Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La Chiesa cattolica e la discriminazione di genere

    La Chiesa cattolica e la discriminazione di genere

    Paola Lazzarini 16/12/2023, 10:41 – Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2023

    Gli obiettivi di sviluppo posti dall’Agenda 2030 per quanto riguarda la lotta alla discriminazione di genere e l’empowerment di donne e ragazze rappresentano qualcosa in più di semplici auspici, sono impegni precisi che tutti gli Stati del mondo – indipendentemente dal proprio livello di sviluppo – devono integrare, finanziare e rendicontare. Lo Stato del Vaticano non fa parte delle Nazioni Unite, rappresenta l’anomalia di essere “invitato permanente” senza diritto di voto, ma con la facoltà di partecipare ai dibattiti, presentare documenti e contribuire alle discussioni. Di fatto la sua voce è molto influente in questioni etiche, morali e sociali, in questo senso l’atteggiamento della Chiesa Cattolica sull’Agenda acquista un significato che va ben oltre ciò che avviene all’interno delle mura vaticane.

    Ma in che modo un’istituzione che strutturalmente discrimina le donne impedendo loro l’accesso all’ordinazione può concorrere al raggiungimento della parità di genere? Potrebbe essere utile considerare alcuni tra i singoli traguardi previsti dall’obiettivo 5 e come questi trovano posto – o non lo trovano – nell’azione della Chiesa e quali contraddizioni aprano.

    Il punto 5.2 traccia l’urgenza di eliminare ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo. Per quanto riguarda la lotta al dramma della tratta è importante ricordare come nella Chiesa cattolica agiscano forze importanti, citiamo la rete Talitha Kum, creata nel 2009 per coordinare le tante azioni e organizzazioni di suore che operano nel mondo, grazie al pluridecennale impegno delle religiose contro la schiavitù e la tratta delle persone. Il fatto che le suore siano in prima linea contro lo sfruttamento sessuale delle donne non stupisce, ma è un fatto che andrebbe accostato a un altro, di segno opposto, ovvero lo sfruttamento sessuale delle suore da parte dei preti (come Adista più di qualsiasi altro giornale ha raccontato). Quindi se da un lato le suore aiutano le donne a uscire dallo sfruttamento, dall’altra non si riesce ancora a superare una condizione di sfruttamento economico e sessuale da parte del clero maschile su di loro. La ragione di questo paradosso è la condizione di subalternità nella quale le religiose sono relegate a fronte di una casta sacerdotale maschile sacralizzata.

    Per quanto riguarda l’eliminazione di ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato e il fenomeno delle spose bambine (5.3), occorre dare conto dell’impegno della fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre” in favore delle bambine e ragazze vittime di sequestri e matrimoni forzati, in particolare in Pakistan. La dottrina cattolica sul matrimonio, che mette al centro la libera scelta degli sposi, è un appiglio importante contro questo genere di pratiche e, inoltre, le mutilazioni genitali femminili che questo punto ricorda riguardano altre tradizioni religiose, rendendo di fatto più semplice per la Chiesa cattolica assumere una posizione chiaramente contraria.

    Venendo a questioni che toccano la nostra esperienza quotidiana: la Chiesa cattolica è certamente incline a valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito (5.4), a favorire la protezione sociale delle donne, ma quando si tratta di «promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie»? L’attenzione è certamente posta più sulla differenza tra i ruoli dei due coniugi che sul loro pari dovere nella cura dei figli. C’è una sostanziale ambiguità nel messaggio cattolico riguardo all’impegno delle madri; anche recentemente papa Francesco ha detto: «Bisognerebbe comprendere di più la lotta quotidiana delle madri per essere efficienti al lavoro e attente e affettuose in famiglia; bisognerebbe capire meglio a che cosa esse aspirano per esprimere i frutti migliori e autentici della loro emancipazione». In questi messaggi apparentemente (e forse nelle intenzioni) solidali con le donne si manca sempre di chiamare in causa gli uomini, di richiamarli a una vera corresponsabilità, per cui alla fine prevale l’immagine infantile e rassicurante della mamma stanchissima, ma felice, in un quadro nel quale il padre è in un altrove imprecisato.

