AARAU – Dal 2000 ha consumato in maniera ossessiva materiale pedo pornografico. Ulteriore aggravante è che sempre dal 2000 e fino al 2013 l’uomo è stato vice parroco in diverse chiese del canton Argovia e poi anche nei cantoni Berna e San Gallo. E a nulla sono serviti, in questi decenni, terapie di gruppo e procedimenti penali perché ha continuato a consumare contenuti illegali. E adesso, a breve, l’uomo sarà rilasciato dal carcere.
La storia – Ma ecco nel dettaglio cosa è accaduto in questi lunghi anni fino ad arrivare alla recente decisione. Nel 2013 il tribunale distrettuale del Toggenburg lo ha condannato a una pena detentiva di un anno, sostituita però con misure terapeutiche ambulatoriali. Cure che sono durate per tre anni fino a quando, visti i rapporti positivi delle autorità, le misure sono state revocate. Purtroppo però la realtà si è ben presto dimostrata differente e il pastore si è ben presto comportato come in passato continuando a consumare materiale pornografico illegale anche mentre frequentava le sedute di terapia.
Sono così scattate nuove indagini e, nel 2018, il tribunale distrettuale argoviese ha condannato l’uomo a una pena detentiva di 22 mesi. Anche in questo caso si è deciso di sostituire la detenzione con un trattamento psichiatrico ospedaliero. Ma gli effetti non sono stati molto convincenti visto che si è scoperto come l’uomo, dall’ospedale, avesse scritto una lettera dal contenuto pornografico a un quindicenne. Ragione per cui ha subito una nuova condanna
Si arriva così fino al 2020 quando il pastore si rivolge al Tribunale federale per difendersi dalla misura di ricovero, che all’epoca era già durata più della pena detentiva. Ricorso respinto.
Infine la vicenda arriva ai giorni nostri visto che i cinque anni complessivi per i quali il tribunale distrettuale aveva imposto la misura di ricovero sono terminati ad agosto 2023. Il sistema carcerario argoviese aveva già chiesto una proroga di due anni, cosa alla quale anche l’uomo si è opposto. E in questo caso la Camera d’appello del Tribunale superiore di Argovia ha ordinato il suo rilascio immediato perché «la terapia non era abbastanza efficace».
Gli esperti – Affinché la misura ospedaliera possa essere prolungata, deve esserci ancora un rischio per la sicurezza pubblica: terapisti, esperti e medici concordano sul fatto che questo esiste ancora. Sul cuore del tema si è però così espressa la Camera d’appello del Tribunale superiore di Argovia. «Il rischio che il sacerdote continui a consumare materiale pedo pornografico non può essere eliminato, ma può solo essere leggermente ridotto», si legge nella relazione di un esperto risalente al 2022. E la Corte teme che l’uomo «continuerà a utilizzare tale materiale in futuro e lo consumerà in misura imprevedibile». La proroga della misura di ricovero è stata quindi respinta e l’uomo dovrà essere liberato.
Alessio Di Florio – Verità e giustizia per Emanuela Orlandi, sit in a Roma il 13 gennaio
Il 13 gennaio è il giorno del compleanno di Emanuela Orlandi, data in cui il fratello Pietro e tutta la famiglia ogni anno tornano ad esprimere la battaglia lunga ormai più di quarant’anni per chiedere verità e giustizia sul suo rapimento. Anche quest’anno ci sarà una nuova manifestazione a Roma. Appuntamento il 13 gennaio in piazza Cavour alle ore 15.30. “Verità e giustizia per Emanuela Orlandi” si legge nel manifesto di convocazione in cui è riportata la frase di Dostoevskij «Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte».
Nei giorni scorsi Pietro Orlandi ha rilanciato un’inchiesta di Andrea Purgatori in cui è stata riportata l’inchiesta di Mino Pecorelli sulla “Gran Loggia vaticana”. Purgatori intervistò Rosita Pecorelli, sorella del giornalista ucciso. «Mino mandò a Papa Luciani l’elenco dei prelati infedeli … Quella notte il Papa morì» ha dichiarato Rosita Pecorelli nell’intervista. «Questa interessantissima inchiesta di Andrea Purgatori ( che consiglio di vedere)spiega molto bene il mondo sporco di quegli anni tra Stato, Chiesa e criminalità, il coraggio di Andrea di raccontare le cose senza peli sulla lingua – ha scritto sui social Pietro Orlandi – un mondo che ancora oggi occulta la verità sul rapimento di Emanuela».
Nell’inchiesta sulla “Gran Loggia vaticana” Pecorelli rivelava che 121 tra alti prelati e cardinali erano membri di una loggia massonica. «Tra loro ce ne erano quattro che riportano ad Emanuela Orlandi: l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, il cardinale Ugo Poletti che fornì la dispensa per la sepoltura del capo della fazione testaccina della Banda Magliana Enrico De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare, sede della scuola di musica di Emanuela – sottolinea Alessandra De Vita su Il Fatto Quotidiano online – nell’elenco consegnato a Papa Luciani, poche ore prima della sua morte, c’erano anche Pietro Vergari, ex rettore della stessa Basilica di Sant’Apollinare e indagato nella seconda inchiesta sul caso Orlandi (poi archiviata) per concorso in sequestro e Paul Marcinkus, ex capo dello Ior, la banca Vaticana».
Federica Tourn – I risarcimenti alle vittime di abuso: un problema aperto
La Chiesa francese sta cominciando a fare letteralmente i conti di quanto costano i preti pedofili. I numeri aggiornati a ottobre 2023 indicano che hanno interpellato la la Commission Reconnaissaince e Réparation, il programma di ascolto e indennizzo delle vittime di abuso clericale una commissione istituita dai vescovi francesi in seguito alla pubblicazione del rapporto Ciase, 801 persone, di cui 313 hanno ricevuto un risarcimento, per una cifra totale che supera gli undici milioni; 1186 persone si sono invece rivolte all’Inirr dell’Inirr, l’Instance nationale de reconaissance et de réparation, , l’omologa commissione istituita per i religiosi (dati del marzo 2023), di cui 190 sono state risarcite con una cifra media di 37mila euro (il massimo è 60 mila euro): le due commissioni hanno finora sborsato più di diciotto milioni di euro per soli 503 casi. I soldi arrivano da un fondo di solidarietà, il fondo Selam, istituito dalla conferenza dei vescovi nel luglio 2021. Alla sua costituzione, questo fondo aveva all’attivo venti milioni, cinque dei quali erano destinati a risarcire le vittime di abuso, ma è stato subito evidente che sarebbero bastati appena per un acconto. Un’inchiesta di France 2, però, ha fatto i conti in tasca alla chiesa nazionale e ha verificato che la cifra messa a disposizione dei sopravvissuti non è che l’1% del suo patrimonio, stimato intorno agli otto miliardi: la sola diocesi di Lione ha 84,3 milioni di beni immobili e quella di Parigi arriva a 238,8 milioni di euro, con ben 737 immobili.
