Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    TORINO, Italia (OSV News) — Due settimane dopo che il Vaticano ha dichiarato che il processo penale canonico contro padre Marko Rupnik è in corso, OSV News ha appreso che 22 lettere inedite di donne appartenenti alla Comunità Loyola slovena, che descrivono presunti abusi commessi dal famoso artista di mosaici, fanno parte degli atti relativi ai presunti abusi.

    Le lettere, scritte nel 2000 su richiesta della superiora della comunità, suor Ivanka Hosta, e indirizzate direttamente a padre Rupnik, sono conservate negli archivi della Comunità di Loyola, ora custoditi dall’Arcidiocesi di Lubiana, in Slovenia, secondo quanto riferito da persone a conoscenza del caso. Nelle lettere, 22 donne descrivono presunti abusi spirituali, psicologici e sessuali subiti da padre Rupnik quando era il loro direttore spirituale.

    Il 15 dicembre 2023, l’Arcidiocesi di Lubiana ha annunciato che il Vaticano aveva ordinato lo scioglimento delle Suore della Comunità di Loyola entro un anno, in seguito a un decreto emesso dal Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

    Secondo quanto riferito a OSV News da una fonte vicina al caso, si presume che il Dicastero per la Dottrina della Fede sia a conoscenza delle lettere.

    Le lettere scritte durante la Pasqua del 2000 testimoniano presunti abusi.

    Padre Rupnik, ex gesuita, è accusato di aver abusato di oltre venti donne nel corso di diversi decenni. Ha sempre negato ogni addebito. Il 22 luglio il Vaticano ha dichiarato che le notizie sulla sua assoluzione, diffuse da un sito web italiano, erano “completamente infondate” e che “l’esame del caso è ancora in corso”.

    La Santa Sede ha dichiarato che il collegio giudicante sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa. Il Vaticano non ha reso pubbliche tutte le prove contenute nel fascicolo.

    Fabrizia Raguso, ex membro della comunità di Loyola, ha affermato che le 22 lettere che descrivono i presunti abusi sono state scritte durante la Pasqua del 2000. È l’unica ex suora citata nel materiale ad aver acconsentito a essere identificata pubblicamente.

    «Durante la Pasqua del 2000, Ivanka Hosta, superiora della Comunità di Loyola, ci costrinse a scrivere una lettera a Marko Rupnik in cui descrivevamo il nostro rapporto con lui, ciò che ci aveva fatto e poi a perdonarlo», ha raccontato Raguso a OSV News.

    «La ragione che Ivanka ci diede quando ci costrinse a scrivere della nostra esperienza con Rupnik», continuò Raguso, «era che in occasione del Giubileo (del 2000) avevamo bisogno di cercare una riconciliazione con lui; non so se poi fece recapitare le lettere a Marko».

    Le prime lamentele non ascoltate, il sacerdote-artista ha intrapreso una carriera internazionale

    Le lettere furono scritte anni dopo che le prime lamentele su padre Rupnik erano giunte ai superiori dei gesuiti e al defunto arcivescovo Alojzij Šuštar di Lubiana all’inizio degli anni ’90. Padre Rupnik fu allontanato dalla Comunità di Loyola nel 1993 e si trasferì a Roma, dove fondò il Centro Aletti, che nel corso degli anni divenne un punto di riferimento per gli artisti che si riunivano attorno alla creazione delle sue opere.

    Nel 2000, Padre Rupnik si era affermato per aver installato un nuovo programma di mosaici nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, una cappella papale privata. In seguito, realizzò importanti commissioni per la Basilica di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, in Italia; per il Santuario di Lourdes in Francia; per il Santuario di Fatima in Portogallo; per la Cattedrale dell’Almudena a Madrid; e per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II a Washington.

  • Rupnik assolto?

    Rupnik assolto?

    INCREDIBILE! Apprendiamo da voci insistenti e molto autorevoli che il processo penale, in corso in Vaticano, a carico di don Marko Ivan Rupnik si sarebbe concluso con un esito a lui favorevole.

    Con queste parole il blog Messa in Latino ha dato la notizia che, se confermata, sarebbe senz’altro un inatteso finale della vicenda dell’ex gesuita e artista don Marko Rupnik. Le fonti di MIL restano riservate ma sono autorevoli: l’intenzione sembra quella di far arrivare all’opinione pubblica una sentenza che altrimenti potrebbe rimanere sepolta sotto la consueta omertà della Chiesa.