    Il punto 5.6 riguarda l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo, come già concordato dalla Conferenza di Pechino. Questo è il punto sul quale le strade tra Chiesa cattolica e ONU si divaricano più apertamente, perché la Chiesa ha sempre rifiutato l’approccio al tema scelto dall’ONU. Nel 2019, in occasione del Summit internazionale di Nairobi la Santa Sede comunicò che non avrebbe partecipato e che: «È deplorevole la decisione degli organizzatori di incentrare la Conferenza su alcuni temi controversi e divisivi che non godono di consenso internazionale e non riflettono accuratamente la più ampia agenda per la popolazione e lo sviluppo delineata dalla Conferenza internazionale. Questa e il suo vasto Programma di azione… non dovrebbero essere ridotti ai cosiddetti “diritti e salute sessuali e riproduttivi” e a una “esauriente educazione alla sessualità”. C’è al contrario l’urgente necessità di concentrarsi su aspetti critici del Programma di azione, come le donne e i bambini che vivono in stato di povertà estrema, le migrazioni, le strategie per lo sviluppo, l’alfabetizzazione e l’educazione…». Queste parole riflettono una precisa strategia di negazione dell’evidenza che povertà e diritti sessuali e riproduttivi sono inseparabili nella vita delle donne. Il 99% di tutti i decessi materni in gravidanza e parto si verificano tra le donne più povere del mondo, e ci sono prove chiare che il modo più efficace per ridurre l’aborto è dare loro accesso a una contraccezione efficace. Non ci sono segnali che la Chiesa cambi strategia e inizi a riconoscere il diritto delle donne alla salute sessuale e riproduttiva, ma se lo facesse le ricadute sarebbero immense. Basti pensare che oggi, nel continente africano, la Chiesa cattolica gestisce «circa 1.200 ospedali, 5.400 dispensari…, 1.700 consultori matrimoniali, 2.900 centri di educazione sanitaria…»: se questi iniziassero ad occuparsi di educazione sessuale e contraccezione, la vita e la salute di milioni di donne potrebbe cambiare.

    Tra tutti i traguardi di sviluppo previsti dall’Agenda, i più controversi per la Chiesa sono quelli che riguardano direttamente la piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership a ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica. Per fortuna sono lontani i tempi in cui il papa (Giovanni Paolo II) incontrando la presidente dell’Irlanda Mary McAleese, la ignorò andando a stringere la mano di suo marito prima della sua dicendo: «Non preferirebbe essere lei il presidente dell’Irlanda invece di sua moglie?». Eppure ancora oggi non ci sono segni di una sensibilità cattolica alla crescita di una leadership femminile in politica, economia e vita pubblica, ma – soprattutto – non c’è cenno di una reale crescita della leadership femminile all’interno della Chiesa stessa. È vero, papa Francesco ha portato alcuni cambiamenti: dal 2022 per la prima volta nella storia il Governatorato della Città del Vaticano ha una donna come Segretario Generale, due donne sono state nominate all’interno del Congregazione per i Vescovi, senza dimenticare suor Nathalie Becquart, vice segretaria del Sinodo dei vescovi. Si tratta di passi significativi, ma non può sfuggire la natura simbolica e arbitraria di queste nomine: le donne non hanno alcun diritto a partecipare ai processi decisionali ecclesiali (non essendo preti, vescovi o cardinali), possono farlo solo a condizione che questo venga loro graziosamente concesso. Se la Chiesa critica i governi e le nazioni per i fallimenti in materia di diritti umani, non ha però consapevolezza o comunque sceglie di ignorare la propria negligenza quando si tratta di parità e giustizia. Anche le nomine eccellenti operate da papa Francesco negli ultimi anni non hanno modificato in maniera sostanziale la mappa dei poteri e soprattutto non hanno prodotto un sistema di pesi e contrappesi per quanto concerne il governo della Chiesa. Come ebbe a dire la stessa McAleese in una conferenza a Roma nel 2018: «La mancata inclusione delle donne come pari ha privato la Chiesa di un discernimento fresco e innovativo; l’ha consegnata a un pensiero riciclato tra un’élite clericale maschile ermeticamente chiusa, lusingata e raramente sfidata da coloro che sono stati scelti per i lavori in processi segreti e chiusi. Ha tenuto fuori Cristo e dentro il bigottismo. Ha lasciato la Chiesa a sbattere goffamente su un’ala sola, quando Dio gliene aveva date due».

