le coccolano dicendo che le aiuteranno, raccomandandosi che quando verrà il momento vadano nelle loro cliniche a partorire. Quando arrivano le drogano col Pentothal. Appena partorito, il bambino viene portato immediatamente in un’altra stanza, dove a volte c’è già la compratrice, a volte un nido nascosto. Si fa aspettare la madre biologica per ore, raccontando che il neonato ha delle complicazioni impreviste, poi dopo 6-9 ore si riferisce che è morto. Se la madre protesta o diventa aggressiva, la si sottomette prima con la forza, poi con la burocrazia e i ricatti. Sono tutte donne fragili, povere, fortemente cattoliche e ignoranti: le suore sanno che non possonopermettersi un avvocato.
Manoli Pagador partorisce nel 1971 a Madrid, a 23 anni. L’ultima cosa che ricorda di suo figlio è il pianto che sparisce giù per il corridoio. Quando nel 1975 Franco muore e il regime collassa, il traffico di bambini continua florido. Il popolo spagnolo è stremato e diviso. Affrontare i propri orrori non è mai facile, perché si rischia una spirale giustizialista dove tutti hanno colpe. Nel 1977, il nuovo governo promulga la ley de amnistia, che noi chiameremmo “legge scurdammoce ‘o passato”. Nessuno vuole parlare del fatto che ovunque madri e figli si stanno cercando. Chiunque sollevi l’argomento viene ignorato. Nel 1981, nella clinica Santa Cristina, Purificacion Betegon partorisce due gemelle premature. Suor Maria Gomez Valbuena le chiede di darle in adozione. Quando Betegon rifiuta, la suora riferisce che le bambine sono morte a causa dell’incubatrice rotta. La Betegon corre a vedere e le trova vive. Un’infermiera le spiega che sono cerebralmente morte, poi Betegon viene portata via a forza. Nessuno le presta soccorso o aiuto. Ma la gente per strada parla. Così, nel 1982, German Gallego, fotografo per il settimanale spagnolo Interviù, indaga. Va alla clinica San Ramòn, una piccola clinica con solo dieci stanze, ma un costante viavai di donne che vanno e vengono senza registrarsi né lasciare traccia. Il primario è il dottor Eduardo Vela, ginecologo. Lui rifiuta di rilasciare interviste e smentisce ogni voce. Lo stesso fa la suora responsabile, suor Maria. Alcune novizie, però, seppur spaventate, chiedono al giornalista di tornare nel cuore della notte. Una volta lì, gli confessano tutto. Il traffico, i soldi, i furti, le bugie.
«E se la madre volesse vedere il corpo del bambino?» domanda Gallego.
Le suore mostrano una cella frigorifera, dove sono conservati dei neonati morti da mostrare in caso di emergenza. Gallego fotografa i corpicini, pubblica l’inchiesta e aspetta almeno una telefonata della polizia. Non arriva mai.
Il dottor Eduardo Vela durante il franchismo è diventato ricchissimo, ma non curando le persone: facendo affari. È stato consigliere della Security World SA, una società di sicurezza privata. Negli anni ’70 fonda la Bellcasa, una società immobiliare che ha le mani in tutta Madrid. Come riusciva a fare tutto? I soci della Bellacasa erano:
Adele Bermejo Rivas, sua moglie.
José Sainz de Miera, delegato capo della Falange franchista nella provincia di Valencia.
José Manuel Gonzales Fausto, consigliere dell’Istituto nazionale di Previsione.
Ecco perché la Bellcasa va a gonfie vele: se un gerarca franchista ti vuole comprare la casa al prezzo di un panino, rifiutarsi potrebbe essere pericoloso. Giron era così in alto che dopo l’assassinio del primo ministro era candidato a sostituirlo, finché nel 1957 il suo ruolo viene affidato a dei tecnici dell’Opus Dei. Insomma, Eduardo Vela aveva agganci belli grossi, e di uno a tutt’oggi non si sa nulla: quel dottor Manuel F.M. di cui i giornali spagnoli non rivelano il nome completo, perché è l’ultimo ancora vivo. Quando nel 1982 esce l’inchiesta, tutte le proprietà del dottor Vela cambiano nome. Dal 1982, risulta nullatenente mentre sua moglie è miliardaria. Sempre nel 1982, il braccio destro di Vela, cioè suor Maria Gomez Valbuena, porta via dal grembo di Maria Luisa Torres la figlia appena nata, Pilar Alcalde. Quando la Torres chiede di vedere la sua bambina, suor Maria la minaccia di portarle via l’altro figlio e di farla incarcerare per adulterio.