Oltreoceano, il problema è ben chiaro da anni. Un’ondata di cause legali ha travolto la Chiesa cattolica negli Stati Uniti dopo che, nel 2019, è stata permessa una finestra di deroga di tre anni alla prescrizione per gli abusi sui minori. Per far fronte alle richieste di risarcimento, molte diocesi hanno fatto ricorso al Capitolo 11, una norma del diritto fallimentare che permette di stipulare una sorta di concordato preventivo, in cui viene garantita la liquidazione dei debiti con un risarcimento forfettario; l’azienda o l’istituzione rimangono però in funzione, «con i loro meccanismi di guadagno e i loro segreti legali nascosti», come precisa David Clohessy, ex direttore di Snap, la più grande rete di sostegno ai sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti degli Stati Uniti. Questo non significa che la Chiesa non abbia i mezzi per pagare: «nessuna diocesi è senza soldi – precisa Clohessy – i funzionari della Chiesa affermano di essere in rosso, ma in realtà ciò che temono davvero è il contenzioso con le vittime, e in particolare il dover affrontare domande difficili, sotto giuramento, su quanto sapevano e quanto poco hanno fatto per fermare i crimini sessuali commessi dai preti sui minori».
Fonte: Domani
Francesco Zanardi – Più di 40 anni a combattere fantasmi, ricordi, traumi e dolore
Più di 40 anni a combattere fantasmi, ricordi, traumi e dolore. A quell’età eravamo vittime e non solo di pedofili compulsivi e stupratori seriali, eravamo anche vittime dell’abuso del loro potere e della coscienza.
Nove mesi dopo lo scandalo degli abusi clericali scoppiato in Bolivia, Flores e un gruppo di persone colpite hanno fondato la Comunità Boliviana dei Sopravvissuti, la prima associazione nazionale delle vittime della pedofilia nel paese latinoamericano. Il suo obiettivo è che ci sia un rifugio per queste persone, in modo che possano venire con fiducia per raccontare la loro storia e sentirsi accolti. “Cerchiamo giustizia, la nostra lotta è per la sicurezza dei nostri ragazzi e ragazze”, dice Flores, che è stato nominato presidente dell’associazione.
Al momento sono 25 i membri attivi che compongono l’organizzazione, ma già si contano che più di mezzo migliaio di persone hanno subito abusi in Bolivia negli ultimi decenni, circa 200 all’interno della Compagnia di Gesù. Lo scandalo degli abusi in Bolivia è scoppiato a maggio, dopo la pubblicazione di un’inchiesta di EL PAÍS sul diario segreto del sacerdote spagnolo Alfonso Pedrajas in cui questi confessava di aver abusato di 85 minori tra gli anni ’60 e l’inizio degli anni 2000. Il gesuita, che morto nel 2009, ha detto di averlo detto più volte ai suoi superiori e che loro gli hanno insabbiato la cosa.
“Non sapevamo essere tanti, di essere troppi. Dopo che è stato rivelato il diario del prete pedofilo, ci siamo ritrovati e abbiamo scoperto l’inferno a cui eravamo collettivamente condannati”, dice Flores. Il rapporto ha provocato un terremoto mediatico venendo alla luce numerosi casi fino ad ora inediti.
La Procura boliviana ha avviato un’importante indagine, ancora aperta, e la Conferenza episcopale boliviana ha creato una commissione per raccogliere denunce.
El Pais
Pierelisa Rizzo – Abusi nella chiesa evangelica
Sono attesi per il prossimo 25 gennaio i risultati i uno studio, in Germania secondo i quali anche nella Chiesa evangelica riformata in Svizzera ci sono stati molti abusi. A dirlo è la presidente dell’istituzione, Rita Famos, secondo cui vi è la necessità di agire e di riesaminare i casi di violenza sessuale.
La Chiesa evangelica riformata si è voltata dall’altra parte per troppo tempo”, ha detto la Famos nel corso di una trasmissione su una radio svizzerotedesca.
“Anche noi abbiamo i nostri casi e certamente sono parecchi”, ha ammesso la presidente, pur dicendosi dell’opinione che la portata sia inferiore a quella emersa nella Chiesa cattolica. La Chiesa Evangelica sta cercando un modo di fare i conti con il proprio passato e garantire di essere un “luogo sicuro” per le persone che cercano sostegno e consulenza, ha continuato Famos. Per far ciò, ad esempio, sono stati istituiti centri di segnalazione per i casi di abuso mentre si fa sempre più strada la possibilità di realizzare uno studio nazionale separato sulla situazione in Svizzera.
«La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È uno dei passaggi più significativi del rapporto redatto dalla Commissione Onu sui diritti dell’infanzia deputata al controllo del rispetto della relativa Convenzione da Parte del Vaticano. Ratificata nel 1990 dalla Santa Sede, la Convenzione prevede come clausola ineludibile l’obbligo di proteggere la crescita dei bambini da qualsiasi situazione a rischio. Secondo la Commissione Onu l’essenza della Convenzione è stata ripetutamente e palesemente violata dal Vaticano, elencando i motivi in un rapporto che fu reso noto il 5 febbraio 2014 al termine di una capillare inchiesta avviata a luglio del 2013.
Sono dunque passati dieci anni da quel durissimo atto di accusa. L’indagine si basò su migliaia di denunce raccolte nel corso di anni da Survivors Voice Europe, Snap, Rete l’Abuso e altre onlus che si occupano della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili. Le organizzazioni hanno chiesto di conoscere i motivi per cui la Santa sede per decenni ha ignorato le denunce contro pedofili ben noti. Tra questi spicca il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, ‘protetto’ di Giovanni Paolo II che proprio nel 2014 è stato santificato quasi a tempo di record da papa Francesco e dal papa emerito Benedetto XVI. Perché per decenni furono ignorate le denunce nei suoi confronti? Perché migliaia di sacerdoti pedofili sono stati trasferiti da un luogo all’altro invece di essere consegnati alle forze dell’ordine? E come mai a fronte della ‘tolleranza zero’ annunciata sia da Benedetto XVI sia da Francesco I, ci sono stati «tentativi di nascondere e occultare nuovi casi?» è stato chiesto ai nunzi vaticani, monsignori Tomasi e Scicluna. «Come mai non vige l’obbligo di denuncia dei crimini all’autorità giudiziaria del paese? Agire contro i responsabili fa parte della giustizia». Una delle risposte fu che «la regola è sempre stata quella di rispettare le leggi nazionali vigenti nei paesi dove la Chiesa opera». In Italia come sappiamo questo obbligo non c’è e i vescovi italiani non hanno sentito nemmeno la necessità morale di darselo. Tomasi e Scicluna hanno quindi riferito che la Santa Sede ha accolto favorevolmente tutti i suggerimenti che potessero aiutare a proteggere i bambini. Peccato che solo un mese prima la Santa sede aveva rifiutato di fornire alla Commissione Onu diverse informazioni fondamentali, tra cui l’esito dei procedimenti penali vaticani contro preti pedofili di competenza esclusiva della Congregazione per la dottrina della fede. Sono passati dieci anni e di queste informazioni non c’è ancora nessuna traccia. Si sa però che centinaia sono stati i pedofili ridotti allo stato laicale. Questo significa che sono in circolazione senza che nessuno conosca la loro identità. Nessuno, tranne la Chiesa.