    In sintesi possiamo dire che la Chiesa cattolica continua a mantenere un rapporto ambiguo e opaco con la modernità e le sue acquisizioni: da un lato è agente attivo nella lotta alla violenza, alla tratta, alle pratiche dei matrimoni forzati, ma dall’altro rifiuta di guardare le violenze e prevaricazioni al proprio interno. Invita il mondo a valorizzare le donne, ma contemporaneamente le tiene ai margini della propria organizzazione; attribuisce valore sacro alla maternità, ma non ha a cuore la salute riproduttiva delle donne e la loro possibilità di scegliere che sono requisiti imprescindibili per una maternità consapevole, gioiosa o almeno sostenibile. In questa discrasia tra ciò che si chiede al mondo e ciò che si è disposti a fare al proprio interno sta uno degli elementi di debolezza della Chiesa in questo tempo: il Re è nudo e sono le donne a doverlo dire ad alta voce.

    Paola Lazzarini è sociologa e giornalista, impegnata sui temi delle diseguaglianze tra donne e uomini nella Chiesa cattolica. Già presidente dell’associazione “Donne per la Chiesa” e consulente di “Voices of Faith”.

    *Foto presa da Unsplash, immagine orginale e licenza 

    https://www.adista.it/articolo/71102

  • Papa Francesco, pronto Motu Proprio/ Summit pedofilia: nuova task force della Chiesa

    Papa Francesco, pronto Motu Proprio/ Summit pedofilia: nuova task force della Chiesa

    Papa Francesco chiude il summit in Vaticano sulla pedofilia e prepara un Motu Proprio: “abusi la piaga più mostruosa della Chiesa”. Le vittime deluse, “siamo indignati”

    Niccolò Magnani

    Secondo il moderatore del summit sulla pedofilia in Vaticano, Padre Federico Lombardi, Papa Francesco sarebbe pronto ad emanare diversi provvedimenti in merito al delicatissimo tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Dopo la riunione di tre giorni, il Santo Padre avrebbe addirittura quasi pronto un Motu Proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, annuncia ancora l’ex direttore della Sala Stampa Vaticana, «per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano». Al Motu Proprio, sottolinea ancora Lombardi, si accompagnerà una nuova legge dello Stato della Città del Vaticano «e le Linee guida per il Vicariato della Città del Vaticano sullo stesso argomento». Nel giro delle prossime settimane la Congregazione per la Dottrina della Fede, proprio dopo le conclusioni di questo summit appena concluso, «pubblicherà un vademecum che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti. […] non è un’enciclopedia, è molto semplice e breve, preciso, e sarà molto utile perché, come diceva il Papa, bisogna catechizzare, far sì che ognuno torni a casa con idee molte chiare: qui c’erano i presidenti che le idee chiare se le sono fatte o già ce le hanno, ma a casa trovano migliaia di vescovi in attesa di indicazioni, e questo documento permetterà di fare un bel passo avanti di consapevolezza», conclude Padre Federico Lombardi.

    “DIO TRADITO E SCHIAFFEGGIATO”

    «La disumanità del fenomeno universale e trasversale, diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica»: è ancora Papa Francesco a parlare della pedofilia nei termini di un tradimento unico della missione cristiana e dell’umile servizio nella “vigna del Signore” parafrasando il motto iniziale del papato di Benedetto XVI. Proprio su Ratzinger il suo successore richiama le norme sui “delitti più gravi” approvate nel 2010 dove venne anche aggiunta la dicitura di delitto «l’acquisizione, la detenzione o la divulgazione compiuta da un membro del clero di immagini pornografiche aventi ad oggetto minori». Secondo Papa Francesco, allora si parlava di «minori di anni 14», ora invece «pensiamo di dover innalzare questo limite di età per allargare la tutela dei minori e insistere sulla gravità di questi fatti». La Chiesa, la Sposa di Cristo, viene di fatto a tradire Dio, «tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. Il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime alla salvezza, si lascia soggiogare dalla propria fragilità umana, o dalla propria malattia, diventando così uno strumento di satana. Negli abusi noi vediamo la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei bambini».