    Di Rupnik, ex gesuita, artista milionario, amico di papa Francesco e abusatore seriale, ho scritto molto negli ultimi quattro anni; gli ultimi articoli li trovate qui e qui. Tutta la storia dell’ambizioso mosaicista sloveno, dall’ascesa sotto papa Giovanni Paolo II allo scandalo contenuto da Francesco, l’abbiamo raccontata nel podcast La Scomunica e la trovate su Spotify.

    Dall’ottobre 2023 Rupnik è sotto processo canonico per abusi sessuali nei confronti di numerose suore della Comunità Loyola, comunità che lui stesso aveva contribuito a fondare alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso. Lo scorso 13 ottobre il Dicastero per la dottrina della fede ha nominato i cinque giudici (donne e chierici) del tribunale designato a trattare il suo caso; da allora non si è più saputo nulla.

    L’assoluzione sarebbe uno choc per tutti quelli che danno per scontata la dimissione dallo stato clericale del noto mosaicista ma certamente anche un chiaro segnale di come Prevost intende gestire il problema abusi nella Chiesa.

    Infatti, se davvero Rupnik è stato assolto dalle accuse di abusi sessuali, nonostante le testimonianze raccolte dai gesuiti e le vittime che si sono rivolte alla stampa, a cominciare da Gloria Branciani, siamo di fronte a una mossa incredibile – e per molti versi drammatica – di papa Leone XIV.

    Se la notizia fosse confermata, infatti, sapremmo che nella Chiesa la parola di decine di donne che denunciano una violenza sessuale e spirituale non contano nulla di fronte alla figura del sacerdote, soprattutto se famoso e amico di (almeno) un pontefice. Non conta nulla che tutti nella Chiesa sapessero, da decenni, qual era il “vizio” del carismatico artista. Non conta che Rupnik sia già stato scomunicato nel 2020 per “assoluzione del complice in confessione”, cioè per aver assolto la donna con cui aveva avuto rapporti sessuali (un’altra vittima, a cui è stato pagato un risarcimento dalla Compagnia di Gesù). L’unica cosa che conta è il potere, meglio se sostenuto dal denaro, alla faccia della retorica sulla tolleranza zero sugli abusi e sulla richiesta di perdono alle vittime. La Chiesa, con l’assoluzione di Rupnik, segnerebbe un vistoso autogol, le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

    Certo oggi ci sarà movimento, dietro le quinte vaticane. Ci torniamo su presto.

    (nella foto, un mosaico di Rupnik a Lubiana)

    https://federicatourn.substack.com/p/rupnik-assolto

  • Io sono Matteo

    Io sono Matteo

    Matteo è un uomo che vive in un equilibrio precario, fondato sulla rimozione sistematica del proprio passato. Ma il silenzio non è guarigione. Il muro che ha eretto crolla quando la memoria, prepotente e nitida, torna a reclamare il suo spazio durante un tormentato dormiveglia. In quel limbo tra sonno e veglia, riemergono i fotogrammi di un’infanzia spezzata: l’estate dei sei anni, l’abbandono in un orfanotrofio palermitano e la trasformazione in un’entità senza nome, il Numero 147.

    I ricordi riaffiorano come ferite aperte: le finte pulizie intime del “sacrestano scemo” Minico, gli abusi di Padre Pino e la complicità silenziosa delle suore. In quel luogo di presunta sacralità, Matteo ha conosciuto il male assoluto, ma ha anche scoperto la forza della resistenza grazie all’amico Marco, l’unico testimone e salvatore in un fienile che puzzava di vomito e peccato.

    A questo trauma si intreccia un travaglio interiore altrettanto lacerante: l’accettazione della propria omosessualità. Cresciuto in un ambiente dominato da un cattolicesimo bigotto e da una mascolinità tossica, Matteo ha a lungo percepito la propria natura come l’ennesima “macchia” indelebile, sovrapponendo erroneamente il proprio orientamento sessuale alla violenza subita da bambino. Per anni ha combattuto contro il pregiudizio sociale che vede nel “diverso” una vittima predestinata o un errore da nascondere. Il legame con Filippo, l’unico a conoscere la verità dietro la maschera, è la sfida quotidiana a questo stigma: Filippo è lo specchio in cui Matteo impara finalmente a guardarsi senza disgusto, lottando contro l’ansia di un giudizio sociale che a Palermo si fa sentire come un cappio invisibile.