Alessio Di Florio – Risarcire le vittime si può, finalmente giustizia per una vittima dopo 50 anni, anche in Italia serve commissione d’inchiesta indipendente su abusi nella Chiesa
Risarcimenti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. È uno dei temi fondamentali che più, soprattutto in Italia, le gerarchie cercano di frenare, ostacolare, rimuovere. Sarebbe un atto di giustizia ma di fronte le denunce di abusi, al di là di proclami e poco altro, di giustizia dentro la Chiesa se ne vede ben poca. È tornato di stretta attualità in questi giorni, dopo 50 anni una vittima ha ricevuto giustizia ricevendo il sacrosanto (termine quanto mai adatto) risarcimento.
«Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni – la testimonianza di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa, ad AlaNews – Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno».
«Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica – ha dichiarato Brogi toccando un altro tema scomodo per le gerarchie cattoliche e su cui realtà indipendenti come Rete L’Abuso da tanti anni e il coordinamento ItalyChurchToo si battono – I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente».
Alanews – ANSA
Francesco Zanardi – LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI
La Chiesa cattolica avrebbe venduto circa 30mila bambini all’insaputa delle loro madri. È quanto rivelato dalla testata belga Het Laatste Nieuws, che parla eventi svoltisi in un arco temporale che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta.
Durante il parto, alcune donne sono state sottoposte ad anestesia generale, mentre altre hanno dovuto indossare una maschera: tutti modi per impedire alle madri di vedere il proprio figlio, che veniva immediatamente separato dopo la nascita. Alcune donne sarebbero state addirittura sterilizzate. Altre sono state costrette a firmare un documento in cui rinunciavano al figlio o gli veniva detto che era nato morto. I bambini venivano poi venduti per ingenti somme – tra i 10.000 e i 30.000 franchi belgi (all’incirca tra i 250 e i 750 euro), a volte molto di più – a famiglie adottive.
Nel 2015 la Conferenza episcopale si è scusata con le vittime di adozioni forzate in istituti cattolici presso il Parlamento fiammingo. In risposta alle recenti testimonianze, i vescovi hanno espresso la loro compassione per il dolore e il trauma delle vittime, nota il Brussels Times. La Chiesa chiede un’indagine indipendente sulle condizioni descritte dalle donne coinvolte.
ANSA
Ludovica Eugenio – CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA.
Sembra stringersi il cerchio intorno all’ex gesuita Marko Ivan Rupnik, accusato di abusi sessuali da numerose donne, ma al momento non ancora sottoposto a processo dal Vaticano, nonostante papa Francesco, il 28 ottobre scorso, abbia deciso di derogare alla prescrizione per consentirne lo svolgimento. Il 15 dicembre scorso il Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, presieduto dal card. João Braz De Aviz, ha annunciato formalmente in un comunicato la decisione di sciogliere la Comunità Loyola, co-fondata da Marko Rupnik insieme a Ivanka Hosta, dopo un commissariamento durato un anno e mezzo e una nuova visita apostolica annunciata appena qualche settimana fa, affidata a p. Amedeo Cencini e a suor Marisa Adami. La motivazione: «Gravi problemi relativi all’esercizio dell’autorità e al modo di convivere». La notizia era stata diffusa già il 14 dicembre dal giornale digitale portoghese 7Margens.
«la storia della comunità e la sua esperienza è emblematica – ha affermato Fabrizia Raguso, ex religiosa della Comunità, docente all’Università Cattolica di Braga, in Portogallo, in un webinar del laboratorio Re-In-surrezione sulla Comunità Loyola – perché ancora dopo l’influenza di Rupnik ha continuato a vivere in un clima di abuso spirituale e psicologico costante da parte della superiora generale e fondatrice Ivanka Hosta e di tutte quelle religiose che più profondamente ne hanno assorbito e fatto propri i contenuti, i metodi e le finalità di quello che si considerava il carisma stesso della comunità. Questo è quanto sottolineato e verificato attualmente anche dal processo di commissariamento realizzato tra il 2020 e il 2022».
«a causa del rifiuto da parte di Ivanka Hosta di recepire le indicazioni di riforma delle costituzioni e conseguentemente della struttura e del clima relazionale all’interno della comunità, il commissariamento è stato affidato al vescovo ausiliare della diocesi di Roma, mons. Libanori, che in quanto elemento esterno doveva permettere di dialogare con la comunità e dentro la comunità. Ne è seguito un decreto disciplinare del 21 giugno scorso, con l’emissione di un “rimprovero formale” a suor Ivanka Hosta, per il suo comportamento all’interno della Comunità di Loyola “nell’esercitare uno stile di governo lesivo della dignità e dei diritti di ciascuno delle suore che ne fanno parte”.
Ora, il decreto finale di scioglimento, tardivo, secondo Raguso, che dovrà essere attuato entro un anno; che sarà delle vittime adesso? E che sarà delle religiose che hanno abbandonato la comunità in passato per quegli stessi abusi?
«Questi ultimi tre anni sono stati molto estenuanti, sia per le sorelle che si sono confrontate con la realtà della Comunità, sia per quelle che l’avevano lasciata diversi anni fa, senza alcun sostegno, né psicologico, né spirituale, né materiale», ha commentato con 7Margens Fabrizia Raguso, benché la decisione sia «un atto di verità, necessario anche per evitare che gli abusi continuino, coinvolgendo altre giovani donne sempre più fragili e impreparate». Ora si spera che arrivi anche la giustizia: «Nessuno potrà restituirci le nostre vite distrutte, ma speriamo che tutte le suore, anche quelle che hanno lasciato la comunità da tempo, possano essere equamente risarcite», ha aggiunto. E che «questo esito non ostacoli il corso del processo contro Marko Rupnik».