Dal 1980, ogni tentativo di risolvere la questione legalmente viene bloccato e insabbiato. Quando le madri chiedono di esumare le tombe dei figli, dentro trovano resti di bambini ben più grandi, o del sesso sbagliato, o vuote, o riempite di pietre. In un caso, trovano la gamba di un maschio adulto. Uno dei giudici più influenti di Spagna, Baltasar Garzon, prova ad aprire un’inchiesta. Viene bloccata dalla corte suprema. Gli anni passano, e le voci aumentano, finché il traffico di bambini si interrompe nel 1987. Nel 2010, Vela parla (inconsapevolmente) con dei giornalisti di ElMundoTV, che si spacciano per bambini adottati in cerca delle loro madri biologiche. Lui confessa di aver bruciato l’archivio con i nomi di madri e compratori. Non c’è modo di risalire a chi fossero.
Poi, nel 2011, arriva la BBC. In un documentario agghiacciante la giornalista ricostruisce tutto. Intervista le tante associazioni di madri derubate, ma mettere insieme tutte le storie umane, sotto le statistiche, è impossibile. Prova a intervistare anche Vela, che si rifiuta. Allora finge di essere incinta e fissa un appuntamento. Durante il colloquio, registrato con una telecamera nascosta, appena Vela capisce di essere di fronte a una giornalista, si altera, va nell’altra stanza e fa ritorno brandendo un crocifisso e recitando passi della Bibbia. Dopo l’inchiesta si mobilita l’opinione pubblica di tutto il mondo. I bambini sono stati comprati anche da coppie estere. Sono in sudamerica, America, Messico, Francia. A fine 2012 viene arrestata suor Maria Gomez Valbuena, imputata di avere orchestrato la rete dei sequestri. Si avvale della facoltà di non rispondere e il 19 gennaio 2013 muore di insufficienza cardiaca. Anzi, di enfisema polmonare. Anzi, era molto malata. Comunque è morta, c’è il certificato firmato dal dottor Enrique Berrocal Valencia. Peccato che il certificato, in tribunale, proprio non ci vuole arrivare. Ha ritardi inspiegabili. E quando arriva, ha delle strane anomalie.
Le associazioni non credono alla morte della suora. Dicono, “se possono falsificare il certificato di nascita e la carta d’identità di mio figlio, possono falsificare il certificato di morte di una suora”. Del resto nessuno ha visto il corpo: l’ordine a cui apparteneva rende pubblica la morte solo due giorni dopo, quando è già stata seppellita in una tomba priva di nome. E negli anni, gli spagnoli hanno imparato che nelle tombe spesso e volentieri non c’è quello che dovrebbe. Quando chiedono l’esumazione del corpo, la sorella di suor Maria la nega e dice che lei era presente al decesso. Nella stanza spoglia e austera dove suor Maria ha passato i suoi ultimi anni gli inquirenti trovano le cartoline che le famiglie adottive hanno mandato da tutto il mondo alla suora nel corso degli anni. Una, del 2013, dice “Buon natale! Lasciate che i bambini vengano a me”.
Il dottor Eduardo Vela, che grazie a un’equipe di avvocati riesce a procrastinare il processo da quattro anni, finalmente finisce alla sbarra. Il processo procede a rilento perché nomi, fatti, documenti, sono difficilissimi da reperire. Tutto è in mano a poche donne che ricordano, testimoni ormai lontani sullo sfondo di un regime crudele e ancora troppo vicino. Quando Zapatero nel 2007 ha istituito la legge della memoria storica, la Spagna si è divisa. Fare i conti col proprio passato rischia di far sprofondare il popolo in una spirale d’odio e rancore senza fine. L’ETA non fa in tempo a consegnare le armi che la Spagna affronta una delle crisi peggiori della sua storia tra secessionisti, indipendentisti ed estrema destra. In un contesto del genere, buttare benzina sul fuoco potrebbe non essere la cosa più saggia da fare.
Ai “niños robados”, però, oltre alla giustizia interessa soprattutto trovare la propria famiglia. È solo di recente, grazie al processo della Betegon, che qualcuno pensa a suor Maria. La donna annotava meticolosamente nei quaderni blu i nomi dei bambini, dei genitori adottivi e biologici, il prezzo e l’indirizzo. Un secondo archivio, in pratica. Quei quaderni esistono ancora, ma la Conferenza Episcopale Spagnola, presieduta dal cardinale Antonio Maria Rouco Varela, rifiuta di collaborare coi tribunali spagnoli. I quaderni sono custoditi da loro, che fanno capo al Vaticano. Ossia uno Stato estero. Chissà quando, dove e come il Vaticano ne è entrato in possesso.
