Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Il responsabile di un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali in Italia ha espresso dubbi sul fatto che un recente rapporto sugli sforzi di tutela pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana fornisca un quadro completo della portata della crisi degli abusi nella Chiesa locale.

    Francesco Zanardi, sopravvissuto e fondatore della Rete L’Abuso, ha dichiarato alla CNA che dal 2020 la conferenza (nota con l’acronimo italiano CEI) pubblica solo “rapporti parziali ogni anno o ogni due anni”, il che rende difficile fare una valutazione accurata.

    “È difficile fare un paragone perché non sappiamo di quali casi si stiano parlando o a quale area geografica d’Italia si riferiscano quando forniscono questi numeri”, ha detto. “È un po’ come se ci fosse una buca in mezzo alla strada e invece di ripararla, ci si limitasse a contare quante persone ci cadono dentro, ma non si ripara.”

    “Diciamo solo che questo rapporto non dice nulla”, ha aggiunto.

    Intitolato “ Proteggere, prevenire, formare: terza indagine sulla rete territoriale di protezione dei minori e degli adulti vulnerabili ”, il rapporto di quasi 100 pagine, pubblicato il 28 maggio, ha evidenziato le pratiche di tutela attuali e in via di sviluppo all’interno della Chiesa italiana tra il 2023 e il 2024.

    Tra queste, l’istituzione di centri di ascolto per le vittime di abusi da parte del clero nel Paese. Secondo il rapporto, attualmente sono 103 i centri che servono 130 diocesi italiane.

    In una dichiarazione diffusa lo stesso giorno, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ha affermato che il rapporto si inserisce in un percorso di trasparenza volto a “superare le resistenze culturali e operative ancora presenti”.

    “Siamo chiamati a fare la nostra parte, con piena consapevolezza e responsabilità”, soprattutto promuovendo “poli istituzionali a livello locale, nonché una più profonda consapevolezza culturale, in particolare all’interno delle università”.

    Sebbene il rapporto abbia rilevato “progressi significativi nella formazione e nella sensibilizzazione”, ha rilevato un aumento dei casi di abuso, la maggior parte dei quali commessi in un “contesto parrocchiale”. Si stima che 115 vittime (64 uomini e 51 donne) tra passate e presenti abbiano denunciato i propri abusi tra il 2023 e il 2024. A titolo di paragone, nel 2022 le vittime hanno denunciato 54 abusi, mentre nel 2020 sono state 89.

    Gli abusi sono stati commessi da “67 presunti autori”, tra cui “44 membri del clero, 15 religiosi e otto laici”, si legge nel rapporto.

    Chiara Griffini, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della CEI, ha affermato che l’aumento dei casi è “preoccupante perché, come abbiamo sempre detto, anche un solo caso, per quello che è e rappresenta la Chiesa, sarà sempre di troppo”.

    “Ci sono 69 casi segnalati, 37 dei quali sono attuali – il che ci dice chiaramente che il fenomeno è in corso – e 32 sono del passato”, ha dichiarato in un’intervista con CNA l’11 giugno. “Quindi, guardando questi 32 casi del passato, penso che il lavoro di prevenzione che abbiamo messo in atto stia, in un certo senso, gettando qualche seme”.

    Griffini ha aggiunto che la pubblicazione degli abusi segnalati è un segnale che la conferenza episcopale punta alla trasparenza e che “il percorso intrapreso è certamente importante e non si torna indietro”.

    «La protezione dei minori deve essere parte integrante della missione della Chiesa», ha affermato.

    Tuttavia, Zanardi ha dichiarato alla CNA che, nonostante il rapporto indichi il numero delle vittime che si sono fatte avanti nell’ultimo anno, non specifica cosa la Chiesa abbia fatto per assisterle.

    “Dice che ci sono 115 vittime. Bene. Li avete risarciti? Avete fornito loro assistenza psicologica? Non si sa nulla al riguardo”, ha detto.

    Griffini ha detto alla CNA che, mentre il compito dei centri di ascolto è quello di raccogliere le segnalazioni di abusi e di informare le autorità ecclesiastiche su quei casi, il risarcimento alle vittime “riguarda una fase procedurale e quindi non rientra nella competenza” dei centri.

    Ha inoltre osservato che il rapporto evidenzia i vari mezzi di supporto offerti alle vittime e alle loro famiglie dai centri di ascolto, tra cui “supporto psicoterapeutico, supporto spirituale e altre forme che non sono state dettagliate ma che rappresentano una forma di supporto e vicinanza che il centro di ascolto offre alle vittime”.

    Tra le altre preoccupazioni espresse da Zanardi c’era il fatto che il cardinale Matteo Zuppi di Milano, presidente della CEI, non avesse mantenuto la parola data secondo cui i rapporti avrebbero esaminato i casi dal 2000 in poi.

    In una conferenza stampa del 2022 , Zuppi ha annunciato la pubblicazione dei rapporti annuali e ha affermato che avrebbe analizzato solo i casi risalenti al 2000 e non oltre, perché “giudicare qualcosa di 80 anni fa con i criteri odierni, qualcosa che all’epoca era giudicato con altri criteri, crea difficoltà di valutazione”. 

    Tuttavia, il primo rapporto pubblicato nel novembre 2022 pubblicava solo informazioni sui casi del 2020. 

    Sul suo sito web, Rete L’Abuso ha compilato un proprio elenco di casi di abusi in Italia a partire dal 2000. Zanardi ha affermato che, in base ai dati e ai fascicoli raccolti dalle vittime, “contiamo 1.035 preti pedofili che hanno abusato di 4.267 vittime. È una cifra reale”. 

    Durante la conferenza stampa di due anni fa, Zuppi si offrì pubblicamente di incontrare Zanardi e gli disse: “Se hai un caso, diccelo”. 

    Il responsabile della Rete L’Abuso ha dichiarato alla CNA di aver incontrato Zuppi in diverse occasioni e di avergli portato i casi raccolti dalla sua rete.  