    Da adulto, Matteo decide di non essere più una vittima passiva. Il mostro della sua infanzia è ancora vivo, protetto ora dalla maschera dell’Onorevole Carlo Morreale, un pilastro del potere politico che continua a tessere la sua rete d’ombra. Matteo compie allora una scelta radicale: trasforma il suo trauma e la sua identità in un’arma. Accetta di agire come infiltrato, prestandosi a una pericolosa “pantomima” pirandelliana. Torna nelle stanze del suo carnefice, fingendo di essere ancora quel bambino accondiscendente, per raccogliere le prove capaci di distruggere l’insospettabile rete di perversione dell’Onorevole.

    È una discesa agli inferi dove il confine tra realtà e recitazione si sgretola, mettendo a dura prova la sua sanità mentale. In questo percorso, la piccola Camilla diventa il simbolo della purezza da difendere e la promessa di un futuro possibile, una luce che guida Matteo fuori dal labirinto del passato. La caduta di Morreale segnerà la fine del Numero 147. Matteo non otterrà solo giustizia, ma compirà l’atto di ribellione più grande: rivendicare con orgoglio il proprio nome e il proprio amore, costruendo con Filippo e Camilla una famiglia elettiva fondata non sul sangue, ma sulla scelta, sulla cura e sulla verità.

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/

  • Pontificia ipocrisia da tanto al chilo

    Pontificia ipocrisia da tanto al chilo

    Il grande Totò diceva “quando trovo un buco mi ci infilo”.

    Frase che la chiesa ha preso indubbiamente sul serio per farsi propaganda, sicura che tanto, se lo dice il Papa per i cattolici qualunque cosa va bene.

    Certo, la chiesa è sempre molto attenta nello scegliere un “buco” che non la coinvolga e quello della guerra è il “buco” perfetto, costa solo un po’ di ipocrisia ma in fondo come ho detto, oramai i cattolici non ci fanno neppure più caso e poi, se lo dice il Papa…

    Indubbiamente gli appelli di questi giorni sono giusti e incontestabili tuttavia non si può ignorare, per quanto riguarda la chiesa, che si tratta di mera propaganda e questo li rende un tantino squallidi anzichè un valore aggiunto.

    Certamente, ed è un dato di fatto purtroppo incontestabile, quando il Papa di turno, a seguito di scandali su scandali è costretto a fare le scuse all’opinione pubblica e non ai sopravvissuti, sulle decine di migliaia di vittime prodotte dai suoi preti pedofili, in quel caso che riguarda direttamente la chiesa e dove il Papa potrebbe concretamente intervenire, tutto si riduce invece a un mero appello totalmente privo di qualunque seguito concreto.

    In questo caso i vari cortigiani nel mondo non danno più seguito all’appello del Papa, tantomeno si sognano come nel caso della guerra, ad invitare i cattolici a una azione concreta.

    Quando si parla di violenze sessuali del clero, tutti i buoni principi finiscono in un nanosecondo nel primo sciacquone a portata di mano.

    Vedi non solo i preti pedofili e i vescovi che li nascondono, ma le suore abusate, la famiglia di Emanuela Orlandi, le vittime di Marko Rupnik e i tanti altri casi che stranamente, alla domanda trovano puntualmente in risposta un assordante silenzio.

    Una bilancia che indubbiamente pesa gli alti valori morali ed educativi della chiesa, che pare più squallore che valore.

  • Lettera aperta delle madri e dei padri delle vittime del clero a Papa Leone

    Lettera aperta delle madri e dei padri delle vittime del clero a Papa Leone

    Caro Papa misericordioso
    Siamo le mamme delle vittime di suor Mariangela Farè, don Francesco Caramia, don Giuseppe Rugolo, don Carlo Botero, don Luigi Gabbriellini, don Vincenzo Calà, don Livio Graziano, don Nello Giraudo, don Luciano Massaferro e di tanti altri. Con noi c’è anche Erik, figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi e alcune ex suore stuprate dai Suoi preti.

    Lei parla di misericordia per i preti pedofili e stupratori e ci perdoni la domanda; perché già che c’è non aggiungere ai Suoi pedofili anche i pedofili di Epstein. D’altra parte escono anche nel suo caso i tanti contatti che aveva con la Sua Città, il Vaticano.