Solo a maggio di quest’anno una delegazione delle Nazioni Unite si è incontrata coi rappresentanti delle autorità spagnole e della Chiesa, dicendo che è ora dire basta. Tutti hanno convenuto sia ora di aprire i quaderni, ma ad oggi non c’è ancora nessun colpevole. Le associazioni hanno formato una banca del DNA e ogni domenica manifestano in piazza, tenendo in mano un cartello che dice “Ti cerco. Ti stiamo cercando”. Prima di morire vorrebbero poter vedere il volto del figlio, o della madre, che non hanno mai conosciuto.
Nominato il vescovo ausiliario di La Plata, in Argentina. Decine di casi emersi all’istituto di Mendoza con l’arresto del religioso veronese.
Il Papa commissaria la congregazione del Don Provolo, la cui casa madre si trova a Verona.
Il vescovo ausiliare di La Plata, in Argentina, monsignor Alberto Bochatey, è stato infatti nominato «commissario apostolico» per tutte le comunità della congregazione religiosa che gestisce anche l’istituto di Mendoza, al centro da mesi di una clamorosa inchiesta su decine di casi di abusi sessuali ai danni di almeno 22 bambini sordomuti.
Le indagini hanno portato all’arresto di due religiosi, uno dei quali è il veronese don Nicola Corradi, di 83 anni, da tempo nel paese sudamericano, di una suora e di alcuni collaboratori laici dell’istituto. Il vescovo,dopo aver invitato alla cautela sulle indagini in corso, ha annunciato che sei fatti saranno accertati dalla magistratura, la Chiesa sarà «implacabile». Aggiungendo: «Qui nessuno potrà scappare». Ad adottare il provvedimento è stata la Congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata, ma è evidente che una tale decisione non può non aver avuto il placet di papa Bergoglio che nei giorni scorsi aveva chiesto pubblicamente perdono alle vittime della «mostruosità della pedofilia».
Monsignor Bochatey, si legge nella nota della Nunziatura di Buenos Aires, è stato designato «commissario apostolico ad nutum Sancta Sedis per tutte le comunità e i membri della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti». La congregazione venne fondata nel 1839 a Verona da don Antonio Provolo, di cui è stata avviata la causa di beatificazione e aprì le sue prime sedi in Argentina nel 1914, a La Plata e a Mendoza.
Sono almeno 27 le denunce nei confronti dei sacerdoti Nicola Corradi, al centro anche di sospetti casi di pedofilia avvenuti a Verona a partire dagli anni’50, e Horacio Corbacho, di 55 anni, della suora Kosaka Kumiko, accusata di aver favorito gli abusi «scegliendo»le vittime tra i bambini più indifesi e i tre impiegati dell’istituto José Luis Ojeda, Jorge Bordòn e Armando Gomez. «L’incarico di commissario», si legge nella nota vaticana, «implica l’attribuzione a monsignor Bochatey di tutte le competenze di governo dell’istituto religioso in questione».
Con questa mossa, in pratica, il Vaticano ha sollevato dal loro incarico tutti gli attuali superiori della congregazione. La sede dell’istituto di Lujan de Cuyo, a Mandoza, è chiuso e sotto sequestro da sette mesi. E mentre, da Verona, la congregazione ne reclama la restituzione, le autorità giudiziarie di Mendoza intendono trasformarlo in un «museo dell’orrore».
Alberto German Bochatey, di 62 anni, religioso agostiniano, ha studiato filosofia in Spagna e teologia a Roma, Specializzato in bioetica, ha fondato la Federazione latinoamericana che riunisce le istituzioni che si occupano di tale materia. Docente di teologia morale, il vescovo ausiliare di La Plata è anche consulente della Congregazione per la cause dei santi. In una intervista a Mdz Radio, monsignor Bochatey ha dichiarato che il suo maggior interesse è «che si sappia la verità» definendo «un disastro» ciò che è successo al Provolo.
La sua missione,ha aggiunto, è farsi carico della congregazione, perché, «da parte dei superiori non c’è stata conduzione adeguata». Il commissario apostolico ha anche fatto sapere, secondo quanto riporta Mdz Online, di voler verificare se ci siano stati trasferimenti da Verona all’Argentina di preti sospettati di pedofilia per sottrarli alla giustizia. In vista del processo, gli avvocati di una parte delle vittime hanno chiesto al pubblico ministero Gustavo Stroppiana di poter citare come testimoni oltre duecento ex alunni del Provolo. Intanto, uno solo degli imputati, il laico Jorge Bordòn, ha accettato di sottomettersi all’esame del Dna. Sia Corradi, arrestato lo scorso novembre e tuttora agli arresti domiciliari, che Corbacho si sono invece opposti all’esame. •E.S.