ADISTA
Federica Tourn – Sviezzera, aumentano le denunce
Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.
«Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC.
«Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto prima di tutto essere ascoltate e soprattutto credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato.
La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».
Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.
È verosimile che anche in seno alla Chiesa evangelica riformata in Svizzera ci siano stati molti abusi. A dirlo è la presidente dell’istituzione, Rita Famos, secondo cui vi è la necessità di agire e di riesaminare i casi di violenza sessuale.
“La Chiesa evangelica riformata si è voltata dall’altra parte per troppo tempo”, ha dichiarato Famos oggi alla trasmissione della radio svizzerotedesca SRF “Tagesgespräch”. Questa valutazione si basa fra le altre cose su uno studio in Germania, i cui risultati dovrebbero essere divulgati il 25 gennaio.
“Anche noi abbiamo i nostri casi e certamente sono parecchi”, ha ammesso la presidente, pur dicendosi dell’opinione che la portata sia inferiore a quella emersa nella Chiesa cattolica. La Chiesa Evangelica sta cercando un modo di fare i conti con il proprio passato e garantire di essere un “luogo sicuro” per le persone che cercano sostegno e consulenza, ha continuato Famos.
Ad esempio, sono stati istituiti centri di segnalazione per i casi di abuso. Inoltre sta venendo discussa la possibilità di realizzare uno studio nazionale separato sulla situazione in Svizzera.
Affrontare il tema degli abusi sui minori e le persone vulnerabili è dirimente per poter parlare degnamente di sinodalità e riforma della Chiesa.
Prima di “PROTEGGERE, PREVENIRE, FORMARE” è necessario ricercare VERITA’, FARE GIUSTIZIA, ASSICURARE RISARCIMENTI MORALI ED ECONOMICI alle vittime/sopravvissuti.
Chiediamo di passare dalle parole ai fatti
I dati rassegnati con la Vostra “ SECONDA RILEVAZIONE” ci appaiono contrastanti e insufficienti per approccio, consistenza ed effettivi contenuti, peraltro privi di riscontri esterni alla realtà ecclesiale.
Cosa significa “ …chiunque denuncia anche a distanza di anni viene ascoltato, e comunque noi facciamo un procedimento interno. E’ difficile che oggi un vescovo insabbi. Semmai il rischio è quasi il contrario: che per prudenza si avviino procedimenti giuridici anche soltanto per verificare i fatti.”
Il sistema giudiziario del nostro Paese non è degno di fare verità e rendere giustizia alle numerosissime vittime nascoste e sofferenti ?
In merito ai vescovi insabbiatori, abbiamo dettagliata conoscenza di casi esistenti che contraddicono tale affermazione.
Ancora una volta, come parte del Coordinamento ITALYCHURCHTOO contro gli abusi nella Chiesa Cattolica,
CHIEDIAMO
LA COSTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE INDIPENDENTE ED ESTERNA
TOTALE MESSA A DISPOSIZIONE DEGLI ARCHIVI DIOCESANI E DI OGNI ISTITUZIONE DELLA CHIESA E DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI
INDIVIDUAZIONE ED ALLONTANMENTO IMMEDIATO DI CHI HA OMESSO E COPERTO
DENUNCIA ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA DEI PRESUNTI COLPEVOLI
Ci pare evidente che nel modo in cui si sta procedendo non si va da alcuna parte.
Improponibile fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.
Quale credibilità potrà avere la Chiesa italiana se non pone in essere misure coraggiose al pari di quanto già deciso e posto in essere da altre conferenze episcopali in Europa (tra queste in Germania, Francia, Spagna,Portogallo, Svizzera, Irlanda)
L’ ASSEMBLEA NAZIONALE DI “NOI SIAMO CHIESA”
Sezione italiana del movimento internazionale We are Church per la riforma della Chiesa Cattolica.
Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera, come comunica in queste ore cath.ch, sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.
«Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC. A sua volta Brigitte Ansermet, segretaria e amministratrice del CECAR, sottolinea che dal 13 settembre le domande sono fortemente aumentate. I comitati preposti all’ascolto e all’accoglienza delle vittime si sono così dovuti suddividere, per essere più operativi.
Ma al di là delle cifre, si gioca un elemento altrettanto importante, che è quello del coraggio di uomini e donne di osare a parlare davanti a delle istanze ufficiali dopo decenni di silenzio. «Le vittime di abusi sessuali non parlano mai dall’oggi al domani», spiega Aeby. Spesso la chiamata che fanno o l’email che mandano è frutto di un lungo cammino. Magari sono stati consigliati da qualcuno che è loro vicino, precisa la vice presidente del SAPEC, «e non potete nemmeno immaginare l’energia che ci voglia per un passo simile!».
«Delle volte può convincere una persona a parlare anche un caso citato nei media». Subito dopo i casi emersi all’abbazia di S. Maurice, si sono ad esempio annunciate tre persone al SAPEC, ma solo una era legata direttamente all’abbazia, indica Aeby. Ugualmente dopo la pubblicazione, in Francia, del rapporto sugli abusi nella Chiesa francese, due persone si sono annunciate presso la Commissione per gli abusi sessuali in contesto ecclesiale (CASCE) della diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, come indica la collaboratrice Rita Menoud.
Segnalazioni via email
Ogni caso è però unico e ognuno si annuncia a suo modo. Il CASCE ad esempio riceve la maggior parte delle segnalazioni per email, più raramente per posta o per telefono. «Può trattarsi di una email contenente alcuni dettagli, senza che però il nome dell’autore dei fatti sia menzionato. È un modo per le persone per raccontare ciò che hanno vissuto», sottolinea Rita Menoud, che aggiunge che alcune delle vittime indicano anche di non voler essere ricontattate. «In ogni caso diamo conferma di ricezione e rispondiamo indicando le strutture alle quali indirizzarsi se la vittima desidera essere presa in carico da un’istanza indipendente, il SAPEC, il CECAR o i centri LAVI (Legge d’aiuto alle vittime di infrazione)».
Rita Menoud aggiunge che «spesso le vittime non hanno conoscenza delle organizzazioni preposte alla raccolta delle loro testimonianze, né dei risarcimenti che possono ottenere, né dei passi che potrebbero compiere». Aeby a sua volta accoglie soprattutto le vittime e le orienta. «Se vogliono testimoniare e raccontare cosa è successo loro in vista di un riconoscimento ufficiale dei fatti presso la Chiesa o di un risarcimento, le indirizzo verso il CECAR o i centri LAVI, allo scopo che non debbano continuamente ripetere le loro storie. Ripetere di continuo ciò che hanno subito è molto doloroso».