    Ci spieghi però; perché noi dovremmo avere misericordia per coloro che hanno ucciso l’anima e l’innocenza dei nostri figli?

    Lei anche se è Papa non si rende conto delle Sue parole. Noi come madri e padri ci sentiamo offesi da Lei e da tempo anche dalla Sua chiesa che dopo la denuncia ci ha abbandonati.

    Lei sa bene che i Suoi misericordiosi pedofili hanno distrutto la vita di tante bambine e bambini tanti dei quali hanno trovato come unica via d’uscita la morte. I più fortunati invece hanno trovato Il dolore, la sofferenza, la paura, la disperazione alla quale sopravvivono … ma non vivono più.

    Noi genitori siamo morti insieme a loro, perché i Suoi misericordiosi preti pedofili per soddisfare la loro sporca devianza sessuale, come Lei stesso sa bene, non distruggono solo la vittima, no caro Papa distruggono insieme ai nostri figli le loro famiglie.

    Perché caro Papa non spende una sola parola concretizzando aiuti veri per le vittime di abusi sessuali da parte del clero, perché?

    Lo sa che per colpa dei Suoi misericordiosi pedofili si distrugge anche il credo e la fede delle famiglie?
    Si, siamo cresciuti con la fede, l’abbiamo trasmessa ai nostri figli, subendo in cambio un dolore atroce, un tradimento da coloro in cui avevamo riposto la nostra fede smisurata.

    Secondo lei DIO approverebbe tutto ciò?

    Una domanda io fossi al Suo posto me la farei.

    Nel vangelo di Matteo 18:6 Dio dice che “chi scandalizza anche un solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.
    Questo è il valore che Gesù dava ai bambini, il valore del Regno dei Cieli che chiede rispetto e una protezione assoluta per loro.

    I Suoi misericordiosi preti pedofili, hanno rispettato la parola di Gesù?
    E Lei? Rispetta la giustizia che Gesù avrebbe reso a questi bambini?
    NO NO e poi NO!

    Quindi come può Lei caro Papa chiedere misericordia per i soli preti pedofili? La deve chiedere anche per Lei stesso e per chi l’ha preceduta.

    Pensi a seguire le parole di nostro Signore e protegga le vittime. Solo allora noi, semplici mamme e papà riavremo fiducia nella chiesa e non ci sentiremo più discriminati e abbandonati come ci sentiamo ora.
    I nostri saluti.

    Le mamme e i papà del Coordinamento famiglie

  • Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

    Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

    In Vaticano è calata una coltre di silenzio sospetto sul processo Rupnik. Eppure non sono passati che pochi mesi da quando – il 7 novembre 2025 – Papa Leone aveva voluto rassicurare personalmente l’opinione pubblica mondiale nonché le vittime dell’ex gesuita che è accusato di avere abusato sessualmente e psicologicamente di una trentina di donne. Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati» e che occorreva avere pazienza. Pochi giorni dopo l’avvocato difensore di cinque delle vittime (quelle che per prime hanno portato a conoscenza il mondo di episodi crudeli e gravissimi), mandava una mail ai vertici del Dicastero della Fede per avere dal cardinale Fernandez e da monsignor Kennedy ragguagli tecnici e procedurali necessari a capire come procedere. «Per avere un minimo di chiarezza sul procedimento, nel rispetto e nell’interesse di tutti».

    La lettera firmata dalla legale Laura Sgrò faceva riferimento alle parole spese agli inizi del 2025 dal cardinale Fernandez, sul fatto che finalmente il Vaticano era riuscito ad individuare i membri del Collegio incaricato a giudicare uno dei casi più scottanti, orrendi e spinosi degli ultimi decenni. Una vicenda che vede sul banco degli imputati un influente e noto artista, padre Rupnik accusato di reiterati abusi. Finora sembra sia sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia canonica in virtù delle sue amicizie potenti, dei suoi legami con cardinali di peso e persino con due pontefici, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Quest’ultimo – che teneva in camera un suo dipinto – si dice che nel 2020 abbia cancellato di persona la scomunica del Dicastero della Fede.

    Vicenda che ha alimentato tanti interrogativi evidenziando scarsa trasparenza.