    “Li ho portati io, ma poi non li ha più voluti prendere”, ha detto. “Ora loro [la Conferenza Episcopale Italiana] hanno dichiarato che non accetteranno dati da associazioni o da chiunque altro, ma solo i dati che arriveranno ai loro sportelli”.

    Per questo motivo, ha aggiunto, è molto probabile che il rapporto attuale contenga dati incompleti, poiché non tutte le vittime, soprattutto quelle “che non credono più nella Chiesa”, denunciano gli abusi subiti a un centro di ascolto diocesano.

    Griffini ha tuttavia chiarito che l’indagine annuale è intesa come “strumento di monitoraggio e rendicontazione” delle politiche di tutela adottate dal CEI nel 2019.

    “Pertanto, le indagini partono dal 2020 proprio perché il loro scopo è monitorare se il sistema creato, sia per generare ambienti ecclesiali sicuri, sia per intercettare presunti abusi, funzioni”, ha affermato.

    Griffini ha anche detto alla CNA che è ancora in corso uno “studio pilota” che riguarda “casi verificati di abusi contro minori nel periodo di 20 anni tra il 2001 e il 2021” e che la sua pubblicazione è prevista “nei primi mesi del 2026”.

    Ha aggiunto che lo studio è stato redatto da “due enti terzi e completamente indipendenti”: il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti con sede a Firenze.

    «I ricercatori consegneranno i dati a una commissione nominata dalla conferenza episcopale, che effettuerà delle interpretazioni a livello ecclesiale, e lo studio sarà pubblicato nella sua interezza, così come lo hanno riportato», ha spiegato.

    Zanardi ha espresso dubbi sul fatto che la Chiesa italiana potesse essere considerata affidabile nel monitorare se stessa e ha affermato di aver presentato una richiesta alla procura italiana per condurre un’indagine indipendente, come quelle condotte in Spagna e Francia. Tuttavia, ha osservato, era improbabile che un’indagine del genere potesse svolgersi a causa del rapporto tra Chiesa e Stato.

    “Diciamo che l’Italia è un Paese molto particolare, dove di fatto lasciano fare tutto alla Chiesa, ma lo Stato non interferisce”, ha detto. “Non si intromette, come si dice, come la mafia”.

    Griffini ha sostenuto che lo studio pilota “è un’indagine indipendente perché i due organismi non sono chiaramente di natura ecclesiale; sono organismi accademici che hanno ricevuto un mandato, proprio come altre commissioni indipendenti hanno avuto mandati, e risponderanno secondo criteri scientifici”.

    Una volta completato, ha affermato, lo studio del 2026 svilupperà ulteriori ricerche “che potranno davvero far luce su questo fenomeno per aiutarci, oggi, a rendere possibile la non ripetizione e, allo stesso tempo, a trovare quelle che potrebbero essere le migliori pratiche per la giustizia e la riparazione”.

    https://www.catholicnewsagency.com/news/264673/italian-church-abuse-survivor-questions-bishops-conference-report-on-scale-of-clerical-sexual-abuse-crisis

  • Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Infine mons. Gustavo Zanchetta, vescovo di Orán da agosto 2013 ad agosto 2017, è tornato in Argentina per scontare il resto della pena a 4 anni e 6 mesi di reclusione che gli è stata comminata nel 2022 per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi (la storia inizia nel 2016, v. Adista Notizie n. 9/19). Tuttavia, non è in carcere, è ai domiciliari, probabilmente nello stesso monastero per sacerdoti pensionati – Nuestra Señora del Valle nella città di Salta, sede anche del processo che lo ha riconosciuto colpevole – dove era stato trasferito dopo soli 4 mesi di detenzione (v. qui  e qui). Dal monastero era partito per Roma lo scorso novembre, con un permesso di viaggio per un lasso di tempo fino al 1° aprile, per sottoporsi a un’operazione cardiaca. Scaduti tali termini, però, Zanchetta era uccel di bosco. Mentre il Policlinico Gemelli, dove era stato ricoverato, assicurava che era stato dimesso, la diocesi si rifiutava di confermare il rientro del recluso in Argentina.

    Chi ha dato notizie di Zanchetta è stato, nei primi giorni di giugno, il sito di informazione Infocatolica (6/6) contattato da uno dei due seminaristi abusati, Matías Montes. «Zanchetta è a Salta – ha dichiarato Montes –, ha ricevuto la visita dell’attuale vescovo di Orán, gli stanno preparando un’abitazione nello stesso monastero, l’ho visto con i miei proprio occhi».

    Montes è anche convinto che Zanchetta chiederà la libertà vigilata anticipata, come previsto dal codice penale argentino (la libertà vigilata anticipata consente ai prigionieri condannati di essere rilasciati sei mesi prima della scadenza della pena, a condizione che soddisfino determinati requisiti). «Sappiamo che la chiederà; gli stanno spianando la strada… Il sistema giudiziario non ha fatto un buon lavoro. Non abbiamo fiducia in loro, a Salta. Finché la Chiesa rimarrà vicina allo Stato, questo continuerà ad accadere». Per contro, ha aggiunto, le vittime non hanno avuto da parte della Chiesa nessun tipo di supporto: «Siamo stati completamente abbandonati. Volevamo diventare preti e abbiamo dovuto andarcene. Non c’è stato nessun aiuto psicologico, nessun sostegno, nessuna vera giustizia».