Essere ascoltati e capiti
«Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto che prima di tutto siano ascoltate e soprattutto che siano credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato. «Tanto la figura di un prete era allora sacra…», commenta Brigitte Ansermet della CECAR.
I contatti sono dunque fragili, certe vittime parlano per la prima volta, «ma bisogna anche avere il coraggio di porre loro delle domande precise per ottenere quei dettagli che possono rilevarsi importanti per il futuro e per stabilire lo stato emozionale della vittima. Così come è importante dimostrare loro del rispetto», precisa Rita Menoud, che ha anche lavorato presso la polizia giudiziaria di Friborgo. «Può anche accadere che anche anni dopo le vittime siano ancora in contatto con il loro aggressore, alcune dimostrandogli anche ossequio».
La necessità di comprendere
La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».
Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.
La trasmissione dei dati a Zurigo
Il SAPEC trasmette sistematicamente i casi all’équipe di ricerca dell’Università di Zurigo. Il CASCE mette invece a disposizione i casi degli storici che volessero approfondirli consultando i loro archivi per proseguire nella ricerca. Quanto ad eventuali casi di calunnia, Aeby cita un solo caso in 14 anni di attività: «La persona non voleva essere identificata, ha donato un indirizzo di posta elettronica di fantasia ed era molto virulenta nell’accusa, molto di più dei casi di cui sentiamo raccontare di solito». Presso il CECAR questo accade ancora più di rado: «Entriamo in materia solo su dei casi prescritti. Le persone devono inoltre identificarsi e le riceviamo personalmente per sapere se vogliono ricevere un risarcimento», sottolinea Ansermet. «Ascoltarle è a volte difficile, ma sapere che ciò contribuisce ad aiutarle, mi aiuta a tenere la giusta prospettiva».
Francesco Zanardi – L’UE risponde all’istanza della Rete L’ABUSO. La comunicazione ai Membri
Petizione n. 0354/2023 – Le osservazioni della Commissione Petizioni
La Commissione è impegnata a combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori. Il 24 luglio 2020, la Commissione ha pubblicato una strategia globale dell’UE per una lotta più efficace contro l’abuso sessuale di minori.
La strategia definisce otto iniziative concrete per combattere questi crimini online e offline, utilizzando tutti gli strumenti disponibili a livello UE, legislativi e non legislativi, come finanziamenti. In particolare, un’iniziativa chiave della strategia è garantire la completa attuazione della normativa vigente.
La Direttiva 2011/93/UE2 stabilisce norme minime relative alla definizione penale di reati e sanzioni in materia di abuso e sfruttamento sessuale di bambini, materiale di abuso sessuale e adescamento di minori a fini sessuali. Richiede agli Stati membri adottare una serie di misure per prevenire gli abusi sessuali sui minori, come programmi di intervento per gli autori di reato, campagne di educazione e sensibilizzazione. La Direttiva stabilisce inoltre degli standard e obblighi per gli Stati membri in relazione ai procedimenti giudiziari e all’assistenza e misure di supporto per i minori vittime. Gli Stati membri sono tenuti a recepire la direttiva nei propri sistemi legislativi nazionali.
Quanto alla denuncia dei reati, l’art. 16 rimuove gli ostacoli che potrebbero impedire la segnalazione, ma lo fa senza imporre un obbligo. Le regole di riservatezza imposte dalla legislazione nazionale su alcuni i professionisti il cui compito principale è lavorare con i bambini non devono costituire un ostacolo alla possibilità, per tali professionisti, di segnalare qualsiasi situazione ai servizi competenti dove hanno fondati motivi per ritenere che un minore sia vittima di reati commessi dalla direttiva. Inoltre, impone agli Stati membri di adottare le misure necessarie per incoraggiare chiunque sia a conoscenza o sospetti che siano stati commessi reati previsti dalla Direttiva, a segnalare l’accaduto ai servizi competenti.
Un obbligo potrebbe essere considerato nell’imminente revisione della Direttiva.
Per quanto riguarda il certificato, per contrastare i rischi che i delinquenti possano riottenere l’accesso ai minori attraverso attività di lavoro o di volontariato, l’art. 10 della Direttiva attribuisce questo diritto ai datori di lavoro e reclutamento per attività professionali e di volontariato che comportano uno stretto contatto con i bambini a richiedere i precedenti penali delle persone da assumere. Obbliga inoltre gli Stati membri a fornire il casellario giudiziale quanto più completo possibile in risposta a tali richieste, ricorrendo al sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari, ove opportuno, e a qualsiasi altra fonte adeguata di informazioni.
Per garantire il rispetto degli obblighi sopra menzionati, la Commissione monitora attentamente l’attuazione della Direttiva 2011/93/UE negli Stati membri, compresa l’Italia, continua ad avvalersi dei poteri conferiti loro dai trattati nella misura necessaria per garantire una piena e completa implementazione.
La Commissione sta preparando una revisione della direttiva. In questo contesto si sta valutando una possibile inclusione dell’obbligo per gli Stati membri di introdurre un obbligo, almeno per professionisti che lavorano a stretto contatto con i bambini nei settori dell’istruzione, dell’assistenza all’infanzia e della sanità, a segnalare alle autorità competenti se hanno fondati motivi di ritenere che è stato commesso o rischia di essere commesso un reato ai sensi della presente direttiva.
Un altra un’eventuale modifica potrebbe mirare a rendere obbligatoria la richiesta del casellario giudiziale a datori di lavoro che reclutano per attività professionali e di volontariato che comportano uno stretto contatto con bambini.
Conclusione
Si raccomanda di informare il ricorrente che, pur non sussistendo ancora alcun obbligo derivante dalla legislazione dell’UE impone ai singoli individui di denunciare gli abusi sessuali su minori alle autorità competenti, creando un obbligo legale, almeno per le persone che hanno contatti regolari con i bambini in virtù della loro professione, è attualmente allo studio.
Inoltre, la Commissione sta anche valutando controlli obbligatori dei precedenti personali per le persone assunte per attività professionali e volontarie attività che comportano un contatto stretto e regolare con i bambini.
Federica Tourn – Un vescovo svizzero accusato di abusi sessuali
Non si ferma l’onda lunga delle denunce di abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera. L’ultimo episodio in ordine cronologico è arrivato a toccare i vertici della gerarchia ecclesiastica. L’attuale vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod, ha dichiarato che in base ad una testimonianza, il suo predecessore Bernard Genoud – deceduto nel 2010 – avrebbe abusato sessualmente di una 19enne. La violenza si sarebbe ripetuta più volte, nel periodo in cui Genoud insegnava filosofia al Collège du Sud di Bulle (Friburgo). È il primo caso a coinvolgere una personalità di tale rango.