    Vedendo che il tempo passava senza notizie di sorta, la legale ha cercato reiteratamente di ottenere risposte dal Dicastero vaticano ma sempre senza alcun risultato. «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo». Ad oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante». «Nessuno a noi ci ha mai ufficialmente dato notizie di nulla. Le vittime stanno pagando già un prezzo altissimo da molti anni che invece che diminuire continua a crescere. E questo non solo è intollerabile, ma anche contro ogni principio giuridico. Perché è giusto che vi sia un processo equo dove vengano garantiti tutti i diritti, primi fra tutto il principio di innocenza e di difesa di don Marko Rupnik, ma è anche giusto che vi sia un tempo in cui tutto questo debba svolgersi, il tempo del giusto processo e che le vittime possano poi essere restituite all’oblio. Tutto ciò purtroppo, e lo dico con immenso dispiacere».

    Ancora una volta il modus operandi del Vaticano in materia di giustizia pare caratterizzato da scarsa trasparenza, come hanno sempre messo in evidenza in questi anni le associazioni che si battono per la difesa delle vittime di abusi sessuali. Al di là del Tevere parlare del caso Rupnik solleva sempre la stessa reazione: imbarazzo e fastidio. Le poche informazioni sul collegio giudicante le aveva fornite il cardinale Fernandez l’anno scorso sostenendo solo che era composto da donne e chierici ma senza specificare i loro nomi, la rispettiva competenza, il curriculum, la nazionalità. Nel frattempo sul caso è calato il sipario con buona pace delle vittime.

    Intanto in parallelo procede senza sosta il duro braccio di ferro all’interno della Chiesa sul futuro delle opere di Rupnik presenti in santuari, chiese, basiliche. Molti vescovi si chiedono se smantellarle o mantenerle nei luoghi di culto più prestigiosi al mondo. A Lourdes il Vescovo ha già scelto di oscurare i grandi mosaici poiché, ha spiegato, non facevano altro che aggiungere altra angoscia alle vittime di abusi che arrivavano al santuario per trovare pace e riconciliarsi con la Chiesa. A Roma, invece, dove Rupnik ha stranamente continuato a godere di particolare benevolenza, nessuno vuole parlare delle opere. Tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del cardinale Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore). Papa Leone durante gli esercizi spirituali della curia ha voluto dare un messaggio, evitando di tenere gli esercizi nella cappella del palazzo apostolico contenente i mosaici realizzata ai tempi di Giovanni Paolo II. Al posto di ascoltare le prediche nella Cappella Redemptoris Mater ha scelto la Cappella Paolina. Tuttavia il Vaticano non ha mai voluto spiegare il motivo di questa scelta. L’opacità regna come sempre sovrana.

    L’anno scorso la Compagnia di Gesù, nella persona del Delegato del Generale, padre Johan Verschueren, era stato protagonista di un autentico mea culpa. Egli aveva chiesto perdono alle vittime per avviare insieme a loro un percorso di riparazione, «orientato alla guarigione delle ferite” causate “dall’operato di Marko Rupnik”. I Gesuiti avevano offerto a Marko Rupnik la possibilità di farsi carico pubblicamente delle sue azioni, di pentirsi, di chiedere perdono e di cominciare un percorso di terapia. A seguito del suo pervicace rifiuto a sottomettersi a questa possibilità, il Padre Generale ha preso la decisione di dimetterlo.

    Finora sono una trentina le denunce di suore abusate, in un’arco temporale che parte dagli anni Ottanta. Padre Arturo Sosa, superiore Generale della Compagnia di Gesù aveva informato: «Noi abbiamo chiesto perdono per la nostra cecità. Non abbiamo visto, è vero. Da dove viene questa cecità? Dal non aver messo insieme i segni che c’erano. Tra l’altro in passato non era facile fare una denuncia di questo genere. Ed è mancata da parte nostra la sensibilità per vedere quello che era accaduto».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_leone_rupnik_vittime_suore_violenze-9435528.html

  • La misericordia di Leone per i suoi pedofili. La avesse espressa a noi vittime ci saremmo offesi

    La misericordia di Leone per i suoi pedofili. La avesse espressa a noi vittime ci saremmo offesi

    Si sa che il pesce puzza dalla testa e il papato di Leone non si discosta da quello di Francesco che tra mille chiacchere non riuscì a farne una giusta, neppure nella sua amata Argentina dove ancora oggi il risentimento dei sopravvissuti è forte.

    È certo che se un Dio esiste di sicuro non ha una gran dote nel saper scegliere i suoi rappresentanti terreni, il suo “ufficio di collocamento” da anni pare non azzeccarne una.