    PAPA FRANCESCO, “PEDOFILIA PIAGA MOSTRUOSA DELLA CHIESA”

    Si è chiuso stamattina il lungo e importante summit mondiale sulla pedofilia convocato da Papa Francesco in Vaticano da giovedì scorso, con invitati tutti i capi delle Conferenze Episcopali del pianeta sulla piaga degli abusi sessuali all’interno della Chiesa Cattolica. «Nessun abuso deve mai essere coperto, così come era abitudine nel passato, e sottovalutato», ha spiegato il Pontefice nel suo discorso conclusivo prima dell’Angelus da Piazza San Pietro dove ha ricalcato «servono misure perché i crimini non si ripetano mai più». Davanti ai vescovi di tutto il mondo, il Papa non ha utilizzato mezzi termini per spiegare il suo pensiero e appello: «La copertura degli abusi favorisce il dilagare del male e aggiunge un ulteriore livello di scandalo. La Chiesa dovrà ascoltare, tutelare, proteggere e curare i minori abusati, sfruttati e dimenticati, ovunque essi siano». Ancora nel discorso conclusivo al summit “La protezione dei Minori nella Chiesa” il Santo Padre definisce mostruose le “attenzioni” di alcuni uomini di Chiesa contro vittime minori e innocenti: «l’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce la sua mostruosità all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica».

    MA IL SUMMIT DIVIDE…

    Il summit sulla pedofilia però non ha convinto molti, sia dentro che fuori la Chiesa: dopo le accuse lanciati ieri dal Cardinal Marx contro i documenti sulle coperture dei vescovi “spariti in Vaticano”, le nuove polemiche vengono alzate da diverse vittime della pedofilia ecclesiale. «Siamo indignati. Questo doveva essere il summit della tolleranza zero e invece direi che siamo alla zero credibilità. Molti vescovi dopo questi quattro giorni sarebbero dovuti uscire senza abito talare. Dal discorso del Papa ci aspettavamo  molto di più: la Chiesa non è vittima, è carnefice», attacca Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso, facendo riferimento proprio ai documenti citati da Marx «Solo ieri abbiamo appreso che sono stati distrutti i dossier con i nomi dei colpevoli degli abusi. E’ chiaro che noi avevamo troppe aspettative dal vertice ma questo è senza mezzi termini un passo indietro nella lotta agli abusi. A questo punto continueremo a pubblicare altri nomi di preti-orchi. Lo abbiamo già fatto, ma la lista è ancora lunga. Andiamo avanti». Non è piaciuta, tra le tante dichiarazioni di Papa Francesco, quella in cui venivano ricordati dati diffusi (non dal Vaticano) sui tanti casi di pedofilia nella società, «La prima verità che emerge dai dati disponibili è che chi commette gli abusi, ossia le violenze (fisiche, sessuali o emotive) sono soprattutto i genitori, i parenti, i mariti di spose bambine, gli allenatori e gli educatori». Al netto delle polemiche comunque, papa Francesco ha voluto chiudere il summit con un appello tanto commosso quanto emergenziale: «sentito appello per la lotta a tutto campo contro gli abusi di minori, nel campo sessuale come in altri campi, da parte di tutte le autorità e delle singole persone, perché si tratta di crimini abominevoli che vanno cancellati dalla faccia della Terra: questo lo chiedono le tante vittime nascoste nelle famiglie e in diversi ambiti delle nostre società».

  • Chiuso il summit sulla pedofilia in Vaticano: Papa francesco prepara un «Motu Proprio»

    Chiuso il summit sulla pedofilia in Vaticano: Papa francesco prepara un «Motu Proprio»

    Il pontefice vuole anche una «task force di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori»

    Un Motu Proprio di Papa Francesco sulla «protezione dei minori e delle persone vulnerabili, per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano». Ad annunciarlo è padre Federico Lombardi, già direttore della sala stampa Vaticana e moderatore del Summit sulla protezione dei minori iniziato mercoledì scorso e che si è concluso oggi, domenica 24 febbraio. Il Motu Proprio è un documento di iniziativa del Papa – il pontefice ne ha già emanati, su diversi temi – non proposto da alcun organismo della Curia Romana.

    Il documento, dice Lombardi, «accompagnerà una nuova legge dello Stato della Città del Vaticano e le Linee guida per il Vicariato della Città del Vaticano». E conferma la «pubblicazione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, di un vademecum che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti». Inoltre il Papa «ha manifestato l’intenzione di favorire la creazione di task force di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori».