    Non è una novità per Zanchetta il rendersi irreperibile. La Procura della Repubblica argentina, nel 2019, ha dovuto emettere un mandato di cattura internazionale contro di lui perché non rispondeva alle ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali, malgrado avesse deciso di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. E a Roma in effetti era (v. Adista Notizie n. 9/19), protetto da papa Francesco che il 19 dicembre 2017 lo aveva nominato assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) – una carica prima inesistente –, accogliendolo in più a Santa Marta. Era forse così convinto dell’innocenza di Zanchetta, papa Bergoglio, da inviare l’avvocato difensore dell’ex vescovo al processo canonico, Javier Belda Iniesta, nella diocesi di Orán per svolgere un’indagine canonica su sacerdoti, diaconi e seminaristi che avevano testimoniato contro Zanchetta. Indagine allora confermata dal Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta (Orán è diocesi suffraganea di Salta), Loyola Pinto y de Sancristóval (v. Adista Notizie n. 25/22).

    https://www.adista.it/articolo/74036

  • Emanuela Orlandi, il racconto di Sophie: «Orge con prelati, De Pedis e un dossier nascosto in una cassaforte in Vaticano»

    Emanuela Orlandi, il racconto di Sophie: «Orge con prelati, De Pedis e un dossier nascosto in una cassaforte in Vaticano»

    Nel labirinto di misteri che da oltre quarant’anni avvolge la scomparsa di Emanuela Orlandi, emerge una voce fuori dal coro. È quella di Sophie, una giovane donna francese che tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, come racconta Gianluigi Nuzzi su La Stampa, ha inviato una serie di email dense di rivelazioni scioccanti: accuse di abusi, incontri con alti prelati, il coinvolgimento di Enrico De Pedis, e perfino l’esistenza di un dossier segreto custodito all’interno del Vaticano.

    Le email che Sophie invia al giornalista si moltiplicano tra ottobre e novembre del 2021, arrivando a cadenza quasi oraria in certi giorni.

    Afferma di parlare con il supporto spirituale della Curia di Avignone e, in alcune comunicazioni, scrive come se fosse Emanuela stessa, ricostruendo i momenti precedenti alla sua scomparsa.

    Un incontro con De Pedis e monsignor Vergari

    In uno dei messaggi più dettagliati, Sophie racconta a Nuzzi di aver incontrato, quel 22 giugno 1983, una macchina con a bordo due uomini: monsignor Vergari, rettore della basilica di Sant’Apollinare (poi risultato estraneo ai fatti), e Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana (deceduto incendurato ndr). Dice che De Pedis le avrebbe offerto un lavoro come venditrice per un evento, con la promessa di guadagni elevati.

    Secondo il suo racconto, avrebbe accettato di preparare una messa per Vergari quella stessa sera, e che De Pedis sarebbe passato a prenderla dopo la lezione di musica. Racconta di aver atteso l’auto fuori, di aver salutato un’amica prima di salire e di essere sparita da quel momento.

    Accuse choc e un dossier top secret

    Le affermazioni più gravi emergono nelle email successive. Sophie parla di molestie subite nei giardini vaticani da parte di un cardinale ancora in vita, e della partecipazione dello stesso a presunte orge avvenute in ambienti ecclesiastici. Aggiunge che il Vaticano custodirebbe un fascicolo segreto in una cassaforte, contenente intercettazioni, appunti e resoconti di incontri riservati nei giorni successivi al rapimento. «Emanuela è al centro di un tabù – scrive –. Le conseguenze per la Santa Sede, se venisse fuori la verità, sarebbero senza precedenti».

    Minacce e paura: «Temo di essere rapita»

    Man mano che le settimane passano, Sophie si mostra sempre più preoccupata. Racconta al giornaklista che dopo una visita a Milano avrebbe notato uomini sospetti aggirarsi attorno alla sua abitazione. «Temo che stiano aspettando un ordine. È un modo per mettermi pressione? Ho paura di essere rapita. Vi prego, aiutatemi». Tutte queste rivelazioni il giornalista le condivide con persone vicine a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. Ma la risposta della famiglia è fredda: «molte informazioni risultano già note, altre sono state smentite in passato».

    La replica: «Non posso sapere se tutto è vero»

    Nonostante la freddezza ricevuta, Sophie non si arrende. Afferma di aver agito con umiltà, di aver solo trasmesso quanto ricevuto da fonti spirituali. «Mi dispiace se alcune cose non corrispondono alla realtà. Non ho un interesse personale. So solo che Emanuela Orlandi vuole che suo fratello sappia la verità. Forse ho sbagliato nel modo, ma ho fatto del mio meglio». Nel suo ultimo messaggio, invoca lo Spirito Santo come guida per chi legge le sue parole. E lascia una convinzione: la chiave del mistero sarebbe nel legame tra la scuola di musica e De Pedis.

    Una testimonianza fragile, tra fede e ombre

    Sophie afferma di non essere nata al tempo della sparizione di Emanuela e di agire solo per amore della verità e della Chiesa. Le sue email oscillano tra rivelazioni mistiche e affermazioni già smentite, tra timore e fervore religioso. Resta il fatto che la sua voce – vera, falsa, ispirata o confusa – si aggiunge alle tante che, negli anni, hanno cercato di sciogliere il mistero di Emanuela Orlandi. Un mistero ancora senza risposte ufficiali, ma che continua ad alimentare ombre e sospetti tra le mura più segrete del Vaticano.

    https://www.ilmessaggero.it/persone/emanuela_orlandi_sophie_orge_vaticano_de_pedis_cosa_ha_detto-8829370.html

  • La Scomunica – Episodio 1: Parole e fatti

    La Scomunica – Episodio 1: Parole e fatti

    Perché Papa Francesco ha coperto i peggiori scandali sessuali della Chiesa mentre in pubblico prometteva la massima intransigenza?

    Cosa c’è dietro il suo supporto al gesuita Marko Ivan Rupnik, il più famoso artista sacro vivente che per trent’anni ha molestato donne senza conseguenze, celebrato e riverito da tutti?

    Nel maggio del 2020 padre Rupnik viene addirittura scomunicato dal dicastero per la Dottrina della fede: ha assolto in confessione il complice, cioè la donna vittima di abusi che la Chiesa considera, appunto, complice.

    Nel giro di pochi giorni la scomunica viene revocata. E c’è solo una persona che può prendere una decisione così importante: papa Francesco in persona, amico di Rupnik, gesuita come lui.

    Quel favore all’amico è l’ultima goccia in un vaso di scandali. In questa nuova inchiesta seguiamo il filo del caso Rupnik per raccontare le omertà e le complicità di una Chiesa ossessionata dal sesso nella quale il potere è cementato dall’omertà, e gli scandali per abusi servono solo a regolare i conti tra fazioni in lotta.