Morerod ha specificato che la presunta vittima, che verserebbe in uno stato di “grande sofferenza”, ha chiesto di rimanere anonima e per questo la Chiesa non indica il periodo in cui si sarebbero verificati gli episodi. La donna ha contattato l’attuale vescovo alcuni mesi fa. Già vittima di abusi in passato in altre circostanze, la donna si era rivolta a Genoud – che era amico dei suoi genitori – proprio per confidarsi sulle violenze, ma questi avrebbe abusato della situazione. Parlando con Morerod – lui stesso un ex allievo di Bernard Genoud – la donna avrebbe detto di “essersi liberata di un peso, anche se il percorso è doloroso da intraprendere”.
L’attuale vescovo ha dunque lanciato un appello a testimoniare, perché la lunga carriera da insegnante del suo predecessore potrebbe celare ulteriori vittime. Ordinato prete nel 1968, Bernard Genoud ha insegnato al Collège du Sud dal 1976 al 1994, ma ha lavorato come docente anche in altre scuole fra gli anni Settanta e Novanta. È stato vescovo dal 1999 fino al suo decesso nel 2010. L’obiettivo, ha detto Morerod, è “liberare la verità”. Perché “è compito della Chiesa non lasciare senza risposta la sofferenza di vittime schiacciate dal peso di un silenzio insopportabile”.
La Chiesa cattolica svizzera continua così a essere travolta da una bufera di rivelazioni sconcertanti. Dopo la pubblicazione, nello scorso settembre, del primo studio scientifico sulla materia, realizzato dall’Università di Zurigo, si sono infatti succeduti gli annunci di nuovi casi.
A novembre Felix Gmür, vescovo di Basilea e presidente della Conferenza dei Vescovi svizzeri (CVS), e Joseph Maria Bonnemain, vescovo di Coira, sono stati ricevuti in Vaticano da Papa Francesco. L’incontro è stato l’occasione per presentare al pontefice un insieme di iniziative prese dai vertici della Chiesa cattolica svizzera per affrontare l’attuale situazione e per prevenire che casi analoghi possano verificarsi in futuro.
Pierelisa Rizzo – «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna
Non ci sarebbe stata alcuna manipolazione, nessuna modifica e nessuna alterazione negli screenshot della chat, che era stata ammessa dal tribunale di Enna nel processo per violenza sessuale aggravata a danni di minori in cui è imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo. Lo ha certificato in aula un perito che ne ha confermato la corrispondenza con l’originale. La chat riguarda una conversazione tra l’archeologo Antonio Messina, che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne, e che da ultimo è stato, a sua volta, querelato dal sacerdote per diffamazione, e una sua amica. Un dialogo che proverebbe, all’epoca dei fatti, le violenze subite dalla vittima. Ancora una volta, come era già successo nel corso della scorsa udienza, di un processo che si celebra a porte chiuse per «esigenze di riservatezza», è saltata la requisitoria della pm Stefania Leonte. Un ulteriore rinvio che, in questo caso, si è reso necessario per via dell’assenza, giustificata per malattia , di uno dei giudici che compongono il collegio per cui la requisitoria è slittata alla prossima udienza che è già stata fissata per mercoledì 10 gennaio. In quella stessa data ci saranno le conclusioni degli avvocati delle parti civili. Appuntamento successivo per martedì 13 febbraio con i legali dei responsabili civili, la diocesi di Piazza Armerina e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna. e gli avvocati difensori dell’imputato. La sentenza, con le eventuali repliche, è prevista per martedì 5 marzo.
Fonte (meridionews.it)
Alessio Di Florio – Un anno fa la pubblicazione “Vatican Shock: le radici oscure del caso Orlandi”
Il 9 dicembre 2022 sul canale youtube del blog d’inchiesta giornalistica Notte Criminale è stato pubblicato da Alessandro Ambrosini e Marco Milioni il video “Vatican Shock: le radici oscure del caso Orlandi” con l’audio di alcune dichiarazioni nel 2009 di Marcello Neroni. La scomparsa di Emanuela Orlandi «trova una nuova chiave di lettura attraverso le parole di un insider della Banda della Magliana» si legge nella presentazione del video.
Dodici mesi dopo Ambrosini su facebook ha pubblicato un riassunto di quanto accaduto dopo la pubblicazione. «Dodici mesi fa, io e Marco Milioni, pubblicammo l’audio che “rubai” a Marcello Neroni. La “spia alla francese” della Banda della Magliana. Una registrazione sul “caso di Emanuela Orlandi”che costrinse il Vaticano ad aprire un’inchiesta, dopo 40 anni. Indignò il Papa, a tal punto da parlarne nell’Angelus domenicale. Spinse la Procura di Roma a riaprire un fascicolo chiuso alcuni anni prima, moralmente impegnò il Parlamento a istituire una commissione d’inchiesta per indagare sulla sparizione della giovane cittadina vaticana. Vero o falso, quel documento che ho trattenuto nei miei cassetti per 13 anni, ha svolto il suo ruolo. In questi dodici mesi, il Vaticano ha giocato a silenziare questa particolare registrazione. Ha nascosto l’argomento e il personaggio registrato, “sotto il tappeto”. Ha “secretato” l’intera inchiesta, dando pubblicamente esito solo di testimonianze inutili. Gettando fumo sugli occhi. Non si scorda niente».
«E purtroppo non è finita – ha commentato Pietro Orlandi – La commissione è passata anche al Senato, è diventata legge, bene. Manca solo che tutti i partiti consegnino i nominativi ai presidenti di camera e senato. Dopo un mese ancora nulla. Chiedo, entro quanto tempo dal voto al Senato devono presentare i nomi? Mi rispondono che questa clausola non è inserita e quindi i partiti non hanno un limite di tempo. Quindi se qualcuno vuole ancora rallentare per non far partire questa commissione basta che ritarda ad oltranza la presentazione dei nominativi del proprio partito. Spero che il mio sia solo un cattivo pensiero».
Federico Tulli – Il potere e la colpa
Cose che difficilmente vedrete accadere in Italia. Nel pieno del primo scandalo che travolse nel 2010 la Chiesa cattolica tedesca il primo canale televisivo pubblico ARD propose per diverse volte dei faccia a faccia tra vittime di una violenza e sacerdoti anche di alto rango. Uno dei più noti “duelli” avvenne nel corso di un programma dal titolo “I preti e il sesso. Quanta verità accetta la Chiesa (cattolica)? Il quesito dava anche il titolo a un’inchiesta giornalistica. E anche qui a parte rarissimi casi in Italia raramente ne sono state proposte di simili.