    Una risposta alle critiche piovute sul summit in quest’ultima giornata, soprattutto da parte di alcune vittime e associazioni che continuano a chiedere al Papa non parole, ma denunce e la rimozione dei «vescovi insabbiatori». «Andate in pace, la Chiesa è finita», scrive oggi Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso e fondatore di Eca Global – Ending Clergy Abuse-Global Justice Project. Zanardi è stato ripetutamente abusato sessualmente da bambino da parte di un sacerdote. Papa Francesco, scrive Zanardi, è «un papa bugiardo, che se onestamente pensasse che la chiesa è vittima, la chiesa stessa denuncerebbe i preti pedofili e si costituirebbe parte civile nei tribunali invece di nasconderli e far sparire i loro dossier». Francesco, continua Zanardi, «chiede alla chiesa di pregare più forte per far sì che non si sentano le grida dei bambini stuprati dai preti cattolici», è l’accusa senza appello per la chiusura di un summit «con un buco nell’acqua».

    Nel suo discorso conclusivo, Papa Francesco parla stamane della «gravità della piaga degli abusi sessuali su minori» come «fenomeno storicamente diffuso purtroppo in tutte le culture e le società». Con un dato che emerge dalle statistiche, fotografia di un fenomeno sommerso per la difficoltà a denunciare: «chi commette gli abusi sono soprattutto i genitori, i parenti, i mariti di spose bambine, gli allenatori e gli educatori». E però il mea culpa arriva: «La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica», dice Papa Francesco.

    E, nell’Angelus di oggi, alza poi il tiro: «Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale». Vogliamo, dice Francesco, «che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù».

    Ad alzare il livello del dibattito, in questi giorni, è stata ieri Valentina Alazraki, giornalista decana dei vaticanisti, vera e propria star della tv messicana Televisa. «Se non vi decidete in modo radicale a stare dalla parte dei bambini, delle mamme, delle famiglie, della società civile, avete ragione ad avere paura di noi, perché noi giornalisti, che vogliamo il bene comune, saremo i vostri peggiori nemici. E voi sapete che questi abusi sono stati coperti in maniera sistematica. È l’unico cammino possibile se volete che vi si creda quando dite che nel futuro gli occultamenti non saranno tollerati».

    Nel suo intervento come relatrice al vertice rompe un tabù, nominando Marcial Maciel Degollado, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, davanti ai 190 capi della Chiesa. È il nome di quello che definisce il più grande scandalo della Chiesa: Marcial Maciel Degollado, morto nel 2008, secondo le tantissime testimonianze negli anni ha abusato di giovani seminaristi, è stato autore di violenze su bambini e donne, è stato implicato in attività criminali, Ha avuto dei figli: avrebbe abusato anche di loro. Le denunce, nei suoi confronti, risalgono al 1956.

    La relazione di Valentina Alazraki. YouTube/Vatican News

    «Sono stata testimone di questo triste caso dall’inizio alla fine», dice Valentina Alazraki nel suo intervento di ieri. «Al di là del giudizio morale sui crimini commessi da quell’uomo, che per alcuni è stato una mente malata e per altri un genio del male, vi assicuro che alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di chi ora è santo (Giovanni Paolo II, ndr), c’è stata una comunicazione malata».

    La relazione del cardinale Reinhard Marx. YouTube/Vatican News

    L’altro intervento che ha fatto molto discutere è stato quello del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco-Frisinga e capo della Chiesa tedesca, che per la prima volta denuncia pubblicamente l’amministrazione centrale della Santa Sede accusandola di avere distrutto dossier su preti pedofili. «I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati», dice Marx nella sua relazione. «Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio». Marx è una personalità di peso all’interno della Chiesa: fa parte del C9, il consiglio che aiuta il pontefice nella riforma della curia, ed è conoscitore delle procedure e dei procedimenti, anche per la questione abusi. Quelli, dice nel suo intervento di ieri, stabiliti per perseguire questi reati e che «sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati». Con il risultato di calpestare i diritti delle vittime e «lasciarli all’arbitrio di singoli individui». Sono «tutti eventi in netta contraddizione con ciò che la Chiesa dovrebbe rappresentare».