    In questo primo episodio iniziamo l’indagine al centro de La Scomunica: cosa è stato il caso Rupnik e perché la Chiesa in scandali grandi come questo, e in tanti altri più o meno noti, pensa a proteggere gli abusatori e non le vittime? Come funziona la teologia degli abusatori che tentano di dare basi teologiche alle proprie violenze?

    Dopo il successo de La Confessione, una nuovo lavoro di giornalismo investigativo sul tema degli abusi nella Chiesa firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn

    La produzione di questo podcast è sostenuta dalle abbonate e dagli abbonati alla newsletter Appunti dove potete leggere le inchieste di Federica Tourn e gli approfondimenti dei temi trattati nel podcast.

    Poiché nessun editore vuole parlare di questo tema, abbiamo lavorato da soli, sostenendo i costi di questo progetto. Se vuoi contribuire puoi farlo sostenendo Appunti o con una donazione per il podcast sulla piattaforma di crowdfunding Go Fund Me

    https://appunti.substack.com/p/la-scomunica-episodio-1-parole-e

  • Muore in carcere a 90 anni il sacerdote che abusò di 70 bambini

    Muore in carcere a 90 anni il sacerdote che abusò di 70 bambini

    AGI – Il sacerdote australiano Gerald Ridsdale, che abusò di oltre 70 bambini tra il 1961 e il 1988, è morto all’età di 90 anni mentre scontava la pena nella prigione di Port Phillip, nello Stato sudorientale di Victoria, teatro della maggior parte dei crimini commessi dal religioso. A comunicare il decesso dell’uomo è la direzione del penitenziario, dove Ridsdale si trovava dal 1994. Spetterà ora ai medici legali stabilire le cause della morte di Ridsale, che soffriva di diversi disturbi legati alla sua età avanzata.

    L’organizzazione benefica Bravehearts, che sostiene le vittime di abusi sessuali, ha affermato in una dichiarazione pubblicata sui social media che la morte di Ridsdale non cancella la sofferenza da lui inflitta ai bambini e alle loro famiglie. “Bravehearts esprime solidarietà a tutti coloro che sono stati colpiti, ricordando al mondo che la giustizia non riguarda solo la caduta di un criminale, ma anche il continuo supporto, riconoscimento e guarigione dei sopravvissuti”, si legge nella dichiarazione.

    https://www.agi.it/estero/news/2025-02-18/morto-in-carcere-sacerdote-che-abuso-di-settanta-bambini-30077319/

  • ERAVAMO BAMBINI | Documentario completo | National Film Board of Canada

    ERAVAMO BAMBINI | Documentario completo | National Film Board of Canada

    Strappati alle loro famiglie in giovane età, due sopravvissuti rivelano la straziante verità del sistema scolastico residenziale canadese.

    Da bambini, Lyna e Glen furono portati via dalle loro case e messi in collegi gestiti dalla chiesa.

    Il trauma di questa esperienza fu aggravato da anni di indicibili abusi fisici, sessuali ed emotivi, i cui effetti persistono nella loro vita adulta. In questo film emozionante, il profondo impatto del sistema scolastico residenziale del governo canadese viene trasmesso senza esitazione attraverso gli occhi di due bambini che sono stati costretti ad affrontare difficoltà superiori alla loro età.

    We Were Children dà voce a una tragedia nazionale e dimostra l’incredibile resilienza dello spirito umano. Diretto da Tim Wolochatiuk e scritto da Jason Sherman, We Were Children è prodotto da Kyle Irving per Eagle Vision Inc. e David Christensen per il National Film Board of Canada (NFB).

    Attenzione: questo film contiene contenuti inquietanti ed è consigliato a un pubblico di età pari o superiore a 16 anni. Si consiglia vivamente la discrezione dei genitori e/o la visione di questo film in un contesto di gruppo.

    Se hai bisogno di supporto psicologico, contatta Health Canada. Diretto da Tim Wolochatiuk – 2012 | 82 min Coprodotto da Eagle Vision Inc., Entertainment One e National Film Board of Canada.

  • Da Rete l’Abuso una iniziativa per superare la solitudine delle famiglie “abusate”

    Da Rete l’Abuso una iniziativa per superare la solitudine delle famiglie “abusate”

    42150 SAVONA-ADISTA. Sono dei “sopravvissuti”, come i loro figli abusati. Sono i genitori delle vittime di violenza sessuale perpetrata da preti, «genitori che da un giorno all’altro sono stati catapultati in una situazione alla quale nessun genitore è preparato. Lo stupro del proprio figlio». Genitori che hanno dovuto improvvisare un sostegno senza saper come fare, e da soli, visto che spesso sono stati abbandonati da tutti in questa lotta. Soprattutto dalla Chiesa, che spesso li ha considerati nemici da cui difendersi. Sono anch’essi vittime degli stigmi e dell’indifferenza, devastati nelle loro vite, segnate da un trauma gravissimo i cui effetti si ripercuotono anche all’esterno, come le onde provocate da un sasso gettato nell’acqua.

    È per loro che è nato, all’interno della Rete l’Abuso, fondata e animata da Francesco Zanardi, il Coordinamento Famiglie sopravvissuti, un contesto di «confronto e di condivisione» che, si legge sul sito, «non solo è estremamente terapeutico, ma è spesso utile a chi, come noi, suo malgrado, viene a trovarsi ad affrontare queste situazioni». L’iniziativa, presentata il 7 febbraio, nasce nel nome e nel ricordo di Chiara, Cristina e Alessandro Giacoletto: la prima, abusata da un familiare da bambina, si è tolta la vita nel 2022, a 28 anni; gli ultimi due, i suoi genitori, si sono uccisi insieme, lo scorso dicembre, schiacciati dal dolore. Nel loro ricordo, «l’ispirazione a voler reagire attivamente come famiglie, vittime indirette di quanto accaduto ai figli».