Abbiamo chiesto un commento alla psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, presidente di Netforp-Network europeo per la psichiatria psicodinamica: ”Trasmissioni come quelle di ARD hanno avuto il pregio di dimostrare come la Chiesa cattolica si arroghi il diritto di costruire uno Stato nello Stato. Ed è un discorso che ovviamente vale in Germania come altrove. Da psichiatra dico subito che si è vista la patologia della Chiesa, il suo cinismo, l’ipocrisia. E l’incompatibilità dell’impianto giuridico della Chiesa con uno Stato di diritto, per le modalità di gestione sia degli scandali, sia dei rapporti con le vittime. Oltre alla distruzione che il violentatore provoca nella vita delle vittime, e che una di queste seppur segnata profondamente è riuscita a denunciare pubblicamente con estrema lucidità, c’è la violenza e l’assoluta mancanza di senso civico dei vescovi che li hanno “coperti”. Approfittando del fatto che le vittime, dato che vengono dall’ambiente cattolico, si rivolgono spesso prima a loro che alle autorità civili”. Così il crimine viene immediatamente insabbiato, col pretesto che si devono fare delle indagini interne, diciamo noi. «Ma ovunque nel mondo la pedofilia è un reato che deve essere perseguito dalle autorità preposte», osserva dal canto suo la dottoressa Homberg. E non da compiacenti vescovi, come quello apparso in un’altra trasmissione di ARD, che continuava a sostenere che il suo prete, scaricando materiale pedo-pornografico da Internet, era «caduto in una trappola», come se vi fosse stato spinto da quei bambini violentati. Commenta la psichiatra: “Allora il “male” sarebbe nei ragazzini? La pedofilia è “colpa” loro? Temo che questo sia un pensiero non tanto latente in seno alla Chiesa. Psichiatricamente un pensiero interessante però non è un pensiero tanto sano”.
Non si ferma l’onda lunga delle denunce di abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera. L’ultimo episodio in ordine cronologico è arrivato a toccare i vertici della gerarchia ecclesiastica.
Lunedì l’attuale vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod, ha convocato una conferenza stampa per comunicare che in base ad una testimonianza, il suo predecessore Bernard Genoud – deceduto nel 2010 – avrebbe abusato sessualmente di una 19enne. La violenza si sarebbe ripetuta più volte, nel periodo in cui Genoud insegnava filosofia al Collège du Sud di Bulle (Friburgo). È il primo caso a coinvolgere una personalità di tale rango.
Anonimato, e appello a testimoniare
Morerod ha specificato che la presunta vittima, che verserebbe in uno stato di “grande sofferenza”, ha chiesto di rimanere anonima e per questo la Chiesa non indica il periodo in cui si sarebbero verificati gli episodi. La donna ha contattato l’attuale vescovo alcuni mesi fa. Già vittima di abusi in passato in altre circostanze, la donna si era rivolta a Genoud – che era amico dei suoi genitori – proprio per confidarsi sulle violenze, ma questi avrebbe abusato della situazione. Parlando con Morerod – lui stesso un ex allievo di Bernard Genoud – la donna avrebbe detto di “essersi liberata di un peso, anche se il percorso è doloroso da intraprendere”.
L’attuale vescovo ha dunque lanciato un appello a testimoniare, perché la lunga carriera da insegnante del suo predecessore potrebbe celare ulteriori vittime. Ordinato prete nel 1968, Bernard Genoud ha insegnato al Collège du Sud dal 1976 al 1994, ma ha lavorato come docente anche in altre scuole fra gli anni Settanta e Novanta. È stato vescovo dal 1999 fino al suo decesso nel 2010. L’obiettivo, ha detto Morerod, è “liberare la verità”. Perché “è compito della Chiesa non lasciare senza risposta la sofferenza di vittime schiacciate dal peso di un silenzio insopportabile”.
Una processione di casi
La Chiesa cattolica svizzera continua così a essere travolta da una bufera di rivelazioni sconcertanti. Dopo la pubblicazione, nello scorso settembre, del primo studio scientifico sulla materia, realizzato dall’Università di Zurigo, si sono infatti succeduti gli annunci di nuovi casi.
In settembre l’ombra della vergogna ha toccato Bernard Sonney, vicario generale della diocesi di Losanna, Friburgo e Ginevra. In seguito ad una denuncia presentata in Procura da una presunta vittima, Sonney – il braccio destro dell’attuale vescovo Morerod – si è autosospeso fino alla conclusione dell’indagine. In occasione di quell’annuncio, la curia romanda ha inoltre comunicato di aver sospeso un prete nel canton Neuchâtel per fatti, di cui non sono stati forniti dettagli, commessi all’estero e segnalati da un presule straniero.
Sotto pressione anche la diocesi di Lugano, individuata dal gruppo di ricerca di Zurigo come particolarmente attiva nel far scomparire dagli archivi le prove di presunti abusi. È stato pertanto richiesto l’accesso agli archivi di collegi e scuole cattoliche ticinesi, mentre da più parti si è sottolineata l’esigenza che, data la cancellazione di prove su episodi avvenuti nel cantone, in Ticino si vada a fondo della questione con indagini alla ricerca di potenziali vittime.
Altri sviluppi
A novembre Felix Gmür, vescovo di Basilea e presidente della Conferenza dei Vescovi svizzeri (CVS), e Joseph Maria Bonnemain, vescovo di Coira, sono stati ricevuti in Vaticano da Papa Francesco. Secondo la CVS, l’incontro è stato l’occasione per presentare al pontefice un insieme di iniziative prese dai vertici della Chiesa cattolica svizzera per affrontare l’attuale disastro e per prevenire che casi analoghi possano verificarsi in futuro. In settembre, d’altra parte, la Santa Sede aveva confermato l’apertura di un’inchiesta sulla situazione svizzera.
Appena una manciata di giorni dopo il viaggio dei vescovi elvetici a Roma, però, un’inchiesta della Radiotelevisione svizzera di lingua francese RTS ha rivelato il caso dell’abate ad interim dell’Abbazia di Saint-Maurice, accusato di aver abusato di un novizio. Secondo il sacerdote, si sarebbe trattato di una relazione consensuale. Altri nove religiosi sarebbero tuttavia coinvolti in casi di abusi sessuali in seno all’Abbazia, in base alle testimonianze raccolte da RTS. E ancora, sempre nelle stesse settimane, un prete è finito sotto inchiesta a Coira, nel canton Grigioni.