  • Spose bambine anche in Italia: nelle baraccopoli accade più che in Niger

    Spose bambine anche in Italia: nelle baraccopoli accade più che in Niger

    Un’indagine dell’associazione 21 luglio spiega che le condizioni economiche svantaggiate sono più importanti dei motivi culturali nel causare matrimoni tra minori. Nelle zone povere della capitale il record mondiale

    Ogni anno nel mondo 15 milioni di ragazze si sposano prima di aver compiuto la maggiore età. In Italia non esistono studi o statistiche a livello nazionale, forse perché il fenomeno è attribuito solo a comunità rom o famiglie di recente immigrazione. Ma una nuova indagine dell’assocazione 21 Luglio racconta una realtà completamente diversa; nelle baraccopoli romane le unioni precoci superano il record mondiale del Niger. E tra loro molte spose bambine: una su 4 aveva dai 12 ai 15 anni.

    Il report Non ho l’età. I matrimoni precoci nelle baraccopoli della città di Roma,  verrà presentato all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) alla vigilia della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

    La ricerca è stata condotta nell’estrema periferia della città di Roma in sette baraccopoli e un palazzo occupato abitati da più di 3000 persone e prendendo in considerazione i matrimoni avvenuti negli ultimi due anni (2014-2016). Dai dati raccolti è emerso un risultato shock: sul totale dei 71 matrimoni riscontrati nel periodo di riferimento, il tasso di unioni precoci osservato presso gli insediamenti analizzati è del 77%, numero che supera il record mondiale detenuto dal Niger (pari al 76%) e di gran lunga il tasso più alto detenuto in Europa come quello della Georgia (17%) e della Turchia (14%).

    Tra coloro che si sono sposati ancora minorenni nel 72% dei casi i nubendi avevano un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, mentre nel 28% dei casi i contraenti avevano tra i 12 e i 15 anni. Il genere incide in maniera determinante sulla precocità del matrimonio: una ragazza su due si sposa tra i 16 e i 17 anni, una su cinque ha tra i 13 e i 15 anni.

    La ricerca sottolinea come le dinamiche emerse durante le interviste e i focus group, siano trasversali a diversi gruppi e comunità appartenenti a contesti molto distanti dalle baraccopoli romane. “Il fatto che la diffusione dei matrimoni precoci è trasversale è la testimonianza come la questione dipenda da condizioni socio economiche delle famiglie piuttosto che a contensti culturali dei singoli gruppi” spiegano all’associazione 21uglio.

    Non è un caso che le unioni tra minori registrino un tasso doppio nelle aree rurali rispetto alle aree urbane e che una ragazza in possesso di un’istruzione scolastica elementare sia doppiamente esposta al matrimonio precoce rispetto ad una coetanea con istruzione superiore.

    Sulla connessione con l’istruzione scolastica è necessaria una specifica: se nel caso dei matrimoni forzati e combinati, l’interruzione del percorso scolastico è indicata come una delle conseguenze più dannose del matrimonio in giovane età; quando l’unione è voluta e scelta in prima persona dagli sposi (circostanza che nella ricerca corrisponde al 49% dei casi sul campione analizzato) è vero il contrario: è il fallimento dell’esperienza scolastica che contribuisce ad orientare verso la scelta del matrimonio precoce.

    In un contesto di deprivazione socio-economica come quello delle baraccopoli romane caratterizzato da una forte assenza di stimoli esterni e da un altissimo tasso di disoccupazione, soprattutto femminile, il matrimonio rappresenta un’opportunità per investire tempo, energie e capacità.

    “Per garantire i diritti dell’infanzia e promuovere un sano sviluppo delle bambine e dei bambini, è necessario un cambio di rotta radicale nel nostro Paese – ha commentato Associazione 21 luglio –  a cominciare dall’urgenza di contrastare la povertà

    urbana ed educativa iniziando con il superamento delle baraccopoli presenti nelle periferie delle principali metropoli italiane, luoghi di segregazione e deprivazione economico-sociale che impediscono il godimento dei diritti dell’infanzia e dei più basilari diritti umani”.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/11/24/news/spose_bambine_anche_in_italia_nelle_baraccopoli_piu_che_in_niger-181980779/?ref=fbpr