    Nel corso della presentazione, alcuni genitori sono intervenuti. Claudia, due figli abusati da un prete, ha raccontato che la famiglia è stata abbandonata dall’intera parrocchia, che le ha voltato le spalle. «È stato un inferno», ha detto. Giovanna e Roberto invece non hanno più la loro figlia. «La solitudine uccide», ha detto in una intervista a il Giorno (8/2) la coordinatrice del gruppo Cristina Balestrini, madre di un ragazzo che a 15 anni fu abusato da don Mauro Galli, allora parroco a Rozzano, e che ha tentato più volte il suicidio. Il suo fu un lungo caso giudiziario conclusosi a 12 anni dalle violenze subite, con una pena definitiva di 3 anni ai domiciliari per il prete. «Essere genitori non è facile, ed essere genitori di un sopravvissuto è ancora più difficile», ha detto. «Si prova un dolore profondo che gli altri non capiscono, ma bisogna andare avanti perché tuo figlio è la cosa più importante. La famiglia, quando emergono questi casi, svolge un ruolo importantissimo e fondamentale, ma purtroppo spesso viene lasciata sola. Non vogliamo che altre famiglie vivano la stessa esperienza di isolamento e solitudine che abbiamo vissuto noi». Anche la sua famiglia è stata stigmatizzata dalla parrocchia dove tutto si è svolto: «Noi abbiamo sempre frequentato la parrocchia, era la nostra seconda casa, e siamo stati allontanati, trattati da persone sgradite. Ci siamo sentiti vittime due volte. Purtroppo è un copione che si ripete sempre. Le autorità ecclesiastiche cercano di coprire, minimizzare, insabbiare i casi». Il programma del coordinamento è di organizzare incontri periodici su Zoom, «perché le famiglie sono sparse in tutta Italia, con momenti di confronto, condivisione di idee ed esperienze. Si possono chiedere consigli, ricevere supporto e trovare sempre ascolto. Ci farebbe piacere chiedere un incontro al presidente della Cei, il cardinale Zuppi. Molti di noi sono cattolici, ma hanno perso la fede proprio a causa del comportamento della Chiesa».

    Del Coordinamento fa parte anche Anna Ipata, neuropsichiatra infantile alla Columbia University di New York. Subì un abuso all’età di 12 anni nella sua parrocchia pisana di Santo Stefano, e lo rivelò ai genitori solo quarant’anni dopo, quando si cominciò a parlare di pedofilia. «Quando sei bambina non riesci a dare un significato sessuale a certe attenzioni. Certamente un senso di violazione e di ribrezzo ti rimane addosso. Negli anni, ripensandoci, ho capito», ha detto in un’intervista al Corriere (7/2).

    Per il momento, sono già una trentina i genitori in tutta Italia che hanno aderito al Coordinamento; una decina in Sicilia. Non poteva mancare Michele Messina, il padre di Antonio, che denunciò gli abusi subiti da don Giuseppe Rugolo, ora condannato in primo grado a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale. «Abbiamo perso l’infanzia e l’adolescenza di nostro figlio per sempre, racconta Messina a Repubblica (8/2). «Nessuno dovrebbe mai subire quello che ha dovuto subire lui. Lo appoggerò fino alla fine dei miei giorni. Non è una ferita che si può rimarginare». Due genitori di Randazzo, nel Catanese, non si perdonano il fatto di non avere denunciato subito: il prete era di casa in famiglia. «Non siamo stati subito pronti a aiutarlo, quando abbiamo cominciato a parlare siamo stati presi in giro: “Forse vostro figlio si è innamorato di lui”, diceva qualcuno. Pensavamo di risolvere tutto nell’ambito della Chiesa, ma ci chiudevano le porte in faccia». Ora quell’isolamento può essere meno duro.

    Per aderire al Coordinamento Famiglie Sopravvissuti: coordinamento@retelabuso.org.

    https://www.adista.it/articolo/73354

  • “La solitudine uccide. Qui tutti saranno a casa”

    “La solitudine uccide. Qui tutti saranno a casa”

    “Sono la mamma di un sopravvissuto, e qui ognuno deve potersi sentire a casa”. Cristina Balestrini, coordinatrice del neonato gruppo che accoglie i familiari delle vittime di abusi, sta portando avanti una battaglia del 2011. In quel periodo suo figlio, all’epoca 15enne, subì abusi sessuali da parte di don Mauro Galli, l’allora parroco di Rozzano. Un lungo caso giudiziario, con processi che si sono trascinati fino alle sentenza definitiva arrivata quando erano ormai trascorsi 12 anni dalle violenze: nell’appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in “detenzione domiciliare” per Galli, che ha ricoperto anche l’incarico di vicario parrocchiale a Legnano.

    Cristina, come nasce l’idea di creare un coordinamento fra genitori delle vittime? “Essere genitori non è facile, e essere genitori di un sopravvissuto è ancora più difficile. Si prova un dolore profondo che gli altri non capiscono, ma bisogna andare avanti perché tuo figlio è la cosa più importante. La famiglia, quando emergono questi casi, svolge un ruolo importantissimo e fondamentale, ma purtroppo spesso viene lasciata sola. Non vogliamo che altre famiglie vivano la stessa esperienza di isolamento e solitudine che abbiamo vissuto noi. L’abuso si ripercuote su tutte le persone che stanno attorno alla vittima, e il dolore dei familiari è incompreso. Solo chi c’è passato può capirlo”.

    Come avete affrontato il dramma vissuto da vostro figlio? “Mia figlio, prima di entrare in contatto con la rete, ha tentato il suicidio per quattro volte. Un giorno lo abbiamo portato a Berlino, a un incontro fra altre persone provenienti da tutto il mondo, accomunate dallo stesso dramma. Su un muro erano scritti i nomi di chi non ce l’aveva fatta e si era tolto la vita. Mio figlio ha desiderato che su quel muro non ci fossero scritti altri nomi e da lì è iniziato il suo percorso, da vittima a sopravvissuto”.