    Da Wojtyla che ancora oggi ricordiamo principalmente per il caso ancora insoluto di Emanuela Orlandi, al suo successore Ratzinger, la cui storia criminale è stata recentemente ripercorsa da Íñigo Domínguez  nell’inchiesta giornalistica di EL PAIS, e che ricordiamo proprio nel 2004, imputato in USA con l’accusa di intralcio alla giustizia, fu graziato dalla “misericordiosa” fumata bianca che lo fece Papa, permettendogli di chiedere all’ora Presidente Bush l’immunità come capo di stato, che di fatto lo salvò in extremis dal quel processo. Tuttavia anni dopo costretto a dimettersi morirà “incarcerato” in Vaticano, dove anche la “misericordia” lo abbandonò.

    Trovò vita più facile il suo successore Bergoglio, tanto amato dai cattolici che pochi giorni dopo la sua morte lo cancellarono dalla memoria. Altra “assunzione” che da subito sollevò grandi ombre non solo riguardo la sua complicità con la dittatura argentina, ma con il suo intero papato, fatto di tante chiacchere e pochi fatti. Salvo grazie alla “misericordia” dei media, in particolare quelli italiani che attuarono la linea della censura preventiva cominciando a presentare i fallimenti di Bergoglio nella più totale assenza di contraddittorio, facendolo così apparire ingannevolmente come il grande riformatore della chiesa. Una linea gattopardiana dove si cambiò tutto perché tutto restasse uguale.

    Quella di Prevost sarà la peggior “assunzione” del collocamento vaticano. Qui la “misericordia” dei media tocca da subito il fondo precipitando in una miseria deontologica e anti cristiana mai vista prima nel paese. Un uomo da subito notevolmente compromesso dal caso cileno che ancora prima dell’elezione lo indicava trai peggiori candidati.

    Qui la censura e la disinformazione hanno dato il peggio del giornalismo italiano. Tranne poche testate oneste, tolto il caso cileno, nessuna ha detto che fino al giorno prima di essere eletto Papa, Rober Prevost era il Prefetto del Dicastero per la dottrina dei vescovi e che per ben due anni ha insabbiato da prefetto il caso siculo del vescovo di Enna Rosario Gisana, oggi a processo per la giustizia italiana con l’accusa di aver mentito nel tentativo di coprire il caso di don Giuseppe Rugolo.

    Vescovo che malgrado Prevost oggi sia diventato Papa continua a non affrontare, forte di certi giornalisti suoi complici, che con la censura preventiva lo proteggono dal rischio di qualunque possibile contraddittorio.

    Una stampa che non è più “misericordiosa” come ai tempi di Bergoglio, oggi è diventata direttamente miserabile tanto da non chiedergli conto nè del caso Gisana, tantomeno del caso di Marko Rupnik dietro al quale tante suore stuprate furono costrette dalla stessa chiesa ad abortire. Cose che i media non raccontano preferendo beatificarlo per la benedizione della campana contro l’aborto, la triste ed ipocrita iniziativa ligure lanciata dal vescovo di Sanremo Antonio Suetta, di cui molti media hanno completamente omesso le proteste, sia dei sopravvissuti agli abusi del clero, sia della società civile, che indignata ha più volte contestato.

    La stessa stampa che oggi lo eleva il Papa della “misericordia pedofila”, un pensiero tanto squallido che nella puntuale censura di un contraddittorio riesce persino a trasformarsi in qualcosa di bello.

    Quella stampa che di fronte al Vangelo di Matteo 18:6 è da tempo che ha messo la “macina al collo” delle vittime anziché dei carnefici. La stessa che a partire da RAI News è stata capace di stuprare persino l’inchiesta di EL PAIS omettendo con puntuale “misericordia” l’Italia, di cui si parla nell’inchiesta, ma nessuno lo sa perché disinformato dall’informazione.

    Quella stampa che insieme alla politica è stata risolutiva in tutti i paesi civili, mentre in Italia si trasforma in un problema sociale peggiore della pedofilia stessa. Il recente caso sardo della Garante per l’infanzia defenestrata dal suo stesso consiglio regionale per aver fatto il suo dovere è l’ultimo triste esempio che rende bene l’immagine di un paese che quando vede un Papa, qualunque sia, sa solo esclamare “com’è bianco!!!”.

  • Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

    Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

    Dopo il sold out al Ljubljana International Film Festival, il 13 e 15 marzo scorsi, Nuns vs the Vatican, il documentario realizzato da Lorena Luciano e Filippo Piscopo sugli abusi sulle religiose, che racconta in particolare la storia di Gloria Branciani, vittima di Marko Rupnik, sacerdote e artista gesuita, accusato di decine di episodi di abusi sessuali a danno di donne, religiose e laiche, viene ora presentato al Bari International Film and Tv Festival 2026 il prossimo 26 marzo alle 21 al Multicinema Galleria del capoluogo pugliese.

    Una prima italiana molto attesa perché il film, già presentato negli Stati Uniti, in Canada e in Grecia, oltre che in Slovenia, denuncia l’omertà e la sistematica copertura degli abusi sessuali da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Un silenzio che arriva fino in Vaticano.

    NUNS vs. THE VATICAN racconta la storia di Gloria, un’ex suora che osa sfidare il Vaticano. Portando alla luce verità che la Chiesa avrebbe voluto seppellire, innesca una battaglia che nessuna suora avrebbe mai dovuto combattere, scuotendo l’istituzione dalle sue fondamenta.

    Dopo 30 anni di silenzio, Gloria, ex suora, denuncia pubblicamente il suo abusatore: Marko Rupnik, sacerdote e artista di fama con stretti legami con il Vaticano. Quando la sua lettera viene ignorata, Gloria si rifiuta di restare in silenzio. Ritrovando la consorella ex suora Mirjam, portano la loro storia alla stampa, rivelando l’incredibile portata degli abusi di Rupnik e il decennale insabbiamento della Chiesa, attirando immediata attenzione internazionale.

    Il coraggio di Gloria innesca un movimento. Quasi trenta ex suore trovano il coraggio di parlare, spingendo Papa Francesco ad abolire la prescrizione e ad aprire un processo ecclesiastico contro Rupnik. La sua battaglia scatena un confronto globale, svelando profonde corruzioni e ispirando donne ovunque a rompere il silenzio.

    Incontriamo nel documentario persone che si battono per chiedere conto alla Chiesa di questa e altre vicende. Tra queste le giornaliste Lucetta Scaraffia e Federica Tourn, conduttrice della trasmissione Rai “Protestantesimo”, impegnata nel documentario a cercare le varie testimonianze sulla vicenda Rupnik; e l’attivista americana Barbara Dorris, che si batte per veder riconosciuta giustizia alle vittime. Con una gerarchia ecclesiastica incentrata sugli uomini, le donne hanno a malapena voce in capitolo nella definizione delle politiche. Dorris lamenta il fatto che la Chiesa abbia costantemente inquadrato gli abusi come una questione omosessuale, al punto da far sparire dalla narrazione le donne vittime. Questo toccante documentario getta una luce intensa su oscuri segreti. 

    Luciano e Filippo Piscopo sono una delle coppie più influenti e riconosciute nel panorama internazionale del documentario contemporaneo. Entrambi italiani e americani, vivono e lavorano tra l’Italia e gli Stati Uniti, dividendosi tra New York e l’Europa. Insieme, Lorena e Filippo hanno realizzato film che non solo affrontano temi di giustizia sociale e diritti umani con una voce unica e potente, ma che hanno anche raggiunto un pubblico globale, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica. La loro collaborazione creativa unisce visione artistica, rigore etico e impatto cinematografico, consolidandoli come figure di riferimento nel cinema documentario contemporaneo.

    Lorena Luciano, regista e montatrice, ha studiato Giurisprudenza all’Università di Milano prima di trasferirsi negli Stati Uniti per seguire la sua vocazione cinematografica. Il suo stile è caratterizzato da un cinema di verità che fonde osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio per raccontare storie umane profonde e urgenti. Il suo lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: il documentario su Dario Fo è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia; It Will Be Chaos, prodotto da HBO, le ha valso un Premio Emmy®, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; Coal Rush ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    Luciano è stata inoltre selezionata per prestigiose fellowship e programmi internazionali, tra cui il Sundance Institute, IDFA, la MacArthur Foundation, l’International Documentary Association, lo Sheffield Film Festival, il Gotham/IFP Spotlight on Documentaries e il New York State Council on the Arts, confermando la sua reputazione come una delle voci più autorevoli e influenti del documentario contemporaneo.