Un primo risultato della valanga di rivelazioni riguarda la crescente quantità di persone che in Svizzera decidono di uscire dalla Chiesa – quella cattolica, ma anche quella riformata. Intanto, la Conferenza dei Vescovi svizzeri ha annunciato l’istituzione di un tribunale ecclesiastico che si occuperà solo di abusi sessuali. Fra storie vecchie, e casi più recenti che continuano ad emergere, insieme ai molti appelli a testimoniare, il neonato tribunale potrebbe avere molto da fare.
Il cantone svizzero del Vallese ha avviato un’indagine preliminare su potenziali crimini legati agli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica romana, risalenti alla metà del XX secolo. Questa indagine arriva sulla scia di un rapporto di un progetto pilota che esamina la storia degli abusi sessuali della chiesa. Nell’ambito di questa indagine il procuratore generale e gli agenti della polizia cantonale hanno visitato l’ Abbazia di San Maurizio .
Potenziali crimini e cooperazione della Chiesa
Durante la visita, l’archivista dell’Abbazia ha consentito l’accesso volontario agli archivi ed è stato intervistato un canonico. L’Abbazia di San Maurizio ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime l’intenzione di fare chiarezza su tutti i casi di abuso, impegnandosi a collaborare strettamente con le autorità per motivi di trasparenza. L’Abbazia ha inoltre chiesto la nomina di un Delegato Apostolico di Roma che se ne occupi.
Gli sforzi di tutta la Chiesa in mezzo allo scandalo
Evidenziando gli sforzi più ampi della Chiesa, la Chiesa cattolica romana in Svizzera sta contemplando l’istituzione di un tribunale ecclesiastico a livello svizzero per gestire i casi di abuso, in particolare per decidere sull’espulsione da un ordine. Ciò fa seguito alla decisione del Sinodo di Lucerna di bloccare i contributi alla diocesi, dopo che uno studio preliminare ha rivelato almeno 1.002 casi di abusi sessuali da parte di chierici cattolici e membri di ordini religiosi dal 1950.
Implicazioni globali e precedenti
La decisione della Chiesa cattolica romana spagnola di risarcire tutte le vittime di abusi sessuali nelle istituzioni ecclesiastiche segna un cambiamento significativo nella posizione della chiesa. Questa mossa, che fa seguito a un rapporto scioccante che rivela che almeno 728 chierici hanno abusato sessualmente di almeno 927 minori tra il 1945 e il 2022, potrebbe costituire un precedente per altre istituzioni cattoliche in tutto il mondo. Vale la pena notare che nel corso del procedimento preliminare agli imputati si applica la presunzione di innocenza.
LUGANO – Una donna che oggi ha 64 anni ha raccontato al CdT la sua drammatica storia di abusi subiti da parte di un sacerdote di Lugano, il cui nome il quotidiano ha scelto di rendere pubblico. Si tratta di Don Luigi Cansani, deceduto nel 2017 e allora capo cantore e organista nel seminario della diocesi e addetto all’insegnamento del canto gregoriano.
Proprio nell’ambito dell’insegnamento avvennero gli abusi, in quanto i genitori della donna – che allora era una bambina di soli 7 anni – incaricarono il prelato di impartire lezioni di pianoforte a lei e a suo fratello.
La protagonista di questo dramma si è “riconosciuta” leggendo il rapporto sugli abusi nella Chiesa svizzera pubblicato nei mesi scorsi dall’Università di Zurigo, e così ha deciso di rendere pubblica la propria testimonianza.
“Sono nata in Ticino nel 1959 in una famiglia stimata e conosciuta – racconta la donna al CdT -. Ho ricevuto un’educazione cattolica abbastanza severa, come si faceva nelle famiglie praticanti in quegli anni…”. I ricordi dell’asilo e dei primi due anni di scuola sono felici, fino a che “Un giorno, dovevo avere all’incirca 7-8 anni, ci mandarono da un prete-musicista che dava lezioni private in una struttura cattolica poco lontana (…) Andavamo da soli in questo edificio (…) Mio fratello si metteva al piano, il ‘maestro’ si sedeva accanto a lui. lo stavo in piedi accanto al ‘maestro’, a guardare. Dovevo stare in piedi ad ascoltare mentre il ‘maestro’ mi violentava con la sua mano sotto la gonna. Ho il ricordo molto nitido del dolore fisico, e la coscienza che mi stava accadendo qualcosa di tremendo. A lezione finita, nel piccolo corridoio il ‘maestro’ mi guardava beffardo, come per dirmi ‘se parli, vedrai’, strusciandosi contro di me per lunghi istanti. Infine, ci congedava”.
Un racconto sconcertante dal quale si evince il tormento e la frustrazione per quanto la bambina stava vivendo, senza possibilità di scappare o chiedere aiuto. “Provavo una sensazione di solitudine assoluta, come se fossi piombata in una realtà nella quale avevo perso tutti i miei punti di riferimento. Ero in un tunnel molto buio”, prosegue la donna. “Diventai una bambina silenziosa, soffrivo di incubi e insonnia, avevo paura di restare sola la notte nella mia camera (…) Gli adulti mi spaventavano e la mia vita interiore diventò molto difficile”.
La settimana scorsa, la vittima protagonista di questa triste storia ha incontrato monsignor Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano. “Nessuna vendetta, nessun desiderio di rivalsa – assicura la donna -. Ho deciso di parlare perché vorrei incoraggiare anche altri a farlo. Prima di leggere il rapporto dell’Università di Zurigo credevo di avere l’animo in pace, mi sembrava che fosse così. Ma ho capito che non era vero. Tirare fuori la verità serve, mette in moto un processo di liberazione che può essere utile. Soprattutto, può aiutare a fare in modo che certe cose non accadano più o succedano il meno possibile. Sono stata molto ben accolta e monsignor de Raemy si è rivelato una persona molto aperta e disponibile”.
Su Don Cansani, che fu fermato dalla giustizia civile, imprigionato e condannato ma poi rilasciato e poté tornare alle proprie mansioni di insegnante sebbene non con i bambini, monsignor de Raemy afferma: “All’epoca, purtroppo, non si agì come si farebbe oggi. Leggendo il dossier ho visto che, dopo l’espiazione della condanna civile, il vescovo decise che il prete fosse attivo solo nell’ambito musicale, mai con bambini o persone isolate e sotto costante controllo del suo parroco. Oggi la decisione sarebbe assai più radicale. Non so cosa sia stato comunicato allora; tuttavia, posso ribadire che oggi la Chiesa prenderebbe decisioni ben più chiare”.