    Quali sono state le reazioni alla vostra denuncia? “Noi abbiamo sempre frequentato la parrocchia, era la nostra seconda casa, e siamo stati allontanati, trattati da persone sgradite. Ci siamo sentiti vittime due volte. Purtroppo è un copione che si ripete sempre. Le autorità ecclesiastiche cercano di coprire, minimizzare, insabbiare i casi”.

    Come verrà strutturato il gruppo e quali saranno le prossime iniziative? “Programmiamo incontri periodici su Zoom, perché le famiglie sono sparse in tutta Italia, con momenti di confronto, condivisione di idee ed esperienze. Si possono chiedere consigli, ricevere supporto e trovare sempre ascolto. Abbiamo voglia di farci sentire e di non nasconderci, e per questo ci farebbe piacere chiedere un incontro al presidente della Cei, il cardinale Zuppi. Molti di noi sono cattolici, ma hanno perso la fede proprio a causa del comportamento della Chiesa”.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/la-solitudine-uccide-qui-tutti-eb359fb1
  • Abusi sessuali I drammi nascosti dei genitori

    Abusi sessuali I drammi nascosti dei genitori

    Il calvario della milanese Jolanda è iniziato quando il figlio, a 14 anni, ha raccontato di aver subito dall’età di 12 anni abusi sessuali nel seminario di Gozzano, da parte di un sacerdote della congregazione dei Legionari di Cristo. “A Milano frequentavo la parrocchia – racconta – e quando abbiamo scelto di denunciare siamo rimasti isolati. Mio figlio, che ora vive a Valencia, ha tentato per due volte il suicidio. Il sacerdote è stato condannato ed è stato mandato in Messico, noi stiamo ancora portando avanti una causa civile perché, dopo tutto quello che è successo, non abbiamo ottenuto neanche un risarcimento”.

    Raccontano il loro dramma i genitori di Eva Sacconago, che nel 2011 si è tolta la vita all’età di 26 anni dopo aver subito, da quando era ancora minorenne e frequentava l’oratorio a Busto Arsizio, violenze sessuali da parte di Maria Angela Faré, ormai ex suora: “Cercate di stare vicini ai vostri figli – è il loro messaggio – perché noi abbiamo perso la nostra Eva, e ci restano solo i ricordi. Quattro pacchi, con le sue cose e i suoi scritti, non li abbiamo ancora aperti”.

    Storie che si incrociano, seguendo un drammatico copione, tra i genitori che fanno parte del neonato Coordinamento famiglie sopravvissuti, promosso da Rete L’Abuso, associazione che da anni tutela le vittime di violenze sessuali in ambiente ecclesiastico (la rete ha censito solo in Lombardia 370 casi in 15 anni e 30 preti condannati in via definitiva). Un progetto “unico in Italia”, che per ora riunisce una trentina di famiglie di diverse regioni, coordinato da Cristina Balestrini e dedicato alla memoria di Alessandro Giacoletto e Cristina Masera, coppia che si è tolta la vita dopo il suicidio della figlia Chiara, abusata da un parente. Si incontrano online, si confrontano sui drammi vissuti dai figli, offrono supporto a chi non ce la fa (per contattare il gruppo: coordinamento@retelabuso.org).

    “In Italia nessuno pensa ai genitori dei sopravvissuti– spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – che da un giorno all’altro vengono messi di fronte a una situazione impensabile”. Genitori che hanno pagato la scelta di denunciare con l’isolamento. Poi lunghi processi, tentativi di insabbiare i casi mentre le ferite dei figli non si rimargineranno mai. “Nostro figlio è stato molestato da un sacerdote che era amico di famiglia – racconta una coppia – ora va in giro come se non fosse successo niente, mentre noi viviamo chiusi in casa”.

    Tra loro c’è anche una ex suora, stuprata quando era missionaria in Congo da parte di un sacerdote africano. “Non ne parlai con nessuno – racconta – e avevo il terrore di essere rimasta incinta”.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/abusi-sessuali-i-drammi-nascosti-310a3820

  • Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    42115 BOLZANO-ADISTA. “Il coraggio di guardare” era già un titolo che faceva sperare: il progetto avviato, unico e assolutamente inedito in Italia, nel 2023 dalla diocesi di Bolzano-Bressanone per affrontare gli abusi sessuali perpetrati dal clero partiva proprio dalla necessità di conoscere la realtà per capirla e superarla, e di affidare questo compito a un organismo indipendente, super partes (v. Adista Notizie n. 41/23). L’approccio adottato, del resto, da mezzo mondo, l’unico in grado di garantire trasparenza e di sottrarre al campo scuro dell’omertà e delle protezioni una realtà i cui protagonisti, i sopravvissuti, o, come vengono qui chiamati, le “persone offese”, o “coinvolte”, sono stati sempre ignorati e non creduti.

    Un progetto interamente finanziato dalla diocesi che il 20 gennaio scorso ha visto concludersi la sua prima parte, la consegna di un corposo rapporto di indagine di oltre 600 pagine (scaricabile da tinyurl.com/5eznks89) al vescovo mons. Ivo Muser e al vicario generale mons. Eugen Runggaldier, dopo una conferenza stampa di presentazione. Autori del rapporto, elaborato in un anno di lavoro, gli avvocati dello studio legale Westphal, Spilker e Wastl di Monaco di Baviera, già impegnati in un lavoro analogo nella diocesi di Aachen (Acquisgrana, 2020) e nella stessa Monaco (2022), che hanno lavorato in collaborazione con lo studio di Brunico Kofler Baumgartner & Partner , che ha offerto assistenza sul piano delle specificità linguistiche, culturali e giuridiche locali. A Monaco, lo studio legale aveva coinvolto Joseph Ratzinger per questioni di gestione dei casi all’epoca in cui era arcivescovo della città (v. Adista Notizie n. 3 e 4/22 Adista online 23, 24 e 26 gennaio 2022) e aveva dato conto dell’abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership.