    Filippo Piscopo è un filmmaker, produttore e direttore della fotografia di grande rilievo. Anche lui con una formazione giuridica e una profonda passione per le immagini, ha cofondato con Lorena la casa di produzione Film2 Productions. Piscopo porta ai progetti una combinazione rara di sensibilità narrativa e rigore visivo, guadagnandosi riconoscimenti a livello mondiale. Di recente, e stato direttore della fotografia del cortometraggio The ABCs of Book Banning (Paramount+), candidato all’Oscar® 2024, e il suo lavoro è stato presentato in festival come la Mostra del Cinema di Venezia, l’AFI Docs, IDFA Forum, il Gotham/IFP Spotlight on Documentaries e molti altri.

    Titolo originale: NUNS vs. THE VATICAN
    Regia: Lorena Luciano
    Produzione: FILM2 Productions in Association with MIGHTY Entertainment
    Produttrice Esecutiva: Mariska Hargitay
    Produttore / Direttore della fotografia: Filippo Piscopo
    Genere: Documentario
    Anno: 2025
    Durata: 93 minuti
    Lingua: italiano, inglese, sloveno (sottotitoli inglesi disponibili)
    Formato: DCP / digitale
    Paese di produzione: USA / Italia

    Première e riconoscimenti principali:

    • TIFF – Toronto International Film Festival (World premiere, Settembre 2025)
    • NY DOC NYC – Subject Matter Award (US premiere, Novembre 2025)
    • Hamptons Doc Fest – Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025)
    • Thessaloniki Doc Film Festival – (EU Premiere – 8 Marzo 2026)
    • Ljubljana Doc Film Festival – (Competition – 13 marzo 2026)
    • Bari Film Festival – (Prima Italiana – 26 marzo 2026)

    Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

  • La grande ipocrisia di Papa Leone sull’aborto e su tutte quelle suore stuprate da preti, costrette ad interrompere la gravidanza

    La grande ipocrisia di Papa Leone sull’aborto e su tutte quelle suore stuprate da preti, costrette ad interrompere la gravidanza

    Pochi giorni fa ha fatto scalpore la dichiarazione di Papa Leone “il più grande distruttore della pace è l’aborto”, sollevando polemiche un po’ ovunque e per diversi motivi.

    Senza entrare nel merito in quanto l’Associazione non è mai stata soggetta a ideologie tuttavia, recentemente ci siamo imbattuti in iniziative anti abortiste ipocrite, come la campana istallata dal vescovo di Sanremo mons. Antonio Suetta, che abbiamo contestato con l’iniziativa “Per chi suona la campana?”, domandando quale fosse il reale valore della vita per la chiesa?

    Come racconta “NUNS vs. the VATICAN” – un film italiano diretto da Lorena Luciano e prodotto da Filippo Piscopo, presentato in anteprima negli Stati Uniti il 15 novembre scorso – sono centinaia le suore che subiscono stupro da parte di loro confratelli.

    Stupri che spesso portano la suora alla gravidanza e che la chiesa stessa fa interrompere.

    Ma questa è solo la parte ipocrita.

    Papa Leone è andato ben oltre la frase “il più grande distruttore della pace è l’aborto”, sottolinea anche, che la pace richiede attenzione ai più vulnerabili e invita a una partecipazione politica che favorisca la fraternità universale e la giustizia sociale.

    Valore che quando sei vittima di abusi sessuali da parte del clero, pare svanire misteriosamente per i cattolici, come svanisce l’anti abortismo, quando a rimanere incinta di un prete è una bambina o una suora.

    Valori che, soprattutto quando espressi dal pontefice, sollevano una serie di riflessioni non solo sulla permissività dell’aborto da parte della chiesa che, nell’ipocrisia, di fatto discrimina chi sceglie di farlo, ma anche sull’attenzione ai più vulnerabili nonché sulla giustizia sociale.

    Ci si chiede come mai, avendo in quanto Papa il potere e l’occasione di dare il buon esempio, non concretizza i concetti che esprime in casi come quello di Marko Rupnik, accusato da decine di suore di essere uno stupratore. Oggi ancora impunito senza che la chiesa abbia mai concluso un processo a suo carico.

    Eppure Rupnik, in quanto prete è nella piena disponibilità del Papa, come lo è stato per ben due papi il vescovo di Enna Rosario Gisana, oggi sotto processo dallo Stato italiano per aver mentito su un prete pedofilo, ma non da quello pontificio, che in barba alle sue stesse leggi resta puntualmente inadempiente nella loro applicazione.