  • Cassazione: ‘matrimonio rom’ con quindicenne è reato

    Cassazione: ‘matrimonio rom’ con quindicenne è reato

    Confermata la condanna a un anno a un giovane all’epoca ventiduenne

    Sarebbe stato diverso, invece, se la ragazza avesse già compiuto i 16 anni e avesse potuto dare un valido consenso agli atti sessuali con il proprio convivente.
    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/11/22/cassazione-matrimonio-rom-con-quindicenne-e-reato-_91939c85-019b-4199-839f-6f1bb0473302.html
  • Ondata d’indignazione su Facebook, la polizia blocca il matrimonio della sposa bambina

    Ondata d’indignazione su Facebook, la polizia blocca il matrimonio della sposa bambina

    È successo in Marocco. La piccola aveva 13 anni, lo sposo 27. Gli agenti hanno rispedito centinaia di invitati a casa. La madre ha cercato di giustificarsi: solo festa di fidanzamento

    Un’ondata di indignazione sui social network ha permesso l’interruzione di un matrimonio tra un 27enne e una 13enne a Tetouan, cittadina di 400.000 abitanti nel Nord del Marocco. A mettere fine alla cerimonia è stata la polizia che, a poche ore dalle prime immagini postate su Facebook, ha fatto irruzione alla festa e l’ha bruscamente interrotta spedendo a casa centinaia di invitati.

    A far scattare l’intervento sono state proprio le foto degli invitati postate su Facebook. In quelle immagini, tra torta, fiori e parenti in visibilio, si vedeva anche la sposa in abito bianco. Peccato che agli utenti di Facebook quella sposina sembrasse proprio una bambina. A quel punto qualcuno ha cominciato a postare segnalazioni e alle 11 gli agenti sono entrati al Palazzo dei fiori, albergone per cerimonie nel centro della città, stracolmo di invitati.

    La madre della ragazzina prima ha provato a dire che la bambina era consenziente e che nessuno l’aveva obbligata a fare alcunché. Peccato che dal 2004 la Moudawana preveda che per sposarsi siano necessari 18 anni. Allora la madre ha provato a dire che non si trattava di un vero e proprio matrimonio, bensì di una festa di fidanzamento in attesa del raggiungimento della maggiore età della piccola. Niente da fare, la polizia ha interrotto la cerimonia e ha rimandato a casa tutti gli invitati.

    Secondo le più recenti statistiche del ministero della Giustizia marocchino, il numero delle spose bambine nel 2014 in Marocco ha raggiunto i 33.000 casi.

    http://www.lastampa.it/2017/09/25/esteri/ondata-dindignazione-su-facebook-la-polizia-blocca-il-matrimonio-della-sposa-bambina-2baO5WALspWNAvHa8fk9JJ/pagina.html

  • “Perdonare lo stupratore se sposa la vittima”: proposta di legge shock in Turchia

    “Perdonare lo stupratore se sposa la vittima”: proposta di legge shock in Turchia

    Proteste nel paese contro quella che viene vista come una “legittimazione delle spose bambine” e un “condono sessuale”. La proposta di legge è stata avanzata dal partito del presidente Erdogan.

    Suscita polemiche in Turchia una nuova proposta di legge avanzata dall’Akp, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che permetterebbe all’autore di una violenza sessuale su minore di evitare la condanna se i rapporti sono avvenuti in maniera consensuale e se questi accetta di sposare la vittima.

    Dura la protesta sia delle opposizioni sia dell’opinione pubblica. In molti si sono scagliati contro quella che viene vista come una “legittimazione delle spose bambine” e un “condono sessuale”.

    Su Twitter migliaia di utenti hanno commentato con l’hashtag  #TecavuzMesrulastirilamaz, ovvero “lo stupro non può essere legittimato”. Il governo ha replicato alle critiche, definendole una “distorsione strumentale della finalità con cui è stato concepito il disegno di legge.

    Per il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, “l’obiettivo è scongiurare le conseguenze legali in cui si imbattono le coppie che hanno rapporti consenzienti e vogliono sposarsi prima della maggiore età”.

    “I matrimoni che coinvolgono i minori sono sfortunatamente una realtà in Turchia – ha aggiunto Bozdag – ma gli uomini coinvolti non sono violenti stupratori”.

    http://www.today.it/mondo/turchia-legge-depenalizzare-stupro-minori.html?er