    Il progetto altoatesino triennale – portato avanti con con l’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana (IADC), presieduto da p. Hans Zollner, che ha dato vita all’idea del progetto in occasione di un incontro informativo nel marzo 2022 a Bolzano – si presentava già innovativo: «Il concetto va oltre gli approcci e le forme precedenti di rilevazione della realtà degli abusi in ambito ecclesiale», si leggeva sul sito della diocesi. Oltre ai criteri sociostorici, quelli del diritto canonico e del diritto civile «necessari per l’indagine e l’elaborazione e orientati verso le vittime e gli abusatori», il progetto percorre «una nuova via», con l’intenzione di avviare, «attraverso una visione per il futuro, un completo processo di trasformazione organizzativa». Dunque coinvolgimento in contemporanea di esperti interni (per promuovere «l’accettazione interna e includere le competenze interne») ed esterni (che «devono garantire un’attuazione trasparente e scientificamente responsabile del progetto»).

    I numeri e le cause sistemiche

    Non sono le cifre e i dati percentuali l’aspetto più interessante del rapporto, che pure occorre dare.

    Gli avvocati, il 20 gennaio, hanno sottolineato come il quadro che emerge sia soltanto una parte dell’emerso, e dunque la punta della punta dell’iceberg. Hanno scelto di non ricorrere a proiezioni, come avvenuto invece in Francia, «perché – si legge nel testo – si offrirebbe il fianco alle critiche di coloro che notoriamente tendono a smontare le indagini condotte nell’ambito degli abusi sessuali allo scopo di screditare, in generale, gli sforzi compiuti per fare luce e chiarezza in questo settore». Una frecciata alla CEI, che ha sempre screditato il lavoro francese, ma anche a papa Francesco, che non ha mai voluto incontrare la francese Commissione Ciase. E non è l’unica: il quadro che emerge, scrivono gli avvocati tedeschi, evidenzia «la chiara esistenza di lacune sistemiche nettamente riconosciute e ampiamente descritte. Non è quindi possibile affermare di trovarsi di fronte a casi isolati disgiunti dal sistema». Come è noto, la CEI e il suo presidente, il card. Matteo Zuppi, rifiutano che si parli di cause sistemiche e continuano a fare riferimento a “casi isolati”.

    Su mille fascicoli esaminati grazie all’accesso al Centro di ascolto diocesano (nato ben 15 anni fa, mentre nel resto d’Italia hanno visto la luce intorno al 2020-21, e nemmeno dappertutto), agli archivi diocesani, dei Seminari, di varie istituzioni legate alla Chiesa, nel periodo dal 1964 – data di creazione dell’attuale diocesi di Bolzano-Bressanone – al 2023, emergono 67 «quadri di possibili aggressioni sessuali» che hanno coinvolto 75 persone. Si parla in 59 casi di «abusi in prevalenza probabili o dimostrati» a cui si aggiungono, sempre per quanto riguarda le persone offese, 16 casi che «risultano ancora non chiariti». E qui, un’anomalia rispetto al resto del mondo: il 68% di queste persone sono di sesso femminile, e l’abuso di sarebbe svolto quando avevano dagli 8 ai 14 anni. È noto infatti come, a livello tendenziale generale, più bassa è l’età degli abusati, maggiore è la percentuale dei maschi. Qui è il contrario, per cause che gli esperti dovranno studiare. Anche sul fronte degli abusatori c’è qualche sorpresa: 41 i preti coinvolti («29 per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. Rispetto ad altri 12 chierici, le accuse formulate non hanno potuto essere invece giudicate con il necessario grado di certezza», si legge nel rapporto). La loro età, al momento degli abusi, è più bassa di quanto emerga in altri analoghi rapporti, concentrando nel gruppo più folto (29%) la fascia di età compresa tra i 28 e i 35 anni.

    Un dato interessante è che, se è vero che la gestione degli abusi è migliorata a partire dal 2010, data dell’esplosione in Germania dello scandalo che in questo territorio ebbe molte ripercussioni e data dell’istituzione del Centro di ascolto diocesano, la metà di questi 67 casi erano già noti alle istituzioni prima di quella data. Un segno della mancata volontà di fare chiarezza e di gravi ed evidenti carenze sistemiche.

    Ed è proprio lo studio di queste carenze la parte più interessante di questo studio, nel quale si è scelto di fare nome e cognome dei responsabili istituzionali (vescovi e vicari generali), illustrati nei loro comportamenti nella gestione dei casi, comportamenti del tutto mancanti o non scevri da errori.

    Correzioni cosmetiche

    Il rapporto esamina diffusamente le cause sistemiche: «Ignorare le cause sistemiche – si legge nel rapporto – porta a una revisione solo apparente dei fatti»; «senza un’analisi delle cause sistemiche risulta a priori impossibile formulare raccomandazioni valide e appropriate che consentano effettivamente di eliminare le precarietà e inadeguatezze segnalate e non limitarsi a mere correzioni cosmetiche e di superficie». Tra di esse vengono citate una sessualità immatura e mancanza di strategie di gestione della propria sessualità; la sopraffazione derivante dagli obblighi di servizio, tendenze all’isolamento e mancanza di un ambiente sociale stabile al di fuori della sfera clericale; la pedofilia in sé, che però non appare qui come causa maggioritaria.

    Tra le cause sistemiche della copertura e cattiva gestione da parte dei responsabili, la tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità nell’etica della Chiesa e conseguente perplessità e inettitudine; il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, che sfociano in sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico dell’operato e al necessario sanzionamento dei responsabili; il disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e il timore di uno scandalo; il Diritto penale canonico, dal momento che è emerso come per la maggior parte non fosse sufficiente la consapevolezza della rilevanza e del carattere vincolante delle norme giuridiche e che lo stesso diritto (penale) canonico presenta «in misura considerevole carenze che ostacolano gli interventi volti a far chiarezza sulle vicende». La mancanza di apposito controllo può influenzare le decisioni con considerazioni estranee all’oggetto e alla materia, non di rado anche da simpatie o antipatie personali. Si parla anche di mancanza della cultura dell’errore, che «si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate prese dai propri predecessori. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese». Come nel “caso 5” illustrato, esempio lampante di questa non-cultura dell’errore, si permise a molti dei sacerdoti accusati plausibilmente di abusi di continuare a rimanere indisturbati in servizio. Il “caso 5” venne trasferito di parrocchia in parrocchia per una decina di volte in 50 anni, perpetrando abusi con certezza in 7 delle destinazioni. Tra le cause sistemiche delle coperture, cui è dedicato ampio spazio, viene indicata anche la durata del mandato episcopale, sostanzialmente a tempo indeterminato. Stante un’eccessiva lunghezza del mandato, si consolidano «a livello amministrativo peculiarità operative e conseguenti critici sviluppi tali da lasciare sempre più inascoltate eventuali critiche». È poi citato il fondamentale fraintendimento della presunzione di innocenza che, da garanzia limitata ai procedimenti penali che esige che il soggetto sospettato non venga trattato come colpevole in assenza di prove, non esclude tuttavia la possibilità di procedere penalmente, in presenza di un dato sospetto, e nemmeno di adottare misure volte a scongiurare un pericolo. E invece viene erroneamente intesa dalla Chiesa e invocata per non prendere provvedimenti a carico del prete accusato: «È già di per sé curioso che la Chiesa, altrimenti restia ad integrare i principi del moderno Stato di diritto definiti dalla filosofia giuridica e solitamente pronta a rivendicare la propria autonomia e differenza dallo Stato, non mostri difficoltà di accettazione, quando a beneficiarne possano esserne i propri chierici», nota il rapporto.

    Il rapporto cita poi le cause sistemiche a livello locale: il clericalismo laicale (si registra spesso «tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità» con il rischio evidente che «realtà non compatibili con questa visione, come ad esempio il mero sospetto di abusi sessuali di minori, vengano semplicemente rimosse e allontanate»); la prospettiva localmente ristretta dei fedeli (la tendenza, cioè, delle singole comunità parrocchiali a scaricare il problema della presenza di un abusatore su terzi, senza la consapevolezza che un trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema».

    All’analisi di 24 casi segue, nel rapporto, l’elaborazione di raccomandazioni, che spaziano dall’attenzione alle persone offese, ad aspetti amministrativi, alla gestione degli abusatori. Si parla finalmente (di contro alla Cei, che rifiuta il tema) anche di risarcimenti, pecuniari e non. «Riportare la giustizia implica anche, quale elemento essenziale, avere una memoria collettiva degli atti di abuso e degli errori grossolani commessi dai responsabili ecclesiastici nel trattare questi casi. Essa è necessaria per mantenere una coscienza pubblica del fatto che, nell’ambito di competenza della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ci sono state persone costrette a vivere enormi sofferenze e ingiustizie e che queste esperienze di dolore devono essere evitate, in futuro, con tutti i mezzi disponibili».

    La diocesi si mette al lavoro

    Quattro giorni dopo la presentazione del rapporto, il 24 gennaio, in conferenza stampa, il vescovo Muser si è assunto «personalmente le responsabilità per le omissioni durante il suo periodo di esiscopato, tra cui l’insufficiente controllo dei sacerdoti sospetti, la riluttanza nell’adottare chiare misure preventive nei confronti dei preti accusati e la documentazione carente nel delineare i passi nella gestione dei casi di abuso». Chiede «perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli, e sottolinea che la perizia commissionata non è un punto di arrivo, ma un mandato per continuare a lavorare con tutta la determinazione possibile». Tra le misure che dichiara di mettere in atto: linee guida con procedure chiare entro la fine di quest’anno, la creazione di un gruppo interdisciplinare per il perseguimento dei casi, l’istituzione di un team di intervento per preparare le decisioni in modo professionale, il rafforzamento della posizione delle donne nelle posizioni apicali della diocesi (aspetto molto sottolineato dal Rapporto; quattro dei nove uffici della Curia sono peraltro già guidati da donne), assunzione della cultura dell’errore come «parte integrante» del modus operandi della Chiesa. Il vescovo ha invitato le persone colpite a prendere parte attiva nel processo di cambiamento, fornendo una serie di contatti.

    Runggaldier ha preso atto che «i casi di abuso nella Chiesa non possono essere considerati come episodi isolati, ma si basano sui deficit sistemici rilevati dal rapporto. Per fare fronte a questo contesto, saranno poste in essere misure concrete: strutture chiare e ben separate (Centro di ascolto, centro di intervento, Centro di prevenzione, che saranno rafforzati e riorganizzati), procedure chiare di norme diocesane, da verificare e ottimizzare periodicamente; una gestione dei fascicoli trasparente e tracciabile; un catalogo vincolante di misure, con un sistema di monitoraggio per il rispetto delle sanzioni e l’efficacia delle misure preventive; formazione e accompagnamento del personale, il tutto con un processo di continuo riesame e adeguamento alle necessità».

    Il ruolo delle vittime

    Alla conferenza stampa è intervenuto anche don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio tutela minori della diocesi. Si apre la fase due, ha detto, quella di elaborazione; ha annunciato che è in fase di istituzione un Consiglio delle persone colpite, che avranno un ruolo attivo in ogni fase e a ogni livello del lavoro; un team di supporto è a disposizione delle parrocchie. Inoltre, i gruppi di progetto nelle aree della pastorale, dell’amministrazione, Caritas e formazione implementeranno i concetti di formazione, sviluppando programmi di formazione e definendo linee guida. In generale, l’obiettivo è quello di un cambio netto di mentalità, «guardando, ascoltando e agendo». Sensibilizzazione, regole chiare nel rapporto con i minori e offerta di materiale informativo saranno prossimi passi di questo percorso.

    Il progetto va avanti. E la CEI, impantanata nel suo “progetto pilota” privo di una commissione indipendente d’inchiesta cosa fa? Fa finta di niente: nel comunicato finale del Consiglio permanente del 22 gennaio, nemmeno una parola sul Rapporto di Bolzano. Uno scomodo precedente.

    https://www.adista.it/articolo/73221